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venerdì 26 giugno 2026

NON E' DEGNO DI ME


 28 giugno 2026 

XIII Domenica 

del Tempo Ordinario

 anno A 



-di Card. Pizzaballa, Patriarca L di Gerusalemme

Anche questa domenica siamo all’interno del discorso missionario di Gesù: oggi leggiamo la conclusione di questo dicorso, Mt 10,37-42.. 

Il brano inizia con alcune parole che aprono ad un approfondimento molto importante. 

Gesù dice infatti: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,37-38).

Per tre volte, Gesù rimanda i discepoli ad una possibilità, quella di non essere degni di Lui.

Cosa significa? 

Tutto il capitolo 10 non ha fatto altro che sottolineare un elemento fondamentale, ovvero che la missione non è un compito, non è qualcosa da fare, non è una strategia da portare avanti. 

È una comunione di vita e di amore, vissuta dal discepolo con il proprio Signore; nasce dal condividere il suo sguardo di compassione per gli uomini, e si compie nel portare a tutti il suo stesso messaggio di salvezza. 

Abbiamo ascoltato, nelle scorse domeniche, che Gesù invita a non avere paura, perché la vita dei discepoli è preziosa agli occhi del Padre; non devono preoccuparsi di cosa dire, perché in loro parla lo Spirito Santo.

Insomma, tutto ripete, in modi diversi, un’unica verità, ovvero che la vita dei discepoli è preziosa agli occhi del Signore; che è degnadi Lui. 
Il discepolo è così degno del suo Signore da essere abilitato a vivere non solo la sua vita, ma anche, addirittura, la Sua morte. È degno di vivere la Sua stessa vita, fino al dono totale di sé, esattamente come il Signore. 

Ecco, dunque, il senso delle parole di Gesù. 

Il discepolo testimonia innanzitutto questo: una dignità immensa, che lo precede e che gli è donata gratuitamente. 

È una dignità che non gli viene dai suoi meriti o dalle sue capacità, ma dalla partecipazione alla vita del Figlio, alla condivisione dello stile di Dio, che ogni discepolo è chiamato a rendere trasparente nella propria esistenza quotidiana. 

C’è un rischio, però, ed è quello di perdere questa dignità, di allontanarsi, di “non essere degni”, come dice Gesù.

Non la si perde quando si sbaglia, quando si pecca: quello è il luogo, semmai, dove il discepolo può sperimentare ancora di più la gratuità di una misericordia che lo rende unito al Signore.

La questione è più profonda.  

Gesù dice che non è degno di Lui chi ama genitori, figli o anche se stesso più di Lui. 

Cosa significa? Iniziamo dal dire cosa non significa. Gesù non dice di non amare i propri parenti, e non dice nemmeno di amarli di meno di quanto si ami Lui. 
Perché, quando si ama, non si sta a misurare, a calcolare, a soppesare. 
Gesù non sta neppure chiedendo un amore per Lui che escluda gli altri, che li dimentichi o che non se ne prenda cura. 

Gesù sta dicendo che ogni nostra capacità di amare viene da Lui ed è dono suo. 
È la relazione con Lui che rende possibile ogni altro amore.

Senza questa relazione fondante, l’amore rischia di diventare possesso, alienazione, schiavitù, violenza.  

Se invece la nostra vita è fondata sulla relazione con Cristo, allora siamo diventiamo via via capaci  -anzi, “degni”-, di amare tutti come Gesù ama; di portare la croce come Lui la porta. 

Con questa chiave di lettura, possiamo leggere anche i versetti conclusivi del nostro brano (Mt 10, 40-42), che concludono anche l’intero discorso missionario: “Chi accoglie voi accoglie me…Chi darà anche solo un bicchiere d’acqua fresca…”. 

Chi accoglie il discepolo accoglie la presenza del Signore, che lo ha reso degno di amare come Lui. 

E per questo, riceverà una ricompensa sproporzionata, infinitamente più grande di ciò che avrà donato al missionario che avrà accolto: perché la sua ricompensa sarà questa stessa comunione accolta, una comunione che si contagia e si dilata,anche attraverso un solo gesto di bontà. 

+Pierbattista

Patriarcato Latino Gerusalemme

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sabato 6 giugno 2026

EDUCARE ALL'AMORE

 


PREVENIRE

 L

VIOLENZA




Lo psicologo Damiano Rizzi: «Prevenire la violenza significa insegnare agli adolescenti che andarsene è un diritto»

Lo psicoterapeuta e presidente di Soleterre ha appena pubblicato il libro Adolescenza, parliamone. Educare all'amore per prevenire la violenza”. «La violenza non nasce all’improvviso: affonda le sue radici nel modo in cui impariamo ad amare, a gestire il rifiuto e a stare nelle relazioni», dice. Per questo l'approvazione della legge sul consenso informato voluta dal ministro Valditara è un errore

 di Veronica Rossi

Con l’approvazione della legge sul consenso informato voluta dal ministro Giuseppe Valditara, l’Italia torna – o resta – al “Medioevo delle relazioni”. Ne è convinto Damiano Rizzi, psicologo, psicoterapeuta e presidente di Fondazione Soleterre, da poco in libreria con il suo Adolescenza, parliamone. Educare all’amore per prevenire la violenza (Piemme). L’educazione sessuale e affettiva saranno proibiti all’infanzia e alla primaria, mentre alle secondarie servirà il consenso dei genitori. L’Italia così rimane uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere una Educazione Sessuale Comprensiva, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Unesco riconoscono come diritto umano fondamentale.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è l’attaccamento e come influenza anche la vita da adolescenti e da adulti e la capacità di stare in una relazione?

