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sabato 14 marzo 2026

IL CIECO NATO

 

 


IV domenica 

di Quaresima

 

– (Gv 5,16-18)-


Quell’uomo su cui Gesù ferma il suo sguardo, giace da sempre nelle tenebre e non sa cosa sia la luce, perché non l’ha mai conosciuta, ma ottiene molto più di una guarigione: Gesù lo fa rinascere a una nuova esistenza, e non a caso ricorre a un gesto ricordato ben quattro volte nel corso del racconto (vv. 6.11.14.15) che rimanda all’atto con cui, secondo la Genesi, Dio ha formato l’uomo. 

Gesù vede la sofferenza, si ferma, non volge lo sguardo altrove, non teme di toccare un uomo dichiarato impuro e reietto dalla società, gli parla, e la sua Parola fa nascere la vita. Il cieco ora diventa un soggetto attivo. È bastato per lui sentirsi toccato dalla misericordia di quell’uomo di nome Gesù, per obbedire alla sua richiesta di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, che significa “inviato”, per indicare che Gesù è un Inviato di Dio.  

Ed ecco che il gesto di Gesù operato col fango sugli occhi del cieco, si completa con l’ascolto obbediente dell’uomo che “tornò che ci vedeva” (v.7). L’ex cieco, infatti, non è sordo, ha ascoltato una Parola che gli ha chiesto di mettersi in cammino, pur incerto sulle sue gambe, pur non comprendendo il perché. Ora ritorna con passo sicuro, è diventato uomo ma non ancora discepolo. Non ha ancora fatto professione di fede, ma in lui troviamo il compimento della profezia di Is 42,16: “Farò camminare i ciechi per una via ad essi sconosciuta, per sentieri ad essi ignoti li farò camminare. Trasformerò dinanzi ad essi le tenebre in luce”. 

Un uomo nuovo ora cammina fra altri uomini e attende di essere accolto, ma non è così facile. La gente stenta a riconoscerlo e, invece di gioire per un fratello risanato, tutti si chiedono “come” sia stata possibile la sua guarigione. Inutilmente l’ex cieco pronuncia le sue prime parole affermando con forza: “Sono proprio io” (v.9). Inizia lo scontro fra la luce e le tenebre, tema molto caro all’evangelista Giovanni, anticipato nel prologo al Vangelo, dove la luce e le tenebre sono in contrapposizione: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta […]

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe” (Gv 1,5; 9-10).  Da questo momento comincia il percorso interiore che porterà l’ex cieco a diventare credente, contro la staticità dei farisei, che dimostrano una crescente ottusità, incapaci di intendere un messaggio che non rientra nel sistema teologico su cui essi basano la loro sicurezza. Iniziano a discutere negando il fatto, si trincerano nella loro verità e infine usano la loro autorità per ingiuriare l’ex cieco e cacciarlo fuori, ovvero scomunicarlo. Non potevano essere messi in discussione né l'identità tra malattia e colpa, né il primato del sabato sull'uomo, né il sospetto di eresia e di minaccia eversiva a carico del Cristo.

Il mondo, in altre parole, forte delle sue certezze precostituite rimane immobile nelle tenebre. Invece la ripetizione da parte del cieco delle fasi della sua guarigione è un cammino di consapevolezza che si sviluppa dinamicamente, giungendo al riconoscimento di Cristo progressivamente: “L’uomo che si chiama Gesù” (vs. 12), “è un profeta” (vs. 17), “questi è da Dio” (vs. 33), “credo Signore” (vs. 38).  Egli sa rispondere in modo argomentato ai suoi inquirenti, tradendo una cultura insospettata per un povero mendicante. Non vuole colpevolizzare i farisei ma semplicemente ridimensionare le loro pretese di giudizio, riconducendole entro i binari del buon senso.

L’ incredulità dei farisei rimane un atteggiamento stabile che oltre che ciechi li rende sordi. Il “non mi avete ascoltato, cosa volete sentire ancora?” (v. 27) rivolto loro dall’ex cieco sottolinea ancora una volta la relazione tra l’ascolto e la vera sapienza del cuore. Il vedere della fede infatti è strettamente legato con la Parola che permette di passare dalle tenebre alla luce.  Ancora una volta, però, il pover’ uomo è abbandonato da tutti. Da tutti, ma non da Gesù, che va alla sua ricerca non appena viene a sapere che il cieco è stato espulso dalla sinagoga. Dio cerca l’uomo fino a quando non lo trova. Adesso può incontrarlo occhi negli occhi e gli può chiedere se è capace di vedere oltre l’uomo che lo ha guarito. Come all’inizio della storia, l’ex cieco si dimostra disponibile all’ascolto della parola di Gesù che gli rivela la sua identità di “Figlio dell’uomo”: “Già lo hai veduto; colui che parla con te è lui” (v.37).

Adesso, proclamando il suo “credo, Signore” la guarigione dell’uomo è completa nella fede, che gli permette di vedere in Gesù la rivelazione di Dio ed essere illuminato dalla sua luce. Non resta che rendere gloria a Dio prostrandosi davanti al Signore. A questo punto la narrazione potrebbe dirsi conclusa. Invece l’evangelista riprende il tema della luce divina e isola la dichiarazione di Gesù con una nuova introduzione: “E Gesù disse:” (v.39). Le sue parole rivolte a chi gli sta vicino, compresi alcuni farisei, non sono di giudizio o di condanna ma un avvertimento a riconsiderare le proprie categorie ermeneutiche, le proprie certezze che sclerotizzano i cuori per mostrare l’effetto di questa luce quando essa viene accolta o viene rifiutata. In base al nostro atteggiamento di fronte al Verbo incarnato, siamo o nelle tenebre o nella luce, e questo fa la differenza, perché accogliere la luce vuol dire essere resi consapevoli di imparare, nel confronto costante con la Parola, a guardare il mondo con gli occhi di Dio e perciò a comportarci come “figli della luce”. Ma se l’uomo è convinto di essere già un vedente, e di non avere quindi bisogno di nessuna luce, rifiuta il dono di Dio e rimane chiuso nelle tenebre. 

