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sabato 28 giugno 2025

KOINONIA

 


La festa degli apostoli Pietro e Paolo ci ricorda che la Chiesa è un mistero di comunione.




At 12,1-11; Sal 33; 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

 La Chiesa celebra e onora assieme nello stesso giorno i due santi apostoli Pietro e Paolo, che “Dio ha voluto unire in gioiosa fraternità” (prefazio della messa). Due personaggi molto diversi, ma ambedue spinti dallo stesso amore per Cristo e la sua Chiesa. Secondo sant’Agostino, il loro martirio è segno di unità della Chiesa: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli” (Discorso letto nell’Ufficio delle letture). In questo giorno celebriamo il mistero della Chiesa, fondata sul sangue e sull’insegnamento degli apostoli (cf. l’orazione colletta).

 La prima lettura racconta che re Erode fece mettere in prigione Pietro per poi ucciderlo appena passata la Pasqua. Ma Dio lo liberò prodigiosamente in virtù della preghiera incessante della comunità di Gerusalemme. Nella seconda lettura, Paolo, ormai al tramonto, fa il bilancio della sua vita e anche lui, nonostante le difficoltà trovate e le prove subite nell’adempimento della sua missione apostolica, dichiara che il Signore gli è stato vicino e, guardando al futuro, conclude: “il Signore mi libererà da ogni male…” Perciò nel salmo responsoriale proclamiamo: “Il Signore mi ha liberato da ogni paura”. Il vangelo riporta la confessione di fede che Pietro fa a nome di tutti gli apostoli: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e la risposta di Gesù: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…” Il prefazio fa riferimento a questo passaggio quando dice che “Pietro per primo confessò la fede nel Cristo”, ma subito dopo aggiunge: “Paolo illuminò le profondità del mistero”. La fede di Pietro è illuminata dal mirabile magistero di Paolo. Pietro e Paolo sono le colonne della Tradizione cristiana. Pietro, la roccia sulla quale Cristo ha fondato la sua Chiesa; Paolo, “il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti” (prefazio).

 Oltre al prefazio anche le orazioni della messa delineano il significato ecclesiologico dei due apostoli. Il prefazio afferma che i santi Pietro e Paolo “in modi diversi hanno radunato l’unica famiglia di Cristo”. E l’orazione dopo la comunione contempla questa unica Chiesa alla luce delle note che hanno caratterizzato l’ideale della primitiva Chiesa gerosolimitana: perseveranza nella frazione del pane, nella dottrina degli apostoli, per formare nel vincolo della carità un cuor solo e un’anima sola. Il testo fa riferimento a At 2,42 (e paralleli), che descrive la vita della comunità primitiva come comunione fraterna o koinonia, termine greco che definisce la comunione di fede con Dio o con Cristo e l’unione profonda tra i credenti che si esprime e si attua nella fede comune, nell’esperienza eucaristica e nella condivisione spontanea dei beni. Questa comunione dei beni esprime tuttavia una realtà più profonda: la comunione dei cuori e delle anime. L’immagine della comunità delle origini sarà in seguito per la Chiesa di tutti i tempi l’ideale a cui tendere.        

La festa degli apostoli Pietro e Paolo ci ricorda che la Chiesa è un mistero di comunione. Possiamo quindi affermare che la missione primaria della Chiesa è quella di essere segno di comunione nel mondo. Il cristiano deve avere un cuore grande, sgombro di pregiudizi, un cuore pulito e trasparente, pronto all’incontro e al servizio.

 

Pubblicato da M. Augé B. 

Etichette: Omelie

 

 

PIETRO E PAOLO


Il magistero dei Papi sui santi Pietro e Paolo, fondamento della Chiesa di Roma

Il 29 giugno è la festa dei due apostoli fratelli nel martirio. A Pietro, un pescatore di Galilea, Gesù dice: "Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa”. Paolo, un tempo nemico e persecutore dei cristiani, diventa testimone di Cristo. Ripercorriamo, attraverso alcune riflessioni dei Pontefici, il legame di questi due principi della fede con Roma

-         - di Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Il 29 giugno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Leone XIV presiederà, nella Basilica di San Pietro, la celebrazione eucaristica, benedirà i Palli e li imporrà ai nuovi arcivescovi metropoliti. In questa festa si riflette la storia della Chiesa di Roma, fondata sul martirio di Pietro e Paolo. Nelle riflessioni dei Pontefici su questi testimoni della fede, rigenerati dall’incontro con Cristo, emerge innanzitutto un orizzonte: i due apostoli, patroni di Roma, sono un esempio di unità nella diversità. Pietro, un semplice pescatore, ha vissuto nella sequela del Signore. Paolo, un colto fariseo, ha annunciato il Vangelo.

Pietro e Paolo, testimoni di vita nuova

Due uomini molto diversi ma uniti da un incontro

Pio XII: fede di Roma sigillata con il sangue di Pietro e Paolo

Pietro e Paolo, percorrendo strade diverse, hanno abbracciato e testimoniato la fede in Gesù. A questa fratellanza sono dedicate le parole di Pio XII nel radiomessaggio del 29 giugno del 1941:

Pio XII: la Roma dei Cesari fu battezzata Roma di Cristo

In questa solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il vostro devoto pensiero e affetto, diletti figli della Chiesa cattolica universa, si rivolge a Roma con la strofa trionfale: O Roma felix quae duorum Principum es consecrata glorioso sanguine! ‘O Roma felice, che sei stata consacrata dal sangue glorioso di questi due Principi!’. Ma la felicità di Roma, che è felicità di sangue e di fede, è pure la vostra; perché la fede di Roma, qui sigillata sulla destra e sulla sinistra sponda del Tevere col sangue dei principi degli apostoli, è la fede che fu annunziata a voi, che si annunzia e si annunzierà nell’universo mondo. Voi esultate nel pensiero e nel saluto di Roma, perché sentite in voi il balzo della universale romanità della vostra fede. Da diciannove secoli nel sangue glorioso del primo Vicario di Cristo e del Dottore delle genti la Roma dei Cesari fu battezzata Roma di Cristo, ad eterno segnale del principato indefettibile della sacra autorità e dell’infallibile Magistero della fede della Chiesa; e in quel sangue si scrissero le prime pagine di una nuova magnifica storia delle sacre lotte e vittorie di Roma.

Giovanni XXIII: Pietro e Paolo hanno fatto splendere il Vangelo

Roma, Pietro e Paolo. È in questo trittico che si collocano le parole pronunciate nell’omelia da Giovanni XXIII il 29 giugno del 1961. Con la testimonianza dei due apostoli, sottolinea Papa Roncalli, l’Urbe è “diventata discepola della verità”.