Sembra un concetto difficile, ma si può spiegare in maniera molto semplice: è il modo in cui siamo stati visti o non visti, amati o non amati, riconosciuti o non riconosciuti dai nostri genitori. Questo influenza la modalità con cui cerchiamo e diamo amore agli altri e poi, più avanti, come stiamo all’interno delle relazioni intime e sessuali. Nel momento in cui ci innamoriamo, infatti, si riattiva l’attaccamento: avere una relazione di attaccamento sicuro significa avere un imprinting che ci fa sentire sicuri anche davanti alle perdite d’amore.
Quando un bambino nasce, passa da una situazione in cui aveva tutto a una in cui deve imparare a chiedere e a ricevere. Per esempio, ci sarà il momento, per chi è allattato al seno, in cui il seno non c’è. Ed è un passaggio fondamentale, perché il piccolo deve imparare a immaginarsi ciò che non ha. Se la mamma gli sta vicino, lo consola, ecco che riempie il vuoto con le parole, con la presenza, con l’affetto. Se tutto questo non c’è e il bambino viene lasciato solo, senza mangiare e senza calore accanto, si sente totalmente perso. Come fa a immaginare, così, qualcosa di sostitutivo? Cercherà disperatamente quello che non ha, a volte compiendo anche azioni sconsiderate.

E poi questo attaccamento lo portiamo con noi anche nell’età adulta.

Certamente. Che l’attaccamento sia sicuro, insicuro o disorganizzato, è qualcosa che ci portiamo in dote lungo tutto l’arco della vita. Affermare questo non significa che non possiamo cambiarlo o modificarlo, però va riconosciuto che è molto importante: se abbiamo trasmesso ai nostri figli e alle nostre figlie la capacità di regolare le emozioni e di stare in una relazione, quando avviene una rottura la vivranno in maniera più serena, anche se il dolore c’è sempre. Resterà tuttavia la speranza di trovare altri rapporti o che quello esistente possa evolvere in maniera diversa. Chi invece non ha avuto la possibilità di imparare a modulare una relazione, con l’abbandono vive spesso un collasso psichico. È esattamente quello che vediamo nei casi di violenza, quando lui viene lasciato e lo considera qualcosa di inaccettabile, perché ha a che vedere proprio con la sua identità. Le persone, però, purtroppo non sanno queste cose, perché nessuno gliele spiega. Anche se si potrebbero imparare: non sono un’esclusiva degli psicologi.

Un ruolo importante, in questo senso, ha l’educazione affettiva e sessuale, che dovrebbe cominciare già dai primi anni. Eppure, è proprio di oggi la notizia dell’approvazione definitiva del ddl Valditara sul consenso informato. Qual è il motivo, secondo lei, di questa contrarietà della politica a un insegnamento che, secondo diverse ricerche, diminuisce violenza, gravidanze indesiderate e malattie, aumentando allo stesso tempo la consapevolezza e la sicurezza dei più giovani?

Parliamo dell’Italia. Siamo uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere la cosiddetta “educazione sessuale comprensiva” nella scuola, che non significa solo parlare di sesso, ma anche di tutte le dinamiche relazionali: il consenso, il possesso, il senso del limite, lo stare nelle relazioni. Si potrebbe dare la colpa solo a questo Governo, al suo scagliarsi contro la teoria gender – che poi è un’invenzione – ma se si guarda bene è dal 1975 che l’Italia non riesce a introdurre l’educazione sessuale nelle scuole. Siamo il Paese del Vaticano, degli obiettori di coscienza e c’è un tema di sessuofobia: spesso si preferisce lasciare l’avvicinamento al sesso ai contenuti pornografici, a cui ormai iniziano ad accedere bambini anche di 8 o 9 anni. C’è molta mistificazione, poca conoscenza e tanta confusione. Anche il fatto che si dica che serve il consenso informato presuppone che l’educazione sessuale e affettiva ci sia già.

L’Italia è uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere la cosiddetta “educazione sessuale comprensiva” nelle scuole

Ma non è così? No. Si parla di attività che vengono svolte durante le ore di educazione civica, oppure attraverso progetti esterni, magari il pomeriggio. Oggi il ministro Valditara ha dichiarato: «Abbiamo sconfitto la follia gender». Chiunque abbia studiato sociologia sa che il genere è un fatto culturale: c’è un’educazione che porta al maschile e una che porta al femminile. Tra l’altro stiamo ancora a parlare di maschi e femmine, in un contesto in cui esistono anche altre categorie di definizione e di autodefinizione, così come molte possibilità di vivere il piacere attraverso i corpi. Mi sembra che siamo un po’ al Medioevo. C’è un utilizzo ideologico del tema.

Quali conseguenze può avere l’accesso sempre più precoce a contenuti pornografici?

Si rischia di immaginare una facilità di accesso al corpo dell’altro che non passa più attraverso una richiesta di consenso: nei filmati pornografici si passa direttamente all’azione. In una giovane mente che non ha ancora sperimentato molto, si crea l’aspettativa e la pretesa che tutto possa essere così facile e veloce. E questa pretesa può anche diventare qualcosa che somiglia molto allo stupro.

E se a guardare sono delle ragazze? Possono pensare che sia quello il modo giusto di stare in un rapporto intimo?

Esattamente. E poi c’è anche la paura di non deludere. E fin qui siamo ancora nell’ambito del “porno classico”. Nel frattempo le cose sono andate molto più avanti. Oggi si prendono appuntamenti su app deliberatamente per vedersi e fare sesso. C’è sempre più difficoltà a stare nella relazione. Tutti i portali online di fatto non devono rispettare nessun codice di autoregolamentazione. Possibile che non ci sia un limite di accesso reale per i minorenni? La tendenza è sempre quella di caricare il problema sulle spalle delle vittime: le famiglie devono mettere delle regole. Ma perché non è il sito porno, visto che c’è una legge che non permette ai minorenni di accedere, a occuparsi di questo? Oggi non ci sono veri vincoli, dal momento che i sistemi che vengono usati sono facilmente aggirabili.

A proposito delle attività online dei ragazzi, nel libro cita anche tutta la questione legata alla manosfera e agli incel, i “celibi involontari”. Quali rischi porta con sé questo fenomeno?

