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martedì 21 aprile 2026

ASCOLTARE GLI ANZIANI

Il Papa incontra una degente della Casa di accoglienza

 


 “Le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo”.

 Come primo appuntamento della visita nella terza città angolana, Leone XIV si reca nel Lar de Assistência a pessoa idosa, struttura finanziata dal governo che accoglie circa 60 uomini e donne malati o abbandonati e maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. Accolgono il Pontefice con fazzoletti bianchi, canti, balletti, testimonianze. “Gesù abita qui”, assicura il Papa: “La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese"

-Salvatore Cernuzio – Inviato a Saurimo

Nella “città dei diamanti”, Saurimo, capitale della provincia angolana di Lunda Sud, la vera ricchezza sono loro: quei sorrisi sghembi, le gambe deformate dall’artrite, gli occhi vacui, le rughe presenti ma poco visibili per la pelle color dell’ebano. Sono i 62 anziani, 26 uomini e 36 donne tra i 60 e i 93 anni, che abitano il Lar de Assistência a pessoa idosa, la Casa di accoglienza per anziani di Saurimo dove sono accolti malati, disabili, ma anche persone maltrattate e abbandonate dai familiari con l’accusa di stregoneria. Papa Leone XIV ha voluto iniziare da loro il programma della visita nella terza città dell’Angola. Un breve incontro prima della Messa, scandito da testimonianze, canti in lingua chowke, un dialetto locale, balletti e trenini con un fazzoletto bianco per dare accoglienza al Pontefice.

LEGGI IL TESTO INTEGRALE DEL SALUTO AGLI ANZIANI DI PAPA LEONE XIV

Svago e familiarità

L’incontro avviene nel patio dal profumo di erba annaffiata della struttura che esiste da 14 anni ed è di proprietà dello Stato angolano, il quale ne garantisce il funzionamento con un contributo mensile. Poi, sì, ci sono pure le donazioni di associazioni e benefattori, i buoni rapporti con la Chiesa, e gli stessi ospiti praticano l'agricoltura su terreni incolti per contribuire al proprio sostentamento. Ma anche per svago. Ci si diverte molto nella Casa e oggi anche davanti al Papa i signori e le signore della Casa, coi loro abiti di diversa fattura e colore, a fianco allo staff in divisa azzurra, hanno dato prova dell’aria positiva che si respira al Lar, alla lettera, focolare, ambiente familiare. 

 

Al centro dell’attenzione

Lo anticipava già nei giorni scorsi ai media vaticani Georgina Mwandumba, da sette anni direttrice. “Questi anziani sono felici nella Casa di accoglienza, vanno d'accordo tra loro, vanno a Messa insieme, anche se non sono tutti cattolici, ma non c'è dubbio che vorrebbero stare con le loro famiglie che, purtroppo, non vengono nemmeno a trovarli. La visita del Papa alla Casa di accoglienza sarà quindi un momento di grande gioia per questi uomini e donne che, in quest'occasione, saranno al centro dell'attenzione”.

“Gesù è qui”

Ed è proprio "attenzione" ciò che ha voluto restituire Papa Leone con la sua visita e il suo breve saluto. Attenzione da leggere come affetto, valorizzazione di queste persone che – ha detto – sono la “saggezza”. Il Pontefice si è detto toccato dall’“accoglienza, così piena di fede”: “È di grande conforto per la mia missione. Grazie!”, ha sottolineato, dicendosi colpito anche del nome Lar, una parola che “parla di famiglia”. “Mi piace pensare che Gesù abita anche qui, in questa casa”, ha assicurato il Papa. “Sì, Lui dimora in mezzo a voi ogni volta che cercate di volervi bene e di aiutarvi a vicenda come fratelli e sorelle. Ogni volta che, dopo un’incomprensione o una piccola offesa, sapete perdonarvi e riconciliarvi. Ogni volta che, alcuni di voi o tutti insieme, pregate con semplicità e umiltà”.


Il grazie alle Autorità

Il Papa ha espresso il suo apprezzamento alle Autorità angolane “per le iniziative in favore degli anziani più bisognosi”, come pure a tutti i collaboratori e volontari. “La cura delle persone fragili è un segno molto importante della qualità della vita sociale di un Paese”, ha ribadito, assicurando di portare “nel cuore” il ricordo di questo incontro. Come segno visibile della visita, ha lasciato in dono una statua di San Giuseppe e diversi Rosari.

Testimonianze

Prima del Papa ha dato la sua testimonianza la rappresentante del Ministero della Salute per l’Assistenza sociale e uguaglianza di genere: “Questa Casa rappresenta per noi un luogo di salvezza delle nostre vite, poiché eravamo esposti a ogni tipo di vulnerabilità a causa dell’abbandono familiare”, ha detto. “Con la venuta del Santo Padre ci sentiamo benedetti, poiché l’amore di Dio è giunto fino a noi. Venite a visitarci ancora, nostro caro Papa”.  

Lo stesso ha ripetuto Antonio Joaquím, 72 anni ma la verve di un ragazzino, che dato al Papa il “profondo e caloroso saluto” a nome di tutti gli anziani. “La vostra presenza in mezzo a questa Casa è una benedizione di Dio, poiché non tutti i popoli, e in particolare la popolazione anziana, hanno la grazia di incontrare l’inviato del Signore. La visita del Santo Padre – ha concluso - è per noi motivo di grande gioia e accresce la nostra speranza di vita”. 

Anche a margine dell'evento, Antonio ha voluto ribadire la gratitudine e la serenità che vive quotidianamente nella Casa. Anche se non mancano i problemi: "Ci sono momenti in cui non c'è il cibo, quando il governo non rifornisce. E qualche imprenditore arriva ogni tanto e dice che l’area è sua e che non possiamo coltivare la manioca. È successo tempo fa e ce la siamo mangiata noi...". Oggi, però, i problemi sono tutti alle spalle: "È la benedizione che aspettavamo da tanto. Qui ogni giorno è diverso, ma oggi è stato davvero speciale".

Vatican News

 

 

sabato 13 dicembre 2025

GUERRA ! GUERRA !


IL GRANDE INGANNO

 Una bella notizia, che farà inorridire i patriottici, è pubblicata da Avvenire del 3 dicembre.



- di Severino Dianich 

Alla domanda, proposta dall’Autorìtà garante per l’infanzia e l’adolescenza a un campione di adolescenti (14-18enni): «Se il mio Paese entrasse in guerra, mi sentirei responsabile e, se servisse, mi arruolereì. Quanto sei d’accordo con questa affermazione?”, il 68% dei ragazzi ha risposto di non essere d’accordo. 

Si potrebbe anche dire che non è una bella notizia, perché testimonierebbe la diffusa e preoccupante fragilità dei nostri ragazzi. Ma è una bella notizia venire a sapere che la nuova generazione ha demitizzato i sedicenti valori della guerra, prendendo coscienza dell’insensatezza dei suoi orrori e della sua fondamentale schifezza. 

Al di là della sensazione immediata, derivante dalla visione dei suoi effetti disastrosi, resta necessario, però. fare un passo in avanti: sbugiardare le ragioni della guerra. 

Dietro ogni mitragliata sparata per la difesa della patria, da un lato, sul fronte e sotto le macerie dei bombardamenti, cadono i morti e, dall’altro lato, piovono i dollari e i dividendi nelle tasche dei signori della guerra. I proiettili costano e chi li ha venduti ci ha guadagnato. Una sola scarica di mitraglia, affidandoci alle stime abitualmente diffuse, può costare fino a 20 euro. Un solo soldato, in una giornata di sparatoria di bassa intensità, può farci spendere fino a mille euro al giorno. Sono mille euro che, ovviamente, vanno a finire nelle tasche di qualcuno. 

Pur lasciando all’IA di chatgpt la responsabilità ultima della veridicità dei dati, è utile vedere la scheda che ce ne viene fornita a proposito della crescita dei dividendi, avvenuta nell’arco di un anno, in favore di chi investe nelle società che producono armi: RTX +45%; Leonardo +79.8%; General Dynamics +22%; Northrop Grumman +16%; L3Harris +15-16%. 

