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sabato 14 marzo 2026

ADOLESCENTI, IL RITIRO SOCIALE

 


“Il silenzio degli adolescenti: 

in 200mila a rischio ritiro sociale”



I dati della nuova ricerca Iprs svelano una geografia del disagio inaspettata: le grandi città sono più a rischio delle aree interne e le ragazze risultano le più colpite. L'epicentro di questa sofferenza, a sorpresa, è il rendimento tra i banchi: l'ansia per lo status intellettivo supera persino le paure legate all'aspetto fisico e all'approvazione sociale.

Il presidente Raffaele Bracalenti avverte: «È un allarme, ma la maggioranza dei giovani sogna un mondo fatto di corpi e non virtuali».

«Nessuno pensava che anche qui da noi si potesse ricalcare l’esperienza giapponese degli hikikomori in questo modo, invece il ritiro sociale degli adolescenti si sta presentando con un’intensità crescente».

Non ha paura di usare la parola «allarme» Raffaele Bracalenti, psicoanalista e presidente dell’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali – Iprs, commentando la ricerca nazionale “Dialoghi adolescenziali aree interne”, presentata oggi alla Camera e da cui emerge un quadro preoccupante.

La ricerca ha coinvolto un campione di oltre 900 adolescenti tra i 12 e i 18 anni in cinque regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Sicilia), con un confronto tra i residenti nelle aree metropolitane e quelli nelle aree interne.

Rispetto al campione normativo – un’indagine del 2023 della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza – la percentuale di ragazzi in condizione di ritiro sociale grave è quasi raddoppiata, passando dal 3,2% al 5,7%.

Proiettando questi dati sulla popolazione nazionale 13-18 anni, si stimano circa 200mila ragazzi in ritiro sociale grave, i cui sintomi comprendono isolamento quasi totale, fatica ad andare a scuola, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e autolesivi, uso di internet come sostitutivo della vita reale, forte ansia sociale e fobie legate all’uscire di casa o al contatto con gli altri.

Chi, invece, presenta una sintomatologia meno grave ma comunque di rilievo clinico rispetto ad ansia, panico e disagio è passata dal 13,5 al 15,9%.

In questo insieme, emerge un’importante differenza legata al genere.

Le femmine, infatti, sono più esposte al rischio di ritiro sociale: quasi una su dieci (9,1%) presenta un quadro clinico grave contro l’appena 2,8% dei coetanei maschi.

Tra le adolescenti della fascia 13-15 anni, il dato schizza addirittura al 13,3%.

Il divario si amplia, tra l’altro, incrociando il genere con il background socioeconomico.

Considerando il livello di istruzione dei genitori come indicatore plausibile delle risorse materiali e culturali della famiglia, nelle famiglie con un titolo di studio basso l’incidenza del rischio di ritiro sociale grave arriva al 10,6%, più del doppio rispetto a chi ha i genitori laureati (4,2%). Per le ragazze che crescono in contesti di disagio, il dato balza al 16%.

«È uno dei dati che ci ha colpito di più e su cui lavoreremo in futuro, ma per ora non sappiamo spiegarcelo», dice a VITA Bracalenti.

L’altro aspetto che più colpisce sono le ragioni che si nascondono dietro a queste difficoltà.

La felicità

«Siamo portati a pensare che le aree di maggiore sofferenza psicologica siano la felicità. l’approvazione sociale, l’aspetto fisico. Invece, la questione che più di tutte è indicata come causa di sofferenza riguarda lo status intellettivo e scolastico».

Così, da luogo dove le differenze dovrebbero appianarsi, la scuola diventa un contesto dove si concentrano sentimenti di inadeguatezza, fallimento ed esclusione.

Rispetto agli anni Novanta, sottolinea Bracalenti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito in maniera consistente, eppure non sempre questo può essere considerato un risultato positivo.

La scuola

«I ragazzi rimangono di più a scuola, ma dobbiamo capire come lo fanno, con quale sensazione», dice. «Se rimangono in un contesto che per loro risulta traumatizzante, standoci magari più tempo del dovuto, si fa fatica poi ad aiutarli a trovare altre modalità per migliorare la propria percezione di sé». In più, aggiunge il presidente dell’Iprs, si parla sempre di più di scuola del merito, ma ci si dimentica che nella scuola dell’obbligo ci deve poter stare anche chi ha una “performance” meno profittevoli. Spingendo sul fatto del merito, invece, si va in direzione opposta all’idea di scuola universale, aumentando così difficoltà e sensazioni di inadeguatezza dei ragazzi.

