QUANDO
IL COLTELLO
VINCE LA PAROLA
Con la violenza il limite viene
rigettato e con esso ogni sentimento di fratellanza umana. Educare non
significa proteggere i giovani da ogni frustrazione, ma
insegnare loro a tollerarne il peso senza trasformarlo in una spinta alla
distruzione rabbiosa.
La violenza
in quanto tale è sempre un’alternativa secca alla parola.
Essa non nasce come un semplice
impulso animale, ma come una scorciatoia, una via breve, come direbbe Freud, che può consentire a un soggetto o a un gruppo umano di raggiungere il proprio
obiettivo senza differimenti. Se infatti l’esercizio della parola introduce
distanza, complessità, mediazione, negoziazione, dialogo, la violenza promette
una realizzazione immediata del proprio soddisfacimento pulsionale. La violenza
porta sempre con sé una tentazione, ovvero quella di raggiungere il proprio
obiettivo senza incamminarsi lungo i percorsi tortuosi imposti dalla parola:
colpire il rivale in amore, appropriarsi di un oggetto desiderato, imporre la
propria superiorità, dimostrare la propria forza, esercitare il godimento della
sopraffazione, umiliare l’inerme, sottomettere il nemico. In questo senso,
la violenza giovanile che oggi riempie le pagine di
cronaca, che sia individuale o di gruppo, è sempre prepolitica.
Anche quando assume la forma della
banda o del branco, il suo movente resta profondamente individualistico: non
mira alla trasformazione del mondo, ma alla affermazione narcisistica del proprio Ego. L’altro non è riconosciuto come interlocutore, ma
ridotto a rivale, a ostacolo, a bersaglio da colpire e da eliminare. Il
coltello prende il posto della parola nell’illusione di costituire chi lo
impugna come padrone onnipotente della vita degli altri. Il limite viene
rigettato e con esso ogni sentimento di fratellanza umana.
Ma la psicoanalisi insegna che l’esperienza della
frustrazione che scaturisce dall’incontro con un limite insuperabile
rappresenta il passaggio necessario all’umanizzazione della vita: non si può
avere tutto, non si può godere di tutto, non si può essere tutto. È solo
accettando il suo limite che il desiderio può articolarsi, trasformarsi, trovare vie
civilizzate di espressione, diventare generativo. Senza limite - senza
esperienza della frustrazione –, non c’è costituzione del soggetto, ma solo una
spinta pulsionale che esige il suo soddisfacimento immediato. È l’imperativo
sociale che oggi domina la nostra vita individuale e collettiva. Per questa
ragione, è sempre più difficile per il discorso educativo contemporaneo
mostrare l’importanza della frustrazione e della sua metabolizzazione simbolica
in ogni processo di formazione. Il nostro tempo ha sostituito al senso
dell’impossibile – necessario alla umanizzazione della vita – la chimera
individualistica che tutto sia sempre possibile. La cultura della prestazione,
del successo rapido, della visibilità e della virtualità, alimenta l’idea che
ogni desiderio debba trovare una sua realizzazione spettacolare, senza attese
né fatica.
Il limite
In questo scenario, il limite non appare più come una soglia generativa, ma come un sopruso intollerabile. È da qui che nasce la tentazione giovanile della violenza. Al posto del cammino lungo della formazione s’impone l’illusione della scorciatoia, dell’accesso immediato al soddisfacimento. Al contrario, sappiamo invece che se c’è effetto soggettivo di formazione è solo grazie alle elaborazioni simboliche della frustrazione.
Il ricorso alla violenza vorrebbe negare ogni frustrazione bruciando le tappe obbligatorie della crescita. La violenza non sopporta il tempo dell’attesa, non riconosce il tempo lungo del percorso, non accetta la mediazione faticosa della parola: essa, come si diceva una volta, vuole tutto e subito. Da questo punto di vista, come ho ricordato in altre occasioni, esiste per la psicoanalisi una profonda omologia tra la violenza e l’allucinazione. Entrambe funzionano come delle “vie brevi” del soddisfacimento. Se, per esempio, il raggiungimento della soddisfazione attraverso il lavoro esige tempo, fatica e rinunce, quello promesso dalla violenza offre l’illusione (allucinatoria) di consumarsi in un solo colpo, in un solo atto. È un godimento senza storia, senza memoria e senza futuro. Educare, allora, non significa proteggere i figli da ogni frustrazione, ma insegnare loro ad assumerne e a tollerarne il peso senza trasformarlo in una spinta alla distruzione rabbiosa.
La parola
Dovremmo sempre ricordare che la parola non è
solo uno strumento della comunicazione – come il pragmatismo scellerato del
nostro tempo vorrebbe fare credere – ma è la sola Legge che umanizza la vita, la sola vera alternativa
alla violenza. Una parola che non ha come compito quello di moralizzare i
nostri figli, ma quello di aprire degli spazi inediti di senso, di alimentare
la forza propulsiva del desiderio. Dove, infatti, la parola circola, la
violenza perde la sua potenza seduttiva. Dove il limite è riconosciuto come
condizione dell’umano, la via breve del passaggio all’atto violento non è più
la sola risorsa a disposizione per tollerare la frustrazione.
Nessun commento:
Posta un commento