San Pietro e San Paolo sono venerati dappertutto nel mondo per la più alta dignità del loro compito quale si è manifestato nel disegno di Cristo. Di fatto, San Leone Magno dice che i due Apostoli Pietro e Paolo, araldi precipui del Vangelo, sono giustamente oggetto di culto straordinario in quest'Urbe gloriosa, centro della cristianità, per aver consumato qui il loro sacrificio, e segnato per ciò da Roma l'inizio della loro universale esaltazione. Che belle parole per questa loro festa, in die martyrii laetitiae principatus. ‘Questi sono in verità i grandi personaggi che hanno fatto splendere innanzi a te, o Roma, il Vangelo di Cristo; e da maestra che tu eri di errore, sei divenuta discepola della verità‘.

Paolo VI e la bellezza morale di Roma

“Roma, se vuole essere beata, deve essere fedele a se stessa, per la sua formazione religiosa, per la sua coscienza cattolica, cioè universale, per la sua dignità morale”. Papa Paolo VI all’Angelus del 29 giugno 1972, intreccia come i suoi predecessori le figure dei due apostoli con la storia di Roma.

Paolo VI: Pietro e Paolo sono le prime colonne della cristianità

Pietro e Paolo, che possiamo dire le prime colonne fondamentali della cristianità, hanno dato a Roma la testimonianza del loro ministero apostolico e del loro martirio; un impegno perenne ne deriva ai Romani d’ogni secolo, e più che mai a quelli del nostro, di conservare all’Urbe il suo volto spirituale, nella fede e nel costume specialmente, e di qualificare cristianamente la sua caratteristica fisionomia, non profanata dalle bassezze, che oggi il decadente agnosticismo etico rende pur troppo tanto facili e comuni. A chi tocca difendere la bellezza morale di Roma? A noi Romani, a noi cristiani specialmente, facendo del culto dei due grandi apostoli, oggi commemorati, lo scudo nobile di difesa e la sorgente di autentica consapevolezza civile e religiosa del suo immortale decoro.

Giovanni Paolo II: la vita di Pietro e Paolo permane in Dio

La vita degli apostoli Pietro e Paolo è al centro dell’Angelus, il 29 giugno del 1986, di Giovanni Paolo II. Una vita straordinaria “per la potenza dello Spirito Santo”:

Giovanni Paolo II: Pietro e Paolo nella memoria della Chiesa

Questa vita - la vita di ognuno di loro - è stata tanto straordinaria per il rapporto con Cristo, che li chiamò alla sua sequela. Chiamò Simone, figlio di Giona, che fu pescatore in Galilea, e gli diede il nome di Pietro, cioè “pietra”. Chiamò pure Saulo di Tarso, che fu persecutore dei cristiani, e fece di lui l’apostolo delle genti, “strumento eletto” (At 9, 15). La vita di tutti e due è così straordinaria per la potenza dello Spirito Santo, che ha permesso loro di dare testimonianza a Cristo crocifisso e risorto: “Egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza” (Gv 15, 26-27). La morte che l’uno e l’altro hanno subìto a Roma ai tempi di Nerone fu l’ultima parola di questa testimonianza. Decise della sua definitiva pienezza. Proprio per questa morte come martiri la loro vita permane in modo particolare nella memoria della Chiesa. Essa permane soprattutto in Dio che “non è il Dio dei morti ma dei viventi” (Mt 22, 32); in Dio in cui “tutto vive”.

Benedetto XVI e l’atto di nascita della Chiesa di Roma

La morte genera vita. È a questo fondamento dell’amore cristiano che Benedetto XVI lega la propria riflessione dell’Angelus del 29 giugno 2006. Pietro e Paolo, apostoli di Cristo, sono “colonne e fondamento della città di Dio".

Benedetto XVI: sangue fuso quasi in un'unica testimonianza

Il loro martirio viene considerato come il vero e proprio atto di nascita della Chiesa di Roma. I due Apostoli resero la loro testimonianza suprema a poca distanza di tempo e di spazio l'uno dall'altro: qui, a Roma, fu crocifisso san Pietro e successivamente venne decapitato san Paolo. Il loro sangue si fuse così quasi in un'unica testimonianza a Cristo, che spinse sant'Ireneo, Vescovo di Lione, a metà del secondo secolo, a parlare della "Chiesa fondata e costituita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo" (Contro le eresie 3, 3, 2). Poco tempo dopo, dall'Africa settentrionale, Tertulliano esclamava: "Questa Chiesa di Roma, quanto è beata! Furono gli Apostoli stessi a versare a lei, col loro sangue, la dottrina tutta quanta".

Testimoni di Gesù che bussano ai nostri cuori

Le riflessioni di Papa Francesco sulle figure di questi due apostoli

Francesco: il Popolo di Dio è debitore verso Pietro e Paolo

Quella del 29 giugno è dunque, in modo speciale, la festa della Chiesa di Roma, fondata sul martirio dei Santi Pietro e Paolo. Ma è anche una grande festa per la Chiesa universale, sottolinea Francesco all’Angelus il 29 giugno del 2013:

Francesco: l’amore di Cristo genera la fede

Tutto il Popolo di Dio è debitore verso di loro per il dono della fede. Pietro è stato il primo a confessare che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. Paolo ha diffuso questo annuncio nel mondo greco-romano. E la Provvidenza ha voluto che tutti e due giungessero qui a Roma e qui versassero il sangue per la fede. Per questo la Chiesa di Roma è diventata, subito, spontaneamente, il punto di riferimento per tutte le Chiese sparse nel mondo. Non per il potere dell’Impero, ma per la forza del martirio, della testimonianza resa a Cristo! In fondo, è sempre e soltanto l’amore di Cristo che genera la fede e che manda avanti la Chiesa.

È l’amore la chiave di un autentico apostolato. La parola “Roma”, letta nel senso inverso, forma il vocabolo “Amor”. Questa antica capitale del mondo, crudele con molte generazioni di cristiani, ha fatto morire come martiri i primi apostoli di Cristo. Ma nel suo nome si consolida la verità sull’amore di Dio, sulla misericordia del Padre. Una verità più grande della morte.

Vatican News

 

 

sabato 3 maggio 2025

MI AMI ?


-4 maggio 2025-

III Domenica di Pasqua C

Gv 21,1-19



-Commento del Card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme 



Il brano di Vangelo di oggi (Gv 21,1-19) ci racconta l’ultima apparizione del Risorto alla comunità dei discepoli riportata nel Vangelo di Giovanni. Di questo brano molto ricco, noi ci fermiamo su alcuni particolari.

Primo particolare è il versetto iniziale del brano (Gv 21,1), dove l’evangelista scrive che Gesù si manifestò di nuovo ai suoi discepoli (“Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade”).

