Visualizzazione post con etichetta educazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta educazione. Mostra tutti i post

martedì 8 settembre 2026

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO

 


I disturbi

 del comportamento


 nel contesto


 scolastico



-di Vincenzo Amendolagine

I disturbi del comportamento comprendono due patologie, ovvero il disturbo della condotta (DC) e il disturbo oppositivo provocatorio (DOP). I tratti distintivi di entrambi i disturbi sono l’aggressività ed i comportamenti distonici nei confronti degli altri. Queste patologie tendono ad aggravarsi nel corso dell’età evolutiva, raggiungendo il periodo di maggiore acuzie durante l’adolescenza, in particolare il disturbo della condotta. L’aggressività è l’elemento base di entrambe le patologie, che può essere distinta in due tipologie: l’aggressività predatoria (o aggressività proattiva) e l’aggressività affettiva (o reattiva). La prima è contrassegnata da comportamenti violenti che sono pianificati e non producono conseguenze fisiche sul soggetto che la pratica, la seconda rappresenta una forma di aggressività che non obbedisce ad una logica strategica, si rivela episodica e contestuale con una forte caratterizzazione impulsiva, la cui conseguenza è rappresentata anche da autolesioni. La prima forma di aggressività è tipica del disturbo della condotta, mentre la seconda forma la si ritrova nel disturbo oppositivo provocatorio.

La sintomatologia del disturbo della condotta

Il disturbo della condotta (DC) si caratterizza per tre peculiarità, ovvero il comportamento anisociale, provocatorio e aggressivo. Secondo il DSM-5, il disturbo della condotta può essere classificato secondo le emozioni che lo accompagnano. Infatti, possiamo avere:

il DC caratterizzato prevalentemente dalla mancanza di emozioni prosociali;

il DC la cui peculiarità è la mancanza del rimorso e del senso di colpa;

il DC contrassegnato dalla mancanza di empatia;

il DC la cui caratteristica è il disinteresse per la riuscita sociale, lavorativa o scolastica;

il DC accompagnato da marcata superficialità in ambito affettivo.

Nei ragazzi affetti da tale disturbo si notano:

distruzione sistematica degli oggetti scolastici dei propri compagni di classe;

fughe da casa (si osservano nei soggetti più grandi);

scarso rispetto della proprietà altrui;

l’attitudine a mentire;

crudeltà nei confronti dell’alterità e degli animali in genere;

l’abitudine ad atteggiamenti dispettosi, vendicativi e violenti.

La sintomatologia del disturbo oppositivo provocatorio

Il disturbo oppositivo provocatorio è una patologia tipica dei bambini di nove - dieci anni. La sintomatologia è rappresentata dalle seguenti manifestazioni:

comportamenti provocatori, ostili e disobbedienti, dettati dalla bassa tollerenza alle frustrazioni;

frequente perdita dell’autocontrollo;

scarso rispetto delle norme che regolano il vivere sociale nel contesto classe;

condotte attuate per dare volontariamente fastidio ai compagni;

spiccata tendenza ad attuare delle vendette, dei dispetti a scapito dell’alterità.

Rispetto al disturbo della condotta, nel disturbo oppositivo provocatorio manca l’estrema aggressività fisica.

Le cause dei disturbi del comportamento

Riguardo alle cause che determinano i disturbi del comportamento, sono state avanzate sia ipotesi neurobiologiche che ambientali. Secondo alcuni autori, esisterebbe una predisposizione genetica: infatti, i ragazzi che soffrono di disturbi del comportamento hanno uno dei due genitori che è portatore di una psicopatologia. Secondo questa ipotesi, i ragazzi che sono affetti da questa patologia hanno notevoli difficoltà nella socializzazione, poiché interpretano in chiave aggressiva e violenta le reazioni che gli altri hanno nei loro confronti, a cui reagiscono con risposte comportamentali eccessive. Altri autori sono più propensi a porre l’accento nella genesi del disturbo sul ruolo svolto dall’ambiente. Di fatto, molti ragazzi che soffrono del disturbo provengono da un contesto familiare inadeguato dal punto di vista educativo e familiare.

La terapia psico-educativa

 La terapia psico-educativa, da attuarsi nei contesti scolastici, deve essere orientata a:

contenere i comportamenti più distonici;

insegnare le tecniche di controllo delle criticità;

regolare positivamente le dinamiche sociali che la quotidianità elicita nel contesto classe.

Relativamente al controllo dei comportamenti distonici, è utile la tecnica della token economy, che prevede di scoraggiare i comportamenti disfunzionali attraverso la perdita dei tokens (punti, stelline ecc.) accumulati. Invece, se i comportamenti sono funzionali si conquistano un certo numero di token, attraverso i quali si possono vincere dei piccoli premi.

Riguardo alla risoluzione delle criticità, devono essere insegnate le tecniche cognitive di controllo dei comportamenti e delle reazioni. In pratica, tali tecniche prevedono una metodica a più tempi. Il primo momento è rappresentato dalla presa di coscienza del problema, successivamente si aiuta il soggetto a trovare varie soluzioni possibili per la risoluzione della criticità. Il terzo momento consente di scegliere una soluzione fra le diverse trovate. Il quarto momento simboleggia la fase esecutiva, ovvero il soggetto si impegna a mettere in pratica la soluzione trovata.

In riferimento al regolare positivamente le interazioni sociali, si deve lavorare sulle dinamiche di gruppo, che sono messe a dura prova dai comportamenti tipici dei soggetti che soffrono di disturbi del comportamento.

È importante che gli insegnanti spieghino agli altri alunni che le condotte disfunzionali non sono frutto di azioni deliberate, ma espressioni di una patologia. Questo non fa altro che aumentare la resilienza del gruppo classe e la sua competenza ecologica, ossia la capacità di accogliere e soddisfare i bisogni di tutti gli alunni.

