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mercoledì 16 settembre 2026

SCUOLA, ATTO DI SPERANZA


 Educare 

non significa riempire 

ma liberare.


«La scuola come atto di speranza radicale»

Oggi la stessa idea di educazione è depotenziata da principi che rispondono a logiche di mercato


-di MATTEO MARIA ZUPPI

C’è una parola che è la chiave di lettura di queste pagine e di tutta la vita dell’autore, sulla quale sostare prima ancora di cominciare a leggere. È la parola “educare”, dal latino educere, tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere. Marco Rossi-Doria lo sa bene: lo ha vissuto con i piedi, con le mani, con il cuore e con la mente negli anni passati a essere, più che a fare, l’educatore nelle scuole delle periferie di Napoli, nelle aule dove lo Stato arriva tardi e spesso con le mani vuote di soluzioni e con troppi proclami. Lo dimostra con la chiarezza di chi ha visto le cose da vicino, senza le protezioni del distacco accademico.

È il motivo che mi ha spinto a scrivere, vere queste considerazioni, nutrite da un’amicizia con l’autore che dura dal liceo classico “Virgilio”, a Roma, in anni segnati dalla passione per una scuola diversa. 

Il tema ci tocca tutti da vicino, perché significa che la scuola deve svolgere, pienamente e per tutti, questo suo ruolo, in alleanza con quanti compongono il sistema educativo. Ma soprattutto perché credo che oggi, in Italia, parlare di scuola e di educazione non sia un esercizio tecnico o pedagogico. È un atto politico nel senso più alto del termine, nel senso della polis, della città in cui si vive insieme, della comunità che si costruisce o si lascia sgretolare.

Viviamo un tempo strano. Un tempo in cui la parola “merito” è al centro dell’istruzione ma resiste il fallimento formativo, evidente contraddizione perché il “merito” deve essere per tutti e la scuola deve garantirlo. Un tempo in cui si discute molto di programmi, di vo- di riforme scolastiche, e pochissimo di quella cosa essenziale che è il rapporto umano tra un adulto e un bambino, tra un insegnante e un ragazzo che magari a casa non ha nessuno che gli legge un libro o che gli chiede com’è andata a scuola. Un tempo in cui l’irrompere dell’intelligenza artificiale rischia di fare regredire quella naturale, di cambiare le relazioni e l’apprendimento.

Don Lorenzo Milani lo scriveva in modo lapidario, con quella sua intransigenza profetica: «Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali». E noi, sessant’anni dopo, ci troviamo ancora lì, con quasi un quarto dei minori italiani in esclusione sociale, con un divario Nord-Sud che si allarga invece di restringersi, con generazioni intere che crescono senza aver mai incontrato un adulto che credesse davvero in loro.

Rossi-Doria chiama questo «fallimento formativo di massa». È un’espressione dura, quasi spietata, ma onesta. Perché quando un bambino esce dalla scuola senza saper leggere davvero, senza riuscire a capire un testo, senza gli strumenti minimi per orientarsi nel mondo, non è un fallimento suo. È il fallimento di tutti noi. È la spia di un sistema che ha smesso di credere in ciò che fa, che ha lasciato che la scuola diventasse un luogo burocratico dove si registrano presenze e si compilano documenti, invece di essere, come dovrebbe, il luogo in cui si incontra la vita.

Penso spesso a una pagina di Georges Bernanos, il quale in una delle sue prose più intense scriveva che il mondo sarà salvato solo da coloro che sanno sperare. Non da chi organizza, non da chi pianifica, non da chi gestisce le emergenze, ma da chi sa ancora sperare. La scuola, la vera scuola, è un atto di speranza radicale. Dire a un bambino «siediti qui, impara, questo serve per te» è affermare che il futuro esiste, che vale la pena costruirlo, che il presente non è l’ultima parola su nessuno.

Eppure questa speranza è sotto pressione. Rossi-Doria descrive con precisione il paesaggio cambiato: un mondo saturo di stimoli digitali che competono con l’attenzione dei ragazzi, famiglie spesso sole e fragili, insegnanti pagati meno che in quasi tutti i Paesi europei e lasciati senza il sostegno e la formazione continua che il loro lavoro esigerebbe, politiche educative che cambiano a ogni legislatura senza mai davvero incidere sulle strutture profonde.

La scuola italiana è come una casa a cui tutti riconoscono importanza ma che nessuno vuole davvero ristrutturare: si preferisce parlarne, dibatterla, riformarla sulla carta.

Ma c’è qualcosa di ancora più sottile, e più preoccupante. Non è solo la scuola a essere depotenziata. È l’idea stessa di educazione. In un’epoca che esalta la velocità, l’utilità immediata, il risultato misurabile, l’educazione, che è per definizione lenta, imponderabile, orientata al lungo periodo, sembra fuori tempo.

I bambini si educano, si dice, ma poi si “valorizzano” le competenze, si “ottimizzano” i percorsi formativi, si “performano” gli apprendimenti.

linguaggio tradisce la visione: la persona è diventata una risorsa da formare per il mercato, non un essere umano da accompagnare verso la pienezza di sé.

www.avvenire.it

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mercoledì 9 settembre 2026

RESILIENTI

 

'

 La resilienza come capacità di abitare una vita imprevedibile


Alberto Angela: " Ci sarà un momento nella vita in cui direte 'è finita ' ".




La Redazione

"Quando la vita sembra metterci all'angolo, Alberto Angela indica una strada che non promette scorciatoie ma può cambiare il modo di affrontare le difficoltà..."

Ci sarà un momento nella vostra vita in cui direte “this is it,  è finita”. A chi non è mai capitato di dire almeno una volta, davanti a una situazione che ci sembrava più grande di noi, la frase che ha riportato Alberto Angela durante una recente intervista.  Alberto Angela, ricordiamo, è un paleontologo, divulgatore scientifico, conduttore televisivo, giornalista e scrittore italiano, nel suo intervento ha voluto lasciare, soprattutto ai giovani, un messaggio importante: la resilienza come capacità di abitare una vita imprevedibile. “Sarà così se voi vi lasciate andare, ne uscirete solo se risolverete un problema alla volta. Non tutto. Un passo alla volta, prima uno e poi l'altro”. 

Davanti ai momenti negativi, nei quali le situazioni si aggrovigliano, i problemi sembrano sempre più accumularsi, sommergendoci quasi del tutto, non esistono vie di fuga.

