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giovedì 2 ottobre 2025

CIVILTA' IN DECLINO

 

La sopravvivenza
della nostra civiltà è a rischio:

 la crisi della fede non è che un sintomo. 

L'assenza di fede e speranza

 nuoce enormemente 

alla salute mentale dei ragazzi

 

-di Vito Mancuso

 

L’arcivescovo di Torino ha scritto qualche giorno fa su questo giornale: “La scarsa adesione dei giovani all’esperienza cristiana mi fa pensare che la Chiesa oggi non è più percepita come risorsa spirituale”. Duemila anni fa Plutarco, storico, filosofo e sacerdote del tempio di Delfi, si chiedeva: “Perché sono deserti i templi degli Dei?”. Con parole diverse è la medesima constatazione. Altrove Plutarco aveva riferito dell’urlo straziante che annunciava al mondo la morte del dio Pan, il più pagano degli Dei, quindi la morte del paganesimo, constatando il lento ma inarrestabile declino della civiltà classica: aveva visto bene, perché quattro secoli dopo il declino sarebbe culminato nelle invasioni barbariche e nell’insediamento di un’altra civiltà …

 Civiltà in declino

Oggi quella civiltà che si era insediata e che con una parola sola possiamo chiamare europea, cioè la nostra civiltà, mostra a sua volta i segni di un declino forse altrettanto inarrestabile. Una delle prime attestazioni del declino dell’Europa cristiana risale a due secoli fa, quando Hegel nelle sue lezioni all’Università di Berlino affermava: “Ci potrebbe venire l’idea di istituire un paragone con il tempo dell’Impero Romano quando il razionale e necessario si rifugiava solo nella forma del diritto e del benessere privato, perché era scomparsa l’unità generale della religione e altrettanto era annullata la vita politica generale, e l’individuo, perplesso, inattivo e sfiduciato, si preoccupava solamente di se stesso e non di ciò che è in sé e per sé, che era abbandonato anche nel pensiero”. 

Religione e politica

Per Hegel, e prima ancora per Plutarco, il declino della religione va di pari passo con il declino della politica. Entrambe segnalano lo stato di salute dello spirito umano rispetto alla storia: quando lo spirito è in salute produce una religione e una politica che fanno evolvere la storia e la natura; quando invece lo spirito è debole e malato, sono la storia e ancor più la natura a prendere il sopravvento riducendo ogni cosa a una spietata lotta di sopravvivenza dell’uno contro l’altro. “Bellum omnium contra omnes”, per usare la celebre espressione di Thomas Hobbes: “Guerra di tutti contro tutti”. Continuava Hegel: “Come Pilato domandò: «che cos’è la verità?», così al giorno d’oggi si ricerca il benessere e il godimento privato. È oggi corrente un punto di vista morale, un agire, opinioni e convinzioni assolutamente particolari, senza veridicità, senza verità oggettiva. Ha valore il contrario: io riconosco solo ciò che è una mia opinione soggettiva”. E concludeva: “Noi non sappiamo, non conosciamo niente di Dio”. 

 Il volere soggettivo

Non è forse così? Credo che ognuno di noi abbia l’attestazione quotidiana di questo stato di cose per il quale vale sono il volere soggettivo, nella completa assenza di un canone oggettivo che normi l’etica, l’estetica, l’educazione e le altre espressioni della soggettività umana. È rimasto solo il diritto a tenerci insieme, ma esso lo può fare e lo fa solo grazie alla forza. Il risultato è che la nostra civiltà è attraversata da litigiosità e conflittualità crescenti, siamo in preda all’ira e alla collera, a una aggressività senza limiti che genera querele, cause, sentenze, ricorsi, appelli senza fine, e uno stato generale di ansia, di paura, di panico (termine che deriva da Pan, a significare che il vecchio dio, in realtà, non è per nulla morto). Mancando la religio, manca l’humanitas; e mancando l’humanitas, mancano le condizioni per capirci, a partire dalle parole e dalle buone maniere, e così vivere insieme se non proprio da soci, per lo meno da buoni vicini. Ma noi non siamo buoni vicini gli uni con gli altri, siamo stranieri: stranieri morali, il grado più alto di estraneità. E siamo ridotti così perché, come diceva Hegel, “non conosciamo più niente di Dio”.

La risorsa del divino

Una civiltà è tanto più forte quanto più conosce il divino, ed è tanto più debole quanto più lo ignora. Non si tratta ovviamente di una conoscenza catechistica e dottrinaria; si tratta piuttosto di quella esperienza concreta ed esistenziale che porta l’essere umano ad avere nel centro del proprio cuore un altare, uno spazio ideale che gli fa riconoscere e venerare qualcosa di più importante del proprio interesse particolare o “godimento privato”. La comune condivisione di tale altare fa di una massa anonima di singoli un insieme di soci, una società; e i singoli in questo modo trascendono il proprio interesse particolare e danno origine a una civiltà, termine che in latino, significativamente, si dice “humanitas”.   

Religio, societas, humanitas

Oggi però l’assenza di “religio” va di pari passo con l’assenza di “societas” e di “humanitas”. Tutto il mondo ne soffre, ma in particolare l’Occidente, il territorio più secolarizzato e quindi più sradicato. Il problema sollevato dall’arcivescovo di Torino ha quindi una dimensione che va ben al di là della sola dimensione religiosa: non si tratta cioè della sopravvivenza di una particolare religione e dell’istituzione che la rappresenta; si tratta, ben più in profondità, della sopravvivenza di una civiltà, la nostra, e della salute psichica ed esistenziale di ognuno di noi, a partire dai nostri ragazzi che sono le prime vittime di questa mancanza di ideali, di speranza, di visioni, di fiducia.

C'era un tempo in cui il cristianesimo pensava di potersi proporre come rimedio ai mali del mondo, oggi invece esso è parte del problema. L’aveva constatato ormai quasi vent’anni fa il cardinale Carlo Maria Martini: “Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà… che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più questi sogni” (da “Conversazioni notturne a Gerusalemme”). 

La gravità della crisi appare dal fatto che nella Chiesa sembrano proprio mancare le menti in grado di avvertire le dimensioni del problema. Ancora si ritiene che basti qualche ritocco qua e là, qualche mezza apertura più di facciata che di sostanza, come quelle proposte dal pontificato di papa Francesco. La situazione però è quella fotografata dall’arcivescovo di Torino: “Viviamo un cristianesimo che non offre veri cammini di spiritualità”. Ma se una religione non offre veri cammini di spiritualità a cosa serve? È come tenere aperto un ristorante che non offre da mangiare. 

