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domenica 17 maggio 2026

VOCI E VOLTI UMANI

 

Custodire 

voci e volti umani

  

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ

 PAPA LEONE XIV

PER LA LX GIORNATA

 MONDIALE 

DELLE COMUNICAZIONI

 SOCIALI


Cari fratelli e sorelle!

Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno.

Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola – questa comunicazione che Dio fa di sé stesso – l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente (cfr 1 Gv 1,1-3), perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio.

Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, [1] ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri.

La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane.

La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi.  Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi.  

Non rinunciare al proprio pensiero

Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale.

A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.

Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative.

Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine.

La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce.

Essere o fingere: simulazione delle relazioni e della realtà

Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone.

La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia.

Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono. La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.

Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione.

A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza.

Una possibile alleanza

Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno 2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto.

La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati.

Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilitàcooperazione e educazione.

Responsabilità

Innanzitutto, la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati.  Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo.

Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli.

Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti.

La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Le imprese dei media e della comunicazione non possono a loro volta permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità. La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi. I contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità.

Cooperazione

Tutti siamo chiamati a cooperare. Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. È necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.

A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione.

Educazione

Proprio per questo è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA, che alcune istituzioni civili stanno già promuovendo. Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito. Questa alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in iniziative più ampie di educazione permanente, raggiungendo anche gli anziani e i membri emarginati della società, che spesso si sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici.

L’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti – che potrebbero essere imprecise o errate – fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione. È importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA.

Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.

Nel proporre queste riflessioni, ringrazio quanti stanno operando per le finalità qui prospettate e benedico di cuore tutti coloro che lavorano per il bene comune con i mezzi di comunicazione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2026, memoria di San Francesco di Sales.

LEONE PP. XIV

______________________________

[1] “Il fatto di essere creato a immagine di Dio significa che all’uomo, fin dal momento della sua creazione, è stato impresso un carattere regale [...]. Dio è amore e fonte di amore: il divino Creatore ha messo anche questo tratto sul nostro volto, affinché mediante l’amore – riflesso dell’amore divino – l’essere umano riconosca e manifesti la dignità della sua natura e la somiglianza col suo Creatore” (cfr S. Gregorio di Nissa, La creazione dell’uomoPG 44, 137).

VATICAN.VA

mercoledì 11 febbraio 2026

LA SCOMPARSA DELLA SCRITTURA


 La Gen Z sta perdendo una competenza che l’umanità possiede da 5.500 anni: il 40% fatica ormai a padroneggiare la comunicazione

 

 

By Rosewood Mireya 

 

La generazione Z, cresciuta con lo smartphone in tasca e le notifiche sempre accese, comunica più di qualunque altra nella storia. Messaggi, vocali, emoji, video brevi. Eppure, dietro questa iper-connessione, emerge un dato che preoccupa ricercatori e docenti: una parte significativa di questi ragazzi sta perdendo una capacità millenaria, legata non solo alla scrittura, ma al modo stesso in cui il cervello costruisce e organizza il pensiero.

La generazione Z e la scrittura che scompare dalla mano

Da circa 5500 anni la scrittura accompagna l’uomo. Dalle tavolette di argilla alle lettere su carta, la mano ha tradotto in segni il pensiero, fissando memoria, leggi, storie. Oggi, però, qualcosa si è incrinato.

Uno studio dell’Università di Stavanger, in Norvegia, segnala un dato netto: circa il 40% dei giovani della Gen Z non padroneggia più la comunicazione attraverso la scrittura manuale in modo funzionale. Non si parla solo di calligrafia poco elegante, ma di difficoltà reali a usare carta e penna per esprimersi con chiarezza.

La scrittura a mano non è solo “bella grafia”: è un’abilità cognitiva complessa, legata a memoria, attenzione e comprensione profonda.

Nati tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2010, questi ragazzi hanno imparato a scrivere sulla tastiera quasi nello stesso momento in cui hanno imparato a scrivere sul quaderno. Per molti, il passaggio successivo è stato naturale: il quaderno è rimasto nello zaino, il telefono è diventato il vero taccuino quotidiano.