Esiste, secondo Angela, un unico metodo, ovvero quello di attraversare la tempesta un passo alla volta: “una piccola conquista, un'altra e un'altra ancora. Poi se ne avrai fatto un numero sufficiente ce la farai, ma non hai altra scelta. Quindi il mio augurio è quello di non mollare”. Questa metafora possiamo portarla con noi in tutte le circostanze della vita: quando abbiamo un problema personale, lavorativo, familiare o relazionale.

Non bisogna mollare, arrendersi vuol dire far prendere potere alla negatività, quando invece risolviamo i problemi, uno alla volta, ecco che allora quel potere, passo dopo passo, torna a noi, nelle nostre mani. Basti guardare “ Tutti quelli che non hanno mai mollato: nel campo della ricerca, dello sport, guardate quanti esempi ci sono” dichiara l’esperto. I “grandi” per diventare tali non hanno condotto una vita solo in discesa, anzi conclude l’esperto: “La vita non è facile, però non abbiamo alternative. Non puoi dire “mi arrendo”. Poi cosa succede se ti arrendi? Diventi un relitto che galleggia alla mercé delle onde, no combatti”.

Le parole di Alberto Angela assumono un significato particolare anche alla luce della sua storia personale. Figlio di Piero Angela, uno dei più grandi divulgatori scientifici italiani, avrebbe potuto limitarsi a vivere all'ombra di un cognome importante. Ha invece costruito negli anni un proprio percorso, affermandosi con competenza, studio e passione fino a diventare un punto di riferimento per milioni di persone. Forse è anche per questo che il suo invito a non mollare risulta così credibile. Dietro ogni traguardo, infatti, non ci sono scorciatoie, ma piccoli passi, ostacoli superati e la capacità di andare avanti anche quando la strada sembra più difficile del previsto.

Scuola Oggi

mercoledì 5 agosto 2026

UNA SPERANZA INCREDIBILE

 


Incontro con

 Domenico Battaglia

Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla”. 

Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ultimo cardinale creato da papa Francesco, uomo del dialogo, attento agli scartati della nostra società, agli ultimi. L’abbiamo incontrato. 

Buongiorno vescovo don Mimmo, come sta? Posso chiamarla don Mimmo? 

Certo che può chiamarmi don Mimmo. I titoli lasciano il tempo che trovano e a volte allontanano. Invece la vicinanza umana resta e costruisce amicizia. E io, d’altronde, non mi considero null’altro che questo: un fratello, un prete, un vescovo, un uomo che prova a camminare accanto agli altri. 

Lei è vescovo di una grande città del sud, Napoli, spesso al centro delle cronache per fatti che riguardano la delinquenza minorile, come ci si pone davanti a queste situazioni? 

Guardi, il primo errore è parlare dei ragazzi solo quando sbagliano. Nessun giovane nasce “criminale”. Dietro certe storie ci sono povertà educative, assenze, ferite, solitudini, violenze viste troppo presto. Certo, il male va chiamato per nome, ma senza mai smettere di credere che una persona possa cambiare. Per questo insisto sulla necessità di educare, di prevenire, di recuperare, perché un ragazzo recuperato al bene e un bambino educato con un intento preventivo valgono più di mille discorsi sulla sicurezza. 

Non crede che il Paese non crescerà se non insieme? 

Ne sono profondamente convinto. Nessuno si salva da solo. E questo vale anche per le città e le regioni della nostra Italia. Ce lo insegnano i momenti più duri della nostra storia recente, ma rischiamo continuamente di dimenticarlo. E questo non vale soltanto per le aree geografiche ma anche per il tessuto sociale nel suo insieme. Perché una società cresce quando chi è forte non schiaccia chi è fragile, ma lo accompagna. Quando il successo personale non diventa indifferenza collettiva. Il bene comune infatti non è un’idea astratta: è il volto concreto di chi resta indietro. 

 Ha fondato un centro contro le dipendenze che attanagliano giovani e meno giovani; non crede che oggi ci sia più bisogno di solidarietà, di accoglienza, di vicinanza alle famiglie anche da parte delle istituzioni? Che ci sia bisogno di un patto educativo fra famiglie, volontariato, comunità cristiane, istituzioni affinché nessuno rimanga indietro? 

Sì, oggi più che mai. Le dipendenze non sono soltanto un problema sanitario: spesso sono una domanda disperata d’amore, di senso, di presenza. Che cade nel vuoto quando le famiglie vengono lasciate sole. Per questo continuo a credere nel patto educativo: un’alleanza larga, concreta, umile, dove nessuno pensi di bastare a sé stesso. Quando una comunità diventa frammentata, quando si perde il senso del noi, restano tanti piccoli “io”. Ma i ragazzi e i bambini hanno bisogno non solo di adulti sani ma di persone affidabili che sappiano essere comunità, capaci di creare una rete educativa solida. 

Terza guerra mondiale a pezzi” diceva papa Francesco

Isaia… “Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; essi, con le loro spade, costruiranno vomeri di aratro e, con le loro lance, falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra e non impareranno più la guerra.” Utopia o realtà? 

Se smettiamo di credere alla pace, la guerra avrà già vinto. Certo, può sembrare un’utopia, ma il Vangelo è pieno di utopie concrete: amare il nemico, perdonare, condividere il pane. La pace non è ingenuità. È il più difficile dei realismi. Richiede coraggio, giustizia, disarmo del cuore e delle parole. Io credo che ogni gesto di fraternità, anche piccolo, sia già un pezzo di profezia che si compie. Ed è da questi gesti che dobbiamo ripartire. 

Don Lorenzo Milani ripeteva spesso “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Non crede ci sia bisogno di un forte impegno della Chiesa nell’educare alla politica, che è “la più alta forma di carità”? 

Assolutamente sì. Ma attenzione: non parlo di appartenenze partitiche. Parlo dell’educazione al bene comune, alla responsabilità, alla partecipazione. Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla. 

 “Quando do da mangiare a un povero tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista” diceva il grande Vescovo Hélder Câmara… Abbiamo paura di farci chiamare comunisti? 

Io credo che il problema non sia come ci chiamano, ma se restiamo fedeli al Vangelo. Il Vangelo disturba sempre quando prende sul serio i poveri. Perché non si limita all’elemosina: domanda giustizia, dignità, diritti, lavoro, pace. Se stare dalla parte degli ultimi crea imbarazzo a qualcuno, il non stare dalla loro parte sarebbe imbarazzante come credenti se guardiamo i criteri che il Vangelo ci dona. 