Il ritiro sociale

Dalla ricerca emerge anche una “geografia del ritiro sociale” precisa: nelle città c’è più rischio. Chi vive nelle aree interne è meno esposto al rischio di ritiro sociale grave rispetto a chi invece abita nelle aree metropolitane (4,4% contro 7%).

«Probabilmente», riflette Bracalenti, «è proprio perché nelle aree interne c’è la consapevolezza di uno svantaggio di partenza che spinge i genitori, che sanno che i figli difficilmente resteranno lì, a coagularsi attorno ai loro progetti di vita».

Questa “funzione protettiva” dà una maggiore stabilità ai ragazzi che vivono nelle aree interne, ma anche loro, come i propri coetanei, immaginano e desiderano la vita in città.

«Quello che mi colpisce è che questi giovani sognano un mondo molto antropizzato.

C’è un lungo parlare riguardo alla virtualità che starebbe prendendo il sopravvento sulla concretezza dei corpi, ma dalla nostra ricerca emerge una grande esigenza di fisicità. Il virtuale non soddisfa, i ragazzi sognano di uscire a mangiare il sushi, non di ordinarlo a casa», sottolinea lo psicoanalista.

Rimane aperta, però, la questione su come intercettare un disagio silenzioso in una fase della vita in cui, solitamente, questo disagio esplode nella conflittualità.

«Prima di essere pervasivo, il ritiro sociale ha delle forme più larvate che si manifestano soprattutto in difficoltà relazionali e scolastiche.

E proprio la scuola dovrebbe riuscire a riconoscere le fatiche dei ragazzi e cercare di intervenire con una funzione di ascolto», spiega Bracalenti.

I genitori

Ma non basta: serve più consapevolezza da parte dei genitori.

«Oggi si fa tanta ironia rispetto alle nuove generazioni a cui si dà sempre ragione e, di contro, sta tornando la narrativa del dare una pedata e dire “vai a studiare”.

A noi, tutto questo sembra sciocco, perché la fatica di questi ragazzi non si risolve così.

Per fortuna», conclude il presidente dell’Iprs, «da una trentina d’anni i miei colleghi ripetono ai genitori che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo e che serve farsi aiutare dagli specialisti invece che sottostimare la sofferenza provocata dalle fatiche che sostengono i ragazzi.

Su questo, ormai si è diffusa la tendenza a ricorre all’intervento specialistico per capire da dove proviene il disagio.

Poi certo, la diagnosi specialistica deve essere usata bene: deve essere un’opportunità di intervento migliorativo, non un motivo di ulteriore discriminazione e marginalizzazione».

Vita

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venerdì 22 agosto 2025

ISOLARSI PER VIVERE

 


Un fenomeno 

poco conosciuto


 Con la pubblicazione, sul «Corriere della Sera», il 20 agosto, dell’ampia intervista di Walter Veltroni allo psicologo Marco Crepaldi, presidente dell’associazione “Hikikomori Italia”, ha fatto finalmente irruzione sui media un fenomeno  impressionante, che costituisce, in realtà, la punta dell’iceberg del profondo malessere dei giovani nelle nostre società “del benessere”.

 

-       di Giuseppe Savagnone

-        Il termine “hikikomori” è di origine giapponese – dai verbi hiku (‘tirare indietro’) e komoru (‘essere dentro’) – e letteralmente potrebbe essere tradotto “stare in disparte”.

È usato per indicare quei ragazzi tra i 15 e i 30 anni che a un certo punto scelgono di ritirarsi dalla vita sociale per condurre una esistenza tendente all’isolamento, chiudendosi nella propria stanza, evitando i rapporti con altre persone, inclusi i familiari, per limitarsi a comunicare solo virtualmente, mediante Internet e il telefono cellulare.

Il fenomeno ha avuto origine in Giappone, negli anni Settanta, ma ora è diffuso in tutti i paesi economicamente evoluti (è sconosciuto, invece, in quelli poveri), tra cui anche l’Italia, dove sembra che gli hikikomori, sempre più numerosi, si avvicinino ai centomila, un decimo del totale mondiale, che è di un milione.