Sono dati, ovviamente, che non ignorano né il presidente Macron che sta preparando, come da lui stesso è stato dichiarato, la popolazione del suo paese alla guerra, né il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, il generale Carmine Masiello che, sulla stessa linea, in un’intervista del 2 ottobre 2025, ha ammonito gli italiani che «se si va in guerra non combatte solo l’Esercito, combatte l’Italia intera». 

Da Macron i francesi, e dal generale Masiello gli italiani, hanno il diritto di sapere se essi, mandandoci in guerra per l’Ucraina, sono sicuri di vincerla e se il prezzo da pagare per vincerla, il numero dei morti, sia in qualche modo proporzionato al valore dell’indipendenza e della libertà dell’Ucraina, che si intende tutelare. 

Si dice che, in realtà, è l’Europa chiamata a difendere se stessa dalle mire espansionistiche di Putin, ma i popoli hanno buona memoria e non dimenticano di essere già stati ingannati su presunti pericoli, che poi si sono svelati non veri, quando l’amministrazione Bush, per giustificare la seconda Guerra del Golfo, con i suoi 13.000 morti solo fra gli irakeni, sosteneva essere necessario neutralizzare Saddam, perché egli possedeva armi chimiche e biologiche, cosa che risultò non vera. 

Progettare una guerra senza prevedere i morti che costerà, per un politico e un militare, è immorale già in partenza, perché chi progetta una guerra pretendendo che venga considerata giusta, deve, prima di tutto, poter esibire la certezza che la vincerà, e poi che il numero dei morti previsto è, per quanto mai lo si possa dire con un minimo di decenza, proporzionato al valore da difendere, l’indipendenza e la libertà del paese. 

Anche questi, pur altissimi, valori non sono un valore assoluto e l’Ucraina, con i suoi 39 milioni e mezzo di abitanti corre il rischio di veder morire la maggioranza della sua popolazione, mentre la Russia resta in grado di attingere coscritti dai suoi 143 milioni e mezzo di abitanti, tanti quanti le sono necessari per continuare la guerra. 

È notorio e assodato che, a guerra finita, appurare il numero dei morti è impresa molto difficile, non solo per le difficoltà obiettive di registrare puntualmente tutti i dati degli eventi che occorrono, ma anche, e soprattutto, perché i governi li occultano. Ben si sa che la verità e le garanzie costituzionali di un regime democratico sono fra le prime vittime della guerra. Caso mai i governi pubblicano vistosamente, e maggiorandolo, il numero dei morti del fronte opposto. 

Eppure, anche Gesù, per suggerire agli aspiranti discepoli suoi di fare bene i conti sul prezzo che dovranno pagare per seguirlo, invitava a domandarsi se mai un re, «partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace» (Lc 14,31-32). Se oggi questa saggezza degli antichi viene dimenticata, è perché sotto le ragioni fasulle, accampate per giustificarla, ci sono le ragioni nascoste di chi ci guadagna. 

Impostando la riflessione a proposito della guerra e della pace sulla base concreta delle cose che accadono e non solo su argomentazioni di carattere teoretico, sembra di dover dire che quanti intendono promuovere le politiche di pace debbano, prima di tutto, studiare la guerra e metterne a nudo il grande inganno.

Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 19 novembre 2025

I. A. SAGGEZZA E DEMOCRAZIA

 

Immagine che contiene testo, schermata, elmetto, maschera antigas

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

«Nell’IA va prevista la saggezza by design»

 

De Caro e Giovanola nel loro saggio “Intelligenze” propongono un approccio basato sull’etica della virtù per le macchine e chi interagisce con esse Privacy, equità, opacità del funzionamento, problemi per sicurezza e occupazione.

Sono tante le questioni cruciali poste alle politiche pubbliche, che chiedono risposte

De Caro: «Il rischio, più che esistenziale, è che amplifichi crisi e disinformazione»

Giovanola: «La sfida non è tanto capire come i sistemi ci trasformino, ma l’influenza reciproca.

 E valutare l’impatto sulla democrazia»

 

-di ANDREA LAVAZZA


Il futuro con l’intelligenza artificiale è roseo o cupo? La domanda è ormai all’ordine del giorno e le risposte che vengono proposte variano lungo un ampio spettro. Spesso, tuttavia, sono poco meditate, quando non improvvisate. Un volume appena pubblicato ha il pregio di provare a indagare con competenza, chiarezza e concisione l’IA come possibile soggetto etico e come fattore capace di trasformare il nostro agire. Si tratta del lavoro di Mario De Caro e Benedetta Giovanola, Intelligenze. Etica e politica dell’IA (il Mulino, pagine 174, euro 18,00). Abbiamo dialogato con gli autori, rispettivamente professore di Filosofia morale all’Università Roma Tre e alla Tufts University di Boston, e professoressa di Filosofia morale all’Università di Macerata e titolare della Cattedra Jean Monnet EDIT.

Un tema cruciale per i nuovi sistemi di IA, ma anche un’affascinante questione filosofica, è la comprensione che essi hanno del linguaggio naturale. I chatbot capiscono davvero? Che cosa sappiamo oggi e quali sarebbero le implicazioni di una risposta affermativa? De Caro: «Oggi c’è forte disaccordo sull’idea che i chatbot, come ChatGPT, Gemini, Claude, DeepSeek e così via, comprendano il linguaggio. Non c’è dubbio che passino il test di Turing ovvero, linguisticamente si comportano come ci comporteremmo noi -, ma per molti ciò non basta: la “comprensione” resta dunque in questione. Secondo l’esperimento mentale della “Stanza cinese” di John Searle, appena scomparso, i sistemi artificiali non fanno altro che manipolare simboli, imitando la nostra comprensione ma senza mai acquisirla veramente. Però altri (da Steven Pinker a Daniel Dennett, da Paul e Patricia Churchland a Ned Block) hanno argomentato che non c’è ragione per ritenere che la comprensione non possa emergere anche da basi non biologiche. Gli LLM apprendono da grandi corpora e da input multimodali e costruiscono efficaci modelli operativi del mondo, pur con limiti (come le allucinazioni, che tuttavia vanno diminuendo man mano che i modelli si affinano). Infine, nel libro sosteniamo che gli argomenti secondo cui ChatGPT & Co. sarebbero meri “pappagalli stocastici” non sono molto convincenti. In sintesi, se si ritiene che la comprensione richieda la coscienza - tesi su cui molti non sono d’accordo e nemmeno noi-, allora l’IA non può comprendere. In ogni caso, non è controverso che oggi si possa già parlare di comprensione funzionale, parziale e distribuita da parte dei sistemi artificiali».

L’intelligenza artificiale intesa come strumento solleva molti interrogativi etici in senso pieno, dalla privacy all’uguaglianza di opportunità. Qual è il problema emergente o ancora sottovalutato cui dovremmo prestare più attenzione?

Giovanola: «Un problema ancora sottovalutato, che però richiede grande attenzione, è quanto e come l’IA trasformi il nostro agire e le nostre capacità epistemiche: spesso il dibattito – anche pubblico – è impostato su presunte somiglianze o differenze tra l’intelligenza artificiale e l’intelligenza umana. Questa impostazione devia l’attenzione dalla vera sfida, ovvero comprendere come esseri umani e sistemi di IA possono interagire in modo proficuo, poiché l’essere umano, da sempre, trasforma il mondo che lo circonda ma, al contempo, trasforma se stesso attraverso ciò che produce. Inoltre, non comprendere questa relazione di reciproca influenza offusca un problema centrale e, al contempo, emergente: l’impatto dell’IA – dai sistemi di raccomandazione fino all’IA generativa – sulle nostre capacità cognitive ed epistemiche, ovvero sulla nostra fiducia nelle nostre capacità di comprendere il mondo, di distinguere vero e falso, di sapere scegliere cosa è bene per noi e per la società in cui viviamo».

