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mercoledì 11 febbraio 2026

LA SCOMPARSA DELLA SCRITTURA


 La Gen Z sta perdendo una competenza che l’umanità possiede da 5.500 anni: il 40% fatica ormai a padroneggiare la comunicazione

 

 

By Rosewood Mireya 

 

La generazione Z, cresciuta con lo smartphone in tasca e le notifiche sempre accese, comunica più di qualunque altra nella storia. Messaggi, vocali, emoji, video brevi. Eppure, dietro questa iper-connessione, emerge un dato che preoccupa ricercatori e docenti: una parte significativa di questi ragazzi sta perdendo una capacità millenaria, legata non solo alla scrittura, ma al modo stesso in cui il cervello costruisce e organizza il pensiero.

La generazione Z e la scrittura che scompare dalla mano

Da circa 5500 anni la scrittura accompagna l’uomo. Dalle tavolette di argilla alle lettere su carta, la mano ha tradotto in segni il pensiero, fissando memoria, leggi, storie. Oggi, però, qualcosa si è incrinato.

Uno studio dell’Università di Stavanger, in Norvegia, segnala un dato netto: circa il 40% dei giovani della Gen Z non padroneggia più la comunicazione attraverso la scrittura manuale in modo funzionale. Non si parla solo di calligrafia poco elegante, ma di difficoltà reali a usare carta e penna per esprimersi con chiarezza.

La scrittura a mano non è solo “bella grafia”: è un’abilità cognitiva complessa, legata a memoria, attenzione e comprensione profonda.

Nati tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2010, questi ragazzi hanno imparato a scrivere sulla tastiera quasi nello stesso momento in cui hanno imparato a scrivere sul quaderno. Per molti, il passaggio successivo è stato naturale: il quaderno è rimasto nello zaino, il telefono è diventato il vero taccuino quotidiano.

Dal taccuino al touchscreen: cosa cambia nel cervello

I ricercatori che studiano il rapporto tra scrittura e attività cerebrale descrivono differenze marcate tra il gesto di scrivere a mano e quello di digitare. Nel primo caso, il movimento è più lento, complesso, tridimensionale. Ogni lettera richiede una sequenza motoria precisa, che il cervello “impara” e lega a un suono, a un significato.

Nella digitazione, il gesto si fa uniforme: pressare tasti tutti uguali, a velocità elevata, con scarsa attenzione alla forma delle parole. Questo non rende i giovani meno intelligenti, ma modifica il modo in cui il loro cervello costruisce le frasi e le trattiene nella memoria.

  • Scrittura a mano: coinvolge motricità fine, coordinazione occhio-mano, pianificazione del discorso.
  • Digitazione: privilegia velocità, correzione rapida, frammentazione del testo.
  • Risultato: testi più brevi, meno strutturati, minore abitudine alla riflessione lenta.

Quando la mano rallenta, il pensiero ha il tempo di organizzarsi. Quando le dita corrono sulla tastiera, il rischio è che il contenuto resti superficiale.

Professori in allarme: “Arrivano in aula senza penna”

I segnali non arrivano solo dai laboratori universitari, ma anche dalle aule. Docenti di vari Paesi raccontano una scena che si ripete: studenti che entrano in classe con il laptop carico, il telefono in mano… e nessuna penna nell’astuccio.

La professoressa Nedret Kiliceri, citata dalla stampa turca, descrive un quadro molto riconoscibile anche per molti insegnanti italiani.

Secondo le sue osservazioni:

  • gli studenti evitano frasi lunghe, preferendo brevi enunciati isolati;
  • faticano a costruire paragrafi coerenti, con un filo logico interno;
  • la grafia, quando usata, risulta spesso disordinata e poco leggibile;
  • le regole di base del testo scritto (punteggiatura, struttura, gerarchia delle idee) sono poco assimilate.

Molti ragazzi sono anche influenzati dall’uso dei social: il modello è quello dei post brevi, delle storie effimere, dei messaggi che si cancellano da soli. Questo stile, portato sui quaderni – quando ci sono – produce testi spezzati, pieni di salti logici.

Quando la scrittura si perde, cambia anche il modo di pensare

La perdita di dimestichezza con la scrittura manuale non riguarda solo il gesto grafico. Tocca un livello più profondo: la capacità di organizzare il pensiero in una sequenza comprensibile per chi legge.

Scrivere a mano una lettera, un tema o anche solo una pagina di diario richiede di:

  • decidere cosa dire;
  • stabilire un ordine tra le idee;
  • scegliere il tono;
  • correggere mentre si scrive, senza cancellare tutto con un tasto.

Nel linguaggio digitale quotidiano, molti di questi passaggi saltano. Si scrive come si parla, si inviano frasi spezzate, si appoggia gran parte del significato a emoji, sticker, gif. È una comunicazione rapida, intuitiva, spesso efficace nel breve, ma che non abitua alla costruzione di discorsi complessi.