In realtà, però, a questo numero bisogna aggiungere quelli che Crepaldi definisce «pre-hikikomori», perché non sono ancora giunti alla fase finale dell’auto-reclusione, ma si avviano ad essa con una serie di comportamenti che gradualmente li portano prima ad isolarsi, a scuola, dai loro compagni (fase uno), poi ad abbandonare gli studi (fase due), infine a isolarsi anche dai genitori, evitando di incontrarli, mangiando per conto proprio, invertendo i ritmi del sono dalla notte al giorno (fase tre).

Se si aggiungono a quelli della fase tre quelli delle altre due fasi, secondo Crepaldi siamo davanti a un fenomeno che in Italia coinvolge duecentomila ragazzi,  soprattutto di sesso maschile, esposti a questa minaccia in un rapporto di 8 a 2 rispetto alle loro coetanee.

Le cause

Poiché implica la sostituzione dei rapporti personali con quelli puramente virtuali, la patologia dell’Hikikomori può essere senz’altro collegata alla dipendenza di molti giovani da Internet. Ma questa, nel caso dell’Hikikomori, non è la causa, bensì l’effetto del suo progressivo isolamento.

Se egli si rifugia nel mondo virtuale è perché non riesce più a reggere l’esperienza di quello reale, non viceversa. Da qui un “ritiro sociale” che è, al tempo stesso, una “ribellione silenziosa” nei confronti della società.

Le cause profonde del fenomeno vanno cercate, piuttosto, nel clima di competitività e nella solitudine che caratterizzano proprio le società più “evolute”, come appunto il Giappone e ora anche l’Italia.

Per quanto riguarda la prima, l’hikikomori è innanzi tutto una persona ansiosa, angosciata dalla percezione della sua incapacità di reggere il continuo confronto che, fin dai primi anni scolastici, seleziona una minoranza di “vincenti” – primi della classe, primi nello sport – rispetto a una maggioranza di “perdenti”. Davanti a questa sfida, carica di ricadute psicologiche e sociali, l’hikikomori, esibisce la sua non-partecipazione, in realtà perché – anche se di solito non lo riconosce – fugge.

Da qui anche il circolo vizioso per cui, quanto più si estranea e resta indietro rispetto agli altri, tanto più si conferma nella sua convinzione di non poter competere e di essere ormai irrimediabilmente in ritardo, escludendo ogni speranza di rientro e di ripresa della vita normale.

«I giovani di oggi», spiega Crepaldi, «avvertono forti pressioni di realizzazione sociale. La società sta accelerando la sua velocità e chiede risultati di successo presto, troppo presto. I social hanno aumentato il confronto sociale con altre persone alimentando la paura di non essere all’altezza, di rimanere fuori».

E la paura determina l’effetto temuto, camuffato come una scelta ostinatamente orgogliosamente difesa nel tempo. Perché di Hikikomori si parla solo dopo sei mesi che un giovane fa questa vita, rendendo sempre più difficile un cambiamento.

Ma c’è anche la solitudine. Che comincia in famiglia e non consiste solo nella eventuale mancanza di interesse da parte dei genitori, spesso troppo presi dal lavoro, ma può manifestarsi anche in un rapporto sbagliato con essi, quando il loro affetto diventa iperprotettivo e soffocante, ma proprio per questo incapace di “vedere” l’identità reale del figlio o della figlia.

Li si colma, magari, di regali, si dice sempre “sì” a qualunque loro richiesta, ma non si ha il tempo per “stare” con loro e ascoltarli.

Questa solitudine in molti casi si riproduce anche nel rapporto con gli insegnanti, spesso intenti più a trasmettere competenze che non a creare un rapporto educativo basato sul dialogo.

Rapporto che non implica, come credono molti genitori e professori, la rinunzia all’esercizio dell’autorità, anzi esige la consapevolezza di un’asimmetria tra l’educatore e la persona che  deve  essere aiutata a crescere. Spesso è proprio l’inadeguatezza dell’adulto, la sua mancanza di autorevolezza – la qualità necessaria a chi esercita l’autorità – che crea smarrimento nel giovane, spontaneamente in cerca di punti di riferimento credibili.

Sono i padri che si fanno chiamare per nome, vantandosi di essere innanzi tutto “amici” dei loro figli (che di amici ne hanno tanti, ma di padre uno solo), sono i docenti che non sanno farsi rispettare – per la loro debolezza o per il loro autoritarismo, entrambi incompatibili con l’autentica autorità – , a far sentire soli i giovani e tolgono loro il supporto indispensabile per crescere e diventare adulti. Non per nulla auctoritas deriva dal verbo augere, che significa “far nascere”, “far crescere” (l’altro sostantivo che ne deriva è auctor).

