sabato 14 marzo 2026

ADOLESCENTI, IL RITIRO SOCIALE

 


“Il silenzio degli adolescenti: 

in 200mila a rischio ritiro sociale”



I dati della nuova ricerca Iprs svelano una geografia del disagio inaspettata: le grandi città sono più a rischio delle aree interne e le ragazze risultano le più colpite. L'epicentro di questa sofferenza, a sorpresa, è il rendimento tra i banchi: l'ansia per lo status intellettivo supera persino le paure legate all'aspetto fisico e all'approvazione sociale.

Il presidente Raffaele Bracalenti avverte: «È un allarme, ma la maggioranza dei giovani sogna un mondo fatto di corpi e non virtuali».

«Nessuno pensava che anche qui da noi si potesse ricalcare l’esperienza giapponese degli hikikomori in questo modo, invece il ritiro sociale degli adolescenti si sta presentando con un’intensità crescente».

Non ha paura di usare la parola «allarme» Raffaele Bracalenti, psicoanalista e presidente dell’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali – Iprs, commentando la ricerca nazionale “Dialoghi adolescenziali aree interne”, presentata oggi alla Camera e da cui emerge un quadro preoccupante.

La ricerca ha coinvolto un campione di oltre 900 adolescenti tra i 12 e i 18 anni in cinque regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Sicilia), con un confronto tra i residenti nelle aree metropolitane e quelli nelle aree interne.

Rispetto al campione normativo – un’indagine del 2023 della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza – la percentuale di ragazzi in condizione di ritiro sociale grave è quasi raddoppiata, passando dal 3,2% al 5,7%.

Proiettando questi dati sulla popolazione nazionale 13-18 anni, si stimano circa 200mila ragazzi in ritiro sociale grave, i cui sintomi comprendono isolamento quasi totale, fatica ad andare a scuola, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e autolesivi, uso di internet come sostitutivo della vita reale, forte ansia sociale e fobie legate all’uscire di casa o al contatto con gli altri.

Chi, invece, presenta una sintomatologia meno grave ma comunque di rilievo clinico rispetto ad ansia, panico e disagio è passata dal 13,5 al 15,9%.

In questo insieme, emerge un’importante differenza legata al genere.

Le femmine, infatti, sono più esposte al rischio di ritiro sociale: quasi una su dieci (9,1%) presenta un quadro clinico grave contro l’appena 2,8% dei coetanei maschi.

Tra le adolescenti della fascia 13-15 anni, il dato schizza addirittura al 13,3%.

Il divario si amplia, tra l’altro, incrociando il genere con il background socioeconomico.

Considerando il livello di istruzione dei genitori come indicatore plausibile delle risorse materiali e culturali della famiglia, nelle famiglie con un titolo di studio basso l’incidenza del rischio di ritiro sociale grave arriva al 10,6%, più del doppio rispetto a chi ha i genitori laureati (4,2%). Per le ragazze che crescono in contesti di disagio, il dato balza al 16%.

«È uno dei dati che ci ha colpito di più e su cui lavoreremo in futuro, ma per ora non sappiamo spiegarcelo», dice a VITA Bracalenti.

L’altro aspetto che più colpisce sono le ragioni che si nascondono dietro a queste difficoltà.

La felicità

«Siamo portati a pensare che le aree di maggiore sofferenza psicologica siano la felicità. l’approvazione sociale, l’aspetto fisico. Invece, la questione che più di tutte è indicata come causa di sofferenza riguarda lo status intellettivo e scolastico».

Così, da luogo dove le differenze dovrebbero appianarsi, la scuola diventa un contesto dove si concentrano sentimenti di inadeguatezza, fallimento ed esclusione.

Rispetto agli anni Novanta, sottolinea Bracalenti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito in maniera consistente, eppure non sempre questo può essere considerato un risultato positivo.

La scuola

«I ragazzi rimangono di più a scuola, ma dobbiamo capire come lo fanno, con quale sensazione», dice. «Se rimangono in un contesto che per loro risulta traumatizzante, standoci magari più tempo del dovuto, si fa fatica poi ad aiutarli a trovare altre modalità per migliorare la propria percezione di sé». In più, aggiunge il presidente dell’Iprs, si parla sempre di più di scuola del merito, ma ci si dimentica che nella scuola dell’obbligo ci deve poter stare anche chi ha una “performance” meno profittevoli. Spingendo sul fatto del merito, invece, si va in direzione opposta all’idea di scuola universale, aumentando così difficoltà e sensazioni di inadeguatezza dei ragazzi.

Il ritiro sociale

Dalla ricerca emerge anche una “geografia del ritiro sociale” precisa: nelle città c’è più rischio. Chi vive nelle aree interne è meno esposto al rischio di ritiro sociale grave rispetto a chi invece abita nelle aree metropolitane (4,4% contro 7%).

«Probabilmente», riflette Bracalenti, «è proprio perché nelle aree interne c’è la consapevolezza di uno svantaggio di partenza che spinge i genitori, che sanno che i figli difficilmente resteranno lì, a coagularsi attorno ai loro progetti di vita».

Questa “funzione protettiva” dà una maggiore stabilità ai ragazzi che vivono nelle aree interne, ma anche loro, come i propri coetanei, immaginano e desiderano la vita in città.

«Quello che mi colpisce è che questi giovani sognano un mondo molto antropizzato.

C’è un lungo parlare riguardo alla virtualità che starebbe prendendo il sopravvento sulla concretezza dei corpi, ma dalla nostra ricerca emerge una grande esigenza di fisicità. Il virtuale non soddisfa, i ragazzi sognano di uscire a mangiare il sushi, non di ordinarlo a casa», sottolinea lo psicoanalista.

Rimane aperta, però, la questione su come intercettare un disagio silenzioso in una fase della vita in cui, solitamente, questo disagio esplode nella conflittualità.

«Prima di essere pervasivo, il ritiro sociale ha delle forme più larvate che si manifestano soprattutto in difficoltà relazionali e scolastiche.

E proprio la scuola dovrebbe riuscire a riconoscere le fatiche dei ragazzi e cercare di intervenire con una funzione di ascolto», spiega Bracalenti.

I genitori

Ma non basta: serve più consapevolezza da parte dei genitori.

«Oggi si fa tanta ironia rispetto alle nuove generazioni a cui si dà sempre ragione e, di contro, sta tornando la narrativa del dare una pedata e dire “vai a studiare”.

A noi, tutto questo sembra sciocco, perché la fatica di questi ragazzi non si risolve così.

Per fortuna», conclude il presidente dell’Iprs, «da una trentina d’anni i miei colleghi ripetono ai genitori che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo e che serve farsi aiutare dagli specialisti invece che sottostimare la sofferenza provocata dalle fatiche che sostengono i ragazzi.

Su questo, ormai si è diffusa la tendenza a ricorre all’intervento specialistico per capire da dove proviene il disagio.

Poi certo, la diagnosi specialistica deve essere usata bene: deve essere un’opportunità di intervento migliorativo, non un motivo di ulteriore discriminazione e marginalizzazione».

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