Abbiamo una società indifferente al messaggio religioso, il cristianesimo è una bella notizia, ma è irrilevante, come cristiani abbiamo dimenticato la sua forza vitale, la sua dirompente speranza. Cosa dobbiamo fare per ritrovare questa forza? 

Forse dobbiamo smettere di difendere il cristianesimo e ricominciare a viverlo. In questo tempo l’apologia serve poco: oggi più che mai abbiamo bisogno di testimonianza, credibilità, affidabilità. Perché la gente non ha bisogno di cristiani perfetti, ma credibili. Non di parole complicate, ma di vite autentiche e luminose. 

Si è conclusa la terza fase del Sinodo della Chiesa italiana con il documento di sintesi. Che impressione hai avuto di questa assemblea? Non pensi che temi come il diaconato femminile, i “viri probati”… non siano stati affrontati adeguatamente? Riusciremo ad avere comunità con alla guida una donna o un uomo sposato? 

Il Sinodo è stato un passaggio importante perché ha rimesso al centro l’ascolto. E già questo, in una Chiesa spesso abituata a parlare più che ad ascoltare, è molto. Certo, ci sono temi che molti avrebbero voluto vedere affrontati con maggiore decisione. Ma io penso che i processi ecclesiali abbiano bisogno di maturazione, discernimento, pazienza e soprattutto libertà interiore. La domanda vera è un’altra: vogliamo davvero una Chiesa più evangelica, più corresponsabile, più capace di riconoscere i carismi di tutti? Se la risposta sarà sincera, allora molte strade si apriranno. A noi spetta percorrerle senza ferite, senza strappi. 

Grazie di cuore vescovo Mimmo. Prima di salutarci… lei ha paura della morte? 

Più che della morte, ho paura di arrivare a quel momento già morto. Perché il criterio della vita è l’amore e se smettessi di amare, rischierei di essere morto senza saperlo. Ecco, questa è la mia paura: non amare abbastanza. Io spero che alla fine del la vita il Signore non mi chieda quanti risultati ho ottenuto, ma quanto cuore ho messo nel servire gli altri. E spero che la morte, quando arriverà, mi trovi ancora intento e operoso nell’amare. 

Che impressione ha avuto dalla visita di papa Leone? Come ha risposto la Chiesa che è in Napoli a questa visita? 

La città e la Chiesa hanno risposto nel modo in cui rispondono a tutti coloro che nel segno della pace bussano alla loro porta: con gioia e con grande accoglienza! Perchè questa è Napoli, questo è lo spirito della sua gente e oserei dire questo è il Vangelo che la Chiesa di Napoli annuncia. Il Vangelo della pace, della gioia vera, della fraternità che è dono del Cristo Risorto! Ed è stato bello vedere come negli occhi di papa Leone tutto questo si è impresso trasformandosi sorriso. Sono molto grato al papa. Ma so anche che il papa è molto grato a questa città. 

Rocca

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sabato 30 maggio 2026

80 ANNI DI COSTITUZIONE

 La “salute” 

dei cattolici 

a 80 anni 

dalla Costituente


Il 2  giugno si celebra la Festa della Repubblica, 

in un anno in cui si ricorda gli 80 anni dalla Costituente.

Recentemente si è svolto presso il Comune di Poggio a Caiano un convegno per riflettere su questa importante svolta della storia italiana organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici Italiani di Prato

Nell’occasione ho avuto l’opportunità di sviluppare alcune considerazioni specifiche sull’eredità e, soprattutto, sul ruolo dei cattolici in rapporto alla carta costituzionale.

Senza cultura non c’è politica “maiuscola”

Prima considerazione: la presenza dei cattolici italiani ai lavori della Costituente fu il frutto maturo e profetico di una stagione di grande impegno spirituale, culturale e politico, che affonda le radici nella necessità di elaborare un pensiero autonomo dopo la difficilissima fase storica che parte dal Risorgimento ed arriva al fascismo. Impossibile slegare l’illuminato apporto dei costituenti cattolici da un complesso e necessario percorso formativo previo: documenti del Magistero sociale della Chiesa; filosofia tomista e neotomista del Novecento (da San Tommaso a Maritain); settimane sociali e codice di Camaldoli; radiomessaggi di Pio XII. Contrariamente a ciò che succede oggi, non si percorsero facili scorciatoie, ma solo la strada maestra, nella convinzione che senza cultura non c’è politica “maiuscola”.

Persona, storia e metafisica

Veniamo ai contenuti. L’edificio del nuovo Stato doveva poggiare, per Moro, su tre pilastri: «la democrazia, in senso politico, in senso sociale ed in senso che potremmo chiamare largamente umano».

Per procedere in questa direzione era necessario rinnovare profondamente la stessa dottrina della sovranità, non più forza irresistibile dell’autorità, che esercita un «prepotere di fatto», ma strumento al servizio della libertà e della dignità delle persone

Questa filigrana del pensiero di ispirazione cristiana la si vede dagli articoli che esprimono l’idea pluralistica della società, rispettosa dei diritti della persona, singola e associata, che esiste da prima dello Stato e che lo Stato riconosce come originari (ancor più nitidamente espressi dall’ Odg di Dossetti del settembre 1946, poi confluito negli articoli 2 e 3 del testo finale).

Ma i passaggi più caratterizzanti a livello filosofico sono quelli di La Pira. Il professore è mosso da una visione evangelica, elaborata mediante la metafisica e la filosofia sociale e politica di S. Tommaso, il cui perno teologico è l’Incarnazione. Ciò si traduce in una visione dell’azione sociale fondata sul comandamento dell’amore, scevra da ogni venatura utopistica ed attenta alla storia nella sua concretezza. Da questo punto di vista La Pira si appoggia ad una base opposta a quella di Togliatti e Croce, accomunati dal principio di immanenza.

I cattolici sono ancora forti ed autorevoli per accompagnare la Costituzione?

Speranza

Ci piace al riguardo tirar fuori un’ultima suggestione: il legame tra Costituzione e speranza.

La nostra Costituzione nasce come esplicita critica al passato. Nessun dubbio. Ma, come si evince da alcuni passaggi del dibattito nella Costituente, è anche implicita critica al presente (…lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che impediscono di realizzare i diritti previsti).

Ma tale critica si apre sempre ad una progettualità con un ponte gettato verso il futuro. Per questo ogni critica è allo stesso tempo rotta verso il futuro

Acquistano così un senso ancora più chiaro le parole di Dossetti alla Costituente, secondo cui dobbiamo far sì che la Costituzione sia “amica, compagna di strada e presidio sicuro del nostro futuro”.

