Visualizzazione post con etichetta linguaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta linguaggio. Mostra tutti i post

martedì 26 maggio 2026

IL FUTURO CHIEDE UMANESIMO

 

L'INNOVAZIONE TECNOLOGICA DA SOLA NON SERVE



-di Mauro Magatti


L’innovazione tecnologica da sola non basta: servono riforme e riorganizzazioni sociali, istituzionali e culturali, capaci di tenere insieme potenzialità e rischi del cambiamento.

Richiamandosi a Leone XIII, la nuova Enciclica di Leone XIV vuole continuare il dialogo con il mondo e camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue speranze.

Quando nel 1891 fu pubblicata la Rerum Novarum, l’umanità stava entrando nel mondo nuovo della rivoluzione industriale, con le immense potenzialità della tecnica che si accompagnavano a profonde lacerazioni: sfruttamento, disuguaglianze, sradicamento. Leone XIII comprese allora che non era possibile restare spettatori. Occorreva entrare dentro la storia per comprenderla e accompagnarla.

Oggi siamo nel mezzo della trasformazione digitale: l’intelligenza artificiale, le piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di automazione e le reti globali stanno cambiando il nostro modo di lavorare, comunicare, apprendere, costruire relazioni e perfino percepire noi stessi. Non cambiano solo i processi economici.

Ѐ l’esperienza umana che si va modificando.

La domanda però resta sempre la stessa: come far sì che la tecnica sia al servizio dell’uomo e non viceversa.

Per comprendere la posta in gioco occorre partire da una premessa: la tecnica non è qualcosa di giustapposto alla condizione umana.

Fin dai primi utensili di pietra, dall’invenzione del fuoco, della scrittura, della ruota, l’uomo ha sempre trasformato il mondo trasformando sé stesso.

Ogni tecnica è una estensione delle capacità umane: amplifica la forza, la memoria, la velocità, la comunicazione.

E più di recente la capacità di elaborazione e decisione.

L’ambivalenza della tecnica

Ma proprio per questo la tecnica possiede una natura ambivalente.

O per meglio dire, è un “farmaco”, che cura e ammala allo stesso tempo.

Guarisce perché risolve problemi e apre possibilità nuove; avvelena perché genera nuove dipendenze e squilibri.

Per questo sbagliano tanto i tecno-ottimisti – che vedono nella tecnologia una promessa automatica di salvezza – quanto i tecnofobici, che vi leggono soltanto una minaccia.

L’errore che li accomuna è la rinuncia allo sforzo di comprendere e alla fatica di costruire.

Ciò che serve è uno sguardo più profondo, capace di abitare il cambiamento senza subirlo. Comprendere il nuovo mondo significa coglierne insieme le potenzialità e i rischi.

Ben sapendo che nessuna trasformazione storica è indolore. La rivoluzione industriale ha richiesto decenni di lotte sociali, nuove istituzioni, nuovi diritti, nuove forme educative.

E così sarà anche con i cambiamenti dei nostri tempi.

L’innovazione tecnologica da sola non basta.

Servono riforme e riorganizzazioni a livello sociale, istituzionale, culturale.

E di questo non si occuperanno le grandi società del tech.   Sarà compito di ognuno di noi.

La storia dimostra che il processo attraverso cui una società riesce a raccogliere i frutti di un cambiamento tecnologico è lungo e faticoso.

Passa attraverso errori, correzioni, conflitti e apprendimenti collettivi. Pensare che il progresso si produca spontaneamente è un’illusione pericolosa.

Per non perdere la strada, il punto di riferimento cardinale resta l’uomo. Tutto l’uomo e tutti gli uomini.

Tutto l’uomo significa riconoscere che l’essere umano non è soltanto produttore, consumatore o utilizzatore di dati.

È corpo e mente, ragione e affettività, desiderio e relazione, libertà e fragilità, capacità tecnica e ricerca di senso.

Ridurre la persona a una sola dimensione significa impoverirla.

Ma occorre anche dire: tutti gli uomini.

Perché ogni rivoluzione tecnologica produce inevitabilmente nuove disuguaglianze.

C’è chi corre avanti e chi resta indietro.

Ci sono coloro che possiedono competenze, risorse e strumenti e coloro che rischiano di essere esclusi.

Ci sono nuove forme di concentrazione del potere e nuove marginalità.

L’attenzione agli ultimi non nasce da una logica assistenziale; nasce dalla consapevolezza che una società si spezza quando una parte dei suoi membri viene ridotta a scarto.

Per accompagnare questo cambio d’epoca, Leone XIV offre al mondo la sua prima enciclica, che verrà presentata dal Papa stesso domani. Può sembrare poco nel tempo della velocità digitale.

L’abbondanza comunicativa

Eppure, è un passo di grande saggezza. Perché oggi ciò che rischiamo di perdere è proprio la fiducia nella parola.

Viviamo immersi in un flusso continuo di messaggi, immagini, commenti, contenuti prodotti in quantità crescente.

Ma l’abbondanza comunicativa rischia di produrre solo rumore, confusione e, alla fine, disorientamento.

Per questo un testo che inviti alla riflessione, che tracci una rotta e cerchi di tenere insieme esperienza, ragione e speranza è prezioso: la parola può ancora creare legame, aprire comprensione, costruire futuro.

Richiamandosi come preannunciato dallo stesso Pontefice a Leone XIII - e sicuramente in continuità con l’opera di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco - la nuova enciclica sarà uno strumento per continuare il dialogo con il mondo come il Concilio vaticano II ha tanto raccomandato.

Perché non tratta di porsi né sopra né contro la storia.

Ma di camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue paure. Ai suoi errori e alle sue speranze. Alla sua capacità di immaginare e costruire mondi nuovi.

Accanto, cioè, a questa magnifica umanità che siamo.

www.avvenire.it


sabato 9 maggio 2026

LA PAROLA CHE FERISCE


 Fermare quella parola che ferisce

L’odio che entra da fessure piccole


. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. 

Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo

 Gli “attrezzi” che noi usiamo? Precisione, gentilezza, visione panoramica, senso di comunità e racconto lungo»

 -di MARCO GIRARDO

Pubblichiamo un’ampia parte dell’intervento tenuto martedì 5 maggio dal direttore di Avvenire, Marco Girardo, in occasione dell’audizione presso la Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, presieduta dalla senatrice Liliana Segre. L’audizione si è tenuta nell’ambito dell’indagine conoscitiva avviata dalla Commissione sui discorsi d’odio con particolare attenzione all’impatto del linguaggio pubblico sulla diffusione dei discorsi d’odio.

Vorrei partire da una constatazione semplice: i discorsi d’odio non nascono nel vuoto di parole, nascono nel vuoto di senso. Non compaiono all’improvviso, come un incidente isolato dentro uno spazio pubblico altrimenti sano. Sono piuttosto il sintomo, spesso estremo, di un ambiente comunicativo che si è progressivamente deteriorato. Prima dell’odio dichiarato, c’è quasi sempre una lunga preparazione: mutano lentamente le parole, si modifica il tono, cambia anzitutto lo sguardo sull’altro (…). Per questo interrogarsi sull’impatto del linguaggio pubblico significa andare alla radice: non solo misurare quante parole d’odio circolano, ma domandarsi quale spazio pubblico le rende possibili, le premia, le accelera e infine le normalizza.

I connotati dello spazio pubblico

Questo spazio pubblico, oggi, ha alcune caratteristiche che vorrei brevemente richiamare.

 La prima è la polarizzazione. Il discorso pubblico tende sempre più a trasformare ogni questione in uno scontro binario: di qua o di là, amico o nemico, puro o impuro, traditore o fedele. Il “tifo calcistico” è diventato la modalità con cui affrontiamo problemi sempre più complessi. Piace perché semplifica, non costringe a pensare, conferisce identità “per contrasto”. Ma proprio lì l’odio si prepara: quando l’altro non è più una persona con cui condivido uno spazio comune, ma il segno di ciò che temo e respingo.

La seconda caratteristica è la paura, un materiale comunicativo potentissimo, perché cattura l’attenzione, crea appartenenza e produce reazione. Ma quando diventa il registro ordinario del discorso pubblico, la paura restringe lo sguardo. Non vediamo più persone, storie, cause, responsabilità: vediamo anzitutto minacce. Il migrante diventa così l’invasore, il povero un fastidio, il diverso un rischio. La paura semplifica, e l’odio trova terreno fertile nelle semplificazioni.

La terza caratteristica è la ridondanza.