I termini che troviamo qui ci riportano al capitolo 2 del Vangelo, dove Gesù compie il primo dei suoi segni (Gv 2,1-11).

Anche lì siamo in Galilea, precisamente a Cana, e anche lì il contesto è quello di un banchetto, proprio come quello che vediamo svolgersi sulle rive del Lago. Anche lì, a Cana, manca il vino, come qui, sulle rive del lago, manca il cibo. Là i servi obbediscono alla parola di uno sconosciuto che chiede di riempire le giare d’acqua, qui i discepoli obbediscono alla parola di uno sconosciuto che chiede di gettare le reti dal lato destro. Là nessuno sa da dove viene il vino, qui nessuno sa da dove viene il pane. Anche lì Gesù manifesta la sua gloria, proprio come qui Gesù si manifesta di nuovo. A Cana si era al terzo giorno, qui è la terza manifestazione.

C’è un evidente legame tra i due brani.

A Cana Gesù aveva iniziato a manifestare la sua gloria. Non la sua potenza, ma la sua gloria, ovvero la forza del suo amore capace di vincere il male. Si era presentato come lo Sposo messianico, che offriva ai partecipanti al banchetto il vino nuovo della nuova alleanza, dando così inizio alla sua ora, che però doveva ancora compiersi, in modo misterioso, più avanti.

Ebbene, tutto questo si è compiuto in modo definitivo dopo la Pasqua. Il tempo della nuova alleanza ora è veramente giunto e il Signore, tornato vittorioso dalla sua battaglia con la morte, offre ai suoi il banchetto della vittoria.

E c’è un segnale, in questo brano di oggi, che conferma che la nuova alleanza è veramente compiuta: Gesù chiede per tre volte a Pietro se lo ama (Gv 21,15.16.17).

Ebbene, tante sono le possibili interpretazioni di questa triplice domanda. Ma nella mentalità del tempo, se per tre volte compi lo stesso gesto, questo diventa una consuetudine, e se per tre volte rispondi di sì alla stessa domanda, questo diventa un contratto, qualcosa di definitivo da cui non si torna indietro. Diventa un’alleanza.

Pietro, lui che ha rinnegato, lui che è fuggito, è chiamato a dire sì tre volte, a dire che ci crede a questa possibilità nuova di essere, insieme ai suoi fratelli, una comunità che rinasce dalla morte.

È una comunità piccola, ferita, che da sola non può nulla (“ma quella notte non presero nulla” - Gv 21,3), che attraversa il buio della notte. Ma è anche una comunità che, quando obbedisce alla Parola del Signore, diventa forte: le reti non si rompono (Gv 21,11), perché è solida questa nuova comunità che si fonda sul dono del Signore (“Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò.”(Gv 21,11)

E che il dono sia del Signore, è evidente: i discepoli tornano a riva dopo aver pescato una gran quantità di pesci, ma è Gesù che offre il pesce e il pane (Gv 21,9), e questo rimanda all’offerta di sé che Gesù ha fatto sulla croce: questa è la vera forza della nuova comunità dei discepoli.

Inoltre, hanno gettato la rete dalla parte destra della barca (“Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete” - Gv 21,6): anche qui i significati possono essere tanti, ma certo è che la destra è la parte di Dio, del suo braccio potente, la parte della forza, della benedizione, della gioia.

I discepoli sono chiamati a vivere lì, in questo luogo dove Dio manifesta la sua forza, che è sempre la forza dell’amore, mai del potere.

Quello che loro hanno preso, lo portano al Signore, che lo unisce a ciò che già è pronto sul fuoco (Gv 21,10). Il Signore ha già fatto tutto, e ora, quello che manca, è di unirci a Lui, facendo nostra la sua logica di vita, la sua fiducia incondizionata al Padre, la sua obbedienza filiale.

Da lì rinasce la vita e da lì rinasce la Chiesa.

 + Pierbattista

 Patriacato latino di Gerusalemme

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venerdì 13 settembre 2024

TU SEI IL CRISTO



Domenica 15 Settembre 2024-

-Commento al brano del Vangelo 

di: Mc 8, 27-33-

 -

Continua il nostro cammino alla scuola della Liturgia. Domenica scorsa, in terra pagana/straniera, Gesù ha guarito un sordomuto: se i giudei sono incapaci di ascoltare la sua Parola, c’è sempre qualcuno pronto ad accoglierla, a conferma che Gesù non solo è venuto per tutti, ma che sono proprio gli ultimi, gli scartati ad  essere i più disponibili ad accettare Gesù perché interiormente più liberi.

 

-don Andrea Vena* -

 Oggi la liturgia riprende la lettura da un punto fondamentale nel vangelo di Marco, il versetto 27 del cap. 8: una sorta di spartiacque. Fino ad ora Gesù si è rivolto alle folle e ha compiuto miracoli. Ma da questo momento inizia a parlare della sua sorte, fa capire in modo chiaro che lo attendono persecuzione, sofferenza, morte e risurrezione. Chi ha scelto di restare con Lui – “Volete andarvene anche voi? … Da chi andremo, Signore, tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,60ss) – deve accettare di stare “dietro a Lui” e non temere. Si comprende allora il testo di Isaia che la liturgia ha scelto a premessa di questo nostro brano. “Il Signore mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza… Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba…”.

 Isaia non si è tirato indietro di fronte a quanti lo percuotevano, ha accettato di restare saldo in quel Dio che lo ha chiamato perché ha sempre tenuto “aperto l’orecchio”. Espressione che ritroviamo anche oggi: “Apri bene le orecchie…”. Isaia ha dato ascolto alla Parola, non è scappato di fronte agli avversari convinto che “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato”. Questo è lo stile con il quale “stare dietro” a Gesù: porgere ascolto alla sua Parola, imparare a fidarsi della sua logica, “Camminare – come ci farà pregare/cantare il salmo – alla presenza del Signore”, perché Lui ascolta, perché Lui verso di me tende l’orecchio per primo. La forza della testimonianza, dunque, non è in virtù di capacità umane, ma si fonda nella fiducia in Dio, mio/nostro Salvatore. Con questa chiave di lettura, entriamo nel testo evangelico.

 vv. 27-28: «Gesù partì con i suoi discepoli…” La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri dicono Elia, altri uno dei profeti”». 

 Lungo la via Gesù interroga i suoi discepoli e a un certo punto domanda “Chi dice la gente che io sia?”. La loro risposta riporta l’opinione di molti di allora (cfr Mc 6,14-16), ossia che Gesù sia un profeta: c’è chi sostiene che sia Giovanni Battista (Mc 9,12-13), chi Elia (2Re 2,1-18), chi un altro dei profeti, rispondono i discepoli. Interessante notare che nella lista manca il nome di Mosè, al quale era legata l’attesa messianica.  Elia era considerato colui che avrebbe preparato la via al Messia, proprio come Giovanni il Battista. Paragonando Gesù a queste due figure, egli viene relegato ai personaggi del passato, niente di più.

 vv. 29-30: «Egli domandò loro: “Ma voi chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno». 

