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venerdì 17 luglio 2026

RICONCILIAZIONE

 


Shevchuk: perdono e riconciliazione 
per sanare la memoria dei popoli europei



A Kyiv l’incontro tra l’arcivescovo Gallagher e il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina che con i media vaticani esprime la gioia per la presenza dell'inviato speciale del Papa e per quella del cardinale Zuppi nei giorni scorsi: "Pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare con la Chiesa universale. 

Per noi sono un segno visibile della Chiesa che ci abbraccia”

-di Roberto Paglialonga - Inviato a Kyiv

È anche nel “contesto della guerra che scopriamo la forza della preghiera”. Oggi c’è più che mai bisogno di “perdono, concesso e ricevuto, per sanare la memoria storica dei popoli europei”. I media vaticani raccolgono le parole del capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, a margine del suo incontro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, al secondo giorno di missione in Ucraina, e con il nunzio apostolico nel Paese, Visvaldas Kulbokas. L’inviato speciale di Papa Leone XIV per le celebrazioni del 35° anniversario della riapertura delle strutture della Chiesa cattolica di rito latino, che si terranno domenica al Santuario del Monte Carmelo a Berdychiv, è giunto nella serata di venerdì a Kyiv, dopo una sosta alla chiesa di San Giovanni Paolo II a Rivne, a metà strada tra Leopoli e la capitale.

Beatitudine, quanto è importante in questo momento la preghiera insieme e la vicinanza del Santo Padre attraverso i suoi rappresentanti qui, l’arcivescovo Gallagher come inviato speciale per le celebrazioni al Santuario di Berdychiv, e pochi giorni fa il cardinale Zuppi?

Nei contesti di guerra riscopriamo il senso e la forza della preghiera. Pregare insieme vuol dire trovare uno spazio che cura le ferite: la preghiera è un balsamo, la grazia sanante dello Spirito Santo, che permea il cuore di una persona sofferente. Pregare insieme vuol dire condividere dei doni. Gesù stesso ha detto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì fra di loro”. Ma pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare nel seno della Chiesa universale, è pregare con il Santo Padre stesso. È sentirsi di essere accarezzati dal padre. Perciò la presenza del cardinale Zuppi e dell’arcivescovo Gallagher per noi è un segno visibile della Chiesa universale e cattolica che ci abbraccia e prega per noi”.

Nel contesto della guerra in Ucraina, com’è la collaborazione tra le diverse comunità cattoliche in favore della popolazione sofferente?

In Ucraina abbiamo le stesse tragedie, le stesse sfide, pastorali e umanitarie, non solo fra i cattolici, ma anche con i fratelli ortodossi, con i protestanti, con gli ebrei e i musulmani, che fanno parte del Consiglio pan-ucraino delle Chiese che proprio in questi giorni festeggia i 30 anni delle sue attività. Collaborare insieme vuol dire letteralmente salvare le vite, e talvolta la carità cristiana veramente oltrepassa i limiti confessionali o rituali. Sappiamo testimoniare insieme, cattolici del rito bizantino e del rito latino – come diceva Giovanni Paolo II – l’autenticità dell’amore cattolico, che abbraccia, sana, salva, serve a tutti.

Quali sono le principali necessità per la popolazione in un momento in cui i bombardamenti e la guerra si stanno intensificando?

Le necessità sono tante. Secondo le cifre che danno gli uffici delle Nazioni Unite, oggi in Ucraina ci sono 5 milioni di persone che sperimentano una emergenza umanitaria, e solo 2 milioni possono essere assistiti con le risorse che vengono concesse da queste strutture internazionali. Ma come mi ha detto una volta il sindaco della città di Kyiv, dalla Chiesa, più dei vestiti, del pane e degli alimenti, noi abbiamo bisogno della parola della speranza. Allora, questo momento di grande sofferenza per milioni di ucraini è un momento di nuova evangelizzazione, è il momento, il kairos di una grande conversione: è fame e sete per Dio. Soltanto la Chiesa di Cristo è capace di sanare queste ferite e rispondere, dare il pane della vita, l’eucarestia, la parola di Dio a quelli che sono affamati e assetati di Dio.

Nell’incontro con l’arcivescovo Gallagher avete toccato il tema della riconciliazione e del perdono. Come si fa a farsi portatori e promotori di questi due grandi doni in una situazione così difficile a livello internazionale?