Non siamo mai stati così informati e, insieme, così disorientati. Ci sentiamo spesso sovraccarichi, “schiacciati”. Ma l’eccesso di informazione non produce automaticamente conoscenza. Anzi: tende a produrre assuefazione, stordimento, paralisi. La quarta caratteristica è la post-verità o, meglio, il groviglio nel quale oggi siamo immersi: disinformazione mirata, clickbaiting, fonti algoritmiche. L’informazione procede spesso per addizione e accumulo, ma non sempre genera senso. E “senso” significa anzitutto “direzione”. Dove manca la direzione, resta il rumore. La quinta caratteristica è il fattore tempo. Vince il mordi e fuggi. Leggiamo titoli, anteprime, frammenti d’informazione, guardiamo video di pochi secondi. Ma il linguaggio in una democrazia ha bisogno di tempo, oltre che di verifica. Quando questo tempo scompare, resta la reazione. E la reazione, soprattutto negli ambienti digitali, tende facilmente a trasformarsi in aggressione.

Ad essersi completamente “snaturato”, dunque, è lo spazio pubblico, prima ancora del “discorso pubblico”.

Come ricorda Zygmunt Bauman ( Il silenzio dell’opinione pubblica, dialogo con Ezio Mauro), nella polis greca tra la casa privata, l’oikos, e la sfera propriamente pubblica, l’ekklesia, si collocava l’agorà, il luogo della traduzione. Traduceva gli interessi privati in questioni comuni e, all’inverso, le questioni pubbliche in doveri e diritti delle persone. Ecco, oggi il punto è proprio questo: abbiamo moltissime opinioni private esposte in pubblico, ma fatichiamo ad avere una vera opinione pubblica. Abbiamo molte, troppe connessioni ma pochi legami. Abbiamo reazioni, non sempre giudizio. Abbiamo flussi, quasi mai “senso” – come si diceva, nella sua accezione originaria di “direzione”. Perché ci manca un’agorà.

Ruolo delle piattaforme: prima e dopo i social

Su tutto questo pesa il ruolo delle grandi piattaforme. C’è un prima e un dopo i social. Nati per connettere, in molti casi hanno finito per alimentarsi di scontro più che di incontro. La giornalista filippina-statunitense Maria Ressa, premio Nobel per la Pace, ha parlato nel suo intervento in Vaticano, in occasione del Giubileo della Comunicazione, di «strumenti di ingegneria comportamentale di massa»: piattaforme che monetizzano indignazione, odio, divisione, sfruttando le nostre vulnerabilità psicologiche. Barbara Kingsolver (Avvenire, 30 aprile) lo dice con grande chiarezza: quando una società si abitua a pensare che la forza sia una soluzione ‒ nelle relazioni internazionali, nella retorica, nella vita quotidiana ‒ prima o poi quella logica entra anche nella politica. E quando qualcosa diventa pensabile, può diventare praticabile. Ecco il punto: le parole non causano meccanicamente la violenza. Ma possono creare le condizioni perché la violenza appaia giustificabile (…).

Ruolo e responsabilità del giornalismo

Non credo che i media siano gli unici responsabili del deterioramento del linguaggio pubblico. Sarebbe ingiusto e troppo comodo dirlo. Ma il giornalismo ha una responsabilità specifica, perché lavora ogni giorno con la materia prima della democrazia: le parole, i fatti, il contesto, la gerarchia delle notizie. Ad Avvenire proviamo a rispondere a questa crisi non con una predica sul linguaggio, ma con un metodo che cerca di privilegiare il fondamentale sul sensazionale e il rilevante sul recente (anche perché recente significa ormai istantaneo...). Ecco alcuni attrezzi che utilizziamo.

Il primo attrezzo è la precisione.

La precisione non è freddezza. È una forma di rispetto. Chiamare le cose con il loro nome, evitare parole che deformano, distinguere, contestualizzare, non confondere casi singoli e fenomeni generali. Non passare arbitrariamente ‒ e provocatoriamente ‒ dalla cronaca alla sociologia. Tutto questo è già un argine ai discorsi d’odio. Perché l’odio vive di indistinto. Il giornalismo, invece, deve saper restituire differenze.

Il secondo attrezzo è la gentilezza. So che questa parola può sembrare fragile, ingenua e quasi inadatta alla durezza del nostro tempo. La gentilezza, tuttavia, non è remissività o rinuncia al giudizio. È una disciplina del linguaggio. La scelta di non aggiungere veleno al veleno e di sfuggire al ricatto ideologico del “se non ti schieri così, se non la pensi come me, allora stai con quelli là”. Una parola pubblica può essere ferma sui principi ma disarmata nei toni.

Il terzo è la visione panoramica. Il buon giornalismo deve fare il contrario dello scrolling. Non aggiungere semplicemente pezzi al flusso, ma aiutare a vedere l’insieme, dare proporzione. Decidere che cosa conta davvero: anche la gerarchia delle notizie, oggi, è linguaggio pubblico. E proprio in questa particolare operazione i giornali quotidiani, per la loro natura e lo stesso processo di “fattura”, assumono a mio parere un ruolo fondamentale: è un direttore di lungo corso come Ezio Mauro, nel suo già citato dialogo con Bauman, a ricordare che «il giornale non è una stazione neutra nel percorso dell’informazione». Il quotidiano è oggi sempre più uno «strumento cognitivo». Se, infatti, in Rete l’informazione scorre come l’acqua di un fiume – contano quindi portata e velocità – il giornale, invece, sta fuori dal flusso perché sceglie, scarta, trattiene, ordina. Attribuisce una misura ai fatti.

Tale gerarchia non è soltanto una tecnica professionale, è un’assunzione di responsabilità.

Il giornale quotidiano è “neghentropia” e cioè la tendenza di un sistema aperto, come gli organismi viventi o le organizzazioni, a generare ordine, complessità e organizzazione opponendosi al naturale decadimento entropico verso il disordine. Il quarto strumento nella cassetta è il giornalismo di comunità. Uso questa espressione con convinzione. Non significa parlare solo a chi la pensa come noi, né chiudersi in una comunità identitaria. Significa pensare il giornale come luogo di legame: piazza e ponte, non curva dello stadio.

Il giornalismo deve parlare ai cittadini, alle persone, non ai clienti o ai follower. Deve costruire comunità, non soltanto community (…). Il quinto “attrezzo” è il racconto lungo. In un ecosistema dominato dalla velocità, il racconto lungo è un atto controcorrente. Significa fermarsi quando tutto scappa, tornare sui luoghi, dare profondità storica ai fatti, cercare cause e non solo effetti. Ci stiamo investendo, ad Avvenire, con campagne giornalistiche della durata di un anno come “ Donne per la pace”, “ Figli di Haiti”, “ Guerre dimenticate”, “ Europa bene comune”. (…).

Una risposta culturale

Ecco perché davanti ai discorsi d’odio non basta una risposta repressiva, pur necessaria quando si oltrepassano i limiti della legge. Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo, tra conflitto democratico e delegittimazione dell’altro.

Una democrazia non vive senza conflitto.

Non dobbiamo avere paura delle parole forti, delle opinioni nette, del dissenso e persino dello scontro. Ma c’è una soglia che non può essere varcata: quella in cui l’avversario diventa nemico assoluto, il diverso diventa una minaccia ontologica e la persona viene ridotta alla categoria che la contiene. Il problema non è il dissenso: è l’espulsione simbolica dell’altro dallo spazio comune (…).

Il filosofo Davide Assael (Avvenire, 30 aprile), riflettendo sui segnali di violenza politica e antisemitismo, ha parlato della necessità di «resistere ai meccanismi di importazione del conflitto e delle propagande organizzate» verso cui l’opinione pubblica mostra un cedimento quasi strutturale. È una definizione utile anche per questa sede: il linguaggio pubblico può diventare il luogo in cui conflitti lontani vengono importati, deformati, radicalizzati, vengono trasformati in identità aggressive. Per questo le istituzioni hanno una responsabilità speciale.

La parola istituzionale pesa più delle altre. Non perché debba essere meno libera, ma perché produce effetti più larghi. Può rassicurare o incendiare. Può riconoscere o escludere. Può aprire un varco di convivenza o legittimare il sospetto. Anche noi giornalisti abbiamo una responsabilità speciale. Non siamo custodi proprietari della verità. Ma siamo chiamati a custodire un metodo: verificare, distinguere, contestualizzare, dare voce, non cedere alla tentazione dell’incendio permanente (…). Vorrei concludere con un’immagine. L’odio non entra quasi mai nella casa comune sfondando la porta. Entra da fessure piccole: una parola detta con leggerezza, una battuta ripetuta, una categoria usata al posto di un volto, una paura trasformata in identità, una notizia privata del suo contesto. Poi quelle fessure si allargano. E a un certo punto ci accorgiamo che l’aria è cambiata, diventando irrespirabile.

Contrastare i discorsi d’odio significa allora riparare il linguaggio pubblico

Non per renderlo più debole, ma per renderlo più giusto. 

