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martedì 30 dicembre 2025

OGNI COSA A SUO TEMPO

 


La fine dell’anno

 è momento di bilanci

 e occasione

 per recuperare 

la saggezza 

del tempo che passa. 

 

di Enzo Bianchi 

 

Davanti a te un altro anno. “Buon anno!” augurerai e ti sentirai dire! Ma non dimenticare che se è bello che ti venga incontro un anno nuovo resta vero che un anno della tua vita è passato e non c’è più! E tu devi renderti conto del trascorrere del tempo: basta che osservi con attenzione il calendario del tuo corpo che registra immancabilmente i segni degli anni che passano. 

Così nella nostra vita ci sono gli anni dell’adolescenza, di cui prendiamo infuocata consapevolezza, poi vengono gli anni della giovinezza, segue la stagione della maturità e poco a poco arrivano anche l’anzianità e la vecchiaia. Questo processo non riguarda solo il corpo, riguarda anche la nostra psiche e riguarda il nostro spirito. Infatti, la nostra vita spirituale cresce e si evolve non sempre in senso progressivo, a volte con arresti e regressioni, ma va avanti e cambia. 

E noi siamo sempre attenti a questi cambiamenti ineludibili? Perché nella maturità la preghiera non è più quella della giovinezza, facendosi sempre più ascolto e poi nell’anzianità la preghiera tende a essere adorazione, addirittura silenzio, ripetizione di invocazioni alle quali si consegna una forza che non si sente più nelle proprie parole. 

Nei vecchi aumentano le domande e non solo diminuiscono le risposte ma si cercano di meno perché pregare diventa stare davanti a Dio, tentare di vedere il suo volto, sussurrargli “misericordia Signore, misericordia Signore”, e fare silenzio. 

C’è un modo di pregare per ogni stagione. È significativo che siccome non vedevano più Francesco d’Assisi pregare quando era stanco e malato dicevano di lui: “Non pregava più perché era preghiera!”. Sì, da vecchi si può per dono di Dio ed esercizio fedele di tutta una vita essere diventati preghiera!   

Famiglia Cristiana

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sabato 13 settembre 2025

VIRTU' TEOLOGALI


 Fede, speranza e carità non sono separate né in una rigida successione, ma si incrociano e sostengono l’un l’altra nel corso di tutta la nostra vita. 

 

 -

di Enzo Bianchi 

 Abbiamo cercato di comprendere almeno un poco come fede, speranza e carità, le tre virtù o forze che vengono da Dio e sono dette “teologali”, siano essenziali nel cammino di vita cristiana. Sarebbe però un errore dovuto a scarsa esperienza e a superficialità nella lettura della propria esperienza spirituale fare una rigida separazione tra di loro o vederle in successione come se ognuna generasse la successiva. In realtà nella nostra vita umana che procede, come diceva Gregorio di Nissa, “di inizio in inizio per inizi senza fine”, e anche per regressioni e cadute, le tre virtù si incrociano sovente e l’una sostiene l’altra. Non ha nessun senso scrivere che al prete è più necessaria la speranza della fede... questa è un’idiozia. Santa Teresina sul letto di morte confessava alla priora: “Madre, non credo più!”, e nello stesso tempo esclamava: “Mio Gesù, come vi amo!”. In quella morte era l’amore che suppliva alla distanza dalla fede! 

 Pensando a noi e alla nostra esperienza posso dire che non è vero che diventando vecchi la fede si rafforza: quasi sempre si fa più dubbiosa anche se si conserva fino alla fine, ma l’amore per il Signore diventa ardente, desiderio di raggiungerlo per essere con lui per sempre. La speranza spera al di là della morte e più si avvicina alla morte più può crescere, ma questa crescita è il lavoro dell’ostetrica che prepara e aiuta ciò che verrà! Per questo resta fondamentale nella vita umana l’attesa della venuta del Signore: “Egli viene! Egli è alle porte!”. Il cristiano non solo lo crede ma lo invoca e lo annuncia agli altri perché questa è Buona notizia, Evangelo! È dare speranza, è un grande atto di carità!

 

Famiglia Cristiana

 

venerdì 5 settembre 2025

VIENI E SEGUIMI

 


Le esigenze 

della sequela di Gesù

Nel chiamare discepoli e discepole dietro a sé Gesù non fa propaganda per le vocazioni, ma piuttosto dissuade, mette in guardia. Avremmo molto da imparare da questo suo atteggiamento, soprattutto quando la scarsità di vocazioni ci angoscia e ci fa paura: cattiva consigliere quest’ultima, che spinge ad accogliere tutti con molta superficialità e a non riconoscere e comunicare le difficoltà oggettive della sequela di Gesù.

Commento di Enzo Bianchi

Dopo il pranzo a casa di uno dei capi dei farisei (cf. Lc 14,1-24), Gesù riprende il suo cammino verso Gerusalemme, seguito da una folla numerosa. La sua predicazione ha successo, gli ascoltatori pronti ad accompagnarlo lungo la strada sono molti, ma Gesù, che vuole accanto a sé discepoli, non militanti, si volta indietro per guardare quella folla in faccia e rivolgerle alcune parole capaci di fare chiarezza e di non permettere illusioni o addirittura menzogne. Parole dure, che ci urtano e ci dispiacciono perché ci chiedono di combattere contro noi stessi, contro i nostri sentimenti naturali.

Infatti Gesù avverte: “Se uno viene a me, cioè vuole stare con me, e non odia suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Gesù mette in contrasto lo stare con lui e l’amore famigliare, nonché l’amore per la propria vita. Perché tanta radicalità? Semplicemente perché egli conosce il cuore umano, conosce il potere dei legami di sangue, conosce la possibilità che la famiglia sia una gabbia, una prigione. 

L’intenzione delle parole di Gesù consiste nella liberazione, che egli vuole portare a ogni uomo e a ogni donna, da tutte le presenze idolatriche, tra le quali è possibile annoverare anche legami e affetti di sangue e di famiglia.

