domenica 25 ottobre 2026
GIOVANI SENZA GIOIA
sabato 24 ottobre 2026
IL BURATTINAIO
E
GLI
SCHERMI
Il villaggio educante si è rovesciato
-di ALBERTO PELLAI
Per la prima volta sabato
scorso abbiamo visto scendere in piazza preadolescenti che ancora frequentano
la scuola secondaria di primo grado. Apparentemente partecipavano a una
manifestazione connotata da temi sociali molto importanti. In realtà, quello che
hanno fatto molti di loro è stato spaccare tutto.
La piazza e la rivolta
sociale non sono luoghi e azioni per cui la preadolescenza può dirsi pronta.
Non lo è perché in preadolescenza si è dotati, per la prima volta nella vita,
di un corpo potente e di un’emozionalità straripante. L’ingresso in pubertà cambia
il corpo del preadolescente rendendolo pronto alla scoperta del mondo,
dotandolo di un’energia e di una forza che non ha mai posseduto prima. Al
contempo, anche la sua mente diventa potente. Il sistema limbico, che è il
luogo del cervello in cui si attiva il sentire emotivo, prende il controllo del
funzionamento psichico del preadolescente e lo rende vulnerabile a qualsiasi
proposta in cui c’è da mettere in gioco questa potenza inedita, che lui ancora
non sa “maneggiare bene”. La preadolescenza, infatti, è quel tempo di transito
dall’infanzia alle età successive, in cui si esce dal copione dell’obbedienza
verso gli adulti e ci si prepara all’autonomia: solo che in questo tempo della
crescita non si possiede la maturità cognitiva per poterlo fare bene.
Tutte le reti neuronali
che si occupano di governare e regolare le emozioni (a quest’età intense e
spesso fuori controllo) sono ancora fragilissime e devono essere potenziate e
strutturate attraverso un paziente, costante e sapiente lavoro del mondo adulto.
Fino a due decenni fa, i
preadolescenti uscivano fuori nel mondo con le loro biciclette, andavano al
campetto dell’oratorio o del parco cittadino a giocare a pallone, frequentavano
gli oratori, le associazioni sportive, lo scoutismo, la banda, il coro. Per la
prima volta si muovevano in autonomia nello spazio ristretto del loro
territorio di vita. Lì incontravano i loro coetanei, ma anche gli adulti della
loro comunità educante che ne supervisionavano la crescita, dando direzione a
questa loro nuova potenza che, giorno dopo giorno, veniva trasformata in
competenza. Poi è accaduto che all’improvviso ci è finita in mano una seconda
vita: eccitantissima, sempre accesa, piena di cose divertenti e anche molto
proibite. Sono scomparse le biciclette dalle città, gli adulti hanno immaginato
che avere i figli tranquilli a casa a giocare nelle community multiplayer fosse
in qualche modo più comodo e protettivo per tutti. Dentro lo schermo non cadi,
non fratturi le ossa, non fai rumore. Così la vita virtuale ha assorbito, quasi
inghiottito tutto il tempo libero dei nostri figli. E la preadolescenza, che è
in assoluto il tempo della crescita che risulta più fragile e vulnerabile
all’offerta del “Paese dei Balocchi”, si è tuffata dentro questo nuovo mondo e
questa nuova vita, ben felice di poter far esplodere la voglia di potenza e “sensation
seeking” tipica di questa età in territori ultra-eccitanti e gratificanti.
Le piattaforme di videogioco, i social media, i siti pornografici hanno
sostituito gli oratori, i campi da calcio, le uscite con gli scout. Le famiglie
più attente sul piano educativo hanno cercato di fare un faticosissimo lavoro
di equilibrismo pedagogico, imponendo ai figli dosi di vita reale obbligatorie.
Mentre prima i figli fuggivano fuori nel mondo, rincorsi dai genitori che
volevano imbrigliarne le richieste di libertà e autonomia, negli ultimi dieci
anni i genitori si sono trovati quasi obbligati a spingere ragazzi e ragazze
alla scoperta della vita reale, perché i loro figli – spesso – vi avrebbero
rinunciato molto volentieri, preferendo adagiarsi nella comfort zone del loro
parco giochi virtuale.
Ora però le rivolte di
sabato, ci dicono che a tutto questo si è aggiunto un altro fenomeno. Dopo
averli tenuti incollati allo schermo per anni, a fare le cose che avrebbero
dovuto fare nel mondo reale (ovvero giocare e socializzare), ora il mondo
online – che ha preso un forte controllo delle loro vite – comincia a dare loro
i comandi. “Vai in piazza e spacca tutto”: e loro come soldati obbedienti,
escono di casa e spaccano tutto. L’altro giorno, nei loro smartphones è
arrivato il messaggio: “Non andare a scuola, perché è troppo pericoloso”.
Complice la paura di noi adulti, quel giorno in tanti non sono andati a scuola.
A che cosa stiamo assistendo? A un totale ribaltamento del concetto di
villaggio educante: quello del mondo reale era fatto da persone che ci
mettevano la faccia e si prendevano responsabilità oggettive verso i minori
della propria comunità di appartenenza. Nel mondo virtuale, invece, c’è
qualcuno di cui non conosciamo nome e volto che come un burattinaio dirige i nostri
figli più fragili e più digitalizzati come farebbe un burattinaio che ne tiene
in mano i fili e ne condiziona i movimenti.
Se il villaggio educante
nel mondo reale punta a trasformare la potenza del preadolescente in
competenza, il mondo virtuale sembra invece spingere chi cresce verso l’azione
pulsionale e violenta, dove trovare il proprio posto nel mondo può voler dire
“spaccare tutto” oppure “non andare a scuola”. Il codice e il copione
comportamentale che sta invadendo la vita di chi cresce è al tempo stesso
occulto e molto violento, distruttivo e digitalmente nichilista. Questo è un
oggettivo e reale pericolo e questo, in effetti, è il tempo in cui noi del
mondo civile dobbiamo obbligare il mondo online a cambiare rotta e a non
trasformare i nostri figli in burattini del suo perverso progetto, di cui ogni
giorno vediamo gli effetti indesiderati e collaterali.
venerdì 23 ottobre 2026
EDUCARE I GIOVANI
VIOLENZA GIOVANILE
POSIZIONI
DI FONDO ?
Sulle violenze di sabato
17 e domenica 18 ottobre si sono versati in questi giorni fiumi d’inchiostro e
fatte decine di tavole rotonde. Ora è forse il caso di provare a tirare le fila
di questo dibattito, mettendo a fuoco le posizioni di fondo che esso ha fatto
emergere, per darne alla fine una valutazione critica.
