Visualizzazione post con etichetta parola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta parola. Mostra tutti i post

domenica 19 luglio 2026

ATTESA E MEMORIA

 


LA FORZA NUDA

 DELLA PAROLA


 In questa notevole raccolta dei Radiodrammi che Beckett ha composto per la BBC nel corso di un ventennio spicca la forza nuda della parola.

- -di Massimo Recalcati 

 La scelta dello strumento radiofonico serve per operare un azzeramento delle immagini. Non a caso lo scrittore irlandese ha vietato espressamente ogni loro adattamento visivo: in un tempo dominato dal consumo avido di immagini quale è il nostro è una delle ragioni della formidabile inattualità di questa raccolta. Tra questi radiodrammi spiccano in particolare due opere degne di essere annoverate tra le più riuscite di Beckett: Tutti quelli che cadono e Braci. Essi costituiscono un allargamento e una ripresa dei temi che avevano caratterizzato la celebre pièce di Aspettando Godot

Il primo riporta nel titolo il Salmo 145, che recita: «Il Signore sostiene tutti quelli che cadono e rialza tutti quelli che si sono piegati». Beckett però spezza volutamente questo titolo sopprimendo la sua pars construens. Il cadere diviene così la cifra fondamentale della condizione umana che nessun Dio può guarire. Nessuno può salvarsi, nessuno può emanciparsi dal peso insopportabile dell’esistenza. Non a caso la forza di gravità si imprime come l’espressione del carattere assurdo e privo di senso dell’esistenza che diviene proprio per questa ragione un peso da trascinare faticosamente. Il viaggio della signora Rooney verso la stazione ferroviaria è una via crucis. Si tratta di una donna anziana e malata che fatica a camminare. Il suo corpo è preda di un lento e inesorabile declino. Non è il corpo che dice “Si!” alla vita, come accade a Molly, la formidabile protagonista femminile dell’Ulisse di Joyce, ma un corpo in disfacimento, carne afflitta, piagata, «distrutta nei polmoni, nel cuore e nel fegato». Inoltre la sua vita appare incarcerata anche da un lutto irrisolto per una figlia morta bambina. Nel suo viaggio verso la stazione in attesa del ritorno a casa del marito cieco, anche le macchine sembrano ostacolare il suo movimento: biciclette, furgoni e treni appaiono guasti o in ritardo. 

Beckett sapientemente accentua questa difficoltà di moto (grande tema di tutta la sua letteratura) introducendo la presenza innovativa dei suoni, come quelli dei faticosi e lenti passi sulla ghiaia della signora Rooney, dei versi degli animali, del vento e della pioggia che sembra accentuino la dimensione leopardianamente ostile della natura. Beckett esigeva un controllo ossessivo della resa acustica di questi suoni che avevano il compito di enfatizzare la condizione derelitta dell’esistenza, la sua colpevolezza fondamentale. Come in Aspettando Godot anche in questo testo l’attesa è protagonista. Il treno è in grave ritardo a causa della morte di un bambino caduto dal vagone e finito sotto le rotaie. Beckett non svela la causa di questa caduta. Aggiunge solo alcuni vaghi elementi che possono identificare il colpevole proprio nel marito della signora Ronney che, per esempio, dichiara apertamente di odiare i bambini e di volerne uccidere almeno uno: «Stroncare in boccio un piccolo disastro». 

 Ma il punto decisivo di questo drammatico incidente è l’interruzione della catena della filiazione. Altro grande tema beckettiano. Il bambino morto evoca l’assenza di Legge che caratterizza la vita. È un tema biblico che evoca la figura molto cara a Beckett di Giobbe. La colpa che affligge l’essere umano non dipende dalla sua azione né dalla sua intenzione perché è una colpa ontologica che coincide con l’esistenza stessa. La giustizia non si esercita secondo una logica razionalmente retributiva che premia il giusto e sanziona il reo. C’è piuttosto qualcosa di imperscrutabile che caratterizza la stessa Legge di Dio, la quale può colpire senza ragione apparente anche la vita dell’uomo più devoto o quella, come accade in questo caso, di un bambino innocente. 

In Braci questi temi ritornano ma alla luce nuova del tema della memoria. Al centro un uomo, Henry, solo di fronte al rumore incessante delle onde. Il fantasma del padre morto suicida in mare lo opprime. «Chi c’è accanto a me, adesso?», si chiede in uno spazio mentale occupato dai frammenti traumatici del suo passato. Anche in questo caso il processo di filiazione non appare generativo ma assomiglia ad una catena che può trasmettere solo dolore. Un paio d’anni prima in Finale di partita Beckett mostrava le figure dei genitori (Nagg e Nell) ridotti a due troncherini richiusi in due bidoni della spazzatura. In Braci Henry cammina ai bordi del mare invocando il riconoscimento del padre che non avverrà mai. 

Attesa e memoria, come confermano questi due radiodrammi, costituiscono due facce di uno stesso foglio. Si tratta di attendere ciò che non verrà mai e di ricordare ciò che è per sempre escluso dalla presenza. In questo senso essi possono essere letti davvero come due radicalizzazioni della problematica già presente in Aspettando Godot. In tutte e tre le opere l’essere umano è orientato verso qualcosa che resta confinato nell’assenza. L’attesa non si può mai soddisfare e la memoria non può più restituirci ciò che è stato. Restano sole le parole e le voci – resta solo la scrittura; le sole forme di redenzione e di resistenza possibili.

La Repubblica 

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

sabato 14 febbraio 2026

PADRI E DESPOTI

 

SI AFFERMANO LEADER ORDALICI

 In regioni del mondo e in contesti culturali diversi si affermano leader ordalici che rigettano il primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica.