Così l’hikikomori è un adolescente che non riesce a diventare adulto, un bambino che – anche a causa di una eccessiva precocità nell’uso di strumenti di comunicazione (smartphone, Tv, computer, tablet), che lo hanno esposto a un  piena di stimoli e di messaggi eccessiva per la sua età – non ha conosciuto quella che un tempo si chiamava “infanzia” ed è stato fin dalla più tenera età allevato come un adulto, ma che proprio per questo, da adulto, non cessa di essere bambino, incapace di affrontare la complessità del mondo reale e di assumersi la responsabilità delle scelte che essa comporta.

Non a caso lo psichiatra giapponese Tamaki Saito, a cui si deve l’introduzione del termine “hikikomori”, ha scritto un libro intitolato «Adolescenza senza fine»

Solo la punta di un iceberg

Ma questi problemi – a ben vedere – non sono solo alla base del fenomeno degli hikikomori. Questi ultimi, in realtà, sono la manifestazione patologica più evidente  di un disagio che riguarda tutto il mondo giovanile.

Un disagio molto più profondo di quanto gli adulti di solito non colgano. Assorbiti come siamo dalla frenetica attività di ogni giorno, in una società dove la fretta rende distratti e soprattutto riduce l’attenzione al volto degli altri, scambiamo le rumorose manifestazioni di vitalità dei nostri figli per forme eccessive, ma in definitiva non problematiche, di libertà.

In realtà, «i giovani», scriveva qualche anno fa Umberto Galimberti nel suo libro  L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani , «anche se non ne sono consci, stanno male». Non bisogna lasciarsi ingannare dalla loro chiassosa euforia nelle notti  in discoteca, dal vorticoso succedersi delle loro esperienze sessuali, dalla loro corsa dietro le mode: «Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché  promette di seppellire l’angoscia»

Un’analisi confermata dai dati del rapporto Censis sul mondo giovanile del novembre 2024, da cui risulta che il 49,4% degli adolescenti tra i 18 e i 25 anni vive problemi di ansia e depressione.

Commentando questi risultati, Matteo Lancini, docente universitario di psicologia nelle università milanesi di Bicocca e Cattolica e presidente della Fondazione Minotauro, osservava: «Da diverso tempo gli adolescenti e i bambini non sono al centro dell’attenzione degli adulti. Esiste una narrazione sbagliata che associa al disagio la convinzione che i giovani siano eccessivamente amati. In verità a mancare è l’ascolto dei figli»..

E aggiungeva: «I giovani sono molto soli davanti agli adulti. Oggi vanno su internet per ridurre la sensazione di solitudine che sperimentano ogni giorno con gli adulti che invece di chiedersi perché accade tutto ciò si limitano a impedire l’utilizzo dei social», senza rendersi conto che non bastano le regole restrittive a colmare il vuoto da cui il problema ha origine. Una notazione, fra le altre, andava alla radice del problema di questa solitudine: «La società vive un individualismo di massa che fa paura, in tutti gli ambiti».

Individualismo che poi è alla base dell’altro fattore che abbiamo visto decisivo per gli hikikomori: la competitività spietata che ormai tutti i livelli caratterizza i rapporti umani, da un lato mandando in crisi non solo la pratica, ma il concetto  stesso di “comunità”, fondato sulla cooperazione in vista di un fine comune, dall’altro dando luogo a quella «cultura dello scarto» tante volte denunziata da papa Francesco.

Ma, ancora più a monte, alla radice del disagio dei giovani c’è l’incapacità degli adulti di trasmettere una visione del mondo che valga la pena abitare. Gli ideali del passato, in nome dei quali i giovani erano a volte perfino pronti a morire e he giustificavano la lotta per costruire un mondo migliore di quello attuale, sono ormai tramontati. Le ideologie sono morte, tranne quella del neocapitalismo, che è così potente da farsi credere puro realismo.

Non c’è più speranza di un futuro che non sia la continuazione del presente, magari degli aggiustamenti a livello economico sia individuale che collettivo (la crescita del PIL, un lavoro ben retribuito…).