Per i maschi la prima relazione sessuale è ancora una specie di conquista, una medaglia. A un certo punto i ragazzi che si definiscono un po’ più in difficoltà nelle relazioni, per diversi motivi, compiono una sorta di ribaltamento: non sono io che devo aggiustare qualcosa che non va in me, ma sono le donne che scelgono sempre una minima percentuale di maschi. Si tratta di un fenomeno estremamente preoccupante, che negli Stati Uniti già si è trasformato in una guerriglia. I gruppi di incel uniscono ragazzi dal punto di vista identitario, danno una spiegazione alla loro angoscia e alla loro frustrazione. Ma questo passa attraverso la distruzione dell’altro, in questo caso delle donne.

Che cosa possono fare i genitori che vogliano educare i loro figli a non essere violenti e le loro figlie a evitare relazioni tossiche e pericolose?

Innanzitutto ci sono degli strumenti, come il mio libro o altri simili, che permettono di avere le prime informazioni. Poi ci sono associazioni e organizzazioni che continuano a fare attività di educazione alle relazioni. C’è anche la possibilità di informarsi attraverso gli psicoterapeuti. Infine, c’è un livello ulteriore: allearsi per chiedere un cambiamento. I governanti, in teoria, dovrebbero rappresentarci: dovremmo muoverci per ottenere quello che vogliamo. Se non lo facciamo, vuol dire ci va bene così. Ma allora poi diventa un controsenso scandalizzarsi quando accade la violenza. La violenza è strutturale, non è un’emergenza: se non si fa niente per evitarla, scoppia quando meno te l’aspetti.

VITA

 

domenica 10 maggio 2026

SE MI AMATE

 


Evento pasquale 



comunione

 agapica

 

Riflessione di don Massimo Naro  

sulla liturgia della Parola

 nella VI domenica di Pasqua (anno A)

 

At 8,5-8.14-17; Sal 65/66; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

 L’odierna pagina evangelica è affollata di voci verbali, che hanno il merito di evidenziare l’indole dinamica dell’evento pasquale, prospettato dal Maestro di Nazareth ai suoi discepoli durante quella che comunemente viene considerata l’ultima sua cena con loro. L’abbondanza di voci verbali dice appunto che la Pasqua ha a che fare più con la vita, col suo inopinato trionfo, che con la morte, col suo urto tremendo. La morte è certamente inscritta nella Pasqua, ma come fatto transitorio, non come ultimo approdo, non come tappa ultimativa. 

È sì un fattore costitutivo della Pasqua, l’elemento che la fa essere un “passaggio”. Ma resta comunque penultima rispetto alla vita, quella nuova, che – tramite la morte e nonostante essa – comincia finalmente e perdura infinitamente.

Nella Pasqua la morte si trasfigura in vita vera.

Viene così fasciata e curata l’antica ferita che Adamo, peccando, si era autoinferto. Egli non aveva preso sul serio l’avvertimento premuroso del Creatore, fraintendendolo piuttosto come una egoistica minaccia o come un subdolo deterrente: «Nel giorno in cui mangerete dell’albero della conoscenza del bene e del male, certamente ne morirete» (Gen 2,17). La traduzione greca fatta dai Settanta d’Alessandria, nel terzo secolo a.C., rende fedelmente l’espressione ebraica che sta per «certamente ne morirete» con questa formula: thanátōi apothaneîsthe, letteralmente «di morte morirete», o «morendo morirete». I Padri della Chiesa, tenendo conto che secondo il racconto biblico Adamo visse fino a 930 anni (altri 900 anni dopo aver peccato, essendo stato creato già circa trentenne, a immagine del Figlio come si sarebbe poi incarnato nel Cristo, suggeriva Tertulliano), hanno interpretato questa «morte certa» come la morte spirituale, ossia come l’interruzione del rapporto col Dio Vivente. La loro era un’intuizione pertinente: peccare vuol dire morire veramente, morire radicalmente, alla radice, sebbene il fusto dell’albero potrà dare l’impressione di sopravvivere per tanti anni ancora.

Accogliendo il parere di pensatori cristiani contemporanei come Pierre Teilhard de Chardin, secondo i quali la morte fisica non è conseguenza del peccato delle origini, potremmo concludere che quella prima disobbedienza (quel primo fraintendimento di Dio da parte dell’essere umano) irrompe nell’esistenza di Adamo e nella storia dell’umanità come la vera morte, come la morte che fa davvero morire, che tronca il cordone ombelicale tra l’essere umano e il Dio Vivente, trasformando la morte in quanto tale da accadimento sperimentato come un fatto buono, positivo, sereno, naturale, transitorio (cioè “pasquale”, funzionale al passaggio verso una partecipazione più piena alla vita divina), intrinseco al vivere umano, in accadimento sperimentato come un fatto cattivo, negativo, angosciante, contronatura, terminale, opposto al vivere.

Dopo quel fatidico «giorno» (hēméra nel greco dei Settanta) della morte – di cui si parla in Gen 2,17 –, Gesù annuncia, in termini molto impliciti, tanto da non essere immediatamente compreso, il «giorno» (hēméra anche in questo brano giovanneo) in cui l’umanità, rappresentata dai suoi discepoli, potrà sapere come stanno veramente le cose, conoscendo una buona volta non l’intenzione punitiva di Dio ma la sua paterna volontà di abbracciare tutti nell’orizzonte eterno della sua stessa vita. Entrando nell’ora pasquale, Gesù chiarisce ai suoi amici che egli vive veramente, unito alla radice della vita eterna, al Dio Vivente che lo genera paternamente alla vita e con lui condivide la sua vita. E aggiunge che anche loro – i discepoli – vivranno per davvero, partecipando di quella vita radicale, attingendola a loro volta dalla radice della vita, dal Dio Vivente: «Io vivo e voi vivrete» (il verbo è záō e riecheggia il sostantivo zōḗ, che nel linguaggio giovanneo è proprio la vita di qualità “divina”, distinta dalla vita di durata “naturale”, bíos).