-di Massimo Recalcati 

Il nostro tempo sperimenta il declino della funzione simbolica del padre. Gli effetti di questo declino non investono solo il discorso educativo e le figure genitoriali sempre più in crisi nell’esercizio dei loro compiti, ma riguardano più profondamente la natura stessa dei legami sociali. 

La dissoluzione dei valori consolidati della tradizione non ha generato una vita collettiva più solidale, ma un disorientamento di fondo che ha promosso una tendenza regressiva al recupero nostalgico di quegli stessi valori. Si tratta di una spinta pulsionale conservatrice che attraversa non solo l’Occidente, ma l’intero pianeta. Esposto a un vuoto simbolico che non sa abitare, il soggetto contemporaneo è animato dalla tentazione a recuperare una versione assolutista dell’autorità del padre. Invece di provare a praticare un’altra forma della paternità, diversa da quella patriarcale – che, almeno in Occidente, sarebbe in via di estinzione –, il nostro tempo manifesta un’inclinazione paradossale al suo rimpianto nostalgico. 

Mentre la funzione simbolica del padre evapora rivelando un suo fatale indebolimento, sulla scena politica contemporanea si affermano figure di padri che esibiscono senza veli la loro onnipotenza, come a voler oscurare quell’inevitabile indebolimento. Quello che ritorna non è la figura simbolica del padre come fondamento del patto sociale e come luogo di trasmissione della Legge della parola, che è la sola Legge che rende possibile una convivenza civile, ma una sua caricatura oscena, ovvero quella rappresentata dal padre ordalico descritto originariamente da Darwin e da Freud

Qual è la natura più essenziale di questa versione solo perversa del padre? Non si tratta di un padre che separa il godimento dalla Legge attribuendo un senso all’esperienza del limite e del non-tutto, ma di un Padre-Orangotango che sottomette la Legge stessa al proprio smisurato godimento. È, se si vuole, la forma contemporanea che ha assunto il ritorno della versione più autoritaria e più patologica del patriarcato: l’autorità paterna, anziché essere simbolo della Legge della parola, si impone contro quella Legge. Essa vorrebbe svincolarsi dalla Legge degli uomini facendo del proprio arbitrio la sola forma possibile della Legge. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei, da Erdogan a Kim Jong- un, in regioni del mondo e in contesti culturali estremamente diversi, si affermano padri ordalici che rigettano il primato della politica come primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica. I padri ordalici non parlano ma comandano; non interpretano la Legge, ma la piegano alla propria persona; non rappresentano il limite, ma lo violano sistematicamente nel nome di una sovranità che vuole imporsi come assoluta. La loro forza non deriva dalla Legge della parola, ma dalla loro adesione alle pulsioni più primitive e prepolitiche delle masse, dalla fascinazione per un potere che promette protezione in cambio di sottomissione. 

La crisi contemporanea della democrazia è in gran parte determinata dal ritorno spettrale del fantasma del padre dell’orda che Darwin, ripreso da Freud, situava come matrice originaria del legame sociale. 

Nel suo racconto, le prime forme di aggregazione umana sarebbero state caratterizzate dalla presenza di un capobranco che imponeva la propria forza sui figli e sulle figlie, asserviti a un godimento incestuoso elevato al rango della sola versione possibile della Legge. Non a caso, nella rilettura freudiana di questo mito, la nascita del patto sociale e la costituzione di una possibile comunità scaturivano solo dalla morte per assassinio del padre dell’orda, provocata dai fratelli e dalle sorelle riunitisi contro il padre-tiranno. Solo se il padre-orangotango viene destituito, infatti, può esistere una Legge in grado di limitare la spinta incestuosa al dominio e al godimento del tutto. Nel nostro tempo sembra invece accadere proprio il contrario: il ritorno del padre onnipotente dell’orda porta con sé il rischio della morte del patto sociale. Si tratta di un nuovo autoritarismo che in Occidente non è affatto un residuo arcaico che resiste all’ipermodernità, ma è, al contrario, un prodotto osceno interno alla crisi dell’ipermodernità stessa. Il padre ordalico emerge come risposta regressiva all’angoscia generata dall’evaporazione del padre simbolico. 

Un caso emblematico attuale è l’uso trumpiano delle milizie dell’ICE per contrastare il fenomeno dell’immigrazione, oppure l’irridente e spettacolare degradazione dei suoi avversari politici, ridotti a figure subumane – come è già avvenuto con Biden o, più recentemente, con i coniugi Obama. 

Il ritorno di questi padri despoti che sostituiscono al Diritto la forza, o meglio, come accadeva nell’orda primitiva descritta da Darwin e da Freud, che scambiano la propria forza con quella del Diritto, anziché restaurare la vecchia autorità simbolica del padre ne segnalano la perdita più totale, il fallimento ultimativo di quella funzione. Non siamo infatti di fronte a un ritorno della Legge simbolica della parola, ma piuttosto alla sua tendenziale sospensione nel nome, appunto, della forza scambiata per il solo Diritto che conta. I padri ordalici non rafforzano la democrazia ma la escludono per principio (come accade, per esempio, nel regime religioso di Khamenei o in quello militare-poliziesco di Putin), oppure la corrodono dall’interno (come nell’azione politica di Trump o di Netanyahu). La loro forza deriva dal vuoto politico che occupano: là dove il padre simbolico è stato disattivato, il padre ordalico si presenta come una soluzione immaginaria all’angoscia e al disorientamento collettivo.