Quanto alla paradossale espressione “Se uno non odia…”, essa ha certamente un retroterra semitico, ma va intesa bene. Infatti viene tradotta correttamente: “Se uno non mi ama più di quanto ami suo padre, sua madre…”. Negli affetti è questione di ordine. Amare il padre e la madre è un comandamento della Torah (cf. Es 20,12; Dt 5,16), e Gesù lo conferma (cf. Mc 7,9-13; Mt 15,3-6), ma può succedere che questo amore impedisca l’adesione al Signore, la pratica della sua volontà, la sequela materiale di Gesù. In tal caso i legami con la famiglia che trattengono e imprigionano vanno addirittura odiati!

La storia delle vocazioni cristiane conosce bene questi conflitti, questa sofferenza nelle famiglie, che a volte si ribellano alla vocazione del figlio o della figlia, e conosce bene anche le vocazioni abortite perché il legame con la famiglia è più forte del legame con il Signore che la vocazione richiede. Certo, oggi la mondanità entrata anche nella vita ecclesiale banalizza le relazioni tra chiamato e famiglia, così che non si pone più un aut aut che indichi una rinuncia, una separazione necessaria per seguire con cuore unito il Signore. L’esito è poi quello di chiamati che hanno una vita astenica, che sono “tirati qua e là” (cf. Lc 10,40), mai veramente decisi a compiere un cammino imboccato con tutto il cuore. Misere vocazioni! In verità non possiamo amare tutti nello stesso tempo, ma solo dando ai nostri amori un ordine chiaro sappiamo dov’è il nostro tesoro e dunque il nostro cuore (cf. Lc 12,34).

D’altronde, anche le dieci parole (cf. Es 20,1-17; Dt 5,6-22) richiedono come prioritario l’amore per Dio, e quando Gesù menziona il comandamento “Onora il padre e la madre”, dal quarto posto lo retrocede all’ultimo (cf. Lc 18,20). Anche i leviti dovevano abbandonare la famiglia per essere assidui al Signore, e la comunità di Qumran richiedeva ai suoi membri la separazione dalla famiglia per essere vigilanti in attesa del giorno del Signore (cf. 4QTestimonia 14-20; cf. Dt 33,8-11). Sì, Gesù chiede un atto, che lui stesso ha compiuto nei confronti della sua famiglia (cf. Lc 8,19-21), chiede una rottura che permetta un amore diverso, esteso, universale, un amore nel quale Dio ha il primato e la famiglia ha il suo posto, ma senza il potere di legare. Nello stesso tempo, amo ricordare che Dio, e dunque Cristo, non è totalitario: non esclude altri amori, come quello coniugale o quello dell’amicizia, ma anche questi vanno vissuti sapendo che l’amore per Cristo è primario, egemonico, e gli altri amori non possono porre ostacoli, dilazioni e tanto meno contraddizioni a quello per il Signore.

Questo regime degli affetti è duro, costa fatica, ma è il “portare la propria croce”, cioè il portare lo strumento di esecuzione del proprio io philautico, egoista. Ognuno ha una propria croce da portare, nessuno ne è esente, ma non si devono fare paragoni. Gesù, infatti, sa che quanti lo seguono fedelmente si troveranno coinvolti anche nella sua passione e morte, quando egli porterà la croce. Si tratterà di imparare da Gesù, quando egli parla, agisce, ma anche quando sarà condannato, torturato e ucciso nell’ignominia della croce. Essere discepoli di Gesù non è l’esperienza di un momento (cf. Mc 4,12-13; Mt 13,20-21), non è un provare per verificare, ma è la decisione di rispondere a una chiamata, è un “amen” che va detto con ponderazione, con discernimento, senza obbedire alle emozioni del momento.

Per questo Gesù annuncia due parabole che suonano come un avvertimento, una messa in guardia: egli non fa propaganda per le vocazioni, ma piuttosto dissuade… Avremmo molto da imparare da questo atteggiamento di Gesù, soprattutto quando la scarsità di vocazioni ci angoscia e ci fa paura: cattiva consigliera quest’ultima, che spinge ad accogliere tutti con molta superficialità e a non riconoscere e comunicare le difficoltà oggettive della sequela di Gesù. Con la prima parabola Gesù avverte: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa, per vedere se ha i mezzi per portare a termine i lavori?”. Seguire Gesù – e si faccia attenzione a una lettura poco intelligente dei racconti evangelici di vocazione! – richiede non il fuoco di un momento, non l’entusiasmo, non solo l’innamoramento, ma anche un tempo di calma, di silenzio, di esame di se stessi. È l’azione del discernimento, difficile ma assolutamente necessaria per percepire la voce del Signore non fuori di noi, non soltanto nelle eventuali parole di un altro, ma nel nostro cuore più profondo, là dove Dio ci parla personalmente. Ascoltando il profondo, la propria intimità, discernendo la parola di Dio dalle altre parole che ci abitano, guardando con realismo a ciò che siamo e alle nostre possibilità, noi possiamo giungere a una scelta; magari facendoci aiutare da chi è più avanti di noi nella vita secondo lo Spirito, ma sempre coscienti che l’amen può solo essere nostro, personalissimo, e un amen per sempre, non a tempo o con scadenza!

Similmente la seconda parabola avverte che occorre misurare bene le proprie forze, per vincere quello che è un combattimento spirituale senza tregua, fino all’ultimo. Perché la sequela di Gesù esige la capacità di fare guerra contro il nemico, il diavolo che ci tenta e vorrebbe farci cadere, spingendoci ad abbandonare la sequela stessa. Dunque il chiamato lo sa: ascoltata la parola di invito, deve innanzitutto “stare fermo”, rimanere in solitudine e in silenzio (cf. Lam 3,28) per discernere bene cosa ha ascoltato e cosa il cuore gli dice; poi deve consigliarsi (come dice letteralmente il verbo bouleúomai); infine deve pervenire alla decisione personalissima, fidandosi soltanto della grazia del Signore.

