Ne parliamo con Mauro Magatti,
docente di Sociologia all’Università Cattolica
del Sacro Cuore di
Milano.
Intervizia di L. Malucchi e A. Vai
– Professor Magatti,
sgombriamo il campo dagli equivoci… Oggi ha senso parlare di Fedeltà o è un
concetto fuori moda?
�«Diciamo che per la
sensibilità contemporanea la parola fedeltà non gode proprio di una buona
reputazione.
Se si pensa che essere
liberi voglia dire poter scegliere sempre e avere continuamente nuove
possibilità, allora la fedeltà diventa un problema, perché rappresenta un
limite allo scenario di nuovi e diversi orizzonti e di infinite prospettive
possibili».
- Eppure, quando pensiamo agli aspetti importanti della vita la parola
fedeltà è sempre presente…
�«Sì, la parola fedeltà
ha origine dalla parola latina fides, che è la stessa per fede, affidamento,
fiducia, fidanzamento. Una delle attribuzioni etimologiche a cui è ricondotta è
l’immagine di una corda, non intesa come un laccio che blocca i movimenti,
quanto di una corda che sostiene, dà sicurezza».
- Questa è un’immagine molto chiara per chi va in montagna…
� «La fedeltà è appunto quella fune da intrecciare giorno per giorno, con cura
e pazienza, così da sperare che possa sorreggerci quando ci troveremo tra i
passaggi stretti e impervi della vita.
Vivere la fedeltà significa lavorare perché questa corda, i cui fili sono la nostra storia, i nostri valori, le relazioni che viviamo ogni giorno, resista alla trazione degli impegni che abbiamo preso, delle promesse che ci siamo scambiati. Fedeltà è assolutamente una parola positiva».
- Qual è la relazione fra
fedeltà e libertà?
� «Vedete, la libertà ha
un piccolo problema. Noi donne e uomini contemporanei vogliamo vivere senza
impegnarci in vincoli e legami troppo forti, e alla fine ci perdiamo.
La libertà da sola non
tiene una direzione, vuole andare a sinistra, a destra, avanti… in sé medesima
la libertà porta dentro questo morbo, questo nucleo di autodistruzione. Assieme
a fedeltà e responsabilità, invece, la libertà costruisce un trittico che ci
permette di condurre una vita pienamente libera e di non cadere nel non senso».
- Questo rischio è più forte nella “società liquida”?
� «Il principio fondante
della società liquida è la continua disponibilità alla novità e questo ha un
lato positivo, perché la vita è esattamente questa apertura al nuovo,
all’inedito.
L’antitesi che contrappone il nuovo al passato, che ci è spesso proposta, non
sussiste nella realtà.
La fedeltà non è
conformismo, non è appiattimento su quello che c’è, la fedeltà è
quell’inquietudine che riporta sempre i nostri legami alla loro origine, quindi
è una spinta di provocazione: essere fedeli non significa essere piatti. In
questo senso, la fedeltà è la connessione tra il nostro passato e il nostro
futuro.
Essere fedeli significa tornare sempre a quel desiderio che ci ha portato a
quella situazione, a quell’incontro, a quell’impegno e spingere avanti quel
legame, a quell’appartenenza.
La fedeltà è un impulso di rinnovamento e di desiderio, altrimenti non è
fedeltà, sarebbe una tomba».
- Quando e come si
costruisce la fedeltà?
� «Sempre stando
all’immagine della corda, la fedeltà è un tessuto che si intreccia poco alla
volta, che si rafforza nel tempo prendendosene cura.
Rafforza i legami e le
relazioni che danno significato all’esistenza.
Per questo lavoro
artigianale è necessaria tutta una vita. Quando si è giovani si guarda alla
fedeltà sempre con una certa cautela, ma la cosa bella è che questa fune ci
tiene ma non si oppone affatto all’esplorazione, all’avventura».
- Ha parlato di
relazioni. Come viviamo la fedeltà in questo ambito?
� «Abbiamo detto che la
parola fedeltà ha la stessa etimologia di fiducia, affidamento, fidanzamento.
La scelta della
convivenza a sfavore del matrimonio è uno dei risultati della confusione
rispetto ai temi che stiamo affrontando.
Perché devo promettere
fedeltà a un’altra persona, a cui pure voglio bene, e chiudermi così alla
possibilità di incontrare in futuro qualcun altro più attraente e più
stimolante?
Si rimane quindi in questo dubbio giorno per giorno, e si passa insieme tutta
la vita così.
Ciò non rappresenta un peccato nel senso morale del termine, ma ci blocca
sempre al punto di partenza.
Stiamo sempre sulla
soglia della libertà. Varcare questa soglia vuol dire invece riuscire a dare
forma alle cose.
È come se ciascuno di noi
si trovasse di fronte alla tela, ancora bianca, della propria vita. Un
pasticcione inizierebbe con qualche linea incerta qua e là e poi butterebbe
tutto, per ricominciare da capo chissà quante volte. Un artista porta invece a
termine il quadro con un’idea precisa del suo progetto, utilizza la fantasia
rimanendo fedele al suo talento e al suo stile».
- Cosa vuole dire
essere fedeli per un’associazione cattolica?
� «Citando una frase del
compositore Gustav Mahler, vivere la fedeltà non vuol dire conservare con cura
le ceneri quanto “alimentare il fuoco” che sta all’origine di un’associazione,
essendo capaci di una continua ricerca.
Vivere il trittico
fedeltà, libertà e responsabilità, e saper leggere in maniera propositiva il
rapporto innovazione – tradizione sono atteggiamenti fondamentali anche per
un’associazione.
Permettono di rinnovare continuamente le forme, ritornando all’origine ma
slanciandosi verso il domani. Il termine che noi usiamo è “generatività” che è
la capacità primaria della vita di darsi forme nuove».
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