La condivisione di questa vita radicale, che mette al riparo dalla morte radicale, incardina anche i discepoli, quelli di allora e quelli di oggi, nell’Essere di Dio: permette di “sperimentare” (così possiamo intendere il verbo “conoscere-sapere” che ricorre più volte in questa pagina evangelica) il circolare innesto del Figlio nel Padre suo e dei discepoli nel Figlio e, in definitiva, nel Padre stesso: «In quel giorno saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Così l’Essere di Dio traspare nel suo Esserci, di cui i discepoli – in virtù della loro comunione col Cristo – diventano i rappresentanti e i testimoni.

La comunione con Dio in Cristo Gesù, tuttavia, non è soltanto una condizione ontologica che occorre capire concettualmente. È anche una condizione esistenziale, effettivamente vissuta intrattenendo e maturando un rapporto personale col Signore. Si tratta di una relazione intima, resa possibile dallo Spirito Santo, il Paraclito promesso e donato ai discepoli, «affinché rimanga con voi per sempre (in eterno: eis tòn aiôna)», dice Gesù. Attraversare la morte senza restarvi imprigionati, vivere per davvero, di nuovo e per sempre, partecipando della medesima vita del Dio Vivente, significa respirare con Dio, cospirare con lui, vivere del suo stesso respiro, che è lo Spirito Santo. Divo Barsotti lo ha spiegato in un suggestivo passaggio del suo libro Il Signore è uno: «La nostra vita indubbiamente si distingue dalla vita di Dio, ma non se ne separa: è una partecipazione reale. L’assunzione della natura umana da parte del Verbo implica veramente una partecipazione di questa natura alla spirazione dello Spirito Santo. E poiché siamo tutti una cosa sola nel Cristo, anche noi partecipiamo a questa spirazione divina».

L’amore agapico

Questo è l’esito straordinario dell’amore agapico, dell’amore vicendevole. Vale a dire di un amore che esige d’essere “atto d’amore”, senza alcun ristagno, senza mai fermarsi, senza entrare in cortocircuito. L’amore reciproco è movimento vivace e vitale, aperto a ulteriori sviluppi. Anch’esso, infatti, si esprime in una voce verbale: agapáō: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Anzi: «in lui». È l’amore agapico, è l’amare agapicamente, cioè l’amare di amore reciproco, che abilita i discepoli a esserne il riflesso, a diventarne testimoni: il Cristo si manifesta in chi ricambia l’amore, in chi ama a sua volta, in chi si lascia coinvolgere responsabilmente nella comunione agapica. Egli “risplenderà in” (emphaínō si legge nel testo greco: mostrarsi-in, en-phaínō): in chi accetta d’essere avviluppato in quella matassa di relazioni d’amore che è l’Agape divina.

L’evento pasquale, pertanto, è – e sarà ancora, quale perenne Parusia – la suprema teofania. 

Dio si rende presente, ci fa visita, si lascia intravedere nella luce del Crocifisso-Risorto. Nella luce pasquale noi entriamo in contatto con lui: è la qualità mistica dell’esistenza credente. La vita cristiana ha una valenza principalmente mistica. Ciò non toglie che abbia pure delle importanti implicazioni etiche, derivanti proprio dalla dimensione mistica, giacché germogliano dalla comunione spirituale (in senso forte: pneumatica) con Dio in Cristo Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», leggiamo nel brano evangelico. Perché la vita di Dio nei discepoli è – e non può non essere – anche la loro vita buona, moralmente retta, solidale, giusta.

 www.tuttavia.eu

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sabato 28 marzo 2026

LA COSA PIU' BELLA

 


Domenica

 delle Palme




Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù (...).  Mt 26,14 – 27,66

 Mt 26,14 – 27,66

Commento di p. Ermes Ronchi

Entriamo nella santa Settimana, nei giorni supremi della storia e della fede. Qui la liturgia rallenta, ci accompagna con calma, quasi ora per ora, negli ultimi giorni di Gesù: dall’entrata in Gerusalemme fino alla corsa di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, quando anche la pietra si veste di angeli e di luce.

La cosa più bella da fare in questi giorni è stare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza (D. Bonhoeffer).

Gesù entra nella morte e sale sulla croce per essere con me e come me. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo crocifisso. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte. La croce è l’abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.

Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.

Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato una falsa idea di Dio. L’amore scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna.

 Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. 

Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, come il centurione, come il ladro buono, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio.

Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo. Qualsiasi uomo, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no. Non scende perché i suoi figli non lo possono fare. L’ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: Costui era figlio di Dio.

Che cosa l’ha conquistato? Che cosa ha visto? L’uomo di guerra ha visto il capovolgimento del mondo, di un mondo dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, del suo disarmato amore; che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire. Ha visto sulla collina un altro modo di essere uomini. Come quell’uomo esperto di morte, anche noi, disorientati e affascinati, sentiamo che nella Croce c’è attrazione, e seduzione e bellezza e vita. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d’amore.

Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo.

 La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo. 

E a Pasqua il Risorto mi assicura che un amore così non può andare perduto.

Santa Maria del Sengio

 

sabato 7 marzo 2026

AMA IL TUO NEMICO

 


"Educare all’odio?"

 



Massimo Recalcati 

 L’odio è il fondamento passionale di ogni guerra. Nel mondo animale non esiste né crimine né guerra perché non esiste la passione dell’odio. L’istinto aggressivo si scatena solo per la difesa del proprio territorio, per la sopravvivenza della propria esistenza o di quella del proprio branco. In ogni caso, essa non assume mai il valore irresistibile di una passione destinata a durare nel tempo e a corrompere la vita. In uno straordinario romanzo come I duellanti di Joseph Conrad si può vedere bene quanto questa passione possa consumare un’intera esistenza. Non a caso Lacan la definisce una carriera senza limiti. Ci sono vite individuali e vite collettive che sostengono la loro identità sulla mobilitazione permanente dell’odio. Gli psicoanalisti sanno bene quanto l’odio possa dare senso a una vita che al suo centro è abitata da un vuoto profondo. Ho assistito più volte allo sprofondamento depressivo di persone che, per ragioni diverse, avevano perso contatto con il loro oggetto d’odio. Era la passione dell’odio a mantenerle in vita. 