L’itinerario del cieco sia, quindi, una guida per il nostro viaggio spirituale, esortati anche da S. Paolo, che ha conosciuto le tenebre e la rinascita nella luce del Cristo Risorto: “Un tempo eravate tenebra ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce” (Ef 5,8). E ancora: “Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre” (Ef 5,11).

Annalisa Greco

Comunità Kairòs

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sabato 7 febbraio 2026

SALE E LUCE

 


VOI SIETE IL SALE DELLA TERRA 

 e 

LA LUCE 

DEL MONDO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli».

Non suonano come un comando queste parole di Gesù, Lui non ci dice di sforzarci di diventare sale e luce della terra, ma che già lo siamo: oggi Gesù ci rivela chi siamo veramente, ci svela una verità già tutta presente dentro di noi.

A loro, a noi, gente così piccola e imperfetta da mescolarsi nell’insignificanza di ogni giorno, Gesù dichiara quel che già siamo: voi siete il sale, voi siete la luce. Quel sale che si scioglie e scompare per dare sapore e quella luce che permette di vedere le cose e il mondo siamo davvero noi. Increduli ascoltiamo queste parole: com’è possibile che, nascosto in noi, ci sia qualcosa capace di dar gusto, di impedire alla vita di andare a male e di corrompersi? E qualcosa che impedisca alla speranza di spegnersi, di illuminare il cammino? Ma sei proprio sicuro, non ti starai sbagliando Gesù? A me sembra invece, troppe volte, di camminare per le strade di un mondo insipido e buio, anzi gelido e che mi porti dentro quello stesso gelo e quello scialbo disgusto delle cose che rende insulso ogni momento.

Eppure, sembra proprio certo Gesù che quella ricchezza sia in noi e che il solo nostro compito sia di lasciarcene attraversare senza sciuparla, senza inaridirla. Lo sento ancora ripetermi «il mondo ha bisogno di te per non perdere sapore, per non restare al buio. Non parlo di qualcuno di speciale, ma di te, così come sei». Non mi chiede gesti eroici o di aggiungere qualcosa che non posseggo, ma mi invita a non sottrarmi, a non nascondere e spegnere quel che in me è vivo. Mi chiede di non contribuire al buio.

Senza aver paura della mia piccolezza: il sale è piccolo, ma basta; e senza temere la mia fragilità: la luce trema, ma illumina. 

Piccole cose, come un pugno di sale e una fiammella cambiano la vita, cambiano il mondo: basta una lampada accesa e gli spigoli diventano visibili, i volti riconoscibili, le strade percorribili; basta un granello di sale e già cambia il sapore del cibo e diventa più buono e appetitoso.

 Il mondo non ha bisogno di eroi rumorosi, ma ha bisogno di gusto, ha bisogno di luce.

 Questo ci affida oggi Gesù, una responsabilità piccola e immensa che sta tutta nelle nostre mani: essere sale quando il mondo ci invita a diventare insipidi, essere luce quando è più comodo spegnersi.

Perché basta così poco.

 Un granello di sale, una lampada accesa.

E il gusto ritorna e il buio arretra.

(Letture: Is 58,7-10; Sal 111; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16.)

www.avvenire.it

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domenica 25 gennaio 2026

IL SIGNORE CI PARLA

 


DOMENICA III

 DEL TEMPO

 ORDINARIO


– 25 Gennaio 2026 


Domenica della Parola

 

 Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23


  Commento di M. Augé B. 

Il simbolismo della luce, che abbiamo già trovato nella domenica precedente nonché nella liturgia natalizia e ritroveremo in quella pasquale, esprime, nella Bibbia, la realtà della salvezza donata dal Signore per mezzo di Cristo. San Matteo, nel brano evangelico d’oggi, racconta gli inizi del ministero pubblico di Gesù che comincia dalla Galilea, dopo l’arresto di Giovanni. Gesù sceglie come punto di partenza della sua predicazione una regione religiosamente sottosviluppata, dove la religione d’Israele era a stretto contatto col paganesimo. Nel secolo VIII a. C. gli abitanti di Galilea erano stati deportati in esilio, “immersi nelle tenebre della schiavitù”. Ricordiamo che uno degli argomenti che verranno portati contro la messianicità di Gesù è appunto questo: “Il Cristo viene forse dalla Galilea?” (Gv 7,41). In questa scelta fatta da Gesù per iniziare l’annuncio del Regno di Dio e l’invito alla conversione, l’evangelista Matteo vede il compimento delle parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “...il popolo che cammina nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. La Galilea, terra di tenebra da dove la predicazione di Gesù inizia a irradiarsi come luce, è il simbolo del buio che avvolge la vita dell’uomo che non è stato illuminato dalla luce del Vangelo di Gesù.