Dal taccuino al touchscreen: cosa cambia nel cervello

I ricercatori che studiano il rapporto tra scrittura e attività cerebrale descrivono differenze marcate tra il gesto di scrivere a mano e quello di digitare. Nel primo caso, il movimento è più lento, complesso, tridimensionale. Ogni lettera richiede una sequenza motoria precisa, che il cervello “impara” e lega a un suono, a un significato.

Nella digitazione, il gesto si fa uniforme: pressare tasti tutti uguali, a velocità elevata, con scarsa attenzione alla forma delle parole. Questo non rende i giovani meno intelligenti, ma modifica il modo in cui il loro cervello costruisce le frasi e le trattiene nella memoria.

  • Scrittura a mano: coinvolge motricità fine, coordinazione occhio-mano, pianificazione del discorso.
  • Digitazione: privilegia velocità, correzione rapida, frammentazione del testo.
  • Risultato: testi più brevi, meno strutturati, minore abitudine alla riflessione lenta.

Quando la mano rallenta, il pensiero ha il tempo di organizzarsi. Quando le dita corrono sulla tastiera, il rischio è che il contenuto resti superficiale.

Professori in allarme: “Arrivano in aula senza penna”

I segnali non arrivano solo dai laboratori universitari, ma anche dalle aule. Docenti di vari Paesi raccontano una scena che si ripete: studenti che entrano in classe con il laptop carico, il telefono in mano… e nessuna penna nell’astuccio.

La professoressa Nedret Kiliceri, citata dalla stampa turca, descrive un quadro molto riconoscibile anche per molti insegnanti italiani.

Secondo le sue osservazioni:

  • gli studenti evitano frasi lunghe, preferendo brevi enunciati isolati;
  • faticano a costruire paragrafi coerenti, con un filo logico interno;
  • la grafia, quando usata, risulta spesso disordinata e poco leggibile;
  • le regole di base del testo scritto (punteggiatura, struttura, gerarchia delle idee) sono poco assimilate.

Molti ragazzi sono anche influenzati dall’uso dei social: il modello è quello dei post brevi, delle storie effimere, dei messaggi che si cancellano da soli. Questo stile, portato sui quaderni – quando ci sono – produce testi spezzati, pieni di salti logici.

Quando la scrittura si perde, cambia anche il modo di pensare

La perdita di dimestichezza con la scrittura manuale non riguarda solo il gesto grafico. Tocca un livello più profondo: la capacità di organizzare il pensiero in una sequenza comprensibile per chi legge.

Scrivere a mano una lettera, un tema o anche solo una pagina di diario richiede di:

  • decidere cosa dire;
  • stabilire un ordine tra le idee;
  • scegliere il tono;
  • correggere mentre si scrive, senza cancellare tutto con un tasto.

Nel linguaggio digitale quotidiano, molti di questi passaggi saltano. Si scrive come si parla, si inviano frasi spezzate, si appoggia gran parte del significato a emoji, sticker, gif. È una comunicazione rapida, intuitiva, spesso efficace nel breve, ma che non abitua alla costruzione di discorsi complessi.

La scrittura lenta obbliga a fare ordine nella mente. La scrittura istantanea tende ad assecondare l’impulso del momento.

Come cambia la comunicazione globale della Gen Z

Il dato del 40% di giovani che non padroneggiano più la scrittura a mano non si traduce solo in verifiche scolastiche più difficili. Ridisegna il panorama della comunicazione nel suo complesso.

Tre conseguenze emergono con chiarezza:

  • Comunicazione più emotiva, meno argomentata: prevalgono reazioni istintive, commenti brevi, giudizi veloci, spesso senza spiegazione.
  • Minor pazienza per i testi lunghi: faticano a restare su un documento scritto per più di pochi minuti, a meno che non sia frammentato in blocchi brevi.
  • Difficoltà a passare dal messaggio orale al testo formale: email di lavoro, relazioni, lettere motivazionali risultano ostiche per chi è abituato alle chat.