Educare.it

Immagine

SCUOLA-COMUNITA'

 


La scuola 

come 

luogo

 di comunità




-di Silvia Landi

La società odierna ci pone di fronte a nuove sfide educative, spesso complesse, talvolta disorientanti. In questo scenario, la scuola continua a rappresentare uno dei pochi luoghi in cui è ancora possibile costruire legami autentici, formare coscienze, generare senso. Ma perché ciò avvenga, è necessario ripensare il ruolo dell’insegnante, della famiglia e delle relazioni che tengono insieme la Comunità scolastica. Quello che segue è il mio sguardo personale su questo mondo in cambiamento: un percorso fatto di esperienze vissute, di difficoltà incontrate, e soprattutto di convinzioni profonde sulla forza educativa della relazione e sull’urgenza di ritrovare un orizzonte condiviso di responsabilità, ascolto e presenza reciproca.

Insegno lingue e letterature straniere da qualche anno e in questi anni di insegnamento ho avuto modo di vivere la scuola da molteplici prospettive: come docente, come formatrice e , soprattutto, come madre. Ogni ambiente mi ha insegnato qualcosa e in tutti ho ritrovato una verità semplice e potente: l’aula è un microcosmo, un piccolo mondo dove si cresce insieme. Ma ciò che davvero ha dato profondità al mio essere insegnante è stata la maternità. Crescere due figlie da sola mentre portavo avanti il mio percorso di studi e professionale è stata una sfida enorme, fatta di notti insonni, rinunce e sacrifici. Ed è proprio in quella fatica che ho scoperto il significato profondo del mio lavoro: accompagnare i ragazzi nella costruzione del loro mondo, con amore e responsabilità.

Inoltre, questo intreccio di ruoli mi ha portato a riflettere profondamente su cosa significhi oggi educare in un’epoca segnata da cambiamenti rapidi, da relazioni fragili e da una crescente disconnessione emotiva. Sento che, più che mai, la scuola deve riscoprire la propria vocazione più autentica: essere luogo di comunità. E intendo “comunità” non come uno slogan, ma come una realtà concreta che si costruisce ogni giorno nella relazione con gli studenti, con i colleghi, con le famiglie. Una comunità fatta di ascolto, presenza, pazienza e responsabilità condivisa.

Oggi, educare significa affrontare sfide complesse, strettamente intrecciate tra loro. La prima è, senza dubbio, la frammentazione delle relazioni. La comunicazione è diventata istantanea e al contempo superficiale, e anche dentro le scuole si percepisce spesso un clima di distanza: tra studenti, tra docenti, tra scuola e famiglia. Un tempo, il legame tra docente e studente si costruiva nella lentezza e nella fiducia. Oggi, invece, l’insegnante rischia di diventare una figura marginale, vista solo come “erogatore di contenuti”.

La scuola, però, non può essere ridotta a questo. Insegnare è un gesto profondamente umano, è costruire ponti tra mondi diversi, è accompagnare ogni ragazzo nella scoperta di sé e degli altri. Un’altra sfida è data dall’aumento delle fragilità che incontriamo quotidianamente: emotive, cognitive, linguistiche, familiari. La scuola è sempre più un luogo di accoglienza di storie complesse. E spesso, come docenti, ci troviamo soli ad affrontare situazioni che richiederebbero invece una rete educativa forte e coesa.

Uno degli episodi che più mi ha colpita è accaduto recentemente nella scuola in cui insegno. Un ragazzo ha spruzzato uno spray al peperoncino nei corridoi, forse per gioco, forse per una sfida tra pari. Per me, quell’atto ha avuto conseguenze abbastanza importanti: due accessi in ospedale e difficoltà respiratorie per qualche giorno. Tuttavia, al di là dell’impatto fisico, ciò che mi ha fatto più male è stata la disconnessione emotiva che quel gesto ha rivelato. Non credo si sia trattato di cattiveria, ma di inconsapevolezza. E allora mi sono chiesta: che cosa stiamo trasmettendo ai nostri ragazzi? Come possiamo aiutarli a comprendere l’effetto delle loro azioni sugli altri? Credo che ogni episodio critico sia anche un’opportunità educativa. E che il nostro compito, oggi più che mai, sia quello di formare coscienze responsabili, non solo studenti preparati. Dobbiamo tornare a parlare di rispetto, empatia, responsabilità condivisa. Pertanto, sono fermamente convinta che la scuola da sola non basti. Ogni giorno incontro ragazzi che portano dentro ferite, silenzi, fatiche che non sempre riescono a esprimere.

In questi casi, il mondo adulto deve saper fare rete. La scuola non può essere vista come antagonista della famiglia, ma come una sua alleata. Solo insieme possiamo davvero costruire un percorso educativo efficace. Lo dico anche da madre: so bene quanto sia difficile, nel vortice delle giornate, mantenere sempre la lucidità, la coerenza, l’energia necessaria per educare. So cosa significa lasciar correre, pur sapendo che in quel momento si sta rinunciando a un’occasione educativa. Ma proprio per questo dobbiamo smettere di giudicarci e iniziare a sostenerci. Educare non significa proteggere i figli da tutto, ma aiutarli ad affrontare le difficoltà, a riconoscere gli errori, a chiedere scusa. E questo lo si può fare solo se si lavora insieme, scuola e famiglia, fianco a fianco. Quando parlo di “comunità” penso a una scuola che torni ad essere un luogo di incontro vero. Dove ogni persona (studente, docente, genitore, dirigente) viene riconosciuta nella propria unicità e nel proprio valore. 