 La lieta novella che Gesù reca all’uomo è un messaggio di liberazione morale e fisica, perché rinnova l’uomo. Gesù predica il vangelo del Regno e guarisce ogni malattia e infermità mettendo l’uomo in grado di individuare e percorrere la strada che lo può realizzare, che è capace di dare senso alla propria vita, come i fratelli Simone e Andrea e Giacomo e Giovanni che, lasciata ogni cosa, seguono Gesù e trovano in lui il senso della loro esistenza. San Matteo sottolinea che i primi discepoli sono fratelli nel sangue per indicare l’effetto della conversione che conduce oltre, verso la fraternità in Cristo, la sola capace di non divenire mai esclusiva, ma comprensiva di ogni uomo. Convertirsi al Regno di Dio significa quindi scoprire anche i profondi rapporti che ci uniscono gli uni gli altri. Fare di Cristo il centro della vita vuol dire spezzare ogni barriera e ogni divisione. Perciò nella comunità di coloro che sono stati illuminati dal Vangelo di Gesù non hanno senso le discordie, le divisioni. È quanto ricorda san Paolo nella seconda lettura quando esorta i fratelli della comunità di Corinto ad essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Se Cristo non può essere diviso, nemmeno la comunità di Cristo, che è vero “corpo di Cristo”, può essere divisa. Le divisioni nella Chiesa sono lacerazioni di Cristo.

 Riassumendo, possiamo affermare che negli inizi della sua predicazione Gesù annuncia la liberazione dall’oppressione in cui si trovano gli uomini che vivono nelle tenebre e nella schiavitù del peccato, perché essi, “illuminati” dalla luce che è Cristo, possano ritrovare il senso della loro esistenza nella comunione e solidarietà reciproca. Questo messaggio trova una sua realizzazione vera e paradigmatica nella partecipazione all’eucaristia, in cui per opera dello Spirito “diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (preghiera eucaristica III).

Pubblicato da M. Augé B. 

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giovedì 25 dicembre 2025

LA LUCE SPLENDE NELLE TENEBRE

 


Mi sento emozionato,

caro Gesù, 


nel farti gli auguri 

di buon compleanno.


In ogni Natale tu sei il festeggiato, ma quante volte noi ci appropriamo della festa... e ti lasciamo nell'angolo di un vago ricordo: senza impegno, senza cuore e senza ospitalità sincera!

Da più di duemila anni, a ogni Natale, noi ci scambiamo gli auguri perché avvertiamo che la tua nascita è anche la nostra nascita: la nascita della speranza, la nascita della vita, la nascita dell'amore, la nascita di Dio nella grotta della nostra povertà.

Però — quanto mi dispiace doverlo riconoscere! — il tuo Natale è minacciato da un falso natale, che prepotentemente ci invade e ci insidia e ci narcotizza fino al punto da non vedere più e non sentire più il richiamo del vero Natale: il tuo Natale!

Ma la gente sa che la Luce sei tu? E se interiormente gli uomini restano al buio, a che serve addobbare la notte con variopinte luminarie? Non è una beffa, o Gesù? Non è un tradimento del Natale?

Tante domande, caro Gesù, si affollano nel mio cuore e diventano un invito forte alla conversione.

E noi cristiani mandiamo luce con la nostra vita? E le famiglie e le parrocchie rassomigliano veramente a Betlemme?

Si vede la stella cometa nei nostri occhi pieni di bontà?

Dalle case e dai luoghi di divertimento in questi giorni escono musiche che vorrebbero essere invito alla gioia. Ma di quale gioia si tratta?

Gli uomini hanno scambiato il piacere con la gioia: quale mistificazione! 

Il piacere è il solletico della carne e, pertanto, sparisce subito e va continuamente e insaziabilmente ripetuto; la gioia, invece, è il fremito dell'anima che giunge a Betlemme e vede Dio e resta affascinata e coinvolta nella festa dell'amore puro.

Sarà questa la nostra gioia? Sarà questo il nostro Natale?

Gesù, come vorrei che fosse così!

Ma c'è un altro pensiero che mi turba e mi fa sentire tanto distante il nostro natale dal tuo Natale. A Natale, o Gesù, tu non hai fatto il cenone e non hai prenotato una stanza in un lussuoso albergo di una rinomata stazione sciistica: tu sei nato povero, tu hai scelto l'umiltà di una grotta e le braccia di Maria («la poverella», amava chiamarla Francesco d'Assisi, un grande esperto del Natale vero!). Come sarebbe bello se a Natale, invece di riempire le case di cose inutili, le svuotassimo per condividere con chi non ha, per fare l’esperienza meravigliosa del dono, per vivere il Natale insieme a te, o Gesù! Questo sarebbe il vero regalo natalizio!

A questo punto io ti auguro ancora con tutto il cuore: buon compleanno, Gesù! Ma ho paura che la tua festa non sia la nostra festa. 

 Card. Angelo Comastri -
da: "La nascita di Gesù", ed. San Paolo
Estratto dal Primo Capitolo, Perché il 25 Dicembre?

 

C'è luce per chiunque voglia vederla.

Natale, più che un giorno, è una luce che illumina tutti i giorni. 

Sappiamo che Gesù non è nato il 25 dicembre: la data esatta della sua nascita non ci è stata tramandata dagli evangelisti. Essi non ebbero la preoccupazione di fissare la notizia di tanti particolari storici, ma di annunciare il fatto e di viverlo e di farlo vivere.

Perché allora è stato scelto il 25 dicembre per ricordare la nascita di Gesù?

Anticamente, nel mese di dicembre, i popoli pagani celebravano la festa del Sole nascente. Infatti, verso la fine di questo mese, le giornate cominciano ad allungarsi e la luce lentamente vince le tenebre.

