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giovedì 22 gennaio 2026

GIORNATA MONDIALE DELL'EDUCAZIONE

 


24 gennaio, Giornata Internazionale dell’Educazione 


Papa Leone XIV ha emanato una Lettera apostolica dal titolo suggestivo Disegnare nuove mappe di speranza che riafferma l’importanza centrale, nell’evangelizzazione, dell’attività educativa come forma di speranza e viaggio in mare aperto. La comunità educante è un «noi» che coinvolge una pluralità di soggetti: il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio. Per papa Leone XIV «educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità»


Diego Mattei  Scrittore de La Civiltà Cattolica

l 28 ottobre 2025 è ricorso il 60° anniversario della dichiarazione conciliare Gravissimum educationis (GE). Per sottolineare la ricorrenza e ricordare l’interesse che quel documento suscitò al momento della sua pubblicazione, papa Leone XIV ha emanato una Lettera apostolica dal titolo suggestivo: Disegnare nuove mappe di speranza[1].

La Gravissimum educationis, scrive il Pontefice, affermava «l’estrema importanza e attualità dell’educazione nella vita della persona umana» (1,1), e tale valore è ancor oggi attuale, per i nostri giorni segnati da mutamenti rapidi e da incertezze che disorientano. Il Concilio Vaticano II lo dichiarò in modo non equivoco. «L’educazione non è attività accessoria, ma forma la trama stessa dell’evangelizzazione» (ivi); le comunità educanti, si legge nella Lettera, allora come oggi illuminate dalla parola di Cristo, non si ritirano da questo compito, ma si rilanciano, costruendo ponti, con creatività cercando ed esplorando nuove vie per la trasmissione della conoscenza e del senso.

All’ambiente educativo attuale, complesso, frammentato e digitalizzato, la paideia cristiana può rispondere con una visione ampia. Essa è stata capace nei secoli di rinnovarsi e di ispirare forme e modelli differenti, atti a «custodire l’unità tra fede e ragione, tra pensiero e vita, tra conoscenza e giustizia» (1,2). Uno dei punti di bellezza della Lettera, che presentiamo in questo articolo, consigliandone però la lettura integrale per gustare la ricchezza e l’articolazione dei suoi 11 paragrafi, è la scelta dell’immaginario, che funge da sfondo e a cui essa attinge vocabolario e metafore: l’educazione è un viaggio in mare aperto. Il Papa usa bellissime allegorie per esprimere il senso di questa avventura: «cosmologia», «costellazioni educative», che sono state «in tempesta, àncora di salvezza, e in bonaccia, vela spiegata. Faro nella notte per guidare la navigazione» (ivi); «firmamento di opere e carismi che ancora oggi orienta il nostro cammino» (1.3), «bussola che continua a indicare la direzione e a parlare della bellezza del viaggio» (ivi).

Le sfide che affrontava la Gravissimum educationis oggi si sono approfondite e complessificate. Il Papa ricorda in primis i milioni di bambini che non hanno accesso alla scolarizzazione primaria, le emergenze educative provocate «dalle guerre, dalle migrazioni, dalle diseguaglianze e dalle diverse forme di povertà» (ivi). Come già affermato nell’esortazione apostolica Dilexi te, alla quale in vari passaggi questa Lettera attinge e fa riferimento, il mondo ha bisogno della carità cristiana, che si esprime nell’educazione, vera forma di speranza. Il legame tra i due documenti permette di trovare nella Lettera apostolica la declinazione educativa della sensibilità espressa nella prima esortazione apostolica di Leone XIV.

La storia dell’educazione cattolica

La storia dell’educazione cattolica è plurisecolare. Essa si è manifestata in molteplici stili educativi, che hanno avuto in comune «una visione dell’uomo come immagine di Dio, chiamata alla verità e al bene» (2.1), e ciascun carisma adatto ai bisogni della propria epoca. La Lettera traccia un percorso storico, che prende avvio dall’apporto dei Padri del deserto e dalla loro pedagogia dello sguardo, prosegue con sant’Agostino, che collega sapienza biblica e tradizione greco-romana, e con il monachesimo, il cui lavoro silenzioso salvò dall’oblio moltissime opere classiche, che altrimenti non sarebbero giunte ai nostri giorni. La Lettera ricorda anche che le prime università nacquero «dal cuore della Chiesa»; cita gli Ordini mendicanti e la Ratio Studiorum della Compagnia di Gesù, che istituì un programma di studi «tanto articolato quanto interdisciplinare e aperto alla sperimentazione» (2.3). La genealogia prosegue in secoli a noi più vicini con le figure di san Giuseppe Calasanzio – per il quale alfabetizzazione e calcolo sono «dignità prima ancora che competenza» (2.3) –, san Giovanni Battista de La Salle, san Marcellino Champagnat e san Giovanni Bosco. La Lettera dà spazio al genio femminile e ricorda l’apporto educativo di moltissime donne: Vicenta Maria López y Vicuña, Francesca Cabrini, Giuseppina Bakhita, Maria Montessori, Katharine Drexel ed Elizabeth Ann Seton. Il Papa ribadisce quanto ha affermato con chiarezza in Dilexi te: «L’educazione dei poveri, per la fede cristiana, non è un favore, ma un dovere» (ivi).

Una tradizione viva

L’educazione cristiana, afferma Leone XIV nella Lettera, è «opera corale: nessuno educa da solo» (3.1). La comunità educante è un «noi» che coinvolge una pluralità di soggetti: il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio. È una pluralità che sempre rinnova e si rinnova. San John Henry Newman, dichiarato compatrono della missione educativa della Chiesa insieme a san Tommaso d’Aquino nel contesto del Giubileo del mondo educativo, sosteneva che il rapporto tra fede e ragione non è un capitolo opzionale e che la conoscenza deve essere sia intellettualmente responsabile e rigorosa sia profondamente umana.

Il Papa prosegue affermando che va recuperata una dimensione empatica e affettiva della conoscenza, una dimensione aperta, che esca dalla contrapposizione illuministica tra fides e ratio e sia capace di valorizzare il dialogo profondo e l’ascolto che riconosce l’altro come un bene e non come una minaccia. In tempi «armati» come i nostri, questa sottolineatura colpisce e consola, come la prosecuzione del paragrafo: «Educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità» (3.2). L’educazione, che è opera misteriosa e reale di far fiorire l’essere, è un «mestiere di promesse»: si promette tempo, fiducia, competenza, giustizia e misericordia, il coraggio della verità e il balsamo della consolazione.