Ricostruire la Comunità significa rimettere al centro le relazioni, anche quelle imperfette, fragili, quotidiane. Significa accettare che educare non è un percorso lineare, ma fatto di inciampi, ripartenze, ascolti reciproci. Serve coraggio, serve tempo, serve umiltà educativa. Nessuno educa da solo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Se c’è un messaggio che sento di voler condividere con chi mi legge è questo: non perdiamo la speranza nella scuola. Non smettiamo di credere che ogni relazione autentica possa generare cambiamento. Ogni volta che un adulto e un ragazzo riescono a capirsi, anche solo per un attimo, lì nasce una Comunità. E da lì possiamo ricominciare.

Educare è, in fondo, un gesto di fiducia quotidiana nel futuro. E la scuola può ancora essere il luogo dove questo futuro si costruisce insieme, passo dopo passo.

Educare.it

Immagine

domenica 30 agosto 2026

UN'EDUCAZIONE DI VALORE

 


Papa Leone 

e la scuola, 

l’educazione, 

la tutela 

dei diritti universali



-di Stefano Pagnifredi

Nella sua enciclica Papa Leone XIV tratta anche il tema della scuola, dell'educazione e della tutela dei diritti universali.  Diverse sono le riflessioni sull'argomento.

Per quanto riguarda la scuola, vi è la denuncia, a chiare lettere, dell'insufficienza degli investimenti sui sistemi formativi e l'educazione in generale, a tutela degli apprendimenti per tutti. Investimenti in senso materiale ma anche nel significato di impegno a sostenere a priori il valore di un'educazione all’umanità nel tempo della tecnica.

<<In non pochi Paesi>> nota Papa Leone << lo Stato non ha ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità, sia sostenendo adeguatamente il sistema scolastico pubblico sia supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale.>> Il discorso non è una citazione isolata ma costituisce un punto di partenza per richiedere maggiori investimenti e risorse non solo sulla scuola ma sull’educazione a principi di umanità, giustizia e pace. Un discorso che investe tutti noi

<< dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace.>> e ancora a proposito dell'IA e dell'esserci situato afferma << Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi! Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita buona del Vangelo>>

Questa costante domanda di investimento sulla scuola e sull'educazione si accompagna all'esortazione a non restare inerti, a non accontentarsi della sola dichiarazione dei principi. Che sarebbe una testimonianza a metà, un impegno cristiano di facciata. << In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi>>  Un ruolo attivo dunque, che esclude di per sé il far finta di non vedere, esclude - e qui si viene al tema dei diritti-il disimpegno nei riguardi dei diritti inviolabili della persona umana ad essa connessi, esclude l'indifferenza a come tali diritti siano tutelati e posti a fondamento anzi dei nostri sistemi legislativi, esclude anzi la rinuncia a che siano tutelati

 << Guardando al nostro tempo, non possiamo ignorare che la tutela dei diritti umani è oggi esposta a due rischi particolarmente gravi. Il primo è quello di una loro dichiarazione puramente formale, mentre, insieme al progresso tecnologico, avanzano in modo dissimulato o evidente violazioni della dignità umana. Il secondo, che in realtà è alla radice del primo, è quello di non poter più riconoscere il fondamento della loro universalità, perché si è rinunciato alla «ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi>>.


giovedì 27 agosto 2026

GOVERNARE L'INTELLIGENZA


 L’intelligenza artificiale impone una governance globale



L’intelligenza artificiale come nuova “forza della natura” impone una governance globale: servono regole condivise, istituzioni internazionali e un’etica comune per stabilire limiti e responsabilità di una tecnologia che può trasformare il futuro dell’umanità.  

-di Vito Mancuso 

Qualcuno ancora ricorda la memorabile scena dell'Apprendista stregone nel film "Fantasia" di Walt Disney? È stata la prima immagine affacciatasi alla mia mente dopo aver letto le dichiarazioni di Bill Gates secondo cui l'IA va oggi trattata non più come uno strumento tecnologico ma come "una forza della natura che l'uomo ha scatenato". Ho subito rivisto Topolino apprendista stregone che, a seguito delle misteriose forze evocate, era caduto nel panico di fronte alla foresta impazzita di scope che, da pacifici strumenti, si erano trasformate in minacciosi guerrieri. Ora Topolino siamo noi. 

Dopo aver delineato la vera natura dell'IA e chiarito che da come la gestiremo (o ne saremo gestiti) dipende il nostro futuro, Bill Gates ha poi sostenuto che occorre procedere sostanzialmente su tre fronti: 

1) creare un'agenzia internazionale di governo dell'IA, così come già avviene con l'energia atomica; 

2) tassare le imprese che licenziano lavoratori a causa dell'IA, così da creare con queste tasse una specie di cassa integrazione o reddito di cittadinanza per chi rimane senza lavoro; 

3) riservare agli esseri umani almeno il 40 percento dei posti di lavoro, una sorta cioè di obbligatoria "quota rosa", salvo stabilire quale colore possa essere il più adatto per contrassegnare la quota umana. 

Mi soffermo sul primo punto. Per Bill Gates è necessaria una "gestione politica" dell'IA, ma in cosa concretamente può consistere tale gestione politica? Anzitutto nella stipulazione di leggi da parte del potere legislativo, poi nella loro effettiva applicazione da parte del potere esecutivo, infine nella possibilità di sanzionare le infrazioni da parte del potere giudiziario. Tutti e tre i poteri fondamentali che costituiscono l'autorità di uno stato moderno devono entrare necessariamente in gioco se si vuole istituire una governance davvero efficace della nuova forza della natura che abbiamo scatenato. Ma allora da qui rinasce nel modo più cristallino la necessità imprescindibile del diritto internazionale. E quindi dell'Onu. Bill Gates infatti potrà anche andare in Cina per incontrare il Presidente Xi Jinping (come io spero che presto avvenga), potrà inoltre incontrare un presidente Usa finalmente di nuovo degno di questo nome al termine del mandato dell'attuale, ma nessun accordo tra Usa e Cina da lui promosso potrà mai avere un'effettiva applicazione a livello mondiale senza il diretto coinvolgimento dell'Onu. Ne viene che il diritto internazionale e la sua principale istituzione oggi così marginalizzati, riacquistano necessariamente il centro della scena politica. 