No, senza se e senza ma,
alla violenza
La prima interpretazione,
sia in ordine cronologico che per la sua importanza pratica, è quella del
governo. Già la sera di sabato – quando ancora non si erano scatenati i
saccheggi selvaggi della domenica – Giorgia Meloni aveva pubblicato su X un
video dei disordini in piazza Duomo, commentando: «Manifestare è un diritto.
Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è. Rinnovo la mia richiesta alle
opposizioni: non siano ambigue su questo. Condannino senza ambiguità queste
violenze e lancino un appello chiaro affinché ogni mobilitazione sia pacifica.
Di fronte a scene del genere, il rifiuto deve essere unanime. Ogni reticenza
diventa giustificazione. Il silenzio non è accettabile». E aveva
qualificato i protagonisti dei disordini «teppisti che sfruttano le
manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e
tenere in ostaggio intere città».
Sulla stessa linea tutti
gli esponenti della maggioranza. Secondo questa lettura, siamo davanti a
fenomeni di pura criminalità, travestiti da protesta politica grazie alla
collusione con i partiti di opposizione, il cui silenzio implicherebbe una
sostanziale complicità.
E di fronte alla violenza
della criminalità c’è solo da reagire con la forza delle istituzioni,
responsabili della sicurezza delle persone e dei beni dei cittadini. Da qui la
decisione del governo di anticipare alcune misure già previste nel ddl sulla sicurezza
varato alcune settimane fa, aggiungendone altre e trasformando la proposta di
legge attualmente ancora in esame in un decreto-legge di immediata esecuzione.
Fin da ora, dunque, entra
in vigore per i minori che hanno compiuto i quattordici anni la presunzione di
imputabilità, già prevista nel ddl, per cui la loro capacità di intendere e di
volere si presume fino a prova contraria.
Ma ci sono anche nuove
misure. Il trattenimento presso gli uffici di polizia per un massimo di 12 ore
(cosiddetto “fermo preventivo”) si applicherà anche ai minori. Quando un
minore, anche non imputabile, partecipa a determinati reati, a chi esercita la responsabilità
genitoriale si applicheranno delle multe, salvo che provi di non aver potuto
impedire il fatto. Le procedure per il risarcimento dei danni, già previsto
dalla normativa, sono agevolate: per quelli a beni pubblici può disporlo
direttamente il prefetto, mentre i privati danneggiati possono ottenerlo più
rapidamente con un decreto ingiuntivo.
È inoltre introdotto il
delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Il delitto
punisce chi, nel corso di manifestazioni, partecipa a un gruppo di almeno
cinque persone che opera in modo organizzato, anche occasionalmente, e utilizza
o lancia oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, determinando un
concreto pericolo per l’incolumità delle persone.
Infine, fino al 31
dicembre 2026, è prevista la presenza per le strade di Milano di 500 unità
delle Forze armate. Originariamente il decreto prevedeva l’attribuzione a esse
di compiti di polizia, compreso l’arresto in flagranza, ma la misura è stata
cancellata per la contrarietà del presidente della Repubblica.
Pugno di ferro, dunque,
contro i «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos». È
questo, del resto, che chiede l’opinione pubblica, come evidenzia un recente
sondaggio realizzato da Only Numbers e presentato da Alessandra Ghisleri: il 66%
degli intervistati ritiene che il governo debba adottare misure più stringenti
per contrastare violenze e disordini. Contrario il 20,9%, mentre il 13,1% non
esprime una posizione. Alla domanda se queste piazze debbano essere ascoltate
oppure condannate, il 55,8% risponde che vanno «condannate senza se e senza
ma». Il 37,6% ritiene invece che debbano comunque essere ascoltate, mentre il
6,6% non si pronuncia.
Punire, ma soprattutto
capire
In radicale contrasto con
la lettura del governo è quella delle opposizioni. In primo luogo, esse
respingono con indignazione l’accusa di complicità rivolta loro dalla
maggioranza, sottolineando che anch’esse condannano le violenze di piazza. A
questo proposito già la sera di sabato 17 il sindaco di Milano, Giuseppe Sala,
aveva detto «Le ragioni della protesta erano comprensibili. Le violenze contro
le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili».
Ma, a loro volta, i
partiti della sinistra accusano l’esecutivo di cercare di nascondere il disagio
profondo da cui esse nascono e di voler impedire, insieme alle sue
degenerazioni, anche la protesta. Elly Schlein, rispondendo a Meloni, ha detto:
«Noi le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero. E
però è inaccettabile che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e
migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia per il
carovita, per il caro affitti, per il caro carburanti, perché non riescono più
a vivere. Queste sono le voci che chi governa dovrebbe ascoltare. Invece che
oscurare».
Senza attaccare il
governo, anche il presidente della Repubblica ha lasciato trapelare la sua
insoddisfazione nei confronti di una pura e semplice criminalizzazione dei
giovani coinvolti nei disordini di Milano. Dopo aver chiaramente denunziato
come «inaccettabili» le loro violenze, ha fatto un passo avanti rispetto alla
pura e semplice linea della repressione, parlando della necessità di svolgere
quanto prima un’analisi «intelligente e approfondita» su quanto avvenuto, per
mettere le istituzioni «in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere
in modo inatteso da soggetti inediti».
Ancora più esplicita è la
distanza che Mattarella ha segnato, rispetto alla linea della maggioranza di
destra, in un discorso, fatto proprio all’indomani del nuovo decreto sicurezza,
in cui ha allargato l’orizzonte: «Occorre uno sguardo di ampia visione che,
accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate
nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che
sovente i giovani avvertono, del timore che avvertono di asservimento o di
emarginazione». E, dopo aver ammonito che «la società non può rivolgersi ai
giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina
sottovalutazione», ha sottolineato la necessità di «un opportuno e coinvolgente
incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e
accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza». L’ascolto
di cui parlava anche Schlein…
Nel silenzio del governo,
sono stati i giornali di destra a mettere in evidenza quanto queste parole, pur
senza mai menzionare i disordini di Milano e i provvedimenti del governo, siano
dissonanti da essi. «La Verità» – il cui direttore, Maurizio Belpietro, il
giorno prima aveva scritto: «I devastatori non vanno capiti, tesi sostenuta da
troppi, bensì puniti» – ha citato nel titolo di prima pagina il discorso del
presidente, per paragonarlo ai post con cui i rapper Ghali e Marracash hanno
espresso solidarietà ai contestatori di Milano, portatori, a loro avviso, della
protesta per le disuguaglianze sociali e della rabbia di una generazione senza
futuro.
