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domenica 25 ottobre 2026

GIOVANI SENZA GIOIA


 'I giovani non hanno più gioia, 
resta solo la rabbia' 

Lo psichiatra Crepet: «Con lo scrolling sui social ti passano davanti dal bene al male, dal carino all’orrore. 

Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero»


 -di Nadia Ferrigo 

 Quanto accaduto è una lezione sociologica che si ripete da decenni: la prima generazione si integra, la seconda si chiede il perché», ragiona lo psichiatra, educatore e saggista Paolo Crepet. Da dove nasce la rabbia dei cortei e delle piazze? 
 «Chi arriva per primo in un nuovo Paese per lavorare cerca di omologarsi. I figli nati qui, che quello stesso lavoro non l’hanno trovato, invece cercano il proprio posto. Perché mi guardano male, mi fanno le battute? Perché non sono integrato, cos’ho in meno? In Francia siamo alla terza, quarta generazione: la prima sta alle regole, le altre le discutono». E i giovanissimi che distruggono le vetrine a Milano che cosa si aspettano dagli adulti? «Le minoranze, perché statisticamente così vanno definite, che hanno assaltato i negozi non vogliono nulla se non portarsi a casa le scarpe di valore. Ma siamo stati noi, la nostra cultura occidentale, a rendere una sneaker una sorta di icona. 
Ho un vecchio ricordo di prima della caduta del muro di Berlino. Io lavoravo dall’altra parte e una mia collega diceva “per andare di là mi farei ammazzare”». La benzina non è la povertà, ma la disuguaglianza? «Qualcuno dice che lottano per cambiare un mondo dove pochissime persone hanno la stragrande maggioranza delle ricchezze. Per la prima volta la classe operaia è in combutta con la classe dirigente: il capitalismo digitale è molto complicato e diverso da quello tradizionale. Quando prendi una pizza e te la fai portare a casa o stai tutto il giorno con l’intelligenza artificiale o su Tik Tok, stai usando gli strumenti posseduti dalle persone che contesti». 
 Anche la lotta di classe è diventata complicata? «Quella ce l’hanno davanti agli occhi. Potrebbero dire “ci rifiutiamo di mangiare la pizza consegnata da un rider sfruttato” o rinunciare alla moda fast fashion. Fare contro informazione. Se ne discute in Francia, in Italia un po’ meno. Perché non lo fanno? Non lo so. Io sto dalla parte dei ragazzi». Perché? «O i giovani sono degli psicolabili e quindi è vero che servono psicologi in tutti i licei del mondo o sono delle persone da ascoltare perché hanno delle idee. Hanno occupato via Roma a Torino per cose buone e giuste. 
Vogliano cambiare la scuola, ma come? Chiediamolo a loro. Io protesterei contro la chat dei genitori, il registro elettronico, l’orario d’ingresso a scuola». È un’adolescenza quasi medicalizzata e poco responsabilizzata? «Mi fa rabbia sentir parlare di rottura di patto generazionale, quando al contrario c’è una saldatura che nasce dalla complicità tra scuola e famiglia e porta la mamma in piazza a proteggere il figlio. 
Dobbiamo essere noi i primi a credere in loro, a crescerli come persone autonome. 
Devono andare in piazza e prendersi tutte le responsabilità. Se la cosa degenera, te ne vai e la volta dopo torni e ti inventi qualcosa di diverso». Siamo abituati alla violenza? «Con lo scrolling sui social ti passano davanti mille immagini: il gol della domenica e il bimbo ammazzato. Dal bene al male, dal carino all’orrore. 
Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero». È una generazione di nero vestita. «Com’era negli Anni 50: completo grigio, camicia bianca e cravatta scura. 
Il nero è metaforicamente il colore della morte e rispecchia la loro totale mancanza di gioia. Si aspettavano più libertà e più diritti. 
Non li hanno avuti».

 La Stampa

sabato 24 ottobre 2026

IL BURATTINAIO



IL BURATTINAIO 

E 

GLI SCHERMI



 Il villaggio educante si è rovesciato



-di ALBERTO PELLAI

Per la prima volta sabato scorso abbiamo visto scendere in piazza preadolescenti che ancora frequentano la scuola secondaria di primo grado. Apparentemente partecipavano a una manifestazione connotata da temi sociali molto importanti. In realtà, quello che hanno fatto molti di loro è stato spaccare tutto.

La piazza e la rivolta sociale non sono luoghi e azioni per cui la preadolescenza può dirsi pronta. Non lo è perché in preadolescenza si è dotati, per la prima volta nella vita, di un corpo potente e di un’emozionalità straripante. L’ingresso in pubertà cambia il corpo del preadolescente rendendolo pronto alla scoperta del mondo, dotandolo di un’energia e di una forza che non ha mai posseduto prima. Al contempo, anche la sua mente diventa potente. Il sistema limbico, che è il luogo del cervello in cui si attiva il sentire emotivo, prende il controllo del funzionamento psichico del preadolescente e lo rende vulnerabile a qualsiasi proposta in cui c’è da mettere in gioco questa potenza inedita, che lui ancora non sa “maneggiare bene”. La preadolescenza, infatti, è quel tempo di transito dall’infanzia alle età successive, in cui si esce dal copione dell’obbedienza verso gli adulti e ci si prepara all’autonomia: solo che in questo tempo della crescita non si possiede la maturità cognitiva per poterlo fare bene.

Tutte le reti neuronali che si occupano di governare e regolare le emozioni (a quest’età intense e spesso fuori controllo) sono ancora fragilissime e devono essere potenziate e strutturate attraverso un paziente, costante e sapiente lavoro del mondo adulto.

Fino a due decenni fa, i preadolescenti uscivano fuori nel mondo con le loro biciclette, andavano al campetto dell’oratorio o del parco cittadino a giocare a pallone, frequentavano gli oratori, le associazioni sportive, lo scoutismo, la banda, il coro. Per la prima volta si muovevano in autonomia nello spazio ristretto del loro territorio di vita. Lì incontravano i loro coetanei, ma anche gli adulti della loro comunità educante che ne supervisionavano la crescita, dando direzione a questa loro nuova potenza che, giorno dopo giorno, veniva trasformata in competenza. Poi è accaduto che all’improvviso ci è finita in mano una seconda vita: eccitantissima, sempre accesa, piena di cose divertenti e anche molto proibite. Sono scomparse le biciclette dalle città, gli adulti hanno immaginato che avere i figli tranquilli a casa a giocare nelle community multiplayer fosse in qualche modo più comodo e protettivo per tutti. Dentro lo schermo non cadi, non fratturi le ossa, non fai rumore. Così la vita virtuale ha assorbito, quasi inghiottito tutto il tempo libero dei nostri figli. E la preadolescenza, che è in assoluto il tempo della crescita che risulta più fragile e vulnerabile all’offerta del “Paese dei Balocchi”, si è tuffata dentro questo nuovo mondo e questa nuova vita, ben felice di poter far esplodere la voglia di potenza e “sensation seeking” tipica di questa età in territori ultra-eccitanti e gratificanti. Le piattaforme di videogioco, i social media, i siti pornografici hanno sostituito gli oratori, i campi da calcio, le uscite con gli scout. Le famiglie più attente sul piano educativo hanno cercato di fare un faticosissimo lavoro di equilibrismo pedagogico, imponendo ai figli dosi di vita reale obbligatorie. Mentre prima i figli fuggivano fuori nel mondo, rincorsi dai genitori che volevano imbrigliarne le richieste di libertà e autonomia, negli ultimi dieci anni i genitori si sono trovati quasi obbligati a spingere ragazzi e ragazze alla scoperta della vita reale, perché i loro figli – spesso – vi avrebbero rinunciato molto volentieri, preferendo adagiarsi nella comfort zone del loro parco giochi virtuale.

