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venerdì 29 maggio 2026

GIOVANI. EMERGENZA SALUTE

 


La salute mentale

 dei giovani, 


emergenza 

che richiede 

risposte strutturali



La crisi di senso al centro dell’intervento del segretario di Stato al convegno su salute mentale, tecnologie digitali ed educazione in corso alla Casina Pio IV in Vaticano: "La società offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine"

-di Fausta Speranza - Città del Vaticano

Il legame profondo tra l’educazione che “si trova al crocevia di tensioni molteplici”; la “crisi di senso” di “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine”; la “responsabilità enorme” per “decisioni” e “politiche” che “avranno effetti che si protrarranno per generazioni”. È questo il cuore dell’intervento del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, questa mattina al convegno internazionale “Mappe di speranza per un’agenda educativa regionale: salute mentale, tecnologie digitali ed educazione” in corso oggi e domani alla Casina Pio IV. L’incontro riunisce ministri e ministre dell’educazione dei Paesi iberoamericani, insieme con esperti, accademici e rappresentanti degli organismi internazionali, per riflettere sulle principali sfide educative contemporanee. Un incontro che il cardinale Parolin ha definito “di particolare rilevanza e attualità” ricordando “la consapevolezza, sempre più diffusa nella comunità internazionale, che l’educazione non è un capitolo tra i tanti dell’agenda politica, ma un pilastro dello sviluppo umano integrale, della convivenza pacifica e della giustizia sociale”.

Un futuro più umano

In particolare, in relazione allo spazio iberoamericano, il cardinale rileva che “i sistemi educativi della regione, pur avendo compiuto progressi significativi nei decenni scorsi in termini di accesso e copertura, si confrontano oggi con sfide qualitative, che richiedono risposte nuove: la formazione integrale della persona, lo sviluppo delle competenze socioemotive, la protezione dei più vulnerabili, l’integrazione responsabile delle tecnologie digitali”. Sono “sfide che non possono essere affrontate con interventi settoriali o frammentari, ma esigono una cooperazione strutturata, multidimensionale e sostenuta nel tempo”. E sono sfide che peraltro la Santa Sede segue da sempre nel mondo nella convinzione che “l’educazione sia una delle forme più alte della carità e uno degli strumenti più efficaci al servizio della dignità umana e del bene comune”. Da qui, l’appello del segretario di Stato a “tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano”.

Il Patto Educativo Globale

È chiaro il richiamo al Patto Educativo Globale che Papa Francesco ha lanciato nel 2019 affinché tutti gli uomini e le donne di buona volontà si unissero in “un’alleanza per l’educazione capace di generare fraternità, pace e giustizia”. La prospettiva è quella indicata dalla lettera apostolica Disegnare mappe di speranza firmata da Leone XIV il 27 ottobre scorso in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis.  “In quel testo – sottolinea il cardinale Parolin - il Santo Padre ha ricordato che l’educazione non è un’attività accessoria, ma forma la trama stessa della missione della Chiesa nel mondo; ha invitato a costruire una ‘costellazione educativa globale’, nella quale ogni istituzione, ogni comunità, ogni soggetto educativo, come una stella nel firmamento, brilli della propria luce e, al tempo stesso, contribuisca a tracciare una rotta comune”.  Pertanto, Parolin chiarisce che sono tre “le nuove priorità che arricchiscono i percorsi del Patto Educativo Globale: la cura della vita interiore, il digitale umano e l’educazione alla pace”. Precisamente le questioni alle quali è dedicato l’incontro. 

L'emergenza dei giovani

Il tema della salute mentale merita un’attenzione particolare, ribadisce Parolin, affermando che “i dati sono eloquenti e, per molti versi, allarmanti” e che “in molti contesti questi disturbi rimangono senza diagnosi e senza trattamento adeguato, soprattutto là dove le condizioni di vulnerabilità socioeconomica sono più acute”. Al centro del problema ci sono i giovani con l’incremento di livelli di ansia, depressione e sofferenza psicologica del post-pandemia.

Di fronte alla tentazione di “ridurre il problema a una questione clinica, delegandolo esclusivamente al sistema sanitario”, il cardinale Parolin ricorda che la “Chiesa ha sempre insegnato che la persona umana è un’entità inscindibile di corpo, mente e spirito” per poi definire “mutilata” una visione educativa che trascuri una di queste dimensioni. Sarebbe “incapace di rispondere alla pienezza del bisogno umano”. Di contro, si deve ribadire “la necessità di riconoscere e coltivare questa unità: di offrire ai giovani non soltanto competenze e conoscenze, ma anche gli strumenti per comprendere sé stessi, per gestire le proprie emozioni, per costruire relazioni significative, per trovare un senso alla propria esistenza”. È ciò che la tradizione cristiana chiama «cura dell’anima» e – aggiunge il cardinale Parolin – è ciò che la sapienza pedagogica più avvertita traduce oggi nel linguaggio delle competenze socio-emotive e del benessere psicologico.

Indubbio il ruolo della scuola e delle famiglie. La scuola “deve aspirare ad essere un luogo di protezione, riconoscimento, di cura”, un ambiente nel quale “ogni studente si senta visto, ascoltato, accompagnato”. E proprio per queste deve poter avere “le risorse necessarie”. A proposito del “ruolo fondamentale delle famiglie e delle comunità locali”, il cardinale Parolin precisa: se la famiglia è “sostenuta e accompagnata, rappresenta il più potente fattore di protezione per la salute mentale dei bambini e degli adolescenti”. Ma se “lasciata sola di fronte alle pressioni economiche, sociali e culturali, la sua capacità protettiva si indebolisce e il rischio di disagio aumenta”.

La persona prima dell’algoritmo

Si aggiunge la questione del rapporto tra educazione e tecnologie digitali. Si tratta – ricorda il cardinale - del tema che la Lettera Apostolica di Papa Leone XIV affronta con lucida consapevolezza, invitando a promuovere un "digitale umano" che metta la persona prima dell’algoritmo e armonizzi le diverse forme di intelligenza: tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. Il punto è che se le tecnologie digitali rappresentano un’opportunità straordinaria per l’educazione “soprattutto in una regione vasta e diversificata come l’Iberoamerica” in particolare “per ridurre le disuguaglianze educative”, al tempo stesso “l’esposizione intensiva agli ambienti digitali, soprattutto in assenza di adeguati strumenti critici e di accompagnamento educativo, può generare effetti profondamente negativi sulla salute mentale dei giovani”. Parolin parla di “frammentazione dell’attenzione, dipendenza dagli schermi, cyberbullismo, isolamento sociale, sovraccarico informativo, esposizione a contenuti inadeguati o dannosi”.  La sfida non è quella di accettare o rifiutare le tecnologie, ma di governarle che significa “investire nella formazione digitale degli insegnanti, nello sviluppo di curricoli che integrino le competenze digitali con le competenze socio-emotive”.