L’importanza dell’utopia

Concludo riportando ancora il pensiero del cardinal Martini: “Mi ha sempre entusiasmato Teilhard de Chardin, che vede il mondo procedere verso il grande traguardo, dove Dio è tutto in tutto… L’utopia è importante: solo quando hai una visione lo Spirito ti innalza al di sopra di meschini conflitti”. L’ultima cosa a cui sono interessato sono i meschini conflitti. Se mi sono permesso di riprendere e commentare le affermazioni dell’arcivescovo di Torino è per contribuire a intravedere una nuova utopia, visto che quella che per secoli governava le menti cristiane, cioè la cristianizzazione del mondo, è finita. Oggi nessuno più può lecitamente sperare che tutto il mondo diventi cristiano. Per questo non è più sostenibile affermare che “non c’è nessun altro nome in cui c’è salvezza, se non Gesù Cristo”. È superato non solo l’assioma “extra Ecclesiam nulla salus” (non c’è salvezza fuori della Chiesa), ma lo è anche quello ancora più decisivo “extra Christum nulla salus”.

La salvezza (dal peccato, dal nichilismo, dal male, dalla cattiveria, dalla guerra interiore che divora i nostri cuori) giunge a tutti coloro che la cercano invocando i nomi che ognuno conosce e vivendo secondo lo spirito dell’amore e della giustizia. È lo Spirito a volere così, quello Spirito che guida il mondo e che sempre parla tramite i suoi grandi profeti, da Gioacchino da Fiore a Teilhard de Chardin e Carlo Maria Martini e tanti altri nomi benedetti. 

 La Stampa 

 

venerdì 29 agosto 2025

CUL DE SAC

Una trattativa

 insensata 


per una guerra

 sbagliata

 

-       di  Giuseppe Savagnone 

 

La diplomazia del narcisismo

La tempesta di missili e droni russi che si è ultimamente abbattuta su Kiev è solo un’ulteriore conferma che la pace in Ucraina è lontana. La promessa di Trump di concludere questa guerra nel giro di quarantott’ore, si è rivelata, come del resto molte altre, una vuota vanteria, specchio del suo narcisismo. 

Narcisismo che ha caratterizzato anche le giravolte diplomatiche con cui il Tycoon ha gettato il mondo in balìa dei suoi mutevoli umori. Anche in questa vicenda, come in altre, Trump gioca a imitare Dio, ma la interpretazione che dà di questo ruolo è quella di una divinità capricciosa e prepotente.

Il presidente americano ha esordito attaccando, paradossalmente, il paese aggredito e mostrando al contrario disponibilità e simpatia per l’aggressore. Poi ha cominciato a rendersi conto che la guerra l’aveva voluta Putin, ma ha continuato a imputare a Zelenskyi la sua mancata interruzione, minacciandolo di privarlo del sostegno militare americano e indebolendo la sua posizione.  

Il fatto è che Trump sin dall’inizio ha creduto di risolvere tutto con un dialogo a due col presidente russo, escludendo proprio il governo ucraino che avrebbe dovuto esserne il protagonista. Ma questo confronto diretto si è risolto in un disastro.

Putin lo ha chiaramente preso in giro tenendolo a bada con vaghe promesse. E anche il celebratissimo incontro del 15 agosto in Alaska, che avrebbe dovuto imporre al presidente russo almeno un cessate il fuoco immediato, è servito solo a sdoganarlo dall’isolamento internazionale in cui si era trovato dopo l’invasione dell’Ucraina.

Un effetto collaterale particolarmente negativo di questa condotta sconnessa e autoreferenziale dell’inquilino della Casa Bianca è stata la rottura del fronte comune che fino ad ora aveva unito le due sponde dell’Atlantico. 

L’Europa, tradizionale alleata degli Stati Uniti, è stata ridotta al ruolo umiliante di vassallo, rimanendo esclusa dai negoziati. E l’incontro del 18 agosto – svoltosi significativamente alla corte del presidente americano – ha visto i suoi leader uniti, ma ha anche evidenziato la loro impotenza a ottenere dal loro interlocutore chiare e sicure garanzie sul suo futuro comportamento.

A coronare questa serie impressionante di contraddizioni, di errori e di scacchi, il Tycoon ha ultimamente lasciato capire che potrebbe fare un passo indietro, rinunziando al ruolo di mediatore che all’inizio si era attribuito con trionfale sicumera. Infantile protesta di un narcisismo deluso.

Sono quasi commoventi gli sforzi degli ammiratori di Trump – in prima linea la nostra premier e la stampa di destra in Italia – per rintracciare in questo demenziale susseguirsi di prese di posizione inconcludenti per la pace e nocive per tutto l’Occidente, un disegno geniale e coraggioso, destinato a farlo tornare grande. Magari attribuendo agli ultimi incontri con Putin in Alaska e con i capi europei a Washington il significato di importanti passi avanti verso la pace che chiaramente non hanno avuto, come i missili su Kiev confermano.  

Sulle macerie della diplomazia americana, i governi europei continuano a discutere fra loro delle garanzie da chiedere alla Russia, in un eventuale accordo di pace, per la sicurezza dell’Ucraina.  Ma è tutto puramente ipotetico, perché il governo di Mosca per ora non sembra intenzionato a fermare la guerra e, in ogni caso, ha già dichiarato di ritenere irrilevanti le conclusioni di questo dibattito, quali che esse siano.

Peraltro, Zelenskyi si dice profondamente grato all’Europa per il suo sostegno, ma sembra convinto – e probabilmente ha ragione – che solo gli Stati Uniti possono veramente garantire sia il raggiungimento che il mantenimento di una pace durevole. Anche se Trump sembra, al contrario, intenzionato a scaricare sui governi del vecchio continente il principale carico economico e militare di questo ruolo.

L’illusione di Putin

Il fatto è che una guerra cominciata male difficilmente può finire bene. E la guerra d’Ucraina è veramente cominciata nel peggiore dei modi.

Se è vero che non esistono guerre “giuste”, questa è stata ancora più sbagliata di altre. Alla radice – checché ne dicano i commentatori filo-russi – c’è stato il disegno imperialistico di Putin di ricostituire la “Grande Russia”, tentando di riportare l’Ucraina sotto il controllo di Mosca, se non attraverso una esplicita annessione del suo territorio, almeno imponendo la creazione di un governo fantoccio, asservito alla politica del Cremlino. Lo conferma il discorso tenuto per l’inizio della “operazione speciale”, dal presidente russo: «Non rinuncerò mai alla convinzione che i russi e gli ucraini sono un solo popolo».

E del resto solo in questa logica si spiega la portata dell’attacco del 24 febbraio, volto alla conquista non del Donbass, ma della stessa capitale, anche se poi l’andamento degli eventi bellici ha ridimensionato il conflitto a quella regione.  Putin si era illuso, evidentemente, di condurre una guerra-lampo, destituendo il governo filo-occidentale di Zelenskyi e mettendo Stati Uniti ed Europa davanti al fatto compiuto.

A impedirglielo sono stati certamente anche i servizi segreti americani, che hanno avvertito in tempo Kiev, consentendo al suo esercito di bloccare l’attacco dei paracadutisti russi alla capitale, ma soprattutto la inaspettata, orgogliosa resistenza del popolo ucraino, che ha risposto con la sua lotta coraggiosa alla forzata omologazione con quello russo sognata da Putin.  