Ciò non significa che la generazione Z comunichi “peggio” in assoluto. In molti campi, come il video e l’immagine, questi ragazzi hanno sviluppato una competenza altissima. Il nodo riguarda la varietà degli strumenti: se un mezzo si atrofizza, l’intero sistema comunicativo perde flessibilità.

Si può invertire la rotta? Il ruolo di scuola e famiglie

Docenti e ricercatori non propongono di tornare a un passato senza tecnologia. Il punto non è scegliere tra carta o schermo, ma evitare che uno dei due sparisca del tutto.

Alcuni possibili interventi, già sperimentati in vari Paesi:

  • reintrodurre momenti di scrittura a mano anche all’università, non solo alle elementari;
  • richiedere consegne miste: parte digitata, parte scritta a penna, soprattutto nelle materie umanistiche;
  • usare quaderni per prendere appunti, lasciando i dispositivi alle ricerche e agli approfondimenti;
  • valorizzare la grafia come competenza personale, non come semplice “bella scrittura”.

Non si tratta di nostalgia per il quaderno a righe, ma di preservare un allenamento mentale che la tastiera, da sola, non garantisce.

Parole chiave da capire: scrittura funzionale e competenze di base

Quando gli studi parlano di perdita della “padronanza della comunicazione scritta a mano”, fanno riferimento alla scrittura funzionale. Non è la calligrafia artistica, ma la capacità di usare carta e penna per compiti quotidiani:

  • compilare moduli e documenti;
  • prendere appunti leggibili in una riunione o in una lezione;
  • stilare liste, promemoria, schemi di lavoro;
  • redigere brevi testi chiari per altri lettori.

La perdita di questa abilità può avere effetti a catena: chi fatica a scrivere a mano spesso evita di farlo, si affida solo al telefono, rinuncia a tenere un’agenda fisica, si trova in difficoltà quando la tecnologia manca o non è consentita (concorsi, esami, prove scritte).

Uno scenario possibile: come potrebbe cambiare la scuola tra dieci anni

Immaginiamo una classe nel 2035. Tutti gli studenti hanno un dispositivo digitale fornito dall’istituto. I compiti si svolgono su piattaforme online, i libri sono in formato e-book, le verifiche si fanno su tastiera. Chi dovrà scrivere a penna? Probabilmente solo in contesti specifici, come certificazioni esterne o prove standardizzate che ancora richiedono moduli cartacei.

Se la tendenza attuale prosegue, molti giovani arriveranno a questi appuntamenti con un handicap concreto: mano lenta, grafia poco leggibile, fatica a tenere il ritmo del pensiero sul foglio. Non è un dettaglio estetico, ma una barriera pratica che può influire su voti, selezioni, accesso a corsi e professioni.

Qualche scuola, nel frattempo, potrebbe andare in direzione opposta: reintrodurre quaderni, penne e momenti di scrittura tranquilla come esercizio di concentrazione. Tra questi due modelli, si giocherà una partita che non riguarda solo la nostalgia per la carta, ma il tipo di mente che stiamo formando.

 

Area15

 

domenica 25 gennaio 2026

VOCI E VOLTI UMANI

 


Educazione 

e informazione

 

al tempo 

della IA.


 Papa Leone XIV ci ricorda di custodire voci e volti umani

 

Di  Aluisi Tosolini

 

E’ stato pubblicato il 24 gennaio, giorno in cui la Chiesa celebra san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, il messaggio di Papa Leone XIV per la LX giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Messaggio breve ma intensissimo (lo si può integralmente leggere qui) che parte dai volti e dalle voci degli umani, definiti “tratti unici, distintivi, di ogni persona che manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro”: il prósōpon greco, ovvero “ciò che sta di fronte allo sguardo”, e il per-sonare latino che identifica la persona con la sua infondibile voce.