Non c’è da stupirsi che i giovani si interessino sempre meno a una politica che tra l’altro sta conoscendo abissi mai prima così profondi di cinismo e di dispregio della più elementare umanità. Anzi forse, a questo punto, quello di cui essere sorpresi è che ancora gli hikikomori siano così pochi.

 www.tuttavia.eu

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mercoledì 20 agosto 2025

ALLARME HIKIKOMORI

 


Ragazzi che scompaiono 
dalle aule:

 70mila giovani italiani non escono più di casa, 

la scuola in prima linea 

per intercettare i segnali di ritiro sociale

 

-       di Andrea Carlino

 La cooperativa Stripes ha dato vita a “Segmenti consapevoli”, un’iniziativa pionieristica finanziata dalla Fondazione Cariplo attraverso il bando “Attentamente”. L’acronimo del nome identifica la filosofia d’intervento: Studio-ricerca-intervento-pedagogia extrascolastica, un approccio multidisciplinare rivolto a ragazzi dagli 11 ai 19 anni che vivono condizioni di disagio e ritiro sociale volontario.

 Come spiega Dafne Guida, presidente e direttrice della cooperativa, a Sky TG24, “siamo partiti due anni fa e abbiamo intercettato, fino ad oggi, circa 800 tra ragazzi e ragazze e, di questi, ne abbiamo presi in carico una settantina accompagnandoli lungo un percorso educativo, psicologico e creativo”. 

La rete operativa copre quattro territori della provincia  milanese: LegnanoAbbiategrassoMagenta e Castano Primo, con base operativa a Rho. L’intercettazione avviene attraverso le segnalazioni delle scuole, delle neuropsichiatrie e del terzo settore.

Metodologie d’intervento e segnali di allarme

L’approccio metodologico del progetto non prevede forzature ma costruisce ponti relazionali attraverso gli strumenti digitali“Costruiamo momenti di contatto in contesti protetti: supporto psicologico online, corsi da remoto di arte, fumetto e scrittura creativa”, precisa Guida. Al ragazzo viene affiancato un educatore domiciliare, figura chiave che cerca di entrare in relazione con il giovane e la famiglia, coinvolgendo anche i servizi sociali e la scuola.

Le radici familiari e sociali dell’isolamento giovanile

L’origine del disturbo Hikikomori affonda le radici in dinamiche familiari compromesse e pressioni sociali eccessive. Gli esperti hanno identificato nell’iperprotettività genitoriale uno dei fattori scatenanti principali, accompagnata dal peso dell’idealizzazione e dal timore costante di deludere aspettative familiari, scolastiche e sociali.

“La paura di fallire è una componente necessaria nella coscienza dell’uomo; lo sprona a fare sempre di più, a migliorarsi”, ha osservato il presidente dell’associazione Hikikomori Italia, Marco Crepaldi. Tuttavia, quando questo timore supera una “soglia critica” diventa paralizzante: “Gli adolescenti si paralizzano, si nascondono”. L’ansia sociale rappresenta un ulteriore elemento determinante nel deterioramento del benessere psico-fisico dei giovani, compromettendo la loro capacità relazionale e di integrazione nel tessuto sociale.

I primi campanelli d’allarme si manifestano attraverso il rifiuto saltuario di frequentare la scuola per sottrarsi al confronto sociale. Paradossalmente, spesso colpisce ragazzi con alto funzionamento cognitivo e ottimi voti scolastici, che però non riescono a gestire l’ansia da prestazione e le relazioni interpersonali. Episodi di bullismo e cyberbullismo rappresentano ulteriori fattori scatenanti. Il fenomeno riguarda prevalentemente il genere maschile e può protrarsi per anni se non adeguatamente intercettato.

Estate critica e welfare comunitario

Il periodo estivo rappresenta una fase particolarmente delicata per le famiglie coinvolte. “L’estate è per tutti sinonimo di vita sociale e libertà. Per questi ragazzi e per le loro famiglie è ancora più difficile affrontarla”, sottolinea la responsabile del progetto. Molte famiglie rinunciano completamente agli spostamenti per non lasciare il figlio solo, coinvolgendo nel ritiro sociale l’intero nucleo familiare.

L’importanza dell’intervento precoce emerge chiaramente: agire entro i sei mesi dall’inizio del ritiro sociale risulta fondamentale per il successo del percorso riabilitativo. Solo attraverso un approccio vigile e coordinato è possibile garantire una presenza costante e contrastare efficacemente questo fenomeno in crescita.