Una demonizzazione

Tutta colpa della Russia, dunque? Si è cercato di farlo credere e in larga misura questa è ancora la rappresentazione che prevale nell’immaginario collettivo dell’Occidente. Per questo, all’indomani dell’invasione russa si è scatenata una demonizzazione senza precedenti non solo nei confronti dei sostenitori di Putin, ma dei russi in quanto tali.

Anche allora l’esagerazione e l’improduttività di questo comportamento era evidente. Le denunziavo in un mio “chiaroscuro”, pubblicato, poco dopo l’inizio della guerra, il 22 aprile 2022, su “Tuttavia” e intitolato Non è così che si costruisce la pace, in cui, dopo aver riferito della decisione senza precedenti degli organizzatori del torneo di tennis di Wimbledon di escludere dalla edizione del 2022 i giocatori russi e bielorussi, tra cui Daniil Medvedev, allora numero due del mondo, Andrej Rublëv, numero otto, e la bielorussa Aryna Sabalenka, numero quattro del mondo – osservavo: «In realtà non si tratta di una novità.

Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina il Comitato Olimpico Internazionale ha “vivamente raccomandato” a tutte le federazioni mondiali di “non invitare atleti russi e bielorussi” nelle competizioni sportive internazionali. E cosi, il 3 marzo il CDA del Comitato paraolimpico internazionale ha deciso che gli atleti di Russia e Bielorussia non avrebbero potuto partecipare alle imminenti Paralimpiadi invernali di Pechino.

In un primo momento si era ipotizzato che lo facessero da “neutrali”, senza essere inquadrati ufficialmente nelle squadre dei loro rispettivi Paesi, ma poi questa misura era sembrata troppo blanda e si era definitivamente optato per una esclusione non solo delle squadre, ma dei singoli atleti in base alla loro nazionalità».

E già allora facevo notare: «Ora, in una logica morale non c’è posto per una discriminazione puramente etnica (…). Essere sostenitori di Putin, come gli oligarchi russi, giustamente penalizzati con il sequestro dei loro beni per il loro ruolo nel sostenere una dittatura sanguinaria – è una colpa. Essere russi no. A maggior ragione questo vale in un ambito, come lo sport (…). Fin dai tempi dei Greci le Olimpiadi erano il momento in cui le ostilità e le discriminazioni venivano superate in nome di una comune esperienza di umanità. Il caso del tennis sta facendo rumore. Ma forse fa più pena pensare che a Pechino, nelle paraolimpiadi, dei poveri disabili, uomini e donne, che si erano a lungo allenati nella speranza di avere anche loro un momento di pienezza, siano stati discriminati ed esclusi per il luogo in cui erano nati e cresciuti. No, non è così che si costruisce una pace degna di questo nome».

Osservazioni che appaiono particolarmente attuali di fronte alle ipotesi di boicottaggio di squadre sportive o di personaggi dello spettacolo israeliani, che molti giustamente respingono in nome del valore universale dello sport e dell’arte. 

C’è da chiedersi dove fossero, però, questi saggi osservatori quando il trattamento di discriminazione veniva applicato a personalità russe che peraltro, come il tennista Medvedev, avevano preso pubblicamente le distanze da Putin e dalla sua politica.

Un’altra illusione

In ogni caso, la verità sull’origine di questa guerra è più complessa ed è giusto ricordarla, senza nulla togliere alle responsabilità di Putin. A spianare la strada all’imperialismo del dittatore russo ci sono stati gravi errori anche da parte dell’Ucraina e dell’Occidente. 

Per quanto riguarda la prima, il governo di Kiev nel 2014 si era impegnato, con gli accordi di Minsk, a fare una riforma costituzionale volta a garantire una relativa autonomia – come quella concessa dall’Italia all’Alto Adige – alle regioni russofone del Donbass.

Impegno mai rispettato, con l’aggravante di aver consentito a forze irregolari di estrema destra, come il battaglione Azov, di imperversare in questi territori.

Ma c’è stato anche il mancato rispetto, da parte dell’Occidente, di un impegno preso, in occasione della caduta del muro di Berlino, dal presidente americano George Bush sr. In un’intervista  al «Corriere della Sera»  del 15 luglio 2007, Jack Matlock, ambasciatore americano a Mosca dal 1987 al 1991 ha raccontato:  «Quando ebbe luogo la riunificazione tedesca noi promettemmo al leader sovietico Gorbačëv – io ero presente – che, se la nuova Germania fosse entrata nella Nato non avremmo allargato l’Alleanza agli ex Stati satelliti dell’Urss nell’Europa dell’Est. Non mantenemmo la parola».

Così, nel 1999 Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca divennero a tutti gli effetti membri della NATO. Nel 2004 fu la volta di quattro Paesi ex membri del Patto di Varsavia: Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia, nonché di tre ex repubbliche sovietiche, Lettonia, Estonia e Lituania. Nel 2009 aderirono Croazia e Albania. Nel 2017 il Montenegro. Nel 2020 la Macedonia del Nord. 

Questo accerchiamento non poteva non allarmare la Russia e sollevare da parte sua forti resistenze all’ingresso nella NATO – alleanza militare per statuto anti-Russa – di un’altra ex repubblica sovietica, per di più del peso dell’Ucraina.

Putin chiese al segretario della NATO e a Biden, ricordando la promessa di Bush.  Ma il primo rispose che non se ne riteneva affatto vincolato, il secondo non rispose nulla. È probabile che Putn avrebbe perseguito egualmente il suo disegno imperialistico. Ma è certo che il presidente americano non disse una parola per fermarlo.

Perché? Una risposta può venire dai proclami trionfalistici di Biden sulla inevitabile sconfitta della Russia, destinata, per citare le parole del presidente americano, a essere “un paria” sullo scenario internazionale. I fatti hanno smentito clamorosamente queste previsioni.

Così, la guerra in corso è il frutto, di due opposte illusioni. Su entrambi i fronti si è creduto di poter prevalere con la forza, mettendo in ginocchio il nemico. Una lezione di storia che evidenzia i limiti del machiavellismo e che forse dovrebbe essere riconosciuta e meditata da tutte e due le parti. E questo esame di coscienza, forse, la prima vera condizione per avvicinarci oggi alla pace.

 www.tuttavia.eu

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venerdì 24 gennaio 2025

IL SOVRANO E LA SUA CORTE

 


Lo spudorato sovranismo di Trump e quello pudico di Giorgia Meloni




-di Giuseppe Savagnone  *

Il ciclone Trump

«L’età dell’oro dell’America inizia proprio ora. A partire da oggi, il nostro Paese rifiorirà e sarà nuovamente rispettato in tutto il mondo. Saremo l’invidia di ogni nazione e non permetteremo più di essere sfruttati. Per ogni singolo giorno dell’amministrazione Trump, metterò semplicemente l’America al primo posto. Riconquisteremo la nostra sovranità. Ripristineremo la nostra sicurezza. Riporteremo in equilibrio la bilancia della giustizia (…). Presto l’America sarà più grande, più forte e molto più eccezionale di quanto non sia mai stata prima».