Non per cancellare il conflitto, ma per impedire che il conflitto cancelli l’umanità dell’altro.

 www.avvenire.it

Immagine


sabato 14 febbraio 2026

LA QUARESIMA TEMPO DI CONVERSIONE


ASCOLTARE 

DIGIUNARE


Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026


 Il messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026, dal titolo “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”, è stato pubblicato venerdì 13 febbraio dall'Ufficio Stampa della Santa Sede.

Nel suo messaggio, il Santo Padre spiega che “la Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita”, per cui “l'itinerario quaresimale diventa un'occasione propizia per prestare l'orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme”.  In questa Quaresima, Papa Leone XIV ci invita innanzitutto a chiedere «la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi», ed a poter «lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui».

“Le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune”, sottolinea il Santo Padre.

Inoltre, il Papa ha incoraggiato a chiedere «la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro».

 “Impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”, ha scritto.

 Ascolto e digiuno

Allo stesso modo, il Santo Padre ha sottolineato l'importanza di dare spazio “alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.

Mentre, riferendosi al digiuno, il Papa ha spiegato che "costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio” per cui è importante "mantenere vigile la fame e la sete di giustizia… istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.

 Disarmare il linguaggio

Infine, il Santo Padre invita in questa Quaresima a "disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie”.

“Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”, ha incoraggiato.

Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026



venerdì 20 giugno 2025

LA VIOLENZA COME LINGUAGGIO


 Non conosciamo chi ci vive accanto. 

La violenza come linguaggio aumentata con i social

 

Intervista allo psichiatra e sociologo Paolo Crepet sul delitto avvenuto in Salento dove Filippo Manni, 21 anni, martedì pomeriggio ha ucciso la madre Teresa Sommario a colpi d’ascia: «Che nessuno sappia niente di nessuno è un grave problema che denuncio da anni. La scuola non è più un’agenzia educativa utile a capire chi sono i nostri ragazzi e ragazze, i quali non riescono a sopportare nessuna frustrazione. Giusto vietare il cellulare in classe, i no per educare sono più importanti dei sì»​.

Un movente banale che innesca una violenza terribile che si scatena all’improvviso. Filippo Manni, 21 anni, ha confessato di aver ucciso la madre, Teresa Sommario, colpendola martedì pomeriggio con un’accetta nella loro abitazione di Racale (Lecce) perché lo aveva rimproverato per essere rientrato senza salutare. «A un certo punto mi si è spento tutto. Sono salito al piano di sopra, ho preso l'accetta e l'ho uccisa», ha dichiarato davanti al magistrato e al suo legale, «altre volte per scherzo l'ho pensato dicendole che l'avrei uccisa e alla fine l'ho fatto». 

 Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e autore di diversi best-seller, in libreria da poco con Il reato di pensare – Oltre il conformismo, esercizi di libertà (Mondadori), è tranchant sull’efferato delitto avvenuto nel Salento: «Non conosco i dettagli ma noi partiamo sempre dal presupposto, positivo, che conosciamo chi ci sta accanto e invece, oggi più che mai, nessuno sa più niente degli altri, come diceva già Flaubert, e che nessuno sappia niente di nessuno è un gravissimo problema, e lo dico da anni ormai». 

 Professore, anche in questo caso i pareri di conoscenti, vicini di casa e amici raccontano di un ragazzo tranquillo e senza particolari avvisaglie. 

«Diciamo che il vicino di casa non è la migliore fonte che un giornalista possa avere. Se pensiamo che una persona possa essere classificata come “bravo ragazzo” o senza particolari tormenti o malesseri perché la incrociamo sul pianerottolo e ci dice “buongiorno” o ci scrive su WhatsApp o sui social siamo proprio fuori strada. Allora il cattivo ragazzo chi sarebbe, quello che è esce con la pistola in tasca? Dietro a questi delitti c’è un tracollo generale». 

 Di chi? 

«La scuola, ad esempio, non esiste più. Oggi inizia l’esame di Maturità ma io sfido qualsiasi insegnante a dire se Giacomo o Camilla siano maturi o no. Maturi per che cosa? Perché sanno scrivere venti righe su una traccia proposta? Ma questa è maturità? Purtroppo, la scuola non è più un’agenzia educativa utile a capire chi sono i ragazzi e le ragazze e secondo me è un problema enorme. Lo penso da trent’anni, ci ho scritto una quarantina di libri ma non so quanta contezza ci sia su questo punto». 

 In questo caso, alla base dell’omicidio, ci sarebbero dei dissidi tra madre e figlio sul percorso universitario di quest’ultimo che voleva studiare musica dopo l’esperienza a Roma alla Sapienza. 

«Probabile che alla base ci sia un sogno frustrato, come quello di fare musica. Quello che noi riusciamo a vedere, non dico a capire, ma a vedere è la goccia che fa traboccare il vaso, non il resto. Una cosa è certa e che vedo tutti i giorni e va al di là di questo caso di cronaca: c’è una totale incapacità da parte dei ragazzi di tollerare la frustrazione, un’incapacità che non porta sempre all’omicidio, altrimenti sarebbe un’ecatombe, ma porta a non tollerare nulla: l’esame andato male, l’appuntamento mancato, lo smartphone che s’inceppa, gli amici che non ti hanno avvisato per uscire, il brutto voto a scuola, un rimprovero sul posto di lavoro. Perché questi ragazzi sono stati tirati su con un miliardo di sì e imbottiti con qualsiasi forma di benessere, non solo materiale. Se uno a 13 anni va a fare la festa e vuole che ci sia la birra, qualcuno deve dirgli no, la birra no. Ma se non glielo dice nessuno, lui pensa di essere figo e invece è solo un cretino, perché quel no serve a lui e alla sua crescita. Ma quanti libri bisognerà scrivere perché la gente capisca questo?». 

 L’ascia utilizzata dal ragazzo per uccidere la madre era un attrezzo che apparteneva alla sua precedente esperienza da scout. 

«Lo scoutismo è un’esperienza educativa molto importante ma non vuol dire nulla perché alcuni imparano e altri no, alcuni vogliono imparare e altri no. La crescita è un processo molto delicato e individuale per cui non si possono trarre osservazioni generali. La prevenzione di un atto efferato è difficile anche se ci sono delle strade che bisogna tentare, a patto di avere il coraggio di farlo». 

 Quali? 

«Dire dei no perché i no aiutano a crescere ma i no, per chi li dice, sono faticosi, pesano, sono un ingombro e molti vogliono risparmiarsi questa fatica e non vogliono fare gli educatori dei propri figli ma gli amici. Siccome, però, non si possono fare leggi che dicano ai genitori come comportarsi, credo che il divieto di cellulare a scuola voluto dal ministro dell’Istruzione per il prossimo anno scolastico sia una scelta saggia perché ci sono fior di studi scientifici che dimostrano che sono fonte di ansia, di stress, di disturbi e non permettono uno sviluppo armonico delle proprie relazioni affettive. E aiutare una persona a crescere in maniera armonica non significa prevenire i delitti familiari ma aiuta. È come dire: faccio allenare una persona a sviluppare i propri muscoli ma questo non vuol dire che vincerà i 200 metri». 

 La violenza di questo delitto non la colpisce? 

«Ci sono due riflessioni da fare: la violenza c’è sempre stata come ci ricorda il film capolavoro del 1960 di Luchino Visconti, Rocco e i suoi fratelli, dove uno dei ragazzi, ventenne, ammazza la moglie. La violenza è sempre stata un linguaggio. L’altra cosa che bisognerebbe aggiungere è che con le tecnologie digitali e l’avvento dei social la violenza come linguaggio e modo di comunicare si è rafforzata, è diventata più pervasiva, talvolta quasi un gioco: io non sono d’accordo con te e ti ammazzo o ti faccio del male, anche moralmente, che è una forma di violenza anche quella. Ecco perché vietare il cellulare in classe è una scelta importante ancorché non risolutiva».

 a cura di Antonio Sanfrancesco

 Fonte: Famiglia Cristiana

Immagine


 

venerdì 30 maggio 2025

AGIRE DA CRISTIANI

La constatazione è che non esiste più una unanimità cattolica, anche quando qualcuno pensa di agire in quanto cattolico


- di Luigi Berzano*

 È possibile identificare oggi il mondo dei cattolici, dopo le grandi trasformazioni sociali e culturali che sono avvenute? A rendere difficile tale domanda è quanto è avvenuto dopo gli anni del ’68: la laicizzazione della società, la secolarizzazione degli stili di vita, la rivendicazione sui diritti civili, l’autonomia in campo politico. Sono tali trasformazioni ad aver scomposto e differenziato anche i cattolici. Difficile quindi dichiarare che la Chiesa cattolica da maggioranza stia diventando minoranza. Nella società civile, nella scuola, nei quartieri, nella politica, nell’amministrazione, nella cultura i cattolici possono ormai essere su posizioni diverse in quanto cittadini. E anche quando pensano di agire come cattolici non si tratta più di unanimità imposta dal Magistero. 