La Repubblica

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

 

venerdì 30 gennaio 2026

IL COLTELLO E LA PAROLA


 QUANDO
IL COLTELLO 

VINCE LA PAROLA

 


Con la violenza il limite viene rigettato e con esso ogni sentimento di fratellanza umana. Educare non significa proteggere i giovani da ogni frustrazione, ma insegnare loro a tollerarne il peso senza trasformarlo in una spinta alla distruzione rabbiosa.

Massimo Recalcati 

La violenza in quanto tale è sempre un’alternativa secca alla parola

Essa non nasce come un semplice impulso animale, ma come una scorciatoia, una via breve, come direbbe Freud, che può consentire a un soggetto o a un gruppo umano di raggiungere il proprio obiettivo senza differimenti. Se infatti l’esercizio della parola introduce distanza, complessità, mediazione, negoziazione, dialogo, la violenza promette una realizzazione immediata del proprio soddisfacimento pulsionale. La violenza porta sempre con sé una tentazione, ovvero quella di raggiungere il proprio obiettivo senza incamminarsi lungo i percorsi tortuosi imposti dalla parola: colpire il rivale in amore, appropriarsi di un oggetto desiderato, imporre la propria superiorità, dimostrare la propria forza, esercitare il godimento della sopraffazione, umiliare l’inerme, sottomettere il nemico. In questo senso, la violenza giovanile che oggi riempie le pagine di cronaca, che sia individuale o di gruppo, è sempre prepolitica. 

Anche quando assume la forma della banda o del branco, il suo movente resta profondamente individualistico: non mira alla trasformazione del mondo, ma alla affermazione narcisistica del proprio Ego. L’altro non è riconosciuto come interlocutore, ma ridotto a rivale, a ostacolo, a bersaglio da colpire e da eliminare. Il coltello prende il posto della parola nell’illusione di costituire chi lo impugna come padrone onnipotente della vita degli altri. Il limite viene rigettato e con esso ogni sentimento di fratellanza umana. 

Ma la psicoanalisi insegna che l’esperienza della frustrazione che scaturisce dall’incontro con un limite insuperabile rappresenta il passaggio necessario all’umanizzazione della vita: non si può avere tutto, non si può godere di tutto, non si può essere tutto. È solo accettando il suo limite che il desiderio può articolarsi, trasformarsi, trovare vie civilizzate di espressione, diventare generativo. Senza limite - senza esperienza della frustrazione –, non c’è costituzione del soggetto, ma solo una spinta pulsionale che esige il suo soddisfacimento immediato. È l’imperativo sociale che oggi domina la nostra vita individuale e collettiva. Per questa ragione, è sempre più difficile per il discorso educativo contemporaneo mostrare l’importanza della frustrazione e della sua metabolizzazione simbolica in ogni processo di formazione. Il nostro tempo ha sostituito al senso dell’impossibile – necessario alla umanizzazione della vita – la chimera individualistica che tutto sia sempre possibile. La cultura della prestazione, del successo rapido, della visibilità e della virtualità, alimenta l’idea che ogni desiderio debba trovare una sua realizzazione spettacolare, senza attese né fatica. 

Il limite

In questo scenario, il limite non appare più come una soglia generativa, ma come un sopruso intollerabile. È da qui che nasce la tentazione giovanile della violenza. Al posto del cammino lungo della formazione s’impone l’illusione della scorciatoia, dell’accesso immediato al soddisfacimento. Al contrario, sappiamo invece che se c’è effetto soggettivo di formazione è solo grazie alle elaborazioni simboliche della frustrazione. 

Il ricorso alla violenza vorrebbe negare ogni frustrazione bruciando le tappe obbligatorie della crescita. La violenza non sopporta il tempo dell’attesa, non riconosce il tempo lungo del percorso, non accetta la mediazione faticosa della parola: essa, come si diceva una volta, vuole tutto e subito. Da questo punto di vista, come ho ricordato in altre occasioni, esiste per la psicoanalisi una profonda omologia tra la violenza e l’allucinazione. Entrambe funzionano come delle “vie brevi” del soddisfacimento. Se, per esempio, il raggiungimento della soddisfazione attraverso il lavoro esige tempo, fatica e rinunce, quello promesso dalla violenza offre l’illusione (allucinatoria) di consumarsi in un solo colpo, in un solo atto. È un godimento senza storia, senza memoria e senza futuro. Educare, allora, non significa proteggere i figli da ogni frustrazione, ma insegnare loro ad assumerne e a tollerarne il peso senza trasformarlo in una spinta alla distruzione rabbiosa. 

La parola

Dovremmo sempre ricordare che la parola non è solo uno strumento della comunicazione – come il pragmatismo scellerato del nostro tempo vorrebbe fare credere – ma è la sola Legge che umanizza la vita, la sola vera alternativa alla violenza. Una parola che non ha come compito quello di moralizzare i nostri figli, ma quello di aprire degli spazi inediti di senso, di alimentare la forza propulsiva del desiderio. Dove, infatti, la parola circola, la violenza perde la sua potenza seduttiva. Dove il limite è riconosciuto come condizione dell’umano, la via breve del passaggio all’atto violento non è più la sola risorsa a disposizione per tollerare la frustrazione.

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine


 

domenica 25 gennaio 2026

IL SIGNORE CI PARLA

 


DOMENICA III

 DEL TEMPO

 ORDINARIO


– 25 Gennaio 2026 


Domenica della Parola

 

 Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23


  Commento di M. Augé B. 