Ora però le rivolte di sabato, ci dicono che a tutto questo si è aggiunto un altro fenomeno. Dopo averli tenuti incollati allo schermo per anni, a fare le cose che avrebbero dovuto fare nel mondo reale (ovvero giocare e socializzare), ora il mondo online – che ha preso un forte controllo delle loro vite – comincia a dare loro i comandi. “Vai in piazza e spacca tutto”: e loro come soldati obbedienti, escono di casa e spaccano tutto. L’altro giorno, nei loro smartphones è arrivato il messaggio: “Non andare a scuola, perché è troppo pericoloso”. Complice la paura di noi adulti, quel giorno in tanti non sono andati a scuola. A che cosa stiamo assistendo? A un totale ribaltamento del concetto di villaggio educante: quello del mondo reale era fatto da persone che ci mettevano la faccia e si prendevano responsabilità oggettive verso i minori della propria comunità di appartenenza. Nel mondo virtuale, invece, c’è qualcuno di cui non conosciamo nome e volto che come un burattinaio dirige i nostri figli più fragili e più digitalizzati come farebbe un burattinaio che ne tiene in mano i fili e ne condiziona i movimenti.

Se il villaggio educante nel mondo reale punta a trasformare la potenza del preadolescente in competenza, il mondo virtuale sembra invece spingere chi cresce verso l’azione pulsionale e violenta, dove trovare il proprio posto nel mondo può voler dire “spaccare tutto” oppure “non andare a scuola”. Il codice e il copione comportamentale che sta invadendo la vita di chi cresce è al tempo stesso occulto e molto violento, distruttivo e digitalmente nichilista. Questo è un oggettivo e reale pericolo e questo, in effetti, è il tempo in cui noi del mondo civile dobbiamo obbligare il mondo online a cambiare rotta e a non trasformare i nostri figli in burattini del suo perverso progetto, di cui ogni giorno vediamo gli effetti indesiderati e collaterali.

www.avvenire.it

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UNA GENERAZIONE SENZA FUTURO

VUOTI NON SOLO QUESTI RAGAZZI



 

 

venerdì 23 ottobre 2026

EDUCARE I GIOVANI

 «A Milano servono 500 educatori, non (solo) 500 militari»

Dietro i saccheggi a Milano, il disagio delle seconde generazioni.

 Per don Massimo Mapelli, responsabile della Caritas della zona sud di Milano, la repressione non basta: servono educatori, scuole rafforzate nella loro missione, adulti consapevoli e presidi di comunità. Luca Cereda Una vetrina si ripara. La distanza che separa un ragazzo dal mondo che vede ogni giorno, invece, non si ricuce con una serranda nuova né con una pattuglia in più. 
La frattura
È in quella frattura che don Massimo Mapelli invita a cercare le domande lasciate dalle violenze di Milano: senza attenuanti per chi ha saccheggiato e colpito, ma anche senza l’alibi di chi, condannato il gesto, pensa di avere finito il proprio compito. Sacerdote della diocesi ambrosiana dal 1997, fondatore dell’associazione Una casa anche per te e direttore della Caritas Sud Milano, Mapelli dal 2004 al 2012 è stato impegnato nella Fondazione Casa della carità "Angelo Abriani" di Milano e nel 2013 ha ricevuto l′Ambrogino d′oro, la massima onorificenza del Comune di Milano, oggi vive con una quarantina di adolescenti e li incontra anche nelle scuole, comprese quelle professionali. «La rabbia la senti, la respiri», racconta: non è un’astrazione, ma qualcosa che attraversa relazioni e conflitti quotidiani. «Anche dentro la stessa città esistono città diverse», osserva. Mapelli ricorda alcuni minorenni accolti in comunità dopo essersi ritrovati a vivere nei box di una zona come il Corvetto. Nella stessa Milano ci sono coetanei che ogni fine settimana possono partire per una capitale europea o per le Maldive. 
Iperccompetività
La distanza non è soltanto economica: riguarda le possibilità immaginabili, gli strumenti per raggiungerle e la presenza di una famiglia capace di sostenere. «Abbiamo costituito una società ipercompetitiva», dice il sacerdote. E la domanda che dovremmo porci è semplice e scomoda: che cosa succede a chi non tiene il passo? A chi non ha risorse, appoggi, occasioni? Che cosa gli raccontiamo: che vale zero? È in questa disuguaglianza vissuta ogni giorno che Mapelli colloca una parte della rabbia dei ragazzi, anche di quelli di seconda o terza generazione che sono cresciuti qui e che spesso vengono ancora raccontati anzitutto attraverso le origini familiari. 
L'esclusione
Non propone una spiegazione unica né trasforma la provenienza in un destino. Invita a guardare una condizione comune: giovani che abitano la stessa città e desiderano essere riconosciuti, ma non sentono di avere accesso allo stesso mondo. Per molti di loro l’esclusione non si manifesta soltanto nella mancanza di denaro. Si misura anche nei segni visibili del successo: la marca sulle scarpe, il cappellino firmato, l’oggetto che permette di non sentirsi fuori posto. «Vorrei entrarci anch’io»: una frase che può stare dietro l’assalto a una vetrina, non come spiegazione di ogni gesto, ma come indizio di un desiderio di appartenenza deformato in possesso. Mapelli lo ha visto con ragazzi che vivevano in un box al Corvetto: avere un cappellino di marca, magari di un marchio dell’alta moda, diventava fondamentale, perché ai loro occhi sembrava poter restituire un riscatto. «Poi non è quella roba lì che te lo dà», aggiunge. Ma qualcuno deve accompagnarli a scoprirlo, aiutandoli a riconoscere il proprio valore al di là delle cose che indossano. 
La violenza
 La domanda, allora, non è se rubare una scarpa o spaccare una vetrina sia giusto. Non lo è. «La violenza va condannata, questo è fuori discussione», scandisce Mapelli. Capire da dove arriva, però, è un’altra cosa rispetto ad assolverla. Se ci fermiamo alla punizione, rischiamo di non vedere le condizioni che hanno preparato il terreno: famiglie fragili, scuole con poche risorse, agenzie educative lasciate a reggere da sole situazioni sempre più complesse. «Non succede per miracolo», avverte. La rabbia non scompare perché decidiamo di non guardarla. C’è poi un particolare che dovrebbe inquietare più di molti slogan: tra i ragazzi coinvolti ci sono anche preadolescenti di undici o dodici anni. «Gli adulti dove stanno?», si chiede il sacerdote. La risposta non sta soltanto nell’accusa ai genitori. La responsabilità educativa resta decisiva, ma Mapelli invita a chiedersi perché sia diventato così difficile porre limiti, affrontare i conflitti e accompagnare la crescita. Per paura dello scontro, osserva, gli adulti rischiano di rinunciare proprio a quello scontro necessario tra genitori e figli, tra educatori e ragazzi, in cui si costruiscono regole e fiducia. 
La famiglia
 E non basta chiedere conto alle famiglie il giorno dopo, magari riducendo tutto a una frase rabbiosa o a un titolo facile. Che cosa facciamo per aiutare quei genitori che hanno pochi strumenti, che vivono a loro volta una precarietà materiale o affettiva? Come li sosteniamo prima che la fatica diventi solitudine? «Nessuno vive su un pianeta a sé», ricorda Mapelli. Questi ragazzi incontreranno i nostri figli a scuola e nei quartieri: la loro fragilità non resta confinata nelle periferie. 
Per questo, secondo il sacerdote, anche la distinzione tra centro e periferia non basta più. I confini amministrativi non corrispondono necessariamente ai confini vissuti dai giovani: Milano è anche la sua città metropolitana, le aree in cui si studia, si lavora, si prende un autobus e si cerca un posto nel mondo. La questione delle seconde generazioni non si riduce alla cronaca delle origini: le relazioni tra adolescenti attraversano da tempo le categorie con cui gli adulti li classificano. La ragazza italiana e il ragazzo di seconda o terza generazione originario del Marocco non abitano due pianeti diversi. Il discrimine decisivo, sempre più spesso, è tra chi si sente atteso e chi si sente lasciato fuori. 
La guerra
 C’è poi un’altra contraddizione che gli adulti dovrebbero avere il coraggio di riconoscere. Viviamo in un tempo in cui i leader più potenti parlano continuamente di guerre, bombe, distruzione. Poi chiediamo ai ragazzi di rispettare un manuale di comportamento impeccabile, come se le parole pubbliche non lasciassero tracce. «Le parole che buttiamo nel mondo fanno qualcosa», osserva Mapelli. Non significa attribuire agli adulti la responsabilità diretta dei saccheggi, ma riconoscere che il linguaggio della forza modella l’immaginario, soprattutto quando mancano parole per nominare il disagio. 
La repressione
La risposta, dunque, non può essere soltanto repressiva. Mapelli conosce anche le carceri, comprese quelle minorili, e mette in guardia dal pensare che rinchiudere un ragazzo basti a risolvere il problema. Il rischio è restituirlo alla società più arrabbiato e più solo di prima. La sicurezza è necessaria, ma non esaurisce la politica: servono scuole attrezzate, sostegno alle famiglie, luoghi di aggregazione e presenze educative continuative, prima dell’emergenza. Dopo gli scontri a Milano, due facce da bambini e gli occhi sul cellulare «Un Paese che spende più in armi che in scuola poi raccoglie quello che raccoglie», dice con una battuta amara. E propone un’immagine concreta: «Se in strada ci sono cinquecento militari, perché non immaginare anche cinquecento educatori»? Non è una contabilità contro la sicurezza, ma la misura di ciò che manca: adulti riconoscibili, disposti ad ascoltare e a restare; luoghi in cui un adolescente sia accompagnato, non soltanto contenuto. È un lavoro meno spettacolare delle forze dell’ordine e più lento di una risposta d’emergenza. 
La comunità
Ma dopo gli scontri la partita è questa: ricostruire comunità, legami, dialogo. «Se non dialoghiamo noi con questi ragazzi, se non li educhiamo noi, li educano gli altri», avverte Mapelli. E quegli altri possono essere proprio coloro che alimentano la rabbia e la trasformano in un gesto di cui, domani, i ragazzi stessi potrebbero pentirsi. Una vetrina rotta si vede subito. Il vuoto educativo, invece, resta a lungo sotto gli occhi di tutti, finché qualcuno non decide di farsene carico. Don Gino Rigoldi: «Aiutiamo i giovani a vedere il futuro» 