In questi mesi in Ucraina stiamo commemorando il 25° anniversario della storica visita di Giovanni Paolo II. Egli, come parte integrante del suo ministero petrino per l’Europa, vedeva di essere al servizio della riconciliazione fra i popoli del continente. E lui stesso diceva che suo dovere era quello di sanare la memoria storica dei popoli europei, soprattutto quando si tratta delle ferite che ancora oggi sono molto profonde nei nostri cuori, dopo la seconda guerra mondiale. A queste ferite antiche, si aggiungono ora quelle di questa guerra blasfema che viviamo in Ucraina. Ma qual è la medicina che ci ha donato Papa Wojtyla? Lui ci ha detto che questo balsamo per sanare la memoria è il perdono, concesso e ricevuto. Tutti siamo peccatori, tutti siamo coscienti che abbiamo offeso il nostro vicino: sempre i popoli confinanti hanno una memoria negativa talvolta del passato doloroso. Ma non dobbiamo essere schiavi di questo. È un passato che non possiamo rifare di nuovo.

Ma possiamo, attraverso il perdono, costruire un futuro migliore. Perciò il dono del perdono, concesso e ricevuto, è la medicina che sana la memoria storica dei popoli europei.

Vatican News

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sabato 11 luglio 2026

UNA PISTOLA IN DONO

 


*Lettera dell'Arcivescovo 
di Napoli 
ai potenti della terra.*


Ai potenti della terra, pace a voi!

 Il male non arriva sempre sfondando una porta.  A volte entra in silenzio.

Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere.

Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.

Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.

Questo è il vero scandalo.

Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.


E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.

Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.

Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.

È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.

Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.

Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.

Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve.

È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.

Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.

Da cristiano, non posso accettarlo.

Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.

Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.

Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti. Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.

Sono due civiltà. Bisogna scegliere.

Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo,
di trasformarlo in un segno di prestigio.

Un’arma non diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non diventa umana perché porta inciso un nome.

Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.

Fate qualcosa di più difficile. Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.

E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.

Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.

Guardate quella sedia prima di parlare di armi.

Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.

E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.”

 † don Mimmo Battaglia, *Arcivescovo Metropolita di Napoli

lunedì 6 luglio 2026

CHIAMATI A GRIDARE PACE

 

Sud Sudan: 

«Noi chiamati 

a gridare 

la pace 

in mezzo alla violenza»

 

Il Sud Sudan è una terra ferita, una terra crocifissa. È il paese più giovane del mondo, nato nel 2011 dopo decenni di guerra e sofferenza, quando il popolo votò con speranza per la separazione dal Sudan del Nord. In tanti sognavano finalmente la pace, la libertà, la possibilità di costruire un futuro nuovo. (…). Ma quel sogno si è presto trasformato in un nuovo incubo: una sanguinosa guerra civile ha continuato a devastare il paese, seminando morte, odio e disperazione. Ancora oggi migliaia di innocenti pagano il prezzo della violenza e della sete di potere. E davanti a questo dolore immenso comprendiamo che Cristo continua ad essere crocifisso nel corpo del suo popolo. Eppure, proprio in mezzo a questa oscurità, il Vangelo continua a brillare con una forza sorprendente.

La Chiesa tra i Nuer è nata dal coraggio di semplici catechisti. Uomini e donne poveri, fuggiti dalla guerra, dalla fame e dalle malattie, arrivarono nel territorio Nuer portando con sé soltanto la loro fede nel Signore Risorto. Non avevano mezzi, non avevano sicurezza, ma avevano il fuoco del Vangelo nel cuore. Come Paolo e Barnaba negli Atti degli Apostoli, percorrevano villaggi e sentieri annunciando che Gesù è vivo e che nessuna sofferenza può separare l’uomo dall’amore di Dio. Per circa venticinque anni questi catechisti hanno guidato la Chiesa senza sacerdoti, custodendo la fede del popolo e pregando instancabilmente affinché arrivassero missionari capaci di celebrare i sacramenti e accompagnare la crescita delle comunità cristiane. Finalmente, nel 1996, i Missionari Comboniani arrivarono a Leer. E furono loro, i missionari, a sentirsi evangelizzati. Trovarono infatti una Chiesa viva, forte, nata dalla testimonianza silenziosa e fedele della gente semplice. Compresero che Dio era già presente tra i Nuer prima ancora del loro arrivo.