La constatazione è che non esiste più una unanimità cattolica, anche quando qualcuno pensa di agire in quanto cattolico: «Ciò è un bene, nella stessa misura in cui è stata un male l’ingannevole, irreligiosa unità dei cattolici predicata e imposta prima del Concilio. In questo vortice, se così si può dire, ne sono irretiti anche i “sacri pastori”, le cui opinioni a livello europeo se non proprio italiano in materie politiche e sociali, dimostrano che neppure essi possono ancora rappresentare una risposta cattolica a una sfida che interpella gli uomini, non i cattolici» (P. De Benedetti, Humanitas 8-9 (1976), p. 655, citato da F. Capretti). 

 Su questi temi sono i mass-media e le dichiarazioni di opinion leaders a creare gli immaginari collettivi del pessimismo o dell’ottimismo. Si considerino il caso francese e quello italiano relativamente ai cattolici. Nel 2024 la Francia pare riscoprirsi più cristiana di quella degli ultimi anni: moltiplicazione dei catecumeni e dei battesimi di adulti, con un aumento del 31% rispetto all’anno precedente. Crescita percentuale di catecumeni ex musulmani pronti a convertirsi, nonostante il clima poco favorevole a queste traiettorie di fede nelle famiglie e comunità islamiche. Molti ambienti culturali, universitari, professionali conoscono un ripensamento della fede. Anche la stampa della gauche francese ha parlato di questa “schiarita per la Chiesa” e del ritorno della spiritualità fra i giovani adulti. Quale la ragione di questa nuova e inattesa attenzione alla religione? Molti l’hanno indicata nella povertà delle società secolari nell’offrire idee forti per dire ai giovani cosa fanno in questo mondo e dove stanno andando. 

In Italia, al contrario, cresce nel mondo cattolico una lettura della Chiesa come se fosse ormai destinata a diventare una tra le varie minoranze religiose, nonostante che tale atteggiamento contrasti in primo luogo con i rapporti privilegiati che la Chiesa cattolica intrattiene ancora con la società civile: il Concordato con lo Stato italiano, l’Otto per mille, l’insegnamento della religione nelle scuole di ogni ordine, i cappellani presso le istituzioni militari e sanitarie, le scuole private cattoliche. 

Ovviamente le ragioni di questo declino verso la condizione di minoranza sarebbero di altro genere e riguarderebbero la disaffezione crescente dei fedeli alle celebrazioni, la caduta della domenica quale giorno festivo, il venir meno delle vocazioni, la chiusura dei seminari, delle case religiose e dei monasteri, la diminuzione dei volontari nelle attività parrocchiali. 

Rimane ancora forte la dimensione religiosa nei riti di passaggio, ma questi rappresenterebbero soltanto più una parentesi insignificante, una “provincia finita di significato” – come dicono i sociologi – un universo a parte, totalmente esterno ai criteri ordinativi della Chiesa e della sua teologia. 

 SPIRITUALISTI LA DOMENICA E MATERIALISTI IL LUNEDÌ 

 Per chi condivide la visione della Chiesa ormai in minoranza l’indicatore principale sarebbe la crescente irrilevanza della Chiesa nella società civile. Anche le esperienze religiose ancora presenti sarebbero vissute dai partecipanti solo più come isole di senso spirituale insignificanti nelle conseguenze per gli spazi pubblici; e i partecipanti rappresenterebbero i fedeli che Marcel Gauchet definisce “spiritualisti la domenica e materialisti il lunedì”, cioè nella vita quotidiana. 

Si pone qui la domanda sull’opportunità di definire questa situazione della Chiesa cattolica in Italia quale condizione di minoranza. Questa idea della Chiesa di minoranza, pur con la responsabilità di testimoniare ancora i propri valori e stili di vita nello spazio pubblico, accentua oggi le discussioni all’interno della Chiesa e rivela tensioni a tutti i livelli dell’istituzione. Tali tensioni, durante il periodo della pandemia Covid-19, si erano già manifestate, mettendo in luce opposte valutazioni non solo tra i fedeli, ma anche all’interno dell’episcopato. Oggi però si può rilevare una linea di divisione più forte tra chi si sforza di pensare che la fede cristiana si vive negli spazi pubblici in forme laiche e secolari – come richiede la società civile – e chi invece ritiene che la Chiesa non possa accettare questa situazione e debba interpretare la questione in termini di autodifesa e riconquista. 

Questa divisione in merito all’accettazione o al rifiuto della condizione di laicità come dato insormontabile del cristianesimo contemporaneo costituisce una linea di demarcazione che va oltre la contrapposizione tra cattolici conservatori e cattolici progressisti, ovvero tra cattolici di «apertura» e cattolici di «identità» – distinzione che inevitabilmente riduce il divario in questione a categorie di classificazione politica, con una «destra» e una «sinistra». In realtà c’è qualcosa di più in questa contrapposizione, non solo ideologica, ma teologica. La ragione del dissidio è il confronto tra una visione che associa la vitalità della Chiesa alla sua influenza geografica, culturale e politica sulla società, e la visione «diasporica», propria della fede cristiana, che accetta di essere in mezzo agli altri nella società civile, come scrive Michel de Certeau in La debolezza del credere

 CRISTIANI DISSEMINATI 

La definizione di de Certeau della Chiesa che accetta di essere «tra gli altri» in una società che a essa non si rivolge più, non significa, però, che la Chiesa non abbia più nulla da dire. Questa «conversione dello sguardo» su se stessa e sul proprio ruolo implica però una rivisitazione della teologia. La separazione tra Chiesa e Stato, tra sfera spirituale e sfera secolare della vita è sempre stata presente nella cultura cristiana, a differenza di altri contesti, quale quello teocratico dell’Islam. Per tale ragione i Paesi cristiani non conoscono i danni provocati anche oggi dalle teocrazie. 

È questa singolarità evangelica dei cristiani disseminati nella società civile che può produrre in alcuni la sensazione di essere minoranza nella vita pubblica, insignificanti, uguali e diversi tra “gli altri”, cioè in diaspora (dià-spora). Non così pensavano i cristiani dei primi secoli descritti nella Lettera a Diogneto i quali, pur dispersi nel mondo pagano, dicevano: «Come l’anima è per il corpo, così i cristiani sono per la società». In Occidente le società si organizzano secondo i principi della laicità dello spazio pubblico, del pluralismo dei valori e degli stili di vita. Vi sono coinvolte pure le religioni, in tutte le loro forme collettive e individuali. Può succedere così che in tale condizione i cristiani appaiano minoranze attive, pur essendo la maggioranza della popolazione. 

 LA SVOLTA SPIRITUALE 

 Dal Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa cattolica ha scelto una struttura organizzativa territoriale rigida, adottando le forme corrispondenti a quelle del potere politico del tempo. Il papa, il vescovo, il parroco: a ognuno il proprio territorio da amministrare. Questa territorializzazione con cui si organizzò la Chiesa – quasi sconosciuta per i primi mille anni – non appartiene all’essenza immutabile della Chiesa, ma alla sua forma sociale, storicamente mutevole. E, alla mutevole forma sociale della Chiesa non appartengono solo le sue strutture organizzative, ma anche le forme del suo messaggio, del suo linguaggio e della sua liturgia. Quale quindi la Chiesa nella sua forma sociale futura? 

Oggi, con il Sinodo e il Giubileo la Chiesa sta cercando la propria strada. Molti la definiscono una svolta spirituale per ritrovare la singolarità evangelica della Chiesa, privata della sua influenza politica e del potere sociale. Centrali in ogni svolta spirituale sono il linguaggio e le piccole comunità che la compongono. 

 LINGUAGGIO E LITURGIA 

 Nella Chiesa il linguaggio per comunicare è la liturgia. Anche nel linguaggio liturgico è essenziale che chi parla e chi ascolta abbiano la stessa cultura: giovani, professionisti, studenti, operai, ricercatori, artisti, poeti, stranieri. È necessario fare parte della cultura dell’individuo 2025 coinvolto nel mondo digitale, nel pluralismo religioso, nella laicità, nella fisica quantistica, nell’arte-moderna, nella post-modernità. Nella liturgia (parole, simboli, formule, preghiere, vestiti, musiche) si richiede di “dire Dio”, “dire Gesù”, “dire resurrezione”, “dire il Credo”, “pregare”, “cantare”, in modo che ogni cosa non assomigli solo ad un copione recitato da tutti e ormai privo di sapore. Lo stesso parlare del celebrante non trova più ascolto senza la sua identificazione nella cultura di chi ascolta. 