Ma occorre procedere oltre e chiedersi su quale base si potrà fondare la necessaria legislazione sull'IA. E qui appare chiaro come il diritto nel suo farsi rimandi all'etica, vale a dire a una precisa visione dell'uomo e dei valori irrinunciabili per tutelarne la dignità. La governance mondiale dell'IA, in altri termini, non potrà essere attuata senza un'etica mondiale, la quale rimanda organicamente a quel progetto di "World Ethos" coraggiosamente portato avanti dal teologo svizzero Hans Küng

La situazione quindi è riassumibile nei seguenti passaggi: 

1) la tecnologia ha creato una forza di natura dalle potenzialità immense, in senso sia positivo sia negativo per l'umanità, ma essa non la sa governare; 

2) noi abbiamo bisogno di un'istituzione politica internazionale che la governi; 

3) perché questa istituzione possa effettivamente legiferare c'è bisogno di un accordo universale sui principi etici irrinunciabili. 

La situazione è tale che forse si può avverare oggi quanto avveniva anticamente nell'isola di Creta, i cui abitanti, sempre fortemente divisi tra loro in fazioni rivali, si coalizzavano sistematicamente tra loro all'apparire di un nemico esterno così che riuscivano a respingerlo. 

Noi abbiamo bisogno di questa rinnovata "sincreticità", cioè di un'energia intellettuale che unisca le forze fondamentali degli esseri umani al fine di salvare l'umanità dalla tecnica da essa stessa evocata. La scena dell'apprendista stregone del film di Walt Disney si chiude con l'arrivo del maestro stregone che ferma con un cenno le scope impazzite, ma da noi non arriverà nessun Superuomo a porre rimedio, ci dobbiamo pensare da noi. E forse da questo rinnovato pensare a noi stessi, a cosa sia davvero importante per la nostra vita, potrà sorgere una via di uscita. Ha scritto Hölderlin: "Ma dov'è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza".

La Stampa 

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine


 

 

mercoledì 26 agosto 2026

IO E GLI ALTRI


 Galimberti: “I bambini sono figli dell’educazione. 

Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto”. 

Quando una presenza può cambiare una vita


Il filosofo Umberto Galimberti ci spiega come un bambino impara chi è attraverso gli sguardi, le parole e le relazioni...

La Redazione

Siamo abituati a pensare che tutto cominci da noi. Prima ci siamo noi, con il nostro carattere, le nostre scelte, la nostra identità. Poi arrivano gli altri, è quasi naturale pensarlo. Eppure Galimberti rovescia questa certezza: “L’uno nasce dal due, l’uno non precede il due, è il contrario.” Quindi se il due viene prima dell’uno allora noi non siamo il punto di partenza.

Prima di sapere chi siamo, siamo già dentro un legame. Galimberti porta questa riflessione fino all’origine della vita: “Noi nasciamo dal corpo di una donna che quando è incinta è due: la relazione viene prima dell’identità.”

Prima ancora di poter pronunciare “io”, dunque, esiste un “noi”. Ed è quel “noi” che non scompare con la nascita.

Un bambino viene al mondo affidato a qualcuno. Ha bisogno di uno sguardo, di una voce, di una presenza. Ha bisogno di qualcuno che lo guardi e, attraverso quella relazione, gli restituisca lentamente un’immagine di sé.

“Infatti i bambini possono crescere solo in base alla relazione con i loro genitori, al riconoscimento. Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto.”

È difficile leggere queste parole senza fermarsi. Perché se l’identità nasce anche nello sguardo degli altri, allora nessuno diventa completamente se stesso da solo.

Ci sono gli incontri, le parole, gli sguardi e le persone attraverso le quali, nel tempo, impariamo a riconoscerci. Ed è proprio per questo che Galimberti afferma: “Non è interessante come nasce un bambino ma come cresce. I bambini sono figli dell’educazione.”

Dunque, per Galimberti, non basta nascere. Bisogna crescere dentro le relazioni, dentro quel lento e misterioso processo attraverso cui una persona comincia a diventare se stessa.

Ed educare, allora, non significa soltanto trasmettere conoscenze. Significa entrare nella vita di un altro essere umano quando ancora molte cose di lui devono prendere forma.

Una parola può restare per anni. Uno sguardo può diventare una certezza. Un giudizio può trasformarsi in una ferita. Un incontro può cambiare la direzione di una vita.

E poi c’è l'amore. La relazione nella sua forma più vertiginosa. Quella in cui l’io, così abituato a sentirsi padrone di sé, scopre improvvisamente di non bastare più a spiegare ciò che gli accade.

Galimberti parla di follia d’amore. Ricorda anche l’origine della parola “entusiasmo”, dal greco enthusiasmós: il dio che smania dentro di te. Non è un caso che quando siamo innamorati diciamo: mi fai perdere la testa, mi fai impazzire. L’altro ci porta fuori dalla nostra misura.

E proprio lì può accadere qualcosa. “L’amore è sì inquietante ma anche profondamente generativo: quando l’io si è immerso nella propria follia, appunto grazie all’altro, riemerge rigenerato.”

C’è un paradosso bellissimo in queste parole: per ritrovare noi stessi, a volte dobbiamo perderci nell’altro. L’altro non ci completa semplicemente, ma ci modifica; ci costringe a guardarci da un punto di vista che prima non avevamo.

Ed è proprio questo che significa mettere il due prima dell’uno: non diventiamo noi stessi nonostante gli altri, ma anche attraverso gli altri.