Accostare l’IA alla politica costituisce una novità. Nel libro si esplorano i rischi, che appaiono concreti. Ma recenti sviluppi, come algoritmi per guidare i dibattiti e capaci di ridurre gli estremismi mostrando agli interlocutori diversi punti di vista, sembrano aprire scenari di ottimismo. Che bilancio si può fare?

Giovanola: « La teoria politica dell’IA è un campo emergente: troppo spesso si tende a ritenere l’IA un ambito politicamente neutrale, una questione solo o soprattutto tecnologica, caratterizzata da uno sviluppo inarrestabile, che sfugge a ogni tipo di controllo. Bisogna comprendere, invece, che l’IA è, oggi più che mai, una questione politica, che va gestita e governata. Di certo affidarsi all’ethics by design – garantendo, ad esempio, che gli algoritmi operino in direzione della diversificazione dei punti di vista piuttosto che dell’estremizzazione – è importante, ma da sola non può risolvere il problema. Occorre indagare le strutture di potere nella governance dell’IA e la legittimità di chi decide; bisogna riflettere sui rapporti tra attori privati (detentori dei dati e dell’infrastruttura tecnologica) e poteri pubblici; è, infine, necessario valutare l’impatto dell’IA sulla democrazia: rischi di influenza o manipolazione che sfruttano vulnerabilità cognitive ed emotive possono minare l’eguaglianza politica, sociale e morale».

Rendere “etici” fin dall’origine i sistemi di intelligenza artificiale sembra la via preferibile per scongiurare conseguenze negative del loro uso massiccio. Vi sono però problemi teorici prima ancora che tecnici. Potete riassumere la vostra originale proposta?

Giovanola: « La nostra proposta parte dal riconoscimento di un parallelismo tra l’evoluzione dei sistemi di IA e le trasformazioni dell’etica. I sistemi di IA si sono evoluti in direzione di modelli bottom-up o “post-simbolici”, che utilizzando le reti neurali artificiali si basano sull’apprendimento dai dati, sulla predizione, sul riconoscimento di pattern e su rappresentazioni contestuali del significato. Parallelamente, l’etica è passata da concezioni “generaliste” basate su principi generali, regole o leggi universali, ad approcci “contestualisti”, che sottolineano piuttosto l’importanza di comprendere le circostanze particolari in cui compiamo le nostre azioni. Muovendo da questo parallelismo, proponiamo di adottare la cosiddetta “etica della virtù”, un approccio contestualistico che consente sia di progettare sistemi di IA “saggi” by design (cioè fin dall’inizio, dalla progettazione) sia di promuovere la saggezza morale in coloro che interagiscono con tali sistemi».

Il pericolo esistenziale proveniente dall’intelligenza artificiale sembrerebbe lontano, eppure nel libro lo discutete all’inizio. Dovremmo essere già oggi preoccupati? Che tipo di scenari si possono ipotizzare?

De Caro: « Recentemente, una lettera di trecento luminari – tra cui dieci premi Nobel, inclusi Giorgio Parisi e Geoffrey Hinton, uno dei padri delle reti neurali artificiali – ha prospettato il rischio esistenziale con parole molto preoccupate (e preoccupanti): “L’IA ha un immenso potenziale per migliorare il benessere umano, ma la sua traiettoria attuale presenta pericoli senza precedenti. L’IA potrebbe presto superare di gran lunga le capacità umane e amplificare rischi quali pandemie ingegnerizzate, disinformazione su vasta scala, manipolazione massiva degli individui, compresi i bambini, problemi di sicurezza nazionale e internazionale, disoccupazione di massa e violazioni sistematiche dei diritti umani”. Data la diffusione capillare dell’IA, imporre vincoli etici ai sistemi artificiali è una sfida ardua ma non impossibile, indipendentemente dalla possibilità di ottenere la tanto discussa Intelligenza Artificiale Generale. È bene sottolineare, però, che, oltre a schiudere prospettive luminose in molti ambiti — a partire dalla medicina —, l’IA pone sfide più specifiche, oltre a quella esistenziale generale. Nel nostro libro, parliamo dei rischi riguardanti l’autonomia, la privacy, l’equità, la sostenibilità ambientale e sociale, oltre che del cosiddetto problema della explainability, ossia l’opacità del funzionamento dei sistemi artificiali. Inoltre, come detto, non vanno sottovalutati i rischi che la loro rapida ascesa comporta per la tenuta stessa dei meccanismi democratici».

Forse, più che macchine che ci distruggano volontariamente, dovremmo temere macchine intelligenti/ stupide che faranno tutto il nostro lavoro lasciandoci disoccupati, sufficientemente ricchi e senza scopi nell’esistenza. Cosa ne pensate?

De Caro: « Il rischio esistenziale posto dall’IA è presente – a prescindere dalla possibilità che essa diventi cosciente o “intelligente” in senso forte – proprio per la diffusione capillare che essa ha in ogni ambito della nostra vita. Il rischio di disoccupazione è reale e richiederà politiche pubbliche incisive e innovative. Più remoto ci pare, invece, il rischio di smarrire gli scopi dell’esistenza: nella storia, i valori etici e culturali hanno già attraversato e superato crisi profonde. Resta invece assai problematica l’idea che l’IA ci renda “sufficientemente ricchi”: il costante aumento dell’indice di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, indica che la crescita – in buona parte provocata proprio dall’avvento della nuova IA – si va sempre più concentrando soprattutto ai piani alti, con un incremento sproporzionato delle risorse dei super- ricchi. Il problema dell’equità sociale ed economica sarà una delle maggiori sfide dei prossimi anni».

 www.avvenire.it

 

mercoledì 8 ottobre 2025

STUPORE E MERAVIGLIA


Come educare allo stupore 

e al senso

 di meraviglia

 



 - di Silvia Iaccarino, formatrice, psicomotricista, fondatrice di PF06

 Nelle famiglie e nei servizi educativi con cui ci confrontiamo c’è un aspetto molto interessante: il tema dello stupore desta meraviglia anche negli adulti. Genitori, educatrici, educatori, insegnanti e professionisti dell’educazione nello 06 ci chiedono suggerimenti per educare allo stupore.

Non indicate per loro una via conosciuta, ma se proprio volete, insegnate soltanto la magia della vita” suggerisce Giorgio Gaber.

Dopo aver scritto un articolo sullo stupore dei bambini e delle bambine – e dopo aver notato l’interesse suscitato – oggi proponiamo un contenuto dedicato a come educare allo stupore e rispondiamo a una domanda chiave che, come adulti, siamo invitati ad abitare ogni giorno.

Quale postura possiamo tenere e cosa possiamo fare per valorizzare il senso di stupore di bambini e bambine?

Vediamo insieme alcuni suggerimenti pratici da attivare nella quotidianità.

 Indice dell’articolo

Un possibile approccio per educare allo stupore

Educare allo stupore: sull’essere. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Educare allo stupore: sul fare. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Educare allo stupore: tips per educatrici, educatori e insegnanti

Come diventare architetti dello stupore in cinque step

I benefici dello stupore

Educare allo stupore è un compito meraviglioso

Qualche articolo utile per educare allo stupore

Bibliografia per educare allo stupore

 Un possibile approccio per educare allo stupore

Per educare allo stupore noi adulti possiamo diventare registi e “architetti dello stupore” (S. Haughley). In qualità di genitori, educatrici, educatori e insegnanti svolgiamo un ruolo fondamentale per la crescita di bambini e bambine e abbiamo l’opportunità di strutturare una vera e propria regia educativa.

L’adulto diventa facilitatore, è una presenza che crea le condizioni per interrogare la mente infantile e generare curiosità e interesse. L’adulto mette a disposizione di bambini e bambine spazi, tempi e materiali adeguati a educare allo stupore.

Scrive la biologa Rachel Carson: “Se un bambino deve tenere vivo il suo senso innato di meraviglia, ha bisogno della compagnia di almeno un adulto con cui condividerla, riscoprendo in lui la gioia, l’eccitazione e il mistero del mondo in cui viviamo”.

Ti proponiamo un possibile approccio per educare allo stupore, seguendo qualche suggerimento di Simona Vigoni che, durante i suoi corsi, apre una riflessione sull’essere e una sul fare.