Forse, il problema del linguaggio, essenziale per la sopravvivenza del cristianesimo, va risolto più indietro, a livello dell’ecclesiologia. Di che cosa possono parlare le comunità cristiane al cospetto di Dio? E sono cristiane di qualsiasi cosa parlino? E quando parlano, hanno già ascoltato? O sono invece prigioniere di una cultura che le costringe ad ascoltare solo se stesse? Anche queste domande impongono di imparare a parlare e ancor prima a tacere ascoltando le voci del mondo, perché la Chiesa non è altra cosa dal mondo e quando essa pensa di essere altra cosa è semplicemente il mondo di ieri. 

 COMUNITÀ DI RICONOSCIMENTO 

 La forma elementare e “di base” della Chiesa futura – simile alla parrocchia territoriale – non potrà che essere un sistema aperto di comunità relazionali, ambienti, luoghi, infrastrutture collettive e altre forme sociali concrete che favoriscono rapporti, esperienze di fraternità, legami, consapevolezza di un’unica fede, forme di interazione e divergenze attorno al messaggio evangelico. La Chiesa accetterà anche il rischio di qualche indeterminatezza, sapendo che sono le forme innovative ad incoraggiare la maggiore consapevolezza collettiva. Solo modelli simili potranno ospitare nuove esperienze e accettare l’indeterminatezza che permetta molteplici possibilità e il continuo adattamento a forme future. Lasciare la possibilità allo Spirito promesso da Gesù di fornire sempre nuovi elementi ed esperienze. 

Nelle comunità di riconoscimento troveranno risposta i bisogni di appartenere a una Chiesa accogliente, affidabile, credibile, come erano un tempo le piccole comunità parrocchiali. Questa è la riscoperta, dopo il concilio Vaticano II, della Chiesa comunità in cui si è riconosciuti e “a casa”. Questa comunità in cui ci si «sente bene» è quella che accoglie il più radicale bisogno dell’epoca contemporanea: il bisogno di riconoscimento. Un bisogno ricco, complesso, a volte contraddittorio poiché nel suo significato e nell’uso nella vita quotidiana indica una reciproca dipendenza dall’apprezzamento e dalla considerazione da parte di un altro e dei rispettivi altri (A. Honneth, 2018). 

Bisogno di riconoscimento fino alla forma dell’amore di cui scrive il teologo greco ortodosso Christos Yannaras leggendo il Cantico dei cantici. Riconoscimento come amore che trasforma e trasfigura tutto ciò che il giorno prima non aveva sapore, colore, profumo. È l’amore tensione vitale verso l’infinito. «Se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro a Lui». Poiché in ogni amore genuino c’è lo slancio verso l’Amore infinito, totale, assoluto. 

È per questo che l’amore è grazia ed è definizione di Dio (G. Ravasi). 

 * Luigi Berzano è un sociologo, presbitero e professore ordinario dell’Università di Torino. Tra i suoi campi di ricerca: i comportamenti collettivi, gli stili di vita, le trasformazioni delle religioni nella modernità avanzata e le nuove forme religiose.

 Rocca n° 8/2025

Immagine

 

 


venerdì 4 aprile 2025

IL WOKISMO

   
UN 

BRUSCO RISVEGLIO






- di Nelson Faria


Nato nelle università statunitensi, il wokismo è un movimento che negli ultimi anni ha acquistato grande risalto nello spazio pubblico. Ne sono segni l’onnipresenza di termini come «eteronormativo», «cisgender», «non binario», o l’atto di graffitare il termine «decolonizza» sulle statue di navigatori e politici. Il termine «wokismo» definisce coloro che si considerano «svegli» (dall’inglese 
woke), vale a dire militanti in allerta contro le ingiustizie che pervadono la società e contro la refrattarietà di questa alle riforme. Il wokismo ritiene che la discriminazione contro le persone emarginate sia sistemica, cioè non limitata a manifestazioni isolate, e che quindi dobbiamo essere consapevoli delle strutture che opprimono gli individui in base al genere, al colore, all’orientamento sessuale, alla nazionalità o all’etnia.

A prima vista, il wokismo sembra un movimento di movimenti, che abbraccia e dà voce al femminismo e a tutte le minoranze nella società. Tuttavia, è molto più complesso e può essere considerato una vera e propria ideologia politica, che si richiama a diverse altre scuole di pensiero ed è caratterizzata da una grande propensione all’azione. Avvolto nelle polemiche, per non dire che esso stesso è di per sé polemico, genera reazioni particolarmente avverse da parte di altri settori della società, che qui, in mancanza di un nome migliore, possono essere definite «antiwokismo». Entrambi gli elementi meritano uno sguardo attento e riflessivo, perché il loro incontro sfocia in un conflitto che genera una forte tensione sociale.

Questo articolo intende ripercorrere in breve il cammino della società verso la postmodernità, il momento che ha dato origine al wokismo, per poi presentare i fili con cui è intessuta la trama woke, le ripercussioni che genera e, infine, prospettare alcune indicazioni per un possibile futuro.

Il percorso fino a ieri

Per migliaia di anni abbiamo vissuto in comunità sedentarie e agricole, in cui i ruoli sociali erano fissi e definiti: c’era una rigida gerarchia, basata sul genere e sull’età, e tutti avevano sostanzialmente la stessa occupazione (lavorare la terra o prendersi cura della casa). I nostri antenati passavano per lo più tutta la vita nella città, nel paese o nel villaggio in cui erano nati, all’interno di una cerchia ristretta di amici e vicini, con cui condividevano la stessa religione e gli stessi miti e credenze. La mobilità sociale era praticamente impossibile. Non c’era alcun pluralismo, né diversità, né scelta.

L’emergere di civiltà che abbracciavano popoli e territori diversi ha portato a esperienze epifenomeniche di positiva convivenza, soprattutto nei luoghi di commercio. Tuttavia, è nel clima di relativa pace del Basso Medioevo che possiamo individuare il momento iniziale in cui le rigide strutture sociali vanno incontro a una scossa. Le società infatti cominciano a crescere, e si assiste all’emergere di nuove classi sociali, sorte nell’ambito del libero commercio e delle università, il cui incontrarsi ispira la creazione di nuove tecnologie di navigazione. I confini fra gli strati sociali cominciano a sfumare con la crescente influenza della borghesia e del mondo accademico, e dal XVI secolo in avanti i viaggi intercontinentali diventano normali e la stampa agevola la diffusione delle informazioni.

La Riforma protestante e le guerre di religione che ne seguirono, soprattutto nel XVII secolo, misero in crisi il ruolo unificante della fede cristiana, inducendo l’Occidente a trovare nella ragione e nella libertà individuale la risposta per garantire una sana convivenza tra le nazioni e le fazioni religiose. La Pace di Vestfalia (1648) aprì la strada all’Illuminismo, il Secolo dei Lumi (XVIII secolo), alla nascita di una mentalità eminentemente tecnica e di una preoccupazione per la condizione umana che segna l’origine dei diritti umani, i quali, pur essendo di ispirazione cristiana, fanno a meno del riferimento a Dio.

Con la Rivoluzione industriale si verificò una brusca accelerazione, sia nel campo della tecnologia sia nel miglioramento della qualità della vita. Tuttavia, con le due guerre mondiali combattute nella prima metà del XX secolo, al disincanto dell’Occidente nei confronti della religione si è aggiunto quello nei confronti della ragione, che si era dimostrata capace di terribili atrocità.

Le rigidità e le certezze della modernità, che si sono rivelate altrettanto se non più distruttive delle convinzioni religiose del passato, hanno indotto a preferire sistemi aperti e flessibili[1]. Lentamente, la società comincia a frammentarsi, le istituzioni cominciano a essere viste con sospetto e l’identità inizia a forgiarsi secondo una forte distinzione tra il vero «io» di ogni persona e un mondo esterno di regole e norme sociali. È la transizione dalla modernità, con la sua enfasi sulla ragione e sull’autonomia individuale, alla postmodernità.

È difficile classificare efficacemente la postmodernità, poiché essa è, per definizione, plastica e soggettiva: nega la possibilità di una conoscenza oggettiva e sostiene che il linguaggio è solo uno strumento senza alcun legame con la realtà, manipolato da chi detiene il potere. I potenti infatti creano metanarrazioni che, a seconda delle loro convenienze, cullano la società nella dolce pace di un sogno o inducono una frenesia di incubi permanenti; pertanto, esse devono essere decostruite. In una prospettiva postmoderna, tutto ciò che sperimentiamo, tutte le interazioni sociali, non sono altro che ricerca del potere. Solo questo è reale. La conoscenza, la verità, il significato e la moralità sono costrutti sociali, originati da singole culture, nessuna delle quali possiede gli strumenti o i concetti necessari per valutare le altre.