 La risposta di Pietro è formulata come una confessione: “Tu sei”. E in questa dichiarazione Pietro riconosce in Gesù il Messia, il Cristo. All’udire questo, Gesù “ordinò” - letteralmente sarebbe “sgridò” - “di non dirlo ad alcuno”. Il verbo sgridare lo ritroviamo anche quando Gesù “esorcizza gli indemoniati” (cfr Mc 1,25), e quando dovrà rimproverare Pietro per quanto gli dirà un momento dopo (vedi versetto 32). Il motivo del “silenzio” richiesto è dovuto al fatto che solo dopo la risurrezione potranno capire ciò che è accaduto fino in fondo, come emerge anche nell’esperienza della Trasfigurazione: “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai  morti” (Mc 9,9).

 vv.31: «E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente». 

 L’ordine del “silenzio” viene ora motivato dalle parole stesse di Gesù: “Il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto…”. Il soffrire, l’essere rifiutato, il venire ucciso… non è da parte dei peccatori, ma da parte di coloro che gli sono ostili: “dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi”! Da coloro che, per il loro ruolo e missione, avrebbero dovuto farlo conoscere alla gente. I rappresentanti dell’istituzione religiosa “uccidono” il progetto di Dio sull’umanità. Parole che ritroviamo in Matteo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarvi” (Mt 23,13). Un “dovere soffrire… venire ucciso” che non indica una volontà crudele da parte di Dio, bensì una necessità umana, perché in un mondo ingiusto il giusto può solo essere perseguitato, fino a essere ucciso (cf. Sap 2). Una “necessità divina” inserita in un’obbedienza d’amore al Padre: “Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38).

 vv 32-33: «Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”».

 Pietro lo prese – letteralmente lo afferrò a sé – e cominciò a rimproverarlo! Notiamo che se Pietro porta in disparte il Maestro, Gesù volta a lui le spalle e “sgrida” pubblicamente il discepolo, usando le stesse espressioni usate nei riguardi degli indemoniati: “Va’ dietro a me, Satana!”. Gesù definisce Pietro Satana, perché come Satana tenta di far deviare Gesù dal suo progetto sull’umanità (cfr Lc 9,51: “Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme”) e come Satana vanifica l’effetto della parola, come il seme caduto in terra che subito gli uccelli, immagine di Satana, portavano via. Quindi Gesù rimprovera Pietro e lo tratta come Satana, cioè come diavolo, ma non lo caccia: “torna a metterti dietro di me”. Farà la stessa cosa quando lo recupererà nell’amore: “Mi ami tu? (Gv 21). Fragilità e debolezza Gesù le ha messe in conto, perché ha chiamato a sè uomini, non angeli! Quanto Lui chiede è una continua conversione per imparare a pensare come Dio e non come gli uomini.

 vv. 34-35: «Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». 

 Seguire il Signore Gesù chiede la disponibilità a condividere fino in fondo il suo progetto. È duro, ma nessuno è obbligato: “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67); c’è un condizionale nella sua proposta: “Se qualcuno vuole venire dietro a me…”: un “se” che chiede di rinunciare a ideali di successo, di ambizione… e il coraggio di “prendere/sollevare” la sua croce. Significa accettare di perdere la propria reputazione, i propri ideali. Non è un’imposizione, ma conseguenza per quanti vogliono seguire il maestro fino alla fine, certi che chi vive per Lui, vivrà con Lui (cfr Gv 11,26).

 Dopo aver accettato di voler restare con il Signore (“volete andarvene anche voi?”), ora inizia il cammino al quale la liturgia – attraverso il vangelo di Marco – ci ha preparati fin dalla festa di Natale. Gesù mi e ci ricorda che a Lui poco interessa l’opinione altrui. Lui è il Cristo, Lui è l’inviato del Padre, Lui è consapevole di avere un progetto da portare a termine, ed è un progetto di salvezza. E a ciascuno di noi chiede se siamo disposti ad aderivi, a darGli ascolto. Così come siamo. In questo momento mi sento solidale con Pietro che dimostra di non aver capito nulla di Gesù! Essere discepoli non è facile e non è automatico: non si può capire chi è Gesù senza comprendere se stessi, perché le due cose sono legate. Io conosco il Signore nella misura che sto con Lui, che imparo a conoscermi in Lui, che lo seguo nel suo “darsi” per tutti, nel suo perdere la vita per amore. 

 La domanda rivolta ai discepoli - “Chi sono io per te?” – interpella e provoca oggi una mia/nostra risposta. È una domanda decisiva, dalla quale dipenderà tutto: fede, scelta, vita… Perché non posso considerare la fede come un fazzoletto da ripiegare e mettere in tasca una volta uscito di chiesa. La fede o è vita o non è fede. Gesù non mi offre risposte preconfezionate, come va oggi di moda! Gesù mi educa e mi aiuta a crescere facendomi domande, accendendo in me scintille capaci di dare movimento alla vita. Gesù mi e ci vuole “persone pensanti”. Non ci chiede di essere cristiani “per sentito dire”, o per tradizione. Non è venuto per insegnarci una nuova filosofia. Lui è venuto pe indicarci la Via che conduce al Padre. E Gesù stesso è la Via, è la Verità, è la Vita. La mia fede, la mia relazione con Lui chiede quindi di sintonizzarsi con la sua vita, le sue priorità, le sue scelte… Perché non basta professare la fede, ma occorre praticare l’amore (cfr San Giacomo, II lettura). Per questo il Signore mi e ci chiede di crescere da Amici. E la sua domanda vuole provocarmi, vuole smuovermi dalle mie apparenti o teoriche certezze, e portarmi ancora una volta a domandarmi: Chi è Gesù per me? E chi sono io per Lui? In fondo, Gesù si attende discepoli innamorati, come fu per Tommaso, dopo la sua incredulità: “Mio Signore e mio Dio!”(Gv20,28). Un “mio” che non è possesso, ma passione; non è appropriazione, ma appartenenza: mio Signore. 

 Sono e siamo interpellati a domandarci se vale ancora la pena seguire il Signore, se vale la pena perdere la vita per Lui e per il suo Vangelo. E non in base a sondaggi o preferenze dei social… Se viviamo per quel che gli altri pensano di noi finisce che perdiamo la nostra anima: se viviamo per il potere, il potere ci possiede; se viviamo per il piacere, il piacere ci schiavizza. Ma Gesù è il mio Signore, Lui non m’imporrà nulla, perché l’amore non toglie libertà. Anche se sa che sbaglieremo: l’importante è lasciarci continuamente visitare da Lui, sapendo che il Signore ci raggiunge anche – e soprattutto – nei nostri peccati, perché Lui è venuto per la mia e nostra salvezza, Lui non ci ama in astratto, ma si manifesta nella nostra vita concreta.

