in 200mila a rischio ritiro
sociale”
I dati della nuova
ricerca Iprs
svelano una geografia del disagio inaspettata: le grandi città sono più a
rischio delle aree interne e le ragazze risultano le più colpite. L'epicentro
di questa sofferenza, a sorpresa, è il rendimento tra i banchi: l'ansia per lo
status intellettivo supera persino le paure legate all'aspetto fisico e
all'approvazione sociale.
Il presidente Raffaele
Bracalenti avverte: «È un allarme, ma la maggioranza dei giovani sogna un
mondo fatto di corpi e non virtuali».
«Nessuno pensava che
anche qui da noi si potesse ricalcare l’esperienza giapponese degli hikikomori
in questo modo, invece il ritiro sociale degli adolescenti si sta presentando
con un’intensità crescente».
Non ha paura di usare la
parola «allarme» Raffaele Bracalenti, psicoanalista e presidente dell’Istituto
psicoanalitico per le ricerche sociali – Iprs, commentando la ricerca nazionale
“Dialoghi adolescenziali aree interne”, presentata oggi alla
Camera e da cui emerge un quadro preoccupante.
La ricerca ha coinvolto
un campione di oltre 900 adolescenti tra i 12 e i 18 anni in cinque regioni
(Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Sicilia), con un confronto tra i
residenti nelle aree metropolitane e quelli nelle aree interne.
Rispetto al campione
normativo – un’indagine del 2023 della Società italiana di neuropsichiatria
dell’infanzia e dell’adolescenza – la percentuale di ragazzi in condizione di
ritiro sociale grave è quasi raddoppiata, passando dal 3,2% al 5,7%.
Proiettando questi dati
sulla popolazione nazionale 13-18 anni, si stimano circa 200mila ragazzi in
ritiro sociale grave, i cui sintomi comprendono isolamento quasi totale, fatica
ad andare a scuola, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e
autolesivi, uso di internet come sostitutivo della vita reale, forte ansia
sociale e fobie legate all’uscire di casa o al contatto con gli altri.
Chi, invece, presenta una
sintomatologia meno grave ma comunque di rilievo clinico rispetto ad ansia,
panico e disagio è passata dal 13,5 al 15,9%.
In questo insieme, emerge
un’importante differenza legata al genere.
Le femmine, infatti, sono
più esposte al rischio di ritiro sociale: quasi una su dieci (9,1%) presenta un
quadro clinico grave contro l’appena 2,8% dei coetanei maschi.
Tra le adolescenti della
fascia 13-15 anni, il dato schizza addirittura al 13,3%.
Il divario si amplia, tra
l’altro, incrociando il genere con il background socioeconomico.
Considerando il livello
di istruzione dei genitori come indicatore plausibile delle risorse materiali e
culturali della famiglia, nelle famiglie con un titolo di studio basso
l’incidenza del rischio di ritiro sociale grave arriva al 10,6%, più del doppio
rispetto a chi ha i genitori laureati (4,2%). Per le ragazze che crescono in
contesti di disagio, il dato balza al 16%.
«È uno dei dati che ci ha
colpito di più e su cui lavoreremo in futuro, ma per ora non sappiamo
spiegarcelo», dice a VITA
Bracalenti.
L’altro aspetto che più
colpisce sono le ragioni che si nascondono dietro a queste difficoltà.
La felicità
«Siamo portati a pensare
che le aree di maggiore sofferenza psicologica siano la felicità.
l’approvazione sociale, l’aspetto fisico. Invece, la questione che più di tutte
è indicata come causa di sofferenza riguarda lo status intellettivo e
scolastico».
Così, da luogo dove le
differenze dovrebbero appianarsi, la scuola diventa un contesto dove si
concentrano sentimenti di inadeguatezza, fallimento ed esclusione.
Rispetto agli anni
Novanta, sottolinea Bracalenti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito in
maniera consistente, eppure non sempre questo può essere considerato un
risultato positivo.
La scuola
«I ragazzi rimangono di
più a scuola, ma dobbiamo capire come lo fanno, con quale sensazione», dice.
«Se rimangono in un contesto che per loro risulta traumatizzante, standoci
magari più tempo del dovuto, si fa fatica poi ad aiutarli a trovare altre modalità
per migliorare la propria percezione di sé». In più, aggiunge il presidente
dell’Iprs, si parla sempre di più di scuola del merito, ma ci si dimentica che
nella scuola dell’obbligo ci deve poter stare anche chi ha una “performance”
meno profittevoli. Spingendo sul fatto del merito, invece, si va in direzione
opposta all’idea di scuola universale, aumentando così difficoltà e sensazioni
di inadeguatezza dei ragazzi.
Il ritiro sociale
Dalla ricerca emerge
anche una “geografia del ritiro sociale” precisa: nelle città c’è più rischio.
Chi vive nelle aree interne è meno esposto al rischio di ritiro sociale grave
rispetto a chi invece abita nelle aree metropolitane (4,4% contro 7%).
«Probabilmente», riflette
Bracalenti, «è proprio perché nelle aree interne c’è la consapevolezza di uno
svantaggio di partenza che spinge i genitori, che sanno che i figli
difficilmente resteranno lì, a coagularsi attorno ai loro progetti di vita».
Questa “funzione
protettiva” dà una maggiore stabilità ai ragazzi che vivono nelle aree interne,
ma anche loro, come i propri coetanei, immaginano e desiderano la vita in
città.
«Quello che mi colpisce è
che questi giovani sognano un mondo molto antropizzato.
C’è un lungo parlare
riguardo alla virtualità che starebbe prendendo il sopravvento sulla
concretezza dei corpi, ma dalla nostra ricerca emerge una grande esigenza di
fisicità. Il virtuale non soddisfa, i ragazzi sognano di uscire a mangiare il
sushi, non di ordinarlo a casa», sottolinea lo psicoanalista.
Rimane aperta, però, la
questione su come intercettare un disagio silenzioso in una fase della vita in
cui, solitamente, questo disagio esplode nella conflittualità.
«Prima di essere
pervasivo, il ritiro sociale ha delle forme più larvate che si manifestano
soprattutto in difficoltà relazionali e scolastiche.
E proprio la scuola
dovrebbe riuscire a riconoscere le fatiche dei ragazzi e cercare di intervenire
con una funzione di ascolto», spiega Bracalenti.
I genitori
Ma non basta: serve più
consapevolezza da parte dei genitori.
«Oggi si fa tanta ironia
rispetto alle nuove generazioni a cui si dà sempre ragione e, di contro, sta
tornando la narrativa del dare una pedata e dire “vai a studiare”.
A noi, tutto questo
sembra sciocco, perché la fatica di questi ragazzi non si risolve così.
Per fortuna», conclude il
presidente dell’Iprs, «da una trentina d’anni i miei colleghi ripetono ai
genitori che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo e che serve
farsi aiutare dagli specialisti invece che sottostimare la sofferenza provocata
dalle fatiche che sostengono i ragazzi.
Su questo, ormai si è
diffusa la tendenza a ricorre all’intervento specialistico per capire da dove
proviene il disagio.
Poi certo, la diagnosi
specialistica deve essere usata bene: deve essere un’opportunità di intervento
migliorativo, non un motivo di ulteriore discriminazione e marginalizzazione».
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