Il contributo della «Gravissimum educationis» e la centralità della persona

La Gravissimum educationis riafferma il diritto di ciascuno all’educazione e il ruolo della famiglia come prima scuola di umanità, mettendo in guardia da quelle forme di riduzionismo che sminuiscono l’educazione ad addestramento funzionale o a strumento economico. La formazione cristiana è di per sé globale e abbraccia le molte dimensioni della persona umana: spirituale, affettiva, sociale e corporea. L’educazione non misura sé stessa in termini di efficienza, ma di promozione della dignità, della giustizia e della capacità di servire il bene comune. Il Papa lo afferma chiaramente: questi princìpi non sono ricordi del passato, ma «stelle fisse». Ritorna qui l’immaginario della navigazione. Questi princìpi «dicono che la verità si cerca insieme; che la libertà non è capriccio, ma risposta; che l’autorità non è dominio, ma servizio» (4.3). La verità non la si possiede, ma ci si avvicina ad essa; è frutto di tempi lenti e di attenzione; non è dettata dalla fretta di trovare una risposta, perché ogni generazione affronta sfide e problemi differenti.

La Lettera continua offrendoci uno dei passaggi più fecondi e più belli. Educare significa mettere la persona al centro, e porla al centro significa educarla allo sguardo di Abramo. È un’immagine bella lo sguardo di Abramo come ricerca del senso della vita, della dignità inalienabile, della responsabilità verso gli altri, perché educando non si trasmettono soltanto contenuti, ma si aiuta a crescere nelle virtù, come un giovane apprendista di bottega cresce un po’ alla volta nell’arte. E ciò richiede del tempo. Leone XIV ricorda un momento della sua esperienza episcopale nella diocesi di Chiclayo, in Perù, quando, rivolgendosi all’Università cattolica San Toribio de Mogrovejo, ebbe modo di dire: «Non si nasce professionisti, ogni percorso universitario si costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo sacrificio» (5.1).

Il Pontefice ricorda che la Gravissimum educationis dava grande importanza al principio di sussidiarietà e a come le circostanze dell’azione educativa possano variare in base ai diversi contesti ecclesiali locali. Nella varietà delle declinazioni, il Concilio Vaticano II tuttavia volle dichiarare il diritto universale all’educazione, che non deve essere subordinata alle logiche del mercato del lavoro e della finanza.

Leone XIV riprende l’immagine usata da papa Francesco in occasione della Giornata mondiale della gioventù di Lisbona del 2023. In quell’occasione egli si rivolse così ai giovani riuniti: «Siate protagonisti di una nuova coreografia che metta al centro la persona umana; siate coreografi della danza della vita» (6.2). La Lettera apostolica è ricca di ulteriori suggestioni. Oltre che della danza, parla di ossigeno e di lievito. Menziona la danza come immagine di globalità della persona, e la fede come ossigeno di ogni materia, che l’anima dall’interno e non si aggiunge come un pezzo esterno ed esteriore. L’educazione cattolica è lievito della persona e della comunità: «genera reciprocità, supera riduzionismi, apre alla responsabilità sociale» (ivi). Il Papa ci invita ad avere uno sguardo aperto: la sfida di oggi è abitare le domande del nostro tempo, rimanendo fedeli alla sorgente della nostra fede.

La contemplazione del creato

Leone XIV torna a sottolineare che l’antropologia cristiana è visione globale e unificante della persona ed è segnata da alcuni tratti distintivi: «promuove il rispetto, l’accompagnamento personalizzato, il discernimento e lo sviluppo di tutte le dimensioni umane» (7.1). La dimensione spirituale è fondamentale e si sviluppa anche attraverso la contemplazione del creato, che ha radici antiche nella tradizione filosofica e teologica cristiana. Già san Bonaventura da Bagnoregio scriveva che «il mondo intero è un’ombra, un sentiero, un’impronta. È il libro scritto dall’esterno (Ez 2,9), perché in ogni creatura c’è un riflesso del modello divino, ma mescolato all’oscurità. Il mondo è, quindi, un sentiero simile all’opacità mescolata alla luce; in tal senso, è un sentiero. Proprio come vedi come un raggio di luce che penetra da una finestra si colora secondo i diversi colori delle diverse parti del vetro, il raggio divino si riflette in modo diverso in ogni creatura e assume proprietà diverse» (7.1). E su tale varietà si fonda l’opportunità di un insegnamento che tenga conto della diversità dei temperamenti e dei caratteri degli educandi.

Ci sembra che la sottolineatura del Papa sia in sintonia con la sensibilità dell’enciclica di papa Francesco Laudato si’, quando segnala l’intimo legame che esiste tra il dolore della terra e la sofferenza dei poveri, cosicché giustizia sociale e giustizia ambientale devono andare di pari passo. L’educazione cattolica è chiamata a «promuovere sobrietà e stili di vita sostenibili, formare coscienze capaci di scegliere non solo il conveniente ma il giusto» (7.2). Ogni gesto, anche piccolo, è occasione di un’alfabetizzazione che è insieme culturale e morale.

L’educazione ecologica coinvolge mente, cuore e mani. Il Pontefice ci ricorda che la pace non è assenza di conflitto, ma forza mite che rifiuta la violenza. Anche in questo passaggio ritorna il richiamo alla pace disarmata e disarmante, che diventa criterio educativo per imparare a deporre le armi della parola aggressiva.

Una costellazione educativa e la sfida tecnologica

Leone XIV torna poi a usare le metafore della navigazione. Il mondo educativo cattolico è una «costellazione» di iniziative e istituzioni, composta da scuole parrocchiali, collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti e piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. «Ogni “stella” ha una luminosità propria, ma tutte insieme disegnano una rotta» (8.1). L’invito che segue è limpido: è il tempo di mettere da parte la rivalità che c’è stata in passato tra le varie istituzioni; è giunto il momento di convergere, perché in un mondo frammentato «l’unità è la nostra forza più profetica» (ivi). Tutto quello che può favorirla e attuarla permette di comporre un quadro coerente e di giocare su due tavoli distinti: quello globale e quello locale. Il Pontefice indica alcune pratiche educative che potrebbero aiutare: gli scambi di docenti e studenti, progetti intercontinentali comuni, il riconoscimento e lo scambio delle buone pratiche, la cooperazione missionaria e accademica. «Il futuro ci impone di imparare a collaborare di più, a crescere insieme» (8.2). In questo passaggio, il linguaggio poetico per esprimere il valore della collaborazione diventa ancora più intenso: «Le costellazioni riflettono le proprie luci in un universo infinito. Come in un caleidoscopio i loro colori si intrecciano creando ulteriori variazioni cromatiche. Così avviene nell’ambito delle istituzioni educative cattoliche che sono aperte all’incontro e all’ascolto con la società civile» (8.3).

Sessant’anni fa la Gravissimum educationis incoraggiava l’aggiornamento di metodi e linguaggi, aprendo una «stagione di fiducia». La fiducia di allora oggi è chiamata a misurarsi con l’intelligenza artificiale e il più ampio ambiente digitale. A questo proposito, il Pontefice scrive con chiarezza: «Le tecnologie devono servire la persona, non sostituirla; devono arricchire il processo di apprendimento, non impoverire relazioni e comunità» (9.1). Occorrono creatività e discernimento nell’azione educativa, sapendo che «in ogni caso, nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita» (9.2). Non si tratta di demonizzare la tecnologia e le sue applicazioni, perché il punto decisivo è l’uso che ne viene fatto. Il mondo digitale con i vari ambienti che lo declinano e l’intelligenza artificiale, che in questi ultimi anni si è affacciata prepotentemente alla ribalta, non possono essere lasciati a sé stessi, ma «vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro» (9.3). L’etica pubblica e la partecipazione devono essere loro criteri di governo, e fondamentale è l’accompagnamento che può fornire la riflessione teologica e filosofica. Le università cattoliche sono chiamate a offrire una «diaconia della cultura».