Ed è proprio su questo versante che vorrei porre una domanda: i cattolici italiani sono ancora il presidio e contestualmente l’accompagnamento della nostra Costituzione verso il futuro?

Nuovi codici e nuove Camaldoli sarebbero auspicabili. Ma ne abbiamo ancora la forza e l’autorevolezza?

Leggi anche:

https://www.adhocnews.it/

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sabato 16 maggio 2026

PRESERVIAMO LA SPERANZA

 


UN MODO 

PER ABITARE 

IL MONDO



-          di GIULIOALBANESE

La speranza, soprattutto quando è coltivata in un contesto di riflessione sulla geopolitica contemporanea, non può essere ridotta a un vago sentimento o a un semplice atteggiamento positivo. È piuttosto una scelta intellettuale e spirituale, uno sguardo sul mondo che si confronta con la realtà senza negarla, ma anche senza assolutizzarla.

Viviamo un tempo segnato da fratture profonde: guerre che si riaccendono in diverse aree del pianeta, disuguaglianze economiche sempre più laceranti, crisi ambientali che minacciano l’abitabilità di intere regioni e migrazioni che interpellano insieme le coscienze personali e le responsabilità politiche degli Stati. Una lettura puramente geopolitica di queste realtà potrebbe facilmente sfociare nel pessimismo o nella rassegnazione.

Proprio in questo scenario, però, si apre lo spazio per una comprensione più profonda: una prospettiva che potremmo definire “geoteologica”, capace di leggere le ferite della storia non solo come crisi politiche, ma come luoghi in cui si misura la responsabilità dell’uomo davanti a Dio.

Questa prospettiva non mira a semplificare la realtà. Al contrario, la prende sul serio nella sua complessità. La terra non è solo uno spazio neutro di competizione tra potenze, ma un luogo abitato da persone, storie, culture e sofferenze reali. Ogni mappa geopolitica, letta fino in fondo, è anche una mappa umana, fatta di volti e di vite concrete. Ed è proprio per questo che ogni analisi ferma ai soli rapporti di forza rischia di restare incompleta.

La speranza nasce quando si rifiuta l’idea che la storia sia determinata unicamente da logiche inevitabili di potere.

Non perché queste logiche non esistano, ma perché non esauriscono il significato del reale. Dentro ogni sistema, anche il più rigido, esistono interstizi di libertà, spazi di decisione, possibilità di cambiamento. La storia umana non è un meccanismo chiuso, ma un processo aperto.

In questo senso, la speranza non è mai ingenua: è una forma di lucidità. Significa riconoscere il male senza considerarlo definitivo, leggere le crisi senza trasformarle in destino, e soprattutto mantenere viva la convinzione che l’agire umano possa ancora incidere, anche quando le condizioni sembrano sfavorevoli. C’è un elemento fondamentale in questa visione: il valore delle periferie, non solo geografiche, ma anche sociali ed esistenziali. Spesso è proprio ai margini che emergono forme inattese di resistenza, solidarietà e ricostruzione del tessuto umano. La speranza non nasce necessariamente nei centri del potere, ma in quei luoghi dove la vita è più esposta e, proprio per questo, più creativa. Da questa prospettiva, la speranza non è un’idea astratta, ma una pratica concreta. Si esprime nella capacità di costruire relazioni laddove domina la diffidenza, nel promuovere giustizia dove prevale l’ingiustizia, nel tenere aperto il dialogo dove sarebbe più facile la chiusura identitaria. È una speranza che si traduce in responsabilità.

Una responsabilità che riguarda anche chi osserva il mondo da una prospettiva di studio, di analisi o di formazione. La geopolitica non è mai neutrale: il modo in cui leggiamo il mondo influisce sul modo in cui scegliamo di abitarlo. Una lettura disincantata non deve scivolare nel cinismo; al contrario, può diventare più esigente, più attenta, più consapevole.

La speranza, in questa chiave, non elimina il conflitto, ma lo attraversa senza esserne schiacciata. Non nega le tensioni globali, ma rifiuta di considerarle l’ultima parola sulla storia. È la consapevolezza che il futuro non è semplicemente la prosecuzione del presente, ma uno spazio ancora da costruire.

Questa, allora, è la sfida più importante: imparare a leggere il mondo interpretando i segni dei tempi alla luce della Parola di Dio, senza perdere la capacità di intravedere, dentro le sue contraddizioni, la possibilità di un futuro diverso. Perché la storia umana, nonostante tutto, resta ancora un libro aperto. Per tutti!

www.avvenire.it

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domenica 12 aprile 2026

INVESTIRE SUI GIOVANI

 

Giovani, tra choc 

e futuro incerto

 

Benessere, relazioni (e fede) I giovani a caccia di stabilità

Il Rapporto 2026 dell’Istituto Toniolo fotografa la condizione di una generazione diventata adulta tra continue crisi globali.

 Il coordinatore Rosina: «Faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità»

-         di PAOLO FERRARIO

Prima c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande crisi del 2008, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare adulti, per la generazione nata dopo il 2000, è stato soprattutto un percorso a ostacoli tra choc globali e minacce costanti al futuro del mondo. Una condizione indagata in profondità, che restituisce un’immagine di perenne precarietà. Così, anche “fare famiglia” diventa faticoso e lasciare l’Italia «non è più soltanto un’opzione », ma per tanti «è una necessità». «I giovani non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità», avverte il coordinatore dell’Osservatorio Giovani e tra i curatori della ricerca, Rosina.

La crisi della fiducia

All’alba del nuovo millennio c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande recessione globale del 2008-2013, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare grandi per le generazioni nate dopo il 2000 ha significato, soprattutto, attraversare una serie pressoché continua di choc. «Crescere nel XXI secolo significa fare i conti con un mondo strutturalmente instabile», sintetizza il Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Toniolo, realizzato in collaborazione con Ipsos e con il sostegno di Fondazione Cariplo, che sarà nelle librerie nei prossimi giorni. «Leggere il primo quarto del XXI secolo attraverso questa lente consente di cogliere come la fragilità del futuro non sia solo un tratto generazionale, ma il prodotto di un contesto che ha scaricato costi crescenti su chi arrivava dopo – ragiona Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani Istituto Toniolo, tra i curatori del Rapporto –. È da qui che occorre partire per comprendere atteggiamenti, scelte, motivazioni e mobilitazioni delle nuove generazioni e per interrogarsi sulla capacità delle società contemporanee di uscire dalla crisi non semplicemente resistendo, ma cambiando direzione».