 Famiglia Cristiana

VIOLENZA GIOVANILE

  
  QUALI 

POSIZIONI 

DI FONDO ?


-di Giuseppe Savagnone

Sulle violenze di sabato 17 e domenica 18 ottobre si sono versati in questi giorni fiumi d’inchiostro e fatte decine di tavole rotonde. Ora è forse il caso di provare a tirare le fila di questo dibattito, mettendo a fuoco le posizioni di fondo che esso ha fatto emergere, per darne alla fine una valutazione critica.

No, senza se e senza ma, alla violenza

La prima interpretazione, sia in ordine cronologico che per la sua importanza pratica, è quella del governo. Già la sera di sabato – quando ancora non si erano scatenati i saccheggi selvaggi della domenica – Giorgia Meloni aveva pubblicato su X un video dei disordini in piazza Duomo, commentando: «Manifestare è un diritto. Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è. Rinnovo la mia richiesta alle opposizioni: non siano ambigue su questo. Condannino senza ambiguità queste violenze e lancino un appello chiaro affinché ogni mobilitazione sia pacifica. Di fronte a scene del genere, il rifiuto deve essere unanime. Ogni reticenza diventa giustificazione. Il silenzio non è accettabile».  E aveva qualificato i protagonisti dei disordini «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e tenere in ostaggio intere città».

Sulla stessa linea tutti gli esponenti della maggioranza. Secondo questa lettura, siamo davanti a fenomeni di pura criminalità, travestiti da protesta politica grazie alla collusione con i partiti di opposizione, il cui silenzio implicherebbe una sostanziale complicità.

E di fronte alla violenza della criminalità c’è solo da reagire con la forza delle istituzioni, responsabili della sicurezza delle persone e dei beni dei cittadini. Da qui la decisione del governo di anticipare alcune misure già previste nel ddl sulla sicurezza varato alcune settimane fa, aggiungendone altre e trasformando la proposta di legge attualmente ancora in esame in un decreto-legge di immediata esecuzione.

Fin da ora, dunque, entra in vigore per i minori che hanno compiuto i quattordici anni la presunzione di imputabilità, già prevista nel ddl, per cui la loro capacità di intendere e di volere si presume fino a prova contraria.

Ma ci sono anche nuove misure. Il trattenimento presso gli uffici di polizia per un massimo di 12 ore (cosiddetto “fermo preventivo”) si applicherà anche ai minori. Quando un minore, anche non imputabile, partecipa a determinati reati, a chi esercita la responsabilità genitoriale si applicheranno delle multe, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto. Le procedure per il risarcimento dei danni, già previsto dalla normativa, sono agevolate: per quelli a beni pubblici può disporlo direttamente il prefetto, mentre i privati danneggiati possono ottenerlo più rapidamente con un decreto ingiuntivo.

È inoltre introdotto il delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Il delitto punisce chi, nel corso di manifestazioni, partecipa a un gruppo di almeno cinque persone che opera in modo organizzato, anche occasionalmente, e utilizza o lancia oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, determinando un concreto pericolo per l’incolumità delle persone.

Infine, fino al 31 dicembre 2026, è prevista la presenza per le strade di Milano di 500 unità delle Forze armate. Originariamente il decreto prevedeva l’attribuzione a esse di compiti di polizia, compreso l’arresto in flagranza, ma la misura è stata cancellata per la contrarietà del presidente della Repubblica.

Pugno di ferro, dunque, contro i «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos». È questo, del resto, che chiede l’opinione pubblica, come evidenzia un recente sondaggio realizzato da Only Numbers e presentato da Alessandra Ghisleri: il 66% degli intervistati ritiene che il governo debba adottare misure più stringenti per contrastare violenze e disordini. Contrario il 20,9%, mentre il 13,1% non esprime una posizione. Alla domanda se queste piazze debbano essere ascoltate oppure condannate, il 55,8% risponde che vanno «condannate senza se e senza ma». Il 37,6% ritiene invece che debbano comunque essere ascoltate, mentre il 6,6% non si pronuncia.

Punire, ma soprattutto capire

In radicale contrasto con la lettura del governo è quella delle opposizioni. In primo luogo, esse respingono con indignazione l’accusa di complicità rivolta loro dalla maggioranza, sottolineando che anch’esse condannano le violenze di piazza. A questo proposito già la sera di sabato 17 il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, aveva detto «Le ragioni della protesta erano comprensibili. Le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili».

Ma, a loro volta, i partiti della sinistra accusano l’esecutivo di cercare di nascondere il disagio profondo da cui esse nascono e di voler impedire, insieme alle sue degenerazioni, anche la protesta. Elly Schlein, rispondendo a Meloni, ha detto: «Noi le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero. E però è inaccettabile che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia per il carovita, per il caro affitti, per il caro carburanti, perché non riescono più a vivere. Queste sono le voci che chi governa dovrebbe ascoltare. Invece che oscurare».

Senza attaccare il governo, anche il presidente della Repubblica ha lasciato trapelare la sua insoddisfazione nei confronti di una pura e semplice criminalizzazione dei giovani coinvolti nei disordini di Milano. Dopo aver chiaramente denunziato come «inaccettabili» le loro violenze, ha fatto un passo avanti rispetto alla pura e semplice linea della repressione, parlando della necessità di svolgere quanto prima un’analisi «intelligente e approfondita» su quanto avvenuto, per mettere le istituzioni «in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti».

Ancora più esplicita è la distanza che Mattarella ha segnato, rispetto alla linea della maggioranza di destra, in un discorso, fatto proprio all’indomani del nuovo decreto sicurezza, in cui ha allargato l’orizzonte: «Occorre uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore che avvertono di asservimento o di emarginazione». E, dopo aver ammonito che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione», ha sottolineato la necessità di «un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza». L’ascolto di cui parlava anche Schlein…

Nel silenzio del governo, sono stati i giornali di destra a mettere in evidenza quanto queste parole, pur senza mai menzionare i disordini di Milano e i provvedimenti del governo, siano dissonanti da essi. «La Verità» – il cui direttore, Maurizio Belpietro, il giorno prima aveva scritto: «I devastatori non vanno capiti, tesi sostenuta da troppi, bensì puniti» – ha citato nel titolo di prima pagina il discorso del presidente, per paragonarlo ai post con cui i rapper Ghali e Marracash hanno espresso solidarietà ai contestatori di Milano, portatori, a loro avviso, della protesta per le disuguaglianze sociali e della rabbia di una generazione senza futuro.