Da allora i missionari hanno scelto di vivere come poveri tra i poveri, condividendo la vita quotidiana della gente. Una scelta che ha assunto il volto della croce quando, nel 2014, la missione di Leer venne completamente distrutta durante gli attacchi armati. I missionari furono costretti a fuggire nelle foreste insieme alla popolazione, vivendo per settimane nascosti mentre i combattimenti devastavano i villaggi. Ma non hanno voluto abbandonare il popolo. Hanno deciso di restare e di fare causa comune con la propria gente. Oggi viviamo in una zona pericolosa del Sud Sudan chiamata Leer, raggiungibile soltanto attraverso gli elicotteri del World Food Program (WFP). Qui la gente vive un forte periodo di carestia, non ci sono ospedali adeguati, non c’è elettricità. Durante la stagione delle piogge gran parte del territorio della nostra missione si trasforma in una grande palude: si cammina per chilometri nell’acqua e nel fango, spesso usando canoe scavate nei tronchi delle palme per raggiungere le comunità più lontane. Alcune visite pastorali richiedono giorni interi di viaggio.

La malaria continua a uccidere tanti bambini e spesso mancano persino le medicine più basilari. Eppure, in mezzo a questa povertà estrema, il popolo Nuer continua a stupire per la sua dignità, la sua capacità di condividere e la sua fede incrollabile. I Nuer sono un popolo di pastori. La mucca è il centro della loro vita: dona il latte, sostiene la famiglia, rappresenta la ricchezza e viene utilizzata per il matrimonio. Ma proprio attorno al bestiame nascono spesso conflitti sanguinosi tra clan ed etnie diverse. L’odio e la vendetta alimentano una spirale di violenza che ogni anno provoca centinaia di morti. Anche l’istruzione è profondamente segnata dalla guerra. In molte aree non esistono scuole secondarie e gli insegnanti lavorano senza un vero salario. Nella maggior parte delle scuole, i ragazzi studiano seduti per terra o portando da casa una sedia quando ne possiedono una. Tantissime ragazze non possono frequentare la scuola perché costrette ai lavori domestici o date in sposa molto giovani. L’analfabetismo resta altissimo e molti giovani fuggono verso i campi profughi di Giuba, del Kenya o dell’Uganda nella speranza di poter studiare. L’anno scorso noi Missionari Comboniani abbiamo aperto una scuola secondaria dedicata a San Daniele Comboni per aiutare la nostra gente a realizzare il loro sogno di studiare. Abbiamo anche offerto delle borse di studio per aiutare alcuni giovani a frequentare l’università nella capitale del Sud Sudan, Giuba. Il Vangelo continua a generare speranza e a costruire vita dove sembra non ci sia più speranza.

Noi missionari siamo chiamati prima di tutto a gridare la pace in mezzo a questa situazione di violenza che deriva da una guerra causata dalla corruzione e dalla sete di potere di pochi che non si preoccupano che per causa della loro avidità migliaia di persone vengono ammazzate ogni anno. Cerchiamo di essere presenza di riconciliazione in una terra ferita dall’odio e dalla vendetta. Camminiamo con la gente, condividiamo le loro sofferenze, ascoltiamo il loro grido. Visitiamo le comunità più remote per annunciare che Dio non ha dimenticato il suo popolo. Qui Gesù viene chiamato “Kuär malä”, il “Signore della pace”. È un nome bellissimo. In mezzo alla guerra, alla fame e alla paura, la gente continua a credere che Dio sia vicino. Continua a pregare. Continua a sperare. Ed è proprio il popolo povero che evangelizza noi missionari. Nei loro volti scopriamo la tenerezza di Dio. Nella loro capacità di condividere il poco che possiedono vediamo il Vangelo vissuto in modo radicale.

Davvero la gente ci evangelizza, mostrandoci la tenerezza di Dio per noi. É proprio vero che i poveri sono i nostri maestri che ci mostrano il volto di Dio (Mt 25:31-46). È davvero una gioia grande accompagnare questa gente. Davvero i poveri diventano maestri di fede. Ci insegnano che la speranza cristiana non è un’illusione ingenua, ma la certezza che Cristo risorto continua a camminare con il suo popolo crocifisso. Per questo continuiamo la missione con ostinata speranza. Continuiamo a credere nella risurrezione del Sud Sudan. Continuiamo ad annunciare che l’Emmanuele, il Dio-con-noi, non abbandona mai i suoi figli. Anche nelle notti più oscure, il Vangelo rimane una luce accesa. E nessuna guerra potrà spegnere la forza dell’amore di Dio.