La famiglia, gli amici, gli insegnanti, gli amori, tutte le persone che abbiamo incontrato non sono passate semplicemente nella nostra vita. Sono rimaste dentro di noi.

E allora, se “l’uno nasce dal due”, nessuno diventa se stesso completamente da solo.

Tecnica della Scuola

Immagine

domenica 16 agosto 2026

STELLA NELLA COSTELLAZIONE

 


«L’educazione 

come missione: 

collaborazione e 

scambio di esperienze 

tra i  membri»

L'intervento del cardinale José Tolentino de Mendonça al Convegno UMEC-WUCT di Oradea (Romania)


È con grande gioia che rivolgo il mio saluto a tutti i partecipanti a questo Incontro Internazionale dell’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici, dedicato al tema «L’educazione come missione: collaborazione e scambio di esperienze tra i Paesi membri». Vi ringrazio per il vostro impegno e per la vostra presenza, che testimonia la vitalità di una rete educativa diffusa in ogni angolo della terra. Questo incontro non è soltanto un’occasione di confronto professionale: è un atto di fede nella forza trasformatrice dell’educazione.

Il vostro convenire da Paesi e culture diverse ha un significato profondo. Non si tratta semplicemente di conoscersi meglio o di scambiarsi buone pratiche — per quanto ciò sia prezioso e necessario. Si tratta, piuttosto, di riscoprire insieme la radice comune della nostra missione educativa: quella vocazione che ci chiama a porre la persona umana al centro di ogni nostro sforzo, a custodirne la dignità, a coltivarne il pensiero e il cuore, a preparare il terreno perché ogni giovane vita possa fiorire nella pienezza della sua umanità.

 La costellazione degli educatori

Desidero proporvi un’immagine che mi sembra particolarmente adatta a descrivere il senso di questo incontro e, più in generale, la natura stessa dell’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici: l’immagine della costellazione. Papa Leone XIV, nella sua recente Lettera Apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, ha offerto questa immagine come chiave di lettura per comprendere il mondo educativo cattolico. Il Santo Padre ha scritto: «Parlo di “costellazione” perché il mondo educativo cattolico è una rete viva e plurale: scuole parrocchiali e collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti, piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. Ogni “stella” ha una luminosità propria, ma tutte insieme disegnano una rotta».

Ecco, cari amici: voi siete stelle di questa costellazione. Ciascuno di voi, ciascuno dei Paesi qui rappresentati, porta una luce specifica — fatta di storia, di cultura, di tradizione pedagogica, di carismi particolari. Ma è soltanto quando queste luci si dispongono insieme, quando accettano di far parte di un disegno più grande, che diventa possibile tracciare una rotta. La costellazione non annulla le singole stelle: le esalta, dando loro un senso che trascende la loro luminosità isolata. Così l’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici non chiede a nessun Paese di rinunciare alla propria identità educativa, ma invita tutti a scoprire come quella identità acquisti nuova profondità e nuova forza nella relazione con gli altri.

Il Papa ci ricorda che «le costellazioni riflettono le proprie luci in un universo infinito. Come in un caleidoscopio i loro colori si intrecciano creando ulteriori variazioni cromatiche». L’incontro tra le diverse esperienze educative cattoliche non produce uniformità, ma genera variazioni nuove, intuizioni inedite, risposte creative ai problemi che ciascuno di noi affronta nel proprio contesto. Quando un insegnante del Camerun ascolta l’esperienza di un collega delle Filippine, o quando un educatore polacco dialoga con una maestra del Perù, accade qualcosa di misteriosamente fecondo: le luci si intrecciano, i colori si moltiplicano, e l’orizzonte si allarga.

 Collaborazione: un imperativo evangelico

La collaborazione tra i Paesi membri non è un’opzione strategica: è un imperativo che nasce dal Vangelo stesso. L’educazione cristiana, come ci ricorda il Concilio Vaticano II nella Gravissimum educationisè opera corale: nessuno educa da solo. Papa Leone XIV ha ripreso con forza questo principio: «L’educazione cristiana è opera corale: nessuno educa da solo. La comunità educante è un “noi” dove il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita». Se questo vale all’interno di ogni singola comunità educante, quanto più vale nella dimensione internazionale della nostra missione! Il “noi” dell’educazione cattolica non conosce confini nazionali: è un “noi” universale, cattolico nel senso più pieno del termine.

Lo scambio di esperienze tra i Paesi membri è la linfa vitale di questo “noi” allargato. Non si tratta di esportare modelli o di importare soluzioni preconfezionate. Si tratta, piuttosto, di praticare quella «inter- e trans-disciplinarietà esercitate come sapienza e creatività» che Papa Francesco ha indicato come metodo nella Costituzione Apostolica Veritatis gaudium e che Papa Leone XIV ha richiamato nella sua Lettera Apostolica. Ogni esperienza educativa, anche la più umile, ha qualcosa da insegnare; e ogni sfida, anche la più dura, diventa più affrontabile quando non la si porta da soli.

 Il Patto Educativo Globale: la nostra stella polare

In questa costellazione educativa, una stella brilla con particolare intensità: il Patto Educativo Globale. Papa Leone XIV lo ha definito con chiarezza la «stella polare» del cammino educativo della Chiesa. Il Santo Padre ha scritto: «Tra le stelle che orientano il cammino c’è il Patto Educativo Globale. Con gratitudine raccolgo questa eredità profetica affidataci da Papa Francesco. È un invito a fare alleanza e rete per educare alla fraternità universale». Questo Patto, lanciato profeticamente da Papa Francesco e accolto con nuova energia dal Pontefice regnante, rappresenta l’orizzonte entro il quale si colloca ogni nostro sforzo di collaborazione internazionale.

sette percorsi del Patto Educativo Globale — porre al centro la persona, ascoltare bambini e giovani, promuovere la dignità delle donne, riconoscere la famiglia come prima educatrice, aprirsi all’accoglienza, rinnovare l’economia e la politica, custodire la casa comune — non sono astrazioni programmatiche. Sono inviti concreti che ciascun Paese membro di questa Unione è chiamato a declinare nella propria realtà, con la propria sensibilità, secondo le proprie urgenze. Questo incontro può diventare il luogo in cui verificare insieme come ciascuno stia rispondendo a questi inviti, quali frutti stiano maturando, quali ostacoli si stiano incontrando, e come la solidarietà fraterna possa aiutare a superarli.