La violenza dei giovani come frutto del nichilismo

È tuttavia possibile – anche se assai meno presente nel dibattito pubblico – una terza lettura, che in realtà non esclude le altre due, ma si pone a un livello più profondo. Essa parte dalla constatazione che le intemperanze dei giovani di Milano si inseriscono in un quadro più generale, che vede quelli di tutta Europa in un atteggiamento di rivolta nei confronti della società. Soprattutto, esse hanno dei corrispettivi, non adeguatamente sottolineati dai media, nel moltiplicarsi di comportamenti violenti da parte di giovanissimi che sembrano agire senza alcuno scopo utilitaristico, quasi per gioco. «Ci annoiavamo», ha detto uno dei due adolescenti arrestati pochi giorni fa per aver attentato alla vita di ignari passanti, diventando il terrore di un intero quartiere. Tutto qui.

Ma è, in generale, lo stile dei cosiddetti maranza che rivela questa matrice ludica. Si fanno gesti balordi, che mettono a rischio la vita propria e altrui, si aggredisce, si ruba, si distrugge – a Modena intere classi si sono riversate, alla fine delle lezioni, in un supermercato per svuotarlo e devastarlo – con il sol scopo di postare in internet le immagini delle proprie squallide imprese. Quasi a voler dimostrare di esistere, in un mondo dove i giovani – senza più passato, senza futuro – non sono più sicuri neppure del presente. «Esse est percipi», scriveva nel Settecento un filosofo inglese. “Esistere vuol dire essere visti”. Ma lui pensava allo sguardo di Dio, i nostri ragazzi a quello dei loro coetanei sui cellulari.

Umberto Galimberti, qualche anno fa, ha denunziato il nichilismo dei giovani e ha descritto gli effetti che lo svuotamento di valori e di senso della loro vita produce. In primo luogo, «un’emotività molto più incontrollata e uno spazio di riflessione molto più modesto», «il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le emozioni attraverso i percorsi dell’ignavia e della non partecipazione», «il gesto violento».

Ma la cultura del nichilismo non l’hanno creata i giovani. Essi la portano alle sue estreme conseguenze, ma ne siamo noi, gli adulti, i responsabili. Siamo noi ad avere costruito una società dove quello che conta è l’efficienza, ma senza un fine; il successo, ma spesso a costo della propria autenticità e della propria vera vita; l’immagine, ma al prezzo della realtà.  

I giovani che a Milano hanno spaccato erano portatori di un’oscura protesta, di cui loro stessi non erano consapevoli, contro questo mondo fasullo. Non c’è da stupirsi che abbiano portato in essa il vuoto di cui sono vittime e contro cui si ribellavano. Compreso l’assoggettamento ai miti di un consumismo selvaggio, da cui molti di loro sono esclusi. Ma il loro non è stato solo un crimine, è stato un grido che, ancora una volta, va ascoltato e che dovrebbe diventare oggetto di riflessione in famiglia, a scuola, nelle parrocchie.

Questo livello di lettura non esclude ciò che di vero è emerso negli altri due. È giusto distinguere tra proteste e violenze, reprimendo le seconde per rendere legittime le prime. Il limite della posizione del governo, però, è di puntare esclusivamente sulla criminalizzazione della violenza, invece di aprirsi al secondo livello di spiegazione, che cerca di capirne il perché e lo individua in un disagio sociale dovuto a disuguaglianze, ingiustizia, mancanza di prospettive. Neppure questa diagnosi, però, può spiegare il malessere profondo che anche i figli dei ricchi e dei privilegiati manifestano, anche quando non ricorrono a forme estreme. Da qui la necessità di scendere a un livello più profondo, che vede nella crisi del senso e dei valori la radice ultima sia delle distorsioni della società sia del malessere esistenziale dei giovani.

Il problema è che è più facile reprimere la violenza che individuarne ed eliminarne le cause sociali ed economiche, ed è più facile proporre soluzioni a questo livello che prendere coscienza di una crisi culturale epocale, come quella che sta investendo tutto l’Occidente. La sola via, probabilmente, è di coniugare le tre letture. Anche la terza. Altrimenti rischiamo di avere le questure e gli istituti penali minorili pieni, ma senza raggiungere con ciò l’agognata sicurezza, o di illuderci che un governo “di sinistra” risolva le cose con le sue riforme. Di decreti sicurezza ce ne sono stati ormai tanti. E i partiti d’opposizione sono già stati al governo. Se i giovani continuano a lanciare il loro grido è perché evidentemente hanno un disperato bisogno di altro.

martedì 20 ottobre 2026

IL SENSO DEL LIMITE

 


Violenza

 giovanile, 

ruolo degli adulti



-di ERALDO AFFINATI

La protesta giovanile, anche quando si esprime attraverso sparute minoranze, segnala sempre un malessere di rilevanza storica, in quanto i giovani sono la schiuma dell’onda che s’infrange sugli scogli: il loro movimento implacabile, apparentemente cieco, segnala la forza anche oscura ma inarrestabile della nostra stessa vita. Così le decine di facinorosi minorenni incappucciati che a Milano hanno saccheggiato i negozi intorno al Duomo non rappresentano certo la maggioranza dei loro coetanei; tuttavia, possono segnalare un’inquietudine generazionale di cui, al di là delle specifiche circostanze di cronaca, dobbiamo prenderne atto.

I gesti violenti, è ovvio, vanno sempre condannati, ma dopo aver applicato le sanzioni necessarie, bisogna provare a comprendere in quali contesti sono nati e a cosa rispondono.

In questo crinale del ventunesimo secolo molti adolescenti, di diversa estrazione sociale e culturale, stanno alzando le barricate.

Dai movimenti kenioti, tesi a rivendicare l’uguaglianza sociale, alla rabbia dei ventenni nepalesi, specie quelli esclusi dalla gestione della cosa pubblica, dalle masse albanesi impegnate a chiedere le dimissioni del premier Edi Rama, fino agli incendiari che nei giorni scorsi hanno messo a ferro e fuoco il centro di Parigi, una specie di febbre planetaria sembra animare le ultime generazioni, anche là dove non sono presenti, come in Palestina o in Ucraina, contrasti territoriali veri e propri. Sebbene le ragioni del dissenso siano proclamate a chiare lettere sugli striscioni che denunciano la corruzione dei ceti più abbienti e la violazione dei diritti umani, sino a istanze molto più spicciole ma non meno pressanti, come ad esempio il caro degli affitti per gli studenti universitari nostrani, abbiamo la sensazione di ascoltare un urlo rauco e disarticolato che proviene da una posizione anteriore: se riuscissimo a localizzarla, forse potremmo aiutare i rivoltosi venendo loro incontro in modo non semplicemente normativo e precettistico. Non sarebbe questo il vero compito da assolvere per ogni educatore?

Cos’hanno in comune i ribelli scatenati che da una parte all’altra del globo mostrano gli artigli? Forse niente, se non il fatto di essere tutti nativi digitali, dall’Asia all’Africa, dall’Europa all’America, cresciuti con una percezione della realtà completamente diversa rispetto al più recente passato. Quando il linguaggio si sgancia dall’esperienza, anche i gesti quotidiani rischiano di essere alterati. Si può avere l’impressione di un’assenza di limiti non legata soltanto all’immaturità del singolo individuo ancora in formazione, ma anche alla legittimazione dell’arbitrio. Insulto una persona e non mi succederà alcunché. Attacco questo e quello e posso farla franca. Giudico anche ferocemente tizio e caio e la passerò liscia. Fosse così, il delirio surrealista dell’azione priva di riscontro avrebbe conquistato il nostro inconscio. E chi, se non un giovane, potrebbe meglio sperimentarlo?