Il rischio esplicitato è che rimanga ai margini proprio la questione che Parolin definisce centrale: “La dimensione della vita interiore e della ricerca di senso”. Anche in questo caso viene in aiuto la citata lettera apostolica che parlando della “cura della vita interiore” interpella ogni sistema educativo.

La speranza, virtù attuale

È proprio la convinzione che la crisi della salute mentale tra i giovani non sia solo crisi clinica, ma “crisi di senso” che può aiutare a comprende meglio gli orizzonti di speranza possibili.  “Molti giovani si sentono disorientati non perché manchino loro informazioni o strumenti, ma perché manca loro un orizzonte di significato entro il quale collocare la propria vita, le proprie scelte, le proprie speranze”, afferma Parolin. “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine; ogni connessione ma nessuna relazione autentica; ogni risposta ma nessuna domanda profonda, è una società che, nonostante le apparenze, li abbandona”. Peraltro, “in un mondo segnato da conflitti, da disuguaglianze, da una crisi ecologica che minaccia il futuro delle giovani generazioni, la speranza è una virtù eminentemente attuale”, riconosce Parolin. È “il fondamento di ogni impegno per il bene comune, di ogni investimento nell’educazione, di ogni cura per le persone più fragili”. Disegnare mappe di speranza, come ci chiede il Santo Padre, - spiega - significa esattamente questo: tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano. Il fine ultimo è sempre il servizio al bene comune.

Inoltre, se “l’educazione è il terreno privilegiato di questa speranza”, “l’educazione ha il compito e il privilegio di aprire orizzonti di senso”. Non si tratta di imporre risposte preconfezionate - ribadisce Parolin -  ma di “accompagnare i giovani nella scoperta delle domande che abitano la loro interiorità, nel confronto con le grandi tradizioni di pensiero e di spiritualità dell’umanità, nello sviluppo di quella capacità di riflessione e di discernimento che è il fondamento di ogni autentica libertà”.

Investimenti e cooperazione

Nella consapevolezza della “responsabilità enorme” e, al tempo stesso, del “privilegio straordinario” della politica, il cardinale Parolin a ministri e ministre chiede di “portare nelle vostre capitali, nei vostri Parlamenti, nei vostri Consigli dei ministri, la consapevolezza che la salute mentale dei giovani è un’emergenza che richiede risposte strutturali: investimenti adeguati, cooperazione interministeriale, integrazione tra politiche educative e sanitarie, formazione e sostegno per gli insegnanti, coinvolgimento delle famiglie e delle comunità”. In definitiva, l’auspicio essenziale: “Possa questo incontro essere davvero ciò che il suo titolo promette: un’occasione per disegnare nuove mappe di speranza, affinché i nostri giovani possano trovare nella scuola, nella comunità, nella società, gli strumenti e gli orizzonti di cui hanno bisogno per vivere una vita piena, libera, significativa. Come ha scritto Papa Leone XIV: "Siate servitori del mondo educativo, coreografi della speranza». Sia questo il nostro impegno comune”. 

Vatican News

Immaagine


martedì 28 aprile 2026

ECOLOGIA INTEGRALE IN FAMIGLIA

 


Un documento

 vaticano per 

"vivere l'ecologia

 integrale 

in famiglia"




I Dicasteri per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale 

e per i Laici, la famiglia e la vita pubblicano un testo congiunto

 per aiutare a 

"trasmettere in famiglia la cura Creato e della vita umana"

Vatican News

"L’Ecologia integrale nella vita della famiglia" è il titolo del Documento realizzato congiuntamente dai Dicasteri per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (Dssui) e per i Laici, la famiglia e la vita (Dlfv) per "trasmettere in famiglia la cura Creato e della vita umana".

Un comunicato informa che teologi, consulenti e coppie sposate sono stati coinvolti nella stesura del testo, concepito per accogliere gli appelli dei Papi Francesco e Leone XIV ad ascoltare il grido dei poveri e della Terra e a offrire una risposta concreta, mettendo in pratica gli insegnamenti dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia e dell’enciclica Laudato si’.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO



Terreno fertile per la società

"I valori che prendono forma e crescono nella famiglia costituiscono il terreno fertile da cui scaturisce la vita della società. Le famiglie sono quindi fondamentali per sviluppare e trasmettere il valore della cura della nostra casa comune e di ogni persona", scrivono nella presentazione i cardinali Michael Czerny e Kevin Farrell, prefetti dei due Dicasteri.

"Molte famiglie - continuano i due porporati - vivono già questa vocazione con cuore aperto e con la speranza che è Cristo Gesù.

In famiglia si imparano il dono di sé, la pazienza e la dedizione, l’accoglienza e la tutela della vita, affinché possa fiorire e svilupparsi pienamente; così come la complementarità e la reciprocità, lo scambio intergenerazionale e la solidarietà con altre famiglie, insieme alla trasmissione di conoscenze e tradizioni".

Spunti e riflessioni

Il Documento propone spunti utili alle famiglie, ai gruppi ecclesiali e ai singoli lettori per far fronte alle sfide ambientali attuali e per promuovere lo sviluppo integrale di ogni persona.

La prima parte raccoglie concetti fondamentali basati sugli scritti più significativi di Papa Francesco; la seconda contiene capitoli tematici che riflettono sette obiettivi tratti dalla Laudato si’ sull’ascolto del grido della terra, dei poveri e dei vulnerabili, sulla promozione dell’economia ecologica, sull’adozione di stili di vita ad hoc, su ecologia integrale e istruzione, sulla spiritualità ecologica in una prospettiva familiare e sulle famiglie che partecipano alla vita comunitaria.

Ogni capitolo sviluppa spiegazioni, implicazioni, domande e azioni concrete. "L'Ecologia integrale nella vita della famiglia" è disponibile gratuitamente in cinque lingue sui siti web ufficiali dei due Dicasteri.