Ognuno di noi, dice il papa, è chiamato a custodire il volto dell’altro (e risuonano qui le parole del filosofo Levinas) e la pienezza della relazione con l’altro e l’alterità.

L’intelligenza artificiale: una sfida antropologica

Ma questa custodia rischia di venire meno con la tecnologia digitale che “modifica radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”.

SI tratta però di una sfida non “tecnologica, ma antropologica”. E qui il messaggio di Leone XIV si fa molto concreto, tecnico, preciso. Si citano gli algoritmi dei social media che premiano l’immediatezza delle emozioni rapide che rifiutano la necessaria comprensione e riflessione. Si accenna al rischio delle bolle di facile consenso e indignazione che “indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale”.

Non rinunciare al proprio pensiero: l’IA non è un oracolo

Un ulteriore rischio è quello di fare “affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.”

Ciò che viene messo in crisi è lo stesso processo creativo e la correlata industria creativa che rischia di essere sostituita da prodotti “con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore”.

I chatbot e le relazioni simulate

Le parole di Leone XIV sono dense, tecniche, precise.  Le riporto integralmente,

Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone”. Ma in un mondo fatto di specchi digitali rischiamo di non incontrare mai davvero l’altro. E “senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia”.

A questo si aggiungano i bias che l’IA replica trasmettendo una percezione alterata della realtà. La mancata accuratezza dei sistemi IA porta poi a spacciare la probabilità statistica per verità. La crisi del giornalismo sul campo e del costante lavoro di raccolta e verifica delle fonti “può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza” dove è “sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”.

Responsabilità, cooperazione e educazione.

Che fare allora? Come contrastare lo strapotere di pochissime aziende che si arrogano persino il diritto di riscrivere la storia umana?

La sfida – scrive papa Leone XIV – non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati”. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre  pilastri: responsabilità, cooperazione, educazione,

La responsabilità implica che ai diversi livelli (internazionale e nazionale, politico, tecnologico, tecnico, economico…) si proceda davvero ad una regolamentazione chiara e cogente. Ad esempio, scrive il papa, “i contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità”.

Tutti siamo poi chiamati a cooperare nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile creando meccanismi di salvaguardia e di governance dell’IA.

Il compito dell’educazione: verso una nuova alfabetizzazione

Dobbiamo aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente” e proprio per questo “è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA”. Si tratta di dar corso ad una nuova alfabetizzazione che non deve toccare solo le giovani generazioni ma anche gli anziani e quanti sono emarginati dalla società e per questo posti fuori dal flusso dell’innovazione.

E qui papa Leone riprende un esempio che molti studiosi dei sistemi educativi stanno utilizzando in questi anni: “come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA”.

Si capisce ancora meglio, allora, perché il cardinale Robert Francis Prevost abbia scelto il nome Leone XIV, richiamando così esplicitamente Leone XIII, Vincenzo Gioacchino Pecci che fu papa per 25 anni dal 1878 al 1903. Leone XIII passa infatti alla storia come la figura che ha compreso la necessità di un dialogo con la modernità, non per accettarne acriticamente gli sviluppi, ma per orientarla secondo i principi del Vangelo. Comprese che la Chiesa non poteva più rimanere spettatrice silenziosa dei cambiamenti messi in atto dalla rivoluzione industriale. L’enciclica Rerum Novarum (“Sulle cose nuove”) del 1891, fu un documento rivoluzionario per l’epoca ed è considerato il fondamento della Dottrina Sociale della Chiesa cattolica. Per la prima volta, un papa prendeva posizione pubblica sulle condizioni della classe operaia e sull’ingiustizia sociale generata dal capitalismo sfrenato e dall’assenza di tutela per i lavoratori.

Oggi con l’IA stiamo entrando in un nuovo ed inedito mondo. Ed è per questo nuovo mondo che Papa Leone XIV sta stilando i paragrafi di una nuova, altrettanto inedita e sempre più necessaria, Rerum Novarum.