Educare allo stupore: sull’essere. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Il senso di meraviglia dei bambini e delle bambine, così come il nostro, è un muscolo: se lo alleniamo si rafforza, se lo trascuriamo si indebolisce. Impariamo a coltivare questa dimensione innanzitutto per noi stessi, noi stesse, perché noi vediamo quello che siamo e quello che sappiamo.

Possiamo rintracciare la meraviglia nei bambini e nelle bambine quando riusciamo a essere aperti, se dentro di noi nutriamo e coltiviamo la dimensione dello stupore.

Proviamo a cogliere l’intensità e la bellezza nell’ordinario, nella quotidianità, nelle piccole cose, così come sanno fare bambini e bambine.

“I luoghi familiari hanno perso ogni aura di novità. Sono ambienti che diamo per scontati e a cui abbiamo smesso di dedicare la nostra attenzione. (….). Quel che facciamo con la nostra attenzione, in poche parole, è al centro di ciò che ci rende umani» R. Walker

Sperimentiamo il gusto di perderci: hai presente la differenza tra uscire di casa con l’obiettivo di andare a fare la spesa e quello di fare una passeggiata? Quanto riusciamo a mantenere l’attenzione su ciò che c’è intorno (alberi, foglie, cielo) se siamo sempre guidate e guidati da un obiettivo?

La soluzione risiede nell’essere adulti curiosi, aperti, in ricerca e capaci di accogliere con interesse ciò che l’altro porta.

In questa cornice la natura, la vita all’aria aperta sono un grande serbatoio di meraviglia ed è quindi vitale abitare i luoghi del fuori, uscire dalle case, dalle scuole e dai servizi, stare in contatto

con la natura per sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Qui c’è l’immensa, selvaggia, gemente madre di tutti noi, la Natura, distesa tutto intorno a noi, con tale Bellezza e tale affetto per i suoi bambini, come il leopardo; e troppo presto veniamo strappati dal suo petto per essere inseriti in società, in quella cultura che si basa esclusivamente sulle interazioni tra uomo e uomo”, scrive Henry David Thoreau.

 Educare allo stupore: sul fare. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Il primo suggerimento è fare da base sicura per bambini e bambine.

Prepariamo un ambiente rassicurante che possano esplorare sapendo di essere al sicuro. Porges dice che la sicurezza è il trattamento. I piccoli dovrebbero sentirsi dentro a un cerchio di sicurezza che fa da base da cui partire e porto sicuro a cui tornare.

Per educare allo stupore e alla meraviglia sono importanti i contesti, gli spazi, i materiali ma è anche fondamentale la relazione.

Coltiviamo l’attenzione ai bisogni primari ed essenziali perché solo quando sono nutriti e incontrati generano la sicurezza che offre a bambini e bambine l’opportunità di slanciarsi verso l’alto, in avanti, a esplorare e approfondire la vita fuori e dentro di loro.

È necessario considerare il serbatoio affettivo dei bambini/e: è un carburante, un’energia che tiene attivi nella scoperta del mondo che ci circonda. Se questo serbatoio affettivo si svuota, l’esplorazione, lo stupore, la profonda meraviglia non sono possibili.

Vale per gli adulti così come per i bambini e le bambine. L’esaurimento energetico non consente di vedere la bellezza del mondo perché ci concentriamo solo su fatica e difficoltà, abbiamo esaurito la nostra disponibilità.

Per educare allo stupore alimentiamo il nostro serbatoio affettivo e quello di bambini e bambine.

Noi adulti possiamo mostrare lo stupore attraverso l’esempio: il modeling è potente. Educhiamo meglio con quello che siamo rispetto a quello che diciamo o facciamo.

Noi adulti possiamo essere per primi gli esploratori del mondo, per dare l’esempio, affiancare e accompagnare i bambini e le bambine alla scoperta.

Impariamo ad agire con responsività, sensibilità e contingenza ai bisogni dei piccoli, offriamo possibilità, libertà di azione, sosteniamo l’esplorazione attiva, ascoltiamo le domande e non chiudiamo le risposte.

Poniamo domande aperte: in molti casi gli adulti scoraggiano bambini/e e ragazzi/e a porre domande, soprattutto quando non sono correlate all’argomento oggetto del dialogo. Quando emerge la divergenza e l’impertinenza, tendiamo a far tornare tutto alla convergenza, alla programmazione, all’idea dell’adulto, allo schema che abbiamo in mente, al sentiero tracciato, deciso e definito. Invece è importante accogliere e abitare l’imprevisto e offrire un tempo disteso per le ricerche e le esplorazioni.

 Educare allo stupore: tips per educatrici, educatori e insegnanti

  • Curiamo la bellezza nei contesti educativi: quali contesti offriamo ai bambini e alle bambine? Consideriamo l’estetica: i piccoli hanno bisogno di stare nel bello.
  • Favoriamo il contatto con la natura e integriamo uno stile di vita lento per permettere alla naturale creatività di sbocciare.
  • Offriamo materiali open-ended, a bassa strutturazione, che sostengono immaginazione, creatività, pensiero divergente.
  • Evitiamo di proporre a bambini e bambine un’agenda troppo organizzata e garantiamo il tempo del gioco libero.
  • Diamo priorità alla scoperta, alla ricerca e al gioco perché è su questa base che si innestano tutti gli apprendimenti formali degli anni successivi.
  • Seguiamo le istanze interiori di bambini e bambine.
  • Mettiamoci in ascolto dei loro interessi e sosteniamoli.

 Lo stupore è un meccanismo innato nel bambino. Nasce con lui. Ma, per poter funzionare bene, deve essere circondato da un ambiente che lo rispetti”, scrive L’Ecuyer.

Proviamo ad abitare le domande, così come sono capaci di fare i bambini e le bambine quando incontrano situazioni, cose e materiali sconosciuti.

“Coltivare la capacità di concentrarsi su quello che gli altri trascurano, considerare “l’incantevole realtà” come un dono inedito e casuale è vitale per ogni processo creativo”. R. Walker

Questo atteggiamento, questo sguardo capace di tornare a vedere ciò che già si sa (come diceva Canetti) oltre a essere utile in veste di professionisti/e dell’educazione e genitori, risulta funzionale anche nella vita, perché ci può aprire alla meraviglia e allo stupore anche e soprattutto di fronte alle cose che, per la vita distratta, gli automatismi dettati dalla fretta, abbiamo smesso di guardare. Con lo stupore riceviamo un bagaglio di emozioni piacevoli che garantiscono il nutrimento emotivo.

Più sono ampie le possibilità che offriamo ai bambini, più intensa sarà la loro motivazione alla scoperta e più ricca la loro esperienza. Dobbiamo ampliare i temi e gli obiettivi, i tipi di situazioni che offriamo e il loro grado di strutturazione, le diverse combinazioni di risorse e materiali e le possibili interazioni con gli oggetti, i pari e gli adulti”, Loris Malaguzzi.

 Come diventare architetti dello stupore in cinque step

Sally Haughley – CEO e Founder del Fairy Dust Teaching – suggerisce un approccio pratico per diventare architetti dello stupore in cinque step e supportare bambini e bambine lungo il loro meraviglioso percorso di crescita.

Essere architetti dello stupore significa mantenersi aperti, come adulti, alla capacità di guardare il mondo con gli occhi dei bambini e delle bambine, come se osservassimo tutto ciò che ci circonda per la prima volta. Condividiamo questa prassi con te.

Step 1 – Risvegliare lo stupore

Noi adulti abbiamo bisogno di essere consapevoli della nostra idea implicita di bambino, bambina, e di renderla esplicita. Lavoriamo con costanza su questo concetto e manteniamo uno sguardo aperto e bambino.

Step 2 – Prepararsi allo stupore

Possiamo essere coltivatori di relazioni tra adulti e bambini, bambine, ma anche tra di loro e l’ambiente, inteso come spazio, tempo e materiali. Diventa importante coltivare le relazioni con le famiglie e il territorio per aprire la mente allo stupore come stile di vita.