La violenza dei giovani
come frutto del nichilismo
È tuttavia possibile –
anche se assai meno presente nel dibattito pubblico – una terza lettura, che in
realtà non esclude le altre due, ma si pone a un livello più profondo. Essa
parte dalla constatazione che le intemperanze dei giovani di Milano si inseriscono
in un quadro più generale, che vede quelli di tutta Europa in un atteggiamento
di rivolta nei confronti della società. Soprattutto, esse hanno dei
corrispettivi, non adeguatamente sottolineati dai media, nel moltiplicarsi di
comportamenti violenti da parte di giovanissimi che sembrano agire senza alcuno
scopo utilitaristico, quasi per gioco. «Ci annoiavamo», ha detto uno dei due
adolescenti arrestati pochi giorni fa per aver attentato alla vita di ignari
passanti, diventando il terrore di un intero quartiere. Tutto qui.
Ma è, in generale, lo
stile dei cosiddetti maranza che rivela questa matrice ludica. Si fanno gesti
balordi, che mettono a rischio la vita propria e altrui, si aggredisce, si
ruba, si distrugge – a Modena intere classi si sono riversate, alla fine delle lezioni,
in un supermercato per svuotarlo e devastarlo – con il sol scopo di postare in
internet le immagini delle proprie squallide imprese. Quasi a voler dimostrare
di esistere, in un mondo dove i giovani – senza più passato, senza futuro – non
sono più sicuri neppure del presente. «Esse est percipi», scriveva nel
Settecento un filosofo inglese. “Esistere vuol dire essere visti”. Ma lui
pensava allo sguardo di Dio, i nostri ragazzi a quello dei loro coetanei sui
cellulari.
Umberto Galimberti,
qualche anno fa, ha denunziato il nichilismo dei giovani e ha descritto gli
effetti che lo svuotamento di valori e di senso della loro vita produce. In
primo luogo, «un’emotività molto più incontrollata e uno spazio di riflessione
molto più modesto», «il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le
emozioni attraverso i percorsi dell’ignavia e della non partecipazione», «il
gesto violento».
Ma la cultura del
nichilismo non l’hanno creata i giovani. Essi la portano alle sue estreme
conseguenze, ma ne siamo noi, gli adulti, i responsabili. Siamo noi ad avere
costruito una società dove quello che conta è l’efficienza, ma senza un fine;
il successo, ma spesso a costo della propria autenticità e della propria vera
vita; l’immagine, ma al prezzo della realtà.
I giovani che a Milano
hanno spaccato erano portatori di un’oscura protesta, di cui loro stessi non
erano consapevoli, contro questo mondo fasullo. Non c’è da stupirsi che abbiano
portato in essa il vuoto di cui sono vittime e contro cui si ribellavano. Compreso
l’assoggettamento ai miti di un consumismo selvaggio, da cui molti di loro sono
esclusi. Ma il loro non è stato solo un crimine, è stato un grido che, ancora
una volta, va ascoltato e che dovrebbe diventare oggetto di riflessione in
famiglia, a scuola, nelle parrocchie.
Questo livello di lettura
non esclude ciò che di vero è emerso negli altri due. È giusto distinguere tra
proteste e violenze, reprimendo le seconde per rendere legittime le prime. Il
limite della posizione del governo, però, è di puntare esclusivamente sulla
criminalizzazione della violenza, invece di aprirsi al secondo livello di
spiegazione, che cerca di capirne il perché e lo individua in un disagio
sociale dovuto a disuguaglianze, ingiustizia, mancanza di prospettive. Neppure
questa diagnosi, però, può spiegare il malessere profondo che anche i figli dei
ricchi e dei privilegiati manifestano, anche quando non ricorrono a forme
estreme. Da qui la necessità di scendere a un livello più profondo, che vede
nella crisi del senso e dei valori la radice ultima sia delle distorsioni della
società sia del malessere esistenziale dei giovani.
Il problema è che è più
facile reprimere la violenza che individuarne ed eliminarne le cause sociali ed
economiche, ed è più facile proporre soluzioni a questo livello che prendere
coscienza di una crisi culturale epocale, come quella che sta investendo tutto
l’Occidente. La sola via, probabilmente, è di coniugare le tre letture. Anche
la terza. Altrimenti rischiamo di avere le questure e gli istituti penali
minorili pieni, ma senza raggiungere con ciò l’agognata sicurezza, o di
illuderci che un governo “di sinistra” risolva le cose con le sue riforme. Di
decreti sicurezza ce ne sono stati ormai tanti. E i partiti d’opposizione sono
già stati al governo. Se i giovani continuano a lanciare il loro grido è perché
evidentemente hanno un disperato bisogno di altro.
martedì 20 ottobre 2026
IL SENSO DEL LIMITE
giovanile,
ruolo degli adulti
-di ERALDO AFFINATI
La protesta giovanile,
anche quando si esprime attraverso sparute minoranze, segnala sempre un
malessere di rilevanza storica, in quanto i giovani sono la schiuma dell’onda
che s’infrange sugli scogli: il loro movimento implacabile, apparentemente
cieco, segnala la forza anche oscura ma inarrestabile della nostra stessa vita.
Così le decine di facinorosi minorenni incappucciati che a Milano hanno
saccheggiato i negozi intorno al Duomo non rappresentano certo la maggioranza
dei loro coetanei; tuttavia, possono segnalare un’inquietudine generazionale di
cui, al di là delle specifiche circostanze di cronaca, dobbiamo prenderne atto.
I gesti violenti, è
ovvio, vanno sempre condannati, ma dopo aver applicato le sanzioni necessarie,
bisogna provare a comprendere in quali contesti sono nati e a cosa rispondono.
In questo crinale del
ventunesimo secolo molti adolescenti, di diversa estrazione sociale e
culturale, stanno alzando le barricate.
Dai movimenti kenioti,
tesi a rivendicare l’uguaglianza sociale, alla rabbia dei ventenni nepalesi,
specie quelli esclusi dalla gestione della cosa pubblica, dalle masse albanesi
impegnate a chiedere le dimissioni del premier Edi Rama, fino agli incendiari
che nei giorni scorsi hanno messo a ferro e fuoco il centro di Parigi, una
specie di febbre planetaria sembra animare le ultime generazioni, anche là dove
non sono presenti, come in Palestina o in Ucraina, contrasti territoriali veri
e propri. Sebbene le ragioni del dissenso siano proclamate a chiare lettere
sugli striscioni che denunciano la corruzione dei ceti più abbienti e la
violazione dei diritti umani, sino a istanze molto più spicciole ma non meno
pressanti, come ad esempio il caro degli affitti per gli studenti universitari
nostrani, abbiamo la sensazione di ascoltare un urlo rauco e disarticolato che
proviene da una posizione anteriore: se riuscissimo a localizzarla, forse
potremmo aiutare i rivoltosi venendo loro incontro in modo non semplicemente
normativo e precettistico. Non sarebbe questo il vero compito da assolvere per
ogni educatore?
Cos’hanno in comune i
ribelli scatenati che da una parte all’altra del globo mostrano gli artigli?