Ne segue che tutte le leggi sono state inventate affinché possano – e debbano – essere infrante. Non abbiamo ereditato la moralità dai nostri antenati, e tantomeno ce l’ha comunicata una divinità. Essa è stata costruita, e quindi può essere modellata. E anche l’identità di ogni individuo si forgia in un gioco di forze culturali, sicché a ciascuno spetta plasmarne il significato.

Il  postmodernismo

Per il postmodernismo, nulla si crea, tutto si ricicla. Esistono solo riproduzioni, e niente è originale o autentico: solo copie di copie di copie. C’è solo superficie, non c’è profondità. Non c’è un significato condiviso, ma solo un gioco che ruota attorno alla conquista del potere. Quindi, quello che dobbiamo fare è partecipare al gioco, generando ironicamente entropia e divertendoci. Se il sistema crolla, ne seguirà un altro, e ricominceremo il gioco.

I moventi del soggetto postmoderno sono la libertà, il piacere e l’inclinazione naturale. Egli lavora con l’aspettativa di godersi i profitti del suo lavoro, ma non si attende di trarre soddisfazione da ciò che fa. Vive per il momento, senza aderire al piacere comune di lavorare per il benessere degli altri. Anche quando si trova inserito in un’esperienza lavorativa gerarchica, è un imprenditore autonomo, responsabile di gestire la propria immagine pubblica in conformità con le aspettative di autorealizzazione della società, sicché diventa contemporaneamente padrone di sé e schiavo delle proprie aspettative.

Questo orizzonte infinito di possibilità entro un ristretto campo di riferimenti ha portato, come giustamente sottolinea Byung-Chul Han, all’esaurimento dell’individuo[2]. Di fronte al fallimento, la frustrazione viene vissuta individualmente come angoscia, e a sua volta contribuisce a originare una società stanca, dove prosperano la depressione e la sindrome del burnout. Paradossalmente, in una società in cui siamo finalmente liberi di essere chi vogliamo essere, o chi eravamo destinati a essere, finiamo per scoprire che la rottura dei legami sociali non si traduce in libertà, ma piuttosto in esaurimento.

La collettivizzazione dell’identità

La solitudine a cui è stato costretto l’individuo postmoderno lo ha portato a riconoscere il bisogno di identificarsi con gli altri, di scoprire «chi è» nel contesto dell’appartenenza sociale, e di impegnarsi nei cambiamenti che ritiene necessari. Questo lavoro di riparazione dei legami di appartenenza e di ri-creazione di un orizzonte morale è un’autocorrezione della postmodernità stessa, che così cerca di rimediare agli eccessi individualistici iniziali.

Questa ricerca di identità condivise ha trovato risposte, a destra e a sinistra, attorno alle categorie che la postmodernità ha lasciato intatte o ha rafforzato – razza, genere, orientamento sessuale –, o attorno alle categorie ultraresistenti di nazione, cultura e religione. In Europa, la centralità, nella sinistra politica, delle questioni legate agli emarginati a scapito di quelle di classe e il risorgere di pubbliche professioni di fede sovraniste e di discorsi isolazionisti, a destra, sono segni di polarizzazione identitaria.

Queste reazioni non sono nate nel vuoto, ma hanno avuto origine nella postmodernità. Si sono concretizzate in due movimenti che oggi lottano per il predominio dell’attenzione sociale: il wokismo e i suoi detrattori, che chiamano «antiwokismo».

Come sottolinea Philippe Forest[3], il termine «wokismo» designa quelle persone che si considerano «risvegliate», cioè capaci di riconoscere le relazioni di dominio e di discriminazione che permeano l’intera società, rispetto alle quali invece la maggioranza degli individui rimane addormentata. Particolarmente militanti, i wokisti intendono eliminare tutte le forme e gli strumenti di oppressione in cui siamo intrappolati – anche se non ne siamo pienamente consapevoli –, principalmente intorno a categorie come razza, genere e orientamento sessuale.

Come abbiamo accennato, il wokismo è nato nelle università degli Stati Uniti. È largamente debitore verso quella che è stata chiamata French Theory, che riunisce una serie di teorie filosofiche, letterarie e sociali postmoderne, in cui il concetto di decostruzione (Heidegger, Derrida) è centrale e la cui linea poststrutturalista è innegabile. Senza alcuna pretesa di esaustività, possiamo dire che Baudrillard, Simone de Beauvoir, Deleuze, Foucault, Derrida, Lyotard, Kristeva e Wittig ne sono tra le figure principali. Oltre a costoro, quando si pensa al wokismo, un riferimento da tenere in considerazione è anche il postcolonialismo di Frantz Fanon.

 Un bricolage

Tuttavia, il wokismo riunisce altre influenze. Matthew Petrusek,  Evangelization and Ideology[4], lo definisce il «Frankenstein» delle ideologie politiche, perché in esso ritroviamo idee antagoniste e persino avversari classici, come il liberalismo e l’utilitarismo. Sia gli autori di riferimento sia questi incontri imprevisti mostrano quanto sia evidente l’impronta della postmodernità sul wokismo. Cerchiamo allora di vedere il bricolage di idee che costituisce la matrice woke.

Tenendo conto della visione identitaria collettiva del wokismo, la presenza più sorprendente nel suo corpus di influenze è la visione liberale, marcatamente individualistica. Tuttavia, il wokismo non esita ad appropriarsi del rifiuto kantiano della metafisica classica. Kant sostiene che non è possibile conoscere gli oggetti trascendenti – per esempio, il bene – attraverso il puro esercizio della ragione, e perciò propone che il bene possa essere raggiunto attraverso un atto di volontà. Il liberalismo approfitta di questo rifiuto per sostenere l’emancipazione dell’individuo, fissando il suo limite nel rispetto degli altri. A partire da un identico rifiuto della metafisica classica, il wokismo introduce la collettività al posto dell’individuo e sostituisce il rispetto per gli altri con l’affermazione che il dissentire dalla nozione di bene definita dal gruppo è oppressione.

L’utilitarsmo

Per quanto riguarda l’utilitarismo, il wokismo ne ripropone due caratteristiche: la nozione consequenzialista del bene e la dimostrazione pubblica della virtù. Riguardo alla prima, la visione utilitaristica sostiene che, per valutare la bontà di un atto, si debbano considerarne le conseguenze intenzionali e non intenzionali. Tuttavia, la massima utilitaristica «il maggior bene per il maggior numero di persone», interpretata alla luce del wokismo, autorizza la collettività a denunciare uno dei suoi membri quando non si conforma ai suoi interessi. E questa persona, anche se è nera, omosessuale o donna, e quindi ha una biografia segnata dall’oppressione e dal superamento degli ostacoli, nel momento in cui si discosta dalla narrazione ufficiale è considerata una traditrice.

Per quanto riguarda la dimostrazione pubblica della virtù (virtue signaling), essa deriva dal valore attribuito dall’utilitarismo a chiari segnali di adesione alle «buone idee». Il gesto permette di riconoscere coloro che professano gli stessi ideali e di classificarli come «brave persone». Inevitabilmente, chi non è d’accordo è molto più che una persona con un’opinione diversa: è una «persona cattiva».

Il capitalismo woke

La dimostrazione pubblica della virtù ha generato un fenomeno curioso: il capitalismo woke. Molte multinazionali si sono impegnate ad associare i propri marchi al wokismo, sia per convinzione sia per puro interesse commerciale (Amazon, Apple, Google, Meta, Microsoft). Ciò ha fatto piacere ai wokisti e ha suscitato grandi proteste da parte degli antiwokisti, le cui reazioni hanno portato a campagne di cancellazione, come è accaduto per le società Disney, Ben & Jerry’s, Bud Light o Starbucks.

Questa breve descrizione dell’appropriazione del liberalismo e dell’utilitarismo ci permette di vedere chiaramente come il wokismo sia un prodotto postmoderno: esso nega la possibilità di una conoscenza oggettiva, afferma il costruttivismo culturale, proclama che le interazioni sociali si riducono alla ricerca e alla gestione del potere e, a questo proposito, riconosce il potere del linguaggio.