Padre Mario Pellegrino, mccj

(Missionari Comboniani)

 

venerdì 3 luglio 2026

SICUREZZA E PACE

 


Comece, la strategia di sicurezza europea al servizio della pace


Le cinque raccomandazioni dei vescovi europei ai governi e alle istituzioni contenute in un documento, pubblicato oggi 2 luglio, dal Segretariato della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea. Investire su diplomazia, cooperazione, multilateralismo e diritti umani per realizzare una pace duratura. No alla normalizzazione della guerra: "La sicurezza autentica non può essere raggiunta solo con mezzi militari"

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

L’attuale contesto geopolitico non deve portare l’Europa a perdere di vista la sua vocazione originaria di progetto e architettura di pace. L’assunto da cui parte il documento della Comece (Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea) è lapalissiano: stretto nella morsa dei conflitti, il Vecchio Continente ha bisogno di capacità di sicurezza e difesa più forti, ma “una sicurezza autentica e duratura non può e non deve essere raggiunta solo con mezzi militari”, serve piuttosto una visione umanitaria, democratica e orientata al dialogo. Perciò i vescovi, mentre identificano i vettori dell’attuale crisi, la più grave degli ultimi decenni, nella guerra d'aggressione della Russia contro l'Ucraina, citando anche le minacce ibride, i cyberattacchi, il terrorismo, la criminalità organizzata e l'erosione dell'ordine internazionale, richiamano con forza governi e istituzioni alla responsabilità e all’obbligo giuridico di osservare i Trattati.

Non smarrire le proprie radici

Nel contesto di una crescente rivalità geopolitica, “il rafforzamento delle capacità di difesa europee è legittimo e necessario” si legge nel testo, poiché risponde alle aspettative dei cittadini che chiedono la tutela della propria sicurezza e dei valori fondanti del progetto europeo. Tuttavia, il pericolo imminente è che la militarizzazione esasperata porti l'Europa a smarrire la propria identità profonda. Per evitare che ciò accada “l’uso della forza deve rimanere eccezionale, esercitato in strette condizioni legali e etiche e nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario”. Da qui il Segretariato della Comece rilancia cinque raccomandazioni utili a costruire una futura strategia di sicurezza, saldamente imperniata sul rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali e del bene comune che devono sempre essere al centro di qualunque processo decisionale politico.

Attenzione alla "normalizzazione della guerra"

La Chiesa d’Europa esprime forte preoccupazione per una deriva culturale che rischia di far prevalere le logiche belliche su quelle diplomatiche, le risposte militari alle scelte politiche. Rilanciando il monito di Papa Leone XIV, che ha messo in guardia contro “una crescente normalizzazione della guerra e una rinnovata corsa globale agli armamenti”, la Comece insiste dunque sulla revisione dei bilanci comunitari e sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. Mentre infatti le risorse destinate agli armamenti crescono, i fondi per la prevenzione dei conflitti subiscono tagli drastici, perciò serve un'inversione di rotta contabile ed etica. “È essenziale garantire che gli investimenti nella difesa non compromettano gli investimenti in aree cruciali per la pace, tra cui la diplomazia, la prevenzione dei conflitti, la cooperazione allo sviluppo, l'assistenza umanitaria, nonché la giustizia socio-economica ed ecologica”. Per la Chiesa, infatti, la pace non è mera assenza di conflitti, ma un ecosistema che prospera solo se radicato nella giustizia sociale e nella salvaguardia dell'uomo e dell'ambiente in cui vive.  

Proteggere la vita 

Per tradurre questi principi in linee politiche concrete, il Segretariato della Comece ha strutturato cinque raccomandazioni chiave destinate ai decisori di Bruxelles: mantenere la pace come obiettivo strategico, ampliare la valutazione delle minacce oltre i rischi militari, rafforzare la prevenzione dei conflitti e la costruzione creativa della pace, rafforzare controllo democratico e responsabilità etica, inserire la strategia di sicurezza all’interno di una più ampia strategia di pace. Il documento esorta a ricordare che “il rafforzamento della difesa europea non dovrebbe essere considerato fine a se stesso, ma come un mezzo per proteggere le vite umane, salvaguardare i valori fondamentali e preservare la pace”. A tal proposito anche la comunicazione pubblica dei governi deve cambiare evitando di presentare la spesa militare come un volano di crescita industriale o competitività commerciale.