Il «Patto educativo globale» del 2020 e le tre priorità di Leone XIV

Leone XIV ricorda, «tra le stelle che orientano il cammino», il Patto educativo globale, promosso nel maggio del 2020 da papa Francesco. Cita i sette percorsi di educazione alla fraternità universale allora individuati: porre al centro la persona; ascoltare bambini e giovani; promuovere la dignità e la piena partecipazione delle donne; riconoscere la famiglia come prima educatrice; aprirsi all’accoglienza e all’inclusione; rinnovare l’economia e la politica al servizio dell’uomo; custodire la casa comune. Queste «stelle» possono generare processi concreti di umanizzazione. Il Papa sottolinea come le giovani generazioni siano esposte a nuove forme di fragilità che richiedono una nuova azione per raggiungere il cuore dei giovani, per ricomporre «conoscenza e senso, competenza e responsabilità, fede e vita» (10.2).

Alle sette vie contenute ed enunciate nel Patto educativo globale, Leone XIV nella Lettera aggiunge tre priorità: «La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri» (10.3).

Il Pontefice ci tiene a sottolineare che la costellazione educativa cattolica è capillare e diffusa in tutti i continenti, specialmente nelle zone più povere, ed è una «promessa concreta di mobilità educativa e di giustizia sociale. […] La Chiesa deve spingere le porte e inventare le strade, perché “perdere i poveri” equivale a perdere la scuola stessa» (10.4).

Conclusione

Nei paragrafi finali della Lettera apostolica ritorna l’immagine delle costellazioni educative cattoliche, con la sua capacità di evocare la dimensione del viaggio e della scoperta, con il senso dell’avventura e della sfida: «Le costellazioni non si riducono a neutri e appiattiti concatenamenti delle diverse esperienze. Invece di catene, osiamo pensare alle costellazioni, al loro intreccio pieno di meraviglia e risvegli. In esse risiede quella capacità di navigare tra le sfide con speranza ma anche con una coraggiosa revisione, senza perdere la fedeltà al Vangelo» (11.1). A fronte delle fatiche di oggi – l’iperdigitalizzazione che frantuma l’attenzione, la crisi delle relazioni che ferisce la psiche, l’insicurezza sociale e le crescenti disuguaglianze economiche che uccidono il desiderio –, l’educazione cattolica può essere un faro, non un luogo di nostalgico riparo, ma un laboratorio di innovazione, discernimento e profezia: «Disegnare nuove mappe di speranza: è questa l’urgenza del mandato» (ivi).

Leone XIV conclude il documento con un appello, in tre punti, rivolto alle comunità educative, pieno di slancio e fiducia: «Chiedo alle comunità educative: disarmate le parole, alzate lo sguardo, custodite il cuore. Disarmate le parole, perché l’educazione non avanza con la polemica, ma con la mitezza che ascolta. Alzate lo sguardo. Come Dio disse ad Abramo, “Guarda il cielo e conta le stelle” (Gen 15,5): sappiate domandarvi dove state andando e perché. Custodite il cuore: la relazione viene prima dell’opinione, la persona prima del programma» (11.2). Il tempo è prezioso, e il Pontefice alla fine rivolge questa esortazione: «Non sprecate il tempo e le opportunità: “citando una espressione agostiniana: il nostro presente è una intuizione, un tempo che viviamo e del quale dobbiamo approfittare prima che ci sfugga dalle mani”» (ivi).

 [1] Cfr Leone XIV, Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, in occasione del LX anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, in https://tinyurl.com/bdhhwter/. I numeri tra parentesi nel testo si riferiscono ai paragrafi della Lettera.

La Civiltà Cattolica

venerdì 26 settembre 2025

UN APPRENDIMENTO SENZ'ANIMA

  

“La scuola uccide l’apprendimento con regole standardizzate. 
 Servono maestri veri che parlino solo di ciò che davvero li appassiona”



-         di Andrea Carlino

 Lo psichiatra Massimo Recalcati ha offerto al Festival della Comunicazione una riflessione profonda sulla figura del maestro nella società contemporanea.

“In un’epoca che sputa sui padri, sull’autorità simbolica e anche sui maestri, occorre tornare a fare un elogio del maestro”, ha esordito l’autore, forte della sua esperienza ventennale nelle università italiane. La sua definizione risulta netta e provocatoria: Maestro si riconosce dal fatto che può parlare solo di ciò che gli preme.Non l’erudito che domina ogni argomento con la stessa competenza, ma colui che è “pressato da un pensiero che non governa, da un’urgenza” che lo spinge verso la verità. Recalcati distingue così il “pensiero tranquillo” dell’analista dal pensiero ardente del maestro, sottolineando come quest’ultimo non possa che esprimersi su ciò che lo appassiona davvero.

La rivoluzione contro le regole standardizzate

L’intervento ha posto l’accento sulla differenza fondamentale tra regole e legge nell’educazione contemporanea. “Il nostro tempo commette un errore fondamentale: non distingue più la dimensione della regola dalla dimensione della legge”, ha spiegato lo psichiatra.

Le regole rappresentano impedimenti esterni che selezionano comportamenti – come i semafori nel traffico – mentre la legge deve essere “scritta nel cuore”. Recalcati ha criticato duramente l’approccio regolativo dominante: “Concepiamo l’educazione come un dressage psicotecnico, ma la vita del figlio non è la vita di un cavallo”.

La formula che guida questo ragionamento è semplice ma rivoluzionaria: “L’insistenza genera resistenza”. Mangia, mangia, mangia produce disturbi alimentari; studia, studia, studia genera disaffezione. L’educazione autentica deve invece trasmettere “nel cuore della vita del figlio il senso della legge del non tutto” – la consapevolezza che non tutto è possibile, conoscibile, governabile.

L’arte di essere “corrente d’aria fresca”

La descrizione più suggestiva riguarda le qualità essenziali del maestro autentico. “Quando entra in aula un maestro, entra una corrente d’aria fresca”, ha affermato Recalcati, citando l’esempio di Jean-Paul Sartre descritto da Deleuze. Il maestro deve essere anti-scolastico pur lavorando dentro il dispositivo scolastico, capace di rovesciare ogni scolastica attraverso l’ispirazione.

So di aver fatto una buona lezione quando uscendo dall’aula mi accorgo di aver imparato qualcosa”, citando Giovanni Gentile. Recalcati ha utilizzato la metafora dell’onda per spiegare l’apprendimento autentico: come il bambino che impara a nuotare deve passare dall’imitazione del maestro sulla spiaggia all’incontro solitario con l’onda, così l’allievo deve trasformare il sapere ricevuto in stile proprio.