Il pregiudizio

Nella dimensione collettiva della vita umana, l’educazione all’odio è il primo passo che rende possibile e motiva il pregiudizio, la discriminazione, giustificando lo scatenamento della violenza. La passione dell’odio è infatti passione dell’Uno che vorrebbe escludere il Due sino al colmo della sua distruzione. Dove c’è odio l’esperienza virtuosamente traumatica del Due viene sempre rigettata nel nome dell’Uno. Distruggere il nemico significa infatti distruggere innanzitutto l’esperienza del proprio limite che il Due costituisce. Per questa ragione, il gesto di Caino trova il suo fondamento nel mito di Narciso: amare la propria immagine, porsi come un Uno-tutto-solo, adorare il proprio Io, comporta la soppressione di tutto ciò che è altro da me. 

 I cattivi maestri

I cattivi maestri di ogni tempo incitano all’odio, armano le mani dei loro figli o dei loro allievi, soffiano sul fuoco nichilistico della distruzione del nemico. Per lo più, come accadde anche nel nostro paese negli anni Settanta, nascondendo le proprie responsabilità. 

È infatti sempre l’uso irresponsabile della parola da parte dei cattivi maestri a promuovere la violenza. L’ebbrezza del passamontagna calato sul volto che preparava lo scontro armato con le forze dell’ordine, raccontata con pathos da Toni Negri, resta nel mio ricordo di quegli anni come un invito irresponsabile all’odio che ha spinto molti giovani verso una lotta destinata a sconfinare nell’arbitrio assoluto della violenza. Ma come si può interrompere la catena dell’odio? Quando il magistero di Gesù evoca l’amore come antidoto radicale della passione dell’odio non concede nulla alla retorica dei buoni sentimenti. La sua parola non sospinge infatti ad amare il simile, ad amare chi ci ama, ma, in modo inaudito, ad amare il nemico. È il passaggio vertiginoso del suo pensiero che nemmeno Sigmund Freud può accettare. Eppure il suo messaggio resta oggi più che mai tanto scabroso quanto essenziale: la fratellanza non è affatto un’esperienza di assimilazione, di uniformazione e, a rigore, nemmeno di condivisione. 

Con l’invito paradossale ad amare il nemico Gesù intende piuttosto sconvolgere ogni concezione ingenuamente armoniosa e pacificata dell’amore per metterne in luce il lato più indigesto. Amare il nemico significa infatti amare chi non è a nostra disposizione, chi sfugge al nostro governo, chi non può mai essere assimilato al nostro Io. In questo senso la passione dell’amore è una passione di decentramento, mentre quella dell’odio è, al contrario, una passione di accentramento. Il nemico diventa un bersaglio, un’alterità da disprezzare o da annientare, di fronte alla quale ribadire la propria superiorità morale, etica, razziale o culturale. Saremo dunque responsabili davanti alle nuove generazioni di avere sostenuto una cultura della guerra e dell’odio al posto di una cultura radicale dell’amore? 

Le ideologie  e l'educazione

Non è forse questo il grande, immenso, compito dell’educazione? Non a caso guerra e Scuola sono profondamente antagoniste. La funzione prima della Scuola non è infatti quella della trasmissione del sapere, ma quella della formazione della vita alla sua dimensione costitutivamente plurale, all’esperienza del Due e non dell’Uno-tutto-solo. Per questo, tutte le ideologie totalitarie snaturano la vocazione democratica della Scuola facendone un’officina di guerra e di indottrinamento, sottomettendola così al servizio dell’odio. 

 Non sorprende che sia stata la filosofia dell’odio dell’hitlerismo a rendere possibile l’orrore della Shoa e della Seconda guerra mondiale. La passione dell’odio si nutre infatti della certezza dogmatica di possedere la Verità. Essa esclude per principio il dubbio e la contraddizione perché vive di un ideale integralista e fondamentalista di purezza. È nel nome di questa purezza che Hitler ha legittimato l’odio feroce per gli ebrei, per il bolscevismo e per le democrazie liberali. I misfatti più crudeli ed efferati nella storia sono sempre stati giustificati nel nome della Verità. Ecco perché l’odio è il nutrimento quotidiano di ogni ideologia settaria. Non a caso Freud afferma che l’odio è un’espressione diretta della pulsione di morte, della pulsione che non alimenta la vita ma la sua distruzione. 

 La scuola

In ogni regime totalitario, la missione democratica della Scuola viene avvelenata e distorta dal virus dell’ideologia. I totalitarismi del Novecento sono stati esempi storici sconvolgenti di come l’indottrinamento possa prende il posto dell’educazione alla legge plurale della parola, alla legge del Due. Il nostro tempo ripropone traumaticamente la stessa sfida sull’orlo di una guerra che rischia di divenire mondiale: sarà la passione dell’odio a trionfare o sapremo trovare nella fratellanza – nell’amore per il Due – un’alternativa etica a questa passione mostruosamente umana?

La Repubblica

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sabato 28 febbraio 2026

IL BENE DELL'ALTRO

 

L'ARTE DI FARSI DONO

DALL'EGOISMO ALL'ALTRUISMO


Volere il bene dell'altro 

significa uscire dal centro 

di noi stessi 

e permettere all'amore 

di guidare le intenzioni 

del nostro cuore. 

Non si tratta solo di fare del bene, ma di desiderare sinceramente che l'altro cresca, sia felice e realizzi il meglio di sé, anche quando questo non ci porta alcun vantaggio.

Volere il bene dell'altro si esprime in atteggiamenti semplici: una parola di incoraggiamento, un gesto di attenzione, la capacità di rallegrarsi dei successi altrui.

 Spesso significa anche pregare e affidare a Dio ciò che non possiamo risolvere.

Chi desidera il bene dell'altro cammina nell'amore. 