In un contesto sempre più fragile che fa dell’incertezza la propria cifra distintiva, a farne le spese, in prima battuta, sono proprio le relazioni stabili. «Anche le scelte più intime, come costruire una relazione stabile, risentono oggi di precarietà economica e incertezza lavorativa», si legge nel Rapporto. E anche «i percorsi affettivi sono sempre più condizionati dalle risorse materiali, trasformando la progettualità di coppia in un traguardo difficile da raggiungere». Avere o meno un lavoro, possibilmente stabile, fa, allora, la differenza tra la possibilità o meno di “farsi una famiglia”. «La condizione occupazionale appare come un ulteriore elemento discriminante circa la probabilità di essere in una relazione intima stabile – scrivono Adriano Mauro Ellena e Francesca Luppi nel capitolo “Giovani italiani e relazioni sentimentali: tra stabilità, benessere e autonomia” –. I giovani occupati, infatti, mostrano una presenza più marcata nelle relazioni stabili (56,9%) rispetto a studenti (43,4%) e, soprattutto, rispetto ai Neet (37,5%), che registrano invece livelli più alti di relazioni

non stabili (10,7%) o di assenza di relazione (51,8% rispetto al 30% fra gli occupati)».

Se questo è il quadro di riferimento, lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità – si legge ancora nel Rapporto –. La mobilità internazionale viene riletta come risposta alla carenza di opportunità, segnalando la difficoltà del Paese nel trattenere e valorizzare il proprio capitale umano, in particolare quello femminile e qualificato». La conferma arriva anche dalle risposte del campione intervistato per il Rapporto del Toniolo. «Nel confronto con le altre grandi nazioni europee – sottolineano Alessandro Rosina ed Emiliano Sironi nel capitolo “Andarsene o restare? Un confronto europeo sulla mobilità internazionale” – non arriva al 12% la percentuale dei giovani italiani (18-34 anni) che ritengono il proprio paese capace di offrire maggiori opportunità di realizzazione dei propri obiettivi di vita». Di contro, «la Germania è nettamente considerata la nazione che è più in grado di fornire condizioni migliori di realizzazione rispetto al nostro paese. A ritenerlo è oltre il 70% dei rispondenti», ricordano Rosina e Sironi. Una ragione ulteriore, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, di invertire la direzione di marcia e cominciare, finalmente, a investire davvero sulle giovani generazioni. « I giovani – avverte Rosina – non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità».

Lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità» Una risposta «alla carenza di opportunità»

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Rapporto giovani

mercoledì 11 marzo 2026

SEGNI DI SPERANZA


 L’insostenibile leggerezza 

del vivere

  

-di FRANCESCO MARRAPODI

In questi giorni, continuano a interpellarci le notizie di nuovi (ma sempre antichi) scontri mondiali che seminano morte e distruzione: la pace e lo sviluppo comune dei popoli continuano a essere fagocitati dall’egoismo e dagli interessi di chi guarda alla vita con occhi da predatore.

Al tempo stesso, assuefatti alla paura di una vita insostenibile, rischiamo di cadere nel vortice della banalità, dove il male diventa protagonista e siamo costretti a combattere con le tentazioni di sempre: il successo che inganna, la religiosità che esclude, il potere che ingabbia (cfr. Mt 4,1-10). Se per molti questo è il tempo in cui si rimane schiacciati dall’angoscia del non-senso, un tempo in cui il mondo «sprofonda nell’abisso» (Giuliano da Empoli, L’ora dei predatori, Einaudi, 2025), la nostra fede ci invita ad alzare lo sguardo per riconoscere l’apocalisse ( dis-velamento) dell’amore di Dio: « Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» ( Gv 10,10).

Assumendo la carne mortale dell’uomo, il Figlio di Dio assume le sue fragilità e i suoi desideri. La rivelazione attuata da Cristo manifesta contemporaneamente il volto misericordioso del Padre e il compimento autentico del volto dell’uomo. Egli, Parola definitiva del Padre, donando la propria vita sulla Croce indica all’uomo la strada da percorrere per raggiungere il fine della propria esistenza. Sulla Croce le sue ferite sono le ferite di un’umanità piagata dall’incapacità di aprirsi alla condivisione e alla compassione.

Nell’amore più grande della Croce vengono guarite le ferite dell’umanità ed è nel dono della Croce che si coglie il senso di una vita donata per amore che genera speranza nella vita di ogni credente. Nella Pasqua di Cristo ci viene mostrato il senso e la logica di una vita pienamente umana, che ci consegna alla libertà dello Spirito per divenire costruttori di una nuova civiltà. La risurrezione di Cristo ci mostra il volto autentico di un’umanità redenta, chiamata a evangelizzare la storia perché la salvezza di Cristo accada qui ed ora. Infatti, la Pasqua «è l’annuncio che in Cristo abbiamo la chiave che interpreta la nostra esistenza e la storia dei popoli di ogni tempo e, insieme, la presenza di un Dio vicino alla nostra vita, compassionevole, misericordioso, che lotta per la crescita e lo sviluppo della nostra umanità e ci strappa dal male e dalla morte» (Francesco Cosentino, Dio ai confini,

San Paolo, 2022). Il paradosso della vita si dis-vela appunto nella leggerezza del vivere in Cristo per elaborare da credenti nuove forme di convivialità, in cui ciascuno possa sperimentare la forza rinnovatrice della Pasqua.

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero » ( Mt 11,28-20). La fatica del credere, che abita il cuore di ogni uomo, si risolve così solo immergendosi nel cuore di Cristo e riconoscendo che in Lui possiamo rintracciare le parole che danno senso alla nostra esistenza e ci liberano dalla paura di rimanere confusi e disorientati dagli sconvolgimenti sociali. « Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» ( Lc 24, 32).

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giovedì 29 gennaio 2026

LA SFIDA DELLA SPERANZA

 


In un tempo in cui il secolarismo determina una realtà dove l'uomo resta come riferimento veritativo e di senso, l'autore affronta le riflessioni sui temi fondamentali della nostra epoca, per confrontarsi sull'idea di uomo e su una comune grammatica dell'umano, che consenta di esercitare una competenza educativa efficace.