Vaniloqui, sogni, farneticazioni? Può essere. Ma certo si tratta di un carattere antropologico davvero inedito, che riguarda anche gli adulti, sul quale gli esseri umani continuano a interrogarsi senza ricavare un ragno dal buco. Per ora ci limitiamo a renderci conto di ciò che sta cambiando a velocità supersonica sotto i nostri occhi: cose grosse, tipo il concetto di responsabi-lità, la natura della libertà, lo statuto dell’opera d’arte, la qualità della relazione umana, il senso stesso dell’istruzione. Valori morali. Fondamenti religiosi. 

E vorremmo quindi illuderci di poter passare indenni attraverso questo cerchio di fuoco, cercando di non bruciarci le ali? Chiunque in tempi anche recenti lo avesse sperato, adesso dovrebbe ricredersi. 

E chissà forse certi genitori che ieri l’altro sono andati in questura a riprendersi i ragazzi arrestati dalle forze dell’ordine mentre arraffavano le merci rubate, pare che alcuni abbiano solo dodici anni, avranno guardato negli occhi i loro figli senza riconoscerli.


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lunedì 19 ottobre 2026

UN PATTO EDUCATIVO

 

UN PATTO EDUCATIVO

Gli episodi di cronaca chiamano scuole, famiglie e istituzioni a costruire nuove alleanze. Possiamo "tirare a campare", come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe. 

Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: "I care", mi sta a cuore. 

 


-di Mimmo Battaglia 

Le cronache di questi giorni, da Roma a Napoli, ci pongono una domanda che non possiamo archiviare con l’indignazione del momento: che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? E, ancora prima, che cosa sta succedendo a noi adulti? Al Vomero un uomo è stato picchiato da alcuni giovanissimi per aver difeso le sue due figlie e poi investito anche da un camion della raccolta dei rifiuti. Un fatto che lascia senza parole. Le indagini accerteranno le responsabilità di ciascuno e chi ha sbagliato dovrà risponderne. Ma fermarsi alla cronaca non basta. Se ragazzi così giovani arrivano a una simile ferocia, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo insegnato loro, quali esempi hanno avuto sotto gli occhi, con quali parole li abbiamo abituati ad affrontare i conflitti e quanto valore abbiamo dato alla vita degli altri. 

Vorrei essere chiaro: chiamare in causa gli adulti non significa assolvere i ragazzi. Guardare ai ragazzi, però, non ci autorizza a dimenticare le nostre responsabilità. Chiediamo ai giovani di rispettarsi e poi siamo i primi a umiliare chi la pensa diversamente. Pretendiamo che sappiano controllare la rabbia, in una società che ha fatto dell’aggressività una prova di forza. 

Insegniamo a riconoscere i limiti e facciamo fatica a riconoscere i nostri. Poi ci stupiamo se una delusione diventa vendetta, se una lite finisce a calci e pugni, se il gruppo si trasforma in branco e nessuno trova il coraggio di fermarsi. 

Per questo l’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono. Un ragazzo ha bisogno di adulti che ci siano, che sappiano ascoltare senza rinunciare all’autorevolezza e dire quei no che fanno crescere, come suggeriva il titolo di un libro. Ha bisogno di qualcuno che gli faccia capire che la frustrazione si può attraversare, che un rifiuto non è un’offesa da vendicare, che la forza non sta nel far paura agli altri e vincere a tutti costi. E un ragazzo deve sapere che, se sbaglia, dovrà affrontare delle conseguenze ma non verrà lasciato solo. 

Poi c’è un equivoco importante da superare, anche qui a Napoli: credere che il problema riguardi solo le periferie, i quartieri difficili, le famiglie povere. È vero che dove mancano servizi, opportunità e presenze educative crescere costa più fatica. Ma la solitudine dei ragazzi non ha confini geografici, ed è sotto gli occhi di tutti. Ci sono adolescenti che hanno tutto e non sanno con chi parlare, famiglie che non fanno mancare nulla e non riescono più a incontrare i propri figli. In ogni zona della città e a ogni livello sociale, oggi gli adulti vivono una difficoltà educativa che non possiamo più far finta di non vedere. 

Il Patto Educativo, che ho lanciato con convinzione qualche anno fa e a cui le istituzioni hanno risposto ciascuna a modo suo, deve diventare prima di tutto un patto tra adulti e per gli adulti. Nessuno educa da solo. Non si può scaricare tutto sulle famiglie, né chiedere alla scuola di curare ogni ferita, né contare sugli educatori senza dare loro strumenti e risorse. Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere, sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in violenza. 

La prevenzione comincia ben prima di una rissa: quando un ragazzo trova qualcuno disposto ad ascoltarlo, quando una famiglia può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata, quando una scuola non è lasciata sola, quando un quartiere offre occasioni sane e sicure per stare insieme. Anche la politica deve fare la sua parte. Napoli e il Paese si avviano verso le elezioni: che spazio avrà l’emergenza educativa nel dibattito pubblico? Resterà un tema da evocare dopo ogni tragedia o diventerà una priorità concreta? La sicurezza è indispensabile e chi commette violenza va fermato. Ma la sola risposta repressiva arriva quando il danno è già fatto. Accanto alla giustizia servono accompagnamento, prevenzione, sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che non si vedranno domani e che forse non porteranno consensi immediati. 

Possiamo "tirare a campare", come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe e aspettare la prossima notizia. Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: I care, mi sta a cuore. Mi sta a cuore il ragazzo che ha fatto del male e deve imparare a risponderne. Mi sta a cuore la persona ferita e il dolore della sua famiglia. Mi sta a cuore chi assiste a una violenza e non trova il coraggio di fermarla, magari nascondendosi dietro lo smartphone. Mi stanno a cuore il genitore che non sa più come parlare con un figlio, l’insegnante che si sente solo, l’educatore che continua a esserci anche quando sembra inutile. Mi sta a cuore chi cresce in una periferia senza opportunità e chi vive in una casa piena di cose ma povera di relazioni. Mi sta a cuore una politica che non si limita a promettere ordine, ma costruisce le condizioni della convivenza, e una città in cui nessun ragazzo debba conquistarsi un posto nel mondo facendo del male a qualcuno. 

Soprattutto mi sta a cuore che noi adulti torniamo a sentirci responsabili. Non di tutto, ma della nostra parte. Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio. Non possiamo promettere che nessuno sbaglierà. 

Possiamo scegliere di non lasciare solo nessuno, di non scambiare la fermezza per abbandono, di non considerare perduto chi ha ancora tutta la vita davanti. I ragazzi non cercano adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole. Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene affidata oggi. Forse, se c’è una cosa che tutti siamo chiamati a fare, oggi più che mai, è smettere di domandarci soltanto che cosa non va nei nostri ragazzi e cominciare a chiederci che cosa possiamo cambiare in noi.

Avvenire 

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giovedì 15 ottobre 2026

LA BANDA DELLE MINICAR

 


Gli aggressori hanno confessato, sono due minorenni annoiati e senza situazioni di disagio alle spalle. Hanno perso il principio di realtà perché vivono immersi nel digitale, in un mondo parallelo che li eccita, li nutre e crea dipendenza. E gli adulti non sanno più come riportarli nel reale. 


Alberto Pellai 

Per giorni ci siamo chiesti da chi fosse composta la banda della minicar che in una notte di follia ha spintonato, fatto cadere – quasi fino ad uccidere come è accaduto all’attore Davide Iacopini – passanti ignari per le strade di Roma. Oggi sappiamo che si tratta di due adolescenti di 16 e 17 anni. Non appartengono al mondo del disagio. Sono regolarmente iscritti a scuole superiori e quella sera hanno deciso di fare la mattanza in minicar perché erano annoiati. 

Andare in giro con un ‘auto, guidandola in modo spericolato e fare punti investendo pedoni ignari è il percorso di gioco proposto da uno dei videogames più popolari al mondo. La cronaca ci ha raccontato che questi due adolescenti quel videogioco lo hanno abitato non dentro uno schermo, dove tutto appare possibile e senza conseguenze, ma dentro il principio di realtà. Ora è il principio di realtà che bussa alle porte di casa loro: saranno indagati, processati, certamente condannati. Ecco, questo probabilmente non se lo aspettavano: il loro videogioco questo finale non lo prevede. Il finale corretto dovrebbe essere la scuola e la famiglia ad insegnartelo. Ma oggi noi adulti della comunità educante sembriamo sempre più impotenti di fronte alla potenza con cui la corrazzata Potemkin del mondo digitale entra nelle vite dei nostri figli e occupa tutto: ogni angolo della loro vita reale e della loro vita interiore. 