La saggezza suprema del maestro consiste nel “saper tramontare nel tempo giusto”, lasciando che l’allievo trovi la propria strada. Un insegnamento che richiede coraggio e libertà tanto da parte di chi trasmette quanto di chi riceve.

 Orizzonte Scuola

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mercoledì 16 aprile 2025

IL GIOVEDI' SANTO


FATE QUESTO
IN MEMORIA DI ME



Con il tramonto del giovedì santo ha inizio il triduo pasquale, quei giorni “santi”, distinti dagli altri, in cui noi cristiani meditiamo, celebriamo, riviviamo il mistero centrale della nostra fede: 

Gesù entra nella sua passione, conosce la morte e la sepoltura e il terzo giorno è risuscitato dal Padre

 nella forza di vita che è lo Spirito santo.


- di Enzo Bianchi

 

Ma questo evento della passione di Gesù era dovuto al caso o a un destino che incombeva su Gesù? Perché Gesù ha conosciuto una condanna, la tortura e la morte violenta? Sono domande cui si deve dare una risposta se si vuole cogliere e conoscere in profondità il senso della passione. Ma sono gli stessi Vangeli che vogliono fornirci questa risposta testimoniando gli eventi di quei giorni pasquali dell’anno 30 della nostra era. Infatti Gesù, proprio per manifestare ai discepoli che entrava nella passione assumendola come un atto, non costretto dal fato e neppure per la casualità di eventi a lui sfavorevoli, anticipa con un mimo, con un gesto simbolico quello che gli sta per succedere e ne svela così il significato. Nella libertà, dunque, Gesù accetta quella fine che va profilandosi: avrebbe potuto fuggire, avrebbe potuto evitare di affrontare quella prova e, certo, ha chiesto al Padre se non fosse possibile questo, ma se Gesù voleva dimorare nella giustizia, se voleva collocarsi dalla parte dei giusti che in un mondo ingiusto sono sempre osteggiati e perseguitati, se voleva restare nella solidarietà con le vittime, gli agnelli della storia, allora doveva accettare quella condanna e quella morte. Sì, liberamente l’ha accettata perché fosse fatta la volontà del Padre: non che il Padre volesse la sua morte, ma la volontà del Padre chiedeva che Gesù restasse nella giustizia, nella carità, nella solidarietà con le vittime.

Ma questa libertà di Gesù era nutrita e accompagnata anche dall’amore: amore per il Padre, certo, ma anche per la verità e la giustizia, amore per noi uomini. Sì, proprio perché fosse manifesto che Gesù deponeva la sua vita liberamente e per amore – non costretto dal destino né da circostanze fortuite – Gesù anticipa con il segno quello che sta per accadergli. A tavola con i suoi discepoli, Gesù compie sul pane e sul vino delle azioni accompagnate dalle sue parole: il suo corpo è spezzato e dato per gli uomini, il suo sangue è versato e dato per tutti. E il segno della sua morte imminente, il sacramento del rendimento di grazie è l’eucaristia che i cristiani dovranno celebrare in memoria di Gesù per essere essi pure coinvolti in quel gesto che è dare la vita per i fratelli, per gli altri: alla fine di quell’azione Gesù esclama “Fate questo in memoria di me!”. Fino al suo ritorno, per tutto il tempo in cui i cristiani vivono nel mondo tra la morte-risurrezione di Gesù e la sua venuta nella gloria, è nella celebrazione di quel gesto del loro Maestro e Signore che i cristiani saranno plasmati come discepoli, parteciperanno alla vita stessa di Cristo, conosceranno che lui, il Signore, è con loro fino alla fine della storia.


Il giovedì santo non può dunque non celebrare questo evento anticipatore della passione di Gesù, narrazione del suo esodo da questo mondo al Padre. Ma la chiesa, significativamente, nella liturgia del giovedì santo sera, oltre a ricordare e vivere questo gesto del suo Signore come in ogni eucaristia, vive e ripete anche un altro gesto di Gesù, quello della lavanda dei piedi. Anche il quarto Vangelo, infatti, ricorda “l’ultima cena di Gesù con i suoi”, quella cena in cui fu svelato il traditore e annunciato il rinnegamento di Pietro e la fuga di tutti gli altri discepoli, quella cena vissuta in occasione dell’ultima pasqua di Gesù a Gerusalemme prima della sua morte. Però, anziché narrare il segno del pane e del vino, Giovanni narra il segno della lavanda! Perché un’azione “altra”, un segno “altro”? Eppure anche il quarto evangelista conosce il racconto dell’eucaristia, la chiesa ormai da decenni celebra questo sacramento. Perché allora la memoria di quest’altro segno? 


Possiamo ritenere molto probabile che questa scelta del quarto Vangelo sia motivata da un’urgenza avvertita nella chiesa alla fine del I secolo: la celebrazione eucaristica non può essere un rito disgiunto da una prassi coerente di agape, di amore e servizio ai fratelli, poiché proprio questo è il suo significato: dare la vita per i fratelli! L’evangelista vuole così riattualizzare il messaggio dell’eucaristia ricordando che o essa è servizio reciproco, dono della vita per l’altro, amore fino all’estremo, oppure è solo un rito che appartiene alla “scena” di questo mondo. Potremmo dire che l’intenzione di Giovanni è che il sacramento dell’altare sia letto e vissuto sempre come sacramento del fratello: celebrazione eucaristica con il pane spezzato e il vino offerto e servizio concreto, quotidiano al fratello si richiamano reciprocamente come due facce della partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Ecco allora il gesto di Gesù narrato lentamente, quasi al rallentatore, affinché resti ben impresso nella mente del discepolo di ogni tempo: Gesù depone la veste, prende un asciugamano, se lo cinge ai fianchi, verso l’acqua nel catino, lava i piedi, li asciuga, riprende la veste… Sono verbi di azione che rendono plasticamente l’evento della lavanda. E’ un gesto che Gesù compie in piena consapevolezza: Gesù, il Kyrios, il Signore, lava i piedi ai discepoli. Gesto anomalo, gesto paradossale che capovolge i ruoli, gesto scandaloso, come testimonia la reazione di Pietro! Eppure, proprio così Gesù racconta, “evangelizza” Dio, nel senso che rende Dio “buona notizia” per noi.


Due azioni diverse, due mimi sacramentali, due segni che narrano la stessa realtà: Gesù offre la sua vita e, liberamente e per amore, va verso la propria morte facendosi schiavo. Per questo, come al gesto eucaristico, così anche al gesto della lavanda fa seguito il comando: “Come io ho lavato i piedi a voi, così fate anche voi”. E la chiesa, se vuole essere chiesa del Signore, così deve fare in obbedienza al suo mandato: spezzare il pane, offrire il vino, lavare i piedi nell’assemblea dei credenti e nella storia degli uomini.


domenica 19 gennaio 2025

RIFORMA SCUOLA. QUESTIONE DI DIDATTICA

 


Scuola. 