Alle sette vie del Patto, Papa Leone XIV ha aggiunto tre priorità che mi sembrano particolarmente significative per il vostro lavoro quotidiano di educatori. La prima riguarda la vita interiore dei giovani: essi chiedono profondità, e la scuola deve offrire spazi di silenzio, di discernimento, di dialogo con la coscienza. La seconda riguarda il digitale umano: siamo chiamati a formare all’uso sapiente delle tecnologie, ponendo la persona prima dell’algoritmo. La terza riguarda la pace: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9) deve diventare, nelle parole del Santo Padre, «metodo e contenuto dell’apprendere».

 L'insegnante: stella nella costellazione

Al cuore di questa costellazione educativa c’è l’insegnante. Voi, cari educatori, siete le stelle senza le quali nessuna costellazione potrebbe comporsi. Papa Leone XIV ha ricordato che la formazione degli insegnanti — scientifica, pedagogica, culturale e spirituale — è decisiva. Non bastano aggiornamenti tecnici, ci avverte il Santo Padre: «occorre custodire un cuore che ascolta, uno sguardo che incoraggia, una intelligenza che discerne». Queste parole descrivono con precisione il profilo dell’insegnante cattoliconon un semplice trasmettitore di nozioni, ma un testimone, un accompagnatore, un artigiano dell’umano.

La vostra missione si svolge oggi in un contesto di straordinaria complessità. L’ambiente digitale trasforma i modi dell’apprendimento e della relazione; le disuguaglianze economiche e sociali segnano profondamente le possibilità educative; le guerre e le migrazioni creano emergenze che bussano alle porte delle nostre scuole. Eppure, proprio in questo contesto, il vostro lavoro acquista un valore incommensurabile. Come ci ricorda il Santo Padre, la rete educativa cattolica possiede una capillarità unica, raggiunge ogni continente con particolare presenza nelle aree a basso reddito, e rappresenta «una promessa concreta di mobilità educativa e di giustizia sociale».

L’educazione, ha scritto Papa Leone XIV citando la propria Esortazione Apostolica Dilexi te, «è una delle espressioni più alte della carità cristiana». Questo ci dice che ogni ora di lezione, ogni compito corretto, ogni parola di incoraggiamento rivolta a uno studente in difficoltà è un atto di carità. Non carità assistenziale, ma carità nel suo senso più pieno: amore che libera, che eleva, che restituisce dignità. E quando questa carità si fa collaborazione tra Paesi, quando si apre alla dimensione internazionale dello scambio e della solidarietà, allora diventa testimonianza profetica di quella fraternità universale che il Patto Educativo Globale ci chiede di costruire.

 Disegnare nuove mappe di speranza

Cari amici, torno all’immagine della costellazione per affidarvi un compito. Le costellazioni hanno sempre servito ai naviganti per orientarsi. In un mondo che spesso sembra aver perduto la direzione, la vostra costellazione — la costellazione degli insegnanti cattolici di tutto il mondo— deve continuare a indicare la rotta. Una rotta che punti verso la dignità di ogni persona, verso la fraternità tra i popoli, verso la custodia della casa comune, verso quella speranza che, come ci assicura l’Apostolo Paolo, «non delude» (Rm 5,5).

Che questo incontro sia per tutti voi un momento di grazia: un tempo per consolidare legami, per condividere fatiche e speranze, per riscoprire la bellezza della vostra vocazione educativa nella dimensione universale della Chiesa. Che l’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici cresca nella coesione e nella fraternità, diventando sempre più quel “noi” educativo di cui il mondo ha urgente bisogno.

Affido il vostro cammino alla Vergine Maria, Sedes Sapientiae, e a tutti i santi educatori. E a ciascuno di voi ripeto le parole dell’Apostolo che il Santo Padre ha posto a sigillo della sua Lettera Apostolica: «Dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola della vita» (Fil 2,15-16).

Vi accompagno con la preghiera e vi benedico di cuore.

Card. José Tolentino de Mendonça

Prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione

 

lunedì 3 agosto 2026

VALORIZZARE L'UNICITA'

 


Dobbiamo educare i ragazzi 

valorizzando la loro unicità


Oggi l’ossessione per la performance 

induce all’omologazione.

 Eppure diventiamo noi stessi non quando eliminiamo

 la nostra stortura, ma quando

 impariamo a coltivarla.


-di Massimo Recalcati 

 Ho raccontato in un vecchio e fortunato libro del mio primo giorno di scuola: una maestra arcigna guardò i nostri volti di bambini emozionati e spaventati dalla solennità dell’occasione per intimorirci dicendoci: «Voi siete tutti delle viti storte e io sono il paletto e il filo di ferro. E il mio compito è quello di raddrizzarvi!». Una versione botanica dell’educazione si imponeva così come variante coerente di quella moralmente disciplinare che aveva ispirato la nostra scuola prima della grande e giusta contestazione del ’68. Ma cosa vede oggi un educatore quando guarda un bambino che come ogni bambino è storto a suo modo? Sempre una vite storta da raddrizzare, un difetto da correggere oppure una promessa? Vede una forza che ancora deve trovare la sua forma oppure una materia grezza da plasmare? 