Gli antichi cristiani dissero: «Noi non celebreremo la festa del dio Sole. Per noi il sole è Cristo e la sua nascita è l'inizio del vero trionfo della luce sulle tenebre».

Così, con una decisione coraggiosa e significativa, il 25 dicembre divenne per i cristiani la festa della nascita di Gesù, la festa della luce che vince le tenebre.

Del resto Zaccaria, parlando della imminente venuta del Messia, aveva detto: «Verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,78-79).

Ognuno di noi possa oggi sentire la verità delle parole di Paul Claudel: «Io so che non la mia notte, ma il giorno è vero».

Sì, il giorno è cominciato e c'è luce per chiunque voglia vederla.

- Don Severino Gallo - 
dall' Omelia di Natale, 25 dicembre 2014 


 

lunedì 15 dicembre 2025

VENIRE ALLA LUCE

 

-        


-di Alessandro D’Avenia

 

Il Pantone Color Institute ha scelto per il 2026 un colore paradossale: il bianco.

Per identificarlo lo ha infatti dovuto rappresentare con una donna che danza tra le nubi: «Cloud Dancer». Non quindi un bianco sparato, ma una tonalità ariosa e pacifica come le nubi dei giorni sereni, che invoca calma in una vita maltrattata da un eccesso di stimoli, paure, rumori, fretta... È ora di dare «una mano di bianco» a quest'anima nostra così usurata. Il bianco inaugura, viene prima del colore, come la biacca sulle tele dei pittori. È indossato da chi ha, almeno negli intenti, purezza e virtù: papi, spose, medici, neonati, cuochi, tennisti (a Wimbledon), defunti (in Oriente) e, nell'antica Roma, ragazzi tra 14 e 18 anni e politici in campagna elettorale, «candidato» era infatti chi indossava una veste bianca (candida) in segno di onestà. 

 Un rumore si dice bianco perché contiene tutte le frequenze, smorza gli altri rumori e calma anima e corpo. Sul ponte purtroppo non sventola la bandiera bianca, in compenso prenotiamo le settimane bianche. Notti e balene se sono bianche diventano memorabili. Diciamo bianco il vino che in realtà non lo è, ma il rosso e il bianco, sangue e latte, sono i colori della vita e per questo i primi a esser nominati in quasi tutte le culture. Mettere nero su bianco è chiarezza, avere carta bianca è libertà. E bianco è il Natale anche perché la luce torna a prevalere sul buio. Bianco viene infatti da una radice antica per «splendore». E noi, splendiamo? 

 Bianca è la luce dei fotoni che in 8 minuti dal Sole incontra le cose terrestri, colorandosi delle frequenze che ciascuna riflette (il colore di una cosa è proprio quello che essa restituisce alla luce, una specie di grazie che ognuna pronuncia apparendo), quindi un oggetto è bianco quando riflette quasi tutta la luce che lo investe, non trattiene nulla, come le nubi, la neve, il latte, i cigni, le ninfee e la Luna che infatti catturano artisti e bambini. L'esperienza del bianco è esperienza radicale, del venire alla luce e quindi del venire alla vita. 

 Qualche giorno fa mentre passeggiavo in una tersa notte stellata stesa su maestose montagne innevate, la Luna, che gli antichi chiamavano Selene, cioè la Splendente, piena per l'ultima volta nell'anno, faceva brillare la neve in un crescendo di quel bianco che per Kandinsky colpisce gli uomini come un grande assoluto. Nel cielo danzava in bianca coreografia anche Orione, costellazione invernale, visibile da quasi ogni punto della Terra e nota, con miti diversi, a quasi tutti i popoli della Storia. Per i Greci antichi era il coraggioso Cacciatore che sfida il Toro o lo Scorpione, costellazioni a cui contende la volta celeste. 

 Sotto un cielo così è difficile avere pensieri cattivi, e forse per questo le città di notte sono spesso malvagie o tristi, perché ci rubano il bianco di Luna e stelle, bianco che risveglia in noi il desiderio (distanza de- dalle stelle -sidera) di vita, spazio vuoto che chiede pienezza, mancanza non assenza. Lo sapeva il presidente della Repubblica CecaVáclav Havel, che nel 2002 firmò una legge per proteggere il cielo stellato, imponendo limiti alla luce artificiale emessa verso l'alto. 

Per Havel, che era un artista, la politica era un potenziamento della libertà dei cittadini, e quindi della loro ricerca di senso che sempre comincia dalla bellezza: senza cielo stellato è impossibile avere un'anima, sentire la gratuità della vita, come il giovane Werther di Goethe che tentenna di fronte al suicidio perché non vuole perdere lo spettacolo delle stelle. 

 «Fill in the blanks» (riempi gli spazi) mi chiedevano gli esercizi scolastici d'inglese, e in quella lingua infatti la radice di «bianco» ha dato la parola «blank», un vuoto da riempire. Bianco è lo spazio in cui la vita chiede compiutezza, attesa di colori. L'esperienza del bianco è questa: io non mi basto, e non bastarsi è l'origine di ogni ricerca e quindi di ogni compimento, difficile da accettare in una cultura del «pienessere», dal tempo (ri-)pieno di bambini derubati dell'immaginazione che cresce solo nel vuoto, all'ego di adulti pieni di sé e quindi vuoti d'amore. 