 Tecnica della Scuola

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sabato 6 dicembre 2025

LA PAROLA FA UGUALI


Il capitale semantico della società: dalla parola che fa eguali a Barbiana, alla comunicazione significativa

di Daniele Scarampi 

Ogni lingua stabilisce un sistema di significati sconfinato e assai eterogeneo se rapportato ad altri sistemi: ecco perché, sulla spinta delle teorie di A. von Humboldt e per tutta la successiva prima metà del Novecento, è nata e poi si è consolidata la teoria del relativismo linguistico, ovverosia l’idea che la lingua possa influenzare il pensiero, determinare le concezioni e veicolare ovvero modificare la percezione della realtà da parte di ogni singolo individuo (Sapir, Whorf 2017).

Le diversità linguistiche sono pertanto divenute il mezzo per spiegare almeno parzialmente le differenze cognitive o culturali delle varie società, atteso che idee e concetti possono subire l’influenza della lingua e quest’ultima, sovente, utilizza i suoi strumenti per plasmarli. La lingua è dunque un agente trasformativo della realtà, include in sé la visione del mondo e la modifica oppure ne cambia i presupposti, stabilendo successivamente le modalità del pensiero di coloro che la utilizzano (Prato 2019): tra linguaggio e pensiero – come già ammoniva L.S. Vygotsky – sussiste infatti una relazione dinamica e un rapporto di stretta reciprocità perché i parlanti e gli scriventi decodificano la realtà mediante la lingua; del resto la nota ipotesi di E. Sapir e B. Whorf, linguisti e antropologi, conosciuta anche come ipotesi della relatività linguistica, asserisce che ogni lingua determina la struttura cognitiva di chi la pratica. In altri termini, una data lingua, per mezzo del suo vocabolario e delle sue strutture grammaticali, tende a influenzare il sistema cognitivo e il modo di percepire il mondo: di conseguenza, chi parla e scrive lingue diverse avrà una differente concezione della realtà.

Ogni lingua è tutt’altro che un mero mezzo d’accesso al pensiero; è piuttosto uno strumento attraverso cui il pensiero prende forma ed esercita un’influenza diretta sulla cognizione.

Ne consegue che le differenze tra le lingue testimoniano sempre le diverse sfumature attraverso le quali i vissuti degli individui vengono percepiti, cosicché accettare la diversità etnolinguistica significa anzitutto accettare le diversità tanto sociali quanto culturali tra i popoli; è indubbio che, oggi, intervenire educativamente nei linguaggi parlati o scritti significa anche intervenire sulle condizioni sociali di parlanti e scriventi.

Compito dell’istruzione è intendere gli altri e farsi intendere, in modo da possedere gli strumenti necessari per poter affrontare la quotidianità, con tutte le sue difficoltà e i suoi fallimenti. La parola fa eguali, salva, emancipa e ben lo aveva intuito don Lorenzo Milani con la sua scrittura collaborativa e riflessiva, antesignana dell’attuale cooperative learning, della peer education, della didattica laboratoriale e di quella per competenze. Attualmente sui banchi di scuola non ci sono più gli ospiti di Barbiana, ma ci sono i figli degli immigrati, i bambini e i ragazzi che portano il fardello di situazioni familiari disastrose, i bisogni educativi speciali non certificati, i numerosissimi minori non accompagnati, gli apolidi, i dispersi, gli abbandonati o i figli delle guerre: insomma le nuove povertà educative.

L’ottavo sacramento

Il compito della scuola, che don Milani definiva l’ottavo sacramento, è inseguire un ideale di giustizia ed equità sociale e tradurlo in una serie di azioni pratiche e concrete, a supporto di ogni discente. Perché la scuola che sa accogliere è anche quella che sa prendersi cura di ogni esigenza e soprattutto che sa mettere lo studente al centro dell’apprendimento.