Con queste parole iniziava il discorso pronunziato da Donald Trump nella cerimonia del suo insediamento alla Casa Bianca. E i più di cento decreti esecutivi firmati lo stesso giorno ha confermato che il nuovo presidente degli Stati Uniti intende realizzare senza indugi ciò che aveva promesso nella sua campagna elettorale. Il punto centrale di questo programma è: «L’America al primo posto».

Cardine di questo progetto è la rivoluzione del rapporto con gli immigrati. Uno dei decreti blocca l’ingresso di tutti i richiedenti asilo al confine e un altro abolisce lo “ius soli” – finora vigente ed espressamente previsto, peraltro, dalla Costituzione degli Stati Uniti – , che prevedeva l’attribuzione della cittadinanza ai bambini nati su suolo americano da migranti senza permesso di soggiorno.

Quanto a quelli che sono già dentro, la prospettiva è la promessa fatta da Trump in campagna elettorale: «Per tenere al sicuro le nostre famiglie prometto la più grande deportazione della storia del nostro paese». Un’operazione di che caccerà via 11 milioni di immigrati irregolari.

Un secondo punto centrale del progetto di Trump è l’autonomia dai vincoli di organismi internazionali che possono porre dei limiti alla piena sovranità del governo americano. In particolare da quegli organismi che rappresentano istanze proposte dalla scienza ufficiale, come quelle ecologiste.

Da qui il decreto che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima e altri che da un lato allentano i limiti alle trivellazioni e all’estrazione mineraria, dall’altro  eliminano alcuni incentivi economici alla produzione di energia rinnovabile (nonché alla produzione e vendita di auto elettriche).

Da qui anche il decreto che segna l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, in linea, del resto, con la nomina a ministro della Salute americana di Robert Kennedy, acceso no-vax, nomina che, in una lettera inviata al Senato, settantasette premi Nobel avevano  definito «un rischio per la salute pubblica».

Un altro punto chiave della visione trumpiana è la lotta contro le tasse. In questo primo giorno di presidenza, il Tycoon ha cominciato cancellando la Global Minimum Tax, l’imposta del 15% per le aziende con almeno 750 milioni di dollari di fatturato, istituita dall’OCSE due anni fa allo scopo redistribuire almeno un minimo della ricchezza senza frontiere delle multinazionali

Nel suo discorso Trump parlava anche del proposito di «riportare in equilibrio la bilancia della giustizia». Sulla linea dei suoi continui contrasti con la magistratura americana (che lo aveva anche da poco condannato per ben 34 reati), con uno dei nuovi decreti il presidente ha graziato più di 1.500 persone che erano state arrestate per l’assalto al palazzo del Congresso del 6 gennaio del 2021, quando migliaia di suoi sostenitori cercarono con la forza di bloccare la proclamazione di Joe Biden come nuovo presidente.

Per rendere grande l’America è sembrato opportuno a Trump anche firmare un ordine esecutivo in cui si stabilisce che esistono solo due generi, quello maschile e quello femminile, eliminando a livello federale i cosiddetti programmi di diversità, equità e inclusione (sintetizzati con l’acronimo inglese “DEI”), che erano stati introdotti per tutelare i gruppi minoritari nelle procedure di assunzione e nella formazione.

Per quanto riguarda la politica estera, il nuovo presidente ha confermato la sua linea decisamente filo-israeliana, bloccando con un altro decreto i finanziamenti all’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che opera in Palestina per alleviare il disastro umanitario in corso, e annullando le sanzioni che l’amministrazione Biden aveva imposto verso alcuni coloni israeliani protagonisti di violenze in Cisgiordania. Secondo «Times of Israel», nel togliere le sanzioni Trump ha assecondato le esplicite richieste di Netanyahu.

Infine, come promesso ha anche ordinato il cambio del nome del Golfo del Messico in “Golfo d’America”.

Un’imbarazzante analogia

Quello che Trump senza remore sta presentando al mondo è la forma più pura del sovranismo. Per quanto siano apparse impressionanti, le sue prese di posizione non fanno altro che evidenziare gli esiti inevitabili impliciti in questa prospettiva politica e culturale e che finora spesso sono stati lasciati in ombra dai suoi sostenitori. A cominciare dai partiti che oggi si trovano al governo nel nostro paese, il cui programma ha le stesse radici di quello trumpiano, anche se alcuni punti sono presentati con maggiore cautela.

«Per l’Italia», si intitolava il programma elettorale con cui la destra è salita al potere. E il primo punto era: «Politica estera incentrata sulla tutela dell’interesse nazionale e la difesa della Patria». I patti internazionali non venivano rotti, però sottolineando continuamente questo primato dell’Italia.

Questo è quanto ha promesso dalla Meloni: «Siamo pronti a ridare all’Italia il prestigio e l’autorevolezza che merita. La nostra Nazione deve tornare a pensare in grande». Tutto il resto viene dopo, in funzione di questo obiettivo. Esattamente ciò che Trump si propone per gli Stati Uniti. Così come è lo stesso il meccanismo logico: si svaluta ciò che è stato fatto dai predecessori, enfatizzando il declino e la marginalità del proprio paese, per ingigantire i possibili risultati della propria gestione.

Analoga anche l’agenda per realizzare questo progetto di grandezza. In primo piano anche in Italia è stata e continua ad essere la strenua lotta contro l’immigrazione. Da qui la normativa che ha reso sempre più problematico lo sforzo delle navi delle ONG per salvare i migranti che naufragano nelle acque del Mediterraneo.

Da qui l’ostinata sordità alle voci che dal mondo imprenditoriale e dalle stesse istituzioni pubbliche sottolineano il ruolo indispensabile dell’immigrazione per la prosperità del nostro paese. Come quella del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che, in un’intervista rilasciata l’aprile scorso a «La Stampa», spiegava che, con l’attuale andamento demografico, dopo il 2040 non si potranno più pagare le pensioni e indicava come unica soluzione l’apertura all’ingresso degli stranieri: «Le economie ricche», spiegava il presidente dell’INPS, «hanno tutte molti migranti».

In questa logica si colloca anche la decisione di spendere circa 800 milioni di euro (stima de «Il sole 24ore») in cinque anni per creare i centri di permanenza in vista dell’eventuale rimpatrio sul territorio albanese, invece che su quello italiano, dove ovviamente i costi sarebbero stati immensamente inferiori.