Step 3- Essere testimoni dello stupore

Significa avere uno sguardo interessato, attento e in ascolto dei processi agiti da bambini e bambine. Proviamo a recuperare quel senso di meraviglia per ciò che oramai, come adulti, ci appare banale e scontato. Prendiamoci un tempo per osservare e riflettere sulle azioni di bambini e bambine e sui significati dei loro giochi: valorizziamoli senza indugio.

Step 4 – Favorire lo stupore

Dopo aver visto e ascoltato gli interessi di bambini e bambine, i loro desideri, bisogni e idee, possiamo assistere alla magia e diventare ricercatori di meraviglia. Promuoviamo il gioco dall’interno (Bondioli), rilanciamo e invitiamo bambini e bambine ad approfondire ed espandere le loro ricerche.

Questo è il momento per dialogare con loro e sollecitarli con le nostre domande, volte a far emergere le loro idee e teorie. In questa fase non svolgiamo il semplice ruolo di spettatori e osservatori ma siamo attivi co-costruttori del sapere dei bambini/e, con i bambini/e.

Step 5 – Documentare lo stupore

La documentazione foto-video e la narrazione delle indagini e delle scoperte di bambini e bambine, restituisce alle famiglie, al territorio, alla comunità e a bambini e bambine i loro processi di apprendimento, dando valore alle loro ricerche. È necessario possedere competenze osservative e documentative per cogliere quei momenti in cui i bambini/e, catturati dallo stupore e immersi nella concentrazione, apprendono.

Quando documentiamo il processo dei bambini, stiamo seguendo le tracce della meraviglia. (…) Mi piace pensare alla documentazione come alla pedagogia dell’amore”, scrive Haughley.

Per documentare lo stupore potresti organizzare questo corso nel tuo servizio educativo:

La documentazione pedagogica narrativa: raccontare l’effimero

Il bambino piccolo esiste solo se c’è un adulto accanto che gli dà voce, che valorizza le sue competenze e potenzialità. Documentare significa allora assumersi la responsabilità di dare visibilità e valore ai bambini e a chi lavora e vive con loro, in famiglia e nei servizi (…). In questa prospettiva, dare visibilità alle azioni educative attraverso la documentazione rappresenta una pratica democratica di condivisione e partecipazione per tutti i soggetti coinvolti, permette scambio e confronto, rendendo visibili, riconoscibili e valorizzabili le differenze” (L. Malavasi/B. Zoccatelli).

I benefici dello stupore

Educare allo stupore e preservare nei bambini e nelle bambine il loro naturale e innato senso di meraviglia per il mondo, genera innumerevoli benefici. Ecco qualche esempio.

Educare allo stupore…

  • Migliora lo sviluppo delle funzioni esecutive: autocontrollo, problem solving, flessibilità di risposta, attenzione e concentrazione, memoria di lavoro.
  • Dona un significativo senso di autoefficacia, accresce la capacità di autodeterminarsi e l’autostima.
  • Sviluppa in modo armonico ed equilibrato tutte le aree cognitive.
  • Consente un apprendimento profondo e duraturo.
  • Diminuisce le problematiche comportamentali.
  • Favorisce il pensiero critico.

 Il gioco è l’attività per eccellenza attraverso la quale i bambini possono apprendere, spinti dallo stupore”. C. L’Ecuyer

 Educare allo stupore è un compito meraviglioso

Il bambino, la bambina, che cresce nello stupore potrà diventare un adulto che:

 

  • saprà desiderare, avere dei sogni, essere grato in quanto non avrà soddisfatto ogni minima richiesta e saprà apprezzare i doni della Vita;
  • saprà meditare e riflettere in quanto ha nutrito il suo mondo interiore;
  • sarà in grado di riconoscere pregi e meriti altrui senza temere di essere sminuito, avrà una solida autostima e un solido senso del proprio valore;
  • saprà apprezzare e vedere la Bellezza anche nelle piccole cose, perché avrà uno sguardo aperto e allenato allo stupore e non sarà alla costante ricerca di nuove sensazioni intense;
  • avrà un carattere equilibrato e calmo, in quanto la sua mente non sarà sovra-stimolata e saturata;
  • sarà capace di seguire la propria strada, autodeterminarsi, automotivarsi, pensare con la propria testa in modo critico;
  • sarà aperto al mistero, perché avrà sperimentato che non tutto ha una risposta e sarà capace di apprezzare la vita in tutte le sue forme.

Elenco liberamente adattato da “Educare allo stupore” di C. L’Ecuyer.

 L’educazione sana mette lo stupore al primo posto. Quando gli esseri umani danno importanza allo stupore, possono accadere grandi cose. La mente si apre, il cuore si apre, e si può dire che si apre anche l’anima. Avviene un’espansione. Ritorna la meraviglia. Il fanciullo interiore rimane vivo e attento nel corso di tutta la vita. Apprendere diventa una realtà quotidiana. I libri non finiscono sugli scaffali e la televisione non è più in grado di dominare la nostra psiche”.

Con questo pensiero di M. Fox ti auguriamo di mantenere, da adulto, un naturale senso di meraviglia per essere pronto, pronta, a educare allo stupore con la mente, l’anima e il cuore.

 Qualche articolo utile per educare allo stupore

 Posizionamenti educativi – Il ruolo dell’adulto

 Bibliografia per educare allo stupore

 

  • VV., “Lo stupore del conoscere. I cento linguaggi dei bambini”, ed. Reggio Children
  • Dallari M., Moriggi S., “Educare bellezza e verità”, ed. Erickson
  • Fox M., “Educare alla meraviglia. Reinventare la scuola, reinventare l’umano”, ed. La Meridiana
  • Haughley S., “The Wonder based startup Guide” su www.fairydustteaching.com
  • L’Ecuyer C., “Educare allo stupore”, ed. Ultra
  • Malavasi L., Zoccatelli B., “Documentare le progettualità nei servizi e nelle scuole per l’infanzia”, ed. Junior
  • Delrio in “Lo stupore del conoscere. I cento linguaggi dei bambini”, ed. Reggio Children

 

Educare allo stupore


 

 

 


lunedì 21 ottobre 2024

GUAI A VOI, STOLTI

 


Non sapere il proprio posto nel mondo


Lo stolto è colui che non riconosce di essere parte di una vita che ha bisogno della pace personale e sociale, e di una comunità che accoglie la pace di Gesù.


di  Mariapia Veladiano

 

Lo stolto è destinato a tutti i fallimenti, costruisce la sua casa sulla sabbia «ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Mt 7,26).

Stolto. Nessuno più nel linguaggio corrente quotidiano usa questa parola. Non si dice: «Che stolto che sei!». Oppure: «Lei è proprio uno stolto!». I social incrociano insulti ben più furiosi, che ci feriscono ancora se siamo cresciuti nell’abitudine a considerare l’effetto delle parole sul mondo che ci circonda, oppure che scivolano nelle nostre conversazioni distratte e si replicano nel linguaggio della politica, dello spettacolo, del confronto che è solo scontro e ci intossicano un poco alla volta.

La Bibbia non usa solo parole tiepide e misurate. Basta pensare alle maledizioni del capitolo 28 del Deuteronomio, con il corredo di ulcere maligne, bubboni, scabbia, cecità, pazzia che porta gli uomini e le donne, stritolati da assedi senza speranza, a divorare i propri figli. Gli esegeti ci diranno che è un genere letterario, ma che spavento, che violenza di immagini. E poi c’è questa parola, stolto, che ricorre moltissimo, soprattutto nei libri sapienziali, fino al Vangelo. A noi non fa impressione, è lontana, fuori uso, vagamente letteraria o, appunto, biblica. Però nella Scrittura agli stolti capitano cose tremende.

Lo stolto è dissipatore e «dilapida tutto» (Pr 21,20), non comprende nulla del suo stare al mondo perché «ha occhi ma non vede, ha orecchi ma non ode» (Ger 5,21), la sua vita gira a vuoto, si perde, «non sa neppure andare in città» (Qo 10,15), è destinato a tutti i fallimenti, costruisce la sua casa sulla sabbia «ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Mt 7,26), fino alla catastrofe finale, perché resta escluso dal Regno dei cieli come le vergini stolte della parabola: «In verità vi dico: non vi conosco» (Mt 25,12).