Forse niente, se non il fatto di essere tutti nativi digitali, dall’Asia
all’Africa, dall’Europa all’America, cresciuti con una percezione della realtà
completamente diversa rispetto al più recente passato. Quando il linguaggio si
sgancia dall’esperienza, anche i gesti quotidiani rischiano di essere alterati.
Si può avere l’impressione di un’assenza di limiti non legata soltanto
all’immaturità del singolo individuo ancora in formazione, ma anche alla
legittimazione dell’arbitrio. Insulto una persona e non mi succederà alcunché.
Attacco questo e quello e posso farla franca. Giudico anche ferocemente tizio e
caio e la passerò liscia. Fosse così, il delirio surrealista dell’azione priva
di riscontro avrebbe conquistato il nostro inconscio. E chi, se non un giovane,
potrebbe meglio sperimentarlo?
Vaniloqui, sogni, farneticazioni? Può essere. Ma certo si tratta di un carattere antropologico davvero inedito, che riguarda anche gli adulti, sul quale gli esseri umani continuano a interrogarsi senza ricavare un ragno dal buco. Per ora ci limitiamo a renderci conto di ciò che sta cambiando a velocità supersonica sotto i nostri occhi: cose grosse, tipo il concetto di responsabi-lità, la natura della libertà, lo statuto dell’opera d’arte, la qualità della relazione umana, il senso stesso dell’istruzione. Valori morali. Fondamenti religiosi.
E vorremmo quindi illuderci di poter passare indenni attraverso questo cerchio di fuoco, cercando di non bruciarci le ali? Chiunque in tempi anche recenti lo avesse sperato, adesso dovrebbe ricredersi.
E chissà forse certi genitori che
ieri l’altro sono andati in questura a riprendersi i ragazzi arrestati dalle
forze dell’ordine mentre arraffavano le merci rubate, pare che alcuni abbiano
solo dodici anni, avranno guardato negli occhi i loro figli senza riconoscerli.
lunedì 19 ottobre 2026
UN PATTO EDUCATIVO
Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: "I care", mi sta a cuore.
-di Mimmo Battaglia
Le cronache di questi
giorni, da Roma a Napoli, ci pongono una domanda che non possiamo archiviare
con l’indignazione del momento: che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? E,
ancora prima, che cosa sta succedendo a noi adulti? Al Vomero un uomo è stato picchiato da alcuni giovanissimi per
aver difeso le sue due figlie e poi investito anche da un camion della raccolta
dei rifiuti. Un fatto che lascia senza parole. Le indagini accerteranno le
responsabilità di ciascuno e chi ha sbagliato dovrà risponderne. Ma fermarsi
alla cronaca non basta. Se ragazzi così giovani arrivano a una simile ferocia,
dobbiamo chiederci che cosa abbiamo insegnato loro, quali esempi hanno avuto
sotto gli occhi, con quali parole li abbiamo abituati ad affrontare i conflitti
e quanto valore abbiamo dato alla vita degli altri.
Vorrei essere chiaro:
chiamare in causa gli adulti non significa assolvere i ragazzi. Guardare ai
ragazzi, però, non ci autorizza a dimenticare le nostre responsabilità.
Chiediamo ai giovani di rispettarsi e poi siamo i primi a umiliare chi la pensa
diversamente. Pretendiamo che sappiano controllare la rabbia, in una società
che ha fatto dell’aggressività una prova di forza.
Insegniamo a riconoscere
i limiti e facciamo fatica a riconoscere i nostri. Poi ci stupiamo se una
delusione diventa vendetta, se una lite finisce a calci e pugni, se il gruppo
si trasforma in branco e nessuno trova il coraggio di fermarsi.
Per questo l’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti. I
ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico
del mondo in cui crescono. Un ragazzo ha bisogno di adulti che ci siano, che
sappiano ascoltare senza rinunciare all’autorevolezza e dire quei no che fanno
crescere, come suggeriva il titolo di un libro. Ha bisogno di qualcuno che gli
faccia capire che la frustrazione si può attraversare, che un rifiuto non è
un’offesa da vendicare, che la forza non sta nel far paura agli altri e vincere
a tutti costi. E un ragazzo deve sapere che, se sbaglia, dovrà affrontare delle
conseguenze ma non verrà lasciato solo.
Poi c’è un equivoco
importante da superare, anche qui a Napoli: credere che il problema riguardi
solo le periferie, i quartieri difficili, le famiglie povere. È vero che dove
mancano servizi, opportunità e presenze educative crescere costa più fatica. Ma
la solitudine dei ragazzi non ha confini geografici, ed è sotto gli occhi di
tutti. Ci sono adolescenti che hanno tutto e non sanno con chi parlare,
famiglie che non fanno mancare nulla e non riescono più a incontrare i propri
figli. In ogni zona della città e a ogni livello sociale, oggi gli adulti
vivono una difficoltà educativa che non possiamo più far finta di non
vedere.
Il Patto Educativo, che ho lanciato con convinzione qualche
anno fa e a cui le istituzioni hanno risposto ciascuna a modo suo, deve
diventare prima di tutto un patto tra adulti e per gli adulti. Nessuno educa da
solo. Non si può scaricare tutto sulle famiglie, né chiedere alla scuola di
curare ogni ferita, né contare sugli educatori senza dare loro strumenti e
risorse. Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni
e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere,
sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine
prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in
violenza.
La prevenzione comincia
ben prima di una rissa: quando un ragazzo trova qualcuno disposto ad
ascoltarlo, quando una famiglia può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata,
quando una scuola non è lasciata sola, quando un quartiere offre occasioni sane
e sicure per stare insieme. Anche la politica deve fare la sua parte. Napoli e
il Paese si avviano verso le elezioni: che spazio avrà l’emergenza educativa
nel dibattito pubblico? Resterà un tema da evocare dopo ogni tragedia o
diventerà una priorità concreta? La sicurezza è indispensabile e chi commette
violenza va fermato. Ma la sola risposta repressiva arriva quando il danno è
già fatto. Accanto alla giustizia servono accompagnamento, prevenzione,
sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di
aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che non si vedranno
domani e che forse non porteranno consensi immediati.
Possiamo "tirare a
campare", come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere
pene più severe e aspettare la prossima notizia. Oppure possiamo fare nostro
l’invito di don Lorenzo Milani: I care, mi sta a cuore. Mi sta a cuore il ragazzo
che ha fatto del male e deve imparare a risponderne. Mi sta a cuore la persona
ferita e il dolore della sua famiglia. Mi sta a cuore chi assiste a una
violenza e non trova il coraggio di fermarla, magari nascondendosi dietro lo
smartphone. Mi stanno a cuore il genitore che non sa più come parlare con un
figlio, l’insegnante che si sente solo, l’educatore che continua a esserci
anche quando sembra inutile. Mi sta a cuore chi cresce in una periferia senza
opportunità e chi vive in una casa piena di cose ma povera di relazioni. Mi sta
a cuore una politica che non si limita a promettere ordine, ma costruisce le
condizioni della convivenza, e una città in cui nessun ragazzo debba
conquistarsi un posto nel mondo facendo del male a qualcuno.
