A Bolzano, i Poli
educativi territoriali superano il concetto di "progetto" per
diventare infrastruttura sociale. Attraverso figure come lo Youth Worker,
scuola e centri giovanili si alleano per offrire ai ragazzi spazi di
protagonismo, cura del bene comune e percorsi contro l’emarginazione.
«Dai state un
secondo fermi, solo un attimo».
La voce che arriva
dall’altra parte del telefono è quella di Davide, 16 anni.
Sta parlando a un
gruppo di ragazzi e ragazze poco più giovani di lui, li richiama in modo
scherzoso.
Davide studia alla
Scuola Professionale CTS L. Einaudi di Bolzano, indirizzo meccanica.
Ed è «un
volontario giovani responsabile», come si definisce lui stesso, in uno dei Poli
territoriali nati all’interno del percorso più ampio, (lo abbiamo raccontato in
questo articolo “Bolzano, quando la co-progettazione crea una Terraferma per i
giovani” e in questo “Sono un “Giallone” e vi spiego perché”) finanziato
dall’Ufficio Politiche giovanili della Provincia Autonoma di Bolzano come parte
di una strategia che mira a coinvolgere ragazze e ragazzi per valorizzare il
loro potenziale di trasformazione della società.
Davide, prima di
essere una presenza fissa come giovane volontario del Polo territoriale,
infatti, quel polo l’ha frequentato. Ed è qui che «ho imparato il rispetto»,
racconta.
E per lui il
rispetto non è un concetto astratto ma «una cosa molto pratica», dice.
«Rispetto
significa imparare a parlare nel modo giusto con una persona che non conosci,
avere cura degli spazi, degli oggetti.
Saper apprezzare
le cose che, se vissute insieme, valgono tantissimo».
I ragazzi e le
ragazze agganciati grazie ai Poli Educativi Territoriali sono i futuri
“gialloni”, gli stessi che si metteranno in gioco proponendo micro-azioni sul
territorio, nella dimensione della sperimentazione.
Oggi c’è una
domanda che attraversa le politiche giovanili più lungimiranti: «Come rendere i
giovani protagonisti reali della trasformazione sociale?», dicono dall’Ufficio
Politiche giovanili della Provincia autonoma di Bolzano.
«La nuova
strategia della Provincia – “Trova il tuo spazio” – nasce proprio da qui.
Non come un
progetto isolato né come uno slogan motivazionale, ma come una vera
infrastruttura pubblica pensata per far emergere il potenziale creativo delle
ragazze e dei ragazzi, offrendo loro gli spazi, strumenti e risorse per
immaginare – e costruire – scenari di futuro alternativi a un presente sempre
più complesso.
Al centro della
strategia c’è un’idea semplice e radicale: le visioni dei giovani, soprattutto
di quelli rimasti ai margini, sono preziose.
Sono sguardi
spesso non allineati, talvolta abrasivi, quasi sempre non convenzionali.
Proprio per
questo, quando vengono messi in risonanza con altri diversi, generano
immaginari nuovi, capaci di aprire possibilità inedite.
Riconoscere questo
potenziale significa, però, ripensare profondamente il modo in cui le
istituzioni incontrano i giovani.
Non si tratta di
“includere” – termine che in latino porta con sé l’idea del chiudere dentro –
ma di creare condizioni affinché gli outsider prendano spazio e parola,
affinché possano contribuire alla vita pubblica senza dover rinunciare alla
propria unicità. In questo quadro nasce e si rafforza uno degli strumenti più
innovativi della strategia per quanto riguarda l’obiettivo di impatto
dell’accessibilità: i Poli Educativi Territoriali».
Che cos’è un polo
educativo?
I Poli Educativi
Territoriali rappresentano un nuovo modo di immaginare il percorso educativo e
le politiche giovanili come ecosistema diffuso, in cui scuola, centri giovani,
famiglie e territorio non operano più su binari paralleli ma costruiscono un’alleanza
educativa strutturata e continuativa.
Ogni Polo nasce
dall’incontro tra una scuola e un centro giovanile di prossimità che decidono
di condividere obiettivi, risorse, responsabilità e pratiche.
Ma «non usiamo la
parola progetto», dice Andrea Natale, educatore responsabile del Centro
Giovanile L’Orizzonte, partner attivo della provincia sulle iniziative che
coinvolgono i giovani.
«Perché»,
continua, «il progetto è una cosa che “tendenzialmente inizia e finisce”.
L’idea del Polo
Educativo territoriale è invece quella di una “sperimentazione che desidera
collaborare” e rimettere al centro i centri giovanili come “responsabilità di
connessione tra il fare a scuola e il fare poi nel doposcuola”.
Non si tratta di
fare attività estemporanee, ma di creare un sistema, un “modo di vivere il
quartiere” che colleghi le scuole e i centri di riferimento.
È un lavoro
costante di aggiustamento del tiro per capire le buone prassi e cosa funziona,
affinché il Polo diventi una realtà che c’è, una “realtà che mette insieme
scuole e centri giovanili di diversi territori”».
Al centro dei Poli
c’è la figura dell’operatore giovanile, ponte tra educazione formale e non
formale. Il suo ruolo non è replicare dinamiche scolastiche, ma offrire ai
giovani uno spazio fiduciario, aperto e non giudicante, dove far emergere
interessi, talenti, fragilità e desideri che spesso restano invisibili nei
contesti tradizionali.
Lo youth worker,
l’educatore come Andrea Natale, diventa così un’infrastruttura mobile del
territorio, capace di abitare e connettere contesti diversi, generando
prossimità e continuità educativa.
