sabato 28 marzo 2026

I RAGAZZI DEL NO


 Che cosa chiedono 

i ragazzi 

che hanno votato No



-di Giuseppe Savagnone 

Dalle parole ai fatti

Del significato del referendum sulla giustizia si sono date, “a caldo”, interpretazioni nettamente contrastanti. La premier Meloni ha espresso il suo «rammarico» per «un’occasione persa di modernizzare l’Italia», sottolineando però, come del resto aveva fatto fin dall’inizio della campagna referendaria, l’irrilevanza dell’esito della consultazione sulle sorti del governo. Sulla stessa linea Maurizio Lupi, segretario di Noi moderati: «Ha vinto la conservazione, ma questo risultato non avrà conseguenze sul governo». Meno ottimista qualche giornale di destra,  come per esempio «Il Foglio», che ha titolato: «Così la vittoria del No apre le porte al governo delle toghe».

Di opposto avviso la segretaria del PD, Elly Schlein, secondo cui «una maggioranza del Paese ha fermato una riforma sbagliata» e da questa consultazione referendaria «arriva un messaggio politico chiaro a Meloni e al governo». Ancora più esplicito il segretario dei 5stelle, Antonio Conte, Conte: « È un avviso di sfratto al governo».

Abbastanza diversa da quella dei leader dell’opposizione l’interpretazione di Rosy Bindi, del comitato Società civile per il No, che ha convenuto con loro sul valore politico del voto popolare, ma non  lo ha collegato alla dialettica tra i partiti di governo e quelli di opposizione – «Non chiederemo mai le dimissioni di nessuno», ha detto –  ma al rispetto della Costituzione: «Il risultato è per la Costituzione. Noi abbiamo fatto una campagna nel merito per difendere l’integrità della Carta costituzionale».

Su questo confronto verbale sono piombate però, come un uragano, le inaspettate decisioni della presidente del Consiglio che, – smentendo clamorosamente la linea da lei stessa additata, e seguita fino ad allora da tutta la destra – ha preso atto del significato politico della consultazione referendaria, costringendo alle dimissioni la capo-gabinetto del ministero della Giustizia, Giusy Bartolozzi – malgrado la strenua resistenza dello stesso ministro Nordio – e il sottosegretario dello stesso ministero, Andrea Delmastro, a cui pure la legava una lunga storia di fedele servizio, e chiedendo, infine,  pubblicamente, quelle della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, la quale alla fine ha dovuto cedere, sia pure senza nascondere la sua riluttanza e la sua rabbia. Ma Meloni è stata inflessibile: «Da oggi non copro più nessuno, chi sbaglia paga»

Un vero e proprio terremoto politico, completato dal passo indietro – anche questa non precisamente spontaneo, malgrado le dichiarazioni dell’interessato  –  del capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri, questa volta su pressioni di un’altra donna (e si dice che il potere è nelle mani degli uomini…), Marina Berlusconi, che ha voluto al suo posto Stefania Craxi.

Legittime perplessità

Presi in contropiede, i rappresentanti della maggioranza e i quotidiani di destra hanno dovuto “ricalcolare” il loro percorso, salutando questa svolta con un coro di festeggiamenti per la capacità di “Giorgia” di eliminare le mele marce e di  inaugurare una nuova e felice  fase della vita del governo.

Senza però riuscire del tutto a coprire le domande che il comportamento della premier ha sollevato anche tra i suoi. Perché quella che voleva apparire una prova di forza si presta ad essere letta, piuttosto, come un segno di debolezza. Cacciare su due piedi ben tre importanti personaggi del governo (la Bartolozzi era in realtà la vera anima del ministero della Giustizia) è apparso a molti una scelta dettata dal panico, più che dalla fermezza.

Peggio ancora, un’involontaria ammissione di avere finora «coperto» personaggi indecenti e di essere ora costretta, proprio dall’esito referendario, a rinunciare a questo compromesso, che invece probabilmente si sarebbe perpetuato in caso di vittoria del Sì. Una conferma, insomma, che la battaglia sostenuta fino ad allora non era per garantire maggiore giustizia, ma per bloccare le inchieste sulle stanze del potere. Come del resto testimoniano le resistenze disperate dei “licenziati”, consapevoli di dover fare i conti con la legge senza più lo scudo della loro posizione privilegiata, al pari di tutti gli altri cittadini.

Senza dire, infine, che, se lo slogan “chi sbaglia paga” enunciato da Meloni dovesse essere davvero applicato, la prima a doversi dimettere, dopo questa dura sconfitta, dovrebbe essere proprio lei, la cui “discesa in campo”, una settimana prima del voto, è apparsa caratterizzata da toni “sopra le righe” e controproducenti  nei confronti dei giudici – come quando ha dichiarato che una eventuale vittoria del No avrebbe dato il via libera a «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», fino ad arrivare a «figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco» (quando, all’indomani del referendum, La Russa ha dovuto dire, ricevendo i Trevallion, di non avere critiche da fare ai giudici).

Quanto alla sostituzione di Gasparri, è inevitabile chiedersi se sia normale che una potente imprenditrice privata possa decidere chi deve guidare il gruppo parlamentare di un partito su cui si regge la maggioranza di governo del nostro paese e cambiarlo da un giorno all’altro.