Più dei programmi

 pesa la didattica: 

il tema è 

fare appassionare 

i ragazzi


-        - di Eraldo Affinati

La cosa peggiore che potremmo fare nel riflettere sulle nuove indicazioni nazionali appena presentate dal ministro Giuseppe Valditara per il primo ciclo di istruzione, ovvero dalla scuola dell’infanzia alle superiori di I grado, sarebbe quella di strumentalizzare l’auspicato dibattito alimentando in modo precostituito le pur inevitabili contrapposizioni. Se c’è un luogo dove dovremmo trovare punti d’intesa cercando una sintesi complessiva, a partire dai fondamenti del sapere, è proprio questo. Senza dimenticare, è ovvio, la natura convenzionale dei programmi scolastici che non rappresentano una verità assoluta, bensì soltanto ipotesi di lavoro conoscitive.

Stiamo parlando, non dimentichiamolo, della formazione culturale delle future generazioni, umanistica dal momento che su quella scientifica si è già legiferato, tenendo presente che si tratta di criteri generali di massima, i quali dovranno poi calarsi nelle realtà particolari degli istituti: il che può fare tutta la differenza del mondo. Spesso e volentieri le singole scuole, grazie al regime dell’autonomia, praticano sperimentazioni che sono in linea con tali indicazioni: pensiamo, ad esempio, allo studio del latino come materia opzionale; oppure al maggiore spazio da riservare alla musica e alle arti: in tale direzione nell’istruzione italiana esistono eccellenze che potrebbero essere prese a modello.

Ma, al di là di questo, ciò che davvero conta, prima ancora delle enunciazioni programmatiche, è la concreta ricaduta nell’attività didattica quotidiana. Ad esempio, chi potrebbe non essere d’accordo sull’intensificazione della letteratura e della grammatica? Epica e saghe nordiche: certo, questi sono da sempre campi privilegiati per ogni maestro consapevole, ben sapendo quanto i più piccoli possono essere trascinati così nell’apprendimento creativo.

Filastrocche e poesie da imparare a memoria? Perché no? Ma bisogna saper appassionare bambini e ragazzi. Come si fa? Qui dovrebbe cominciare la nostra discussione. Formare i docenti resta decisivo. Scrivere i titoli dei programmi da svolgere rappresenta soltanto il primo passo, peraltro con il rischio di risultare fuorvianti. Pensiamo alla ventilata abolizione della cosiddetta geostoria nelle superiori. Se con questo si vuole intendere il ripristino dello studio della geografia siamo assolutamente favorevoli: lo riteniamo anzi fondamentale.

Tuttavia privilegiare la storia d’Italia, dell’Europa e dell’Occidente, può nascondere qualche insidia. Ho ancora negli occhi lo sguardo stupefatto di una bambina di scuola media che cercava di tracciare sul mappamondo il viaggio compiuto da un suo compagno di classe appena arrivato dall’Africa: un’esperienza entusiasmante a cui ogni insegnante vorrebbe assistere, in quanto avrebbe la possibilità di spiegare ai propri alunni il tema affascinante dell’origine.

Qual è la stazione da cui partiamo? Tu pensi che la tradizione da cui discendi appartenga solo a te, poi ti accorgi che noi esseri umani siamo sempre cresciuti intrecciati gli uni agli altri, collegati da nessi imperscrutabili, ma persistenti: tocchi una nervatura, fai vibrare l’intera pianta. I bambini lo intuiscono in modo istintivo: sta a noi farglielo comprendere davvero. Raccontare la storia come se fosse una grande favola? Attenzione a non banalizzare: bisogna insegnare a utilizzare le fonti. Se, sin dalla più tenera età, cominciassimo a fare semplice divulgazione, come se la scuola fosse un programma televisivo, non renderemmo un buon servizio ai nostri figli. Soprattutto oggi che, di fronte alla rivoluzione digitale, siamo chiamati a ripristinare le gerarchie di valore nel grande mare della Rete.

Un discorso a parte va riservato al giusto richiamo nei confronti dei testi sacri. In Israele la Bibbia è una materia vera e propria che ogni alunno impara a conoscere sin da piccolo. Nelle nostre scuole invece viene spesso ridotta a schema frettoloso, appunto estemporaneo, scheda riassuntiva. Quando va bene, l'insegnante, dopo averne letto alcune pagine dall'antologia di epica, passa subito all'Iliade e all'Odissea. 

Esistono profonde ragioni storiche che spiegano questa falla clamorosa, sulle quali sarebbe lungo discettare, ma il paradosso culturale persiste e, nella sua gravità, continua a interrogare tutti noi: stiamo parlando della radice dell’Occidente. 

Pensiamo soltanto ai generi letterari presenti nella Bibbia: scrittura sapienziale, vicenda storica, racconto genealogico, annuncio profetico, tavola legislativa, inno poetico. 

I sentimenti umani, così come noi li concepiamo, derivano da quei testi; il nostro modo di stare assieme, anche; perfino i sogni che facciamo e faremo sono custoditi lì.

www.avvenire.it

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venerdì 9 agosto 2024

NUOVI LINGUAGGI PER INSEGNARE

Guidare le Scelte con Integrità e Passione -

 Insegnare è una sfida quotidiana, e non soltanto perché bisogna costantemente aggiornarsi sulla propria materia, sulle tendenze dei più giovani, sulle nuove teorie pedagogiche, ma anche perché bisogna inventarsi sempre nuovi modi di coinvolgere la classe. Abbiamo chiesto al professor Carlo Rovelli qualche consiglio per trovare nuovi linguaggi e registri per non annoiare (e annoiarsi!).

 

La capacità di cambiare registro 

 Fisico teorico e docente universitario, impegnato nella astrusa ricerca di una soluzione capace di combinare la Teoria della relatività e la Meccanica quantistica, Carlo Rovelli è diventato all’improvviso famoso in tutto il mondo come divulgatore scientifico grazie a un libretto scarno e prezioso, Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), tradotto in tutto il mondo. 

 La cosa che più colpisce del suo lavoro di divulgatore e di scienziato è la capacità di usare linguaggi e registri diversi: ha scritto libri brevi e semplici, di grande successo, ma anche testi complessi e meno conosciuti. E poi ai suoi studenti all’università e nei suoi lavori scientifici, parla in modo ancora diverso. Ma a scuola come si deve fare? Si deve scegliere uno stile o provarne tanti? 

Perché è utile usare linguaggi e registri diversi 

 “Nella mia esperienza di insegnante ho capito che è più efficace usare linguaggi diversi”, racconta Rovelli. “I corsi che tengo all’università sono composti da più momenti: lezioni dure, racconti leggeri, discussioni aperte. Passo dalla presentazione di un argomento difficile e rigoroso a considerazioni generali, dalle chiacchiere ai teoremi. I motivi sono tre. Il primo è che gli studenti sono diversissimi fra di loro: il modo di imparare di ciascuno è soggettivo”. 