Del resto la scuola non deve essere soltanto un luogo di trasmissione dei saperi, ma deve farsi spazio di ricostruzione del senso; l’educazione non è più soltanto un processo di istruzione, ma è un atto di ricomposizione semantica del mondo: là dove i linguaggi si moltiplicano e si frammentano, la scuola deve diventare il luogo in cui si genera il capitale semantico della società, ovverosia l’insieme dei significati condivisi che permettono a una comunità di pensare, comunicare e progettare il proprio futuro (Fundarò 2025). Questa è la più intima eredità di Barbiana.

Il nostro tempo è attraversato da una profonda crisi del significato, dovuta all’infodemia che la rivoluzione digitale ha generato; per cui l’aumento della mole informativa non corrisponde a un aumento di conoscenza, semmai la disgrega e la parcellizza.

Educare, pertanto, significa anche e soprattutto costruire la competenza semantica, cioè la capacità di attribuire significati condivisi, costruire relazioni di senso e riconoscere le connessioni tra le informazioni. La scuola, in questa prospettiva, ha l’obbligo di custodire e implementare il capitale semantico, cosicché – nella selva dei linguaggi frammentati – si possa perseguire l’unità del senso, condurre verso la responsabilità della parola e dare forma al pensiero.

La sfida educativa dei nostri giorni – come ben hanno intuito L. Floridi (2024) e A. Fundarò (2025) – non è reperire dati e informazioni, ma piuttosto comprenderli, interpretarli e trasformarli in conoscenza, poiché la competenza semantica presuppone tre dimensioni fondamentali: la capacità di decodificare testi e messaggi, l’attitudine a valutare la verosimiglianza delle informazioni e, non in ultimo, la creatività cognitiva, ossia l’abilità nel generare nuovi significati a partire dai dati disponibili.

Capitale semantico

D’altronde il capitale semantico è quella sommatoria di contenuti che consente di dare un senso alle esperienze vissute, alimentando processi di interpretazione, comunicazione e comprensione reciproca: l’eredità invisibile fatta di parole condivise, esperienze sedimentate, simboli riconoscibili; in un mondo dove i devices sanno già comunicare e il web veicola la conoscenza, il vero traguardo è comprendere, selezionare, interpretare i messaggi orali e scritti in modo da restituire significati comprensibili a tutti e combattere la disinformazione. Oltretutto ragionare sulle parole, usate nelle più disparate situazioni, ci aiuta a capire un po’ meglio come funziona la lingua.

Ora, se il fine ultimo dell’istruzione è creare individui consapevoli, il traguardo che la scuola deve imporsi è quello di emancipare le persone dai gioghi culturali e sociali, per poi condurle verso lo sviluppo d’una coscienza critica utile a far valere sempre quei diritti fondamentali troppo spesso vilipesi e calpestati. Ecco dove nasce la pedagogia dell’aderenza assai cara al Priore di Barbiana: partendo dall’ambiente in cui vive, lo studente costruisce la propria conoscenza e il docente, nell’organizzare i significati, struttura con il discente un ambiente d’apprendimento efficace e operativo. Dal particolare all’universale allievo e maestro pattuiscono regole comuni.

Quindi, costruito un apprendimento significativo, la pedagogia dell’aderenza accompagna verso lo sviluppo di quella che C. Rinaldi (2024) definisce «intelligenza sensibile» – naturale evoluzione dell’intelligenza emotiva di M. Goleman – che, trascendendo l’empatia, raggiunge un livello assai profondo di comprensione sensoriale.

Non si tratta solamente di comprendere ciò che il nostro interlocutore prova sul piano emotivo, ma di ascoltare anche i suoi segnali più sottili e corporei che costituiscono un fondamentale feedback comunicativo. La comunicazione efficace non è fatta soltanto da un uso sapiente delle parole, ma anche dalla capacità di ascolto attivo, che consente di accogliere l’altro, di creare un clima di fiducia reciproca, di mettersi in frequenza comprendendone i messaggi e stabilendo quelle connessioni indispensabili al superamento di attriti e incomprensioni.