Sicurezza umana oltre le armi

Le minacce moderne, com’è noto, non viaggiano però solo su carri armati, caccia bombardieri e navi da guerra. I vescovi chiedono una concezione globale della sicurezza che integri le dimensioni ambientali e sociali, poiché, scrivono, “la sicurezza umana è minacciata anche dalla povertà, dagli sfollamenti forzati, dal degrado ambientale, dai cambiamenti climatici, dalle pandemie, dalla criminalità organizzata, dalla frammentazione sociale e dall'erosione democratica”.

Prevenzione ed early warning

Prevenire i conflitti violenti rimane il modo più efficace, meno costoso e più umano anziché rispondere alle crisi una volta che sono scoppiate, spiegano i presuli, perciò in linea con una recente relazione del Parlamento europeo, l'UE dovrebbe rafforzare in modo significativo le proprie capacità nei settori della diplomazia preventiva, della mediazione, dell'allarme rapido, della costruzione della pace civile, della ricostruzione post-conflitto e della riconciliazione. Da qui il richiamo alla "creatività" nell'essere costruttori e generatori di pace, che si traduce nell’esplorare partenariati con una gamma più ampia di attori, inclusi movimenti religiosi, gruppi, comunità. Questi ultimi infatti proprio perché radicati nel territorio, riescono a lavorare per la riconciliazione in modo capillare.

Controllo democratico

Le armi, avvertono i vescovi, non sono e non dovrebbero mai essere trattate come semplici merci, da importare e esportare, pertanto è bene che gli investimenti nella capacità di difesa siano accompagnate da una sorveglianza democratica, trasparenza e tutele etiche, con particolare attenzione alle tecnologie emergenti, incluse Intelligenza Artificiale e sistemi autonomi. Richiamando ancora le parole del Papa in merito a tali strumenti, la strategia di sicurezza europea non può dunque prescindere da “un controllo umano significativo su tutte le decisioni che comportano l'uso della forza letale”. Infine la strategia comprende l'integrare la difesa in un quadro più ampio che connetta in modo coerente gli aiuti umanitari, la diplomazia e lo sviluppo economico rafforzando la cooperazione con l’Onu, la Nato e l’Osce: solo così è possibile contribuire alla ricostruzione di un’architettura di pace internazionale basata sulla fiducia, sulla cooperazione e sul rispetto del diritto.  “Sicurezza e pace - si legge in conclusione del documento - non sono obiettivi in competizione tra loro. Al contrario, la sicurezza dovrebbe servire l'obiettivo generale di una pace giusta e sostenibile, che dovrebbe guidare le scelte strategiche dell'Europa negli anni a venire”.

 Vatican News


domenica 28 giugno 2026

EDUCAZIONE IN AFRICA

 


L’EDUCAZIONE, 

VERO INVESTIMENTO

PER LO SVILUPPO 

E LA PACE


Nei giorni scorsi una delegazione del Rwanda, guidata la cardinale Antoine Kambanda, arcivescovo metropolita di Kigali, Gran Cancelliere dell’Ipea (istituto per il Patto Educativo per l’Africa) è stata presente a Roma per confrontarsi sulle varie iniziative intraprese e da intraprendere per lo sviluppo del Patto Educativo.

Il cardinale Rwanda (che ha partecipato al Concistoro dei cardinali, diretto da Papa Leone) è il primo cardinale nella storia del Rwanda. Egli è una figura di particolare rilievo per la Chiesa africana e per il cammino di riconciliazione, ricostruzione, e attenzione alla persona che ha segnato la storia recente del suo Paese.

Con lui c’è stato anche ilo professore Jan-Paul Niygena, segretario generale della Fon dazione internazionale Religione e Società, e coordinatore dell’Ipea.

L’Ipea, in collaborazione con le università cattoliche, non solo africane, e l’UMEC-WUCT, sviluppa cinque grandi assi di azione di ricerca  e innovazione nel campo dell’istruzione, a partire dai contesti africani: la formazione dei formatori e dei responsabili delle reti nazionali; la divulgazione e la diffusione delle conoscenze e delle buone pratiche; l’accompagnamento degli attori locali sul campo; organizzazione di uno spazio continentale e internazionale di concertazione, condivisione di riflessioni ed esperienze.

Dal 2017 i responsabili religiosi (cardinali, vescovi, laici …) lavorano per migliorare la qualità dell’istruzione cattolica in Africa.