Si collega alla lotta contro l’immigrazione la recentissima liberazione di un generale libico, notoriamente responsabile delle torture vero i migranti, ignorando il mandato d’arresto della stessa Corte penale internazionale, e confermando così la logica degli accordi per cui l’Italia finanzia e sostiene i lager disumani dove i libici detengono quanti vorrebbero partire per il nostro paese. Col risultato, certo, di consentire al nostro governo di vantarsi dei risultati ottenuti nella riduzione degli sbarchi, senza però spiegare a che prezzo.

Altra evidente analogia, la  demonizzazione delle tasse, assimilate dalla nostra premier al «pizzo» che l’analogia impone egli onesti commercianti, fino alla più recente accusa del vice-premier Salvini, nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, di «tenere in ostaggio» gli italiani.

Per non parlare dell’eterna battaglia contro la magistratura, accusata di sabotare l’zione del governo in base ad ideologie politiche.

Per non parlare della politica filo-israeliana, che ha portato il nostro governo a disconoscere addirittura i mandati d’arresto emessi dalla Corte penale internazionale contro Netanyahu.

Un interrogativo

E del resto se il solo vero criterio è l’interesse del proprio Stato – o, meglio, il modo in cui Trump e Meloni interpretano questo interesse per il loro – , è chiaro che non ci sono più valori a cui appellarsi, neppure quello della più elementare umanità, per opporsi a questi comportamenti. 

Finora la nostra premier ha cercato disperatamente di mascherare queste logiche conseguenze del suo sovranismo, sostenendo la piena compatibilità della sua politica con la democrazia e con il rispetto dei valori umani e arrivando perfino a rivendicare l’ispirazione cristiana della sua politica.

Ora però la brutale franchezza del progetto sovranista di Trump  – che di umanità e di cristianesimo non prova neppure a parlare – svela crudamente ciò che Meloni pudicamente cercava di nascondere.

A evidenziare ulteriormente il problema è il feeling che si è creato tra i due leader. La nostra premer è stata l’unica ad essere invitata, tra quelli europei, all’insediamento del nuovo presidente, che ad ogni occasione riconosce la profonda sintonia che li lega, pur sottolineando la subordinazione della sua alleata (che, in occasione della cerimonia, non è stata neppure ammessa un colloquio personale, come sperava)

Il legame è, appunto, il sovranismo. Non a caso tutti gli altri invitati erano i leder delle destre europee. A differenza di questi, però, Meloni governa uno Stato. Ed è forse è venuta l’ora, per i cittadini italiani, di chiedersi se vogliono che il nostro paese riproduca, nel ruolo di vassallo, il modello dell’America di Trump. E se il vero prestigio dell’Italia può consistere nell’essere al servizio della potenza illimitata degli Stati Uniti.

*Editorialista e scrittore. Pastorale della Cultura Arcidiocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

martedì 20 agosto 2024

ALLA RICERCA DELLA LIBERTA'

Per essere liberi bisogna uscire 

da sé stessi

-       - di Riccardo Maccioni

 

Se affrontato in due un cammino in salita sembra meno faticoso

Saper ascoltare per camminare insieme

   

L’estate può essere l'occasione per visitare luoghi sconosciuti e lontani, che desideravamo tanto conoscere. Esiste però un viaggio che non richiede bagagli né l’acquisto di biglietti aerei ma che, malgrado questo, è il più pesante e costoso che ci sia. Si tratta dell’impegno a uscire da sé stessi per aprirsi agli altri. Perché non c’è niente di più difficile che combattere il proprio narcisismo, che rinunciare a considerare il nostro io come metro di giudizio del mondo. E questo malgrado il Vangelo esalti gli ultimi, i piccoli, i bisognosi e metta invece in guardia i prepotenti, i superbi, gli ingrati. In questo suo scritto spirituale, l’arcivescovo brasiliano Helder Camara (1909-1999), padre conciliare al Vaticano II, sottolinea l’importanza del viaggio di liberazione dalle prigioni del nostro egoismo e ragiona su come viverlo.

«Partire è anzitutto uscire da sé. Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro "io". Partire è smetterla di girare in tondo intorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita. Partire è non lasciarsi chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo cui apparteniamo: qualunque sia l'importanza di questo nostro mondo l'umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire. Partire non è divorare chilometri, attraversare i mari, volare a velocità supersoniche. Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro. Aprirci alle idee, comprese quelle contrarie alle nostre, significa avere il fiato di un buon camminatore.

È possibile viaggiare da soli. Ma un buon camminatore sa che il grande viaggio è quello della vita ed esso esige dei compagni. Beato chi si sente eternamente in viaggio e in ogni prossimo vede un compagno desiderato. Un buon camminatore si preoccupa dei compagni scoraggiati e stanchi. Intuisce il momento in cui cominciano a disperare. Li prende dove li trova. Li ascolta, con intelligenza e delicatezza, soprattutto con amore, ridà coraggio e gusto per il cammino.

Camminare è andare verso qualche cosa; è prevedere l'arrivo, lo sbarco. Ma c'è cammino e cammino: partire è mettersi in marcia e aiutare gli altri a cominciare la stessa marcia per costruire un mondo più giusto e umano».

 www.avvenire.it



 

 

 

mercoledì 29 maggio 2024

L'ALZHAIMER, METAFORA DI UNA SOCIETA' SMEMORATA

 


SOVENTE IL FARE MEMORIA, SIGNIFICA CELEBRARE SE STESSI, DIMENTICANDO LE RADICI E NON SAPENDO GUARDARE OLTRE L'ORIZZONTE

Pubblichiamo, di seguito, due articoli sull'Alzheimer come metafora. Ci sono vari spunti per riflettere, come educatori, sulle strategie più opportune per educare alla memoria, una memoria non autocelebrativa, ma seme feconda per un futuro migliore.

La memoria e la gratitudine esaltano la dignità della persona e la proiettano verso l’infinito. gp  

Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere.   José Saramago@


-         di Graziano Graziani

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La vita è un processo di trasformazione continua, che passa dall’agilità dell’infanzia alla rigidità della vecchiaia, un processo così mirabolante di mutazione che è difficile credere che sia davvero lo stesso soggetto ad attraversare l’uno e l’altro stadio, ad “essere” ed “essere stato” la stessa persona. E in effetti l’individualità, intesa come identità costante di un soggetto, è da tempo al vaglio di una serrata critica di carattere filosofico, psicologico e perfino artistico, se è vero che già nel 1871 Rimbaud affermava che “io è un altro”. Il collante di questa incessante mutazione, prima ancora di qualcosa che potremmo chiamare “io”, è il racconto di ciò che questo io è stato, la concatenazione consequenziale di episodi della vita, in una parola il ricordo. La memoria. È la memoria di ciascuno e ciascuna a creare l’io, o per lo meno a renderlo visibile, pensabile, grazie a un processo di racconto che dà senso al flusso, di per sé assai meno ricco di significato, dell’esistenza. Già Pasolini, nell’accostare il montaggio alla morte in un celebre saggio sul cinema, cercava di evidenziare quanto fosse l’intellegibilità, il racconto – che è anche selezione e sintesi – a creare in un certo senso l’esperienza umana, riducendola ad un fatto narrabile. Se è pur vero che il culmine di questo costante processo di trasformazione è l’«abisso orrido, immenso» di cui parla Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, è pur vero, tuttavia, che finché è possibile raccontare la propria storia, trasmetterla a qualcuno, esiste una speranza di continuazione e di sopravvivenza che va oltre il corpo e la sua fisicità, oltre quel destino dove «il tutto oblia».