I Poli funzionano
come un modello educativo integrato che accompagna le ragazze e i ragazzi lungo
l’arco della giornata: al mattino, lo youth worker è presente a scuola:
intercetta, osserva, ascolta, costruisce relazioni significative, riconosce
bisogni e potenzialità; al pomeriggio, nei centri giovanili, gli stessi ragazzi
trovano uno spazio per approfondire interessi, sperimentare attività
artistiche, digitali o culturali, partecipare a percorsi di cittadinanza attiva
e costruire legami di comunità.
Con 12 Poli
Educativi Territoriali oggi attivi, il modello si sta radicando in tutta la
provincia.
I 12 Poli sono
nati da un processo di coprogettazione che ha visto coinvolti i dirigenti e gli
operatori giovanili: insieme hanno definito obiettivi condivisi.
Dopo una prima
sperimentazione di tre Poli nella primavera 2025, da settembre 2025 la rete è
entrata a regime, coinvolgendo: 12 centri giovanili e 17 istituti scolastici
tra elementari, medie e superiori.
Ciò che nasce
dentro la scuola può proseguire nel centro giovani, e viceversa, senza
soluzione di continuità.
Il sistema quindi
garantisce a tutti l’accesso ad attività extrascolastiche di qualità e uno
spazio educativo diffuso – che non finisce al suono della campanella.
L’operatore socio-culturale – così viene definita la figura educativa del Pet –
abita i corridoi, i bagni, gli interstizi della scuola così come i momenti di
pausa.
È lì che incontra
e aggancia ragazzi e ragazze, spesso attraverso proposte a bassa soglia,
coinvolgendoli poi affinché nel pomeriggio possano raggiungere il centro
giovani di prossimità e co-creare insieme le attività.
«Nel concreto»,
continua Natale, «è a scuola che c’è “l’aggancio”, durante la “pausa attiva”:
uno spazio dedicato e aperto per due ore e mezza tra le lezioni del mattino e
del pomeriggio, dove i ragazzi possono incontrare gli educatori.
Non è un tempo
vuoto, ma uno spazio dove i ragazzi possono “svagarsi e aggregare” attraverso
attività progettate insieme o spontanee».
Natale sottolinea
l’importanza della “cura dello spazio comune”: «Dire a un ragazzo che quella
sala è un luogo che lui abita e di cui può prendersi cura perché “sei capace” e
perché “renderlo bello insieme è un valore per gli altri e per te” ha un valore
incredibile.
Si punta tutto
sulle risorse dei ragazzi.
Natale racconta
con orgoglio la storia di quel ragazzo di seconda superiore, un po’ agitato e
che non riusciva a mantenere l’attenzione, che attraverso la pausa attiva ha
iniziato a frequentare il centro, portandosi dietro anche il cugino. «Questo
ragazzo», racconta Natale, «si è reso protagonista della festa di Natale
recitando una piccola commedia… su un palco, in una situazione dove si è dovuto
esporre molto, mostrando un desiderio incredibile di esserci e di sentire quei
rapporti come interessanti per lui».
Il senso del Polo
territoriale sta proprio qui: un ragazzo che oggi definiremmo “un po’ fragile”,
grazie alla relazione di significato costruita con l’operatore ha cominciato a
frequentare il centro e ora sta diventando un “giallone”.
Durante le pause
attive i giovani e le giovani si dedicano ad attività ludico-sportive e
interagiscono direttamente con gli Youth Worker.
Molti ragazzi
scelgono di aggregarsi attraverso giochi di società e collaborativi, utili a
migliorare la socialità e l’inclusione, oppure si avvicinano a brevi esperienze
di media education provando strumenti digitali e creativi portati dagli
esperti.
Infine, la pausa
viene utilizzata come un momento di orientamento informale, dove gli studenti
possono ricevere supporto o informazioni su percorsi specifici pensati per chi
attraversa momenti di difficoltà scolastica.
Ed è durante
questi momenti che i ragazzi e le ragazze scelgono di lavorare insieme anche
all’organizzazione di iniziative di cui beneficerà tutto il quartiere, com’è
successo per l’allestimento della festa di carnevale di OItrisarco – Aslago.
«I ragazzi»,
chiosa Natale, «oggi sono “sfiduciati del mondo dell’adulto”, visti come figure
legate solo al profitto o all’interesse personale.
Il compito dello
Youth Worker è proprio quello di rimettersi in discussione come “adulti
educanti” per ridare ai giovani un “orizzonte di possibilità di incontro con
adulti positivi”.
Lo Youth Worker
non è un animatore che fa solo divertire, ma un educatore con una specificità
sul mondo giovanile che interviene sulle “dinamiche relazionali” e sui bisogni
profondi.
Il Polo è un
tentativo di colmare quel buco incolmabile che si crea quando non si insegna ai
teenager “la possibilità del dialogo con tutti” o il valore del perdono.
Entrare nella
scuola con un compito puramente educativo, e non didattico, permette di mettere
da parte le nozioni per intervenire su tutto il resto: le risorse della
persona, i bisogni della persona e le dinamiche relazionali».
Grazie al Polo il
centro giovani diventa un terzo luogo educativo tra casa e scuola, entra nella
geografia affettiva del ragazzo.
È uno strumento di
accessibilità e approfondimento.
Accessibilità
perché aggancia potenzialmente tutti i ragazzi a scuola, approfondimento perché
nel centro giovani i ragazzi stessi possono co-costruire delle attività – di
cui spesso hanno avuto un “assaggio” a scuola.
I Pet, per loro
natura sono un’infrastruttura rivolta a tutte e tutti i ragazzi – in
particolare a coloro che restano più invisibili: timidi, riservati, vittime di
bullismo che spesso non attirano attenzione. L’orizzonte di riferimento è
quello della mixité.
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