 Orizzonte scuola

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martedì 10 ottobre 2023

ADOLESCENTI, GIOCO E WEB

Dipendenza da gioco (e da web) 

A rischio 330mila giovanissimi

 L’età più difficile è quella dei 15 anni, i comportamenti più pericolosi riguardano chi fa abuso di videogiochi, secondo i dati Cnr. Lo psicologo Grosso: l’altra faccia del problema è il ritiro sociale

 

-         di ILARIA SOLAINI

 Hanno trascurato gli amici o perso ore di sonno, pur di rimanere collegati online a “videogiocare”, dicono di sentirsi di cattivo umore, se non possono connettersi a Internet. Quasi 330mila studenti dai 15 ai 19 anni (pari al 14%) mostrano queste fragilità nell’utilizzo del web. «Il gaming si configura come una vera e propria dipendenza» ha spiegato Leopoldo Grosso, psicologo e presidente onorario del Gruppo Abele fondato da don Luigi Ciotti. L’età più a rischio è quella dei 15 anni, mentre i rischi si abbassano dopo i 18 anni. Sono questi alcuni dei dati emersi nell’ambito del Cybersecurity Day – all’Internet Festival 2023 di Pisa, elaborati dal Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche – Istituto di Fisiologia Clinica. I dati raccontano delle nuove dipendenze causate da Internet e dal gaming anche attraverso alcune installazioni di data visualization, visibili da chiunque fino a domani all’Internet festival, dove si incontrano esperti di robotica, tecnologia e innovazione, umanisti, rappresentanti delle istituzioni, artisti e personaggi del mondo della cultura e dell’arte.

 Tra gli studenti con un profilo di utilizzo di Internet “a rischio” c’è una quota maggiore di altri comportamenti potenzialmente pericolosi, come l’assunzione di sostanze psicoattive o come l’avere un profilo di gioco d’azzardo “problematico”. Al contrario, essere impegnati in attività sportive e l’amore per la lettura sembrano avere una valenza “protettiva” nello sviluppo di comportamenti di gaming problematico.

 Dal cyberbullismo alla dipendenza da social al gaming, i comportamenti a rischio legati all’utilizzo di internet hanno comunque forme e modalità diverse. «Quando il tempo speso a giocare diventa eccessivo, il gaming può risultare pericoloso, influendo negativamente sulle relazioni sociali o sul rendimento scolastico» ha sottolineato lo psicoterapeuta Grosso. Il gaming è molto più diffuso fra gli adolescenti maschi (86%) rispetto alle ragazze (49%): nel 2022 il 7% e il 13% hanno videogiocato più di 4 ore al giorno nei giorni scolastici ed extrascolastici, con percentuali triple tra i ragazzi (9% e 17%). Ma Internet è il vero problema sempre? «Sento spesso i genitori dire mio figlio sta rintanato a casa collegato a Internet: in quei casi, dobbiamo riuscire distinguere quale sia la causa dell’isolamento. 

Il Covid-19 in alcuni casi ha fatto sperimentare come positiva l’esperienza di non avere contatti sociali, e in questo senso è stato un detonatore» ha spiegato Grosso che ha messo la luce su quell’1,6% di studenti intervistati che si è autodefinito Hikikomori, ossia una persona che evita il coinvolgimento sociale, non frequenta praticamente più alcun amico e passa tantissimo tempo davanti a un monitor, isolato nella propria camera. Si stima che in Italia siano circa 38mila: «Il 32% non lascia mai la propria stanza se non per andare a scuola, un quinto esce al massimo una volta alla settimana per uscire con gli amici o praticare attività sportive» ha aggiunto il presidente onorario del Gruppo Abele. 

«Quando ci troviamo di fronte a un ritiro sociale volontario la difficoltà va ricercata nella relazione con i propri compagni di scuola, nel senso di emarginazione e discriminazione che il ragazzo prova. Ed è causa di una grandissima sofferenza» ha spiegato lo psicologo, che ha sottolineato come invece Internet, in questi casi, rimanga «una risorsa, una finestra sul mondo e non la causa diretta della sofferenza. La Rete diventa lo strumento per una socializzazione compensativa che rende più lieve questo ritiro sociale».