Gesù aggiunge poi una parola non presente nel brano liturgico, ma collegata con quanto precede. Egli dice che accade per una storia di vocazione quello che accade per il sale: “Il sale è buono, ma se perde la capacità di salare, a cosa potrà servire? Lo si butta via!” (cf. Lc 14,34-35). Allo stesso modo una vocazione può essere buona, ma nella vita può essere contraddetta, abbandonata, e allora quella resta una vita sprecata.

Diceva il mio padre spirituale: “Quando qualcuno pensa di incrementare il numero di vocazioni nella chiesa, e impone la vocazione agli altri, non crea dei santi ma delle persone miserabili!”.

 Cercoiltuovolto

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martedì 12 agosto 2025

ESERCITARE LA SPERANZA

 

Solo l’uomo può giungere

 a tanto ardire di chiedere a Dio,

 nella preghiera, 

di essere orientati

 a un’esistenza generativa 

e resiliente. 

 

di Enzo Bianchi 

Il cristiano che vive di fede, adesione al Signore, metterà nel Signore la sua speranza. Fede e speranza sono strettamente collegate tra loro perché solo chi conosce la saldezza di un fondamento in cui credere può sperare e solo chi spera continua a confermare ciò che crede. 

Al cristiano la speranza fornisce l’orientamento indispensabile per un’esistenza creativa e resiliente. L’umano è un essere forzatamente resiliente ed è la speranza che gli permette di restare in piedi nelle notti che attraversa. Giustamente Filone osservava che “solo l’essere umano conosce ed esercita la speranza”. 

La speranza genera l’invocazione, la preghiera, e ci inizia a una “fede che spera”. Non è forse la preghiera eloquenza della fede e linguaggio della speranza? Chi ha fede spera ciò di cui ha bisogno: spera ciò che non vede ancora, eppure attende, ciò che non sa quando giungerà, eppure si fa già testimone di quella venuta. E la speranza è sempre attesa, fiducia, aspettativa, desiderio, brama verso il Signore. 

Noi umani viviamo di tante speranze piccole, quotidiane e legittime: anche avere il pane quotidiano, che chiediamo nel Padre nostro, è una di queste. Ma la vera speranza cristiana è lo stesso Gesù Cristo, speranza nostra, unica speranza della gloria. È lui che ci attira innalzato sulla croce e noi guardiamo a lui con speranza, perché abbiamo fede in lui, perché lo amiamo senza averlo visto e desideriamo essere con lui per sempre. Per questo camminiamo cantando, non tristi ma gioiosi nella speranza.

 Famiglia Cristiana 

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mercoledì 30 luglio 2025

LA CRISI DELL'ASCOLTO

 

"La crisi di fede 
è crisi di ascolto"

 

 

 


E' Dio per primo che si rivolge a noi, soprattutto quando siamo stanchi e affaticati. 
Come? Nella sua Parola. Ma dobbiamo prima fare silenzio. 

 

di Enzo Bianchi 

 Nella nostra vita abbiamo bisogno di rinnovarci, ricominciare, riprendere il cammino percorso che a volte ci ha procurato stanchezza. Anche nella vita cristiana è necessaria questa dinamica, che è innanzitutto rinnovamento della fede. La fede è adesione di tutta la nostra persona al Signore, non è un atteggiamento intellettuale, né un sentimento destato dall’incontro con il sacro, è una relazione viva, un mettere la fiducia in Colui che abbiamo ascoltato con il cuore. Sì, perché la fede autentica cristiana nasce dall’ascolto di una parola che viene da Dio. È Dio che ci parla per primo, non noi parliamo per primi a lui, e la sua parola non è sonora, non si impone, chiede solo un cuore che sappia ascoltare. 

 Amico, non dimenticare che Salomone quando fu unto da Dio gli domandò il dono tra i doni: “Dammi un cuore che sappia ascoltare!”. La tua fede si rinnova dunque con l’ascolto della Parola, un ascolto attento e obbediente. Chiediti: se oggi c’è una crisi di fede non è forse legata a una crisi di ascolto? Manca anche l’ascolto del fratello e se non si ascolta il fratello che si vede come si potrà ascoltare Dio che non si vede? Ascoltare è accogliere le parole che ti raggiungono, discernere per verificare se sono parole che ti portano vita o se sono mortifere, se vengono dal Signore o se vengono dal buio presente nel profondo del nostro essere. 

Ascoltare è un’operazione da imparare che richiede esercizio, silenzio dai rumori e dalle parole vane. E accade a un certo punto che ascoltiamo una voce sottile, chiara e convincente, che parla con noi: è il Signore che chiede ascolto. 

 Rinnova l’ascolto e rinnoverai anche la fede nel lungo e a volte faticoso cammino verso il Regno.

 Famiglia Cristiana 

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venerdì 30 maggio 2025

LEONE E AGNELLO


Leone 

è un agnello: 

lavora alla pace.


Il Papa non si presterà a entrare in politica, neppure quella nobile della pacificazione tra Russia e Ucraina.

 Resterà a livello pre-politico, senza invadere lo spazio del conflitto geopolitico.

 

-         di Enzo Bianchi 


Sono solo venti i giorni dell’esercizio del ministero petrino da parte di Leone XIV: pochi per prevedere il cammino del suo pontificato, ma abbastanza per delinearne il profilo. Perché sono già molti gli atti e gli interventi del papa che, unitamente alle sue parole, non sono mai stati formali, ma sempre univoci nello stile e nella preoccupazione, e ci manifestano ciò che determina la sua persona e la sua pastorale. 