 “Qualcuno trova facile ciò che per un altro è un passaggio insormontabile e viceversa”, continua il fisico. “Ognuno di noi impara diversamente e per insegnare bisogna arrivare a tutti. Il secondo motivo per mescolare registri è che la scuola è noiosa. Ricordo ancora con angoscia la noia che provavo sui banchi di scuola. Quindi almeno variamola! Il terzo motivo è che imparare mette sempre in gioco parti diverse di sé: la memoria, l’attenzione, la capacità di assorbire concetti e le emozioni che motivano tutto questo. E quindi è necessario ricorrere a più registri”. 

 Trasmettere passione significa seminarla 

 Carlo Rovelli è certamente appassionato di quello che fa. Ma la passione per la scienza, come quella per la letteratura o per l’arte, è qualcosa che si ha o che si trasmette? E poi: l’educatore deve scoprire la passione del suo studente o deve suscitarla? Ecco la risposta del professore. 

 “Penso sia la stessa cosa. Un’intervista precedente fatta a Umberto Galimberti dalla vostra rivista si intitola Per insegnare bisogna saper affascinare. Credo che questo titolo in fondo dica tutto quello che ci sia da dire sull’insegnamento; il resto sono dettagli. Affascinare vuol dire suscitare passione. Ma suscitare passione vuol dire entrare in sintonia con le passioni profonde dei giovani, che ci sono già, e notoriamente gli adulti non le vedono". 

 "Con ogni probabilità" continua il professore, "Leopardi, che coltivava mondi sterminati nella sua anima, era visto come un giovane svogliato e ‘sdraiato’ da suo padre e il giovane Einstein era notoriamente un perdigiorno. L’intero progetto del sapere, della conoscenza, che si trasmette nella scuola, è raccontato così bene nel ‘Simposio’ di Platone: un progetto di meraviglia, di fascinazione, di amore e plagio fra maestro e studente. Quando la scuola da oceano di noia si apre in questi momenti di entusiasmo, e per fortuna succede spesso, allora la scuola funziona, io credo. E, mi permetta di aggiungere, ho visto scuole francesi, americane e inglesi: l’Italia ha forse la migliore scuola del mondo”. 

 Chi insegna può prendere posizioni? 

 Carlo Rovelli non è solo fisico e docente, ma ha scelto anche una attività di impegno civile, scrivendo per il Corriere della Sera e intervenendo su temi che esulano dalla sua competenza scientifica. Per questo, qualcuno l’ha anche criticato. I docenti corrono lo stesso rischio a scuola. Come dovrebbero comportarsi quindi? 

 “È un equilibrio delicato” spiega Rovelli, “ma che va cercato con determinazione e intelligenza. Come nella vita, ogni insegnante deve sapere mantenere il rispetto profondo per chi la pensa diversamente da lui. Il rispetto delle idee diverse è un grande insegnamento che può dare la scuola. Ma questo non significa che un insegnante debba presentare tutte le idee come eguali. Al contrario, i docenti migliori sono quelli che difendono e argomentano con passione le proprie idee, anche politiche, senza nasconderle. Non esiste l’obiettività nel mondo del sapere e delle idee. E la scuola è il mondo delle idee. Gli insegnanti che ciascuno di noi ricorda sono quelli appassionati. La scuola non deve riempire la testa degli studenti: deve dare strumenti e scatenarla”. 

 Gestire la relazione con gli studenti 

 E sull’effetto che fa entrare nelle scuole per qualche incontro, Rovelli dice: “Ogni volta rimango ammirato dal lavoro dei docenti. È molto più difficile insegnare nelle scuole che all’università, dove comunque la distanza è maggiore e i contatti minori. È bellissimo insegnare, ma quanto è difficile!”. 

 Ma con chi è più facile avere a che fare? Con i bambini delle elementari o i ragazzi delle superiori? 

 “Non saprei dire”, risponde il fisico. “Credo che ogni età sia diversa. A volte basta pochissimo per rendere facile una cosa difficile o viceversa. Ricordo una supplenza in una scuola media quando ancora ero studente universitario. 

 Appena arrivato, sbarbatello e inesperto, la classe mi ha mangiato. Facevano i fatti loro e non mi degnavano di interesse. Era una supplenza di matematica e mi hanno subito detto che detestavano la matematica. In programma avevano degli esercizi con equazioni lineari e dovevano fare dei grafici, che evidentemente trovavano insensati e noiosissimi. 

 Per un po’ ho insistito per farglieli fare. Poi ho lasciato perdere e ho raccontato loro di Cartesio, della sua idea di trasformare le formule in disegni e disegni in formule. Ho spiegato come questa piccola idea sia alla base di tutta la scienza moderna, perché le formule non sono astratte ma sono sempre espressione di una forma, di un disegno. Dopo un po’ erano tutti rapiti e ascoltavano in silenzio. E alla fine scherzavano fra di loro chiedendosi quale fosse la formula che disegna la bicicletta. E disegnare rette, tutto d’un tratto, era diventato bello”. 

 Usare nuovi linguaggi e registri, aggiornarsi continuamente e modificare il proprio stile in base al contesto e al pubblico è fondamentale, secondo Carlo Rovelli! 

 Con la collaborazione di Paolo Magliocco

 

Fonte: Focus Scuola

 

 

 

 

venerdì 1 settembre 2023

MAI TI ACCADRA'

PENSI SECONDO GLI UOMINI


-  VANGELO - Mt 16,21-27

21In quel tempo Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». 24Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

 

Commento di Enzo Bianchi

Nel brano evangelico di domenica scorsa, che precede immediatamente quello odierno, Pietro rispondeva a Gesù, che interrogava i suoi discepoli sulla sua identità, con una confessione di fede: “Tu sei il Cristo, il Messia, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Proprio per questa rivelazione ricevuta dal Padre che è nei cieli, Simone, il pescatore di Galilea, viene istituito da Gesù come Roccia (pétra), la prima pietra della costruzione della sua chiesa (cf. Mt 16,18).

 Ma ecco l’ordine perentorio di Gesù di non svelare a nessuno la sua identità di Messia e, insieme, l’inizio di una nuova rivelazione. Sta scritto infatti che “da allora Gesù cominciò (érxato) a mostrare (deiknýein) ai suoi discepoli…”. Non solo a dire, a insegnare, come annotano gli altri sinottici, ma a mostrare, dunque con le parole e il comportamento, che “era necessario (deî) per lui andare a Gerusalemme e patire molte cose (pollá) da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Matteo racconta che Gesù, dopo l’uccisione di Giovanni il Battista (cf. Mt 14,1-12) e le contestazioni e il rifiuto da parte di scribi e farisei (cf. Mt 15,1-20; 16,1-12), si era allontanato dalla Galilea verso le terre del nord, oltre le frontiere della terra santa, ma ora ritorna e decide di iniziare la salita verso Gerusalemme, la città santa, ma che egli conosce anche come “città che uccide i profeti” (Mt 23,37).