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venerdì 10 aprile 2026

MINORI . CI VUOLE UN'ALLEANZA

 


Quelle 100mila storie che fanno dire a Telefono Azzurro: 

«Ci vuole un’alleanza»

«L’ascolto rappresenta un presidio essenziale di tutela, prevenzione e costruzione del futuro», lo ha detto Ernesto Caffo, iniziatore e presidente della storica fondazione, a conclusione della seconda edizione della Giornata nazionale dedicata proprio all'apertura all'attenzione verso i più piccoli e i loro bisogni. E propone «un’alleanza sistemica tra istituzioni, famiglie, scuola, aziende e mondo della comunicazione». A Milano, Roma e Palermo gli eventi principali, cui hanno preso parte tanti studenti e studentesse. Dal 1987, ascoltati e accompagnati oltre 95mila bambini e adolescenti 

-di Alessio Nisi

 Ogni «voce ascoltata è un passo concreto verso un futuro più giusto e più umano. Un bambino ascoltato sarà davvero un adulto sereno». Con questa riflessione del fondatore e presidente della Fondazione Sos Telefono AzzurroErnesto Caffo, è sceso il sipario sulla seconda edizione della Giornata nazionale dell’ascolto dei minori, promossa dal Parlamento e che Telefono azzurro ha intitolato quest’anno Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno.

Parla a ragione veduta il fondatore e presidente della storica organizzazione: proprio nell’evento centrale, quello dalla sede del Cnel a Roma, il neuropsichiatra infantile ha ripercorso anche l’impegno, dal 1987 a oggi, di Telefono Azzurro, che ha visto quasi 100mila bambini e adolescenti, 95.459 per l’esattezza, ascoltati e accompagnati nelle loro difficoltà.

Le altre città in cui si è svolta la Giornata sono state Milano, dove l’evento è stato ospitato a Palazzo Lombardia e sono intervenute anche esperienze come Fondazione Asilo Mariuccia e Fondazione Cometa, e Palermo, dove si è lavorato, nella Biblioteca dell’archivio storico comunale.

Al centro dei lavori, il valore dell’ascolto come strumento di tutela, prevenzione e crescita, in un momento in cui i dati confermano un aumento significativo del disagio psicologico tra i giovani. Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno ha rappresentato non solo un’occasione di confronto, ma anche un esercizio concreto di partecipazione: gli studenti sono stati parte attiva del dibattito, ponendo domande dirette ai relatori e contribuendo con riflessioni e testimonianze sul proprio vissuto quotidiano.

Nelle tre città, elemento comune è stata la grande partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, esperti, studiosi e, soprattutto, studenti e studentesse tra i 12 e i 17 anni.

Un’alleanza sistemica in difesa dei minori

Un evento cerimoniale? Niente affatto. L’appuntamento è stato l’occasione per una riflessione sul tema. A tirare le somme, lo stesso Caffo. che dalle argomentazioni di esperti, istituzioni e soprattutto dai dati ha delineato le priorità operative per rendere la tutela dei minori sempre più tempestiva e vicina ai ragazzi.

La strategia futura punta su «un’alleanza sistemica tra istituzioni, famiglie, scuola, aziende e mondo della comunicazione. In questo modello, il digitale assume un ruolo cruciale come ponte verso l’aiuto, capace di abbassare la soglia di accesso per i più giovani utilizzando linguaggi a loro familiari e garantendo una presenza più continua nel passaggio dalla richiesta di supporto alla tutela effettiva».

L’obiettivo è trasformare l’ascolto da ricezione passiva a risposta attiva, creando un ecosistema sicuro e non giudicante dove ogni segnale di disagio possa essere accolto e trasformato in un percorso di crescita condivisa e protezione concreta.  

Prima che la sofferenza si radicalizzi

«Ascoltare non è mai un atto neutro», sottolinea sempre Caffo, «è il momento in cui il silenzio diventa parola e il disagio può finalmente emergere. Riconoscere bambini e adolescenti come soggetti di diritto e di ascolto significa offrire loro uno spazio reale in cui essere compresi prima che la sofferenza si radicalizzi.

Oggi più che mai, di fronte a un disagio sempre più complesso tra salute mentale, relazioni e dimensione digitale, riflette ancora, «l’ascolto rappresenta un presidio essenziale di tutela, prevenzione e costruzione del futuro».

I dati

Si diceva, i dati. Telefono azzurro ha diffuso i numeri più recenti del Dossier 2025 del servizio di ascolto 1.96.96, che nel corso del 2025 ha registrato un quadro di forte complessità e crescita delle domande di aiuto. Il rapporto delinea un quadro critico in cui la salute mentale, le difficoltà relazionali e i rischi del mondo digitale rappresentano i principali motori della richiesta di aiuto tra i più giovani.

Secondo il dossier, quasi l’88% dei casi gestiti dal servizio si concentra su quattro aree chiave: salute mentale (35,3%), difficoltà relazionali (28,5%), abuso e violenza (18,2%) e rischi legati a Internet (6,1%). Aumentano, inoltre, le situazioni multidimensionali, in cui più forme di disagio si intrecciano: un caso su cinque combina disagio psicologico, fragilità relazionali e vulnerabilità online.

Il rapporto evidenzia come l’emergere di nuove forme di vulnerabilità legate all’Intelligenza Artificiale Generativa. Tra i rischi segnalati figurano la produzione di immagini e video realistici a scopo di umiliazione (come foto generate tramite intelligenza artificiale che ritraggono i minori in pose sensuali o esplicite) e l’uso di strumenti intelligenza artificiale come surrogati relazionali o supporti emotivi.

Benessere, tecnologia e nuove sfide

Rivedi la Giornata dell’ascolto di Telefono Azzurro

Durante i dibattiti di Roma, Milano e Palermo, articolati in tre sessioni tematiche (benessere psicologico, generazioni in trasformazione e social media e intelligenza artificiale) gli studenti hanno dialogato con rappresentanti delle istituzioni, esperti di media education, psicologi, docenti e membri del mondo associativo. Tra i temi affrontati, il rapporto tra salute mentale e vita digitale, le transizioni generazionali e la necessità di contrastare il rischio di isolamento, sfiducia e solitudine nei più giovani.

Dal dibattito è emersa la sfida che le istituzioni sono chiamate ad affrontare: riconoscere i giovani non solo come destinatari di politiche, ma come protagonisti attivi nelle scelte che li riguardano. Un impegno che richiede di costruire spazi di partecipazione reale, in cui le nuove generazioni possano esprimersi e contribuire concretamente all’indirizzo delle azioni future.