In uno dei passaggi più emotivi del romanzo storico I tamburi nella pioggia, Ismail Kadare racconta di un soldato ottomano intrappolato in un tunnel crollato assieme a dei commilitoni, inghiottiti dal buio e in attesa della morte; in una simile terribile condizione tutto quello che desidera fare quel soldato è cercare, invano, qualcuno che sia disposto ad ascoltare la sua storia. Quel desiderio, così umano e tuttavia inutile, poiché chiunque avrebbe ascoltato sarebbe comunque poi morto con lui, ci racconta di quanto insopprimibile sia il desiderio di operare questa ricapitolazione della propria esistenza.
Non stupisce allora che in una società come la nostra – che dà un lato ha edificato un vero e proprio culto della memoria collettiva e personale, e dall’altro si trova ad affrontare la condizione inedita di invecchiare sempre di più, di sperimentare la sproporzione tra giovani e vecchi a vantaggio di questi ultimi – si rifletta sempre di più sull’identità in chiave della sua disgregazione, non più secondo il topos della follia, caro ai secoli passati, ma seguendo il tracciato del decadimento fisico. Decadimento che, in questo tipo di società sempre più anziana, diventa materia tangibile, esperienza quotidiana, e che interessa il corpo quanto la mente.

L’Alzhaimer, oltre che essere una malattia, è una metafora. È il simbolo dell’impotenza di una società che crede di poter dominare ogni aspetto della vita; è il segnale tangibile dell’illusione a cui la memoria ci espone. Buco narrativo nel racconto del sé, ma anche lo sguardo impudico sulla disgregazione di un io, è uno strappo che non riguarda soltanto chi affronta la malattia, ma anche chi è vicino al malato, perché l’ambiente affettivo di ciascuno di noi, che è parte di noi stessi, ne viene investito e travolto.
Diversi artisti, negli ultimi anni, hanno scelto di indagare questa frattura, spesso partendo da questioni biografiche, come è intuibile, ma non solo, cercando di affrontare la malattia nelle sue implicazioni che travalicano la dimensione privata, quella sorta di “lutto anticipato” che è il disgregarsi di una mente che ha fatto parte, spesso in modo intimo, del nostro mondo. Questo numero di «93%» sceglie allora di indagare la malattia, il decadimento, come materia di riflessione artistica oltre che filosofica, dando spazio alle riflessioni di quattro artisti che hanno lavorato su questo tema. Quattro diversi approcci che però hanno moltissimi punti di connessione tra loro.
Adrian Bravi, da scrittore e romanziere, riflette sulle parole che scompaiono. Scompaiono le parole, come strumento della comunicazione con l’altro, ma con esse scompare anche la relazione. Non dissimile è il ragionamento di Andrea Cosentino, che nel suo spettacolo evoca anche l’illusione che abbiamo del tempo come moto lineare, tirando in ballo persino la fisica quantistica. Se scompaiono il senso e persino il tempo, da questa scossa tellurica sembrerebbe emergere nient’altro che il caos della nuda esistenza, eppure entrambi gli autori intravedono qualcosa che riconnette gli esseri umani a un elemento trascurato, quando non perfino negato, dell’esistenza: la sua leggerezza, la sua consistenza effimera. Sullo stesso procedimento di racconto, ma di segno opposto, si snoda il lavoro teatrale di Fabiana Iacozzilli, che evoca un quadro familiare dove la tensione si concentra sul tentativo, destinato inevitabilmente alla sconfitta, di trattenere la memoria, di arrestare la scomparsa e l’oblio. È questo, in parte, un compito affidato all’arte stessa, compito a sua volta effimero, ma che nell’allungare oltre i limiti fisici l’esperienza di una persona disegna comunque la possibilità di una dimensione ulteriore, collettiva, intergenerazionale, che ha a che vedere con il lascito, con l’eredità. Jacopo Giacomoni ricorre invece – come anche Cosentino – alla musica, una musica “slogata” che si interfaccia con un loop testuale, dove la decadenza diventa tangibile esperienza della dissipazione del significato. Un’esperienza che, seguendo la lezione di Mark Fisher, Giacomoni allarga dal particolare della mente individuale, soggetta a decadimento, al generale di una società “infestata” dal passato (un passato sovente utilizzato per celebrare se stessi, non per fare vera memoria) galleggiante in un presente immutabile dove frammenti di codici retrò riaffiorano periodicamente, sconnessi dai propri significati originali.

 

Novantatrepercento

 

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-       L’Alzheimer come metafora dell’oggi

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-         - di Stefano Allievi

Siamo un paese che invecchia e si spopola. Più morti che nati. Più emigranti che immigrati. Lo scompenso tra generazioni è in crescita. La piramide demografica è diventata una specie di cilindro in precario equilibrio, perché più largo in alto che in basso: e dunque a rischio di crollo. Con conseguenze impreviste. La malattia di Alzheimer è una di queste, e può essere letta come una metafora della nostra situazione. Perché è legata direttamente all’anzianità (colpisce una persona su cento tra i 65 e i 74 anni, ma ben una su cinque sopra gli 85 – il frutto avvelenato di una buona notizia, l’allungamento della speranza di vita). E perché produce, tra le altre cose, perdita della memoria e del senso della realtà: scaricandone le conseguenze sulle generazioni più giovani.

I malati di Alzheimer (che può avere forme più o meno gravi) sono persone con cui è difficile relazionarsi. Moltissimi hanno problemi per vestirsi o curare la propria igiene. Una cospicua minoranza (vicina al quaranta per cento) manifesta forme di aggressività verbale, quasi il venti per cento anche fisica, un po’ di più reagiscono ad accadimenti che non comprendono urlando. Quasi un terzo confonde il giorno e la notte, moltissimi, nella forma più nota e anche leggera, non riconoscono congiunti o conoscenti, o non hanno memoria di breve termine, per cui ripetono continuamente le stesse domande, di solito a proposito delle medesime persone.