L’ossessione per il linguaggio

Proprio l’ossessione postmoderna per il linguaggio viene sfruttata al meglio dal wokismo nella semantica, non solo tramite la creazione di parole, ma anche ridefinendo concetti antichi. Per esempio, nel vocabolario woke il «razzismo» non è un pregiudizio basato sulla razza di qualcuno, ma un sistema razziale che permea tutte le interazioni sociali, rimanendo invisibile, eccetto a coloro che lo sperimentano o a coloro che hanno familiarità con i suoi metodi e pertanto sono in grado di riconoscerlo. Non tener conto della razza di qualcuno è considerato razzista. Tuttavia, stabilire che in un museo ci siano orari riservati in cui i bianchi non possono entrare, affinché diventi uno «spazio sicuro», come è accaduto allo Zeche Zollern Museum di Dortmund, è considerato antirazzista. Chi si identifica con il sesso assegnatogli alla nascita è «cisgender»; ma un commento che può anche essere elogiativo, se viene rivolto a un membro di un gruppo emarginato e da costui viene interpretato come offensivo, è una microaggressione. A ciò si aggiunge la questione dei pronomi preferiti – la libertà di ciascuno di scegliere il pronome con cui vuol essere chiamato –, il cui rispetto è obbligatorio. La resistenza a riferirsi a qualcuno con il pronome da lui scelto, anche quando esso contrasta con il significato convenzionale di quello stesso pronome, è considerata oppressiva, un’azione illegittima.

 L’autorità del soggettivo

L’impronta della postmodernità può essere vista anche nell’emergere di una serie di campi di studio incentrati sul genere e sulla razza, che mettono in pratica il postulato della negazione della conoscenza oggettiva e del linguaggio come qualcosa di manipolabile. Se tutto è visto attraverso la lente dell’identità, sono necessari studi critici che tengano debitamente conto del contesto della persona. Il soggettivo è rivestito così di autorità, e il contesto diventa l’elemento determinante di ogni nostra azione, negando l’universalità della conoscenza.

Il postcolonialismo

Sempre all’interno della postmodernità, esiste una scuola di pensiero che merita particolare attenzione: il postcolonialismo. L’obiettivo di questa corrente è indagare il modo in cui le nazioni occidentali non solo hanno colonizzato altre regioni del mondo, ma hanno anche creato il soggetto colonizzato. Poiché a queste ultime culture sono stati imposti parametri occidentali, anche dopo la decolonizzazione politica esse permangono sotto il giogo dell’Impero in un sentimento di inferiorità, che non tiene conto delle loro caratteristiche e ricchezze.

Fanon è l’autore di riferimento in questo campo di studi, e il wokismo ne riprende due tratti essenziali, trasformandoli. Nell’inevitabile divisione tra colonizzatore e colonizzato il wokismo trova ispirazione per le ampie categorie che utilizza: oppressore e oppresso. In secondo luogo, esso si assume il ruolo liberatorio attribuito da Fanon a coloro che, effettivamente, vedono la realtà secondo una visione messianica e in una prospettiva che si concretizza nella missione di educare le masse.

Le incognite sul futuro di milioni di rifugiati, le città devastate da anni di guerra e una pace ancora fragile. A raccontarci da Damasco come sta vivendo questo momento di incertezza la popolazione siriana è p. Vincent de Beaucoudrey S.I., direttore del Jesuit Refugee Service in Siria.

È importante distinguere la decolonizzazione «fanoniana» dalla resistenza non violenta di Gandhi o di Martin Luther King. La prima non disdegna la violenza o la distruzione della proprietà pubblica, e così legittima l’attivismo woke quando vandalizza statue di personaggi considerati rappresentativi dell’oppressione, per esempio Churchill nel Regno Unito o Jefferson negli Stati Uniti d’America. Soltanto un anacronismo ci consente di considerare questi personaggi come emblemi di disumanità.

Il cristianesimo

Ma nel wokismo è presente un altro influsso, mai ipotizzato finché non l’ha chiamato in causa lo storico Tom Holland: il cristianesimo. Nella sua opera Dominion, egli sostiene che in Occidente il cristianesimo ha ispirato tutti: credenti, spirituali, agnostici, atei, anche coloro che non hanno pensato alla religione[5]. Cristo ha dimostrato sulla croce qualcosa che ha irritato profondamente Nietzsche: essere vittima è fonte di potere, e una persona sconfitta agli occhi del mondo ha la capacità di mobilitare le folle.

Che i disprezzati debbano essere ascoltati, che gli umiliati debbano essere esaltati, che gli ultimi siano i primi e che il destino dei potenti sia quello di essere deposti dai loro troni, sono tratti distintivi cristiani. Inevitabilmente, come in tutte le altre appropriazioni del wokismo, anche la proposta cristiana è stata rivista e reinterpretata, perdendo il suo carattere universale. Ma, come afferma eloquentemente Holland, senza il cristianesimo nessuno si sarebbe «risvegliato» (woke).

 Sentimento e argometazione

Cercando di sintetizzare i segni più evidenti di altre correnti di pensiero nel wokismo, possiamo affermare che, attraverso il rifiuto liberale della metafisica classica, il gruppo identitario può definire ciò che è bene, e che grazie all’utilitarismo il sentimento prevale sull’argomentazione. Generato nel calderone postmoderno, il wokismo si sente autorizzato a negare l’esistenza della verità oggettiva e, ancor più, a sostenere che il semplice disaccordo con questa affermazione è un difetto caratteriale e non soltanto una divergenza di idee, in una strana combinazione tra nichilismo etico, da un lato, e schiacciante certezza morale, dall’altro. Ispirandosi a Fanon, il wokismo assume una posizione messianica e riduce gli agenti sociali alle categorie di oppressori-oppressi e, come figlio dell’Occidente, si appropria del tratto distintivo cristiano della centralità della vittima, attratto dal potere che vi risiede, deviandolo dalla sua tendenza all’universalità e chiudendolo nell’identità di gruppo.

Risulta evidente la complessità del wokismo che, nel denunciare l’ingiustizia, riunisce e abbraccia visioni e interessi contraddittori, o addirittura inconciliabili. Questa tensione va oltre le idee, e la si può scorgere anche all’interno delle identità collettive. Il confronto tra le femministe e il movimento transgender riguardo alla partecipazione delle donne trans alle attività sportive, o il tentativo di cancellare J. K. Rowling per aver sostenuto che la parola «donna» è inseparabile dalla biologia, sono testimonianze eloquenti delle difficoltà affrontate dal movimento woke. Ma la sfida diventa sempre più grande.

Effetto specchio

Nell’ultimo decennio il movimento woke è stato così efficace da suscitare reazioni opposte, rafforzando l’antiwokismo. Da una parte e dall’altra si usa come fondamento la libertà di espressione, si giustifica il fervore come lotta per la verità e la giustizia, ed entrambi proclamano la propria superiorità morale.

Soprattutto negli Stati Uniti, le azioni degli attivisti woke hanno spinto a raggrupparsi coloro che si oppongono con fervore a misure quali cancellare o annullare determinate personalità; abbattere statue; richiedere l’accesso ai bagni pubblici in base al genere con cui la persona si identifica; censurare o correggere libri il cui linguaggio riflette l’oppressione sistemica; istituire lettori «sensibili» per individuare microaggressioni nelle opere prima che vengano pubblicate; la scelta dei pronomi; azioni di sensibilizzazione negli asili e nelle scuole primarie, in virtù del fatto che il sesso è considerato un costrutto sociale. In questo contesto di opposizione a tali misure sono già visibili iniziative contrarie: proteste, boicottaggi e proposte di legge che mirano a preservare la lingua, i bagni, i libri, i luoghi di lavoro e le scuole dai princìpi del wokismo. Bisogna però riconoscere che l’antiwokismo è un movimento molto eterogeneo, perché l’unica cosa che accomuna diverse frange di destra e oppositori di tutto ciò che sembra abuso di potere da parte dello Stato è avere il wokismo come nemico comune.

L’antiwokismo è un wokismo allo specchio: è una sorta di conservatorismo rivisto dalla postmodernità, che, abbeverandosi alla negazione della conoscenza oggettiva e della centralità del linguaggio, non rifugge da una certa creatività, diffondendo teorie cospirazioniste e usando arbitrariamente l’espressione fake news come un’arma per squalificare l’avversario. Presenta la sua visione diametralmente opposta della realtà come un fatto alternativo (alternative fact) che, in nome del pluralismo, non può essere messo a tacere.

La politica identitaria

La politica identitaria di destra ha acquistato nuovo slancio negli ultimi decenni, legandosi alla correntepolitica che propende per la limitazione dei diritti agli stranieri, la difesa dell’affidamento delle posizioni di potere a cittadini e il recupero di un modello familiare caratterizzato dalla sottomissione delle donne. Tuttavia, all’inizio del XXI secolo, nel diritto convenzionale esisteva un ampio consenso riguardo all’illegittimità della discriminazione basata sulla razza, sul sesso o sull’orientamento sessuale di una persona[6]. Anche tra i conservatori, difendere la «domesticità» delle donne o la soppressione dei diritti basata sul colore della pelle o sull’orientamento sessuale significava adottare una posizione radicale riservata ai ranghi dell’estrema destra.