Parlano le istituzioni

A Roma, dalla sede del Cnel, il presidente Renato Brunetta ha aperto i lavori sottolineando l’importanza di «una società capace di ascoltare e valorizzare la parola dei più giovani come parte integrante del processo democratico», mentre dal Senato il presidente Ignazio La Russa ha ribadito il valore dell’ascolto «come cardine della tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti». Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha poi definito l’ascolto come presupposto essenziale affinché «famiglie, scuole e istituzioni possano intercettare tempestivamente segnali di malessere o pericolo e rispondere in modo efficace alle richieste di aiuto dei ragazzi».

www.vita.it


lunedì 30 marzo 2026

SINODALITA' ALLA PROVA

 


UN SINODO

 PER LA FAMIGLIA



Severino Dianich 


Leggo sui notiziari: «Papa Leone XIV convoca i vescovi del mondo per un summit sulla famiglia» e mi dico: «Sarà la prova del nove per verificare se il papa intende prendere sul serio, oppure no, la fatica di quei milioni di fedeli che in tutto il mondo, lungo il Cammino Sinodale degli anni 2023-2024, si sono ripetutamente riuniti, al livello locale, nazionale e continentale, per elaborare l’idea della sinodalità e promuoverne la pratica costante nella Chiesa». 

A tema la vita familiare 

L’occasione per una verifica è la più felice che si possa immaginare. Se c’è un’esperienza, infatti, che i pastori della Chiesa non fanno, essendo votati al celibato, e per la quale non godono dei corrispondenti carismi dello Spirito, è proprio quella della vita familiare. 

Se c’è, quindi, una problematica pastorale per affrontare la quale è indispensabile che il discernimento, e le eventuali decisioni da prendere, avvengano in forma sinodale, è quella per la quale il papa sta convocando i presidenti delle Conferenze episcopali per il prossimo ottobre. 

Il fatto è che vescovi, preti, frati e suore, nella normalità dei casi, non hanno fatto l’esperienza di chi è alla ricerca del partner perché desidera sposarsi, del ritrovarsi alle prese con il difficile discernimento della decisione da prendere, con la necessità di affrontare la complessa impresa di mettere insieme ad un’altra persona tutti gli aspetti, anche i più intimi, della propria esistenza, con la gioia e la fatica, ma spesso anche con i drammi che la crescita dei figli porta con sé, e così via. 

Là dove non c’è un’esperienza vissuta, neppure è dato scorgere i segni dei carismi che lo Spirito dona ai fedeli per affrontare alla sua luce i problemi concreti dell’esistenza. 

Se c’è, quindi, una problematica che i vescovi intendono approfondire, e in ordine alla quale vorranno proporre ai fedeli delle linee di orientamento per vivere una felice esistenza cristiana conforme al Vangelo, e per la quale devono riconoscere di non avere essi stessi i carismi di cui lo Spirito Santo arricchisce i fedeli che si sposano e che si prendono cura dei figli, è proprio la problematica della vita familiare. 

È stato detto ufficialmente che non si tratta di un’assemblea del Sinodo dei vescovi. Sarebbe utile, però, riferirsi proprio alle due assemblee sinodali, che sono state celebrate nel 2023 e nel 2024 e che restano a modello di una vera pratica sinodale. 

In quelle due assemblee, per la prima volta, salvo smentite, nella storia della Chiesa, 70 fedeli non vescovi, fra preti e laici, uomini e donne, si sono seduti accanto ai 264 vescovi, agli stessi tavoli, con lo stesso diritto di voto. Non sono, personalmente, molto disposto a quel timore reverenziale che, non di rado, i cattolici manifestano quando si trovano di fronte a vescovi e cardinali, eppure devo riconoscere che, durante il Sinodo, mi faceva un certo effetto ritrovarmi seduto, gomito a gomito, accanto al card. Parolin, avendo di fronte a me il cardinale Müller, con i quali discutere alla pari e giungere, votando, ad una risoluzione comune dei quesiti proposti, facendo il computo della maggioranza e delle minoranze che vi venivano espresse. 

In questo caso si può dire seriamente, e non con la stessa superficialità con la quale spesso lo si dice di tanti eventi, che si è trattato di un evento storico. 

Le famiglie devono avere voce in capitolo 

Mentre stavo elaborando nella mia mente la migliore espressione che mi riuscisse formulare per avanzare un appello a proposito dell’incontro episcopale indetto per il prossimo ottobre, vedo comparirne in rete, nel sito Catholic Church Reform Internationals, un testo indirizzato direttamente al papa: «In un sinodo sulla famiglia, le famiglie devono avere il diritto di un voto deliberativo. Non c’è sinodalità se i vescovi si riuniscono senza il popolo. Le famiglie devono essere presenti e avere voce in capitolo nelle discussioni sulla pastorale familiare». 

Ci si attende, quindi, di vedere in ottobre ricomparire nell’Aula Paolo VI quei tavoli rotondi, cui ormai ci siamo abituati, in numero sufficiente da accogliere, accanto ai 115 vescovi, uno più uno meno, almeno altrettanti fedeli laici già sposati, un certo numero di fidanzati e una presenza significativa anche di divorziati, perché il Sinodo non si riunisce per compiacersi dei successi della pastorale familiare, ma per discernere quali siano «i passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi». 

Non si tratta di sostituire il magistero episcopale, fondato sul sacramento, ma di determinare gli ambiti nei quali si esercita la sua autorità. Se lo Spirito del Signore ha voluto un ministero, dotato di autorità, questo è avvenuto per assicurare alla Chiesa la preservazione fedele della predicazione autentica degli Apostoli e la custodia di quell’unità della Chiesa che direttamente ne deriva. 

Da qui risulta possibile e congrua quella pratica sinodale nella quale risultano determinanti, di volta in volta, i fedeli dotati dei carismi pertinenti alla res de qua agitur, e dove i ministri ordinati siano i garanti dell’autenticità della fede a salvaguardia, nella pluralità dei giudizi emergenti, della comunione nella comunità. 

Data la fondazione trascendente dell’autorità nella Chiesa, troppo spesso accade che si perda il senso dei limiti dell’autorità. Un’autorità senza limiti, in qualsiasi ambito della vita sociale, non è altro che un monstrum, che malamente incombe sulla convivenza umana. 

È celebre la sentenza di Agostino: «Io non crederei al Vangelo se non mi ci conducesse l’autorità della Chiesa cattolica», ma una volta raggiunto il Vangelo, il Vangelo si erge a giudice dell’autorità della Chiesa: «Non dobbiamo sottometterci all’autorità per sé stessa, ma per amore della verità».