Intanto i partiti di opposizione, ringalluzziti dall’imprevisto trionfo del No – per cui in realtà all’inizio si erano spesi ben poco, timorosi di rimanere bruciati dal probabile insuccesso – hanno cominciato a discutere della prospettiva di indire primarie in vista della scelta di un leader unico nelle prossime elezioni politiche. Ma anche qui non mancano le perplessità. Perché già si vedono riaffiorare gli eterni giochi di potere tra le due principali componenti dell’eventuale “campo largo”, il PD e i 5stelle, ognuno, come sempre, più preoccupato di mantenere e accrescere il proprio peso politico che non di collaborare lealmente ad un progetto comune.

Il vero significato del referendum

Forse per capire il vero significato di questo referendum bisogna lasciare i palazzi del potere e ripartire dal dato di una partecipazione popolare senza precedenti. Circa il 59% degli aventi diritto è andato a votare, una percentuale vicina a quella delle elezioni politiche del 2022, che è stata del 631% e superiore di quasi dieci punti a quella delle elezioni europee del 2024, che è stata del 49,68%. Erano dieci anni che in Italia un referendum costituzionale non raggiungeva questo risultato.

È questo movimento dal basso che ha dato la sua netta preferenza al No, con quasi il 54%. E le analisi del voto rivelano che il picco più alto di questa partecipazione si è avuto nella generazione Z, quella dai 18 ai 28 anni, che ha registrato il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No.

Se si poi si guarda alle condizioni culturali ed economiche, si scopre che  il No ha prevalso negli ambienti più istruiti. Tra i laureati è arrivato a oltre i due terzi. Il Sì ha prevalso, invece, tra chi ha solo la licenza elementare e tra le casalinghe, mentre gli operai si sono divisi quasi equamente tra le due opzioni.

Per chi ha seguito sul campo l’andamento della campagna referendaria, questi dati non sono una sorpresa. I sostenitori del No, fin dall’indizione del referendum, spinti anche dalla brevità dei tempi, si sono mobilitati in modo capillare sul territorio promuovendo una enorme quantità di dibattitti, conferenze, manifestazioni pubbliche, che hanno coinvolto moltissime persone.

Fondamentale è stato, per questa effervescenza di iniziative, il coordinamento da parte dei comitati per il No, i più importanti dei quali sono stati quello della “Via maestra”, costituitosi sotto la spinta della società civile, e quello nato per iniziativa dell’Associazione nazionale magistrati, ma anche altri creatisi spontaneamente, come  quello “Alcide De Gasperi e Aldo Moro per il No”.

Sono stati loro, assai più che i partiti, a sollecitare l’attenzione della gente, e soprattutto dei giovani, su un problema che a prima vista si presentava, per il suo carattere estremamente tecnico, ben poco interessante e riservato a una ristretta cerchia di giuristi.

Soprattutto ai comitati per il No si deve se tanti hanno scoperto che il testo acquistava il suo significato, tutt’altro che puramente tecnico, nel contesto di una battaglia condotta per salvaguardare il cuore della nostra Costituzione, la divisione dei poteri, e consentire a quello giudiziario di continuare a tutelare, contro le pretese della maggioranza al governo, i diritti umani degli immigrati e di tutti i cittadini.

La campagna per il referendum ha così assunto quella stessa dimensione etica che avevano  avuto le grandi manifestazioni in cui, tra la fine settembre e i primi di ottobre, sono state coinvolte, in più di ottanta città italiane, centinaia di migliaia di persone di ogni età, sesso, condizione sociale per protestare contro  l’indifferenza del nostro governo, ostinatamente  filo-israeliano, di fronte ai massacri spaventosi e al disumano embargo  che hanno ucciso e affamato i civili palestinesi nella Striscia di Gaza.

Anche in quella occasione il governo e la grande maggioranza dei media hanno fatto il possibile per minimizzare e falsare il senso di questo inaudito risveglio, caratterizzato da una partecipazione che non si vedeva da diversi decenni.

La divaricazione tra la piazza e le urne elettorali

Purtroppo, però, in quegli stessi giorni l’esito delle elezioni nelle Marche e in Calabria, segnate da una bassissima affluenza alle urne e dal netto successo dei partiti di governo, evidenziava una  chiara divaricazione fra la forte motivazione etica che aveva spinto la gente a scendere in piazza e gli eventuali sbocchi politici “di sinistra”.

Un problema analogo si pone oggi. Il referendum ha dimostrato che il governo non ha, in realtà, la maggioranza dei consensi, ma chi è andato a votare contro di esso in difesa della Costituzione, non per questo tornerà alle urne quando si tratterà di appoggiare dei partiti di opposizione privi di una vera carica intellettuale ed etica.

Qui ci vuole quello che qualcuno ha chiamato «un supplemento d’anima», grazie a cui si sposti l’accento della lotta contro questo governo – amico di Trump e di Netaniahu, che si vanta di essere l’ispiratore a livello europeo di una disumana politica  di respingimento e di espulsione dei migranti, che assiste imperterrito a una diminuzione di quasi il 10% del potere di acquisto dei salari – , dal piano meramente tattico a quello culturale e morale. Francamente tra i leader attualmente in campo non si vede chi possa abbracciare un indirizzo che oggi appare una vera rivoluzione. Ma è questo che chiedono i ragazzi che sono andati in massa a votare per questo referendum. Ed è nostro compito non deluderli.

www.tuttavia.eu

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