 Ci ama nel nostro male, perché Lui ci ha pagati a caro prezzo (cfr 1Pt 1,18).  Allora, senza spaventarci se siamo capaci di slanci di intuizione e generosità, e subito dopo cediamo di fronte alle nostre paure e fragilità, prendiamo atto che questa è la vita, il cammino della vita! Come ci ha insegnato Pietro, anche la ribellione fa parte di questo processo di crescita, perché la proposta di Gesù spesso contrasta con le nostre attese e le attese di questo mondo. Ma se da una parte è legittima la ribellione di Pietro, dall’altra devo accettare legittimo il rimprovero di Gesù: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (v. 33).

 Parole che non mirano a punire, ma che esprimono amore, perché in quel rimprovero Gesù mi sta amando ancor di più, aiutandomi a tornare al mio posto, dove meglio posso servirlo e amarlo. Perché la felicità della vita non sta – come sostiene il mondo – nel fare quello che comoda, nel sostituirsi a Dio, ma soltanto quando ci incontra l’amore, quello vero. Un Amore che mi e ci cambia a tal punto che scopriamo quanto è più bello servire che essere serviti, amare che essere amati… perché la mia e nostra gioia è nel vedere gli altri felici.

 Cercoiltuovolto

 *Officiale Dicastero della Comunicazione della Santa Sede

venerdì 1 settembre 2023

MAI TI ACCADRA'

PENSI SECONDO GLI UOMINI


-  VANGELO - Mt 16,21-27

21In quel tempo Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». 24Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

 

Commento di Enzo Bianchi

Nel brano evangelico di domenica scorsa, che precede immediatamente quello odierno, Pietro rispondeva a Gesù, che interrogava i suoi discepoli sulla sua identità, con una confessione di fede: “Tu sei il Cristo, il Messia, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Proprio per questa rivelazione ricevuta dal Padre che è nei cieli, Simone, il pescatore di Galilea, viene istituito da Gesù come Roccia (pétra), la prima pietra della costruzione della sua chiesa (cf. Mt 16,18).

 Ma ecco l’ordine perentorio di Gesù di non svelare a nessuno la sua identità di Messia e, insieme, l’inizio di una nuova rivelazione. Sta scritto infatti che “da allora Gesù cominciò (érxato) a mostrare (deiknýein) ai suoi discepoli…”. Non solo a dire, a insegnare, come annotano gli altri sinottici, ma a mostrare, dunque con le parole e il comportamento, che “era necessario (deî) per lui andare a Gerusalemme e patire molte cose (pollá) da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Matteo racconta che Gesù, dopo l’uccisione di Giovanni il Battista (cf. Mt 14,1-12) e le contestazioni e il rifiuto da parte di scribi e farisei (cf. Mt 15,1-20; 16,1-12), si era allontanato dalla Galilea verso le terre del nord, oltre le frontiere della terra santa, ma ora ritorna e decide di iniziare la salita verso Gerusalemme, la città santa, ma che egli conosce anche come “città che uccide i profeti” (Mt 23,37).

 Gesù sente che “è necessario”, che “deve” intraprendere questo viaggio, non perché un fato lo decida per lui, ma perché la sua missione lo richiede, anche al prezzo della morte violenta. Questa necessitas è innanzitutto umana, inscritta nella storia umana, nelle vicende del mondo: in un mondo ingiusto, il giusto può solo ricevere rifiuto, persecuzione e persino la morte. Se Gesù vuole compiere la sua missione in parole e opere secondo la volontà del Padre suo, se resta coerente con ciò che ha predicato, deve compiere la sua missione anche andando nella città santa, anche affrontando l’odio e il rifiuto dei sacerdoti, degli scribi, degli uomini religiosi muniti di autorità e potere nel popolo del Signore. Questa necessitas umana diventa così anche necessitas divina. Ma attenzione: non perché Dio, il Padre di Gesù che è nei cieli, desideri la morte del Figlio, ma perché vuole che Gesù lo narri fedelmente come Dio di amore, Dio disarmato e mite, Dio che accetta di essere colpito piuttosto che colpire. Vigiliamo a non proiettare su Dio l’immagine perversa di un Padre che vorrebbe la morte e la sofferenza del Figlio (pollà patheîn). No, avviene così perché è una logica insita nel mondo, come aveva letto e profetizzato l’autore del libro della Sapienza, smascherando i ragionamenti degli empi e la loro persecuzione del giusto e povero credente nel Signore, il quale confessa Dio come Padre (cf. Sap 1,16-2,20).

 Lo ripeto: in un mondo ingiusto, il giusto può solo conoscere la sofferenza, e Gesù, da quell’ora immediatamente successiva alla confessione di Pietro, lo mostra. Si noti che Gesù fa per tre volte questo annuncio durante la salita a Gerusalemme (cf. Mt 16,21; 17,22-23; 20,17-19), dunque con un’insistenza e un’intenzione precise: i discepoli che lo seguono devono comprendere che nella sua vocazione, nella sua identità di Messia è contenuta tutta la vocazione del Servo del Signore, che conosce sofferenza e morte (cf. Is 52,13-53,12). L’essenziale dell’annuncio-profezia è la necessitas della passione quale sofferenza patita, quale rifiuto da parte dell’autorità religiosa legittima, quale morte violenta, esito umanamente fallimentare di una vita e di una missione. Proprio dopo questa fine, però, vi sarà la resurrezione dai morti il terzo giorno, come azione del Padre su di lui, il Figlio: resurrezione non come vendetta sulla morte, ma come frutto della passione e della morte. E non vi sono solo parole da parte di Gesù, ma anche il suo comportamento insegna ai suoi discepoli tale necessitas: vita e parole concorrono nel suo “annunciare la parola apertamente (parrhesía)” (cf. Mc 8,32).

 Di fronte a questo annuncio, la Roccia della chiesa, Pietro, appena istituito tale e proclamato da Gesù “beato” (cf. Mt 16,17-19), reagisce. Prende con sé Gesù, quasi in disparte dagli altri discepoli, e comincia a rimproverarlo dicendogli: “(Dio) ti preservi, Signore! Ciò non ti accadrà mai!”. Pietro invoca Gesù quale Kýrios, Signore, lo riconosce nella sua identità, ma proprio per questo lo rimprovera ritenendo le sue parole insensate, perché la passione e la morte non possono accadere al Messia. Non scandalizziamoci delle parole di Pietro: anche Gesù provava rifiuto e ripugnanza per ciò che lo attendeva e nel Getsemani lo mostrerà ai discepoli con un’angoscia vissuta visibilmente e con una preghiera al Padre affinché allontanasse da lui il calice di quella misera fine (cf. Mt 26,36-46)! La sofferenza e la morte, nostra e di chi amiamo, ma anche degli altri, ci fanno male e ci ripugnano. Pietro sta dicendo questo.