E in questo cammino scopre che il bene offerto 

non si perde mai,

 ma ritorna al cuore come pace e senso della vita.

(Apolonio Carvalho Nascimento)

giovedì 26 febbraio 2026

LE PAROLE HANNO UN PESO

 LUCE o PROIETTILE?

 "Le parole hanno un peso:

 lasciano segni, accendono

 ricordi, aprono i cuori. 

Non sono fatte d’aria, spostano

 le vite e decidono l’amore"

La Redazione

Il pensiero di Massimo Recalcati sul valore della parola, capace di dare forma alle relazioni, al silenzio e all’esperienza più profonda dell’essere umano

Basterebbe soffermarsi solo un attimo per comprendere fino in fondo come le parole abbiano un peso: ogni parola pronunciata con amore, infatti, può arrivare dritta al cuore, accarezzando la nostra anima, mentre ogni parola pronunciata con disprezzo può mortificarci o umiliarci.

Ad avvalorare tale tesi è proprio lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati che in merito ha così espresso il suo pensiero: “L’esperienza della psicoanalisi insegna il peso delle parole. Le parole non sono fatte d’aria, possiedono una loro consistenza: spostano le vite delle persone, lasciano segni, accendono entusiasmi e ricordi, aprono i cuori, armano le mani, sentenziano, liberano, incatenano, sconvolgono, sospingono all’odio o all’amore, aprono o chiudono i mondi”.

Si pensi, ad esempio, allo psicoanalista che paradossalmente trascorre la maggior parte del suo tempo in silenzio, senza parlare; eppure il silenzio è una merce rara e preziosa ed è la sola cosa che davvero onora la parola, così come spiegatogli molto dettagliatamente dal saggista italiano.

Ed allora a cosa assomiglia davvero la parola? Massimo Recalcati, in via esemplificativa, ci propone tre diverse immagini.

Luce 

“La prima è un’immagine inconsueta perché noi siamo abituati nel nostro tempo a pensare che la parola sia uno strumento che serve alla comunicazione. In realtà la prima immagine che vi voglio offrire è che la parola assomiglia alla luce. Ed il fatto che la parola assomiglia alla luce ci è indicato dalla nipotina di Sigmund Freud che soffriva di disturbi del sonno e dunque chiedeva a sua madre di starle vicino fino a notte fonda. Ad un certo punto la madre spazientita dice alla piccola: ‘adesso vado di là, ho sonno, spengo la luce, dormi ’ e la bambina rivolta alla madre dice: ‘sì, tu spegni la luce, ma continua a parlarmi perché la tua parola è luce’. La parola porta la luce nella misura in cui allarga l’orizzonte del nostro mondo, nella misura in cui moltiplica i mondi, nella misura in cui, illuminando le cose, le fa esistere in modo nuovo. E questa è la dimensione più straordinaria, bella, della parola”, in tal modo il saggista italiano continua la sua significativa disamina.

Proiettile

“Ma la psicoanalisi ci insegna che accanto a questa rappresentazione della parola luce ce n’è un’altra: quando la parola assomiglia ad un proiettile. Parole che ci hanno attraversato, che ci hanno ferito, che ci hanno fatto sanguinare, che ci hanno fatto soffrire, che ci hanno umiliato, che ci hanno offeso. Quando la parola diventa proiettile? Quando assomiglia all’insulto. La parola può essere molto pericolosa. Dunque, si arresta il movimento luminoso della parola e prevale la violenza sulla parola. Ciò si verifica quando viene meno lo sforzo degli adulti di assumersi le conseguenze delle parole che pronunciano.

Coraggio

“Infine, il terzo ritratto, che è il più breve ma che è anche il più significativo per uno psicoanalista, è la parola come appuntamento mancato, sono le parole che non abbiamo detto, le parole che non abbiamo avuto il coraggio di pronunciare, di dire, di affermare. La parola che è rimasta chiusa nella nostra bocca. Queste per gli psicoanalisti sono le parole che fanno ammalare: le parole non dette sono le parole che si convertono in sofferenza. A volte il corpo nella sua sofferenza dice le parole che non abbiamo osato dire”, attraverso tale terza immagine Massimo Recalcati conclude la sua profonda riflessione.

Non dobbiamo mai dimenticare, pertanto, quanto siano importanti le parole che pronunciamo: queste ultime, infatti, sono in grado di portare la luce nella misura in cui allargano l’orizzonte del nostro mondo; ma al contempo le parole possono ferire proprio come proiettili, infliggendoci sofferenza e mortificandoci fin nel profondo della nostra anima.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto quali parole hanno lasciato un segno nella tua vita e quali, invece, avresti voluto dire e non hai detto? Le parole restano, nel tempo e nella memoria, molto più di quanto immaginiamo.

Scuola Oggi

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venerdì 16 gennaio 2026

IL MONDO HA BISOGNO DI MITEZZA

 


“Quando la nostra ultima

 parola è l’amore, 

le nostre azioni

 mostrano la mitezza 

e da esse siamo riconosciuti”

 (Apolonio Carvalho Nascimento)


-         di Nino Carta


È innegabile che il mondo abbia bisogno di tenerezza, di bontà e di mitezza, perché sono le persone miti che rendono la terra e il mondo più abitabile.

La violenza infatti non si arrende alla violenza, anzi diventa fonte di continue guerre; invece si arrende alla mitezza che si concretizza nella non-violenza e nella mansuetudine, le uniche virtù dell’uomo, le quali proprio perché semplici e piccole, sono capaci di superare i conflitti più difficili.

Noi uomini non siamo naturalmente miti ma la mitezza non è affatto codardia, anzi comporta una lotta costante contro noi stessi, un continuo dominio di noi e un grandissimo coraggio.

Infatti, se la viviamo e quasi ci abituiamo ad essa, diventiamo non solo “padroni” di noi stessi, ma beneficiamo e avvolgiamo come per osmosi non solo gli altri intorno a noi ma anche tutto l’ambiente.

