La bellezza
non ha ragioni
ma dà ragioni,
non ha senso
ma dà senso
e risveglia i sensi.
In questi momenti di
sconforto per lo scenario mondiale, vado spesso in balcone dove mia moglie ha
voluto due camelie, una dai fiori bianchi e una dai fiori rosa.
Durante
l'anno sembrano tacere, ma quando si avvicina la primavera decine di fiori
intonano un coro di perfezione armonica che ipnotizza e dimostra che il
miracolo del mondo sopravviverà a chi crede di poterlo sottomettere. La
disposizione della corolla, ordinata secondo la sequenza aurea di Fibonacci, portò i giardinieri
orientali (è in Oriente che la camelia ha origine) a ritenerlo un fiore
«progettato», come se un dio ne avesse pensato e nascosto l'architettura nel
seme.
La bellezza non ha
ragioni ma dà ragioni, non ha senso ma dà senso e risveglia i sensi,
soprattutto quando si ottundono, ci ricorda, senza forzature, che la vita è un
dono gratuito, un tesoro che a noi è chiesto di custodire e ampliare. Fissando
più volte uno di questi fiori bianchi mi sono chiesto come riesca a rinnovare
la speranza che mi serve per l'impegno quotidiano (a scuola, nei libri, a
teatro...) in questi tempi di disperazione bellica in cui le parole sembrano
inutili e servono solo a mentire e sottomettere. Deve esserci un codice della vita capace di ri-creare noi
stessi e il mondo, quando sembra che tutto sia sul baratro e l'uomo sia il
peggior nemico di se stesso. Qual è questo codice? È segreto?
Chi al mattino o al pomeriggio sorseggia un tè forse non sa che di fatto beve una camelia. La pianta da cui si ricava la bevanda è infatti la «Camellia sinensis», originaria dell’Asia orientale («sinensis» indica la Cina) dalle cui foglie, in base alla lavorazione (ossidazione, essiccazione e arrotolamento), si ottengono i diversi tipi di tè: verde (non ossidate), nero (ossidate), oolong (parzialmente ossidate), bianco (ossidazione di gemme e foglie giovani)...
Insomma la pianta del tè è della
stessa famiglia di quella che orna giardini e balconi (con la quale però non
conviene fare infusi...). La leggenda narra che mentre Shennong, dio-imperatore cinese di agricoltura e
medicina, faceva bollire dell'acqua in una pentola, il vento vi fece cadere
alcune foglie, che dorarono e profumarono l'acqua. L'infuso, amaro ma
dissetante, rinvigorì il corpo e rischiarò la mente di Shennong che ne tramandò
l'uso: erano foglie di camelia. Si tratta del mito fondativo delle
botaniche contenute nel Classico sulle radici di erbe del Contadino
Divino, un trattato scritto tra il 300 e il 200 a.C. Per questo quella del
tè è una cerimonia, un rito fisico e spirituale che ha lo scopo dei
riti: riunirci al sacro, ciò che dà fondamento alle nostre vite stabilizzando
il tempo. Ma la storia continua.
Molte delle virtù delle
piante orientali a noi occidentali sono giunte grazie a un gesuita, botanico e
farmacista di origine ceca, in missione nelle Filippine nel XVII secolo. Si
chiamava Georg Josef Kamel (1661-1706), e Linneo, inventore
del metodo di catalogazione doppia di piante e animali, in suo onore cambiò il
nome dato in origine alla pianta (Teacea, pianta del tè) in Camellia
sinensis dal cognome latino (Camellus) del gesuita. L'Unesco ne ha
celebrato i trecento anni dalla morte nel 2006 (quest'anno 320 il 2 maggio)
proprio per i suoi meriti scientifici e umani: nel 1688 aprì la prima farmacia
a Manila, dove i medicinali erano gratuiti per i poveri. Più tardi in Europa il
fiore divenne simbolo di eleganza, raffinatezza e amore romantico, grazie al
famoso romanzo del 1848 di Alexandre Dumas (figlio dell'omonimo padre e
autore del Conte di Montecristo), La signora delle Camelie, che racconta l’amore
impossibile tra la cortigiana parigina Marguerite Gautier, che indossava una
camelia bianca quando era libera e rossa se non lo era, e il giovane Armand
Duval (nome travestito dell'autore che si ispira alla vicenda personale). I due
si innamorano e vorrebbero sposarsi, ma il padre di Armand costringe Marguerite
a lasciarlo per difendere l’onore della famiglia. Il ragazzo si crede tradito,
e da qui l'appassionante e tragica storia d'amore che è anche alla base
della Traviata di Verdi.
Ma torniamo in Oriente.
Questo fiore, a differenza di altri che ci incantano, non appassisce petalo
dopo petalo, ma cade all'improvviso, per intero, come cantano molti haiku (poesie di tre versi) della
tradizione giapponese, come quello del poeta di primo Novecento Kawahigashi
Hekigotō che descrive perfettamente la fragilità di tutte le cose:
«Cadono entrambe/ una camelia rossa,/ una camelia bianca». In Giappone il nome
del fiore (tsubaki) combina il segno dell'albero e quello della
primavera, ed è infatti diventato il simbolo della fragile bellezza della vita
che, seppur soggetta al destino, mantiene eleganza, integrità e dignità anche
nel finire, come nell'etica ed estetica dei samurai. Tsubaki è anche un
raffinato nome femminile (da noi corrisponderebbe a Rosa) e un olio
tradizionale per idratare la pelle e rendere i capelli lucenti. Più la inseguo,
più la storia della pianta diventa inesauribile: la camelia non è solo
una camelia, ma un modo di guardare e fare la vita.
Un'etica descritta, già 700 anni fa, dal grande poeta e mistico persiano Rumi (il Dante mediorientale) in una poesia di cui Kader Abdolah - scrittore iraniano rifugiato in Olanda dopo essere stato perseguitato sia dal regime dello scià sia da quello di Khomeini - ha offerto una nuova traduzione nel bel recente libro Quello che cerchi sta cercando te, che sto leggendo per conoscere meglio l'Iran e che è dedicato al poeta del XIII secolo - la storia si ripete - fuggito dalla sua terra a causa del distruttore Gengis Khan: «Quando inseguo le cose che penso di volere/ i miei giorni sono un focolaio di ansia e inquietudine./ Ma quando me ne sto nel mio posto tranquillo/ ciò di cui ho bisogno viene a me in tutta calma e senza sforzo./ Ho capito che ciò che voglio, vuole me./ E che anch'esso mi cerca./ È un codice di vita,/ ma solo per chi presta ascolto a questo segreto».
La poesia,
intitolata Il codice, ha 700 anni e sembra scritta oggi,
anzi domani, perché appartiene al per sempre. Quel codice per me in questi
giorni è scritto in una sola pianta la cui bellezza e virtù hanno generato nei
secoli, con la collaborazione umana, cure, bevande, legami, riti, medicine,
storie, cosmetici, poesie... collegando uomini e donne di culture e tempi
diversi. Quando la guerra sarà finita, ancora una volta dovremo ritornare a ciò
che abbiamo sempre avuto e disprezzato.
E le camelie saranno lì,
con il loro codice secreto (con la «c», participio di secernere), il codice
della vita: custodisci e fai crescere, vivi e lotta perché gli altri
vivano.
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