Soprattutto mi sta a
cuore che noi adulti torniamo a sentirci responsabili. Non di tutto, ma della
nostra parte. Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità
deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio.
Non possiamo promettere che nessuno sbaglierà.
Possiamo scegliere di non
lasciare solo nessuno, di non scambiare la fermezza per abbandono, di non
considerare perduto chi ha ancora tutta la vita davanti. I ragazzi non cercano
adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole.
Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene
affidata oggi. Forse, se c’è una cosa che tutti siamo chiamati a fare, oggi più
che mai, è smettere di domandarci soltanto che cosa non va nei nostri ragazzi e
cominciare a chiederci che cosa possiamo cambiare in noi.
giovedì 15 ottobre 2026
LA BANDA DELLE MINICAR
Gli aggressori hanno confessato, sono due minorenni annoiati e senza situazioni di disagio alle spalle. Hanno perso il principio di realtà perché vivono immersi nel digitale, in un mondo parallelo che li eccita, li nutre e crea dipendenza. E gli adulti non sanno più come riportarli nel reale.
Per giorni ci siamo
chiesti da chi fosse composta la banda della minicar che in una notte di follia
ha spintonato, fatto cadere – quasi fino ad uccidere come è accaduto all’attore
Davide Iacopini – passanti ignari per le strade di Roma. Oggi sappiamo che si tratta di due adolescenti di 16
e 17 anni. Non appartengono al mondo del disagio. Sono regolarmente iscritti a
scuole superiori e quella sera hanno deciso di fare la mattanza in minicar
perché erano annoiati.
Andare in giro con un
‘auto, guidandola in modo spericolato e fare punti investendo pedoni ignari è
il percorso di gioco proposto da uno dei videogames più popolari al mondo. La
cronaca ci ha raccontato che questi due adolescenti quel videogioco lo hanno
abitato non dentro uno schermo, dove tutto appare possibile e senza
conseguenze, ma dentro il principio di realtà. Ora è il principio di realtà che
bussa alle porte di casa loro: saranno indagati, processati, certamente
condannati. Ecco, questo probabilmente non se lo aspettavano: il loro
videogioco questo finale non lo prevede. Il finale corretto dovrebbe essere la
scuola e la famiglia ad insegnartelo. Ma oggi noi adulti della comunità
educante sembriamo sempre più impotenti di fronte alla potenza con cui la
corrazzata Potemkin del mondo digitale entra nelle vite dei nostri figli e
occupa tutto: ogni angolo della loro vita reale e della loro vita
interiore.
Iperstimolazione,
eccitazione, gratificazione istantanea sono i tre ingredienti della crescita
che giorno dopo giorno nutrono la mente dei nostri figli mentre la comunità
educante cerca di raggiungerla proponendo tutte le educazione possibili: l’educazione emotiva, l’educazione antibullismo, l’educazione di genere, l’educazione alle life skills, l’educazione all’empatia. Stiamo disperatamente cercando di
mettere infiniti cerotti a squarci dell’anima e della mente che ogni giorno
sono violentati da un contesto socio-culturale che si è preoccupato di spostare
la vita dei minori dalla comunità locale alle communities virtuali. Lì dentro regna violenza, prepotenza,
ostilità e soprattutto manca qualsiasi codice etico.
La loro vita è immersa in
un mondo parallelo che li stimola, li eccita e alla quale non possono e non
riescono a rinunciare. Gli adulti provano a riportarli nel reale, ma si trovano
di fronte a scene violentissime e piene di rabbia, in cui i figli a cui metti
limiti nel mondo digitale prendono a calci tutto, a volte anche gli stessi
genitori. Intanto, in quel mondo lì imparano a sentirsi vivi e attivi
ingaggiandosi in attività ad alto impatto psicotropo, con un livello di
eccitazione e stimolazione che nella vita reale non ha equivalenti. A questo
punto, quando sono dentro la vita reale, arriva una noia di cui sono totalmente
analfabeti. E allora per sconfiggerla fanno nel mondo reale le stesse cose che
fanno in quello virtuale, senza soluzione di continuità, come se fosse lo
stesso.
Ciò che oggi sta
distruggendo la crescita è il nutrimento che viene dato ai cervelli in età
evolutiva: un buffet di eccitazione, sregolatezza, violenza che per ore, ogni
giorno, desensibilizza i nostri figli ai codici etici e morali di cui invece cerca di impregnarli
l’educazione del mondo adulto (o almeno di parte di esso).
I dati sui reati in
Italia raccontano che essi sono in calo su tutti i fronti, tranne quelli ad
opera dei minori. Le statistiche riportano un sovraffollamento del penale
minorile, anche dovuto al cambio di passo che il nuovo governo ha imposto in
relazione ai reati minorili, accentuandone la dimensione repressiva e
sanzionatoria.
Ma tutto quello che sta
accadendo, ci dice che anche la repressione e la sanzione diventano cerotti su
squarci giganteschi che si sono generati sulla trama culturale, sociale ed
educativa che avvolge il tempo della crescita. Non è ancora troppo tardi per
ritornare a dare a chi cresce un mondo a sua misura. E nonostante tantissimi
affermino che è tutta colpa di noi genitori, io rimango convinto che dobbiamo
cambiare il brodo digitale in cui abbiamo immerso il cervello dei nostri figli
(e di conseguenza il mondo dei loro bisogni e desideri) sin dall’età più
precoce.
lunedì 28 settembre 2026
INSEGNANTI DELEGITTIMATI
nelle scuole?
Favorita
da anni
di delegittimazione
degli
insegnanti
Il rettore
dell’Università Roma Tre, analizza, da pedagogista, la progressiva crisi del
sistema scolastico italiano. Decenni di delegittimazione del ruolo dei docenti,
taglio del riconoscimento economico ed «elogio dell'incompetenza» hanno
logorato l'autorevolezza delle istituzioni educative, trasformando la scuola da
luogo di crescita collettiva a terreno di scontri individuali e performance
-di Annachiara Valle
«La nostra è sempre stata
una scuola aperta, di grande inclusione, un modello per il mondo. Negli anni,
però, la classe degli insegnanti è stata progressivamente delegittimata».
Massimiliano Fiorucci, pedagogista, rettore dell’Università degli Studi Roma
Tre, legge anche così gli ultimi avvenimenti nella capitale.
Massimiliano Fiorucci,
pedagogista e rettore dell'Università degli Studi Roma Tre, in un incontro alla
libreria San Paolo di Roma
Professore Roma è ancora
sotto shock per l’accoltellamento della professoressa in una scuola media.