Settimana News

 


sabato 14 marzo 2026

ADOLESCENTI, IL RITIRO SOCIALE

 


“Il silenzio degli adolescenti: 

in 200mila a rischio ritiro sociale”



I dati della nuova ricerca Iprs svelano una geografia del disagio inaspettata: le grandi città sono più a rischio delle aree interne e le ragazze risultano le più colpite. L'epicentro di questa sofferenza, a sorpresa, è il rendimento tra i banchi: l'ansia per lo status intellettivo supera persino le paure legate all'aspetto fisico e all'approvazione sociale.

Il presidente Raffaele Bracalenti avverte: «È un allarme, ma la maggioranza dei giovani sogna un mondo fatto di corpi e non virtuali».

«Nessuno pensava che anche qui da noi si potesse ricalcare l’esperienza giapponese degli hikikomori in questo modo, invece il ritiro sociale degli adolescenti si sta presentando con un’intensità crescente».

Non ha paura di usare la parola «allarme» Raffaele Bracalenti, psicoanalista e presidente dell’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali – Iprs, commentando la ricerca nazionale “Dialoghi adolescenziali aree interne”, presentata oggi alla Camera e da cui emerge un quadro preoccupante.

La ricerca ha coinvolto un campione di oltre 900 adolescenti tra i 12 e i 18 anni in cinque regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Sicilia), con un confronto tra i residenti nelle aree metropolitane e quelli nelle aree interne.

Rispetto al campione normativo – un’indagine del 2023 della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza – la percentuale di ragazzi in condizione di ritiro sociale grave è quasi raddoppiata, passando dal 3,2% al 5,7%.

Proiettando questi dati sulla popolazione nazionale 13-18 anni, si stimano circa 200mila ragazzi in ritiro sociale grave, i cui sintomi comprendono isolamento quasi totale, fatica ad andare a scuola, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e autolesivi, uso di internet come sostitutivo della vita reale, forte ansia sociale e fobie legate all’uscire di casa o al contatto con gli altri.

Chi, invece, presenta una sintomatologia meno grave ma comunque di rilievo clinico rispetto ad ansia, panico e disagio è passata dal 13,5 al 15,9%.

In questo insieme, emerge un’importante differenza legata al genere.

Le femmine, infatti, sono più esposte al rischio di ritiro sociale: quasi una su dieci (9,1%) presenta un quadro clinico grave contro l’appena 2,8% dei coetanei maschi.

Tra le adolescenti della fascia 13-15 anni, il dato schizza addirittura al 13,3%.

Il divario si amplia, tra l’altro, incrociando il genere con il background socioeconomico.

Considerando il livello di istruzione dei genitori come indicatore plausibile delle risorse materiali e culturali della famiglia, nelle famiglie con un titolo di studio basso l’incidenza del rischio di ritiro sociale grave arriva al 10,6%, più del doppio rispetto a chi ha i genitori laureati (4,2%). Per le ragazze che crescono in contesti di disagio, il dato balza al 16%.

«È uno dei dati che ci ha colpito di più e su cui lavoreremo in futuro, ma per ora non sappiamo spiegarcelo», dice a VITA Bracalenti.

L’altro aspetto che più colpisce sono le ragioni che si nascondono dietro a queste difficoltà.

La felicità

«Siamo portati a pensare che le aree di maggiore sofferenza psicologica siano la felicità. l’approvazione sociale, l’aspetto fisico. Invece, la questione che più di tutte è indicata come causa di sofferenza riguarda lo status intellettivo e scolastico».

Così, da luogo dove le differenze dovrebbero appianarsi, la scuola diventa un contesto dove si concentrano sentimenti di inadeguatezza, fallimento ed esclusione.

Rispetto agli anni Novanta, sottolinea Bracalenti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito in maniera consistente, eppure non sempre questo può essere considerato un risultato positivo.

La scuola

«I ragazzi rimangono di più a scuola, ma dobbiamo capire come lo fanno, con quale sensazione», dice. «Se rimangono in un contesto che per loro risulta traumatizzante, standoci magari più tempo del dovuto, si fa fatica poi ad aiutarli a trovare altre modalità per migliorare la propria percezione di sé». In più, aggiunge il presidente dell’Iprs, si parla sempre di più di scuola del merito, ma ci si dimentica che nella scuola dell’obbligo ci deve poter stare anche chi ha una “performance” meno profittevoli. Spingendo sul fatto del merito, invece, si va in direzione opposta all’idea di scuola universale, aumentando così difficoltà e sensazioni di inadeguatezza dei ragazzi.

Il ritiro sociale

Dalla ricerca emerge anche una “geografia del ritiro sociale” precisa: nelle città c’è più rischio. Chi vive nelle aree interne è meno esposto al rischio di ritiro sociale grave rispetto a chi invece abita nelle aree metropolitane (4,4% contro 7%).

«Probabilmente», riflette Bracalenti, «è proprio perché nelle aree interne c’è la consapevolezza di uno svantaggio di partenza che spinge i genitori, che sanno che i figli difficilmente resteranno lì, a coagularsi attorno ai loro progetti di vita».

Questa “funzione protettiva” dà una maggiore stabilità ai ragazzi che vivono nelle aree interne, ma anche loro, come i propri coetanei, immaginano e desiderano la vita in città.

«Quello che mi colpisce è che questi giovani sognano un mondo molto antropizzato.

C’è un lungo parlare riguardo alla virtualità che starebbe prendendo il sopravvento sulla concretezza dei corpi, ma dalla nostra ricerca emerge una grande esigenza di fisicità. Il virtuale non soddisfa, i ragazzi sognano di uscire a mangiare il sushi, non di ordinarlo a casa», sottolinea lo psicoanalista.

Rimane aperta, però, la questione su come intercettare un disagio silenzioso in una fase della vita in cui, solitamente, questo disagio esplode nella conflittualità.

«Prima di essere pervasivo, il ritiro sociale ha delle forme più larvate che si manifestano soprattutto in difficoltà relazionali e scolastiche.

E proprio la scuola dovrebbe riuscire a riconoscere le fatiche dei ragazzi e cercare di intervenire con una funzione di ascolto», spiega Bracalenti.

I genitori

Ma non basta: serve più consapevolezza da parte dei genitori.

«Oggi si fa tanta ironia rispetto alle nuove generazioni a cui si dà sempre ragione e, di contro, sta tornando la narrativa del dare una pedata e dire “vai a studiare”.