Tuttavia, è lecito parlare di un'epoca post-secolare, in quanto le religioni starebbero vivendo una fase di rinascita. 

Però più che un ritorno di Dio, ovvero di una religiosità dai toni pubblici, si evidenzia una religiosità fatta di una pluralità di forme de-istituzionalizzanti e legate alla preminenza dell'autonomia individuale nell'ambito della ricerca e delle pratiche spirituali.

 Nel libro l'autore offre approfondite riflessione per rispondere ad alcune domande: Come siamo passati dal coraggio di rischiare per il bene proprio e della società alla paura che ogni incertezza ci possa travolgere?

Cosa fa di noi dei soggetti umani? Cosa costituisce e fonda la nostra identità?

A quali fondamenti antropologici e pedagogici dovrebbero riferirsi adulti, genitori, insegnanti ed educatori, per guidare la crescita di ragazzi e giovani?

Questo libro nasce da un corso durato tre anni, per un complesso di ventuno lezioni, sette per ogni anno, indirizzato ai docenti delle diverse discipline, di ogni ordine e grado, organizzato dall’Associazione A.I.M.C. di Torino.

Il tema era: L’età secolare e le sue ricadute in ambito educativo.

 

La sfida della speranza nell'età secolare

di Fabio Rondano (Autore)

 Edizioni Ecogeses, 2026

giovedì 22 gennaio 2026

GIORNATA MONDIALE DELL'EDUCAZIONE

 


24 gennaio, Giornata Internazionale dell’Educazione 


Papa Leone XIV ha emanato una Lettera apostolica dal titolo suggestivo Disegnare nuove mappe di speranza che riafferma l’importanza centrale, nell’evangelizzazione, dell’attività educativa come forma di speranza e viaggio in mare aperto. La comunità educante è un «noi» che coinvolge una pluralità di soggetti: il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio. Per papa Leone XIV «educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità»


Diego Mattei  Scrittore de La Civiltà Cattolica

l 28 ottobre 2025 è ricorso il 60° anniversario della dichiarazione conciliare Gravissimum educationis (GE). Per sottolineare la ricorrenza e ricordare l’interesse che quel documento suscitò al momento della sua pubblicazione, papa Leone XIV ha emanato una Lettera apostolica dal titolo suggestivo: Disegnare nuove mappe di speranza[1].

La Gravissimum educationis, scrive il Pontefice, affermava «l’estrema importanza e attualità dell’educazione nella vita della persona umana» (1,1), e tale valore è ancor oggi attuale, per i nostri giorni segnati da mutamenti rapidi e da incertezze che disorientano. Il Concilio Vaticano II lo dichiarò in modo non equivoco. «L’educazione non è attività accessoria, ma forma la trama stessa dell’evangelizzazione» (ivi); le comunità educanti, si legge nella Lettera, allora come oggi illuminate dalla parola di Cristo, non si ritirano da questo compito, ma si rilanciano, costruendo ponti, con creatività cercando ed esplorando nuove vie per la trasmissione della conoscenza e del senso.

All’ambiente educativo attuale, complesso, frammentato e digitalizzato, la paideia cristiana può rispondere con una visione ampia. Essa è stata capace nei secoli di rinnovarsi e di ispirare forme e modelli differenti, atti a «custodire l’unità tra fede e ragione, tra pensiero e vita, tra conoscenza e giustizia» (1,2). Uno dei punti di bellezza della Lettera, che presentiamo in questo articolo, consigliandone però la lettura integrale per gustare la ricchezza e l’articolazione dei suoi 11 paragrafi, è la scelta dell’immaginario, che funge da sfondo e a cui essa attinge vocabolario e metafore: l’educazione è un viaggio in mare aperto. Il Papa usa bellissime allegorie per esprimere il senso di questa avventura: «cosmologia», «costellazioni educative», che sono state «in tempesta, àncora di salvezza, e in bonaccia, vela spiegata. Faro nella notte per guidare la navigazione» (ivi); «firmamento di opere e carismi che ancora oggi orienta il nostro cammino» (1.3), «bussola che continua a indicare la direzione e a parlare della bellezza del viaggio» (ivi).

Le sfide che affrontava la Gravissimum educationis oggi si sono approfondite e complessificate. Il Papa ricorda in primis i milioni di bambini che non hanno accesso alla scolarizzazione primaria, le emergenze educative provocate «dalle guerre, dalle migrazioni, dalle diseguaglianze e dalle diverse forme di povertà» (ivi). Come già affermato nell’esortazione apostolica Dilexi te, alla quale in vari passaggi questa Lettera attinge e fa riferimento, il mondo ha bisogno della carità cristiana, che si esprime nell’educazione, vera forma di speranza. Il legame tra i due documenti permette di trovare nella Lettera apostolica la declinazione educativa della sensibilità espressa nella prima esortazione apostolica di Leone XIV.

La storia dell’educazione cattolica

La storia dell’educazione cattolica è plurisecolare. Essa si è manifestata in molteplici stili educativi, che hanno avuto in comune «una visione dell’uomo come immagine di Dio, chiamata alla verità e al bene» (2.1), e ciascun carisma adatto ai bisogni della propria epoca. La Lettera traccia un percorso storico, che prende avvio dall’apporto dei Padri del deserto e dalla loro pedagogia dello sguardo, prosegue con sant’Agostino, che collega sapienza biblica e tradizione greco-romana, e con il monachesimo, il cui lavoro silenzioso salvò dall’oblio moltissime opere classiche, che altrimenti non sarebbero giunte ai nostri giorni. La Lettera ricorda anche che le prime università nacquero «dal cuore della Chiesa»; cita gli Ordini mendicanti e la Ratio Studiorum della Compagnia di Gesù, che istituì un programma di studi «tanto articolato quanto interdisciplinare e aperto alla sperimentazione» (2.3). La genealogia prosegue in secoli a noi più vicini con le figure di san Giuseppe Calasanzio – per il quale alfabetizzazione e calcolo sono «dignità prima ancora che competenza» (2.3) –, san Giovanni Battista de La Salle, san Marcellino Champagnat e san Giovanni Bosco. La Lettera dà spazio al genio femminile e ricorda l’apporto educativo di moltissime donne: Vicenta Maria López y Vicuña, Francesca Cabrini, Giuseppina Bakhita, Maria Montessori, Katharine Drexel ed Elizabeth Ann Seton. Il Papa ribadisce quanto ha affermato con chiarezza in Dilexi te: «L’educazione dei poveri, per la fede cristiana, non è un favore, ma un dovere» (ivi).