Perché cresce questa violenza?
«Difficile rispondere,
bisognerebbe conoscere meglio e più da vicino la vicenda, i contesti sociali e
familiari, le situazioni. Però, a livello generale, secondo me, è sicuramente
responsabile il prolungato messaggio di delegittimazione del valore della scuola
e dell’educazione. C’è stata una fase storica nella quale gli insegnanti erano
considerati figure di riferimento e autorevoli e la scuola era un’istituzione
di valore da tutelare, un luogo rispettato da tutte le famiglie non un luogo in
cui, come in qualche caso avviene oggi, i genitori vanno a difendere come
sindacalisti i propri figli. Dopo anni di deleterio e irresponsabile elogio
dell’incompetenza, per cui non c’è bisogno di studiare, di sapere, di conoscere
per esprimere una opinione o per svolgere una determinata professione o per
affermarsi nel mondo del lavoro, si è delegittimato il valore anche sociale
degli insegnanti. Oltre, ovviamente, al peso dello scarso riconoscimento
economico di queste figure professionali. E poi è venuta affermandosi la
cultura della performance, è stato considerato più importante il risultato, che
non il processo e il percorso di apprendimento».
A proposito di risultato,
le nuove guide per la scuola mettono al centro il talento e il merito. Questo
sarà un aiuto per gli studenti o un peso maggiore?
«Talenti e meriti vanno
riconosciuti e valorizzati, ma per come sono formulate le nuove linee guida si
rischia di fare in modo che questo ricada sui soggetti, sulla responsabilità
individuale piuttosto che sociale. Il punto è che dobbiamo tenere in considerazione
i contesti nei quali le persone crescono, le condizioni familiari, sociali, il
background culturale, le opportunità, le relazioni, i territori dove capita di
nascere. Non c’è nessun merito in questo. C’è sicuramente una dimensione
individuale di talento e di merito che va coltivata e assecondata, ma la scuola
deve in primo luogo cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni. Se
potessi indicare una strada direi allora che bisogna privilegiare delle
politiche di “discriminazione positiva”, cioè bisogna dare di più a chi ha di
meno per fare in modo che tutti possano avere le stesse opportunità di
crescere, di emanciparsi, di essere liberi e di far emergere i propri talenti».
In che direzione va la
scuola con le nuove linee guida?
«Si afferma,
fondamentalmente, un modello di scuola assimilazionista, eurocentrica,
trasmissiva e in qualche modo anche autoritaria con poco spazio per la
dimensione laboratoriale e dell’apprendimento trasformativo. Penso poi all’uso
della storia. Qui c’è più un riferimento a narrazioni moralistiche ed
edificanti attraverso molti aneddoti piuttosto che al pensiero critico e alla
capacità di utilizzare le fonti storiche. Si va verso una funzione più
identitaria, verso la costruzione di un modello di cittadino degli Stati
nazionali piuttosto che, come andrebbe fatto in un’epoca come quella che stiamo
vivendo, di costruzione di una cittadinanza globale aperta al dialogo e al
confronto con gli altri».
Parlando proprio di
Storia. Si insiste sull’importanza della Storia dell’Occidente, come se tutto
fosse nato da noi. Vede un pericolo in questo?
«L’incipit del programma
è folgorante. Vi si legge che “solo l’Occidente conosce la Storia”. È
un’affermazione molto forte, problematica, identitaria che sottolinea questo
sguardo euro ed etnocentrico. È pericoloso perché, se si guarda solo a se
stessi, questo non predispone al dialogo, ma allo scontro».
Ci spiega meglio?
«Perché questa
impostazione significa non riconoscere il valore degli altri e il fatto che
tutte le culture non sono oggetti separati, non lo sono mai stati. Si tratta di
una visione essenzialista. Tutte le culture sono in qualche modo miste,
permeate e permeabili. Lo vediamo dalla toponomastica, dal linguaggio, dalle
tradizione gastronomiche, dalle parole che usiamo. L’Italia è un territorio da
sempre multiculturale e multireligioso. Gli ebrei, per fare un esempio, sono a
Roma dal secondo secolo a.C., abbiamo molte minoranze linguistiche storiche in
tutta Italia, siamo stati dominati e attraversati attraversati da tantissime
popolazioni: dagli arabi, dai normanni, dagli spagnoli, dai francesi, ecc..
Ognuno di questi Paesi e popoli ha lasciato delle tracce nella nostra lingua e
nella nostra cultura. E questo l’ha fatta evolvere. Le culture pure, isolate
scompaiono, muoiono, di fatto non esistono. Tutti i sistemi culturali sono
invece permeabili e dialogici. Le identità sono, di per sé, dinamiche. Solo attraverso
il dialogo si può crescere, essere capaci di modificarsi e migliorare se
stessi».
Parlando degli arabi mi
veniva in mente la parmigiana, ricetta italiana, ma che non avremmo se gli
arabi non avessero portato le melanzane nel nostro Paese.
«È assolutamente così. Ci
sono tantissimi esempi in questo ambito e penso ai bellissimi libri di Massimo
Montanari sull’identità italiana in cucina. In uno dei suoi scritti dal titolo
“La Contea di Modica”, Leonardo Sciascia racconta come sia nato quel tipico
cioccolato di "inarrivabile sapore, che sfiora l'assoluto". Quel
cioccolato è arrivato attraverso gli spagnoli che, da Alicante in particolare,
erano andati in centro America e avevano riportato in Sicilia una ricetta
azteca attraverso cui si arriva poi alla famosa cioccolata di Modica. Ecco,
quindi, che anche le tradizioni più “tradizionali”, in qualche modo, sono il
frutto di questi scambi. E ancora pensiamo al pomodoro, alla polenta. Tutti
prodotti legati anche alla scoperta dell’America (sarebbe più corretto
definirla conquista assumendo il punto di vista delle popolazioni che già vi
vivevano) e alla circolazione delle persone, delle merci, delle idee, delle
parole. Per questo è antistorico considerare la storia solo dal punto di vista
occidentale».
Tra i libri di testo
entra anche la Bibbia. Ma si può capire il testo sacro senza la storia
dell’Egitto, della Palestina, senza riconoscere la cultura dove quel testo è
nato?