A noi, tutto questo sembra sciocco, perché la fatica di questi ragazzi non si risolve così.

Per fortuna», conclude il presidente dell’Iprs, «da una trentina d’anni i miei colleghi ripetono ai genitori che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo e che serve farsi aiutare dagli specialisti invece che sottostimare la sofferenza provocata dalle fatiche che sostengono i ragazzi.

Su questo, ormai si è diffusa la tendenza a ricorre all’intervento specialistico per capire da dove proviene il disagio.

Poi certo, la diagnosi specialistica deve essere usata bene: deve essere un’opportunità di intervento migliorativo, non un motivo di ulteriore discriminazione e marginalizzazione».

Vita

Immagine

 

LA FAMIGLIA NEL BOSCO

 

La famiglia del bosco, 


i giudici


 e le leggi




di Giuseppe Savagnone 


Giorgia Meloni e l’opinione pubblica contro i giudici

Nel suo atteso intervento, a Milano, a chiusura della campagna a favore del Sì nel referendum, Giorgia Meloni ha affermato che, se la riforma non dovesse passare, «ci ritroveremo (…) figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco».

Dove i giudici – a dispetto delle assicurazioni, più volte ribadite dalla stessa  premier, che questa, «a differenza di quello che si dice non è una riforma contro i magistrati» – vengono espressamente additati come i responsabili di una azione spregevole com’è quella di strappare i figli alle proprie madri, in nome di una loro pregiudiziale ideologica.

Come ha già fatto nei giorni scorsi, Meloni utilizza la grande eco mediatica della vicenda della “famiglia del bosco” per arginare l’allarmante rimonta del No, che lo ha visto passare nel giro di poche settimane da uno svantaggio di dieci punti a una posizione di sostanziale parità con il Sì.

Che ci stia riuscendo o meno, è sicuro però che questa drammatica storia, sta offrendo agli occhi di molti un’inquietante immagine di disumanità della giustizia, che certamente non basta a giustificare le parole della capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi – «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione» –, ma, in questa vigilia del voto referendario, non spinge certo a guardare i giudici con fiducia e simpatia.

Soprattutto dopo che i magistrati non solo hanno sospeso (non revocato) la potestà genitoriale di Catherine e Nathan e imposto la separazione della madre e dei figli – ospitati in una casa-famiglia, a Vasto –  dal padre, ma, dopo qualche mese, hanno addirittura deciso di allontanare dai bambini anche la madre, dando luogo ad un addio straziante che ha avuto su internet una diffusione virale.

In un post pubblicato sui social, Giorgia Meloni ha scritto: «Le ultime notizie che riguardano la famiglia Trevallion, la “famiglia nel bosco”, mi lasciano senza parole (…). Il mio pensiero va ai bambini e ai loro genitori colpiti da una assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico».

Infatti, ha sottolineato la nostra premier, «il compito dei Tribunali per i Minorenni è quello di tutelare i bambini (…) agendo nel superiore interesse del minore. E dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono allontanati dal padre, poi dalla madre (…) perché i giudici del Tribunale dei Minorenni non condividono lo stile di vita della famiglia? Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vadano educati i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici».

Saremmo davanti, più precisamente, a una concezione statalista che misconosce i diritti della famiglia, che a Meloni sono sempre stati molto a cuore. «Perché i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e (…) una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti». 

Sulla stessa linea il vicepremier Salvini, che ha parlato di «violenza di Stato» e, davanti all’ordinanza del Tribunale, ha scritto: «Per questi giudici una sola parola: Vergogna».

Anche noti psichiatri e psicologi, da Andreoli ad Ammanniti, intervistati, hanno dato un giudizio nettamente negativo. E l’opinione pubblica è stata unanimemente solidale con la famiglia Trevallion. Tanto che davanti alla struttura di Vasto dove Catherine ha trascorso diverse settimane, insieme ai suoi tre figli, è stato organizzato un sit-in spontaneo di protesta.

Prima dell’uragano

Lo scenario sembra non ammettere dubbi. Uno solo ne rimane: cosa può avere spinto i magistrati dell’Aquila a queste decisioni disumane? Secondo Meloni, una ideologia che ignora il valore della famiglia. Se è così, bisogna attribuire loro un fanatismo che sfida anche il martirio, visto che la presidente del Tribunale, Cecilia Angrisano, è da settimane tempestata sui social da messaggi minacciosi del tipo “Attenta ai tuoi figli se li hai…”, “Spero che tu possa soffrire le pene dell’inferno”, tanto da giustificare la decisione del ministero dell’Interno di innalzare la vigilanza a protezione della sua persona. Siamo davanti a una specie di talebana, pronta a tutto pur di penalizzare una tranquilla famigliola?

Prima di accogliere questa conclusione estrema, forse è giusto provare a ricostruire questa storia fin dall’inizio, situando i suoi ultimi esiti drammatici nel loro contesto, che spesso il clamore del circo mediatico ha fatto perdere di vista.

Tutto ha inizio quando, nel 2021, i coniugi australiani Nathan Trevallion e Catherine Birmingham vengono in Italia e vanno ad abitare, con i loro tre figli piccoli – una bambina e due gemelli – in un casolare situato nel bosco vicino Palmoli (in provincia di Chieti). Il loro desiderio – assolutamente comprensibile e segretamente condiviso da molti di noi – è di sfuggire agli artifici soffocanti di una civiltà che estrania gli esseri umani dalla natura. Per questo hanno scelto una casa isolata, priva di tutte quelle comodità che oggi, nella società consumistica, vengono ritenute indispensabili: acqua corrente, energia elettrica, riscaldamento, servizi igienici.

Una scelta coraggiosa, che però anche delle conseguenze per i figli. I bambini crescono – oggi la più grande ha otto anni, i due più piccoli sei – senza pediatra, senza vaccinazioni, senza andare a scuola, senza quasi avere quei rapporti con altri bambini. Non è un caso, ma una scelta. Sul suo sito internet Catherine espone la sua visione educativa, poi ribadita parlando con le assistenti sociali – che l’apprendimento formale dovrebbe iniziare solo dopo i sette anni, perché «il cervello è maggiormente predisposto ad apprendere dopo aver fatto esperienze dirette nella natura». Col risultato che, a tutt’oggi, i bambini non sanno né leggere né scrivere e a malapena conoscono la lingua italiana.

