delle Palme
Passione di nostro
Signore Gesù Cristo secondo Matteo
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai
capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E
quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava
l'occasione propizia per consegnare Gesù (...). Mt 26,14 – 27,66
Commento di p. Ermes Ronchi
Entriamo nella santa
Settimana, nei giorni supremi della storia e della fede. Qui la liturgia
rallenta, ci accompagna con calma, quasi ora per ora, negli ultimi giorni di
Gesù: dall’entrata in Gerusalemme fino alla corsa di Maria di Magdala al
mattino di Pasqua, quando anche la pietra si veste di angeli e di luce.
La cosa più bella da fare
in questi giorni è stare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite
croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso. I cristiani stanno vicino a
Dio nella sua sofferenza (D. Bonhoeffer).
Gesù entra nella morte e
sale sulla croce per essere con me e come me. Essere in croce è ciò che Dio,
nel suo amore, deve all’uomo crocifisso. Perché l’amore conosce molti doveri,
ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per
poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte. La croce è l’abisso dove un amore
eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.
Io cercatore trovo qui la
vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione
di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e
di farvi entrare il respiro del mattino.
Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato una falsa idea di Dio. L’amore scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna.
Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento.
Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, come il
centurione, come il ladro buono, che nella Croce sta la suprema attrazione di
Dio.
Salva te stesso, scendi
dalla croce, allora crederemo. Qualsiasi uomo, potendolo, scenderebbe dalla
croce. Gesù, no. Non scende perché i suoi figli non lo possono fare. L’ha
capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: Costui era figlio
di Dio.
Che cosa l’ha
conquistato? Che cosa ha visto? L’uomo di guerra ha visto il capovolgimento del
mondo, di un mondo dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più
armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, del suo disarmato
amore; che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di
servire non di asservire. Ha visto sulla collina un altro modo di essere
uomini. Come quell’uomo esperto di morte, anche noi, disorientati e
affascinati, sentiamo che nella Croce c’è attrazione, e seduzione e bellezza e
vita. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme
sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per
morire d’amore.
Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo.
La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo.
E a Pasqua il Risorto mi assicura che un
amore così non può andare perduto.
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