«È esattamente qui il
problema, quello che lei dice è fondamentale. Ma anche qui mi sembra che si
voglia fare una lettura un po’ ideologica della Bibbia e della religione,
usandole per consolidare la narrazione sulle radici cristiane occidentali, ma
escludendo tutto ciò che ha contribuito a creare e comprendere un testo
complesso come quello della Bibbia così ricco e straordinariamente potente. Qui
c’è una lettura di parte, forzata, identitaria che è quella che viene proposta
dal Ministro Valditara nel libro “Il manifesto per l’Occidente” che ha curato
insieme con Giampaolo Azzoni. In questo libro si tenta di delegittimare, senza
riuscirci, tutti quegli autori, come Frantz Fanon, Edward Said, ecc. che hanno
introdotto uno sguardo critico sull’Occidente e sulle sue responsabilità
coloniali e non solo. Con questo non voglio negare i meriti che l’Occidente ha
avuto. È il luogo dei diritti, del dialogo e dell’apertura, ma dobbiamo
ricordare bene che è anche il luogo dei crimini, è il luogo nel quale sono nati
i razzismi, il nazifascismo, i colonialismi, l’olocausto e che continua a
tollerare al suo interno forme di integrazione subalterna e nuove schiavitù».
Si insiste anche
sull’Odissea. La convince?
«L’Odissea è un racconto
straordinario che fa parte della nostra storia. Ma anche qui non si possono
capire la storia e la cultura a pezzi. I mondi vanno sempre contestualizzati.
Ma quello che mi spaventa di più nelle indicazioni ministeriali è il privilegiare
il racconto edificante, l’aneddoto piuttosto che l’approfondimento critico.
Questa educazione un po’ moralistica mi sembra che sia un ritorno agli Stati
nazionali dell’ottocento, una tentazione non solo italiana, ma del tutto
anacronistica»
Eppure, la nostra è
sempre stata una scuola aperta, vero?
«Straordinariamente
aperta, al di là delle retoriche che se ne fanno. Se si vuole imparare dalla
Storia ricordiamo i romani che hanno adottato l’editto di Caracalla che concede
la cittadinanza a tutti gli abitanti sul territorio, quindi hanno superato lo
ius sanguinis adottando lo ius soli. I romani hanno anche inventato il diritto
d’asilo e hanno concesso a persone di origini diverse di diventare imperatori,
si pensi solo per fare un esempio a Settimio Severo che proveniva dall’attuale
Libia. Se ci si vuole rifare all’antichità potremmo imparare questa lezione.
Tornando alla scuola, comunque, dal dopoguerra la nostra è sempre stata una
scuola inclusiva, che ha superato le classi differenziali, che non ha mai
adottato modelli separati per l’inserimento degli allievi con cittadinanza non
italiana, che è stata capace di grandi sperimentazioni che hanno portato
davvero a realizzare una scuola aperta a tutti. Abbiamo tutta una serie di
documenti avanzatissimi dalla fine degli anni Ottanta fino al 2022 proprio
sulle tematiche interculturali. Nelle nuove indicazioni, invece, il termine
intercultura appare solo qualche volta con riferimento alle competenze e
all’apprendimento delle lingue straniere. Uno sguardo chiuso e asfittico».
E invece sull’educazione
affettiva. Perché c’è questa grande paura?
«Perché siamo ancora
obiettivamente una società patriarcale, quindi un’educazione affettiva seria
metterebbe in discussione modelli consolidati che, però, visto quello che sta
succedendo, andrebbero messi seriamente in discussione. Nel nostro Paese, col numero
di femminicidi che tristemente si registra ogni anno, andrebbe fatto un lavoro
profondo sia sugli educatori/insegnanti sia sugli studenti e le studentesse
perché siamo tutti un po’ impreparati. Un tema che non è rinviabile anche
perché la scuola spesso per alcuni è l’unico luogo dove gli studenti possono
conoscere prospettive e punti di vista diversi rispetto anche a quelli
dell’ambiente di origine. Non sempre la famiglia trasmette valori positivi.
Basti pensare che la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene in
contesti familiari. Un’apertura e uno sguardo diverso sarebbero, allora,
sicuramente un’opportunità data sin dall’età più giovane».
È positivo il ritorno del
latino?
«Sicuramente è una
materia importante. Se avessi potuto scegliere l’avrei messa come materia
obbligatoria. Perché se è facoltativa, come è sempre avvenuto, sarà scelta da
chi ha più risorse, da chi ha dietro una famiglia che magari ha fatto studi
classici, che ha più libri in casa. Diventerà una questione di classe sociale.
I più sfavoriti non faranno il latino e quindi saranno di nuovo, a conclusione
della scuola, più svantaggiati. Penso che sia, invece, interessante la parte di
geografia che ha una dimensione, contrariamente alla parte storica, più aperta
al dialogo interculturale. In ogni caso ciò che è preoccupante è l’impianto
poco allineato ai tempi e in contraddizione con la grande tradizione della
scuola italiana. Una tradizione di inclusione, di apertura straordinarie che ne
hanno fatto un punto di riferimento nel mondo per la sua modernità. La scuola
che va disegnandosi mi sembra un po’ in contraddizione con quella di dialogo,
della libertà, del pensiero critico e dell’emancipazione che poi è, di fatto,
la scuola della Costituzione».
martedì 1 settembre 2026
FRANCESCO E IL LUPO
E
PERDONO
Vorrei parlarvi di un
tema a me molto caro quello della riconciliazione e del perdono elementi
essenziali per questa ormai parola con cui tutti si riempiono la bocca ma che
nessuno o quasi agisce in conseguenza a cosa predica, ovviamente la parola è
pace.
E quando parliamo di pace
mi viene sempre in mente un episodio particolare del poverello di Assisi
l’incontro con il lupo di Gubbio, una bellissima cittadina umbra che mi è
capitato di visitare più volte nelle mie peregrinazioni in quella splendida
regione ripercorrendo le orme di Frate Francesco.
È ti sembra di respirare la stessa aria di quando ottocento anni fa frate
Francesco riuscì a riconciliare un lupo bestia pericolosa per antonomasia ed
una città intera, che a pensarci bene dopo ottocento anni è proprio quello che
ci vorrebbe per fare terminare prima le nostre guerre personali e poi le guerre
che stanno insanguinando il nostro povero mondo.
E per continuare la riflessione vi propongo un bell’articolo di Riccardo
Mensuali pubblicato ieri su Avvenire dal titolo:
“I nostri troppi “frate Lupo” e la via francescana per riconciliarsi”
Questo tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti: dai social
alla guerra, ci sentiamo minacciati da lupi sfuggiti di mano che non dovrebbero
stare tra noi.
Francesco d’Assisi mostra
però la via per una convivenza ritrovata dove si inventano i passi di una
mediazione proprio dove e quando sembra impossibile.
Il Lupo di Gubbio con ogni probabilità non è mai esistito.
Al tempo di Francesco,
però, i lupi erano davvero pericolosi: una minaccia piuttosto nuova, in parte
dovuta allo sviluppo delle città, che all’epoca del santo di Assisi era tratto
della modernità, segno dei tempi.
Per questo, l’episodio
attrae la nostra attenzione.
Conflittualità
Anche i nostri giorni
sono minacciati da una crescente dose di conflittualità e, d’altra parte, da
una pericolosa mancanza di mediatori, dell’arte della diplomazia.