 Papa Leone, un papa inatteso? Un papa emerso da strategie e cordate già preparate e delineate per la successione a Papa Francesco? No, lo possiamo dire con una qualche certezza entrata nel nostro cuore dopo alcuni fatti avvenuti alla vigilia della scomparsa di Papa Francesco. Proprio per questo è stato eletto in brevissimo tempo e con una convergenza rara rispetto agli ultimi conclavi: un cardinale capace di non interrompere il cammino aperto da Francesco, ne verrebbe fuori un disordine e una confusione nella chiesa difficili da dissolvere in qualche decennio. Al tempo stesso, un cardinale diverso, proveniente dalla missione, da una vita monastica comunitaria come quella agostiniana, un uomo che dunque incontrava la gente, e anche chi non lo conosceva o lo conosceva poco ne intuiva “la clemenza”, la capacità di com-muoversi, di com-patire, di entrare in sintonia con chi incontrava. Da questo atteggiamento di ascolto, di cristiano ferito, nasce in Leone l’umiltà monastica di chi, senza essere preda del cinismo, sa che le autorità ecclesiali passano, che i piani pastorali mostrano presto dei limiti, che dalle vane ideologie – anche quelle che entrano ad accusare la vita della chiesa – occorre stare lontani perché ciò che era, è, e resta è solo Gesù Cristo, il Signore! Leone non sarà un papa protagonista, con una strategia per attirare tutti a sé, per coprire con la sua voce le diverse voci episcopali che presiedono la chiesa. Non sarà un condottiero ma un testimone, più Agnello che Leone, più con i tratti dell’Agnello messianico che del Messia Leone di Giuda. 

 Sono sempre significative le citazioni dei padri della chiesa nelle sue omelie: non brani apologetici, non ammonizioni severe, ma l’evocazione di parole autorevoli, efficaci anche per l’oggi, per la nostra vita ecclesiale e per la fraternità universale da estendersi a tutta l’umanità. Figlio dell’Occidente ma con una visione evangelica della vita del mondo sa che, come scriveva Bernardo di Chiaravalle: Amaritudo ecclesiae sub tyrannis est amara, sub haereticis est amarior, sed in concordia mundi amarissima! (L’amarezza della chiesa è amara quando la chiesa è perseguitata, è più amara quando la chiesa è divisa, ma è amarissima quando la chiesa se ne sta tranquilla e in pace). Perciò il mondo inteso come mondanità si scaglierà contro di lui e lui dovrà come Pietro la Roccia, mantenere salda la fede: la cercherà come un rabdomante anche presso i non cristiani, ma non permetterà alle mode di entrare nella chiesa per compiacere e agire in concordia con il mondo. Egli sa che se il sale perde il sapore può solo essere gettato via e calpestato. Sa che nell’indifferenza regnante attuale occorre vivere e mostrare “la differenza cristiana”, soprattutto oggi che un vago spirito divino, una forma di cristianesimo ridotto a morale, una religione narcisistica dello star bene con sé stessi sembra guadagnare terreno ed estendersi nell’emisfero Nord. 

 Per questo Papa Leone non si presterà a entrare nella politica, anche quella nobile della pacificazione tra Russia e Ucraina. Resterà a livello pre-politico come quasi sempre ha fatto la Santa Sede, invocando la pace, lavorando per la pace, aiutando i contendenti a incontrarsi, ma non entrerà nello spazio del conflitto geopolitico. La Santa Sede ha un’autorità superiore, un magistero che trascende anche la diplomazia, ha la parola di Cristo senza la quale è nulla voce. 

 Il Papa sa che non è possibile ospitare in Vaticano colloqui di pace, che le chiese ortodosse più distanti che mai da Roma non si sognano neanche di portare un loro conflitto in Vaticano. Lo ha detto anche Lavrov, anche se continuano giungere in Vaticano messaggi che dichiarano che l’autorità papale è riconosciuta dal governo russo e dal patriarcato di Mosca come una voce autorevole di pace e riconciliazione. Certo, occorreva un altro atteggiamento della chiesa cattolica in questo conflitto tra chiese ortodosse (russa e di Costantinopoli, russa e ucraina) e in tal modo non saremmo giunti ad un ecumenismo così frantumato. 

 Dunque, dobbiamo nutrire buone speranze, Leone XIV è un dono alla chiesa che saprà condurre come un Agnello tra agnelli e pecore per vie sinodali, ma soprattutto indicando una sola realtà alla quale aderire: il Signore Gesù Cristo.

Con Papa Leone tanti cristiani dovranno lavare le loro vesti nel sangue dell’Agnello. 

 Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 16 aprile 2025

IL GIOVEDI' SANTO


FATE QUESTO
IN MEMORIA DI ME



Con il tramonto del giovedì santo ha inizio il triduo pasquale, quei giorni “santi”, distinti dagli altri, in cui noi cristiani meditiamo, celebriamo, riviviamo il mistero centrale della nostra fede: 

Gesù entra nella sua passione, conosce la morte e la sepoltura e il terzo giorno è risuscitato dal Padre

 nella forza di vita che è lo Spirito santo.


- di Enzo Bianchi

 

Ma questo evento della passione di Gesù era dovuto al caso o a un destino che incombeva su Gesù? Perché Gesù ha conosciuto una condanna, la tortura e la morte violenta? Sono domande cui si deve dare una risposta se si vuole cogliere e conoscere in profondità il senso della passione. Ma sono gli stessi Vangeli che vogliono fornirci questa risposta testimoniando gli eventi di quei giorni pasquali dell’anno 30 della nostra era. Infatti Gesù, proprio per manifestare ai discepoli che entrava nella passione assumendola come un atto, non costretto dal fato e neppure per la casualità di eventi a lui sfavorevoli, anticipa con un mimo, con un gesto simbolico quello che gli sta per succedere e ne svela così il significato. Nella libertà, dunque, Gesù accetta quella fine che va profilandosi: avrebbe potuto fuggire, avrebbe potuto evitare di affrontare quella prova e, certo, ha chiesto al Padre se non fosse possibile questo, ma se Gesù voleva dimorare nella giustizia, se voleva collocarsi dalla parte dei giusti che in un mondo ingiusto sono sempre osteggiati e perseguitati, se voleva restare nella solidarietà con le vittime, gli agnelli della storia, allora doveva accettare quella condanna e quella morte. Sì, liberamente l’ha accettata perché fosse fatta la volontà del Padre: non che il Padre volesse la sua morte, ma la volontà del Padre chiedeva che Gesù restasse nella giustizia, nella carità, nella solidarietà con le vittime.