Di tutto ciò nessuno sa nulla finché, nel settembre del 2024, il padre non raccoglie per il pranzo dei funghi che si rivelano velenosi. Fedeli alla loro scelta di non avvalersi della civiltà, Nathan e Catherine non chiamano il 118. È un contadino, che abita in una baita vicina, che per puro caso li trova, loro e i loro figli, privi di sensi, e dà l’allarme, probabilmente salvando loro la vita. Ma anche in ospedale, Catherine è indomabile nella sua coerenza e cerca di impedire che ai figli venga messo il sondino naso-gastrico che si usa in questi casi.

L’intervento delle autorità

Da qui partono le segnalazioni e i controlli. I carabinieri descrivono una situazione di «sostanziale abbandono». I servizi sociali intervengono e propongono un percorso che comprende la ristrutturazione dell’alloggio, nonché visite mediche ed incontri educativi per i bambini. Dopo avere inizialmente acconsentito, i genitori cambiano idea e rifiutano. Catherine anzi si allontana con i suoi figli e per un po’ di tempo se ne perdono le tracce.

Quando ritorna a Palmoli, il comune offre alla famiglia una casa più confortevole, con il riscaldamento. L’offerta viene rifiutata. Un imprenditore mette a disposizione un’altra abitazione, gratis. L’offerta viene rifiutata. Un geometra e una ditta edile si offrono di ristrutturare lo stesso casolare scelto fin dall’inizio dai Trevallion. L’offerta viene rifiutata.

Non solo. I coniugi negano l’accesso settimanale a un centro socio-psico-educativo, destinato a favorire la socializzazione dei figli e il sostegno alla genitorialità, interrompendo successivamente anche i contatti con gli operatori sociali e impedendo verifiche dirette sulle condizioni dei bambini.

È a questo punto che viene coinvolto il Tribunale dei Minori il quale, sulla base delle relazioni dei Carabinieri e dei Servizi Sociali, applica, come in tanti altri casi, l’art. 403 del Codice Civile, secondo cui «quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o si trova esposto, nell’ambiente familiare, a grave pregiudizio e pericolo per la sua incolumità psico-fisica (…), la pubblica autorità (…) lo colloca in luogo sicuro», anche a prezzo dell’«allontanamento da uno o da entrambi i genitori».

Si preferisce non separare la madre dai figli, per cui vengono trasferiti insieme nella casa famiglia di Vasto, dove, con l’aiuto di una esperta insegnante, viene intrapreso un programma di recupero dell’alfabetizzazione e della socializzazione. Con buoni risultati, all’inizio, compromessi però col passare del tempo – secondo  le relazioni degli operatori sociali – da atteggiamenti sempre più ostili della madre nei confronti delle educatrici e dell’insegnante, squalificandole e contestandole apertamente e scoraggiando la collaborazione dei figli .

Non solo. Catherine avrebbe progressivamente ignorato le regole organizzative della comunità, portando i figli nel proprio alloggio al piano superiore per lunghi periodi e impedendo di fatto la supervisione del personale. «Decide e attua in maniera autonoma e contraria alle direttive – si legge nella relazione – rimandando ai bambini di non dare importanza alle nostre osservazioni».

Sotto questo influsso negativo, i bambini avrebbero iniziato a mettere in atto comportamenti distruttivi e aggressivi, rompendo oggetti e tentando addirittura di colpire le educatrici con bastoni ricavati da persiane danneggiate. Alla luce di sviluppi, la casa-famiglia ha segnalato al Tribunale l’impossibilità di proseguire l’intervento educativo.

È sulla base di questi rapporti degli operatori sociali, non delle proprie teorie sulla famiglia, che il giudice ha dovuto decidere di allontanare quella che la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone ha definito «a tutti gli effetti una madre pericolosa». E in questa logica l’ordinanza del Tribunale consente invece al padre – che fin dall’inizio ha mostrato un atteggiamento più collaborativo e che ora ha preso le distanze dalla moglie – di recarsi quotidianamente nella struttura protetta di Vasto per visitare i tre figli.

In questo contesto rientra anche lo sforzo di Nathan per svelenire il clima creatosi intorno alla sua famiglia dai mass media e dalla politica, chiedendo di smetterla con presidi o proteste.

I giudici e la legge

Davanti a questa storia – ben più complessa di quello che emerge dal flusso mediatico – non può non apparire sorprendente la reazione della nostra premier e del nostro vicepremier, che hanno accusato i giudici di agire, contro il diritto, per una preconcetta ideologia statalista.

A parte il già citato art. 403, proprio l’attuale governo nel 2023, col decreto Caivano, ha introdotto la pena di due anni di detenzione per i genitori che non adempiono l’obbligo scolastico. Meloni aveva espressamente rivendicato questa innovazione in una intervista televisiva, facendo presente che fino ad allora la pena era solo una multa di 30 euro: «Non al giorno eh, 30 euro, punto». Ma, aveva continuato, «siamo intervenuti. Oggi se non mandi tuo figlio a scuola, se non consenti a tuo figlio di essere educato per essere una persona libera e avere le opportunità che una società normale gli deve garantire, è previsto anche il carcere e che ti tolgo la potestà genitoriale».

Oggi, con una stupefacente capriola, la stessa Meloni che ha fortemente voluto il decreto Caivano, accusa i giudici che sanzionano, peraltro moderatamente (nessuno è andato in prigione) l’evasione dall’obbligo scolastico della famiglia Trevallion e «resta senza parole» davanti alla separazione dei bambini dalla madre. Forse anche i bambini di Caivano avranno pianto vedendo la madre o il padre andare in prigione, ma lo scopo dell’obbligo scolastico non di farli contenti, ma di garantire loro una adeguata istruzione, quali che siano i criteri dei genitori.

Perché è vero che i bambini non sono dello Stato, ma non sono neppure di papa e mamma, come sostiene Meloni. Per la precisione, non sono proprietà di nessuno perché sono persone e lo Stato, con le sue leggi e il suo sistema giudiziario, deve vegliare per garantire la loro crescita.