Il simbolismo della luce, che abbiamo già trovato nella domenica precedente nonché nella liturgia natalizia e ritroveremo in quella pasquale, esprime, nella Bibbia, la realtà della salvezza donata dal Signore per mezzo di Cristo. San Matteo, nel brano evangelico d’oggi, racconta gli inizi del ministero pubblico di Gesù che comincia dalla Galilea, dopo l’arresto di Giovanni. Gesù sceglie come punto di partenza della sua predicazione una regione religiosamente sottosviluppata, dove la religione d’Israele era a stretto contatto col paganesimo. Nel secolo VIII a. C. gli abitanti di Galilea erano stati deportati in esilio, “immersi nelle tenebre della schiavitù”. Ricordiamo che uno degli argomenti che verranno portati contro la messianicità di Gesù è appunto questo: “Il Cristo viene forse dalla Galilea?” (Gv 7,41). In questa scelta fatta da Gesù per iniziare l’annuncio del Regno di Dio e l’invito alla conversione, l’evangelista Matteo vede il compimento delle parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “...il popolo che cammina nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. La Galilea, terra di tenebra da dove la predicazione di Gesù inizia a irradiarsi come luce, è il simbolo del buio che avvolge la vita dell’uomo che non è stato illuminato dalla luce del Vangelo di Gesù.

 La lieta novella che Gesù reca all’uomo è un messaggio di liberazione morale e fisica, perché rinnova l’uomo. Gesù predica il vangelo del Regno e guarisce ogni malattia e infermità mettendo l’uomo in grado di individuare e percorrere la strada che lo può realizzare, che è capace di dare senso alla propria vita, come i fratelli Simone e Andrea e Giacomo e Giovanni che, lasciata ogni cosa, seguono Gesù e trovano in lui il senso della loro esistenza. San Matteo sottolinea che i primi discepoli sono fratelli nel sangue per indicare l’effetto della conversione che conduce oltre, verso la fraternità in Cristo, la sola capace di non divenire mai esclusiva, ma comprensiva di ogni uomo. Convertirsi al Regno di Dio significa quindi scoprire anche i profondi rapporti che ci uniscono gli uni gli altri. Fare di Cristo il centro della vita vuol dire spezzare ogni barriera e ogni divisione. Perciò nella comunità di coloro che sono stati illuminati dal Vangelo di Gesù non hanno senso le discordie, le divisioni. È quanto ricorda san Paolo nella seconda lettura quando esorta i fratelli della comunità di Corinto ad essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Se Cristo non può essere diviso, nemmeno la comunità di Cristo, che è vero “corpo di Cristo”, può essere divisa. Le divisioni nella Chiesa sono lacerazioni di Cristo.

 Riassumendo, possiamo affermare che negli inizi della sua predicazione Gesù annuncia la liberazione dall’oppressione in cui si trovano gli uomini che vivono nelle tenebre e nella schiavitù del peccato, perché essi, “illuminati” dalla luce che è Cristo, possano ritrovare il senso della loro esistenza nella comunione e solidarietà reciproca. Questo messaggio trova una sua realizzazione vera e paradigmatica nella partecipazione all’eucaristia, in cui per opera dello Spirito “diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (preghiera eucaristica III).

Pubblicato da M. Augé B. 

Immagine



 

sabato 6 dicembre 2025

LA PAROLA FA UGUALI


Il capitale semantico della società: dalla parola che fa eguali a Barbiana, alla comunicazione significativa

di Daniele Scarampi 

Ogni lingua stabilisce un sistema di significati sconfinato e assai eterogeneo se rapportato ad altri sistemi: ecco perché, sulla spinta delle teorie di A. von Humboldt e per tutta la successiva prima metà del Novecento, è nata e poi si è consolidata la teoria del relativismo linguistico, ovverosia l’idea che la lingua possa influenzare il pensiero, determinare le concezioni e veicolare ovvero modificare la percezione della realtà da parte di ogni singolo individuo (Sapir, Whorf 2017).

Le diversità linguistiche sono pertanto divenute il mezzo per spiegare almeno parzialmente le differenze cognitive o culturali delle varie società, atteso che idee e concetti possono subire l’influenza della lingua e quest’ultima, sovente, utilizza i suoi strumenti per plasmarli. La lingua è dunque un agente trasformativo della realtà, include in sé la visione del mondo e la modifica oppure ne cambia i presupposti, stabilendo successivamente le modalità del pensiero di coloro che la utilizzano (Prato 2019): tra linguaggio e pensiero – come già ammoniva L.S. Vygotsky – sussiste infatti una relazione dinamica e un rapporto di stretta reciprocità perché i parlanti e gli scriventi decodificano la realtà mediante la lingua; del resto la nota ipotesi di E. Sapir e B. Whorf, linguisti e antropologi, conosciuta anche come ipotesi della relatività linguistica, asserisce che ogni lingua determina la struttura cognitiva di chi la pratica. In altri termini, una data lingua, per mezzo del suo vocabolario e delle sue strutture grammaticali, tende a influenzare il sistema cognitivo e il modo di percepire il mondo: di conseguenza, chi parla e scrive lingue diverse avrà una differente concezione della realtà.

Ogni lingua è tutt’altro che un mero mezzo d’accesso al pensiero; è piuttosto uno strumento attraverso cui il pensiero prende forma ed esercita un’influenza diretta sulla cognizione.

Ne consegue che le differenze tra le lingue testimoniano sempre le diverse sfumature attraverso le quali i vissuti degli individui vengono percepiti, cosicché accettare la diversità etnolinguistica significa anzitutto accettare le diversità tanto sociali quanto culturali tra i popoli; è indubbio che, oggi, intervenire educativamente nei linguaggi parlati o scritti significa anche intervenire sulle condizioni sociali di parlanti e scriventi.