 Chi è pieno non crea altra vita, la consuma o si consuma. Un paradosso che Cristo delinea in una di quelle sue pazze definizioni di felicità: «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati», perché può essere felice solo chi cerca la verità (giustizia ne è sinonimo nella lingua evangelica) e trasforma il desiderio in azione creativa. Crea chi sa stare nel vuoto, nel bianco, come lo scrittore nella pagina, il pittore nella tela, il musico nel silenzio, l'innamorato nella distanza, lo scienziato nell'ignoto, l'uomo nella preghiera... La vita è già in noi, come lo sono i colori nella luce, ma come i colori emergono quando la luce incontra un limite, così la vita si colora grazie ai nostri limiti, intesi come ciò che ci rende unici. 

 L'odierna fortuna dell'armocromia tradisce un profondo bisogno spirituale: rivogliamo i nostri colori in un quotidiano spesso grigio e uniforme in cui non c'è spazio per diventare chi siamo ma solo chi ci dicono o obbligano ad essere. 

 Il bianco ce lo chiede con la sua luce: «Ricomincia, prepara i colori». È il colore del desiderio, che è quella inesauribile mancanza che ci rende incapaci di accontentarci di niente che non sia «per sempre», cioè infinito, e ci spinge quindi a cercare e creare sempre il nuovo: «ancora» è l'avverbio del desiderio. 

 Desideriamo senza poter esaurire il desiderio, perché il desiderio non è di qualcosa di preciso, perché è l'energia stessa che ci rende vivi, ci spinge a mettere vita nella vita, a diventare vivi. 

Agostino per questo diceva che vivere è esercizio del desiderio: «C’è una preghiera interiore che non conosce interruzione, ed è il desiderio. Se non vuoi interrompere la preghiera, non smettere mai di desiderare. Continuo è il tuo desiderio, e continua sarà la tua voce... non sempre esso giunge alle orecchie degli uomini, ma non resta mai lontano dalle orecchie di Dio». 

 Perché il bianco del 2026 non resti una metafora, una trovata pubblicitaria, un colore da indossare e basta, usiamolo come colore dell'anima. Il Natale è allora l'occasione per riscoprire che cosa ci impedisce di venire alla luce e quindi alla vita, per questo è bianco, non per la neve e le luci artificiali, che sono solo metafore mondane della verità, ma perché illumina, anche con dolore, gli angoli bui della nostra vita: disamore, paure, fallimenti, tristezze, rabbia, fatiche, inquietudine, ferite, tradimenti, delusioni... Ma è proprio grazie a questo buio che può brillare la vita che noi da soli non ci siamo dati e non possiamo darci, ed è questa Vita che è luce invincibile che festeggiamo: «In lui è la vita e la vita è la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1).

 Corriere della Sera

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lunedì 16 dicembre 2024

LA LUCE CI ATTENDE


 Anche se a volte

 sembra non riuscirci, 

la luce vince sempre 

sul buio

 

Al di là delle inquietudini e dei problemi più o meno grandi che possiamo incontrare, chi ha fede crede che ad attenderlo ci sia un futuro di luce.

Questo non significa prendere sottogamba le difficoltà ma viverle senza farsene schiacciare, con la leggerezza e la sapienza di chi è "nel" mondo senza essere "del" mondo.

Belle parole si dirà, che però non tengono conto delle urgenze quotidiane, che sembrano dimenticare quanto dolore possa serbare in sé la nostra esistenza, specie quand’è appesantita dal dolore di un tradimento, dalla sofferenza di una malattia, dall’angoscia per la scomparsa di una persona cara.

Non si tratta naturalmente di un invito all’indifferenza, il Signore ci insegna anzi ad affrontare i problemi senza trascurarne nessuno, facendolo però nel modo giusto, cominciando dal confidare nella forza della preghiera.

Come testimonia Joseph Folliet (1903-1972) sacerdote, giornalista ed educatore francese che ci aiuta a riflettere su cosa troveremo al termine del nostro cammino.




«Io credo, Signore,
che al termine del cammino
non c'è ancora da camminare
ma la fine del pellegrinaggio.


Credo, Signore,
che alla fine della notte
non c'è più notte
ma l'aurora.


Credo, Signore,
che alla fine dell'inverno
non c'è più inverno
ma la primavera.


Credo, Signore,
che dopo la disperazione
non c'è ancora disperazione
ma la speranza.


Credo, Signore,
che al termine dell'attesa
non c'è ancora attesa
ma l'incontro.


Credo, Signore,
che dopo la morte
non c'è ancora morte
ma la vita».

Amen

 


mercoledì 17 aprile 2024

UN SAPERE CHE ILLUMINA


AL DI LA’ DELLA BUROCRAZIA

 E DELLA RIPETIZIONE

 

-         di Massimo Recalcati

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L’annuale riapertura delle scuole, che avverrà il prossimo settembre, appartiene ad un rituale sociale di cui tendiamo ad ignorare l'importanza assimilandolo a un fenomeno della natura come fosse il ciclo inesorabile delle stagioni. A rafforzare questa assimilazione è la dimensione della Scuola come un dispositivo burocratico sempre più lontano dalla vita vera. Le norme grigie che strutturano il tempo scolastico (calendari, riunioni, programmi, valutazioni, ecc.) favoriscono la sua rappresentazione come una istituzione condannata a una ripetizione senza sorpresa. 

Un peso al collo o una condanna nel vissuto di molti studenti.