 Ma per Gesù quelle parole suonano come una tentazione rinnovata da parte di Satana. Colui che l’aveva tentato nel deserto, offrendogli una via messianica senza croce e senza morte, ma fatta solo di successo e di potere (cf. Mt 4,1-11), si manifesta ora nelle parole del discepolo da lui istituito come Roccia. Per questo Gesù gli grida: “Opíso mou, sta alla mia sequela, dietro a me, non prendermi in disparte, non essere un ostacolo sulla mia strada, perché i tuoi pensieri sono umani, non sono pensieri di Dio”. Ecco perché la Roccia può essere chiamato Satana! Nessuna smentita della precedente investitura e della beatitudine rivolta a Pietro, ma un chiaro avvertimento: anche alla Roccia è possibile finire per ragionare mondanamente ed essere un ostacolo sulla via del Signore.

 E affinché questo “mostrare” la necessitas passionis sia una parola definitiva, a questo punto Gesù, secondo Marco, chiama addirittura a sé la folla (cf. Mc 8,34), e secondo Matteo dice ai discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me (opíso mou), smetta di conoscere solo se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Ecco come il discepolato si precisa per tutti: non è solo seguire un maestro sapiente e autorevole, non è solo seguire un profeta capace di compiere miracoli, ma significa essere coinvolti con la vita di Gesù, significa rinunciare a conoscere e affermare se stessi, significa prendere la propria croce, lo strumento della morte dell’uomo mondano, dell’“uomo vecchio” (Rm 6,6; Ef 4,22; Col 3,9), e seguire Gesù ovunque egli vada (cf. Ap 14,4). Discepolato a caro prezzo! Discepolato che non rende esenti dallo scandalo, dalla prova, dalla sofferenza. Discepolato che pone dalla parte di Gesù, il Servo sofferente, e dalla parte di tutti quelli che soffrono in questo mondo. Sì, beati i poveri, i miti, quelli che piangono, quelli che sono perseguitati (cf. Mt 5,1-12)… La perdita di sé, del sé mondano, è necessaria perché possa emergere il proprio autentico sé, quello che si trova in Cristo Gesù. I cristiani, e soprattutto i pastori della chiesa, che proclamano la vera identità di Gesù quale Figlio del Dio vivente, non dimentichino, non occultino mai il crocifisso. Infatti, la gloria di ogni cristiano sta tutta in quel prendere la propria croce e seguire il suo Signore nella passione, morte e resurrezione.

 Ecco allora, di seguito, alcune sentenze di Gesù imperniate sulla parola “vita”. La vita è innanzitutto non quella che uno cerca di conservare a ogni costo, seguendo l’impulso a vivere anche senza e contro gli altri, in una logica di autoconservazione, logica che non riconosce la dinamica del dono di sé a Dio e agli altri. Al contrario, si può addirittura spendere la vita fino a perderla nel darla, e in questo caso la si ritrova nella potenza della resurrezione che Dio opera come parola ultima e intima sulle nostre vite.

 La vita vera, inoltre, non significa guadagnare il mondo, non si identifica con l’avere, con il possedere, perché nessuno può pagare a Dio la propria redenzione e salvare la propria vita (cf. Sal 49,8-9). Questa verità sarà manifesta quando verrà il Figlio dell’uomo nella gloria del Padre, con tutti i suoi angeli, in quello che sarà “il giorno del Signore”, annunciato dai profeti e confermato da Gesù come giorno del Figlio dell’uomo (cf. Mt 24,44; 25,31). Allora, mediante un giudizio ultimo e definitivo, apparirà la verità della vita di ciascuno di noi e ognuno riceverà da Dio un giudizio conforme a ciò che avrà vissuto e operato sulla terra. All’orizzonte ultimo della storia sta dunque per tutti noi la venuta nella gloria di Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio del Dio vivente, colui che è stato crocifisso ed è stato risuscitato il terzo giorno.

E se noi abbiamo tentato di seguire Gesù, ma come Pietro, la Roccia, di fronte alla persecuzione abbiamo riconosciuto solo noi stessi, fino a dire di Gesù: “Non lo conosco” (cf. Mt 26,69-75), nel pentimento conosceremo lo sguardo misericordioso di Gesù. Come è accaduto a Pietro (cf. Lc 22,61-62)!

 

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sabato 26 agosto 2023

BEATO SEI TU

 La beatitudine 

di Pietro


   Mt 16,13-20

13In quel tempo Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

 

 Commento di Enzo Bianchi

 Nella nostra lettura contemplativa del vangelo secondo Matteo, siamo giunti a una svolta nella vita di Gesù: ormai i discepoli, dopo averlo seguito, ascoltato e osservato come maestro e venerato come profeta, giungono a comprendere per grazia che la sua identità va al di là della loro comprensione e della loro esperienza umana. Gesù, infatti, ha un legame unico con Dio, che lo ha inviato nel mondo: è il Figlio di Dio. Proprio da quel momento Gesù rivela ai discepoli la necessità della sua passione, morte e resurrezione, e lo fa in modo continuo nel viaggio che ha come meta Gerusalemme (cf. Mt 16,21; 17,22; 20,17-19), la città santa che uccide i profeti (cf. Mt 23,37).

Il racconto è denso, frutto della testimonianza sull’evento, ma anche della meditazione della chiesa di Matteo, che approfondisce sempre di più il mistero di Cristo. Gesù va con i discepoli nei territori di Cesarea, la città fondata trent’anni prima dal tetrarca Filippo, figlio di Erode il grande, ai piedi del monte Hermon. E proprio là dove Cesare è venerato come divino, proprio in una città edificata in un suo onore, ecco l’occasione per la domanda su Gesù: chi è veramente Gesù? È lui stesso a porre questa domanda ai suoi discepoli: “Gi uomini chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?”. Gesù amava chiamare se stesso “Figlio dell’uomo”, espressione oscura e forse anche ambigua agli orecchi dei giudei, espressione che indicava un uomo terrestre, figlio d’uomo, e nello stesso tempo un veniente da Dio.