Compito dell’istruzione è intendere gli altri e farsi intendere, in modo da possedere gli strumenti necessari per poter affrontare la quotidianità, con tutte le sue difficoltà e i suoi fallimenti. La parola fa eguali, salva, emancipa e ben lo aveva intuito don Lorenzo Milani con la sua scrittura collaborativa e riflessiva, antesignana dell’attuale cooperative learning, della peer education, della didattica laboratoriale e di quella per competenze. Attualmente sui banchi di scuola non ci sono più gli ospiti di Barbiana, ma ci sono i figli degli immigrati, i bambini e i ragazzi che portano il fardello di situazioni familiari disastrose, i bisogni educativi speciali non certificati, i numerosissimi minori non accompagnati, gli apolidi, i dispersi, gli abbandonati o i figli delle guerre: insomma le nuove povertà educative.

L’ottavo sacramento

Il compito della scuola, che don Milani definiva l’ottavo sacramento, è inseguire un ideale di giustizia ed equità sociale e tradurlo in una serie di azioni pratiche e concrete, a supporto di ogni discente. Perché la scuola che sa accogliere è anche quella che sa prendersi cura di ogni esigenza e soprattutto che sa mettere lo studente al centro dell’apprendimento.

Del resto la scuola non deve essere soltanto un luogo di trasmissione dei saperi, ma deve farsi spazio di ricostruzione del senso; l’educazione non è più soltanto un processo di istruzione, ma è un atto di ricomposizione semantica del mondo: là dove i linguaggi si moltiplicano e si frammentano, la scuola deve diventare il luogo in cui si genera il capitale semantico della società, ovverosia l’insieme dei significati condivisi che permettono a una comunità di pensare, comunicare e progettare il proprio futuro (Fundarò 2025). Questa è la più intima eredità di Barbiana.

Il nostro tempo è attraversato da una profonda crisi del significato, dovuta all’infodemia che la rivoluzione digitale ha generato; per cui l’aumento della mole informativa non corrisponde a un aumento di conoscenza, semmai la disgrega e la parcellizza.

Educare, pertanto, significa anche e soprattutto costruire la competenza semantica, cioè la capacità di attribuire significati condivisi, costruire relazioni di senso e riconoscere le connessioni tra le informazioni. La scuola, in questa prospettiva, ha l’obbligo di custodire e implementare il capitale semantico, cosicché – nella selva dei linguaggi frammentati – si possa perseguire l’unità del senso, condurre verso la responsabilità della parola e dare forma al pensiero.

La sfida educativa dei nostri giorni – come ben hanno intuito L. Floridi (2024) e A. Fundarò (2025) – non è reperire dati e informazioni, ma piuttosto comprenderli, interpretarli e trasformarli in conoscenza, poiché la competenza semantica presuppone tre dimensioni fondamentali: la capacità di decodificare testi e messaggi, l’attitudine a valutare la verosimiglianza delle informazioni e, non in ultimo, la creatività cognitiva, ossia l’abilità nel generare nuovi significati a partire dai dati disponibili.

Capitale semantico

D’altronde il capitale semantico è quella sommatoria di contenuti che consente di dare un senso alle esperienze vissute, alimentando processi di interpretazione, comunicazione e comprensione reciproca: l’eredità invisibile fatta di parole condivise, esperienze sedimentate, simboli riconoscibili; in un mondo dove i devices sanno già comunicare e il web veicola la conoscenza, il vero traguardo è comprendere, selezionare, interpretare i messaggi orali e scritti in modo da restituire significati comprensibili a tutti e combattere la disinformazione. Oltretutto ragionare sulle parole, usate nelle più disparate situazioni, ci aiuta a capire un po’ meglio come funziona la lingua.

Ora, se il fine ultimo dell’istruzione è creare individui consapevoli, il traguardo che la scuola deve imporsi è quello di emancipare le persone dai gioghi culturali e sociali, per poi condurle verso lo sviluppo d’una coscienza critica utile a far valere sempre quei diritti fondamentali troppo spesso vilipesi e calpestati. Ecco dove nasce la pedagogia dell’aderenza assai cara al Priore di Barbiana: partendo dall’ambiente in cui vive, lo studente costruisce la propria conoscenza e il docente, nell’organizzare i significati, struttura con il discente un ambiente d’apprendimento efficace e operativo. Dal particolare all’universale allievo e maestro pattuiscono regole comuni.

Quindi, costruito un apprendimento significativo, la pedagogia dell’aderenza accompagna verso lo sviluppo di quella che C. Rinaldi (2024) definisce «intelligenza sensibile» – naturale evoluzione dell’intelligenza emotiva di M. Goleman – che, trascendendo l’empatia, raggiunge un livello assai profondo di comprensione sensoriale.

Non si tratta solamente di comprendere ciò che il nostro interlocutore prova sul piano emotivo, ma di ascoltare anche i suoi segnali più sottili e corporei che costituiscono un fondamentale feedback comunicativo. La comunicazione efficace non è fatta soltanto da un uso sapiente delle parole, ma anche dalla capacità di ascolto attivo, che consente di accogliere l’altro, di creare un clima di fiducia reciproca, di mettersi in frequenza comprendendone i messaggi e stabilendo quelle connessioni indispensabili al superamento di attriti e incomprensioni.

In conclusione vale la pena osservare che, da sempre, l’identità di un popolo o di una cultura è legata inscindibilmente alla lingua, in quanto scrigno di valori culturali e punti di vista differenti resi manifesti per il tramite degli strumenti lessicali e delle regole grammaticali. Tuttavia lingua e identità sono concetti mobili, in continua evoluzione, ed ecco che il capitale semantico fornisce gli strumenti concettuali per dare senso alla realtà e creare un senso di appartenenza.

 

Biblio-sitografia

Bramante, R.P., Ascolto attivo: una competenza silenziosa, , 24 ottobre 2025.