Una incombenza necessaria in quello di molti insegnanti. Il processo di istituzionalizzazione della Scuola tende infatti a consumare anche i migliori.  È quella che ho definito altrove l'anima grigia dei dossier, il feticismo del numero, l'assillo della quantificazione. Il suo prodotto è sotto gli occhi di tutti. Dal lato degli allievi e degli insegnanti troviamo egualmente apatia, delusione, noia, frustrazione. A conferma che il sapere scolastico è un sapere separato dal mondo reale, un cumulo di informazioni astratte, fine a se stesse, una passione triste. Questa riduzione del sapere a un sapere morto scoraggia l'entusiasmo dell'apprendimento e ribadisce la sua separazione dalla vita.

Apprendere, perché?

A cosa serve apprendere, studiare, sapere se poi l'impatto con la vita ne rivelerebbe fatalmente l'inutilità? La formazione scolastica sarebbe allora una perdita di tempo, un ritardare inutilmente l'inizio dell'attività lavorativa, come sostengono anche noti imprenditori del nostro paese?  Dovremmo sempre, oggi più che mai, contro discorsi simili, ricordare la centralità della scuola non tanto come luogo di accumulo di informazioni, ma come luogo insostituibile di formazione. L'esperienza della Scuola non è solo esperienza di una routine mortifera, ma anche della luce del sapere: il sapere non è un libro morto, ma un libro vivo, non è una passione triste ma una passione erotica.

Testimoni di luce

Ma questa luce deve essere testimoniata da chi insegna. Il che dovrebbe significare che non c'è separazione tra gli effetti educativi di una formazione e quelli cognitivi di una istruzione, che educazione e istruzione, nella pratica didattica, sono due facce della stessa medaglia.  Mentre il discorso cinico contemporaneo sostiene che la vera vita sia fuori dalla Scuola, che essa non abbia alcun rapporto con il sapere, il lavoro dell'insegnante dovrebbe essere quello di mantenere il sapere strettamente legato alla vita. Perché, come ricordava Wittgenstein, sono i limiti del mio linguaggio a significare i limiti del mio mondo. Dunque, più il desiderio di sapere si irrobustisce, acquista forza, energia, slancio, più l'apertura del nostro mondo si allarga. Tuttavia, garantire questa testimonianza non è una impresa facile. Come si resiste all'usura della ripetizione che inevitabilmente ogni insegnamento scolastico porta con sé? Come si fronteggia il processo di istituzionalizzazione in modo tale che il sapere trasmesso resti un sapere vivo e non morto? Problema reso ancora più complicato dal fatto che le nuove generazioni tendono ad allontanarsi dalla pratica della lettura e dallo sforzo che comporta uno studio sistematico.

Erosione del desiderio

La distrazione non è solo una qualità psicologica sempre più diffusa tra gli allievi, ma una tendenza più generale che esprime una cifra di fondo del nostro tempo. Distrarsi è l'effetto di una erosione del desiderio che impedisce di restare prossimi alla cosa. In certi casi la distrazione può essere una difesa da un sapere che viene proposto senza alcun desiderio. In quel caso è una legittima difesa. Ma non può distrarsi chi suona un brano musicale o chi studia un libro di matematica. Non può distrarsi chi spiega le strutture grammaticali di una lingua o la deriva dei continenti. L'esperienza della luce richiede sempre dedizione, cura, attenzione. È quella che molti hanno avuto la fortuna di incontrare nei propri maestri. Diversamente, la distrazione svia da ogni possibile cura. Significa passare da una cosa all'altra svuotandole in egual misura di valore. È la dimensione anti-epistemica della curiosità senza spessore che oggi spopola sui social. Ma la distrazione non deve essere vista semplicemente come un atteggiamento soggettivo colpevolmente svagato, ma come l'effetto dell'inclinazione iperattiva di fondo del nostro tempo.

Riflettere, non consumare

Consumare le informazioni senza dedicare tempo alla riflessione, distruggere la possibilità dell'esperienza attraverso il moltiplicarsi delle impressioni. Ecco la testimonianza difficile a cui sono tenuti i nostri insegnanti. Dare prova di una concentrazione che non sia una forma ottusa del rigore, ma una cura. Essere concentrati sulla propria pratica è, del resto, la sola salvezza possibile per non cadere in una ripetizione scolastica del sapere che stroncherebbe anche gli spiriti più nobili. È la solitudine inevitabile che accompagna ogni insegnante: restare concentrati sul proprio lavoro, restare prossimi alla cosa, non lasciarsi distrarre dai rumori del mondo.

 

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sabato 4 marzo 2023

VERITA' E' LA FIORITURA DELL'ESSERE

-  II Domenica di Quaresima

- (Letture: Genesi 12, 1-4; Salmo 32; 2 Timoteo 1,8-10; Matteo 17, 1-9)

 -  "In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui (...)"

 - Commento di p. Ermes Ronchi

La Quaresima, quel tempo che diresti sotto il segno della penitenza, ci spiazza subito con un Vangelo pieno di sole e di luce. Dai 40 giorni del deserto di sabbia, al monte della trasfigurazione; dall’arsura gialla, ai volti vestiti di sole. La Quaresima ha il passo delle stagioni, inizia in inverno e termina in primavera, quando la vita intera mostra la sua verità profonda, che un poeta esprime così: «Tu sei per me ciò ch’è la primavera per i fiori» (G. Centore). «Verità è la fioritura dell’essere» (R. Guardini). «Il Regno dei cieli verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (G. Vannucci). 

Il percorso della realtà è come quello dello spirito: un crescere della vita. Gesù prende con sé i tre discepoli più attenti, chiama di nuovo i primi chiamati, e li conduce sopra un alto monte, in disparte. Geografia santa: li conduce in alto, là dove la terra s’innalza nella luce, dove l’azzurro trascolora dolcemente nella neve, dove nascono le acque che fecondano la terra. «E si trasfigurò davanti ai loro occhi». 