Ma a parte i cambiamenti nella loro personalità, inducono cambiamenti nelle loro reti di relazione, e nella società. Mediamente hanno bisogno di quattro ore di assistenza diretta, e dieci-undici ore di sorveglianza. Producono in chi si occupa di loro frequenti e improvvise assenze dal lavoro, in molti casi la necessità della richiesta del part-time (che di solito finisce per pesare sulle donne), nel venti per cento dei casi la perdita stessa del lavoro (idem). Con un costo medio stimato a paziente di 70mila euro l’anno, di cui 19mila direttamente a carico delle famiglie, significa che spesso i figli, costretti a diventare i genitori dei loro genitori, a seguito del sovraccarico lavorativo ed emotivo vivono situazioni di stanchezza e depressione, che si riverberano sulla vita familiare. Così come il costo economico dei genitori si riverbera e ha conseguenze sulle opportunità, anche educative, offerte ai figli, dalla generazione che sta in mezzo. I risparmi di una vita, in non pochi casi, finiscono per svanire in poco tempo per occuparsi di persone che non recupereranno alcuno stato di salute. Gli stessi caregiver (assistenti, badanti) assoldati allo scopo, spesso stranieri, non sono adeguatamente professionalizzati, e tamponano come possono le falle del sistema (come fanno, giocoforza, coniugi e figli dei malati). I servizi, infine, non sono adeguati alla drammaticità del problema, e gli investimenti previsti insufficienti rispetto al suo aggravarsi.

Nella sua drammaticità, specifica di una categoria per fortuna non amplissima, ma in crescita, descrive bene la situazione del paese. Un sistema che regge grazie al lavoro e all’inventiva di adulti e forza lavoro, non abbastanza aiutati per quello che fanno. Ma squilibri di genere ingiustificati. I vantaggi delle generazioni più anziane che diventano svantaggi per quelle più giovani, le tutele degli uni che diventano i gravami degli altri. E ancora, le reti di servizio insufficienti e sottodimensionate, con il conseguente peso che grava interamente su famiglie peraltro sempre più piccole, con meno risorse e più problemi. E in tutto questo, un dibattito politico che parla di tutt’altro, di preferenza di cose inutili o addirittura controproducenti per risolvere la situazione (un esempio: immaginiamo come sarebbe la situazione senza colf e badanti stranieri…). E pochi (che per fortuna ci sono) tra i governanti e i responsabili, che avendo una visione delle tendenze in atto, cercano di affrontare i problemi, e al contempo di far quadrare i conti, come un buon padre di famiglia (come si diceva una volta nel linguaggio giuridico: oggi dovremmo dire un genitore avvertito) dovrebbe fare.

Davvero, non sembra la descrizione del nostro paese?

Corriere della Sera

 

 

 

giovedì 15 febbraio 2024

UN LEADER SOSTENIBILE ?

* EVITARE LA SINDROME DELLA CELEBRITA'*

Più volte  è stata affrontata la questione della leadership e del ruolo fondamentale di coloro che ricoprono posizioni di vertice in un contesto mutevole come quello attuale. 

È importante, in questo scenario, focalizzare l’attenzione sul significato sempre più centrale di leadership sostenibile per le organizzazioni del Terzo settore e per la stessa società civile.

La leadership sostenibile è un processo di mobilitazione di un gruppo di persone verso obiettivi collettivi. Non si tratta, dunque, di una persona o di una posizione, ma di un processo, un percorso che i leader delle organizzazioni possono praticare. Chiunque, in un’organizzazione, costruisca relazioni verso obiettivi comuni sta esercitando la leadership.

Praticare una leadership sostenibile significa promuovere un approccio olistico che si concentra su quattro dimensioni relazionali: con sé stessi, con i membri del team, con l’organizzazione e, infine, con il Pianeta. I leader sono, dunque, “sostenibili” quando mantengono alti i livelli di passione e motivazione personali attraverso un approccio equilibrato alla loro carriera; quando creano quelle che chiamo “relazioni compassionevoli”, ovvero significative e, quindi, durevoli e possibili nel lungo periodo, con i membri del loro team; quando rafforzano questi rapporti attraverso l’integrazione di un nucleo di valori nel quotidiano della stessa organizzazione; quando perseguono gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dettati dalle Nazioni Unite: adottando sia pratiche ambientali per combattere il cambiamento climatico, sia comportamenti individuali e collettivi per ridurre la povertà, favorire la Diversity&Inclusion o integrare immigrati e rifugiati promuovendo, ad esempio, un’istruzione più equa per tutti.

Una leadership sostenibile è fondamentale, in particolare, per le organizzazioni del Terzo settore nel mondo e, soprattutto, in Italia.

Le ragioni sono numerose: la leadership è, in primis, un meccanismo molto potente che può essere utilizzato per promuovere cambiamenti sociali positivi e sviluppare il tessuto economico e sociale delle nostre comunità locali in maniera coerente, coordinata e allineata coi bisogni della collettività.

In secondo luogo, perché aiuta i direttori esecutivi e in generale chi è in posizioni di responsabilità a gestire le fortissime pressioni e ad affrontare le sfide cui sono sottoposti quotidianamente. Ogni giorno, infatti, chi è a capo di un’organizzazione non profit è chiamato creare e sostenere un ambiente lavorativo che consenta al personale e ai volontari di rinnovare il proprio impegno, affinare le proprie capacità e imprimere il cambiamento necessario.

In terzo luogo, le esigenze dei leader delle organizzazioni del Terzo settore legate alla gestione delle emozioni sono diverse da quelle dei leader delle aziende profit e meritano quindi un’attenzione particolare.

I leader delle organizzazioni non profit, infatti, devono mostrare continuamente emozioni positive e fornire uno spazio sicuro o un contenitore per le emozioni negative che i loro dipendenti sperimentano ogni giorno in prima linea, senza lasciar fluire le proprie.

Eppure, ci sono diverse opzioni a disposizione dei leader per esprimere i loro turbamenti in modi che permettano all’organizzazione di funzionare efficacemente senza allontanarli dai membri del loro team, come ho ricordato in un recente articolo pubblicato insieme a Marie Dasborough dell’Università di Miami sul Journal of Organizational Behavior. Ma come fanno, a chi si rivolgono questi professionisti per rinnovare il loro impegno e affinare le proprie competenze? Come possono imparare a gestire lo stress, a creare relazioni durature con i donatori e i beneficiari, a concepire una visione per il futuro che faccia da guida e da ispirazione alle loro azioni?


Se vogliamo che le organizzazioni della società civile diventino sostenibili a tutti i livelli e siano realmente efficaci nel tempo, dobbiamo avere una visione più ampia dei bisogni dei loro leader. Dobbiamo formarli perché siano loro stessi i primi a riconoscerli, perché sappiano impegnarsi per lo sviluppo delle risorse interne, che significa lavorare per il rafforzamento del Terzo settoreun comparto che genera valore condiviso e contribuisce alla sostenibilità del Pianeta.

www.ilsole24ore.com/art/perche-terzo-settore-ha-bisogno-leadership-sostenibili-AFbFAODC

 

martedì 28 novembre 2023

EDUCAZIONE SENTIMENTALE ?


