e amore
sponsale:
cosa troviamo
nella Bibbia?
Di recente abbiamo
pubblicato un articolo, in dodici punti, sull’intimità coniugale, per offrire
una panoramica sulla visione cristiana della sessualità. Il testo ha suscitato
un vivace dibattito e non poche polemiche. Molti lettori hanno osservato che la
Chiesa ha sempre visto la sessualità come un tabù e un terreno su cui inculcare
pesanti moralismi e sensi di colpa. Ascoltando con attenzione queste
osservazioni, cosa possiamo rispondere?
Le riflessioni più
esplicite sulla sessualità, sviluppate soprattutto con san Giovanni Paolo II e
la Teologia del Corpo, non sono una novità dottrinale per la Chiesa Cattolica,
ma una riscoperta della bellezza già presente nella Scrittura, in cui si
parla esplicitamente di un amore sponsale fatto di corpo, desiderio e dono
reciproco. Eppure, le osservazioni di chi ci segue meritano ascolto, tantopiù
perché esprimono un modo di sentire diffuso.
Va detto che le
consapevolezze maturate negli ultimi decenni non erano formulate con la stessa
chiarezza nella Chiesa di un secolo fa. Tuttavia, è importante precisare che
ciò che Papa Wojtyła ha iniziato a compiere con la sa Teologia del Corpo non è
stato un cambiamento di dottrina o un’opera di “restyling”, bensì
una riscoperta: ha portato alla luce la bellezza già inscritta
nella Sacra Scrittura, mostrando come la passione umana sia una dimensione
autentica e preziosa dell’amore sponsale.
Leggi anche: Matrimonio e sessualità: l’intimità tra gli sposi
cristiani in 12 punti
Un esempio eloquente è
il Cantico dei Cantici, che la Chiesa riconosce come vera e propria Parola
di Dio. In esso, l’amore passionale tra uomo e donna diventa, nella
tradizione giudaico-cristiana, immagine e parabola dell’amore che Dio nutre per
l’umanità.
Prendiamo, ad esempio, un
passo particolarmente significativo:
(Cantico dei Cantici 7,1-14)
“Volgiti, volgiti, Sulammita,
volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti.
[…]
Quanto sei bella e quanto sei graziosa,
o amore, figlia di delizie!
La tua statura rassomiglia a una palma
e i tuoi seni ai grappoli.
Ho detto: ‘Salirò sulla palma,
coglierò i grappoli di datteri’.
[…]
Io sono per il mio diletto
e la sua brama è verso di me.
Vieni, mio diletto, andiamo nei campi;
là ti darò le mie carezze.”
È evidente come il
linguaggio biblico non abbia timore di celebrare la corporeità, la
bellezza del corpo, il desiderio reciproco, collocandoli all’interno di una
relazione di amore fedele e totale.
E la sessualità, nella
prospettiva cristiana, è una realtà umana di valore e, per questo, è chiamata a
essere redenta, illuminata e celebrata all’interno dell’alleanza
sponsale.
Certo, si può obiettare –
e in parte è vero – che per secoli questa ricchezza sia rimasta in ombra,
spesso per il timore che un approccio più esplicito potesse alimentare la
concupiscenza. Ne è derivato, soprattutto in alcune epoche storiche, un grande silenzio attorno
alla sessualità, più che una vera riflessione positiva su di essa.
Basti pensare alla fine
dell’Ottocento e, in parte, anche all’inizio del Novecento. Molte donne
arrivavano al matrimonio con una conoscenza minima – se non nulla – dell’atto
sessuale. Nella società borghese e cattolica dell’epoca, la sessualità non
veniva spiegata: le madri non ne parlavano alle figlie, la scuola non forniva
alcuna informazione, la Chiesa si occupava prevalentemente di morale, non di
fisiologia.
Leggi anche: L’amore chiama per nome: perché i rapporti di sesso
occasionali non ci saziano
Alla luce di tutto
questo, cosa dire oggi ai nostri lettori? Che la Chiesa ha compiuto – e
continua a compiere – un cammino. Un cammino di crescita nella consapevolezza,
nella capacità di esprimere ciò che è sempre stato vero. Con san Giovanni Paolo
II, molti tabù si sono infranti, non per adeguarsi alla cultura del tempo, ma
per tornare con maggiore fedeltà alle sorgenti: la Scrittura, la visione
integrale della persona, l’amore vissuto come dono.
Nessun commento:
Posta un commento