Il carattere quasi classico di questa domanda tende oggi a riproporsi con urgenza. Da diverse parti tuonano educatori di ogni specie a rimpiangere la triste botanica della mia vecchia maestra e il suo altrettanto triste fervore repressivo. In un tempo dove il discorso educativo è allo sbando, l’ideale della normalizzazione disciplinare sembra ottenere sempre più consensi. Tutto deve funzionare e rientrare nei parametri efficientistici della prestazione. L’educazione rischia in questo modo di ridursi a una pratica di addestramento: correggere, disciplinare, adattare. Come se il compito dell’adulto fosse quello di trasformare ogni stortura in una linea retta. Salvo constatare che l’autorevolezza dei cosiddetti adulti si è nel frattempo infragilita e appare, di conseguenza, inadatta a svolgere il compito che le viene affidato. 

Le vite storte

 Nondimeno, in questa prospettiva, il disegno di fondo resta tale e quale a quello propagandato dalla mia maestra: raddrizzare le viti storte. Eppure dovrebbe esistere un’altra idea possibile dell’educazione che non rimpianga la virile imposizione del dovere e della disciplina come necessarie fortificazioni dell’Ego. Si tratta di un’idea il cui presupposto è quello di non considerare la stortura della vite come un incidente da eliminare, ma come l’espressione più propria della singolarità. Educare, in questa prospettiva, non significa conformare la vita a un ideale prestabilito ma valorizzare il piano inclinato, le attitudini particolari, i talenti, persino le stramberie non come rilievi irregolari da piallare, ma come manifestazioni del proprio desiderio più autentico. 

 L'idiota

Per questa ragione l’educazione dovrebbe implicare come suo presupposto etico non l’odio, ma l’amore per la stortura. È la grande lezione che Sartre affida alle oltre duemila pagine del suo magistrale L’idiota della famiglia. Al centro del suo racconto non c’è soltanto la vita di Gustave Flaubert, ma il mistero racchiuso in ogni processo di soggettivazione. Il piccolo Gustave appare agli occhi della sua famiglia come un bambino inadeguato, minorato, insufficiente. Non corrisponde affatto agli ideali coltivati dal padre e dalla madre. È il figlio senza avvenire, destinato a mancare l’appuntamento con la vita, è, appunto, l’idiota della famiglia. È una scena che gli psicoanalisti conoscono bene: ogni famiglia costruisce una geografia fantasmatica di aspettative distribuendo ruoli, compiti, mandati coi quali attribuire ai figli dei destini. 

 L’intuizione di Sartre consiste, però, nel mostrare come Flaubert non diventi un genio malgrado il destino dell’idiota che gli viene assegnato dal piano di famiglia. Sarebbe una storia troppo semplice. Sarebbe il racconto edificante dell’emancipazione, della vittoria finale e del riscatto del grande scrittore da una infanzia infelice. Al contrario, il bambino idiota non scompare nel genio ma è ciò che rende possibile il genio. 

 Non è, cioè, il genio che cancella l’idiota come si potrebbe facilmente pensare, ma è proprio l’esistenza dell’idiota a rendere possibile il genio. Il giovane Gustave scopre che nel suo sentimento costante di estraneità nei confronti del mondo e del linguaggio condiviso era custodita la possibilità di inventare una nuova lingua e un nuovo mondo. 

 La sua incapacità di aderire spontaneamente al mondo condiviso si trasforma nella possibilità di descriverlo come nessuno aveva fatto prima. 

La creatività 

È questa la dimensione creativa della vite storta: diventiamo noi stessi non quando eliminiamo la nostra stortura ma quando impariamo a coltivarla. Quando comprendiamo che la nostra bizzarria non è soltanto una prigione, ma può diventare una formidabile risorsa. Diversamente il discorso educativo contemporaneo sembra colonizzato dall’ideale della prestazione. Al suo centro non c’è la divergenza della vite storta, ma la sterilità della linea retta. Ogni differenza viene infatti classificata, diagnosticata, valutata, misurata, medicalizzata per essere infine corretta. 

 La performance

L’ossessione contemporanea per la performance produce il paradosso che mentre proclamiamo a gran voce il valore dell’unicità, costruiamo istituzioni sempre più orientate all’omologazione. Non dovremmo invece mai dimenticare che gli alberi più resistenti non sono quelli cresciuti senza vento, ma sono quelli per i quali il vento ha rafforzato le radici e ha insegnato la virtù della piega. Accade lo stesso per gli esseri umani: l’educazione non coincide con la regolazione della vita ma con la possibilità di convertire la propria stortura in una vocazione feconda.

venerdì 31 luglio 2026

DON MAZZI AL SERVIZIO DEI GIOVANI

 


 “È morto don Mazzi, il sacerdote che non ha mai smesso di cercare i ragazzi”


-di Viviana Daloisio

Con Exodus è stato tra i primi a tendere la mano ai tossicodipendenti, trasformando il Parco Lambro di Milano in un luogo di rinascita. Intuì prima di molti altri che la risposta alla droga si deve dare sul piano educativo.

L'infanzia difficile, la “scuola dei preti”, la vocazione, il volto mediatico.

Il telefono ha continuato a squillare fino alla fine, nella storica sede di Exodus al Parco Lambro di Milano, sotto le grandi travi di legno che reggono il soffitto.

Lì, nel luogo che per decenni è stato una delle frontiere del disagio giovanile italiano, don Antonio Mazzi s’è spento oggi pomeriggio all’età di 96 anni, circondato dalla sua grande, immensa famiglia.

Ormai da tempo non ci arrivano più i ragazzi dell’eroina, quelli che negli anni Ottanta la dipendenza e la strada consumavano nell’impotenza generale e che il sacerdote veronese – solo, insieme agli altri “preti di frontiera” che in quegli anni sceglievano la prima linea delle periferie umane e geografiche del nostro Paese – raccoglieva e provava a salvare.