Ci sono donne, membri delle minoranze e persone omosessuali che hanno rivendicato per anni, con gesti e semplici testimonianze di vita, il diritto di esercitare a pieno titolo la cittadinanza. Hanno combattuto una lunga battaglia per convincere i settori più conservatori che non intendevano abolire la famiglia, l’eterosessualità, la mascolinità e il femminile. Forse i risultati sono stati inferiori alle aspettative di molti, ma non c’è dubbio che si sia imboccata la strada verso una maggiore integrazione. È stato un lungo cammino, quello percorso dalla società, in un fragile equilibrio di rispetto e positiva convivenza. Troppo fragile, a quanto pare, perché in pochi anni è riemersa tutta una serie di pregiudizi. Ed essendo inseparabile dal radicalismo woke, l’antiwokismo non scomparirebbe con la moderazione del wokismo, perché le sue radici sono più profonde.

Superare l’«impasse»

Il wokismo ha saputo innescare un dibattito pubblico necessario. Dando voce a diversi gruppi emarginati nella società, si generano molte conversazioni su politiche e pratiche effettivamente inclusive. Questo dibattito, però, non sembra poter contare sugli attivisti woke, dal momento che la loro apertura al dialogo o alla mera convivenza con altri punti di vista è ridotta, se non inesistente. Ritroviamo la stessa tendenza, ma di segno opposto e ancora più categorica, nell’antiwokismo, che pretende di piegare tutti alla propria visione di società ideale.

Sebbene il wokismo e l’antiwokismo si alimentino a vicenda, le ragioni della loro forza sono più profonde delle polemiche. Entrambi cercano di rispondere a un bisogno umano di appartenenza che non può restare senza riscontro, in quanto è un bisogno creato dallo smembramento dell’orizzonte di senso che la postmodernità ha messo in moto. Solo una riforma che li portasse a guardare oltre gli interessi delle identità che intendono proteggere consentirebbe loro di essere agenti costruttori – o ricostruttori – delle nostre società divise. E questo lavoro è più che una riforma: è una ri-creazione. Si possono nutrire legittimi dubbi circa l’effettiva disponibilità esistente all’interno del wokismo e dell’antiwokismo a una simile impresa. Nel mondo in cui entrambi sono fioriti è diffusa un’incapacità a individuare desideri comuni, accompagnata dall’insensibilità verso coloro con cui si condivide uno spazio, ma non un’affinità identitaria. Si sentono sempre più voci che chiedono inclusione e lottano contro la discriminazione, ma le orecchie disposte ad ascoltare sono poche. C’è una virulenza sostanzialmente emotiva per cui l’indignazione sembra un valore in sé, e mettere in discussione o non essere d’accordo con qualcuno è un atteggiamento discriminatorio o persecutorio. Le sfumature di autoritarismo e puritanesimo presenti in questa pratica dovrebbero indurci a prestare particolare attenzione al fenomeno, perché la diversità di pensiero e il confronto «urbano» degli argomenti sono fondamentali in una società sana; le persone dovrebbero essere giudicate in base alle loro azioni e opinioni, non in base alla razza, al genere o all’etnia.

La difficoltà della situazione attuale dovrebbe indurci a formulare proposte che ci consentano di superare l’impasse. Forest sostiene che tra wokismo e antiwokismo esiste un elemento comune che è sfuggito alla maggior parte dei loro interlocutori: l’interesse per la ricostruzione. Entrambi sono insoddisfatti della situazione attuale e sostengono che è necessario ricostruire la società. Tuttavia, come giustamente sottolinea Forest, la ricostruzione non sarà possibile finché la società rimarrà divisa tra l’affermazione di nuovi valori e la restaurazione ermetica dei valori precedenti. Per evitare la minaccia crescente di una perenne e irrisolvibile guerra culturale, Forest sostiene che è necessario decostruire la decostruzione che ha portato il wokismo a cristallizzarsi, paradossalmente, nelle identità che intendeva decostruire, come la razza e il genere, e che ha generato la virulenta recrudescenza di antichi pregiudizi che ora sono affluiti nella retorica dell’antiwokismo. Non si tratta tanto di costruire un ponte o di conciliare posizioni che sono inconciliabili, ma di creare una terza via, in cui entrambe le posizioni siano ugualmente esposte alla critica[7].

Questa proposta è lodevole e dovrebbe essere presa in seria considerazione. Essa però non risponde al desiderio di appartenenza trasversale alla società che è all’origine di queste proposte identitarie. Una terza via il cui corpus non vada oltre la decostruzione critica e continua di due posizioni estreme non crea un orizzonte per la società nel suo insieme. Avrà la sua utilità terapeutica, ma possiamo dubitare che contribuirà alla costruzione di un futuro condiviso: occorre qualcosa di più.

La riconciliazione

Il momento presente richiede due grandi riconciliazioni: quella tra identità e società; e quella tra un passato condiviso, segnato dall’ingiustizia e dalla cooperazione, e un futuro in cui le identità possano fiorire e alimentarsi a vicenda. La grande crisi del nostro tempo, più che economica, di sicurezza, finanziaria, religiosa o politica, è culturale. Abbiamo difficoltà a intenderci riguardo ai valori comuni e alla buona condotta morale. Le risposte identitarie a questo problema si sono rivelate insufficienti, perché sacrificano la possibilità di un orizzonte comune a favore di interessi particolari. È necessario denunciare le discriminazioni ed è essenziale ascoltare la voce di coloro che sono emarginati. Ma dobbiamo andare oltre le risposte identitarie: dobbiamo recuperare la società come corpo unico e plurale, e questo dovrebbe portarci a guardare alla nostra storia, perché è in risposta alla dispersione che è emersa la civiltà attuale.

La storia dell’Occidente, fatta di luci e ombre, è la storia della ricerca dell’umanità. E ciò che accomuna gli esseri umani è la capacità di riconoscere e desiderare la verità, il bene, la bellezza e la giustizia. Il nostro anelito a questi valori va ben oltre il consenso e le convenzioni sociali, le ideologie, le cause e le religioni. Sia in una visione ispirata alla metafisica sia in una visione ispirata al relativismo morale, questi valori sono come un’intuizione incancellabile alla quale wokismo e antiwokismo non possono sfuggire.

Riconosciamo che una definizione tassativa di questi valori è evasiva. Ma questa difficoltà non deve portarci ad assumere posizioni scettiche o ciniche, o a dare interpretazioni contestualizzate o circostanziali. Nel costruire una società più giusta e inclusiva, dobbiamo denunciare la discriminazione e rifiutare di rispondervi sulla base di categorie identitarie, come il bene di un gruppo. Proteggere un’identità specifica dall’oppressione non dovrebbe essere sinonimo di segmentazione della società. È importante ricordare questo al wokismo e all’antiwokismo.

Fratelli tutti

Una delle proposte più interessanti per rispondere alle sfide del nostro tempo è la cultura dell’incontro proposta da papa Francesco. Nell’enciclica Fratelli tutti viene delineata una tabella di marcia per generare questa cultura, ricordando che in un poliedro la confluenza di tutte le parti non cancella l’originalità di ciascuna di esse. Il Papa ci invita a correre il rischio di andare oltre l’individualismo o la diluizione in un soggetto collettivo uniforme. Chiede che la diversità venga vista come ricchezza e non come minaccia, che si abbia fiducia nella possibilità di raggiungere l’unità in un’armonia pluriforme, che richiederà un dialogo costante. Dobbiamo riconoscere, prontamente e senza ingenuità, che il dialogo comporterà sempre un conflitto, e che tuttavia il discorso non finisce qui, ma si apre a delineare un nuovo orizzonte futuro.

Una sfida da accettare

Nell’epoca in cui viviamo non possiamo cedere alla paura, anche quando essa si maschera da prudenza. Abbiamo bisogno di coraggio, il coraggio di superare noi stessi e di trascendere i nostri interessi. Questa è la sfida che vale la pena accettare, senza temere le diversità e i disaccordi, certi che è attraverso l’incontro, l’ascolto e il dialogo franco che potremo tracciare un cammino verso la pace sociale.

 [1].    Cfr J.-F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Milano, Feltrinelli, 1987.

[2].    Cfr B.-C. Han, La società della stanchezza, Milano, nottetempo, 2020; edizione digitale Kindle, pos. 663.

[3].    Cfr P. Forest, «La querelle du woke», in Études, n. 4307, 2023, 43-54.

[4].    Cfr M. Petrusek, Evangelization and Ideology: How to Understand and Respond to the Political Culture, Park Ridge, Word on Fire Institute, 2023, 317.

[5].    Cfr T. Holland, Dominion: How the Christian Revolution Remade the World, New York, Basic Books, 2023, 531-533.

[6].    Cfr H. Pluckrose – J. Lindsay, Cynical Theories, Durham, Pitchstone, 2020, 259-262.

[7].    Cfr P. Forest, «La querelle du woke», cit., 53.

Civiltà Cattolica

 Immagine: (iStock/Iryna Drozd).