Una tradizione viva

L’educazione cristiana, afferma Leone XIV nella Lettera, è «opera corale: nessuno educa da solo» (3.1). La comunità educante è un «noi» che coinvolge una pluralità di soggetti: il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio. È una pluralità che sempre rinnova e si rinnova. San John Henry Newman, dichiarato compatrono della missione educativa della Chiesa insieme a san Tommaso d’Aquino nel contesto del Giubileo del mondo educativo, sosteneva che il rapporto tra fede e ragione non è un capitolo opzionale e che la conoscenza deve essere sia intellettualmente responsabile e rigorosa sia profondamente umana.

Il Papa prosegue affermando che va recuperata una dimensione empatica e affettiva della conoscenza, una dimensione aperta, che esca dalla contrapposizione illuministica tra fides e ratio e sia capace di valorizzare il dialogo profondo e l’ascolto che riconosce l’altro come un bene e non come una minaccia. In tempi «armati» come i nostri, questa sottolineatura colpisce e consola, come la prosecuzione del paragrafo: «Educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità» (3.2). L’educazione, che è opera misteriosa e reale di far fiorire l’essere, è un «mestiere di promesse»: si promette tempo, fiducia, competenza, giustizia e misericordia, il coraggio della verità e il balsamo della consolazione.

Il contributo della «Gravissimum educationis» e la centralità della persona

La Gravissimum educationis riafferma il diritto di ciascuno all’educazione e il ruolo della famiglia come prima scuola di umanità, mettendo in guardia da quelle forme di riduzionismo che sminuiscono l’educazione ad addestramento funzionale o a strumento economico. La formazione cristiana è di per sé globale e abbraccia le molte dimensioni della persona umana: spirituale, affettiva, sociale e corporea. L’educazione non misura sé stessa in termini di efficienza, ma di promozione della dignità, della giustizia e della capacità di servire il bene comune. Il Papa lo afferma chiaramente: questi princìpi non sono ricordi del passato, ma «stelle fisse». Ritorna qui l’immaginario della navigazione. Questi princìpi «dicono che la verità si cerca insieme; che la libertà non è capriccio, ma risposta; che l’autorità non è dominio, ma servizio» (4.3). La verità non la si possiede, ma ci si avvicina ad essa; è frutto di tempi lenti e di attenzione; non è dettata dalla fretta di trovare una risposta, perché ogni generazione affronta sfide e problemi differenti.

La Lettera continua offrendoci uno dei passaggi più fecondi e più belli. Educare significa mettere la persona al centro, e porla al centro significa educarla allo sguardo di Abramo. È un’immagine bella lo sguardo di Abramo come ricerca del senso della vita, della dignità inalienabile, della responsabilità verso gli altri, perché educando non si trasmettono soltanto contenuti, ma si aiuta a crescere nelle virtù, come un giovane apprendista di bottega cresce un po’ alla volta nell’arte. E ciò richiede del tempo. Leone XIV ricorda un momento della sua esperienza episcopale nella diocesi di Chiclayo, in Perù, quando, rivolgendosi all’Università cattolica San Toribio de Mogrovejo, ebbe modo di dire: «Non si nasce professionisti, ogni percorso universitario si costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo sacrificio» (5.1).

Il Pontefice ricorda che la Gravissimum educationis dava grande importanza al principio di sussidiarietà e a come le circostanze dell’azione educativa possano variare in base ai diversi contesti ecclesiali locali. Nella varietà delle declinazioni, il Concilio Vaticano II tuttavia volle dichiarare il diritto universale all’educazione, che non deve essere subordinata alle logiche del mercato del lavoro e della finanza.

Leone XIV riprende l’immagine usata da papa Francesco in occasione della Giornata mondiale della gioventù di Lisbona del 2023. In quell’occasione egli si rivolse così ai giovani riuniti: «Siate protagonisti di una nuova coreografia che metta al centro la persona umana; siate coreografi della danza della vita» (6.2). La Lettera apostolica è ricca di ulteriori suggestioni. Oltre che della danza, parla di ossigeno e di lievito. Menziona la danza come immagine di globalità della persona, e la fede come ossigeno di ogni materia, che l’anima dall’interno e non si aggiunge come un pezzo esterno ed esteriore. L’educazione cattolica è lievito della persona e della comunità: «genera reciprocità, supera riduzionismi, apre alla responsabilità sociale» (ivi). Il Papa ci invita ad avere uno sguardo aperto: la sfida di oggi è abitare le domande del nostro tempo, rimanendo fedeli alla sorgente della nostra fede.

La contemplazione del creato

Leone XIV torna a sottolineare che l’antropologia cristiana è visione globale e unificante della persona ed è segnata da alcuni tratti distintivi: «promuove il rispetto, l’accompagnamento personalizzato, il discernimento e lo sviluppo di tutte le dimensioni umane» (7.1). La dimensione spirituale è fondamentale e si sviluppa anche attraverso la contemplazione del creato, che ha radici antiche nella tradizione filosofica e teologica cristiana. Già san Bonaventura da Bagnoregio scriveva che «il mondo intero è un’ombra, un sentiero, un’impronta. È il libro scritto dall’esterno (Ez 2,9), perché in ogni creatura c’è un riflesso del modello divino, ma mescolato all’oscurità. Il mondo è, quindi, un sentiero simile all’opacità mescolata alla luce; in tal senso, è un sentiero. Proprio come vedi come un raggio di luce che penetra da una finestra si colora secondo i diversi colori delle diverse parti del vetro, il raggio divino si riflette in modo diverso in ogni creatura e assume proprietà diverse» (7.1). E su tale varietà si fonda l’opportunità di un insegnamento che tenga conto della diversità dei temperamenti e dei caratteri degli educandi.

Ci sembra che la sottolineatura del Papa sia in sintonia con la sensibilità dell’enciclica di papa Francesco Laudato si’, quando segnala l’intimo legame che esiste tra il dolore della terra e la sofferenza dei poveri, cosicché giustizia sociale e giustizia ambientale devono andare di pari passo. L’educazione cattolica è chiamata a «promuovere sobrietà e stili di vita sostenibili, formare coscienze capaci di scegliere non solo il conveniente ma il giusto» (7.2). Ogni gesto, anche piccolo, è occasione di un’alfabetizzazione che è insieme culturale e morale.