 Gesù sente che “è necessario”, che “deve” intraprendere questo viaggio, non perché un fato lo decida per lui, ma perché la sua missione lo richiede, anche al prezzo della morte violenta. Questa necessitas è innanzitutto umana, inscritta nella storia umana, nelle vicende del mondo: in un mondo ingiusto, il giusto può solo ricevere rifiuto, persecuzione e persino la morte. Se Gesù vuole compiere la sua missione in parole e opere secondo la volontà del Padre suo, se resta coerente con ciò che ha predicato, deve compiere la sua missione anche andando nella città santa, anche affrontando l’odio e il rifiuto dei sacerdoti, degli scribi, degli uomini religiosi muniti di autorità e potere nel popolo del Signore. Questa necessitas umana diventa così anche necessitas divina. Ma attenzione: non perché Dio, il Padre di Gesù che è nei cieli, desideri la morte del Figlio, ma perché vuole che Gesù lo narri fedelmente come Dio di amore, Dio disarmato e mite, Dio che accetta di essere colpito piuttosto che colpire. Vigiliamo a non proiettare su Dio l’immagine perversa di un Padre che vorrebbe la morte e la sofferenza del Figlio (pollà patheîn). No, avviene così perché è una logica insita nel mondo, come aveva letto e profetizzato l’autore del libro della Sapienza, smascherando i ragionamenti degli empi e la loro persecuzione del giusto e povero credente nel Signore, il quale confessa Dio come Padre (cf. Sap 1,16-2,20).

 Lo ripeto: in un mondo ingiusto, il giusto può solo conoscere la sofferenza, e Gesù, da quell’ora immediatamente successiva alla confessione di Pietro, lo mostra. Si noti che Gesù fa per tre volte questo annuncio durante la salita a Gerusalemme (cf. Mt 16,21; 17,22-23; 20,17-19), dunque con un’insistenza e un’intenzione precise: i discepoli che lo seguono devono comprendere che nella sua vocazione, nella sua identità di Messia è contenuta tutta la vocazione del Servo del Signore, che conosce sofferenza e morte (cf. Is 52,13-53,12). L’essenziale dell’annuncio-profezia è la necessitas della passione quale sofferenza patita, quale rifiuto da parte dell’autorità religiosa legittima, quale morte violenta, esito umanamente fallimentare di una vita e di una missione. Proprio dopo questa fine, però, vi sarà la resurrezione dai morti il terzo giorno, come azione del Padre su di lui, il Figlio: resurrezione non come vendetta sulla morte, ma come frutto della passione e della morte. E non vi sono solo parole da parte di Gesù, ma anche il suo comportamento insegna ai suoi discepoli tale necessitas: vita e parole concorrono nel suo “annunciare la parola apertamente (parrhesía)” (cf. Mc 8,32).

 Di fronte a questo annuncio, la Roccia della chiesa, Pietro, appena istituito tale e proclamato da Gesù “beato” (cf. Mt 16,17-19), reagisce. Prende con sé Gesù, quasi in disparte dagli altri discepoli, e comincia a rimproverarlo dicendogli: “(Dio) ti preservi, Signore! Ciò non ti accadrà mai!”. Pietro invoca Gesù quale Kýrios, Signore, lo riconosce nella sua identità, ma proprio per questo lo rimprovera ritenendo le sue parole insensate, perché la passione e la morte non possono accadere al Messia. Non scandalizziamoci delle parole di Pietro: anche Gesù provava rifiuto e ripugnanza per ciò che lo attendeva e nel Getsemani lo mostrerà ai discepoli con un’angoscia vissuta visibilmente e con una preghiera al Padre affinché allontanasse da lui il calice di quella misera fine (cf. Mt 26,36-46)! La sofferenza e la morte, nostra e di chi amiamo, ma anche degli altri, ci fanno male e ci ripugnano. Pietro sta dicendo questo.

 Ma per Gesù quelle parole suonano come una tentazione rinnovata da parte di Satana. Colui che l’aveva tentato nel deserto, offrendogli una via messianica senza croce e senza morte, ma fatta solo di successo e di potere (cf. Mt 4,1-11), si manifesta ora nelle parole del discepolo da lui istituito come Roccia. Per questo Gesù gli grida: “Opíso mou, sta alla mia sequela, dietro a me, non prendermi in disparte, non essere un ostacolo sulla mia strada, perché i tuoi pensieri sono umani, non sono pensieri di Dio”. Ecco perché la Roccia può essere chiamato Satana! Nessuna smentita della precedente investitura e della beatitudine rivolta a Pietro, ma un chiaro avvertimento: anche alla Roccia è possibile finire per ragionare mondanamente ed essere un ostacolo sulla via del Signore.

 E affinché questo “mostrare” la necessitas passionis sia una parola definitiva, a questo punto Gesù, secondo Marco, chiama addirittura a sé la folla (cf. Mc 8,34), e secondo Matteo dice ai discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me (opíso mou), smetta di conoscere solo se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Ecco come il discepolato si precisa per tutti: non è solo seguire un maestro sapiente e autorevole, non è solo seguire un profeta capace di compiere miracoli, ma significa essere coinvolti con la vita di Gesù, significa rinunciare a conoscere e affermare se stessi, significa prendere la propria croce, lo strumento della morte dell’uomo mondano, dell’“uomo vecchio” (Rm 6,6; Ef 4,22; Col 3,9), e seguire Gesù ovunque egli vada (cf. Ap 14,4). Discepolato a caro prezzo! Discepolato che non rende esenti dallo scandalo, dalla prova, dalla sofferenza. Discepolato che pone dalla parte di Gesù, il Servo sofferente, e dalla parte di tutti quelli che soffrono in questo mondo. Sì, beati i poveri, i miti, quelli che piangono, quelli che sono perseguitati (cf. Mt 5,1-12)… La perdita di sé, del sé mondano, è necessaria perché possa emergere il proprio autentico sé, quello che si trova in Cristo Gesù. I cristiani, e soprattutto i pastori della chiesa, che proclamano la vera identità di Gesù quale Figlio del Dio vivente, non dimentichino, non occultino mai il crocifisso. Infatti, la gloria di ogni cristiano sta tutta in quel prendere la propria croce e seguire il suo Signore nella passione, morte e resurrezione.

 Ecco allora, di seguito, alcune sentenze di Gesù imperniate sulla parola “vita”. La vita è innanzitutto non quella che uno cerca di conservare a ogni costo, seguendo l’impulso a vivere anche senza e contro gli altri, in una logica di autoconservazione, logica che non riconosce la dinamica del dono di sé a Dio e agli altri. Al contrario, si può addirittura spendere la vita fino a perderla nel darla, e in questo caso la si ritrova nella potenza della resurrezione che Dio opera come parola ultima e intima sulle nostre vite.

 La vita vera, inoltre, non significa guadagnare il mondo, non si identifica con l’avere, con il possedere, perché nessuno può pagare a Dio la propria redenzione e salvare la propria vita (cf. Sal 49,8-9). Questa verità sarà manifesta quando verrà il Figlio dell’uomo nella gloria del Padre, con tutti i suoi angeli, in quello che sarà “il giorno del Signore”, annunciato dai profeti e confermato da Gesù come giorno del Figlio dell’uomo (cf. Mt 24,44; 25,31). Allora, mediante un giudizio ultimo e definitivo, apparirà la verità della vita di ciascuno di noi e ognuno riceverà da Dio un giudizio conforme a ciò che avrà vissuto e operato sulla terra. All’orizzonte ultimo della storia sta dunque per tutti noi la venuta nella gloria di Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio del Dio vivente, colui che è stato crocifisso ed è stato risuscitato il terzo giorno.