I discepoli riferiscono che la gente pensa che Gesù sia un profeta, uno dei grandi profeti presenti nella memoria collettiva d’Israele: forse Elia che era atteso, forse il Battista, ucciso da Erode ma tornato in vita (cf. Mt 14,1-12), o forse Geremia, visto che, come lui (cf. Ger 7), Gesù pronunciava parole contro il tempio di Gerusalemme. Allora Gesù interroga direttamente i discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?”. In realtà, poco prima, alla fine della traversata notturna e tempestosa del lago di Galilea, quando Gesù era andato verso di loro camminando sulle acque, i discepoli avevano confessato: “Veramente tu sei il Figlio di Dio!” (Mt 14,33). Ma ora la risposta viene da Simon Pietro, il discepolo chiamato per primo (cf. Mt 4,18-19).

 La domanda di Gesù non mirava affatto a ottenere in risposta una formula dottrinale, tanto meno dogmatica, ma chiedeva ai discepoli di manifestare il loro rapporto con Gesù, il loro coinvolgimento con la sua vita, la fiducia che riponevano nel loro rabbi. Sì, chi è Gesù? È una domanda che dobbiamo farci e rifarci nel passare dei giorni. Perché la nostra adesione a Gesù dipende proprio da ciò che viviamo nella conoscenza o sovraconoscenza (epígnosis) della sua persona. Chi è Gesù per me?, è la domanda incessante del cristiano, che cerca di non fare di Gesù il prodotto dei suoi desideri o delle sue proiezioni, ma di accogliere la conoscenza di lui da Dio stesso, contemplando il Vangelo e ascoltando lo Spirito santo. La nostra fede sarà sempre parziale e fragile, ma se è “fede” che “nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), è fede vera, non illusione né ideologia.

 Secondo Matteo qui i discepoli restano muti, ed è solo Pietro che proclama, con una risposta personale: “Tu sei il Cristo, il Messia, il Figlio del Dio vivente”. Egli dice che Gesù non solo un maestro, non è solo un profeta, ma è il Figlio di Dio, in un rapporto intensissimo con Dio, che possiamo esprimere con la metafora padre-figlio. In Gesù c’è ben più di un uomo chiamato da Dio come un profeta: c’è il mistero di colui che la chiesa, approfondendo la propria fede, chiamerà Signore (Kýrios), chiamerà Dio (Theós). È vero che in ebraico l’espressione figlio di Dio (ben Elohim) era un titolo applicato al Messia, l’Unto del Signore (cf. 2Sam 7,14; Sal 2,7; 89,27-28), applicato al popolo di Israele (cf. Es 4,22), ma qui Pietro confessa chiaramente in Gesù l’unicità del Figlio di Dio vivente. E si noti che, se in Marco e in Luca Pietro esprime la fede dell’intero gruppo dei discepoli (cf. Mc 8,29; Lc 9,20), qui invece parla a nome proprio, e per questo la risposta di Gesù è rivolta a lui solo: “Beato sei tu, Simone, figlio di Jonà, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.

 Colui che si chiamava Simone, il pescatore di Galilea figlio di Jonà, è definito da Gesù “beato”, non per se stesso, ma per la rivelazione gratuita che il Padre gli ha fatto. Se Simone proclama questa confessione di fede, è per rivelazione di Dio, non come frutto di ragionamenti ed esperienze umane (carne e sangue). Per volontà amorosa di Dio, Pietro ha avuto accesso a tale rivelazione, e per questo Gesù, constatando l’azione del Padre, lo definisce beato. Del resto Gesù lo aveva detto: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (cf Mt 11,27), e qui non fa che ribadirlo, discernendo che attraverso Pietro è il Padre stesso che ha parlato.

 Proprio in obbedienza a tale rivelazione, Gesù continua, dichiarando a Simone: “Tu sei Pietro (Pétros) e su questa pietra (pétra) edificherò la mia chiesa”. Gesù sta costruendo la chiesa, e certo sarà lui “la pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio” (1Pt 2,4), ma di questa costruzione Pietro è la prima pietra. Per fare una costruzione occorre che ci sia qualcuno capace di essere la prima pietra, e Pietro mostra di essere tale, perciò Gesù gli cambia il nome da Simone in Kefâs, Pietro (cf. Gv 1,42). Così egli parteciperà per grazia alla saldezza della Roccia che è Dio (cf. Sal 18,3.32; 19,15; 28,1, ecc.), saldezza nel confessare la fede, anche se soggettivamente potrà venire meno nella sua sequela, cadere in peccato, manifestandosi con le sue debolezze e i suoi comportamenti contraddittori. La beatitudine di Gesù non costituisce Pietro nella santità morale ma nella saldezza della fede confessata. E non saranno forse proprio la fragilità e la debolezza nella sua sequela di Gesù che permetteranno a Pietro, autorità suprema tra i Dodici, di essere esperto della misericordia del Signore? Pietro sa di aver conosciuto su di sé la misericordia del Signore, di aver conosciuto veramente il Signore, e perciò può annunciarlo e testimoniarlo in modo credibile. Pietro ha avuto per grazia il dono del discernimento, ha visto bene chi era Gesù, e per questo può essere la prima pietra, quella che segna la saldezza di tutta la costruzione, un uomo capace di rafforzare e confermare i fratelli, anche perché a sua volta sostenuto e confermato dalla preghiera di Gesù (cf. Lc 22,32).

In questo passo appare la parola “chiesa”, che ritornerà solo un’altra volta in tutti i vangeli, ancora in Matteo (cf. Mt 18,17). Chiesa, ekklesía, significa assemblea dei chiamati-da (ek-kletoí): questo è il nome dato dagli elleno-cristiani alle loro comunità, anche per differenziarsi dalla sinagoga (assemblea) degli ebrei non cristiani. Ebbene, la chiesa ha Gesù come costruttore – “Io edificherò la mia chiesa” – ed essa gli appartiene per sempre: non sarà mai né di Pietro, né di altri, ma di proprietà del Signore (Kýrios). In questa costruzione di Cristo, Pietro sulla terra sarà l’intendente, colui che apre e chiude con le chiavi affidategli da Cristo stesso: si tratta di immagini semitiche, di cui troviamo traccia nell’Antico Testamento (cf. per esempio Is 22,22), che significano che Pietro sarà abilitato interpretare la Legge e i Profeti, quale testimone e servo di Gesù Cristo.

