Nessuno di noi ha creato la vita che ha, e questo comporta due modi di starci dentro: la paura di essere fondati sul nulla e quindi la volontà di impadronirsene (e tre sono le “P” che danno l'illusione di questo infinito: piacere, possesso, potere), oppure la gratitudine di averla ricevuta e quindi la volontà di restituire il dono (i talenti )- di Alessandro D’Avenia
In un tema dato ai miei
studenti, ispirato al racconto di Platone secondo cui le anime scelgono il
proprio destino prima di dimenticare tutto e incarnarsi, ho chiesto loro di
immaginare di entrare in un negozio misterioso, dall'insegna “Vite possibili”, ingombro di oggetti di tutti i
tipi, a ciascuno dei quali corrisponde una vita: pazza, imprevedibile,
tranquilla, appassionata, rischiosa...
Avrebbero
potuto scegliere un oggetto e provare per qualche minuto quella vita. Mi sono
divertito a leggere i loro sogni di futuro incastonati in un simbolo. Uno di
loro racconta di aver scelto una riproduzione di Guernica di Picasso ed essersi prima ritrovato
a vedere e sentire il dolore che la guerra provoca agli innocenti, e poi di
aver incontrato una donna con un bambino in braccio, ignara di che cosa
significhi la parola guerra, perché in quella “vita possibile” la guerra non
esiste. È solo l'utopia di un quattordicenne bombardato dalla cronaca di un
mondo in fiamme a causa dei suoi leader, e di fronte al quale si sente
impotente come molti di noi? Mi è allora venuto in mente il libro che darò loro
a breve nel percorso di letture alla scoperta dell'adolescenza: “Il Signore delle Mosche” (1954) del premio Nobel
inglese William Golding (trasposto di recente in una
bella quanto angosciante serie dallo stesso autore della miniserie Adolescence),
che narra l'origine di ogni guerra, micro e macro.
«Prima della Seconda guerra mondiale credevo nella
perfettibilità dell’uomo in società; che una corretta struttura sociale avrebbe
prodotto buone intenzioni; e che quindi una sua riorganizzazione avrebbe potuto
eliminare tutti i mali della società. Forse oggi credo di nuovo in qualcosa di
simile, ma dopo la guerra non ci riuscivo più. Avevo scoperto ciò che un uomo
può fare a un altro uomo... azioni compiute, con grande abilità e freddezza,
non da cacciatori di teste o da una tribù primitiva, ma da uomini istruiti,
dottori, avvocati, da persone con una tradizione di civiltà alle spalle, a
esseri umani come loro... Chiunque sia vissuto in quegli anni senza capire che
l’uomo produce il male come l’ape produce il miele è cieco o pazzo... Allora
credevo che l’uomo fosse malato, non parlo dell’anomalia, dell’eccezione, bensì
dell’uomo comune. Ritenevo che l’umanità fosse affetta da una malattia morale,
e che il meglio che potessi fare fosse identificare il collegamento tra la sua
natura malata e il caos internazionale in cui si era cacciata», parole adatte
alla situazione attuale e che Golding scriveva negli anni '60 in un saggio
divenuto la postfazione al romanzo, riferendosi agli orrori della guerra
vissuta in prima persona, per spiegare le circostanze del capolavoro il cui
titolo gli fu suggerito dal poeta T.S.Eliot, perché “Signore delle Mosche”
(Baal Zebub, da cui Belzebù) è il nome biblico di Satana.
Il libro narra la storia
di un gruppo di preadolescenti di una scuola maschile inglese che, precipitati
su un'isola paradisiaca del Pacifico dopo un incidente aereo al quale non
scampa nessun adulto, devono organizzarsi per sopravvivere. Gli esiti sono sconvolgenti.
Golding, maestro elementare, si era ispirato a un episodio scolastico: aveva
diviso la classe in due gruppi per farli dibattere su un argomento ed era
uscito dall'aula. In sua assenza i ragazzini invece di dibattere avevano
cominciato a combattere... “Il Signore delle Mosche” uscì nel 1954, lo stesso
anno in cui in Inghilterra fu dato alle stampe un titolo simile: “Il Signore degli Anelli” di J.R.R.Tolkien. Elaboravano entrambi il dramma della
guerra e la stessa domanda: da dove viene la guerra? Dal potere. E il potere?