Nessun dettaglio è riferito se non quello delle vesti di Gesù diventate splendenti. La luce è così eccessiva che non si limita al corpo, ma dilaga verso l’esterno, cattura la materia degli abiti e la trasfigura. Le vesti e il volto di Gesù sono la scrittura, anzi la calligrafia del cuore. L’entusiasmo di Pietro, quella esclamazione stupita: che bello qui! Ci fanno capire che la fede per essere pane, per essere vigorosa, deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un «che bello»​gridato a pieno cuore. 

Il compito più urgente dei cristiani è ridipingere l’icona di Dio: sentire e raccontare un Dio luminoso, solare, ricco non di troni e di poteri, ma il cui tabernacolo più vero è la luminosità di un volto; un Dio finalmente bello, come sul Tabor. Ma a noi non interessa un Dio che illumini solo se stesso e non illumini l’uomo, «non ci interessa un divino che non faccia fiorire l’umano. Un Dio cui non corrisponda la fioritura dell’umano, il rigoglio della vita, non merita che a Lui ci dedichiamo» (D. Bonhoeffer). 

Come Pietro, siamo tutti mendicanti di luce. Vogliamo vedere il mondo in altra luce, venire davvero alla luce, perché noi nasciamo a metà, e tutta la vita ci serve per nascere del tutto. Viene una nube, e dalla nube una Voce, che indica il primo passo: ascoltate lui! Il Dio che non ha volto ha invece una voce. Gesù è la Voce diventata Volto e corpo. Il suo occhi e le sue mani sono il visibile parlare di Dio.

 Come il Signore Gesù abbiamo dentro non un cuore di tenebra ma un seme di luce. La via cristiana altro non è che la fatica gioiosa di liberare tutta la luce e la bellezza seminate in noi.

 

www.avvenire.it

 

sabato 4 febbraio 2023

LUCE E SALE

- Vangelo  Mt 5, 13-1

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

 Commento di don Franco Scamorcin

Gesù parlando ai suoi discepoli usa due immagini stupende e significative: “Voi siete luce” “Voi siete sale”

Voi siete luce del mondo…la luce ha una molteplicità di funzioni:  la luce è vita, (es. venire alla luce=nascere), vedere la luce = capire, comprendere, sapere; la luce e il calore della luce guarisce e rimargina le ferite,  la luce fa vedere gli oggetti, la luce ci fa vedere la strada da percorrere, fa vedere i colori (altrimenti vedremmo tutto grigio); la luce è calore… non solo colore, ma anche calore; la Luce è immagine di Dio… Gesù è la luce vera…

Fuori dalla metafora: la comunità cristiana, la Chiesa di Gesù è vita e dà la vita ai suoi figli nel Battesimo, fa vedere la verità che è Cristo;    la comunità è calore di persone che si amano e si aiutano; la comunità ti aiuta e ti educa a crescere  nella verità, nel bene;  la comunità è famiglia nel servizio;        la comunità cristiana è custode dei  Sacramenti; la comunità Chiesa ci fa conoscere  e incontrare Cristo.

Voi siete sale della terra… il sale dà sapore, il sale conserva i cibi,  il sale è solidarietà e dialogo. Ad esempio,  mangiare il sale insieme era segno di            un accordo preso tra due contraenti.

Fuori di metafora: la comunità con la Parola di Dio dà sapore alla vita,   aiuta a comprendere il senso della vita,  del dolore, dà  senso a quanto viviamo; la comunità conserva la verità di Dio, conserva e porta i Sacramenti, conserva e porta  il bene,   impedisce che il male, la corruzione, ecc… abbiano il sopravvento;  nella comunità si può trovare un dialogo di  pace e di perdono.

Conclusione: Sia la luce che il sale hanno una caratteristica comune strana: non si devono notare. Sia la luce che il sale non possono essere concentrati in un unico posto, devono amalgamarsi con l’ambiente, con la pasta (nel caso del sale), se sono concentrati: si rischia di avere una luce laser pericolosa o un blocco di sale che ti rovina il palato e la pasta insipida.

Sia il sale che la luce devono essere presenti nella  società, affinché portino i benefici sperati, ma senza farsi notare. Ad esempio, la luce diffusa  è quella che gradiamo di più…

Sappiamo essere luce e sale in qualsiasi luogo noi operiamo, con umiltà e con generoso impegno.



lunedì 15 agosto 2022

RIAPRIRE VITA E SPERANZA

 “Zuppi: riaprire

 ora vita e speranza.

Disincanto, valori 

e scelte forti”

- Card. Matteo Zuppi *

Nel cuore del mese di agosto, in quasi tutti i paesi e le città del nostro Paese, si celebra la festa dell’assunzione di Maria al cielo.

Un mistero che ci dice qual è la nostra destinazione: ossia essere assunti con il nostro corpo risorto nel cielo di Dio.

Maria, la prima che ha creduto alla Parola del Signore, è la prima a entrare nel cielo di Dio con il suo corpo.

Questa festa è celebrata da tutti i cristiani di tutte le confessioni, ovunque nel mondo. In Occidente la chiamiamo, appunto, Assunzione.

In Oriente l’iconografia la trasmette con l’icona della "Dormizione": gli apostoli circondano in preghiera la madre di Gesù "addormentata" nel suo letto di morte (la morte dei credenti non è mai da sola, ma sempre circondata dalle presenze degli amici di Gesù).