Fundarò, A., Il capitale semantico dell’educazione: costruire identità e senso nell’era digitale, , 31 ottobre 2025.

Genovese, G.A., , Erickson.it, 23 gennaio 2025.

Laudisa, E., , GoodJob.Vision, 4 febbraio 2024.

, Rivista.ai, 31 ottobre 2024

Prato, A., , IstitutoEuroArabo.it, 2019.

Rinaldi, C., , Milano, Egea, 2024.

Ronchi, M., , econopoli.ilsole24ore.com,16 ottobre 2025.

Sapir, E., Whorf, B., , Cassarai, M., Crucianelli, E. (ed.), Roma, Castelvecchi, 2017.

Scarampi, D., L’ottavo sacramento: una scuola che accoglie. La lezione di don Milani, Firenze, Giunti Scuola, 2021.

Scarampi, D., , Lingua italiana, Treccani.it., 2023.

Treccani 

Immagine


martedì 8 luglio 2025

POVERO PENSIERO CRITICO !

 


Lo psichiatra Crepet riflette 

sulla buia situazione attuale 

dominata dalle nuove tecnologie

 che annullano 

ogni senso critico.

 

-           di Alessandra Galetto

 Carenza di pensiero critico. Nessuna voce che si alza dal coro della narrazione dominante per esprimere almeno quella prima forma di riflessione indipendente che è un dubbio. Lo dice del resto chiaramente Paolo Crepet, che per questo suo nuovo spettacolo con il quale sarà in tournè in estate (l’11 luglio al Castello di Villafranca) ha scelto il titolo quantomai esplicito «Il reato di pensare». 

Se dunque il lavoro precedente dello psichiatra, sociologo, saggista e opinionista esortava a «Mordere il cielo» in risposta alla preoccupante constatazione dell’eclissi della nostra sfera emotiva, qui pare che la questione sia ancora più grave. 

 Professor Crepet, davvero pensare è diventato reato? 

Da che mondo è mondo despoti, potenti, dittatori, ma anche semplici cittadini (basterebbe pensare alle relazioni sentimentali e familiari) hanno temuto il pensiero libero. La storia insegna che i conflitti sono nati per sradicare, impedire, punire chiunque abbia cercato di esprimere le proprie opinioni. Il fatto è che non ci siamo accorti di quello che stava succedendo, siamo partiti con il cellulare e poi ondata dopo ondata - ondate da una parte silenziose, dall’altra ammalianti - eccoci qui: stiamo lambendo un imprevisto quasi paradossale, un limite che silenziosamente sta facendo regredire la civiltà invece di garantirne un progresso. Una muraglia invisibile per secoli ha sfidato l’umanità più coraggiosa, ora sembra illuderla. 

 Complice l’intelligenza artificiale, lei dice? 

L’intelligenza artificiale fa il suo lavoro in modo coerente con il suo business, ma sono gli stessi promotori di questa tecnologia che ci hanno messo in guardia sui rischi. Questi meccanismi di dipendenza ormai sono globali, nel senso che sono diffusi ovunque nel nostro pianeta. Qualcosa è andato storto, ormai questo è evidente anche a chi non vuole ammetterlo e preoccuparsene: viviamo una contraddizione lacerante. Vedo attorno a me gente confusa che in parte cerca nuove parole, mentre altri percepiscono una visione assottigliata dalle proprie, smisurate necessità individuali. Come se, abbattendo nuovi muri e pronunciando parole che solo qualche decennio fa sarebbero sembrate blasfeme, improvvisamente fossimo dominati dall’eco silenzioso di nuove paure generate dall’angoscia che quelle stesse nuove forme di libertà siano improvvisamente diventate abbagli, azzardi, pericoli, insuete forme di ansia e di inquietudine. Addomesticare le parole, quindi il pensiero che le genera, porta alla normalizzazione che fa parte di una regola del nuovo marketing ideologico. Temo che possa accadere qualcosa di più: che si faccia avanti l’esigenza un nuovo “codice” che disciplina il pensiero. 

 Cosa dobbiamo aspettarci? 

Non saranno più la morale, l’etica o i sensi di colpa, ma un ritorno indietro all’idea che le parole, ma soprattutto l’ispirazione che le genera, debbano essere auto-inibite. Una forma di censura autoindotta che permetta un asservimento di massa. Il reato di pensare inciderà sulla reciprocità, così svanisce la contaminazione culturale, emotiva, relazionale. Si arriva a essere atterriti delle proprie idee, dall’idea e dalla necessità di esporle. Alla radice di ogni forma di libertà c’è il pensiero, l’esercizio del libero arbitrio. Se per la prima volta nella storia dell’umanità si decidesse che per seguire le regole del mercato e della politica si deve proibirlo, che ne sarà della nostra immaginazione, del nostro genio che nasce dalla disubbidienza all’omologazione? 

 Chi ne verrà maggiormente penalizzato? 

I più penalizzati sono i geniali, che sono da sempre fuori dal coro. Quante forme di “politicamente corretto” stanno distorcendo la formazione dell’ideazione, quanti veti ideologici e contro- ideologici stanno costruendo nuove gabbie invisibili ma paralizzanti, quante censure e autocensure ci stiamo imponendo pensando che siano nuove forme di libertà?

 L'Arena 

Immagine


 

lunedì 29 aprile 2024

LA LETTOSCRITTURA


 La didattica della letto-scrittura 

e il metodo globale: 

un esempio di 

“Linee guida” per la scuola Primaria

 

-     -    di Antonio Fundarò


La letto-scrittura non è soltanto un’abilità fondamentale nella vita di ogni individuo, ma rappresenta anche un complesso processo mentale che coinvolge diverse aree del cervello. Questo articolo esplorerà il concetto di letto-scrittura come processo mentale, mettendo in luce il ruolo del pensiero, della globalità e della parola, e discutendo l’efficacia e le peculiarità del Metodo Globale nell’insegnamento della letto-scrittura.