Per i due scrittori, con accenti molto diversi, il male viene dalla condizione
umana: gli animali non fanno la guerra. Perché noi sì? Non ci siamo dati la
vita da soli ma l'abbiamo ricevuta, e quindi radicale in noi non è la malvagità
né la bontà, ma la precarietà. Il sapere di non essere all'origine della vita
ci rende affamati di pienezza: non lottiamo per la sopravvivenza della specie (logica
vorrebbe infatti non fare guerre potenzialmente fatali per la specie), ma per
sentirci potenti: Signori. Una condizione che, credenti o no, la Genesi narra nel racconto di Adamo ed Eva, che rappresentano l'Umanità e l'Umano
di fronte alla vita. Mangiare dell'Albero della conoscenza del bene e del male (il
desiderio di pienezza totale, autonoma e definitiva) è diventare Dio, essere
l'origine della propria vita: il divieto di mangiarne non è una puerile
negazione della marmellata nascosta in alto ma segna, in un'immagine, la
distinzione creatore-creatura, valicabile solo a gran prezzo: ritrovarsi “nudi”
di fronte alla verità. La teologia cristiana definisce questo tentativo “peccato originale” (il serpente dice “Se mangerete
dell'albero diventerete come Dio”), che è in realtà una “impotenza originaria”,
cioè la condizione di ogni uomo, che deve scegliere se accettarsi creatura o
farsi creatore.
Nessuno di noi ha creato
la vita che ha, e questo comporta due modi di starci dentro: la paura di essere
fondati sul nulla e quindi la volontà di impadronirsene (e tre sono le “P” che
danno l'illusione di questo infinito: piacere, possesso, potere), oppure la
gratitudine di averla ricevuta e quindi la volontà di restituire il dono (i
talenti di cui narravo la scorsa settimana). “In Adamo ed Eva c'eravamo anche
noi” mi sentivo dire al catechismo, ma non mi convinceva perché io non c'ero,
poi capii che significava “sei come loro”, partecipi al dramma umano:
impadronirsi della vita o trasmetterla? Qui è il discrimine, a ogni livello,
tra male e bene: il primo è l'esito della paura, “non hai la vita, prenditela”
(il frutto dell'albero); il secondo viene dalla riconoscenza, “ringrazia di
averla ricevuta, passala” (gli alberi del racconto sono due, l'altro è l'Albero
della Vita, a cui l'uomo ha invece libero accesso: la vita è
gratuita).
In questi giorni
pre-pasquali viene ripetuto che Cristo “libera l'uomo dal peccato”. Che vuol
dire? Non che lo rende impeccabile, ma che gli rende visibile (egli si dice “il
Figlio”) e amabile (“Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in
abbondanza”) la condizione umana: sei figlio, creatura che ha ricevuto la vita,
allora vivi e lotta perché gli altri vivano. “Togliere il peccato” significa
quindi prima spezzare l'illusione di poter uscire dalla condizione creaturale
eliminando la precarietà radicale che ci terrorizza (a questo erano già arrivati
i Greci con la hybris, l'eccesso di chi nega la propria condizione mortale), e
poi restituire le energie creative sprecate a impadronirsi della vita (il transumanesimo tecnologico, gli abusi sui bambini,
le spropositate ricchezze economiche di pochi e a scapito del creato sono la
versione attuale delle tre “P” e di questa pretesa), e impegnarle per crescere,
creare, fiorire, a beneficio di tutti.
Nei libri di Golding e
Tolkien fa il male chi dimentica o nega la sua mancanza radicale, non si
riconosce dato alla vita, “figlio”, e vuole darsi la vita da solo, essere
“signore”, ma, non avendo l'energia di un creatore, per sentirsi tale sottrae
la vita agli altri e al mondo. Per questo abbiamo inventato il diritto, limite
agli eccessi di potere e custodia della libertà personale. Quelli che sembrano
libri di avventura per ragazzi sono scomode descrizioni dell'uomo bellico: non
verrà il mondo in cui il male e quindi la guerra saranno eliminati del tutto,
perché non ci affrancheremo mai dalla nostra condizione di creature, condizione
che comporta il dramma della scelta tra la via della paura e quella della
riconoscenza, tra male e bene, tra il potere (sostantivo) sulla vita e il
potere (verbo) dare la vita.
Signori o figli? Quello
che possiamo fare è educare a riconoscere e amare la nostra condizione fragile,
cosa che porta alla cura del mondo e degli altri, e conviene alla specie e al
singolo.
E poi unirsi per non permettere ai Signori delle mosche o degli anelli
di intimorirci e sottometterci.
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