A chiedere aiuto per figli fragili come cristalli, scavati dal disagio mentale, dall’anoressia, dal male di vivere, dalle dipendenze da azzardo e social network, ci sono sempre più spesso i banchieri, i politici, le madri disperate, le famiglie smarrite.

Lui, il don, li ascoltava tutti dalla sua grande scrivania e continuava a fare ciò che aveva fatto per tutta la vita: incontrare le persone prima ancora che i loro problemi.

Ridurre la sua storia a quella del prete che ha combattuto la droga sarebbe ingiusto.

La tossicodipendenza è stata la grande emergenza dentro cui il nome di don Antonio Mazzi è diventato familiare a milioni di italiani, ma il centro della sua vocazione è sempre stato un altro: la convinzione che nessun ragazzo si salvi senza qualcuno che lo riconosca, lo accompagni e gli restituisca fiducia.

Quella convinzione era nata molto prima di Exodus, molto prima di Milano.

A Verona per l’esattezza, dove Antonio Mazzi viene al mondo il 30 novembre del 1929.

Il padre muore quando lui ha appena tredici mesi ed è un’assenza destinata a segnare tutta la sua esistenza: anni dopo scriverà che proprio quel vuoto gli fece comprendere la sua vocazione più profonda, «essere padre per altri».

Il sacerdozio, senza quella paternità, gli sarebbe sembrato soltanto «tonaca, turibolo, sacrestia e fervorini».

Da ragazzo, d’altronde, Antonio non assomiglia affatto all’immagine del seminarista modello: è inquieto, ribelle, insofferente alle regole, viene persino bocciato per cattiva condotta.

Cresce nella povertà, attraversa la guerra, sperimenta la fatica di vivere solo con la madre. Sono i semi di quello che gli avrebbe consentito, più tardi, di capire a pelle i ragazzi che tutti gli altri giudicavano irrecuperabili: «Io, se non fossi diventato sacerdote, sarei stato uno di voi» ripeteva spesso, a volte scherzando, a volte col volto corrucciato, attraversato da chissà quali ricordi.

L’incontro con l’opera di san Giovanni Calabria (che frequenta più per necessità che per devozione) e poi con i giovani travolti dall’alluvione del Polesine è decisivo: anche in quei ragazzi, che lui s’era offerto di accompagnare come educatore, riconosce qualcosa di sé.

Da allora la sua strada non cambia più: stare dalla parte degli ultimi, soprattutto quando gli ultimi sono giovani.

Quando negli anni Settanta l’eroina invade le città italiane, don Mazzi è tra i primissimi a comprendere che non basta reprimere né compatire: occorre costruire luoghi in cui ricominciare.

Exodus

Nasce così Exodus, destinata a diventare una delle esperienze educative e sociali più significative del Paese.

Dimenticate il modello di comunità terapeutica che conosciamo oggi: Exodus è da subito una casa (lo spazio viene ricavato in una vecchia cascina), poi una cooperativa che offre percorsi di lavoro, poi un luogo di educazione e di formazione da cui fioriranno negli anni i progetti internazionali e i centri giovanili che allargheranno all’Italia e al mondo la missione originaria.

Il cuore pulsante dell’opera è e resta un luogo simbolo, il Parco Lambro: lì dove Milano ha conosciuto gli anni più duri della droga don Antonio costruisce il suo presidio educativo permanente.

Che per lui è un rifugio, un laboratorio, spesso anche un grido nei confronti di una città e di un Paese che la droga, e i “drogati”, non vuole vederli.

Figurarsi aiutarli.

Il don non si accontenta. Negli anni diventa anche un volto popolare della televisione, un autore prolifico (lunghissima la sua collaborazione con Avvenire), un interlocutore ascoltato da politica e istituzioni.

Ma in ogni contesto continua a diffidare delle formule e delle ricette precostituite, preferendo la relazione personale: «Spengo il cervello e accendo il cuore» diceva spiegando il modo in cui avvicinava i ragazzi, che subito lo amavano.

E quando tra quei ragazzi passavano anche i protagonisti delle pagine più oscure della cronaca italiana, per lui era lo stesso.

Da Erika De Nardo a Pietro Maso, da Renato Vallanzasca a Fabrizio Corona, don Mazzi sceglieva sempre di vedere prima la persona del personaggio, il ragazzo dell’assassino, l’uomo del detenuto.

Con il passare degli anni il suo sguardo è cambiato insieme ai giovani: don Mazzi ha compreso prima (e meglio) di molti altri che la nuova emergenza non coincide più soltanto con le dipendenze.

I ragazzi che bussano a Exodus, come a tutte le comunità – lo dicevamo all’inizio – sono spesso figli di famiglie benestanti, non necessariamente segnati dalla droga, ma da un senso di vuoto, di inutilità, di mancanza di futuro.

«Un drogato prima o poi lo convinci a non drogarsi più» osservava spesso, «più difficile è curare questa nuova povertà di speranza». Per questo il sacerdote ha anche immaginato una trasformazione radicale della stessa Exodus: non più strutture chiuse, più centri di aggregazione, più presenza nei territori, più educazione preventiva. «Bisogna arrivare prima», ripeteva ai suoi, non aspettare che il disagio esploda.

Il suo impegno, che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana, lascia un segno e tanti frutti: migliaia di ragazzi accolti, decine di comunità e una presenza educativa che continua ben oltre la figura del fondatore.

Ma soprattutto uno sguardo: quello di un sacerdote che non ha mai separato la fede dall’incontro concreto con le persone e che ha fatto della misericordia una pratica quotidiana.

Mancherà come l’aria.

www.avvenire.it