L’educazione ecologica coinvolge mente, cuore e mani. Il Pontefice ci ricorda che la pace non è assenza di conflitto, ma forza mite che rifiuta la violenza. Anche in questo passaggio ritorna il richiamo alla pace disarmata e disarmante, che diventa criterio educativo per imparare a deporre le armi della parola aggressiva.

Una costellazione educativa e la sfida tecnologica

Leone XIV torna poi a usare le metafore della navigazione. Il mondo educativo cattolico è una «costellazione» di iniziative e istituzioni, composta da scuole parrocchiali, collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti e piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. «Ogni “stella” ha una luminosità propria, ma tutte insieme disegnano una rotta» (8.1). L’invito che segue è limpido: è il tempo di mettere da parte la rivalità che c’è stata in passato tra le varie istituzioni; è giunto il momento di convergere, perché in un mondo frammentato «l’unità è la nostra forza più profetica» (ivi). Tutto quello che può favorirla e attuarla permette di comporre un quadro coerente e di giocare su due tavoli distinti: quello globale e quello locale. Il Pontefice indica alcune pratiche educative che potrebbero aiutare: gli scambi di docenti e studenti, progetti intercontinentali comuni, il riconoscimento e lo scambio delle buone pratiche, la cooperazione missionaria e accademica. «Il futuro ci impone di imparare a collaborare di più, a crescere insieme» (8.2). In questo passaggio, il linguaggio poetico per esprimere il valore della collaborazione diventa ancora più intenso: «Le costellazioni riflettono le proprie luci in un universo infinito. Come in un caleidoscopio i loro colori si intrecciano creando ulteriori variazioni cromatiche. Così avviene nell’ambito delle istituzioni educative cattoliche che sono aperte all’incontro e all’ascolto con la società civile» (8.3).

Sessant’anni fa la Gravissimum educationis incoraggiava l’aggiornamento di metodi e linguaggi, aprendo una «stagione di fiducia». La fiducia di allora oggi è chiamata a misurarsi con l’intelligenza artificiale e il più ampio ambiente digitale. A questo proposito, il Pontefice scrive con chiarezza: «Le tecnologie devono servire la persona, non sostituirla; devono arricchire il processo di apprendimento, non impoverire relazioni e comunità» (9.1). Occorrono creatività e discernimento nell’azione educativa, sapendo che «in ogni caso, nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita» (9.2). Non si tratta di demonizzare la tecnologia e le sue applicazioni, perché il punto decisivo è l’uso che ne viene fatto. Il mondo digitale con i vari ambienti che lo declinano e l’intelligenza artificiale, che in questi ultimi anni si è affacciata prepotentemente alla ribalta, non possono essere lasciati a sé stessi, ma «vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro» (9.3). L’etica pubblica e la partecipazione devono essere loro criteri di governo, e fondamentale è l’accompagnamento che può fornire la riflessione teologica e filosofica. Le università cattoliche sono chiamate a offrire una «diaconia della cultura».

Il «Patto educativo globale» del 2020 e le tre priorità di Leone XIV

Leone XIV ricorda, «tra le stelle che orientano il cammino», il Patto educativo globale, promosso nel maggio del 2020 da papa Francesco. Cita i sette percorsi di educazione alla fraternità universale allora individuati: porre al centro la persona; ascoltare bambini e giovani; promuovere la dignità e la piena partecipazione delle donne; riconoscere la famiglia come prima educatrice; aprirsi all’accoglienza e all’inclusione; rinnovare l’economia e la politica al servizio dell’uomo; custodire la casa comune. Queste «stelle» possono generare processi concreti di umanizzazione. Il Papa sottolinea come le giovani generazioni siano esposte a nuove forme di fragilità che richiedono una nuova azione per raggiungere il cuore dei giovani, per ricomporre «conoscenza e senso, competenza e responsabilità, fede e vita» (10.2).

Alle sette vie contenute ed enunciate nel Patto educativo globale, Leone XIV nella Lettera aggiunge tre priorità: «La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri» (10.3).

Il Pontefice ci tiene a sottolineare che la costellazione educativa cattolica è capillare e diffusa in tutti i continenti, specialmente nelle zone più povere, ed è una «promessa concreta di mobilità educativa e di giustizia sociale. […] La Chiesa deve spingere le porte e inventare le strade, perché “perdere i poveri” equivale a perdere la scuola stessa» (10.4).

Conclusione

Nei paragrafi finali della Lettera apostolica ritorna l’immagine delle costellazioni educative cattoliche, con la sua capacità di evocare la dimensione del viaggio e della scoperta, con il senso dell’avventura e della sfida: «Le costellazioni non si riducono a neutri e appiattiti concatenamenti delle diverse esperienze. Invece di catene, osiamo pensare alle costellazioni, al loro intreccio pieno di meraviglia e risvegli. In esse risiede quella capacità di navigare tra le sfide con speranza ma anche con una coraggiosa revisione, senza perdere la fedeltà al Vangelo» (11.1). A fronte delle fatiche di oggi – l’iperdigitalizzazione che frantuma l’attenzione, la crisi delle relazioni che ferisce la psiche, l’insicurezza sociale e le crescenti disuguaglianze economiche che uccidono il desiderio –, l’educazione cattolica può essere un faro, non un luogo di nostalgico riparo, ma un laboratorio di innovazione, discernimento e profezia: «Disegnare nuove mappe di speranza: è questa l’urgenza del mandato» (ivi).

Leone XIV conclude il documento con un appello, in tre punti, rivolto alle comunità educative, pieno di slancio e fiducia: «Chiedo alle comunità educative: disarmate le parole, alzate lo sguardo, custodite il cuore. Disarmate le parole, perché l’educazione non avanza con la polemica, ma con la mitezza che ascolta. Alzate lo sguardo. Come Dio disse ad Abramo, “Guarda il cielo e conta le stelle” (Gen 15,5): sappiate domandarvi dove state andando e perché. Custodite il cuore: la relazione viene prima dell’opinione, la persona prima del programma» (11.2). Il tempo è prezioso, e il Pontefice alla fine rivolge questa esortazione: «Non sprecate il tempo e le opportunità: “citando una espressione agostiniana: il nostro presente è una intuizione, un tempo che viviamo e del quale dobbiamo approfittare prima che ci sfugga dalle mani”» (ivi).

 [1] Cfr Leone XIV, Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, in occasione del LX anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, in https://tinyurl.com/bdhhwter/. I numeri tra parentesi nel testo si riferiscono ai paragrafi della Lettera.

La Civiltà Cattolica