Ma chi sono gli stolti? La parola ebraica è nabal e noi troviamo nella Bibbia un Nabal, nome proprio, al capitolo 25 del Primo libro di Samuele. È un uomo ricco, un allevatore che ha il suo bestiame al Monte Carmelo e sta tosandolo. È un’occasione di festa e generosità. Nel codice non scritto dei rapporti tra nomadi e stanziali possidenti è prevista una «tassa di fraternità», vuol dire che i due gruppi non si combattono, i nomadi proteggono dai predatori occasionali questi momenti importanti e in cambio hanno un riconoscimento. Davide manda i suoi servi a chiedere questo riconoscimento, «quanto puoi dare», semplicemente, e Nabal li caccia via. Davide allora mette in armi i suoi uomini, ma la sua mano è fermata dalla moglie di Nabal, la saggia Abigail. La storia finisce con Nabal che muore e Abigail che diventa sposa di Davide.

Nabal è stolto perché non riconosce di essere all’interno di una comunità più larga del suo clan, del suo potere, della sua ricchezza. Si sente un dio sciolto da ogni relazione, dimentica che il bene di cui godiamo viene da un mondo che non abbiamo creato. Non riconosce che la sua ricchezza viene dalla pace con questo mondo di relazioni. Questo è lo stolto. E il tempo della vita gli viene tolto mentre lui lo sciupa a ubriacarsi. Nabal somiglia al ricco stolto del Vangelo di Luca, che accumula accumula e quando dice alla sua anima «hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia», proprio allora gli viene richiesta la sua vita (12,19-20). Muore. Perché si muore, anche se viviamo storditi di potere e di rabbia, in faccia alle immagini che ci arrivano, alle guerre che vediamo, in diretta, minuto per minuto.

Ecco lo stolto. Quello che non sa il suo posto nella grande comunità del mondo, che non riconosce di essere parte di una vita che ha bisogno della pace personale e sociale: «Come un cane ritorna al suo vomito, così lo stolto ripete la sua stoltezza» (Pr 26,11). Aiuto. Che si fa? Che si fa? Vi lascio la pace, dice Gesù nel Vangelo. È già data, c’è solo da accoglierla, insieme.

Messaggero S. Antonio

 

 

 


 

venerdì 14 giugno 2024

UNO STRUMENTO AFFASCINANTE E TREMENDO


 PAPA FRANCESCO PARTECIPA 
ALLA SESSIONE DEL G7 

SULL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

 Venerdì, 14 giugno 2024

  Gentili Signore, illustri Signori!

 Mi rivolgo oggi a Voi, Leader del Forum Intergovernativo del G7, con una riflessione sugli effetti dell’intelligenza artificiale sul futuro dell’umanità.

 «La Sacra Scrittura attesta che Dio ha donato agli uomini il suo Spirito affinché abbiano “saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro” ( Es 35,31)» [1]. La scienza e la tecnologia sono dunque prodotti straordinari del potenziale creativo di noi esseri umani [2].

 Ebbene, è proprio dall’utilizzo di questo potenziale creativo che Dio ci ha donato che viene alla luce l’intelligenza artificiale.

 Quest’ultima, come è noto, è uno strumento estremamente potente, impiegato in tantissime aree dell’agire umano: dalla medicina al mondo del lavoro, dalla cultura all’ambito della comunicazione, dall’educazione alla politica. Ed è ora lecito ipotizzare che il suo uso influenzerà sempre di più il nostro modo di vivere, le nostre relazioni sociali e nel futuro persino la maniera in cui concepiamo la nostra identità di esseri umani [3].

 Il tema dell’intelligenza artificiale è, tuttavia, spesso percepito come ambivalente: da un lato, entusiasma per le possibilità che offre, dall’altro genera timore per le conseguenze che lascia presagire. A questo proposito si può dire che tutti noi siamo, anche se in misura diversa, attraversati da dueemozioni: siamo entusiasti, quando immaginiamo i progressi che dall’intelligenza artificiale possono derivare, ma, al tempo stesso, siamo impauriti quando constatiamo i pericoli inerenti al suo uso [4].

 Non possiamo, del resto, dubitare che l’avvento dell’intelligenza artificiale rappresenti una vera e propria rivoluzione cognitivo-industriale, che contribuirà alla creazione di un nuovo sistema sociale caratterizzato da complesse trasformazioni epocali. Ad esempio, l’intelligenza artificiale potrebbe permettere una democratizzazione dell’accesso al sapere, il progresso esponenziale della ricerca scientifica, la possibilità di delegare alle macchine i lavori usuranti; ma, al tempo stesso, essa potrebbe portare con sé una più grande ingiustizia fra nazioni avanzate e nazioni in via di sviluppo, fra ceti sociali dominanti e ceti sociali oppressi, mettendo così in pericolo la possibilità di una “cultura dell’incontro” a vantaggio di una “cultura dello scarto”.

 La portata di queste complesse trasformazioni è ovviamente legata al rapido sviluppo tecnologico dell’intelligenza artificiale stessa.

 Proprio questo vigoroso avanzamento tecnologico rende l’intelligenza artificiale uno strumento affascinante e tremendo al tempo stesso ed impone una riflessione all’altezza della situazione.

 In tale direzione forse si potrebbe partire dalla costatazione che l’intelligenza artificiale è innanzitutto uno strumento. E viene spontaneo affermare che i benefici o i danni che essa porterà dipenderanno dal suo impiego.

 Questo è sicuramente vero, poiché così è stato per ogni utensile costruito dall’essere umano sin dalla notte dei tempi.

 Questa nostra capacità di costruire utensili, in una quantità e complessità che non ha pari tra i viventi, fa parlare di una condizione tecno-umana: l’essere umano ha da sempre mantenuto una relazione con l’ambiente mediata dagli strumenti che via via produceva. Non è possibile separare la storia dell’uomo e della civilizzazione dalla storia di tali strumenti. Qualcuno ha voluto leggere in tutto ciò una sorta di mancanza, un deficit, dell’essere umano, come se, a causa di tale carenza, fosse costretto a dare vita alla tecnologia [5]. Uno sguardo attento e oggettivo in realtà ci mostra l’opposto. Viviamo una condizione di ulteriorità rispetto al nostro essere biologico; siamo esseri sbilanciati verso il fuori-di-noi, anzi radicalmente aperti all’oltre. Da qui prende origine la nostra apertura agli altri e a Dio; da qui nasce il potenziale creativo della nostra intelligenza in termini di cultura e di bellezza; da qui, da ultimo, si origina la nostra capacità tecnica. La tecnologia è così una traccia di questa nostra ulteriorità.

 Tuttavia, l’uso dei nostri utensili non sempre è univocamente rivolto al bene. Anche se l’essere umano sente dentro di sé una vocazione all’oltre e alla conoscenza vissuta come strumento di bene al servizio dei fratelli e delle sorelle e della casa comune (cfr Gaudium et spes, 16), non sempre questo accade. Anzi, non di rado, proprio grazie alla sua radicale libertà, l’umanità ha pervertito i fini del suo essere trasformandosi in nemica di sé stessa e del pianeta [6]. Stessa sorte possono avere gli strumenti tecnologici. Solo se sarà garantita la loro vocazione al servizio dell’umano, gli strumenti tecnologici riveleranno non solo la grandezza e la dignità unica dell’essere umano, ma anche il mandato che quest’ultimo ha ricevuto di “coltivare e custodire” (cfr Gen 2,15) il pianeta e tutti i suoi abitanti. Parlare di tecnologia è parlare di cosa significhi essere umani e quindi di quella nostra unica condizione tra libertà e responsabilità, cioè vuol dire parlare di etica.

 Quando i nostri antenati, infatti, affilarono delle pietre di selce per costruire dei coltelli, li usarono sia per tagliare il pellame per i vestiti sia per uccidersi gli uni gli altri. Lo stesso si potrebbe dire di altre tecnologie molto più avanzate, quali l’energia prodotta dalla fusione degli atomi come avviene sul Sole, che potrebbe essere utilizzata certamente per produrre energia pulita e rinnovabile ma anche per ridurre il nostro pianeta in un cumulo di cenere.