In conclusione vale la pena osservare che, da sempre, l’identità di un popolo o di una cultura è legata inscindibilmente alla lingua, in quanto scrigno di valori culturali e punti di vista differenti resi manifesti per il tramite degli strumenti lessicali e delle regole grammaticali. Tuttavia lingua e identità sono concetti mobili, in continua evoluzione, ed ecco che il capitale semantico fornisce gli strumenti concettuali per dare senso alla realtà e creare un senso di appartenenza.

 

Biblio-sitografia

Bramante, R.P., Ascolto attivo: una competenza silenziosa, , 24 ottobre 2025.

Fundarò, A., Il capitale semantico dell’educazione: costruire identità e senso nell’era digitale, , 31 ottobre 2025.

Genovese, G.A., , Erickson.it, 23 gennaio 2025.

Laudisa, E., , GoodJob.Vision, 4 febbraio 2024.

, Rivista.ai, 31 ottobre 2024

Prato, A., , IstitutoEuroArabo.it, 2019.

Rinaldi, C., , Milano, Egea, 2024.

Ronchi, M., , econopoli.ilsole24ore.com,16 ottobre 2025.

Sapir, E., Whorf, B., , Cassarai, M., Crucianelli, E. (ed.), Roma, Castelvecchi, 2017.

Scarampi, D., L’ottavo sacramento: una scuola che accoglie. La lezione di don Milani, Firenze, Giunti Scuola, 2021.

Scarampi, D., , Lingua italiana, Treccani.it., 2023.

Treccani 

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venerdì 3 ottobre 2025

CUSTODIRE VOCI E VOLTI NUOVI

 


Il linguaggio digitale 

traduce tutto 

nella semplificazione 

0/1: on/off, bianco/nero, pro/contro. 

Siamo sempre meno capaci

 di abitare le sfumature, 

tollerare l’ambiguità, 

convivere con la complessità.

Chiara Giaccardi

Il tema scelto da papa Leone XIV per la 60esima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali – “Custodire voci e volti umani” – tocca il cuore di una questione che definisce il nostro tempo: come mantenere l’umanità al centro quando la tecnologia pervade ogni aspetto della nostra esistenza, e il confine tra macchine ed esseri umani sembra assottigliarsi sempre più. 

Per Platone, e altri dopo di lui, la tecnica è un “farmaco”: da una parte ci cura e potenzia le nostre capacità, ma dall’altra ci intossica. E queste due dimensioni, con buona pace di apocalittici e integrati, sono inevitabili e inseparabili. Quello che possiamo tentare è una “farmacologia positiva”, che limiti gli effetti tossici e valorizzi quelli curativi. L’intelligenza artificiale offre certo possibilità straordinarie – dalla diagnosi medica precoce alla risoluzione di problemi complessi, dall’efficienza comunicativa all’accessibilità dell’informazione. Tuttavia, il Papa ci avverte che la stessa tecnologia può generare «contenuti accattivanti ma fuorvianti, manipolatori e dannosi», replicare pregiudizi e amplificare disinformazione. 

Il linguaggio digitale traduce tutto nella logica binaria dello 0/1. Questa semplificazione sta contagiando sempre più il nostro pensiero e i nostri rapporti umani: on/off, bianco/nero, pro/contro, amico/nemico. Stiamo perdendo la capacità di abitare le sfumature, di tollerare l’ambiguità, di convivere con la complessità. 

Il digitale favorisce la polarizzazione anche perché gli algoritmi amplificano i contenuti che generano ingaggio, e nulla genera più ingaggio della rabbia e dell’indignazione. Si crea così un circolo vizioso dove la moderazione viene punita e l’estremismo premiato. Questo meccanismo può portare a forme di identità e di politica basate sulla identificazione del nemico da annientare: una vera e propria “odiocrazia”. 