Iperstimolazione, eccitazione, gratificazione istantanea sono i tre ingredienti della crescita che giorno dopo giorno nutrono la mente dei nostri figli mentre la comunità educante cerca di raggiungerla proponendo tutte le educazione possibili: l’educazione emotiva, l’educazione antibullismo, l’educazione di genere, l’educazione alle life skills, l’educazione all’empatia. Stiamo disperatamente cercando di mettere infiniti cerotti a squarci dell’anima e della mente che ogni giorno sono violentati da un contesto socio-culturale che si è preoccupato di spostare la vita dei minori dalla comunità locale alle communities virtuali. Lì dentro regna violenza, prepotenza, ostilità e soprattutto manca qualsiasi codice etico. 

 La psicologia oggi è spaccata in due: c’è chi parla di genitori fragilissimi, per cui il digitale non c’entra anzi diventa un ambiente elettivo in cui rifugiarsi per ripararsi da un mondo adulto che non sa ascoltare le tue emozioni e il tuo dolore. Ma c’è anche una linea di pensiero – e io appartengo a questa – che constata la totale impotenza del mondo adulto a rioccupare il suo corretto e adeguato posizionamento educativo, perché i figli si trovano sempre dispersi in altri mondi, chiusi dentro stanze in cui non sono più contattabili. 

La loro vita è immersa in un mondo parallelo che li stimola, li eccita e alla quale non possono e non riescono a rinunciare. Gli adulti provano a riportarli nel reale, ma si trovano di fronte a scene violentissime e piene di rabbia, in cui i figli a cui metti limiti nel mondo digitale prendono a calci tutto, a volte anche gli stessi genitori. Intanto, in quel mondo lì imparano a sentirsi vivi e attivi ingaggiandosi in attività ad alto impatto psicotropo, con un livello di eccitazione e stimolazione che nella vita reale non ha equivalenti. A questo punto, quando sono dentro la vita reale, arriva una noia di cui sono totalmente analfabeti. E allora per sconfiggerla fanno nel mondo reale le stesse cose che fanno in quello virtuale, senza soluzione di continuità, come se fosse lo stesso. 

Ciò che oggi sta distruggendo la crescita è il nutrimento che viene dato ai cervelli in età evolutiva: un buffet di eccitazione, sregolatezza, violenza che per ore, ogni giorno, desensibilizza i nostri figli ai codici etici e morali di cui invece cerca di impregnarli l’educazione del mondo adulto (o almeno di parte di esso). 

I dati sui reati in Italia raccontano che essi sono in calo su tutti i fronti, tranne quelli ad opera dei minori. Le statistiche riportano un sovraffollamento del penale minorile, anche dovuto al cambio di passo che il nuovo governo ha imposto in relazione ai reati minorili, accentuandone la dimensione repressiva e sanzionatoria. 

Ma tutto quello che sta accadendo, ci dice che anche la repressione e la sanzione diventano cerotti su squarci giganteschi che si sono generati sulla trama culturale, sociale ed educativa che avvolge il tempo della crescita. Non è ancora troppo tardi per ritornare a dare a chi cresce un mondo a sua misura. E nonostante tantissimi affermino che è tutta colpa di noi genitori, io rimango convinto che dobbiamo cambiare il brodo digitale in cui abbiamo immerso il cervello dei nostri figli (e di conseguenza il mondo dei loro bisogni e desideri) sin dall’età più precoce.

Famiglia cristiana 

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lunedì 28 settembre 2026

INSEGNANTI DELEGITTIMATI

 


 Violenza

nelle scuole? 


Favorita 

da anni 

di delegittimazione

degli

insegnanti


Il rettore dell’Università Roma Tre, analizza, da pedagogista, la progressiva crisi del sistema scolastico italiano. Decenni di delegittimazione del ruolo dei docenti, taglio del riconoscimento economico ed «elogio dell'incompetenza» hanno logorato l'autorevolezza delle istituzioni educative, trasformando la scuola da luogo di crescita collettiva a terreno di scontri individuali e performance

-di Annachiara Valle

«La nostra è sempre stata una scuola aperta, di grande inclusione, un modello per il mondo. Negli anni, però, la classe degli insegnanti è stata progressivamente delegittimata». Massimiliano Fiorucci, pedagogista, rettore dell’Università degli Studi Roma Tre, legge anche così gli ultimi avvenimenti nella capitale.

Massimiliano Fiorucci, pedagogista e rettore dell'Università degli Studi Roma Tre, in un incontro alla libreria San Paolo di Roma

Professore Roma è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa in una scuola media. Perché cresce questa violenza?

«Difficile rispondere, bisognerebbe conoscere meglio e più da vicino la vicenda, i contesti sociali e familiari, le situazioni. Però, a livello generale, secondo me, è sicuramente responsabile il prolungato messaggio di delegittimazione del valore della scuola e dell’educazione. C’è stata una fase storica nella quale gli insegnanti erano considerati figure di riferimento e autorevoli e la scuola era un’istituzione di valore da tutelare, un luogo rispettato da tutte le famiglie non un luogo in cui, come in qualche caso avviene oggi, i genitori vanno a difendere come sindacalisti i propri figli. Dopo anni di deleterio e irresponsabile elogio dell’incompetenza, per cui non c’è bisogno di studiare, di sapere, di conoscere per esprimere una opinione o per svolgere una determinata professione o per affermarsi nel mondo del lavoro, si è delegittimato il valore anche sociale degli insegnanti. Oltre, ovviamente, al peso dello scarso riconoscimento economico di queste figure professionali. E poi è venuta affermandosi la cultura della performance, è stato considerato più importante il risultato, che non il processo e il percorso di apprendimento».

A proposito di risultato, le nuove guide per la scuola mettono al centro il talento e il merito. Questo sarà un aiuto per gli studenti o un peso maggiore?

«Talenti e meriti vanno riconosciuti e valorizzati, ma per come sono formulate le nuove linee guida si rischia di fare in modo che questo ricada sui soggetti, sulla responsabilità individuale piuttosto che sociale. Il punto è che dobbiamo tenere in considerazione i contesti nei quali le persone crescono, le condizioni familiari, sociali, il background culturale, le opportunità, le relazioni, i territori dove capita di nascere. Non c’è nessun merito in questo. C’è sicuramente una dimensione individuale di talento e di merito che va coltivata e assecondata, ma la scuola deve in primo luogo cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni. Se potessi indicare una strada direi allora che bisogna privilegiare delle politiche di “discriminazione positiva”, cioè bisogna dare di più a chi ha di meno per fare in modo che tutti possano avere le stesse opportunità di crescere, di emanciparsi, di essere liberi e di far emergere i propri talenti».

In che direzione va la scuola con le nuove linee guida?

«Si afferma, fondamentalmente, un modello di scuola assimilazionista, eurocentrica, trasmissiva e in qualche modo anche autoritaria con poco spazio per la dimensione laboratoriale e dell’apprendimento trasformativo. Penso poi all’uso della storia. Qui c’è più un riferimento a narrazioni moralistiche ed edificanti attraverso molti aneddoti piuttosto che al pensiero critico e alla capacità di utilizzare le fonti storiche. Si va verso una funzione più identitaria, verso la costruzione di un modello di cittadino degli Stati nazionali piuttosto che, come andrebbe fatto in un’epoca come quella che stiamo vivendo, di costruzione di una cittadinanza globale aperta al dialogo e al confronto con gli altri».

Parlando proprio di Storia. Si insiste sull’importanza della Storia dell’Occidente, come se tutto fosse nato da noi. Vede un pericolo in questo?

«L’incipit del programma è folgorante. Vi si legge che “solo l’Occidente conosce la Storia”. È un’affermazione molto forte, problematica, identitaria che sottolinea questo sguardo euro ed etnocentrico. È pericoloso perché, se si guarda solo a se stessi, questo non predispone al dialogo, ma allo scontro».