Ma questa libertà di Gesù era nutrita e accompagnata anche dall’amore: amore per il Padre, certo, ma anche per la verità e la giustizia, amore per noi uomini. Sì, proprio perché fosse manifesto che Gesù deponeva la sua vita liberamente e per amore – non costretto dal destino né da circostanze fortuite – Gesù anticipa con il segno quello che sta per accadergli. A tavola con i suoi discepoli, Gesù compie sul pane e sul vino delle azioni accompagnate dalle sue parole: il suo corpo è spezzato e dato per gli uomini, il suo sangue è versato e dato per tutti. E il segno della sua morte imminente, il sacramento del rendimento di grazie è l’eucaristia che i cristiani dovranno celebrare in memoria di Gesù per essere essi pure coinvolti in quel gesto che è dare la vita per i fratelli, per gli altri: alla fine di quell’azione Gesù esclama “Fate questo in memoria di me!”. Fino al suo ritorno, per tutto il tempo in cui i cristiani vivono nel mondo tra la morte-risurrezione di Gesù e la sua venuta nella gloria, è nella celebrazione di quel gesto del loro Maestro e Signore che i cristiani saranno plasmati come discepoli, parteciperanno alla vita stessa di Cristo, conosceranno che lui, il Signore, è con loro fino alla fine della storia.


Il giovedì santo non può dunque non celebrare questo evento anticipatore della passione di Gesù, narrazione del suo esodo da questo mondo al Padre. Ma la chiesa, significativamente, nella liturgia del giovedì santo sera, oltre a ricordare e vivere questo gesto del suo Signore come in ogni eucaristia, vive e ripete anche un altro gesto di Gesù, quello della lavanda dei piedi. Anche il quarto Vangelo, infatti, ricorda “l’ultima cena di Gesù con i suoi”, quella cena in cui fu svelato il traditore e annunciato il rinnegamento di Pietro e la fuga di tutti gli altri discepoli, quella cena vissuta in occasione dell’ultima pasqua di Gesù a Gerusalemme prima della sua morte. Però, anziché narrare il segno del pane e del vino, Giovanni narra il segno della lavanda! Perché un’azione “altra”, un segno “altro”? Eppure anche il quarto evangelista conosce il racconto dell’eucaristia, la chiesa ormai da decenni celebra questo sacramento. Perché allora la memoria di quest’altro segno? 


Possiamo ritenere molto probabile che questa scelta del quarto Vangelo sia motivata da un’urgenza avvertita nella chiesa alla fine del I secolo: la celebrazione eucaristica non può essere un rito disgiunto da una prassi coerente di agape, di amore e servizio ai fratelli, poiché proprio questo è il suo significato: dare la vita per i fratelli! L’evangelista vuole così riattualizzare il messaggio dell’eucaristia ricordando che o essa è servizio reciproco, dono della vita per l’altro, amore fino all’estremo, oppure è solo un rito che appartiene alla “scena” di questo mondo. Potremmo dire che l’intenzione di Giovanni è che il sacramento dell’altare sia letto e vissuto sempre come sacramento del fratello: celebrazione eucaristica con il pane spezzato e il vino offerto e servizio concreto, quotidiano al fratello si richiamano reciprocamente come due facce della partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Ecco allora il gesto di Gesù narrato lentamente, quasi al rallentatore, affinché resti ben impresso nella mente del discepolo di ogni tempo: Gesù depone la veste, prende un asciugamano, se lo cinge ai fianchi, verso l’acqua nel catino, lava i piedi, li asciuga, riprende la veste… Sono verbi di azione che rendono plasticamente l’evento della lavanda. E’ un gesto che Gesù compie in piena consapevolezza: Gesù, il Kyrios, il Signore, lava i piedi ai discepoli. Gesto anomalo, gesto paradossale che capovolge i ruoli, gesto scandaloso, come testimonia la reazione di Pietro! Eppure, proprio così Gesù racconta, “evangelizza” Dio, nel senso che rende Dio “buona notizia” per noi.


Due azioni diverse, due mimi sacramentali, due segni che narrano la stessa realtà: Gesù offre la sua vita e, liberamente e per amore, va verso la propria morte facendosi schiavo. Per questo, come al gesto eucaristico, così anche al gesto della lavanda fa seguito il comando: “Come io ho lavato i piedi a voi, così fate anche voi”. E la chiesa, se vuole essere chiesa del Signore, così deve fare in obbedienza al suo mandato: spezzare il pane, offrire il vino, lavare i piedi nell’assemblea dei credenti e nella storia degli uomini.


mercoledì 5 marzo 2025

LE TRE COLONNE DELLA QUARESIMA

       


IL PADRE TUO

 VEDE NEL SEGRETO


1In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c'è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Dunque, quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. 

In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Invece, mentre tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 

6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un'aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 17Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, 18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». 

  Commento di Enzo Bianchi

 Tre “colonne” strutturavano e strutturano la vita religiosa degli ebrei: l’elemosina, la preghiera e il digiuno.

Il “giusto” ebreo le pratica con convinzione, come azioni segnate da bontà, ma resta vero che in qualsiasi comportamento religioso tutto può corrompersi: noi umani sappiamo infatti pervertire le azioni buone in azioni animate da altre intenzioni, oppure segnate da uno stile non adeguato a esse, e quindi finiamo per compiere opere perverse. 

 È significativo che in questo brano evangelico Gesù non accusa né nomina nessuno in particolare ma, in generale, quanti praticano i comandamenti di Dio con un’intenzione e uno stile assolutamente non coerenti con la volontà di Dio stesso. Anche i cristiani, anche noi, siamo preda della tentazione di agire sì secondo la legge di Dio, ma cercando che questa nostra fatica, questa nostra bontà sia vista dagli altri, magari “a fin di bene”, per “dare il buon esempio”. Così non teniamo più lo sguardo fisso su Dio ma cerchiamo lo sguardo degli altri su di noi, facciamo “scena”, religiosa ma sempre scena, e non siamo più degni di essere guardati e ricompensati da Dio. Guai a pensare di essere un modello per gli altri: è non solo mancanza di umiltà, ma anche un sentirsi giusti che impedisce al Signore, il quale è medico delle nostre anime, di incontrarci per guarirci. 