E se noi abbiamo tentato di seguire Gesù, ma come Pietro, la Roccia, di fronte alla persecuzione abbiamo riconosciuto solo noi stessi, fino a dire di Gesù: “Non lo conosco” (cf. Mt 26,69-75), nel pentimento conosceremo lo sguardo misericordioso di Gesù. Come è accaduto a Pietro (cf. Lc 22,61-62)!

 

AlzogliOcchiversoilCielo




lunedì 17 aprile 2023

SCUOLA. CONTO ALLA ROVESCIA


 È inutile studiare, se non sboccia il gusto 

per “questa” ora di lezione

La scuola prepara per un viaggio inutile, che nessuno vuole fare. È il prezzo che si paga per averla ridotta a meccanismo.

- di  Valerio Capasa

 

Anche sul muro della mia quinta campeggia un cartellone con i numeri decrescenti da 100 a 1. Ogni giorno una ragazza sale sulla sedia e ci mette una croce sopra: 62 61 60 59… A me, più che The final countdown, viene in mente Piove di Domenico Modugno: “Ciao ciao mia alunna / un autore ancora / e poi per sempre ti perderò”. E annego nel groppo in gola di questo “per sempre”: “E fieramente mi si stringe il core, / a pensar come tutto al mondo passa, / e quasi orma non lascia”.

Piace sbarrare caselle anche agli insegnanti: autori, argomenti, capitoli, uno dopo l’altro. Giorni, spiegazioni, verifiche: tutti si tolgono davanti qualcosa. Non è già abbastanza che pagine, alunni e parole si cancellino da soli? Perché mettersi a soffiare a favore di vento, agevolando la già naturale smemorataggine? Io prego con i versi di Montale: “Non recidere, forbice, quel volto, / solo nella memoria che si sfolla, / non far del grande suo viso in ascolto / la mia nebbia di sempre”.

L’album delle figurine, una volta completato, non ha più granché di interessante. In principio era un album vuoto, che a poco a poco si riempie incollando le figurine degli autori svolti: Svevo, Pascoli, Ungaretti… E alla fine eccoli lì, tutti al loro posto, nella pagina trionfante e ingannevole, dove manca tanto di quello che speravi, a cominciare dal fatto che un album di figurine non somiglia a una partita di calcio, come un autore inserito in programma non somiglia alla lettura di un libro. Lo canta splendidamente Francesco De Gregori, e potrebbe sottoscriverlo qualunque scrittore: “Guarda che non sono io la mia fotografia / che non vale niente e che ti porti via”.

Sparita la bella esitazione dell’album incompleto, della pagina bianca, dell’ansia di scoprire e di giocarsela, rimane tutto fatto, e tutto morto. La realtà invece è realtà “quando porta con sé un segreto”. Ungaretti lo diceva della poesia, ma vale identicamente per una materia, una classe, un alunno. Invece qui son tutti in fibrillazione per completare l’album.

È l’eterna vicenda di Marta e Maria: l’una indaffarata, a preparare comprensibilmente il pranzo; l’altra che “si è scelta la parte migliore”. Mentre in aeroporto non riesco a staccare i miei occhi dagli occhi di questi ragazzi che stanno per volare via, mi pare che gli altri si agitino per riempire la valigia, dove si può schiacciare un altro argomento e poi infilarne un altro ancora, fino a scoppiare. Non badano al fatto che dopo pochi viaggi la valigia, trattata così, non potrà che rompersi, che lo spazio del cervello è quello che è, che solo alcuni possono permettersi un supplemento, e che ben altra storia sarebbe viaggiare per trasferirsi: allora sì che sarà giusto, per chi si iscrive a una determinata facoltà, portarsi dietro tutto quello che gli serve. Ma continuando a ingozzarci così, chi è che vorrà mai trasferirsi nel paese di Obesità?

Ovviamente, come nel film Mamma ho perso l’aereo, in tutta questa furia capita che ci si dimentichi della cosa più importante: “Kevin!”. Preoccupàti delle cose, finiamo per scordarci le persone.

Saint-Exupéry raccomandava tutt’altro approccio: “Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per tagliare legna e dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia del mare vasto e infinito”.  Perché di un orizzonte infinito c’è bisogno, su questi binari in cui tutto è già scritto. I riti di iniziazione li ha scanditi Brunori Sas nelle Quattro volte:

Primo step: “Devo solo arrivare alla quinta elementare”.

Secondo step: “Devo solo arrivare agli esami di maturità”.

Terzo step: “Devo solo arrivare alla fine del mese”.

Quarto step: “Devo solo arrivare a due passi dall’altare”.

Risultato finale: “e dopo quarant’anni forse andarmene in pensione / con l’orologio d’oro al polso e il gelo dentro al cuore”.

È lì che vogliamo arrivare? A sfornare professionisti anziché a educare uomini? A immetterli nel sistema senza che sappiano giudicarlo e magari ripensarlo? Fra Pcto, progetti, certificazioni, arretrati, overdose di capitoli e test d’ingresso, il meccanismo è talmente ben congegnato che è quasi impossibile trovare uno spiraglio di libertà: “Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi! / Va’, per te l’ho pregato”, sussurro ancora con Montale.

Sono anni che, alla domanda “tu quanti autori fai?”, rispondo con la contro-domanda “tu quanti lettori susciti?”. Si tratta di spostare lo sguardo dagli oggetti ai soggetti. Non entro in classe per spiegare questo argomento o fare queste verifiche, ma perché questo ragazzo alzi lo sguardo, cominci a esserci, per toccare questo “scordato strumento, / cuore”.

Lo scrive ancora Montale in Prima del viaggio: si sa cosa va fatto quando ci si prepara a partire, “si controllano / valige e passaporti, si completa / il corredo”, si sistemano i nodi concettuali, ci si informa sulle sedi universitarie. “E poi si parte e tutto è O.K. e tutto / è per il meglio e inutile”. In fondo in fondo, non la sentiamo tutti l’inutilità di queste croci sopra, di questa vita sistemata, di questo gelo che cresce nel cuore, di questo mondo impersonale e agghiacciante?

Non lo cercate anche voi “un malchiuso portone” da cui possa intrufolarsi quella lezione, quel messaggio, quell’appuntamento, quell’amicizia in cui “il gelo del cuore si sfa”?

“Un imprevisto / è la sola speranza”. Può essere un ragazzo che non ha voglia di finire ma di cominciare, non di arrivare ma di vivere il presente. “E ora che ne sarà / del mio viaggio? / Troppo accuratamente l’ho studiato / senza saperne nulla”. È inutile studiare, se non sboccia il gusto per il proprio viaggio, per questa ora di lezione. Stamattina c’è ancora da cantare Brunori: “Si può nascere un’altra volta”.

 

Il Sussidiario