Ci spiega meglio?

«Perché questa impostazione significa non riconoscere il valore degli altri e il fatto che tutte le culture non sono oggetti separati, non lo sono mai stati. Si tratta di una visione essenzialista. Tutte le culture sono in qualche modo miste, permeate e permeabili. Lo vediamo dalla toponomastica, dal linguaggio, dalle tradizione gastronomiche, dalle parole che usiamo. L’Italia è un territorio da sempre multiculturale e multireligioso. Gli ebrei, per fare un esempio, sono a Roma dal secondo secolo a.C., abbiamo molte minoranze linguistiche storiche in tutta Italia, siamo stati dominati e attraversati attraversati da tantissime popolazioni: dagli arabi, dai normanni, dagli spagnoli, dai francesi, ecc.. Ognuno di questi Paesi e popoli ha lasciato delle tracce nella nostra lingua e nella nostra cultura. E questo l’ha fatta evolvere. Le culture pure, isolate scompaiono, muoiono, di fatto non esistono. Tutti i sistemi culturali sono invece permeabili e dialogici. Le identità sono, di per sé, dinamiche. Solo attraverso il dialogo si può crescere, essere capaci di modificarsi e migliorare se stessi».

Parlando degli arabi mi veniva in mente la parmigiana, ricetta italiana, ma che non avremmo se gli arabi non avessero portato le melanzane nel nostro Paese.

«È assolutamente così. Ci sono tantissimi esempi in questo ambito e penso ai bellissimi libri di Massimo Montanari sull’identità italiana in cucina. In uno dei suoi scritti dal titolo “La Contea di Modica”, Leonardo Sciascia racconta come sia nato quel tipico cioccolato di "inarrivabile sapore, che sfiora l'assoluto". Quel cioccolato è arrivato attraverso gli spagnoli che, da Alicante in particolare, erano andati in centro America e avevano riportato in Sicilia una ricetta azteca attraverso cui si arriva poi alla famosa cioccolata di Modica. Ecco, quindi, che anche le tradizioni più “tradizionali”, in qualche modo, sono il frutto di questi scambi. E ancora pensiamo al pomodoro, alla polenta. Tutti prodotti legati anche alla scoperta dell’America (sarebbe più corretto definirla conquista assumendo il punto di vista delle popolazioni che già vi vivevano) e alla circolazione delle persone, delle merci, delle idee, delle parole. Per questo è antistorico considerare la storia solo dal punto di vista occidentale».

Tra i libri di testo entra anche la Bibbia. Ma si può capire il testo sacro senza la storia dell’Egitto, della Palestina, senza riconoscere la cultura dove quel testo è nato?

«È esattamente qui il problema, quello che lei dice è fondamentale. Ma anche qui mi sembra che si voglia fare una lettura un po’ ideologica della Bibbia e della religione, usandole per consolidare la narrazione sulle radici cristiane occidentali, ma escludendo tutto ciò che ha contribuito a creare e comprendere un testo complesso come quello della Bibbia così ricco e straordinariamente potente. Qui c’è una lettura di parte, forzata, identitaria che è quella che viene proposta dal Ministro Valditara nel libro “Il manifesto per l’Occidente” che ha curato insieme con Giampaolo Azzoni. In questo libro si tenta di delegittimare, senza riuscirci, tutti quegli autori, come Frantz Fanon, Edward Said, ecc. che hanno introdotto uno sguardo critico sull’Occidente e sulle sue responsabilità coloniali e non solo. Con questo non voglio negare i meriti che l’Occidente ha avuto. È il luogo dei diritti, del dialogo e dell’apertura, ma dobbiamo ricordare bene che è anche il luogo dei crimini, è il luogo nel quale sono nati i razzismi, il nazifascismo, i colonialismi, l’olocausto e che continua a tollerare al suo interno forme di integrazione subalterna e nuove schiavitù».

Si insiste anche sull’Odissea. La convince?

«L’Odissea è un racconto straordinario che fa parte della nostra storia. Ma anche qui non si possono capire la storia e la cultura a pezzi. I mondi vanno sempre contestualizzati. Ma quello che mi spaventa di più nelle indicazioni ministeriali è il privilegiare il racconto edificante, l’aneddoto piuttosto che l’approfondimento critico. Questa educazione un po’ moralistica mi sembra che sia un ritorno agli Stati nazionali dell’ottocento, una tentazione non solo italiana, ma del tutto anacronistica»

Eppure, la nostra è sempre stata una scuola aperta, vero?

«Straordinariamente aperta, al di là delle retoriche che se ne fanno. Se si vuole imparare dalla Storia ricordiamo i romani che hanno adottato l’editto di Caracalla che concede la cittadinanza a tutti gli abitanti sul territorio, quindi hanno superato lo ius sanguinis adottando lo ius soli. I romani hanno anche inventato il diritto d’asilo e hanno concesso a persone di origini diverse di diventare imperatori, si pensi solo per fare un esempio a Settimio Severo che proveniva dall’attuale Libia. Se ci si vuole rifare all’antichità potremmo imparare questa lezione. Tornando alla scuola, comunque, dal dopoguerra la nostra è sempre stata una scuola inclusiva, che ha superato le classi differenziali, che non ha mai adottato modelli separati per l’inserimento degli allievi con cittadinanza non italiana, che è stata capace di grandi sperimentazioni che hanno portato davvero a realizzare una scuola aperta a tutti. Abbiamo tutta una serie di documenti avanzatissimi dalla fine degli anni Ottanta fino al 2022 proprio sulle tematiche interculturali. Nelle nuove indicazioni, invece, il termine intercultura appare solo qualche volta con riferimento alle competenze e all’apprendimento delle lingue straniere. Uno sguardo chiuso e asfittico».

E invece sull’educazione affettiva. Perché c’è questa grande paura?

«Perché siamo ancora obiettivamente una società patriarcale, quindi un’educazione affettiva seria metterebbe in discussione modelli consolidati che, però, visto quello che sta succedendo, andrebbero messi seriamente in discussione. Nel nostro Paese, col numero di femminicidi che tristemente si registra ogni anno, andrebbe fatto un lavoro profondo sia sugli educatori/insegnanti sia sugli studenti e le studentesse perché siamo tutti un po’ impreparati. Un tema che non è rinviabile anche perché la scuola spesso per alcuni è l’unico luogo dove gli studenti possono conoscere prospettive e punti di vista diversi rispetto anche a quelli dell’ambiente di origine. Non sempre la famiglia trasmette valori positivi. Basti pensare che la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene in contesti familiari. Un’apertura e uno sguardo diverso sarebbero, allora, sicuramente un’opportunità data sin dall’età più giovane».

È positivo il ritorno del latino?

«Sicuramente è una materia importante. Se avessi potuto scegliere l’avrei messa come materia obbligatoria. Perché se è facoltativa, come è sempre avvenuto, sarà scelta da chi ha più risorse, da chi ha dietro una famiglia che magari ha fatto studi classici, che ha più libri in casa. Diventerà una questione di classe sociale. I più sfavoriti non faranno il latino e quindi saranno di nuovo, a conclusione della scuola, più svantaggiati. Penso che sia, invece, interessante la parte di geografia che ha una dimensione, contrariamente alla parte storica, più aperta al dialogo interculturale. In ogni caso ciò che è preoccupante è l’impianto poco allineato ai tempi e in contraddizione con la grande tradizione della scuola italiana. Una tradizione di inclusione, di apertura straordinarie che ne hanno fatto un punto di riferimento nel mondo per la sua modernità. La scuola che va disegnandosi mi sembra un po’ in contraddizione con quella di dialogo, della libertà, del pensiero critico e dell’emancipazione che poi è, di fatto, la scuola della Costituzione».

Famiglia Cristiana

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martedì 1 settembre 2026

FRANCESCO E IL LUPO

 


RICONCILIAZIONE 

E 

PERDONO



-di Francesco Sciacchitano

Vorrei parlarvi di un tema a me molto caro quello della riconciliazione e del perdono elementi essenziali per questa ormai parola con cui tutti si riempiono la bocca ma che nessuno o quasi agisce in conseguenza a cosa predica, ovviamente la parola è pace.