 Praticare l’elemosina

La verità delle nostre azioni apparirà solo nel giudizio, quando Dio manifesterà anche i pensieri del nostro cuore. Praticare l’elemosina, cioè, condividere i beni con sentimenti di misericordia e compassione per i bisognosi, è giustizia secondo i sapienti di Israele (cf. Sir 3,30), vale quanto i sacrifici offerti a Dio (cf. Sir 35,4), perché chiudere il cuore a chi è nel bisogno fa chiudere a Dio il cuore verso chi non vede il fratello o la sorella nella sofferenza. Fare l’elemosina – dicevano ancora i sapienti – significa ottenere da Dio la remissione dei peccati (cf. Tb 12,9). Gesù conferma questa prassi ma mette in guardia da ogni ostentazione: non c’è nessuna ragione per farsi vedere nel compiere il bene! Occorre invece più che mai la fede in un Dio che è Padre, il quale vede ciò che noi facciamo senza calcoli e nel nascondimento, e gradirà il nostro operare. 

 Pregare

Lo stesso atteggiamento Gesù lo richiede nella preghiera. C’è una preghiera pubblica per il popolo di Dio, l’assemblea liturgica, ma anche in essa c’è uno stile proprio del discepolo di Gesù.

Innanzitutto, deve essere una preghiera semplice, sobria, convinta, seria. Non occorrono preghiere interminabili, lunghe, quasi che Dio richiedesse di essere adulato, pregato, “affaticato” come pensano e fanno i pagani. Anche la religiosità dei cristiani è giudicata dalla loro fede, che la norma e la purifica costantemente. Non bisogna dunque ostentare una propria devozione in mezzo agli altri, inginocchiandosi quando tutti stanno in piedi, o stando in piedi quando gli altri stanno seduti, e neppure mettersi a pregare in luoghi pubblici (crocicchi, angoli delle piazze), magari sgranando la corona del rosario. Così facendo, si caricatura la preghiera cristiana! Ecco allora la necessità di verificare la qualità della preghiera comune, fatta nell’assemblea liturgica, con la preghiera personale, nella propria camera, nella propria cella, nel segreto e nell’intimità del faccia a faccia con Dio. Sì, Dio vede, e questo deve bastare. 

Digiunare

Così è anche per il digiuno, una pratica essenziale alla vita spirituale, per imprimere in tutta la nostra persona, corpo e spirito, che “non di solo pane vive l’uomo” (Dt 8,3; Mt 4,4; Lc 4,4), per imparare a sottomettere bisogni e pulsioni, per esercitarsi a dire no alle tentazioni; ma se facciamo digiuno per essere ammirati nella nostra virtù, anche il buon contenuto di questa azione si corrompe. 

 La vigilanza

Inizia la quaresima, e i quaranta giorni che ci stanno davanti richiedono la pratica di queste tre esigenze spirituali. Siamo però vigilanti: se, per esempio, facciamo digiuno ma poi diventiamo nervosi, aggressivi, non più miti e gioviali con quanti ci stanno vicino, meglio non digiunare. Tutto ciò che facciamo – elemosina, preghiera, digiuno – o ci aiuta a essere più capaci di amore o, altrimenti, non va praticato, perché l’amore, la carità è il télos, lo scopo di ogni legge e disciplina. Siamo discepoli di Gesù, che praticano il comandamento nuovo e definitivo dell’amore reciproco (cf. Gv 13,34; 15,12), non discepoli di un maestro spirituale che ci ha insegnato solo discipline e metodi per una vita morale! 

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lunedì 10 febbraio 2025

QUALE PRESBITERO?


 È necessaria 

una riforma 

del presbitero

 

 

-di ENZO BIANCHI

per gentile concessione dell'autore

 

 Per essere più fedeli al Vangelo e più capaci di rispondere ai bisogni della comunità cristiana.

 

Se la liturgia necessita con urgenza che si continui la riforma iniziata con il concilio Vaticano II, come abbiamo accennato nell’articolo precedente, anche il presbitero e la comunità cristiana che lui presiede richiedono una riforma. Sappiamo tutti che negli scritti del Nuovo Testamento, in particolare nelle lettere di Paolo, è attestata una diversità di ministeri che non riusciamo sempre a identificare con precisione nel contenuto: inviati (apostoli) e inviate (apostole), evangelisti, didascali e profeti, diaconi e proesti di comunità. Tutti prestavano un servizio al Signore della chiesa prendendosi cura delle diverse necessità apostoliche. Poi purtroppo nel III secolo, come testimonia Cipriano di Cartagine, si stabilisce una gerarchia ecclesiastica nella quale la figura del vescovo acquisisce una considerevole importanza e centralità. La crisi dell’Impero romano favorisce anche il passaggio a un’autorità episcopale che sia non solo ecclesiale ma anche politica e nello stesso tempo si proiettano sulla figura clericale le immagini dell’Antico Testamento che ne fanno un sacerdote, un sacrificatore impegnato in una obbedienza stretta ed esigente alla ritualità sacrificale. E la Riforma invano cercherà di ricordare le esigenze neotestamentarie, anzi, per reagire, la chiesa cattolica rinforzerà quell’identità sacerdotale che ha determinato l’esemplarità di tanti santi presbiteri controriformisti fino al curato d’Ars.