Anche a livello di rapporti umani, non solo di geopolitica.
Quella del Lupo di Gubbio è leggenda incentrata su un vero e proprio topos
fiabesco: il lupo cattivo.
In bocca al lupo
Un’immagine tipicamente
medievale: non a caso anche la storia di Cappuccetto Rosso nasce nel cuore del
Medioevo (la prima attestazione risale intorno all’anno mille) mentre
l’espressione “in bocca al lupo” è attestata dal 1294.
Spiega Domenico
Sebastiani: «Il lupo diviene bestia antropofaga, e innumerevoli sono – in varie
parti d’Europa – le segnalazioni e le cronache, sia civili che ecclesiastiche,
circa uomini e soprattutto fanciulli attaccati e sbranati dai lupi.
I forti disboscamenti e
l’aumento delle aree coltivate privavano l’animale del proprio habitat naturale
e della selvaggina di cui si nutriva, costringendolo ad avvicinarsi a spazi
urbanizzati per attaccare animali domestici e, talvolta, le stesse persone. Ecco dunque il moltiplicarsi, in tutta
Europa, del culto di santi protettori dai lupi».
I “lupi” dei nostri
giorni.
I “lupi” si sono
avvicinati e moltiplicati, nel volto di guerre che iniziano ma non finiscono,
nel nuovo culto delle emozioni forti, nella violenza fai da te, spacciata per
difesa privata, e in un clima velenoso, torbido e minaccioso che l’ambiente
della Rete, sfuggito di mano, sembra aver prodotto.
Il linguaggio feroce dei social appare, spesso, proprio come qualcosa che non
era previsto quando Internet nacque: una realtà, in parte, sfuggita di mano,
sottratta al nostro controllo.
Un lupo che non dovrebbe
stare tra noi e invece ci si ritrova.
Il nostro tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti. Di forza pacificatrice.
Discernimento
Di discernimento lento e
razionale delle cause di odi, guerre, contrapposizioni.
Anche nelle famiglie, nei partiti, nel vivere civile che si fa sempre più
incivile, da lupo mannaro.
Nell’incontro tra
Francesco e il lupo, ritroviamo un vero e proprio modello di creatività
diplomatica, di riconciliazione tra chi vive in conflitto.
Proprio ciò di cui abbiamo bisogno oggi.
Nel capitolo XXI dei Fioretti di San Francesco si legge: «Al tempo che Santo Francesco dimorava nella città d’Agobio, nel contado d’Agobio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini, intantochè tutti i cittadini istavano in gran paura, perocchè spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della terra, come se eglino andassero a combattere». Francesco decide di andare incontro al lupo, nonostante tutti, a Gubbio, cerchino di dissuaderlo. «Frate lupo – gli dice il Santo –, tu fai molti danni in queste parti, ed hai fatti grandi maleficii, guastando e uccidendo le creature di Dio, senza sua licenza: e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere gli uomini, fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu degno se’ delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica.
Frate lupo
Ma io voglio, frate lupo,
far la pace fra te e costoro; sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti
perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più».
Francesco non fa sconti:
il lupo si è macchiato di gravi colpe.
E insiste: «Frate lupo, dappoiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io
ti prometto, che io ti farò dare le spese continuamente, mentre che tu viverai,
dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperciocché io
so bene che per la fame tu hai fatto ogni male».
Ammansita la fiera,
rimaneva ancora da ammansire il popolo.
Perché le guerre si fanno
sempre in due.
Il Santo, riunita la
popolazione, predica che non è la bocca del lupo il pericolo maggiore: «Perché
quella può uccidere solo il corpo».
La bocca da temere è invece quella dell’inferno, nella quale si è dannati per
l’eterno.
È dai peccati, dunque, che bisogna guardarsi, più che dagli animali selvatici.
«Quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine
tiene in paura e in tremore la bocca di un piccolo animale?».
Il popolo, con voce unanime, promette dunque di nutrire il lupo, che visse due
anni a Gubbio, entrando nelle case come un qualsiasi animale domestico.
La convivenza ritrovata.
Non tutti gli studiosi
concordano sullo sfondo storico di ispirazione.
Per Franco Cardini il lupo simboleggia il male che incombe sulla città e i suoi
abitanti.
L’animale, per
antonomasia avido e feroce – si pensi alla lupa dantesca quale personificazione
dell’avidità – rispecchierebbe i difetti tipici delle città comunali
dell’epoca.
Altri mettono in
relazione l’episodio leggendario con un fatto invece storico, la conversione
dei ladroni di San Sepolcro.
A ogni modo, quello che
più rende significativo, per noi, l’episodio dei Fioretti è il fatto che
Francesco, in realtà, non “converte” solo il lupo feroce ma un’intera città
alla causa di una necessaria opera di conciliazione.
Chiama “fratello” anche il lupo.
E non esita a esortare i cittadini a convertirsi. Non addomestica soltanto una bestia: parla, fa dialogare e affronta alla radice le motivazioni dello scontro, le ragioni profonde del conflitto: la fame per il lupo, la paura e l’avidità per il popolo.
Quella di Francesco non è
una pace ideologica, per partito preso.
Il mediatore
Caso mai una lezione di
pace politica. Francesco è mediatore.
Per mediare bisogna
fuggire gli estremi, far convergere.
Non c’è una parte da
difendere a priori. Ci sono dei passi da inventare e da far compiere.
Con pazienza, con
verifiche. C’è un lupo e la sua fame.
C’è il popolo, le sue
paure, il suo diritto alla sicurezza ma anche la sua totale incapacità di
parlare con la bestia affamata.
Non esiste una “parte”
che è buona a prescindere: questo è il presupposto dei tifosi, non dei
pacificatori.
In un conflitto, l’unica priorità è ricomporlo. Raggiungere la fine delle ostilità è l’unico faro.
Non fomenta guerre,
Francesco: avrebbe potuto consigliare al lupo di andare a rubare solo il cibo
dei ricchi, soluzione ideologica per mantenerlo, lo scontro, senza sgonfiarlo.
Avrebbe potuto suggerire
che la popolazione spendesse per armarsi di fucili, visto che il popolo aveva
ben diritto di difendersi.
La strada del Santo è la
strada evangelica.
La strada evangelica
Strada di ricerche di vie
perché le parti si avvicino, con una sola priorità: che cessino le ostilità.
Che se ne riconoscano le
ragioni. In una guerra, che sia in casa o sul confine tra Stati tutti sono
chiamati alla propria “conversione”, a passi di discernimento complesso e
ragionato.
Per arrivare a sciogliere
nodi. In una guerra, nessuno può prevalere da solo.
Né il lupo, né il popolo che lo voleva abbattere.