E quando parliamo di pace mi viene sempre in mente un episodio particolare del poverello di Assisi l’incontro con il lupo di Gubbio, una bellissima cittadina umbra che mi è capitato di visitare più volte nelle mie peregrinazioni in quella splendida regione ripercorrendo le orme di Frate Francesco.
È ti sembra di respirare la stessa aria di quando ottocento anni fa frate Francesco riuscì a riconciliare un lupo bestia pericolosa per antonomasia ed una città intera, che a pensarci bene dopo ottocento anni è proprio quello che ci vorrebbe per fare terminare prima le nostre guerre personali e poi le guerre che stanno insanguinando il nostro povero mondo.
E per continuare la riflessione vi propongo un bell’articolo di Riccardo Mensuali pubblicato ieri su Avvenire dal titolo:
“I nostri troppi “frate Lupo” e la via francescana per riconciliarsi”
Questo tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti: dai social alla guerra, ci sentiamo minacciati da lupi sfuggiti di mano che non dovrebbero stare tra noi.

Francesco d’Assisi mostra però la via per una convivenza ritrovata dove si inventano i passi di una mediazione proprio dove e quando sembra impossibile.
Il Lupo di Gubbio con ogni probabilità non è mai esistito.

Al tempo di Francesco, però, i lupi erano davvero pericolosi: una minaccia piuttosto nuova, in parte dovuta allo sviluppo delle città, che all’epoca del santo di Assisi era tratto della modernità, segno dei tempi.

Per questo, l’episodio attrae la nostra attenzione.

Conflittualità

Anche i nostri giorni sono minacciati da una crescente dose di conflittualità e, d’altra parte, da una pericolosa mancanza di mediatori, dell’arte della diplomazia.
Anche a livello di rapporti umani, non solo di geopolitica.
Quella del Lupo di Gubbio è leggenda incentrata su un vero e proprio topos fiabesco: il lupo cattivo.

In bocca al lupo

Un’immagine tipicamente medievale: non a caso anche la storia di Cappuccetto Rosso nasce nel cuore del Medioevo (la prima attestazione risale intorno all’anno mille) mentre l’espressione “in bocca al lupo” è attestata dal 1294.

Spiega Domenico Sebastiani: «Il lupo diviene bestia antropofaga, e innumerevoli sono – in varie parti d’Europa – le segnalazioni e le cronache, sia civili che ecclesiastiche, circa uomini e soprattutto fanciulli attaccati e sbranati dai lupi.

I forti disboscamenti e l’aumento delle aree coltivate privavano l’animale del proprio habitat naturale e della selvaggina di cui si nutriva, costringendolo ad avvicinarsi a spazi urbanizzati per attaccare animali domestici e, talvolta, le stesse persone.  Ecco dunque il moltiplicarsi, in tutta Europa, del culto di santi protettori dai lupi».

I “lupi” dei nostri giorni.

I “lupi” si sono avvicinati e moltiplicati, nel volto di guerre che iniziano ma non finiscono, nel nuovo culto delle emozioni forti, nella violenza fai da te, spacciata per difesa privata, e in un clima velenoso, torbido e minaccioso che l’ambiente della Rete, sfuggito di mano, sembra aver prodotto.
Il linguaggio feroce dei social appare, spesso, proprio come qualcosa che non era previsto quando Internet nacque: una realtà, in parte, sfuggita di mano, sottratta al nostro controllo.

Un lupo che non dovrebbe stare tra noi e invece ci si ritrova.

Il nostro tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti. Di forza pacificatrice.

Discernimento

Di discernimento lento e razionale delle cause di odi, guerre, contrapposizioni.
Anche nelle famiglie, nei partiti, nel vivere civile che si fa sempre più incivile, da lupo mannaro.

Nell’incontro tra Francesco e il lupo, ritroviamo un vero e proprio modello di creatività diplomatica, di riconciliazione tra chi vive in conflitto.
Proprio ciò di cui abbiamo bisogno oggi.

Nel capitolo XXI dei Fioretti di San Francesco si legge: «Al tempo che Santo Francesco dimorava nella città d’Agobio, nel contado d’Agobio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini, intantochè tutti i cittadini istavano in gran paura, perocchè spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della terra, come se eglino andassero a combattere». Francesco decide di andare incontro al lupo, nonostante tutti, a Gubbio, cerchino di dissuaderlo. «Frate lupo – gli dice il Santo –, tu fai molti danni in queste parti, ed hai fatti grandi maleficii, guastando e uccidendo le creature di Dio, senza sua licenza: e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere gli uomini, fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu degno se’ delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica.


Frate lupo

Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro; sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più».

Francesco non fa sconti: il lupo si è macchiato di gravi colpe.
E insiste: «Frate lupo, dappoiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto, che io ti farò dare le spese continuamente, mentre che tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperciocché io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male».

Ammansita la fiera, rimaneva ancora da ammansire il popolo.

Perché le guerre si fanno sempre in due.

Il Santo, riunita la popolazione, predica che non è la bocca del lupo il pericolo maggiore: «Perché quella può uccidere solo il corpo».
La bocca da temere è invece quella dell’inferno, nella quale si è dannati per l’eterno.
È dai peccati, dunque, che bisogna guardarsi, più che dagli animali selvatici.
«Quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca di un piccolo animale?».
Il popolo, con voce unanime, promette dunque di nutrire il lupo, che visse due anni a Gubbio, entrando nelle case come un qualsiasi animale domestico.

La convivenza ritrovata.

Non tutti gli studiosi concordano sullo sfondo storico di ispirazione.
Per Franco Cardini il lupo simboleggia il male che incombe sulla città e i suoi abitanti.

L’animale, per antonomasia avido e feroce – si pensi alla lupa dantesca quale personificazione dell’avidità – rispecchierebbe i difetti tipici delle città comunali dell’epoca.

Altri mettono in relazione l’episodio leggendario con un fatto invece storico, la conversione dei ladroni di San Sepolcro.

A ogni modo, quello che più rende significativo, per noi, l’episodio dei Fioretti è il fatto che Francesco, in realtà, non “converte” solo il lupo feroce ma un’intera città alla causa di una necessaria opera di conciliazione.
Chiama “fratello” anche il lupo.

E non esita a esortare i cittadini a convertirsi. Non addomestica soltanto una bestia: parla, fa dialogare e affronta alla radice le motivazioni dello scontro, le ragioni profonde del conflitto: la fame per il lupo, la paura e l’avidità per il popolo.

Quella di Francesco non è una pace ideologica, per partito preso.

Il mediatore

Caso mai una lezione di pace politica. Francesco è mediatore.

Per mediare bisogna fuggire gli estremi, far convergere.

Non c’è una parte da difendere a priori. Ci sono dei passi da inventare e da far compiere.

Con pazienza, con verifiche. C’è un lupo e la sua fame.

C’è il popolo, le sue paure, il suo diritto alla sicurezza ma anche la sua totale incapacità di parlare con la bestia affamata.

Non esiste una “parte” che è buona a prescindere: questo è il presupposto dei tifosi, non dei pacificatori.

In un conflitto, l’unica priorità è ricomporlo. Raggiungere la fine delle ostilità è l’unico faro.

Non fomenta guerre, Francesco: avrebbe potuto consigliare al lupo di andare a rubare solo il cibo dei ricchi, soluzione ideologica per mantenerlo, lo scontro, senza sgonfiarlo.

Avrebbe potuto suggerire che la popolazione spendesse per armarsi di fucili, visto che il popolo aveva ben diritto di difendersi.

La strada del Santo è la strada evangelica.

La strada evangelica

Strada di ricerche di vie perché le parti si avvicino, con una sola priorità: che cessino le ostilità.

Che se ne riconoscano le ragioni. In una guerra, che sia in casa o sul confine tra Stati tutti sono chiamati alla propria “conversione”, a passi di discernimento complesso e ragionato.

Per arrivare a sciogliere nodi. In una guerra, nessuno può prevalere da solo.
Né il lupo, né il popolo che lo voleva abbattere.

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