La letto-scrittura come processo mentale

La capacità di leggere e scrivere è il risultato di un intricato processo cognitivo che inizia con il riconoscimento visivo dei simboli grafici e si estende alla comprensione e alla produzione del linguaggio scritto. Quando leggiamo, il nostro cervello non solo decodifica singoli caratteri o parole, ma attiva anche una rete complessa di connessioni neuronali che ci permette di interpretare il testo in termini di significato e contesto.

Il pensiero, la globalità e la parola

Il concetto di globalità è fondamentale nella letto-scrittura poiché il cervello umano tende a cercare pattern e strutture complessive piuttosto che focalizzarsi su elementi isolati. Questo approccio globale si riflette nella maniera in cui processiamo le parole e le frasi, integrando simultaneamente informazioni visive, linguistiche e contestuali. Il pensiero, dunque, gioca un ruolo cruciale, fungendo da collegamento tra la percezione visiva delle parole e la loro comprensione a livello più profondo.

Il metodo globale

Il Metodo Globale di insegnamento della letto-scrittura si basa proprio su questo principio di globalità. Invece di iniziare con l’apprendimento delle lettere e delle sillabe singole, il Metodo Globale introduce parole intere e frasi fin dall’inizio, permettendo agli studenti di percepire il linguaggio scritto nel suo contesto reale e significativo. Questo approccio aiuta a sviluppare una comprensione più rapida e naturale del testo, promuovendo al contempo una maggiore fluidità nella lettura.

Ogni studente ha un proprio stile di apprendimento

Sebbene il Metodo Globale offra numerosi vantaggi, è importante considerare che ogni studente ha un proprio stile di apprendimento. Alcuni possono trarre grande beneficio da un approccio globale, mentre altri potrebbero trovare più efficace un metodo più analitico e strutturato. L’importante è che gli educatori siano flessibili e pronti ad adattare le loro strategie didattiche alle esigenze individuali dei loro studenti. La didattica della letto-scrittura, attraverso il Metodo Globale, offre una visione affascinante e integrata dell’apprendimento del linguaggio scritto, ponendo le basi per un insegnamento più inclusivo e accessibile a tutti gli studenti.

L’ambiente Doman: creare un contesto stimolante per l’apprendimento

Il metodo ideato da Glenn Doman pone un’enfasi particolare sulla creazione di un ambiente ricco e stimolante che incoraggi l’apprendimento precoce e rapido dei bambini. Secondo Doman, l’esposizione precoce a parole, numeri e concetti complessi in un ambiente amorevole e supportivo può accelerare significativamente lo sviluppo cognitivo dei bambini. L’ambiente Doman utilizza materiali didattici visivamente accattivanti e sessioni di apprendimento brevi ma frequenti, che mirano a massimizzare l’engagement del bambino senza causare sovraccarico o stress.

Lo sviluppo della letto-scrittura

Lo sviluppo della letto-scrittura segue una traiettoria che può variare significativamente da un individuo all’altro. Inizialmente, i bambini imparano a riconoscere le immagini e i simboli, per poi passare alle lettere e alle parole. La fase successiva è quella della comprensione, in cui i bambini iniziano a collegare le parole a significati più ampi e a contesti reali. Un approccio equilibrato tra lettura e scrittura può facilitare questo sviluppo, poiché ciascuna abilità rinforza l’altra, contribuendo a una più profonda comprensione e abilità nell’uso del linguaggio.

Come fronteggiare il ritardo e il disturbo della letto-scrittura

I ritardi e i disturbi della letto-scrittura, come la dislessia, richiedono strategie didattiche specifiche e personalizzate. Gli interventi precoce sono cruciali e possono includere la terapia del linguaggio, programmi di lettura strutturati e supporto psicologico. È fondamentale che questi programmi siano inclusivi e adattati alle esigenze specifiche di ciascun bambino per garantire il miglior esito possibile. La collaborazione tra insegnanti, terapisti e famiglie è essenziale per creare un piano di supporto efficace che possa aiutare il bambino a superare le difficoltà incontrate.

Leggere, scrivere e comprendere in fluidità

La fluidità nella letto-scrittura non implica solamente la capacità di leggere o scrivere velocemente, ma anche di farlo con accuratezza e comprensione. Per sviluppare questa competenza, è importante praticare la lettura ad alta voce, discutere i contenuti dei testi e esercitarsi nella scrittura in vari contesti. Le attività che incoraggiano la riflessione critica e la discussione possono migliorare significativamente la comprensione mentre la scrittura creativa e analitica aiuta a rafforzare le capacità espressive e costruttive del bambino.

Un viaggio complesso che si evolve attraverso diverse fasi di sviluppo

Il processo di letto-scrittura è un viaggio complesso che si evolve attraverso diverse fasi di sviluppo. Affrontare con sensibilità e comprensione le difficoltà incontrate da alcuni studenti può fare una grande differenza nel loro percorso educativo. Gli educatori devono essere preparati a modificare e adattare le loro metodologie per soddisfare le diverse necessità dei loro studenti, promuovendo un ambiente di apprendimento che sia sia stimolante che accogliente.

Il testo e la testualità: elementi fondamentali della letto-scrittura

Il concetto di “testo” in didattica va oltre la semplice sequenza di parole stampate su una pagina; si tratta di un’entità coesa che trasmette significato attraverso la sua struttura e il suo contesto. La testualità si riferisce alla qualità che rende un insieme di parole un “testo”, ovvero la capacità di formare un tutto logico e significativo. Questa qualità è fondamentale per l’interpretazione e la comprensione del materiale scritto e rappresenta una competenza chiave nella letto-scrittura.