La scrittura lenta obbliga a fare ordine nella mente. La scrittura istantanea tende ad assecondare l’impulso del momento.

Come cambia la comunicazione globale della Gen Z

Il dato del 40% di giovani che non padroneggiano più la scrittura a mano non si traduce solo in verifiche scolastiche più difficili. Ridisegna il panorama della comunicazione nel suo complesso.

Tre conseguenze emergono con chiarezza:

  • Comunicazione più emotiva, meno argomentata: prevalgono reazioni istintive, commenti brevi, giudizi veloci, spesso senza spiegazione.
  • Minor pazienza per i testi lunghi: faticano a restare su un documento scritto per più di pochi minuti, a meno che non sia frammentato in blocchi brevi.
  • Difficoltà a passare dal messaggio orale al testo formale: email di lavoro, relazioni, lettere motivazionali risultano ostiche per chi è abituato alle chat.

Ciò non significa che la generazione Z comunichi “peggio” in assoluto. In molti campi, come il video e l’immagine, questi ragazzi hanno sviluppato una competenza altissima. Il nodo riguarda la varietà degli strumenti: se un mezzo si atrofizza, l’intero sistema comunicativo perde flessibilità.

Si può invertire la rotta? Il ruolo di scuola e famiglie

Docenti e ricercatori non propongono di tornare a un passato senza tecnologia. Il punto non è scegliere tra carta o schermo, ma evitare che uno dei due sparisca del tutto.

Alcuni possibili interventi, già sperimentati in vari Paesi:

  • reintrodurre momenti di scrittura a mano anche all’università, non solo alle elementari;
  • richiedere consegne miste: parte digitata, parte scritta a penna, soprattutto nelle materie umanistiche;
  • usare quaderni per prendere appunti, lasciando i dispositivi alle ricerche e agli approfondimenti;
  • valorizzare la grafia come competenza personale, non come semplice “bella scrittura”.

Non si tratta di nostalgia per il quaderno a righe, ma di preservare un allenamento mentale che la tastiera, da sola, non garantisce.

Parole chiave da capire: scrittura funzionale e competenze di base

Quando gli studi parlano di perdita della “padronanza della comunicazione scritta a mano”, fanno riferimento alla scrittura funzionale. Non è la calligrafia artistica, ma la capacità di usare carta e penna per compiti quotidiani:

  • compilare moduli e documenti;
  • prendere appunti leggibili in una riunione o in una lezione;
  • stilare liste, promemoria, schemi di lavoro;
  • redigere brevi testi chiari per altri lettori.

La perdita di questa abilità può avere effetti a catena: chi fatica a scrivere a mano spesso evita di farlo, si affida solo al telefono, rinuncia a tenere un’agenda fisica, si trova in difficoltà quando la tecnologia manca o non è consentita (concorsi, esami, prove scritte).

Uno scenario possibile: come potrebbe cambiare la scuola tra dieci anni

Immaginiamo una classe nel 2035. Tutti gli studenti hanno un dispositivo digitale fornito dall’istituto. I compiti si svolgono su piattaforme online, i libri sono in formato e-book, le verifiche si fanno su tastiera. Chi dovrà scrivere a penna? Probabilmente solo in contesti specifici, come certificazioni esterne o prove standardizzate che ancora richiedono moduli cartacei.

Se la tendenza attuale prosegue, molti giovani arriveranno a questi appuntamenti con un handicap concreto: mano lenta, grafia poco leggibile, fatica a tenere il ritmo del pensiero sul foglio. Non è un dettaglio estetico, ma una barriera pratica che può influire su voti, selezioni, accesso a corsi e professioni.

Qualche scuola, nel frattempo, potrebbe andare in direzione opposta: reintrodurre quaderni, penne e momenti di scrittura tranquilla come esercizio di concentrazione. Tra questi due modelli, si giocherà una partita che non riguarda solo la nostalgia per la carta, ma il tipo di mente che stiamo formando.

 

Area15

 

venerdì 15 agosto 2025

ISOLAMENTO DIGITALE

 Isolamento digitale dei giovani, l’allarme di Daniele Novara: abitudini notturne, video brevi e calo del rendimento spingono verso regole condivise e uso cooperativo dei device in classe

Di Andrea Carlino

Intervento denso e frontale quello di Daniele Novara a EduFest 2025, dove il pedagogista ha rilanciato il tema dell’“isolamento virtuale” degli adolescenti, collegandolo all’appello promosso con Alberto Pellai.

“Chiediamo al governo di impegnarsi perché nessun ragazzo o ragazza abbia uno smartphone personale prima dei 14 anni e un profilo social prima dei 16 ha ricordato, sottolineando la natura regolatoria e non proibizionista della proposta. L’intervento si è inserito nella Sessione “Equilibri in digitale” del programma ufficiale del festival, ospitato al Parco di Villa Ghirlanda, con focus su connessione e rischio di isolamento nelle nuove generazioni.