Sulle modalità concrete in cui realizzare questo obiettivo è il nostro ordinamento giuridico a dover decidere e chi sceglie di vivere in Italia – come gli esponenti del nostro governo non perdono occasione per ricordare in tema di immigrazione – deve adeguarsi alle nostre leggi. E accusare i giudici di farle rispettare può essere una efficace mossa propagandistica in vista del referendum, ma contraddice la logica della sovranità a cui un governo sovranista dovrebbe essere  particolarmente sensibile.

www.tuttavia.eu

Foto di Haberdoedas su Unsplash

 


 

giovedì 12 febbraio 2026

BAMBINI E PORNOGRAFIA

Pornografia, il pedagogista Zanniello: «Ecco pericoli ed effetti negativi sui bambini» 1 

Pornografia, il pedagogista Zanniello: 

«Ecco i pericoli 

ed effetti negativi sui bambini»


Quando si parla di effetti negativi della pornografia, il principio più corretto dovrebbe essere sempre quello di dare il giusto peso al ruolo di tutti i soggetti coinvolti: ragazzi, genitori, scuola, mezzi di comunicazione. Un pedagogista che ha approfondito il tema è Giuseppe Zanniello, professore ordinario di Didattica e Pedagogia all’Università di Palermo. A colloquio con Pro Vita & Famiglia, Zanniello ha posto in evidenza, in primo luogo, la responsabilità delle famiglie, le quali dovrebbero evitare di scaricare tale delicato compito sulla scuola.

 Professor Zanniello, le percentuali dei minori che fanno uso di pornografia online sono alte e preoccupanti. Possibile che le famiglie siano così assenti? Tendono a sottovalutare il problema o, piuttosto, lo ignorano totalmente?

«I genitori, generalmente, non percepiscono il problema. Controllare i propri figli è praticamente impossibile, perché a dodici anni, i bambini hanno già imparato a superare tutti i filtri. E gli effetti negativi della pornografia, dall’impotenza all’aggressività contro l’altro sesso, sono tanti, sia sul piano affettivo-relazionale, che intellettivo. Diversamente, se si vuole demandare tutto alla scuola, come suggerisce il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, i problemi aumentano perché devi fare i conti con persone molto diverse tra loro, con ragazzi dalla varia sensibilità.

Secondo studi pubblicati, tra gli altri, dal Corriere della Serail 30% dei bambini accede alla pornografia online, mentre in Italia lo fanno il 44% dei ragazzi e il 5% delle ragazze tra i 13 e i 17 anni. Una vera e propria droga da cui adulti e bambini dovrebbero disintossicarsi. Una droga da cui ci guadagna chi la mette in rete. È vero che l’accesso è libero ma la pubblicità paga in misura proporzionale ai clic per ogni video. Sono entrate economiche incredibili».

Qual è l’effetto negativo più evidente della pornografia sulla psiche di giovani?

«Quando ci esponiamo in modo continuativo a contenuti di questo genere, la prima cosa che emerge è una sorta di “densibilizzazione”, ossia una perdita di interesse verso altri piaceri. Poi si riduce la capacità di controllare i desideri. Viene il sospetto che questo possa essere anche un metodo per stordire i giovani e far fare loro quello che si vuole, mortificandone la capacità critica e di ragionamento. Queste immagini entrano nella mente, vengono imposte e loro si abituano. Secondo un altro studio, poi, il 16% degli studenti liceali consumava pornografia più di una volta a settimana e aveva sperimentato un calo del desiderio sessuale, contro lo zero per cento dei ragazzi che non ne facevano uso. Dobbiamo sviluppare nei giovani una capacità di scelta libera, trasmettendo loro informazioni libere e non fittizie sulle conseguenze di quell’abitudine, a breve e a lungo termine. I giovani non hanno esperienza ma anche i genitori stessi vanno informati su quali effetti porta nella testa, nel cuore, nelle relazioni personali, l’essere esposti per molti anni a questo tipo di immagini. In particolare, i maschi – che, com’è noto, fruiscono della pornografia molto più delle femmine – finiscono per vedere il corpo femminile solo come strumento di piacere. Da qui fenomeni come il sexting, ovvero la richiesta di immagini intime, che peraltro è un reato e ha provocato il suicidio di molte ragazze, coinvolte in questi casi. Qualche mese fa, all’Università di Palermo, abbiamo fatto un convegno con il capo della Polizia Postale in Sicilia, che mise in guardia gli studenti dal mettere in giro le proprie immagini, dicendo: “State attenti, potrebbero essere utilizzate per scopi pornografici”».

Per i genitori, invece, qual è la miglior forma di prevenzione?

«L’intento dev’essere quello di educare alla libertà e alla responsabilità già da piccoli. È importante controllare i cellulari. Troppo presto regalarli in terza elementare, quanto più tardi si mettono in mano ai bambini, meglio è. Gli stessi genitori, senza scandalizzarsi, devono far ragionare i figli: guarda, se tu fai uso di pornografia, ti si abbasserà il desiderio sessuale, sarai esposto a commettere violenze, a guardare la donna con occhio torbido. Una cosa è l’affetto, altra è il puro e semplice piacere sensibile. Il tema non riguarda solo sessualità ma anche l’affettività, che non può essere delegata all’insegnamento scolastico. Non si diventa automaticamente capaci di educare nel momento in cui si è genitori. Spesso un genitore si fida particolarmente di genitori più esperti di lui. Non è necessario fare trattati, bastano anche due pagine di informazioni molto precise e puntuali. Trovo molto chiari e comprensibili, in questo senso, articoli come quelli di Alessandro D’Avenia o i corsi a cura di Saverio Sgroi, che hanno aperto gli occhi a molti genitori. Sgroi dice ai genitori: vincete la paura, parlate di queste cose con i vostri figli. Mi chiedo, però, come mai non si sia mai parlato di alcuna proposta di legge per bloccare la diffusione della pornografia in rete. Invece di perdere tempo con i 33 casi annuali di persone che disturbano gli omosessuali, andiamo a vedere i milioni di giovani che, ogni anno finiscono avvelenati dalla droga della pornografia, che impedisce la crescita di vere relazioni umane, che non siano improntate a un piacere egoistico ma alla costruzione di un vero progetto di vita».

Abbiamo finora parlato dei minori. Quali sono, invece, le conseguenze più serie della pornografia tra gli adulti e, in particolare, tra i genitori?

«Ci sono padri, addirittura nonni, che fanno uso di pornografia. Abbiamo già messo in risalto quanto questa pratica crei dipendenza: ora, tra gli adulti, la maggiore disponibilità di denaro apre le porte alla pornografia a pagamento, alle chat e a un degrado morale che non finisce più. Qualche volta mi è capitato dal barbiere o dal meccanico di vedere affissi calendari erotici. Li ho sempre apostrofati ironicamente con frasi del tipo: “Che bella donna, è tua moglie (o tua figlia)?”. Bisogna anche un po’ scuotere le coscienze…».

Provitaefamiglia.it