Quasi 55mila studenti (2,2%) si sono volontariamente isolati per un periodo di tempo superiore ai 6 mesi, ascoltando la musica (58%), stando sui social network (47%) e giocando online (44%). Il 30% degli studenti ritirati per oltre 6 mesi non ha mantenuto alcun contatto con amici o conoscenti. Tra questi, il 49% ha spiegato di sentirsi escluso o non capito dagli altri, il 44% di non aver amici stretti e il 42% di essere solo. Viene da chiedersi da adulti cosa si possa fare per aiutare i ragazzi in queste condizioni, considerando che un terzo degli Hikikomori ha raccontato che i propri genitori hanno accettato la cosa senza porsi domande. Il 17% non l’ha saputo e solo l’11% si è preoccupato e ha chiamato il medico o la scuola.

«Dietro alle assenze da scuola possono esserci situazioni di sofferenza scolastica, episodi di bullismo, non denunciati né a scuola né ai propri genitori per paura di essere derisi o trattati male » ha denunciato ancora Grosso che è convinto del ruolo centrale della scuola di fronte alle assenze prolungate. Secondo lo psicoterapeuta «è importante che i genitori abbandonino l’atteggiamento morale e moralistico che colpevolizza il ragazzo che non va a scuola. Serve comprensione per capire dove e come aiutarlo».

www.avvenire.it

 

sabato 8 agosto 2020

TUTTI COLLEGATI, GIOVANI E ANZIANI PIÙ SOLI. ALLARME HIKIKOMORI


Giovani e anziani sono più soli.  Il paradosso del «tutti collegati»
La solitudine come patologia della modernità. 
Per i vecchi si attenuerà con la scomparsa della generazione «adigitale». 
Preoccupa la crescita degli «Hikikomori»
L’isolamento e le restrizioni dei rapporti sociali introdotti per arginare la pandemia da coronavirus hanno incrementato il disagio giovanile e favorito il rifugio nel mondo della realtà virtuale 
L’impegno del Gruppo Abele anche su questo fronte giovanile premiato dall’Accademia dei Lincei con il premio Antonio Feltrinelli 2020