Gesù è raffigurato sopra di lei e tiene tra le sue mani una piccola Maria - quasi "bambina". Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli.

Per tanti anni l’ho contemplata nel mosaico absidale della Basilica di Santa Maria in Trastevere.

Ed è bello che la prima persona che transita direttamente al cielo di Dio, anima e corpo, sia l’anziana madre di Gesù: lei che ha inaugurato la storia della nostra fede e ospitato il Figlio del nostro riscatto, entra per prima, con un corpo risorto, nella pienezza del Regno.

Il corpo risorto vuol dire che non perderemo la sensibilità umana: al contrario, essa diventerà così pura, così profonda, così fine, da renderci capaci di intercettare direttamente la sensibilità di Dio per tutto il creato e per tutte le creature, dalle più piccole alle più emozionanti che abitano l’eterna fantasia dell’amore di Dio che genera e ispira da sempre i ritmi e i riti della vita che ha creato.

E Maria è il simbolo reale del legame profondo della generazione e dell’ispirazione divina della vita con l’origine e la destinazione.

In Gesù risorto questo legame irrevocabile abita per sempre l’intimità divina da cui proviene e la condizione umana nella quale si irradia.

L’intera storia dell’uomo e quella dell’umanità, lungi dall’essere abbandonata al suo destino mortale, vi appare destinata al riscatto di ogni abbandono che la umilia, la ferisce, la perde: nell’anima e nel corpo.

La cultura moderna ci ha resi gelosi della nostra libertà di vivere: e persino di morire. Ma siamo anche diventati molto rassegnati al corto respiro del nostro modo di godere la vita.

Possiamo chiamarlo disincanto, per dare un tono molto adulto e molto razionale a questo pensiero. 

Di fatto, da quando abbiamo abbassato il cielo dei nostri desideri restringendolo all’orizzonte del nostro io, anche la terra ci sembra più avara di vere soddisfazioni e di autentici entusiasmi.

A ragione si parla di passioni tristi. Non sappiamo più stupirci del tanto che pure abbiamo e scoprire l’incanto che è ogni persona che nasconde il riflesso di Dio.

Ci affanniamo giustamente ad aggiustare la società e l’habitat per tanti individui, ma non crediamo più nella comunità e nel mondo che dovrebbero ospitare la fraternità di cui abbiamo bisogno e alla quale apparteniamo.

Dobbiamo chiederci se per caso non ci stiamo rassegnando a essere una sorta di colonia di insetti, certo, evoluti e ingegnosi.

La società che stiamo costruendo rischia di avere paura della vita e diffidare della speranza. Scopriamo di avere politiche da amministrazione di condominio, aspettative di vita giovanilistiche, distanze umilianti e in crescita: fra ricchi e poveri, uomini e donne, vecchi e bambini, mediatici e anonimi, onesti e furbi.

Nello spaesamento dell’incertezza, cresce il fascino della chiusura in spazi ristretti e orizzonti chiusi e angusti.

L’autoreferenzialità porta a ripiegarci su noi stessi e contagia le persone, i popoli e le culture, anche noi credenti: non di rado appariamo senza idee, senza parole, senza azioni che riaprano i cuori al senso della destinazione dell’esistenza nostra e del mondo.

Come Maria troviamo forza facendo nostra la visione di Dio che si fa uomo per iniziare il suo Regno di amore, che sarà di tutto il popolo.

La rassegnazione a un mondo ingiusto non è l’effetto – che ora diventa particolarmente visibile – di una certa depressione escatologica che affligge lo stesso cristianesimo?

Il mistero dell’Assunta ci ri-apre al cielo della nostra destinazione. Mercoledì scorso il Papa, riferendosi proprio alla nostra destinazione finale, ha affermato con efficacia: «Il meglio deve ancora venire».

Il cielo – che pure pensiamo pieno di santi rimane forse povero di Vita. E quindi poco attrattivo.

Gesù quando parla del Regno lo descrive come un pranzo di nozze, una festa con gli amici, il lavoro che rende perfetta la casa, le sorprese che rendono il raccolto più ricco della semina.

Tutto ciò lo iniziamo già sulla terra. Con il "sì" di Maria a divenire la madre del Figlio.

Con il nostro sì a farlo nascere e crescere in noi. Il Signore è «nato da Donna», scrive l’Apostolo.

Come ogni essere umano: certo, la sua destinazione è il grembo di Dio; ma il rispetto per la qualità spirituale del grembo che l’ha portato da Dio a noi è la discriminante della qualità umana della nostra esistenza.

La donna comunica al corpo umano la sua sensibilità spirituale, fin dal concepimento, fin dalla gestazione. La donna che diventa madre non è una donna violata, consumata, di seconda scelta.

La maternità deve apparire – ed essere trattata – come un valore aggiunto dell’autodeterminazione femminile, non come un uso e un abuso che le fa perdere valore.

La società civile, la politica e tutta la comunità cristiana debbono impegnarsi a riconoscere il prestigio della maternità e il valore che la natalità rappresenta per i nostri tempi e per il Paese di cui siamo cittadini e cittadine.

L’Assunta è Vergine e Madre, senza pregiudizio di entrambe. Il riscatto dall’attuale depressione escatologica della vita cristiana (e dell’umano che ci è comune) incomincia forse proprio da qui: da una madre che, proprio perché umile, ha saputo dire di sé: «grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».

Il nostro Paese – il mondo – ha sempre più bisogno di grandi visioni e di uomini e donne umili che se ne lasciano appassionare e non hanno paura di donare la vita per trovarla.

*Presidente CEI