Ecco, dunque,  un grande dono di Gesù ai discepoli: Pietro, l’umile pescatore di Galilea, che ha ricevuto una rivelazione da parte di Dio e l’ha confessata. È innegabile che qui Pietro riceva un primato, quello dell’uomo dell’inizio, il primo chiamato, il “primo” nella comunità (cf. Mt 10,2), l’uomo capace di essere la prima pietra nell’edificazione della comunità cristiana (cf. Is 28,14-18). Potremmo dire che in quel giorno a Cesarea è abbozzata la chiesa, è posta la sua prima pietra. Poi nella storia farà la sua corsa, conoscendo contraddizioni, inimicizie e persecuzioni; ma pur nella sua povertà e nella fragilità dei suoi membri, deboli e peccatori, compirà il suo cammino verso il Regno, perché la volontà del Signore e la sua promessa non verranno mai  meno, e anche la potenza della morte non riuscirà a vincerla, ad annientare il “piccolo gregge” (Lc 12,32) del Signore. Un gregge che è piccolo, sì, ma che ha come pastore Gesù risorto e come recinto una chiesa la cui prima pietra, per volontà del Signore, resta salda.

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sabato 5 febbraio 2022

BARCHE VUOTE


 -         Is 6,1-2.3-8/1Cor 15,1-11/Lc 5,1-11

 + Dal Vangelo secondo Luca

 In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.  Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

 Commento di p. Paolo Curtaz

 Vibrano

 Vibrano gli stipiti delle porte del tempio di Gerusalemme, perché Dio lo riempie col lembo del suo mantello. E Isaia, affascinato, scosso, travolto da tanta bellezza, misura la distanza tra la sua poca fede e l’immensa bellezza di Dio.

Vibra di passione il più piccolo fra gli apostoli che difende la comunità che ha evangelizzato e che viene turbata da presunti “super-apostoli” che denigrano il suo annuncio, primi di una lunga serie di sé-dicenti avvocati di Dio.

Vibra il cuore di Simone, disincantato e stanco dopo una lunga e infruttuosa notte di pesca, che si ritrova, lui uomo di corda e di acqua, di odore di pesce e di notti insonni, a dare retta a quel perdigiorno di falegname e gli impresta la barca.

Vibrano i nostri sensi, la nostra intelligenza, quando ci abbeveriamo alla Parola che illumina e orienta la nostra settimana. Bussola per condurre la nostra barca in questi tempi di onde agitate, di paure irrisolte, di comunità in affanno. Vibrano gli stipiti, perché Dio riempie le nostre piccole vite.

La folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio.

Perché siamo assetati di parole divine, di parole che costruiscono, illuminano, orientano, incoraggiano, svelano, scuotono, riempiono. Ascoltano le riflessioni dei rabbini, dei guaritori, degli scribi e quelle severe e credibili dei farisei, ma nessuna parola rimanda a Dio come quelle del Nazareno. Nessuna accarezza l’anima. La accende. La provoca. Nessuna. Allora fanno ressa, si accalcano, sgomitano per stargli accanto. Hanno camminato per ore, attirati dalle notizie che giungono dal lago e, infine, siedono, assetati.

E Gesù li disseta.

Quando qualcuno con le sue parole ci smuove e ci spinge verso un mondo nuovo tutto, in noi, fiorisce. Certo, alcuni ci manipolano, ci blandiscono, sono dei piazzisti, abili nel sedurre.

Allora le loro parole prima accendono ma, ben presto, si affievoliscono e non lasciano traccia. Altri invece, colpiscono come un pugno in pieno volto. E ci cambiano la vita. Gesù è così. Perché proferisce le parole stesse di Dio.

Delusioni

Mentre parla vede, con la coda dell’occhio, quei tali che stanno riassettando le reti. Sono stanchi, si vede dai loro gesti affaticati. Sono delusi, lo immagina, vedendo le ceste tristemente vuote di pesci. Tacciono. In cuor loro, probabilmente, stanno giudicando quel perditempo che arringa le folle. E le folle che non hanno di meglio da fare di perdere il loro tempo ascoltando un idiota. E decide di coinvolgerli. Ha bisogno della loro barca. Quella vuota.

 Lo pregò di scostarsi un poco da terra.

Gesù prega Simone. È gentile. Rispetta il suo dolore. Non irrompe nella sua vita sguaiatamente. Sa che in certi momenti della vita le parole hanno un peso. E possono definitivamente incrinare e distruggere.

Così fa con noi, il Signore.

 Ci raggiunge alla fine della notte. Quando le ceste sono vuote. E davanti abbiamo ancora una lunghissima giornata da portare a compimento. Sale sulla mia barca vota, in secca. Colma solo di fallimenti, di giudizi negativi, di peccato, di delusione, di amarezza. Come spesso accade. Anche se siamo discepoli. Anche se lo siamo da lunga data. Anche se, generosamente, abbiamo donato la nostra vita al Signore, spendendola per il Vangelo.

E, con garbo, pregando, ci invita scostarci dalla secca. Un poco, all’inizio. Quella minima distanza necessaria a poter udire le sue parole divine e non il sordo brusio del nostro scoraggiamento e delle nostre lamentele. Poi, quando Pietro, e noi, cominciamo a fidarci, osa.

Prendi il largo.

Non ha senso. Non ne hai la forza. Forse non lo vuoi nemmeno. Ma l’invito è troppo gentile. E vai. Sulla tua parola. Perché le tue parole mi hanno scosso.

Stupori

Pescano, e accade. La nave quasi affonda, serve aiuto. Tutti sono indaffarati ed eccitati dalla pesca inattesa e sovrabbondante. Tutti, eccetto Pietro. È scosso. Invaso dallo stupore, lui e gli altri, annota Luca. Stupito e stordito. Le emozioni debordano. Invadono ogni angolo della sua mente. Gesù ha chiesto una barca vuota. La restituisce colma.

Anche il cuore di Pietro è colmo. Spaventato.  Dunque, è così? Dio ti prega di aiutarlo? Anche quando sei sfinito e demotivato e arrabbiato? Anche quando non hai più né forza né desiderio? Sì, certo.

Pietro vede la sua ombra, davanti a tutta quella luce. Un’ombra cui, pure, Gesù non ha fatto nemmeno cenno. Di cui non ha tenuto conto. Ha visto la barca vuota. Ha visto il suo volto deluso. Ha visto il suo limite.  Ma non si è fermato. Si butta in ginocchio, ora, Pietro.  Allontanati da me, sono un peccatore. Sì, è vero. E allora? Pensi davvero, Pietro, che il tuo limite limiti Dio?

 Essere consapevole dei propri limiti è la condizione migliore per avvicinare dei fratelli e delle sorelle, per diventare pescatore di umanità. Siamo noi che vorremo essere puri e perfetti. Siamo noi che vorremmo essere lindi e immacolati. E sempre in forma. E coerenti. E credibili. Ed ammirevoli. Ed esemplari. A Dio serve una barca. Meglio se vuota. Se sgombra da tutte le nostre ansie e da tutti i nostri sogni di gloria.

Questo è il vero miracolo.

Vibrano, gli stipiti del nostro cuore. Dio ha bisogno di me.

Paolo Curtaz