FACCIA A FACCIA

 

-         di Alessandro D’Avenia

 

Per vivere abbiamo bisogno del mondo: ci apriamo a ciò che è fuori di noi per necessità. Andiamo incontro a cose e persone perché ci sono utili: il nostro strato animale è fatto di bisogni. Noi umani però non ci apriamo per sola necessità: gli animali non apparecchiano la tavola, non guardano i tramonti, non scrivono lettere d’amore...

 Ciò di cui l’animale ha bisogno se lo prende dal più debole, con la forza, l’uomo invece lo regola attraverso le relazioni commerciali, d’amore e di amicizia. Ma se le relazioni sono fragili prevale la legge di natura, dove domina chi è più forte, e la forza diventa violenza quando l’altro è percepito come proprietà o minaccia. Se il 25 novembre si deve ancora celebrare una giornata contro la violenza sulle donne è perché questa violenza tocca soprattutto la relazione primaria. Ma anche qui la natura dà indicazioni chiare: mentre gli animali si ri-producono (producono l’uguale, la specie), gli umani «fanno» l’amore, cioè la relazione. I primi si accoppiano solo quando è necessario, i secondi quando vogliono e, a differenza degli animali, guardandosi in viso: se l’evoluzione ci ha portato a questo gioco libero e «faccia a faccia» è perché la sopravvivenza umana non riguarda la specie ma la persona: si diventa se stessi solo facendo la relazione con l’altro. E il volto è il luogo di questo gioco. Perché?

 L’animale ha il muso, non il volto, non si racconta, l’uomo sì. Noi facciamo l’amore per dare nascita l’uno all’altro, e questo ci dà gioia. Ma se questo non accade l’uomo regredisce a predatore, rinuncia alla sua evoluzione e si sente vivo alla maniera del bruto (animale in latino), possedendo e sottomettendo: dice «mio», come il bambino che strappa il gioco a un altro, per dire «io».

 La violenza è infatti paradossalmente proporzionale alla debolezza del sé, il bisogno non matura in relazione, resta egocentrismo infantile. Negli ambienti malavitosi, culmine di questo infantilismo del potere, si dice «meglio comandare che fottere»: i due fenomeni sono percepiti come gradazioni di potere, si esiste nella misura in cui si domina e sfrutta l’altro.

 Nella prima parte della narrazione simbolica della creazione biblica, Adamo non è il maschio ma l’Umano (l’umanità intera: adam significa semplicemente fatto di adamah, la terra), e ha la sua essenza nella dimensione relazionale, infatti la donna è tratta «dal fianco» per indicare simbolicamente che è della stessa materia (corpo sociale), l’Umano è uni-duale, cioè la sua essenza è la relazione: l’altro gli è, appunto, «a fianco». L’umano non è in-dividuale (letteralmente l’in-divisibile), ma duale (il con-divisibile), e se nel racconto il principio maschile sottolinea il fare (lavorare il giardino di Eden), quello femminile l’essere (Eva significa semplicemente la Vivente), è perché le due dimensioni sono proprie, prima, dell’Umano, e poi, della dualità corporea uomo-donna: tutti siamo chiamati singolarmente e socialmente a dar vita attraverso la capacità creativa (e il primo lavoro umano è proprio la relazione, un lavoro che non si improvvisa).

 L’individualismo ci fa invece credere che l’uomo è uno e deve auto-costruirsi tecnicamente, e quindi la dimensione relazionale da essenziale diventa puramente funzionale. Nel racconto quando l’umano vede per la prima volta l’altra, pieno di stupore dice: «è come me», soggetto non oggetto. Scopre di essere relazione, prima in se stesso: è capace di dialogo interiore. E poi fuori di sé: con l’altro, che è parte di lui senza essere sua proprietà. Il male comincia quando agiscono soli, individualisticamente. Se la donna non è «come me», e quindi «altro da me», ma «mia», e quindi «altro per me», smette di essere soggetto e diventa oggetto, mezzo.

 Una cultura individualista non riconosce e non educa alla dualità, alla relazione come essenza dell’Umano: il mondo e gli altri sono il self-service del self-made man. L’altro in quanto «mezzo» è riserva di «pezzi» di ricambio: lo si fa a pezzi nella mente e nel cuore prima che nelle mani.

 Una frase di Cristo, uomo scandaloso per come trattava le donne (persino quelle ritenute «intoccabili») va alla radice: «Fu detto: “Non commettere adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per dominarla, ha già commesso adulterio con lei nel cuore» (Mt 5). La traduzione «ha già commesso adulterio con lei» nell’originale suona «ne ha distrutto l’integrità», cioè «l’ha cor-rotta»: l’ha rotta, fatta a pezzi.

 L’invocata educazione alle relazioni che vogliamo affidare alla scuola non basterà a mutare un modo di essere che si struttura nell’infanzia e nell’adolescenza sulla base dei vissuti relazionali, né sarà sufficiente qualche lezione teorica a trasformare lo sguardo individualista in relazionale. Serve un modo nuovo di vivere e intendere il rapporto con gli altri, per accedere a un’energia dell’essere differenti che ci è divenuta inaccessibile: l’individualismo combinato al consumismo è infatti la negazione delle relazioni umanizzate e la resa ai bisogni.

 Una cultura che elimina il corpo con l’uso continuo degli schermi dati ai bambini, che avalla la pornografia, la pubblicità, le trasmissioni e le piattaforme social in cui la donna è ora Venere sacra (la sua presenza, divinizzata e idealizzata, serve a erotizzare oggetti o magnificare situazioni) ora Venere profana (è lei stessa l’oggetto da vendere e usare), è una cultura ipocrita perché prima allena lo sguardo che «fa a pezzi» la donna e poi si scandalizza per la mancanza di rispetto. In una cultura individualistica e consumistica l’educazione sentimentale diventa così ben presto retorica.

Solo un’educazione dello sguardo, e quindi del cuore e della mente, «all’integrità» (il contrario di dis-integrare: «fare a pezzi») dà agli umani un volto. Questo sguardo si struttura sin da piccoli interiorizzando il modo in cui, a casa, a scuola, per strada, in tv, gli adulti si rapportano prima con se stessi e poi tra loro: oggetti o soggetti? La violenza è in tutti, uomini e donne, di tutte le età e strati sociali: è nella persona. E solo un’educazione relazionale può arginarla, perché allena a sentire l’altro come me stesso: se lo ferisco ferisco me, se lo abbraccio, abbraccio me. E tutto comincia dal faccia a faccia della relazione.

 Provate a tenere oggi la mano sul volto di qualcuno per almeno un minuto, in silenzio. Quella stessa mano che potrebbe far violenza sentirà piano piano che il confine del corpo non è l’io ma il noi, un pronome che in una poesia Mariangela Gualtieri definisce largo quanto tutti i viventi. Noi diamo vita all’Umano solo insieme, l’eros ci spinge a unirci e accogliere il peso e il bello della differenza, in una energia e novità d’essere che brilla in quella luce duale che chiamiamo amore.

 Fonte: Corriere della Sera