 Presbyterotum Ordinis        

Il concilio Vaticano II ha cercato, soprattutto con Presbyterorum ordinis, di riformare la figura e il ministero del sacerdote indicato sempre più come “presbitero” in fedele obbedienza al Nuovo Testamento, ma questo testo è restato un tentativo di riforma, non approfondito e non sviluppato, come ci si sarebbe potuti attendere da un decreto conciliare. Sì, il ministero non è plasmato da un’idea platonica, ma vivendo nel tempo deve accettare di essere plasmato secondo le esigenze pastorali del momento. Non le esigenze mondane, ma quelle che emergono nella vita degli uomini e delle donne come bisogni e come legittimi desideri. Il ministero non è un’esigenza funzionale nella chiesa, ma un ordo fondamentale richiesto dal Vangelo, che prevede che il gregge del Signore sia guidato dai pastori, e che ci sia chi ha il compito di “pescare” le pecore e di radunarle andando anche a cercare quelle smarrite. Non c’è chiesa senza pastore ed è un’illusione una chiesa che si autogoverni senza riconoscere il ministero apostolico, il ministero dell’inviato del Signore.

          Ma proprio la forma dell’esercizio di questo ministero può e deve mutare per essere più fedele al Vangelo e più capace di rispondere ai bisogni della comunità cristiana. Occorre una riflessione esigente, coraggiosa, che non tema una revisione radicale e non si fermi ai ritocchi.

          Oggi il prete è sovente scontento, stanco, incapace di rinnovare le motivazioni della sua vocazione e nell’anzianità confessa la sua frustrazione, la mancanza di adesione a quel che deve compiere. Purtroppo, io, nel mio povero servizio di accompagnamento di tanti preti, ascolto la loro fatica, la loro voglia di ribellarsi al dovere di celebrare la domenica fino a cinque messe in paesini sperduti con poca gente, e celebrare con gente non convinta... Così il prete è diventato uno che “dice messa”, un funzionario di un sacro non cristiano, un mercante di stralci di dottrina che deve comunicare nell’omelia e, per molti, colui che presiede alla sepoltura dei loro morti. E taccio sulle diverse incombenze e servizi burocratici e filantropici che deve organizzare mentre questo richiede tempo e non dovrebbe dipendere da chi è prete. No, una vita di questo tipo stanca e sfibra molti preti e soprattutto preti giovani che non lo sentono come un servizio che arricchisce la loro esistenza e li fa vivere nello spazio del Vangelo, ma come uno sfruttamento. Perché non ci si chiede a partire da queste letture la causa della carenza di vocazioni presbiterali? Il problema è ancora relativamente poco presente nel Sud Italia dove il prete è un’autorità, è venerato e gode di un buon tenore di vita (diciamo la verità). Ma non si può dire lo stesso della Liguria, del Piemonte, della Toscana, dell’Umbria. Non è solo la situazione secolarizzata, ma la situazione ingrata in cui vivono i preti che allontana le vocazioni. È vero che chi sceglie il ministero accetta di abbracciare la croce, ma in una vita piena di senso, di fraternità e affetti, una vita piena!

          Io sogno di incontrare – e li incontro ora raramente! – preti umanissimi, umili come nell’incontro con un viandante, un giardiniere, un pescatore, ma persone che sappiano dire parole di speranza, destare fiducia, dire che l’affetto, l’amore è l’unica cosa che conta per tutti i cristiani che vivono la comunità. Sogno dei preti che non organizzano eventi, non trasformano gli incontri pastorali in feste folcloristiche, ma stanno tra la gente, ascoltano, fanno visite, condividono, fanno segno... cioè indicano ciò che sta oltre il visibile ma è oggetto del desiderio dei veri cristiani. Sogno dei preti che abbiano una semplice chiesa in cui radunano la gente e fanno risuonare con exousía la Parola di Dio convinti che questa ha in sé una dýnamis, una forza divina come dice l’Apostolo, e la annunciano confidando che essa operi ciò che essi stessi non sanno operare. Ed è proprio la Parola di Dio che crea comunità, costruisce comunità, edifica la parrocchia nella forma oggi possibile: dove si spezza la Parola e il pane insieme, soprattutto nel giorno del Signore!

 Quale via?

Tutto è così semplice! Che senso ha questa proliferazione e questa istituzionalizzazione di gesti che appartengono ai battezzati e vengono chiamati “umanitari”? Ma è veramente questa la via per edificare la chiesa, o questa è la via di una nuova clericalizzazione in cui un’alba bianco vestita durante l’eucaristia dà un decoro e un’identità che la fede non riesce a dare? Questa formula di una chiesa tutta ministeriale è mondana, sembra rispondere a esigenze di democrazia, ma se tutti sono ministri a chi si fa il servizio? Perché tanta enfasi proprio quando “la crisi” svuota e rende fragili molte figure? Certamente per molti cristiani si fa sempre più evidente la teologia del “resto d’Israele”, del “piccolo resto”. Tutto l’Antico Testamento, soprattutto i profeti, testimoniano che sì, c’è il popolo di Dio, ma che Dio poi si sceglie e guarda a un “resto”, un piccolo numero di fedeli che non corrisponde con il popolo. Non sono credenti privilegiati, non stanno in corsie preferenziali, non sono klerós, porzione nobile, ma realtà di piccoli, poveri che confidano solo nel Signore. Fanno parte del popolo di Dio e non si distaccano da esso ma non confidano nell’istituzione, né nel tempio, né nel sacerdozio! Attendono il Giorno del Signore, che lui venga e operi la salvezza.

          Anche nella chiesa, oggi più che mai se lo vogliamo vedere, si sta stabilendo un resto di cristiani: non si dicono più cattolici, ortodossi o protestanti, ma semplicemente “cristiani”, pur riconoscendo con gratitudine la chiesa che li ha generati a Cristo. Non è solo il grande teologo Paolo Ricca che ha lasciato come testamento questa confessione, ma altri si esprimono con le stesse parole nell’adesione a Cristo, cercando di vivere il Vangelo senza più guardare all’istituzione. Tuttavia, questo non è né fecondo, né coerente con una vita cristiana che sia sale della terra, speranza per le genti.

          Ma se non c’è riforma del presbiterato e della comunità cristiana l’unico esito sarà una diaspora, con il rischio di non essere significativi, di non fare più segno tra gli uomini e le donne del nostro tempo.

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sabato 18 gennaio 2025

L'UNICA POSSIBILITA'



 La fraternità 

come via 

per superare la guerra.


 «L’unica possibilità». 