 L’intelligenza artificiale, però, è uno strumento ancora più complesso. Direi quasi che si tratta di uno strumento sui generis. Così, mentre l’uso di un utensile semplice (come il coltello) è sotto il controllo dell’essere umano che lo utilizza e solo da quest’ultimo dipende un suo buon uso, l’intelligenza artificiale, invece, può adattarsi autonomamente al compito che le viene assegnato e, se progettata con questa modalità, operare scelte indipendenti dall’essere umano per raggiungere l’obiettivo prefissato [7].

 Conviene sempre ricordare che la macchina può, in alcune forme e con questi nuovi mezzi, produrre delle scelte algoritmiche. Ciò che la macchina fa è una scelta tecnica tra più possibilità e si basa o su criteri ben definiti o su inferenze statistiche. L’essere umano, invece, non solo sceglie, ma in cuor suo è capace di decidere. La decisione è un elemento che potremmo definire maggiormente strategico di una scelta e richiede una valutazione pratica. A volte, spesso nel difficile compito del governare, siamo chiamati a decidere con conseguenze anche su molte persone. Da sempre la riflessione umana parla a tale proposito di saggezza, la phronesis della filosofia greca e almeno in parte la sapienza della Sacra Scrittura. Di fronte ai prodigi delle macchine, che sembrano saper scegliere in maniera indipendente, dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita. Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine. Abbiamo bisogno di garantire e tutelare uno spazio di controllo significativo dell’essere umano sul processo di scelta dei programmi di intelligenza artificiale: ne va della stessa dignità umana.

 Proprio su questo tema permettetemi di insistere: in un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano. Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano.

 C’è da aggiungere, inoltre, che il buon uso, almeno delle forme avanzate di intelligenza artificiale, non sarà pienamente sotto il controllo né degli utilizzatori né dei programmatori che ne hanno definito gli scopi originari al momento dell’ideazione. E questo è tanto più vero quanto è altamente probabile che, in un futuro non lontano, i programmi di intelligenze artificiali potranno comunicare direttamente gli uni con gli altri, per migliorare le loro performance. E, se in passato, gli esseri umani che hanno modellato utensili semplici hanno visto la loro esistenza modellata da questi ultimi – il coltello ha permesso loro di sopravvivere al freddo ma anche di sviluppare l’arte della guerra – adesso che gli esseri umani hanno modellato uno strumento complesso vedranno quest’ultimo modellare ancora di più la loro esistenza [8].

 Il meccanismo basilare dell’intelligenza artificiale

 Vorrei ora soffermarmi brevemente sulla complessità dell’intelligenza artificiale. Nella sua essenza l’intelligenza artificiale è un utensile disegnato per la risoluzione di un problema e funziona per mezzo di un concatenamento logico di operazioni algebriche, effettuato su categorie di dati, che sono raffrontati per scoprire delle correlazioni, migliorandone il valore statistico, grazie a un processo di auto-apprendimento, basato sulla ricerca di ulteriori dati e sull’auto-modifica delle sue procedure di calcolo.

 L’intelligenza artificiale è così disegnata per risolvere dei problemi specifici, ma per coloro che la utilizzano è spesso irresistibile la tentazione di trarre, a partire dalle soluzioni puntuali che essa propone, delle deduzioni generali, persino di ordine antropologico.

 Un buon esempio è l’uso dei programmi disegnati per aiutare i magistrati nelle decisioni relative alla concessione dei domiciliari a detenuti che stanno scontando una pena in un istituto carcerario. In questo caso, si chiede all’intelligenza artificiale di prevedere la probabilità di recidiva del crimine commesso da parte di un condannato a partire da categorie prefissate (tipo di reato, comportamento in prigione, valutazione psicologiche ed altro), permettendo all’intelligenza artificiale di avere accesso a categorie di dati inerenti alla vita privata del detenuto (origine etnica, livello educativo, linea di credito ed altro). L’uso di una tale metodologia – che rischia a volte di delegare de facto a una macchina l’ultima parola sul destino di una persona – può portare con sé implicitamente il riferimento ai pregiudizi insiti alle categorie di dati utilizzati dall’intelligenza artificiale.

 L’essere classificato in un certo gruppo etnico o, più prosaicamente, l’aver commesso anni prima un’infrazione minore (il non avere pagato, per esempio, una multa per una sosta vietata), influenzerà, infatti, la decisione circa la concessione dei domiciliari. Al contrario, l’essere umano è sempre in evoluzione ed è capace di sorprendere con le sue azioni, cosa di cui la macchina non può tenere conto.

 C’è da far presente poi che applicazioni simili a questa appena citata subiranno un’accelerazione grazie al fatto che i programmi di intelligenza artificiale saranno sempre più dotati della capacità di interagire direttamente con gli esseri umani (chatbots), sostenendo conversazioni con loro e stabilendo rapporti di vicinanza con loro, spesso molto piacevoli e rassicuranti, in quanto tali programmi di intelligenza artificiale saranno disegnati per imparare a rispondere, in forma personalizzata, ai bisogni fisici e psicologici degli esseri umani.

 Dimenticare che l’intelligenza artificiale non è un altro essere umano e che essa non può proporre principi generali, è spesso un grave errore che trae origine o dalla profonda necessità degli esseri umani di trovare una forma stabile di compagnia o da un loro presupposto subcosciente, ossia dal presupposto che le osservazioni ottenute mediante un meccanismo di calcolo siano dotate delle qualità di certezza indiscutibile e di universalità indubbia.

 Questo presupposto, tuttavia, è azzardato, come dimostra l’esame dei limiti intrinseci del calcolo stesso. L’intelligenza artificiale usa delle operazioni algebriche da effettuarsi secondo una sequenza logica (per esempio, se il valore di X è superiore a quello di Y, moltiplica X per Y; altrimenti dividi X per Y). Questo metodo di calcolo – il cosiddetto “algoritmo” – non è dotato né di oggettività né di neutralità [9]. Essendo infatti basato sull’algebra, può esaminare solo realtà formalizzate in termini numerici [10].

 Non va dimenticato, inoltre, che gli algoritmi disegnati per risolvere problemi molto complessi sono così sofisticati da rendere arduo agli stessi programmatori la comprensione esatta del come essi riescano a raggiungere i loro risultati. Questa tendenza alla sofisticazione rischia di accelerarsi notevolmente con l’introduzione di computer quantistici che non opereranno con circuiti binari (semiconduttori o microchip), ma secondo le leggi, alquanto articolate, della fisica quantistica. D’altronde, la continua introduzione di microchip sempre più performanti è diventata già una delle cause del predominio dell’uso dell’intelligenza artificiale da parte delle poche nazioni che ne sono dotate.

 Sofisticate o meno che siano, la qualità delle risposte che i programmi di intelligenza artificiale forniscono dipendono in ultima istanza dai dati che essi usano e come da questi ultimi vengono strutturati.

 Mi permetto di segnalare, infine, un ultimo ambito in cui emerge chiaramente la complessità del meccanismo della cosiddetta intelligenza artificiale generativa (Generative Artificial Intelligence). Nessuno dubita che oggi sono a disposizione magnifici strumenti di accesso alla conoscenza che permettono persino il self-learning e il self-tutoring in una miriade di campi. Molti di noi sono rimasti colpiti dalle applicazioni facilmente disponibili on-line per comporre un testo o produrre un’immagine su qualsiasi tema o soggetto. Particolarmente attratti da questa prospettiva sono gli studenti che, quando devono preparare degli elaborati, ne fanno un uso sproporzionato.