Come proteggersi da tutto ciò? Innanzitutto, rinunciando alla comodità di delegare il pensiero alla macchina: come infatti l’industrializzazione ha privato le persone del loro “saper fare”, così oggi il digitale rischia di compromettere il nostro “saper pensare”. Lo scriveva già Bersanos a metà del secolo scorso: «Il pericolo non si trova nella moltiplicazione delle macchine, ma nel numero sempre crescente di uomini abituati, fin dall’infanzia, a non desiderare altro che ciò che le macchine possono dare». 

Dal digitale, comunque, non si può più uscire: è diventato l’aria che respiriamo, l’ecosistema in cui viviamo. Non possiamo tornare a un’era pre-digitale, né sarebbe auspicabile farlo. La questione diventa: dove appoggiamo la nostra critica? Su cosa fondiamo la nostra resistenza alla colonizzazione totale del digitale? 

Il Papa suggerisce una strada: mantenere «l’umanità come agente guida». La critica deve radicarsi in ciò che il digitale non può catturare, che non è “datificabile” né automatizzabile: l’esperienza vissuta, l’interiorità, la capacità di contemplazione, il silenzio fecondo, l’intuizione che precede la razionalizzazione. Non tutto può essere tradotto in algoritmi. L’amore, la sofferenza autentica, la creatività genuina, l’esperienza del sacro, la bellezza che commuove, la giustizia che indigna mantengono una dimensione di mistero e imprevedibilità che sfugge al codice binario e alla manipolazione algoritmica. La persona umana porta in sé una dimensione di infinito che nessun sistema finito può contenere completamente. E la bussola per non smarrire la strada non sono principi astratti, ma il volto concreto dell’altro. Potremmo rileggere la celebre formulazione kantiana “il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me” come “il cielo stellato sopra di me e il volto dell’altro davanti a me”. Entrambi rappresentano l’irriducibile singolarità: ogni stella unica nel firmamento, ogni volto unico nell’umanità. L’infinito e il finito che si abbracciano e formano una unità indissolubile e irriducibile. Il volto dell’altro, come insegnava Emmanuel Lévinas, è epifania dell’infinito nel finito, appello etico che precede ogni computazione. È nel riconoscimento di questa singolarità che possiamo fondare la resistenza alla riduzione dell’umano a profilo digitale. Ma la cultura individualista di cui siamo imbevuti ci porta a vedere nell’altro una minaccia, o al massimo uno strumento per la propria realizzazione. E il digitale, coniugandosi con l’individualismo contemporaneo, ci trasforma in profili isolati, ingranaggi di una megamacchina che ci connette tecnicamente ma ci separa umanamente. Profili statistici piuttosto che persone con un nome e una storia. 

La proposta di papa Leone di introdurre nei sistemi educativi l’alfabetizzazione mediatica e sull’intelligenza artificiale è fondamentale, ma non basta. Serve un’educazione più profonda: quella a riconoscere che, come scriveva papa Francesco e come le scienze ci dicono da tempo, «tutto è connesso». E che, quindi, l’individualismo radicale è un’astrazione, una ideologia che ci disumanizza e ci rende oltretutto più vulnerabili alla potenza del digitale. Serve un’educazione alla contemplazione, al silenzio, alla lentezza, alla capacità di sostare con le domande senza precipitarsi verso risposte algoritmiche immediate quanto riduttive. Serve uno spirito “poetico”, dato che la poesia è la lingua delle connessioni dell’uno e del molteplice, che ci fa vedere «il mondo in un granello di sabbia e l’eternità in un’ora», per parafrasare Blake

Lo spirito non è qualcosa di astratto ma una forza di trasformazione, che pervade tutte le dimensioni non quantificabili, come l’arte. E come scriveva Rilke: «Essere artisti vuol dire non calcolare e contare». La sfida è mantenere viva questa dimensione umana nell’ecosistema digitale, non come nostalgia del passato ma come profezia del futuro. Un futuro dove le macchine saranno davvero «strumenti al servizio e al collegamento della vita umana», e non padroni che decidono per noi cosa pensare, desiderare, temere o amare.

GIORNATA MONDIALE COMUNICAZIONE 2026

Avvenire 

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