“Ragazzi agganciati agli schermi”: i dati e i rischi per la scuola

Novara ha richiamato le evidenze emerse dalle ricerche recenti, citando lo studio EYES UP dell’Università di Milano-Bicocca guidato da Marco Gui, che documenta l’effetto dell’accesso precoce a smartphone e social media sul rendimento scolastico e sulle disuguaglianze educative, con dati longitudinali su 6,609 studenti lombardi e correlazione con i risultati INVALSI. Dal report emergono abitudini diffuse: oltre il 50% dello smartphone “appena svegli”, il 22% anche “durante la notte”, il 98% su video brevi e il 51% a tavola, elementi che alimentano frammentazione attentiva e peggioramento degli esiti tra chi ha iniziato molto presto a usare i social.

Una cornice che, secondo Novara, interpella direttamente la scuola, già oggetto della stretta ministeriale sull’uso dei cellulari in classe fino alla terza media, misura che il ministro Valditara ha definito coerente con l’appello dei pedagogisti.

Linee operative: limiti d’età, notti “device free”, centralità del gruppo

Nel passaggio più operativo, Novara ha proposto una serie di indicazioni “di sopravvivenza educativa” in attesa di una cornice normativa uniforme: niente video nei primi tre anni; tempi video contenuti e progressivi nell’infanzia; stop allo smartphone fino alla prima superiore; “nessun dispositivo digitale di notte”; evitare l’uso “promiscuo” dello smartphone dei genitori; mantenere la possibilità di verifica dei device in età minorile; privilegiare carta e penna per la lectoscrittura nella primaria; uso delle tecnologie a scuola solo in modalità comune e cooperativa, non individuale.

“L’alternativa all’addiction digitale è il gruppo: stare insieme, fare compagnia” ha scandito, legando il contrasto all’isolamento virtuale alla ricostruzione di comunità educanti e a un’“alleanza” tra famiglie, scuole e istituzioni, in linea con il patto per il benessere digitale presentato dai Comuni dell’area Nord Milano nel contesto del festival.

Orizzonte Scuola

sabato 23 gennaio 2021

CE L'HANNO TUTTI !


 Fino a una certa età l’accesso a tutto fa danni

 Educhiamo anche coi no

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-         di MASSIMO  CALVI

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Il modo migliore e più corretto per aiutare un bambino a imparare a rapportarsi a uno smartphone è investire nell’educazione. Come genitori e come comunità. La questione dell’approccio alla tecnologia da parte dei minori è sostanzialmente educativa. Nel dirlo e nel ribadirlo occorre però tenere conto di due aspetti fondamentali. Il primo è che la povertà educativa non coincide necessariamente con quella economica, ed è spesso più diffusa e trasversale. Il secondo che educare, privatamente e collettivamente, significa anche saper dire dei no. E oggi si dovrebbe avere il coraggio di affermare che uno smartphone, inteso come strumento con libero accesso a tutti i contenuti della rete e a tutti i social network, non andrebbe dato quantomeno prima dei 13 anni.

Non è tanto un problema di norme: i social sono già vietati dai loro stessi codici prima di quell’età. Inutilmente. Ciò dovrebbe far riflettere. Un ragazzino di 10 anni è perfettamente in grado di andare da solo a scuola con uno 'strumento' come un monopattino elettrico o un motorino: se non accade è perché tutti sappiamo che non saprebbe gestire una situazione complessa nel traffico. Una ragazzina di 13 anni è capace di ritirare da scuola la sorellina di 9: la scuola, giustamente, non lo permette. A quell’età, se 'ben educati', si può anche gestire un vero piccolo fucile personale: in certi contesti avviene, per fortuna la pratica attira meno dell’uso libero dello smartphone. Siamo sicuri che ci sia una differenza? Anche grazie agli smartphone i nostri figli in questi mesi hanno potuto fare lezione e restare in contatto con gli amici. In realtà hanno solo usato una funzione marginale di questo strumento: tutto il resto non serve loro, non è adatto, e può «rubare l’infanzia » cui avrebbero diritto, come rileva Stefania Garassini nel manuale 'Smartphone, 10 ragioni per non regalarlo alla prima Comunione (e magari neanche alla Cresima)', dove la premessa è che «educare all’uso della tecnologia significa soprattutto educare ». Ripartire dai fondamenti della genitorialità, allora, significa anche ammettere che se abbiamo dato uno smartphone a un bambino, spesso è solo perché 'lo avevano già tutti', soggiacendo a una dittatura culturale che andrebbe invece capovolta se abbiamo veramente a cuore la questione educativa in senso comunitario. 

Uno smartphone è una porta aperta su un mondo sconfinato che stiamo imparando a conoscere in tutte le sue sfaccettature: tanto noi adulti quanto i nostri figli abbiamo bisogno di un racconto pubblico che ci aiuti a individuare i nuovi pericoli, incominciando a definire cosa si può fare e cosa no.

 

www.avvenire.it