Prima di tutto la mitezza è un profondo silenzio interiore che trasforma tutto: gli interessi, i desideri e i giudizi, educando il cuore alla clemenza e all’umiltà, assimilando le Parole e lo stile di Gesù che è quello dell’amore e del cielo, che sradica dai cuori il veleno della rabbia e della violenza e fa fiorire al loro posto la pace e la fraternità.

Per questo “essere miti” è anche saper sorridere nelle difficoltà e trovare serenità anche nei momenti di dolore, perché è l’espressione più interiore e più delicata dell’amore, diventando una continua risposta d’amore al voler esplodere dell’io e aiutandoci invece a saper perdere proprio per amore.

“Essere miti” è saper rispettare e gioire con l’altro come lui è; non solo ma, come cristiani, essere pronti a dare la vita per lui.

Per questo, secondo i maestri dello Spirito, la mitezza, con la sua presenza umile e dolce, è quella che tra i quattro elementi che formano l’universo, sceglie di vestirsi con la semplicità dell’acqua:

– come l’acqua se incontra un ostacolo, si ferma, ma, se l’ostacolo si rompe, corre via serena.

– come l’acqua diventa rotonda o quadrata secondo il recipiente in cui viene messa e sa smussare tutto quello che è affilato e che può ferire.

Ancora, l’essere miti applicato ai rapporti e alle relazioni tra noi uomini, è un continuo invito a non pretendere niente dagli altri, anzi ad essere sempre pronto a fare loro casa, ad accoglierli, a sentirli fratelli, vero toccasana per far vivere tutti in un mondo di serenità e di pace.

Sentite Papa Francesco: “Essere poveri di cuore, reagire con umile mitezza, saper piangere con gli altri, cercare la giustizia con fame e sete d’amore, guardare e agire con misericordia; ecco questa si, è santità.”

E San Paolo scriveva a Tito: “Ti ricordo di non parlare male di nessuno, di evitare liti, mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini”.

Attenzione però, essere miti non vuol dire essere deboli e senza nerbo, ma scoprire, trovare e inventare forze insperate “altrove”, nella presenza di un amore che non viene da noi ma che ci è donato; come diceva ancora San Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte”.

Chiaramente non di una forza nostra, ma della forza della comunione che fiorisce naturalmente come fiore di campo intorno alle persone miti e che praticamente le rende invincibili.

 “Essere miti”, è veramente l’azione più intelligente della vita.   

Benabe

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giovedì 15 gennaio 2026

LA MONOGAMIA COME POESIA


Il vescovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia riflette sulla nota del Dicastero per la Dottrina della Fede sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca


di Antonio Staglianò*

Fermiamoci un attimo. Prima di archiviare mentalmente l’ennesimo “documento vaticano” sull’amore e il matrimonio come roba da sacrestia, da manuale di morale sessuale impolverato, proviamo a leggere questo: «Dimos vueltas y vueltas, / hasta que volvimos a casa otra vez, / nosotros dos» (“Abbiamo girato e girato, / finché non siamo tornati a casa di nuovo, / noi due”). Non è una canzone di Vinicio Capossela. È Wisława Szymborska, poetessa polacca, Premio Nobel. E queste righe — insieme a versi di Neruda, Dickinson, Montale — compaiono in pieno in Una caro, l’ultimo testo del Dicastero per la dottrina della fede firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández. Un atto rivoluzionario: la Congregazione che un tempo si chiamava Sant’Uffizio, quella dei silenzi e dei no, oggi cita poeti per spiegare perché “due” siano meglio di tre, quattro o dell’infinità liquida dell’amore contemporaneo.

Non siamo di fronte a un trattato di teologia. È qualcosa di più radicale: un manifesto culturale che prova a riabilitare la monogamia non come imposizione ma come esperienza di bellezza. E lo fa con un’arma segreta: la poesia. Perché i poeti? Perché — scrive il documento citando Papa Francesco — «la parola letteraria è come una spina nel cuore che muove alla contemplazione e mette in cammino». Esatto: una spina. Non una carezza consolatoria ma un pungiglione che ti sveglia, che ti costringe a guardare in faccia il mistero dell’altro. La “Pop-Theology” può esultare e candidarsi a diventare ben presto una “disciplina teologica”.

La prima mossa intelligente di Una caro è spostare il dibattito dal piano del “dovere” a quello del “genio culturale”. La monogamia cristiana non è principalmente (solo) una legge naturale o un comandamento ma un fatto culturale generativo. Ha plasmato un modo di stare al mondo, di concepire la persona, la dignità, la reciprocità. Il documento parte da lontano, dal secondo capitolo della Genesi che non è un racconto ingenuo ma un “manifesto antropologico”. Dio dice: «Non è bene che l’uomo sia solo». E crea non un clone, non un servo, ma un «aiuto che gli corrisponda», un Tu che gli stia di fronte, “occhi negli occhi”. È la nascita della relazione frontale, del dialogo, del riconoscimento. Non della fusione ma dell’incontro tra due libertà.

Questo è il primo contributo culturale del cristianesimo: l’invenzione della persona come fine. L’uomo e la donna non sono mezzi per la specie, per il piacere, per il potere. Sono fini in sé. E solo in un rapporto esclusivo a due questa dignità è custodita. San Tommaso, citato nel testo, è chiarissimo: «La poligamia trasforma l’amicizia tra uomo e donna in una relazione quasi servile». Dove ci sono più donne (o più uomini), qualcuno diventa inevitabilmente oggetto, strumento. La monogamia, allora, non è una limitazione della libertà ma la sua condizione di possibilità. Solo davanti a un unico volto puoi assumerti una responsabilità infinita. Come scrive Emmanuel Lévinas, filosofo amato anche dai teologi, il volto dell’altro ti comanda “non uccidermi”. Ti comanda di rispettare la sua alterità. La poesia, in questo, è maestra: ci ricorda che l’amato è sempre un mistero inviolabile. «Tus ojos me interrogan tristes … / Este corazón está tan cerca de ti como tu propia vida, / pero no puedes conocerlo del todo» (“I tuoi occhi mi interrogano tristi … / Questo cuore è tanto vicino a te quanto la tua stessa vita, / ma non puoi conoscerlo del tutto”).