Ad affermarlo è fratel Enzo Bianchi

«Siamo alla vigilia di una grande guerra mondiale.

La fraternità è da vivere con lo stesso impegno 

avuto per la libertà e l’uguaglianza, 

come qualcosa di politico per cui combattere.


Intervista a ENZO BIANCHI

di Chiara Genisio

 La fraternità deve tradursi in istituti politici, giuridici com’è avvenuto in Sudafrica per la riconciliazione. Finché la fraternità resta un augurio, anche la libertà e l’uguaglianza saranno fragili, come scrivo nel mio libro ». Si intitola proprio così, semplicemente Fraternità (Einaudi Editore), il suo ultimo libro. Un testo che era già pronto anni fa, poco prima dell’uscita dell’Enciclica sociale Fratelli tutti di papa Francesco. Ha scelto di attendere a pubblicare, nonostante i solleciti del suo editore. Ma ora ha sentito che il tema doveva “assolutamente” essere approfondito e divulgato. «Ne ho sentito l’urgenza», afferma, «la società è sempre più rancorosa, più diffidente con la mancanza di fiducia. Un clima in cui viene sempre meno soprattutto la fraternità e, di conseguenza, la solidarietà, lo stare insieme. Ciò mi ha spaventato e mi ha indotto a pubblicare questo libro; con la guerra ormai ai confini dell’Europa e nel Medio Oriente la fraternità diventa l’orizzonte dell’umanità e non più l’orizzonte di cui parlare come se riguardasse solo i cristiani o una parte del mondo». 

 Papa Francesco nella Prefazione scrive che nel libro lei mostra che «la fraternità è la vocazione dell’umanità». Quanto è importante che papa Bergoglio abbia scritto la Prefazione? 

«Molto importante. Non ho mai perso la consapevolezza di essere figlio di uno stagnino, di venire dal Monferrato da una famiglia povera; nella mia vita avrei mai pensato di stringere la mano a un Papa, di diventare poi con Benedetto XVI e con Francesco, in un certo senso, un amico. La Prefazione mi è giunta come un dono grande, un segno di affetto di papa Francesco, di un suo riconoscimento soprattutto dopo un periodo burrascoso, in cui sembrava che ci fossero molte diffidenze verso di me. Quindi, non solo ringrazio Francesco che, in tutto questo tempo, con lettere e messaggi mi ha dato segni di affetto, di confidenza, di rassicurazione, ma lo ringrazio perché ha messo anche un sigillo su quello che scrivo, su quello che può essere il mio insegnamento, la mia eredità». 

Lei a un certo punto cita che Francesco identifica la questione della fraternità come una cosa dei credenti di tutte le religioni, ma lei dice no: è una questione dell’umano... 

«E aggiungo anche dei non credenti. Secondo me la fraternità è universale. Dobbiamo stare attenti a non fare una specie di “Onu dei credenti” in cui al centro ci sarebbero i monoteismi, poi le altre religioni e le altre spiritualità ai bordi. L’uomo non è definito dal credere o dal non credere, ma dal suo operare». 

 C’è, quindi, un’unica fraternità per tutti? 

«Sì. Noi certamente ci sentiamo confermati nella fraternità, perché diciamo che l’unico nostro padre è Dio. Ma i non credenti possono sentire la fraternità come imperativo avvertito dalla coscienza umana come decisivo; è un cammino al quale sono chiamati tutti gli uomini e le donne della terra. L’umanità è una: ciascuno o si colloca in relazione con altri e si umanizza o sperimenta un cammino individualistico che ha come esito la barbarie». 

 Possiamo affermare che un credente dovrebbe avere una spinta in più verso la fraternità? 

«Una responsabilità in più». 

 La Chiesa italiana come vive la fraternità? 

«La Chiesa o è una fraternità oppure non è Chiesa di Cristo. La Chiesa italiana non sempre sente quello che dice Francesco, non sempre ascolta le voci più vive. È una Chiesa ancora troppo lenta; al Sinodo non c’è un vero tema di rinnovamento, manca l’invenzione, la scoperta di un segno dei tempi nuovi... Non si percepisce un’urgenza nuova nella Chiesa italiana. Sono ancora valide le indicazioni pastorali dell’inizio del 2000». 

 Di cosa c’è bisogno? 

«Occorre avere del coraggio». 

 La questione femminile affiora nel dibattito anche al Sinodo: nella Chiesa italiana c’è un problema femminile? 

«C’è in tutta la Chiesa, forse un po’ meno nelle Chiese del Nord. Le donne non sono ancora valorizzate come dovrebbero. Abbiamo un Papa che è più profeta e più avanti di quel che è il popolo di Dio». 

 Come sono i giovani che incontra? 

«I giovani non sentono neanche la Chiesa lontano, per loro non esiste più. Viviamo un tempo di esculturazione del cristianesimo A volte parlando con loro mi dicono che la Chiesa non sanno cosa sia. Vivono nell’indifferenza verso tutto, con l’obiettivo di stare bene con sé stessi. Ci mancano dei corridoi di formazione per i giovani. Sono preoccupato, in questo periodo sto lavorando con gli Scout, un’agenzia che fa formazione e che aiuta a crescere umanamente e fornisce una grammatica umana». 

 Da mesi è impegnato con conferenze e iniziative, a parlare non solo di fraternità ma anche di vita, sentimenti, cuore, cibo. Tutta questa vitalità le arriva da “Casa Madia”, la sua nuova casa? 

«No. Io credo che la fonte sia l’assiduità alla parola di Dio. Io sperimento che l’assiduità alla parola di Dio mi infonde un coraggio, una forza per cui non temo nulla. Mi fa dire quello che devo dire a chiunque; non ho paura e affronto anche quelli che mi calunniano o mi hanno calunniato. Se la parola di Dio viene meno anche per un giorno, io mi sento smarrito e mi sento debole». 

 L’invito è a pregare di più? 

«Sì, a leggere di più la parola di Dio. Attaccarsi al Vangelo perché il Vangelo è Gesù Cristo e Gesù Cristo è il Vangelo».

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