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-          di LAMBERTO MAFFEI*
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La globalizzazione è stata indubbiamente un evento epocale, avvenuto in tempi relativamente rapidi e indotto o certamente facilitato da uno sviluppo altrettanto epocale della tecnologia delle comunicazioni. Essa è stata salutata, almeno all’inizio come un evento favorevole per le popolazioni, mirante a una migliore socialità e collaborazione in quanto ha levato molti limiti agli spostamenti tra Paesi e continenti diversi, promuovendo l’idea che anche gli altri sono buoni e cattivi come noi, con gli stessi pregi e difetti. C ome scrive José Saramago, ci si aspettava che la globalizzazione significasse prima di tutto globalizzazione del pane, la fine della fame nel mondo, ma questo non è avvenuto; ed era possibile, perché è noto che tanto pane è buttato via, o in pance già piene accumula grasso e talvolta patologia come il diabete di secondo tipo. È accaduto invece, come questo giornale continua a documentare, che le disuguaglianze sono aumentate e i ricchi sono diventati ricchissimi e i poveri poverissimi. Mi domando se la globalizzazione abbia significato solo un apparente diverso costume di comportamento, un vestito di un altro colore che copre un corpo con la stessa vecchia anima egoista e con occhi che, per parafrasare ancora Saramago, vedono le disuguaglianze e le ingiustizie, le cui immagini impietosamente si depositano sulla retina, senza però smuovere il cervello della solidarietà.
La rivoluzione digitale ha cambiato il modo di comunicare, la parola ha perso la sua musica, che porta con sé tutti quei messaggi che è difficile dire, ed è diventata messaggio scritto, quindi visivo, su uno smartphone, volutamente e inevitabilmente sintetico e apatico. Ascoltare, che è comprensione del-l’altro, è ormai considerato perdita di tempo in una forma di egoismo individuale e di una fisiologia dell’indifferenza. 
La globalizzazione e la digitalizzazione dell’individuo hanno fatto emergere, a mio avviso, tra gli effetti collaterali, il paradosso della solitudine: negli anziani, rimasti indietro nella cultura digitale sia tecnicamente che nel nuovo linguaggio che l’accompagna impedendo loro di conversare perfino con i figli; e anche nei giovani, i ragazzi Neet (not in education, employment or training), ragazzi o giovani adulti che non studiano, non lavorano, non seguono corsi di formazione e che purtroppo in Italia superano i 2 milioni, e i ragazzi Hikikomori (che vivono fisicamente appartati, autoisolati nella dimensione digitale).
L’effetto di isolamento degli anziani era in gran parte prevedibile, a causa della difficoltà nell’acquisizione delle nuove tecniche; ma, benché terribilmente triste e cinico a dirsi, tale fenomeno è economicamente e anche socialmente trascurabile perché i tecnologi, fautori di queste innovazioni dicono o sperano che esso scomparirà con la generazione vivente 'adigitale'. Il fenomeno degli Hikikomori invece non era affatto prevedibile e va considerato nella sua gravità, nei suoi aspetti sociali, medici e anche politici. Questo fenomeno può essere interpretato non tanto o non solo come una sorta di ribellione giovanile contro la società del consumismo e l’assenza di valori morali e culturali, quanto come una malattia indotta da un cambiamento violento di paradigma culturale, che basato su tradizioni e leggi divenuti memi che passano di generazione in generazione, è stato sconvolto dalla rivoluzione digitale. 
Non è un caso che il fenomeno si sia manifestato prima e più intensamente in Giappone dove le tradizioni sono state e sono guida assai rigida di comportamento e dove l’innovazione tecnologica è stata particolarmente attiva; né è un caso che il fenomeno sia particolarmente presente in famiglie borghesi dove le tradizioni sono più conservate. Il lockdown, il confinamento in casa dovuto al Covid-19, ha certamente aggravato il fenomeno e lo ha reso più evidente alle famiglie costrette anch’esse al confinamento. Nel valutare il fenomeno, bisogna anche considerare che il giovane cerca “fisiologicamente” il nuovo, valori e scopi diversi per vivere e allo stesso tempo è in fuga dai suoi bisogni vegetativi. 
I ragazzi Hikikomori sono giovani, di età compresa tra 11-12 anni e 27-28 anni, che si rinchiudono nella propria stanza, isolandosi dal contatto con altre persone e vivono utilizzando unicamente la connessione telematica, spesso anche con l’inversione degli orari sonno-veglia. Questo comportamento si insinua progressivamente e comporta la rarefazione o più spesso l’abbandono della frequenza scolastica e dei rapporti sociali, fino a un completo isolamento anche rispetto alla famiglia. Il mondo virtuale finisce per sostituire del tutto quello reale. Il fenomeno è iniziato in Giappone dove il numero di questi ragazzi supera già i 2 milioni ed è in espansione. 
In Italia il numero dei ragazzi Hikikomori è intorno ai centomila e in espansione particolarmente nelle regioni del Centro Nord a più alto sviluppo tecnologico. Vi sono osservazioni che suggeriscono che l’isolamento e le restrizioni dei rapporti sociali introdotte per arginare la pandemia da coronavirus abbiano incrementato il disagio giovanile e favorito il rifugio nel mondo della realtà virtuale. Sembra che ci sia una relazione (ancora non statisticamente quantificata) tra Paesi o città ad alto sviluppo tecnologico e numero dei ragazzi Hikikomori, come se lo sviluppo tecnologico agisse da attrattore verso una realtà diversa. In Giappone si è sviluppato, ad aiuto dei genitori, un nuovo tipo di occupazione, quello di studentesse che, dietro pagamento, contattano gli Hikikomori, principalmente maschi, cercando di reintrodurli a maggiore socialità.
In Italia il fenomeno dell’isolamento dei giovani è stato sottovalutato: solo il Gruppo Abele, guidato da don Luigi Ciotti, ha colto con tempestiva sensibilità l’importanza del fenomeno che può minare futuro e salute dei giovani. Nel cuore di Torino è già stato organizzato un “centro diurno” che – con un “laboratorio di espressione corporea” e un “laboratorio sulle tecnologie” – ha il progetto di riportare a una normale vita sociale e occupazionale i soggetti isolatisi, grazie a un intervento personalizzato, non sempre e, comunque non completamente di natura clinica, quanto piuttosto educativo socializzante, con rapporti prevalenti con altri ragazzi. 
Per questo l’Accademia dei Lincei ha assegnato per 2020 al Gruppo Abele il premio Antonio Feltrinelli «per un’impresa eccezionale di alto valore morale e umanitario » . Mi permetto di aggiungere, con un pizzico di orgoglio, che il collega Aldo Montesano e io siamo stati tra i relatori del progetto e l’abbiamo sostenuto con grande convinzione.

*Presidente emerito Accademia dei Lincei