 Questi alunni, che spesso sono molto più preparati e abituati all’uso dell’intelligenza artificiale dei loro professori, dimenticano, tuttavia, che la cosiddetta intelligenza artificiale generativa, in senso stretto, non è propriamente “generativa”. Quest’ultima, in verità, cerca nei big data delle informazioni e le confeziona nello stile che le è stato richiesto. Non sviluppa concetti o analisi nuove. Ripete quelle che trova, dando loro una forma accattivante. E più trova ripetuta una nozione o una ipotesi, più la considera legittima e valida. Più che “generativa”, essa è quindi “rafforzativa”, nel senso che riordina i contenuti esistenti, contribuendo a consolidarli, spesso senza controllare se contengano errori o preconcetti.

 In questo modo, non solo si corre il rischio di legittimare delle fake news e di irrobustire il vantaggio di una cultura dominante, ma di minare altresì il processo educativo in nuce. L’educazione che dovrebbe fornire agli studenti la possibilità di una riflessione autentica rischia di ridursi a una ripetizione di nozioni, che verranno sempre di più valutate come inoppugnabili, semplicemente in ragione della loro continua riproposizione [11].

 Rimettere al centro la dignità della persona in vista di una proposta etica condivisa

 A quanto già detto va ora aggiunta un’osservazione più generale. La stagione di innovazione tecnologica che stiamo attraversando, infatti, si accompagna a una particolare e inedita congiuntura sociale: sui grandi temi del vivere sociale si riesce con sempre minore facilità a trovare intese. Anche in comunità caratterizzate da una certa continuità culturale, si creano spesso accesi dibattiti e confronti che rendono difficile produrre riflessioni e soluzioni politiche condivise, volte a cercare ciò che è bene e giusto. Oltre la complessità di legittime visioni che caratterizzano la famiglia umana, emerge un fattore che sembra accomunare queste diverse istanze. Si registra come uno smarrimento o quantomeno un’eclissi del senso dell’umano e un’apparente insignificanza del concetto di dignità umana [12]. Sembra che si stia perdendo il valore e il profondo significato di una delle categorie fondamentali dell’Occidente: la categoria di persona umana. Ed è così che in questa stagione in cui i programmi di intelligenza artificiale interrogano l’essere umano e il suo agire, proprio la debolezza dell’ ethos connesso alla percezione del valore e della dignità della persona umana rischia di essere il più grande vulnus nell’implementazione e nello sviluppo di questi sistemi. Non dobbiamo dimenticare infatti che nessuna innovazione è neutrale. La tecnologia nasce per uno scopo e, nel suo impatto con la società umana, rappresenta sempre una forma di ordine nelle relazioni sociali e una disposizione di potere, che abilita qualcuno a compiere azioni e impedisce ad altri di compierne altre. Questa costitutiva dimensione di potere della tecnologia include sempre, in una maniera più o meno esplicita, la visione del mondo di chi l’ha realizzata e sviluppata.

 Questo vale anche per i programmi di intelligenza artificiale. Affinché questi ultimi siano strumenti per la costruzione del bene e di un domani migliore, debbono essere sempre ordinati al bene di ogni essere umano. Devono avere un’ispirazione etica.

 La decisione etica, infatti, è quella che tiene conto non solo degli esiti di un’azione, ma anche dei valori in gioco e dei doveri che da questi valori derivano. Per questo ho salutato con favore la firma a Roma, nel 2020, della Rome Call for AI Ethics [13] e il suo sostegno a quella forma di moderazione etica degli algoritmi e dei programmi di intelligenza artificiale che ho chiamato “algoretica”  [14]. In un contesto plurale e globale, in cui si mostrano anche sensibilità diverse e gerarchie plurali nelle scale dei valori, sembrerebbe difficile trovare un’unica gerarchia di valori. Ma nell’analisi etica possiamo ricorrere anche ad altri tipi di strumenti: se facciamo fatica a definire un solo insieme di valori globali, possiamo però trovare dei principi condivisi con cui affrontare e sciogliere eventuali dilemmi o conflitti del vivere.

 Per questa ragione è nata la Rome Call: nel termine “algoretica” si condensano una serie di principi che si dimostrano essere una piattaforma globale e plurale in grado di trovare il supporto di culture, religioni, organizzazioni internazionali e grandi aziende protagoniste di questo sviluppo.

 La politica di cui c’è bisogno

 Non possiamo, quindi, nascondere il rischio concreto, poiché insito nel suo meccanismo fondamentale, che l’intelligenza artificiale limiti la visione del mondo a realtà esprimibili in numeri e racchiuse in categorie preconfezionate, estromettendo l’apporto di altre forme di verità e imponendo modelli antropologici, socio-economici e culturali uniformi. Il paradigma tecnologico incarnato dall’intelligenza artificiale rischia allora di fare spazio a un paradigma ben più pericoloso, che ho già identificato con il nome di “paradigma tecnocratico” [15]. Non possiamo permettere a uno strumento così potente e così indispensabile come l’intelligenza artificiale di rinforzare un tale paradigma, ma anzi, dobbiamo fare dell’intelligenza artificiale un baluardo proprio contro la sua espansione.

 Ed è proprio qui che è urgente l’azione politica, come ricorda l’Enciclica Fratelli tutti. Certamente «per molti la politica oggi è una brutta parola, e non si può ignorare che dietro questo fatto ci sono spesso gli errori, la corruzione, l’inefficienza di alcuni politici. A ciò si aggiungono le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia. E tuttavia, può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica?» [16].

 La nostra risposta a queste ultime domande è: no! La politica serve! Voglio ribadire in questa occasione che «davanti a tante forme di politica meschine e tese all’interesse immediato […] la grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine. Il potere politico fa molta fatica ad accogliere questo dovere in un progetto di Nazione e ancora di più in un progetto comune per l’umanità presente e futura» [17].

Una sana politica

 Questa mia riflessione sugli effetti dell’intelligenza artificiale sul futuro dell’umanità ci conduce così alla considerazione dell’importanza della “sana politica” per guardare con speranza e fiducia al nostro avvenire. Come ho già detto altrove, «la società mondiale ha gravi carenze strutturali che non si risolvono con rattoppi o soluzioni veloci meramente occasionali. Ci sono cose che devono essere cambiate con reimpostazioni di fondo e trasformazioni importanti. Solo una sana politica potrebbe averne la guida, coinvolgendo i più diversi settori e i più vari saperi. In tal modo, un’economia integrata in un progetto politico, sociale, culturale e popolare che tenda al bene comune può “aprire la strada a opportunità differenti, che non implicano di fermare la creatività umana e il suo sogno di progresso, ma piuttosto di incanalare tale energia in modo nuovo” ( Laudato si’, 191)»  [18].

 Questo è proprio il caso dell’intelligenza artificiale. Spetta ad ognuno farne buon uso e spetta alla politica creare le condizioni perché un tale buon uso sia possibile e fruttuoso.

 Grazie.

 [1] Messaggio per la LVII Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2024, 1.

 [2] Cfr ibid.

 [3] Cfr ivi, 2.

 [4] Questa ambivalenza fu già scorta da Papa San Paolo VI nel suo Discorso al personale del “Centro Automazione Analisi Linguistica” dell’Aloysianum, del 19 giugno 1964.

[5] Cfr A. Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Milano 1983, 43.

 [6] Lett. enc Laudato si’ (24 maggio 2015), 102-114.

 [7] Cfr Messaggio per la LVII Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2024, 3.

 [8] Le intuizioni di Marshall McLuhan e di John M. Culkin sono particolarmente pertinenti alle conseguenze dell’uso dell’intelligenza artificiale.

 [9] Cfr Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 28 febbraio 2020.

 [10] Cfr Messaggio per la LVII Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2024, 4.

 [11] Cfr ivi, 3 e 7.

 [12] Cfr Dicastero per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dignitas infinita circa la dignità umana (2 aprile 2024).

 [13] Cfr Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 28 febbraio 2020.

 [14] Cfr Discorso ai partecipanti al Convegno “Promoting Digital Child Dignity – From Concet to Action”, 14 novembre 2019; Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 28 febbraio 2020.

 [15] Per una più ampia esposizione, rimando alla mia Lettera Enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune del 24 maggio 2015.

 [16] Lettera enc. Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale (3 ottobre 2020), 176.

 [17] Ivi, 178.

 [18] Ivi, 179.

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