La costruzione della frase: un pilastro della comprensione

La capacità di costruire frasi che non solo seguono le regole grammaticali ma anche trasmettono chiaramente un messaggio è cruciale. La costruzione efficace delle frasi facilita una comunicazione limpida e precisa, essenziale sia nella scrittura creativa che in quella analitica. Gli insegnanti possono aiutare gli studenti a sviluppare questa abilità attraverso esercizi che incentrano sulla variazione sintattica e l’uso di connettivi per migliorare la coerenza e la coesione del testo.

La pragmalinguistica e la riflessione linguistica

La pragmalinguistica si occupa dell’uso pratico del linguaggio in contesti specifici, enfatizzando come il linguaggio sia usato per raggiungere obiettivi comunicativi particolari. La riflessione linguistica, invece, invita gli studenti a pensare criticamente sul linguaggio stesso, esplorando questioni come il significato, l’uso e la variazione. Queste competenze sono vitali per sviluppare una comprensione profonda del linguaggio e per utilizzarlo efficacemente in diverse situazioni.

Le riscritture: una tecnica per l’affinamento delle abilità di scrittura

L’atto di riscrivere testi è un potente strumento didattico che permette agli studenti di riflettere sulla propria scrittura e su quella degli altri, identificando aree di forza e di miglioramento. Questo processo non solo migliora le abilità linguistiche e stilistiche, ma incoraggia anche una maggiore consapevolezza delle diverse tecniche narrative e espositive.

Presentazione del nuovo materiale didattico e abilitativo: “I quaderni di Victor. Costruisco la lingua scritta”

Un esempio innovativo di materiale didattico che integra queste tecniche è “I Quaderni di Victor – Costruisco la lingua scritta”. Questi quaderni sono progettati per guidare gli studenti attraverso il processo di costruzione del testo, dalla frase al paragrafo fino al testo completo, usando esercizi che incoraggiano la riflessione linguistica e la pragmalinguistica. Attraverso attività strutturate e progressivamente più complesse, “I Quaderni di Victor” offrono agli studenti le risorse per sviluppare una padronanza del linguaggio scritto, enfatizzando la creatività, la comprensione e l’efficacia comunicativa.

In conclusione, la didattica della letto-scrittura si avvale di un approccio integrato che combina la comprensione testuale, la costruzione delle frasi, e la riflessione linguistica per sviluppare studenti che non solo leggano e scrivano con competenza, ma che anche comprendano e apprezzino la ricchezza e la complessità del linguaggio. Con l’adozione di materiali innovativi come “I Quaderni di Victor”, l’educazione linguistica può trarre beneficio da metodologie che promuovono un apprendimento attivo e consapevole, preparando gli studenti a diventare comunicatori efficaci e pensatori critici nel mondo moderno.

Il contributo del prof. Piero Crispiani

L’articolo ha esplorato vari aspetti della didattica della letto-scrittura, evidenziando come si tratti di un processo mentale complesso che integra la percezione visiva, la comprensione linguistica e la costruzione testuale. Abbiamo discusso l’efficacia del Metodo Globale, l’importanza dell’ambiente Doman per l’apprendimento precoce, e come affrontare i disturbi della letto-scrittura, enfatizzando la necessità di interventi personalizzati e precoce. La discussione si è poi spostata sulla costruzione delle frasi e sull’importanza della pragmalinguistica e della riflessione linguistica, elementi cruciali per sviluppare una piena competenza comunicativa. Abbiamo anche introdotto “I Quaderni di Victor – Costruisco la lingua scritta” come esempio di materiale didattico innovativo che supporta l’apprendimento strutturato della letto-scrittura. Un ruolo fondamentale in questo ambito è stato svolto dal Prof. Piero Crispiani, il cui lavoro nel campo della didattica della letto-scrittura ha lasciato un’impronta indelebile. La sua ricerca e i suoi metodi didattici hanno contribuito significativamente all’evoluzione delle tecniche di insegnamento, proponendo approcci innovativi che hanno migliorato l’apprendimento linguistico per studenti con diverse esigenze e capacità. La sua enfasi sulla necessità di un approccio personalizzato e basato su solide fondamenta cognitive è un punto di riferimento per educatori e ricercatori nel settore. In conclusione, il contributo del Prof. Crispiani e l’adozione di metodi didattici efficaci e innovativi sono essenziali per affrontare le sfide dell’insegnamento della letto-scrittura, garantendo che ogni studente possa raggiungere il suo pieno potenziale linguistico e comunicativo. L’articolo sottolinea l’importanza di continuare a esplorare e implementare pratiche pedagogiche che supportano un apprendimento completo e inclusivo, riflettendo l’evoluzione continua nel campo dell’educazione linguistica.

In allegato un esempio di “Linee guida” e raccomandazioni

Creare linee guida efficaci per insegnanti e genitori nel contesto della scuola primaria è fondamentale per sostenere lo sviluppo educativo degli studenti. Queste linee guida mirano a creare un partenariato costruttivo tra insegnanti e genitori, essenziale per sostenere lo sviluppo complessivo degli studenti nella scuola primaria. La collaborazione, la comunicazione e il supporto continuo sono chiave per realizzare un ambiente educativo che promuova il successo accademico e personale di ogni studente. In allegato alcune raccomandazioni che possono essere implementate per migliorare l’apprendimento e l’ambiente educativo.

Le linee guida per sostenere lo sviluppo educativo degli studenti nella lettoscrittura