Il documento non fa finta di vivere nell’Ottocento. Sa benissimo che oggi la monogamia è sotto attacco. Non solo per il divorzio facile o l’adulterio ma per l’e m e rg e re di modelli culturali espliciti che la negano: il “p oliamore ” (relazioni multiple e consensuali), le unioni aperte, la sessualità fluida. La risposta non è la condanna morale. È più sottile: offrire una narrazione più bella. Più avvincente. Più umana. Perché — chiede il testo — se le serie tv, le canzoni pop, i romanzi continuano a celebrare il “grande amore” unico e fatale, mentre nella realtà le relazioni si frantumano? Forse perché nell’immaginario collettivo sopravvive la nostalgia di un legame totale, esclusivo, che dà senso alla vita. La Chiesa, con questo documento, si fa curatrice di quella nostalgia. E usa i poeti come testimoni privilegiati. Neruda che scrive alla sua Matilde: «Yo voy a cerrar los ojos / y solo quiero cinco cosas, / cinco raíces preferidas. / Una es el amor sin fin … / La quinta cosa son tus ojos». “La quinta cosa sono i tuoi occhi”. Non “gli o cchi” ma “i tuoi occhi”. Quelli di quella persona unica, insostituibile. È il trionfo dell’unicità contro l’anonimato della moltiplicazione.

Il poliamore, suggerisce il testo, nasce da un’illusione ottica: pensare che l’intensità dell’incontro si moltiplichi con il numero dei partner. Ma è il contrario: come nel mito di Don Giovanni, il numero dissolve il nome. L’infinità quantitativa uccide la profondità qualitativa. La poesia, al contrario, celebra la profondità del singolo volto, della storia condivisa, del “noi” che diventa casa.

Qui arriviamo al cuore teologico del documento ma anche alla sua svolta più pop: il concetto di carità coniugale. Non è la “carità” delle suore di clausura ma l’amore quotidiano tra due che scelgono di costruire una vita insieme. Un amore che non cancella l’eros ma lo purifica e lo eleva. Papa Francesco, citato a lungo, lo descrive con i tratti di 1 Corinzi, 13: «la pazienza, la benevolenza, il non essere arroganti, il non tener conto del male». È l’amore che diventa arte della convivenza. E l’arte, come la poesia, richiede esercizio, disciplina, capacità di trasformare la materia grezza della vita in qualcosa di bello. La sessualità, in questa visione, non è un problema da controllare ma un linguaggio. Un linguaggio che, nel matrimonio, dice: «Io mi dono tutto a te, e accolgo tutto di te». Non è il sesso del consumo rapido, dell’usa e getta. È il sesso come parola incarnata della promessa fatta all’altare.

E qui il documento compie un altro passaggio geniale: difende il piacere sessuale come parte integrante dell’amore coniugale. Cita Karol Wojtyła (il futuro Giovanni Paolo II) quando scrive che «non è in alcun modo incompatibile con la dignità delle persone il fatto che il loro amore coniugale comporti un “piacere” sessuale». Anzi, il piacere, vissuto nel contesto di un dono totale, diventa espressione di gioia e gratitudine. È la fine del manicheismo sessuale che ha a volte afflitto la Chiesa: da una parte il sesso sporco, dall’altra l’amore puro. No, dice Una caro: l’amore vero unifica corpo e spirito. E la poesia, ancora una volta, ci aiuta a capirlo: quando un poeta descrive l’amore, parla di sguardi, di mani, di pelle, di silenzi, non di anime disincarnate.

Il documento sa che la monogamia non è un istinto primario. È una conquista culturale. E come tale va educata. Ma come si educa all’esclusività, alla fedeltà, alla pazienza? Anche qui la risposta è sorprendente: attraverso la bellezza. Attraverso storie, poesie, film che mostrano la grandezza di un amore che dura. Non imponendo regole ma facendo innamorare dell’ideale. La poesia, in questo, è un’allenatrice eccezionale. Ti insegna a vedere l’altro nella sua unicità. Ti allena a nominare le emozioni complesse. Ti offre un linguaggio per dire l’amore che va oltre il “mi piaci”. In un’epoca di relazioni digitali, di like e di chat effimere, la poesia è una palestra di profondità. Il documento cita Emily Dickinson: «Que el Amor lo es todo / es todo lo que sabemos del Amor» (“Che l’Amore è tutto / è tutto ciò che sappiamo dell’A m o re ”). È un verso geniale: non definisce l’amore, lo circonda. Lo evoca. Lo fa esperienza prima che concetto. È quello che serve oggi: non teorie sull’amore ma esperienze di bellezza che ci facciano dire: «Voglio quello».

Con Una caro la Chiesa fa una scommessa coraggiosa: invece di difendere la monogamia con argomenti legali o teologici pesanti, la racconta. La affida ai poeti. La mostra come un’avventura umanissima, faticosa, ma piena di senso. È un cambio di paradigma: dalla dottrina che spiega alla poesia che mostra; dal magistero che detta leggi al magistero che curva l’orecchio sul cuore dell’uomo e ne riporta i battiti più veri.

Forse, in un mondo di relazioni usa e getta, la monogamia non è un retrogrado arroccamento. È l’ultima forma di resistenza poetica. Resistenza alla banalizzazione dell’incontro, alla riduzione dell’altro a profilo, alla paura della profondità. Scegliere di essere “una sola carne” non è allora obbedire a un precetto. È comprare un biglietto per un viaggio poetico: quello che, attraverso la ripetizione quotidiana, la fedeltà, il perdono, trasforma due “io” in un “noi” capace di ospitare il mondo.

Come diceva un “poeta di Nazareth”, «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Forse, oggi, quell’amore comincia da due. E la poesia è la sua prima, insostituibile, lingua. Quanta bellezza in Una caro!

*Vescovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia

Vatican News   

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