L’Umec-Wuct vi opera coi suoi rappresentanti non solo sostenendo l’educazione, ma anche vari progetti e strutture socioassistenziali. L’Umec-Wuct, grazie all’interazione con fondazione papale e alla costante ed efficace opera degli allora presidente e segretario generale, e dell’attiva presenza di padre Albert Kabuge (ora rappresentante dell’Unione presso l’Unesco), ha promosso per oltre quindici anni varie iniziative, cooperando anche con l’Unesco, che ha mostrato e mostra apprezzamento per l’opera dell’Unione.Anche la Santa Sede guarda con attenzione alle iniziative dell'Umec-Wuct.

Ancora oggi, l’UMEC-WUCT è impegnata in tal senso.

Nello scorso maggio il presidente, Jan De Groof, e vari rappresentanti locali dell’Unione hanno partecipato, a Kigali (Rwanda,) al convegno sull’educazione cattolica in Africa, coordinato dal Cardinale Kambanda e dal professore Nyingena.

Nel recente Giubileo Mondiale, il cardinale e vari vescovi africani hanno partecipato al Convegno sull’educazione svoltosi a Roma.

gp

sabato 20 giugno 2026

DISARMARE LAPACE

 


Testimoniare 

la pace
attraverso 

parole e relazioni




In occasione del Festival del Pensiero e del Dialogo 2026, dedicato al tema “Testimoniare la pace”, la direttrice scientifica Beatrice Balsamo firma una riflessione sul valore della pace come pratica quotidiana fatta di parole, relazioni e riconciliazione.

 -di Beatrice Balsamo *

La pace inizia nel quotidiano, nei pensieri, nelle parole, nei gesti di tutti i giorni, nel non dimenticare, nel preservare, nel saper ringraziare e riparare. È logos del quotidiano. 

La pace si coltiva a partire dalle relazioni, nel non chiudersi in assolutismi (in false interpretazioni), vendicatività, rancori, maldicenze, e raggiunge le istituzioni, la politica, il mondo. 

Di fronte a dissensi è buona cosa ritrovare la riconciliazione autentica, riconoscere e riparare l’errore, le mancanze, saper oltrepassare, per un Koinos Logos, discorso che accomuna, per una concordia, non personale, ma più grande. 

Per questo la pace è un processo, un percorso, un continuo formarsi e riformare. 

La radice biblica del vocabolo suppone infatti “compimento”, comprende non solo l’assenza della guerra, ma anche benessere, prosperità, giustizia, gioia, pienezza di vita. Così Spinoza (1632-1677) affermava, giustamente, che la pace non è soltanto assenza di guerra, è una virtù, uno stato d’animo che dispone alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. Nella Nuova Gerusalemme (Ap. 21,1) Terra e Cielo si uniranno in armonia, persino gli animali tra loro ostili si riappacificheranno, lupo con agnello, leopardo con capretto, il bambino e la vipera (Is. 11,6-8). 

La Nuova Gerusalemme, ospiterà tutte le nazioni della Terra, che giunte alla Città Santa “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci e un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is. 2-4). 

Ricordiamo che “guerra” è parola attestata in italiano a partire dal XII sec., sulla base dell’antica voce germanica “Werra” che in origine indicava semplicemente “lite”. 

Così la Pace che auspichiamo non è fatta di interessi economici o finanziari, dove la Pace di alcuni corrisponde alla guerra di altri. Cerca, soprattutto, di annullare l’inimicizia e riconciliare. 

Anche san Francesco (quest’anno ricorrono gli 800 anni della morte) pone questo auspicio al centro della sua Vita Santa. Ricordiamo il contrasto tra il vescovo di Assisi ed il Podestà (1225) e nessuno che ristabilisse la Pace e la concordia. Francesco dice ai suoi compagni: «Grande vergogna per noi che serviamo Dio che il vescovo ed il podestà si odino talmente l’un l’altro e nessuno si prenda pena di rimetterli in pace e nella concordia». Compose allora questa strofa da aggiungere alle Laudi: «Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio. 

Non si può sapere quanta pazienza e umiltà abbia in sé il servo di Dio finché gli si dà soddisfazione. Quando invece non gli verrà data soddisfazione, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta esattamente ne ha e non più». (Ammonizione XII). 

Così chi sono veramente gli operatori di pace? 

La VII Beatitudine è la più attiva, operativa: l’espressione verbale è analoga a quella usata nel primo versetto della Bibbia per la Creazione e indica iniziativa e laboriosità (Mt 5,1-12). Nella pace si colloca la crescita umana integrale, la dignità della persona, la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sicurezza alimentare, di salute, lavorativa, delle città, di un Paese. 

Il processo di costruzione della pace ha bisogno di strategie, di impegni formali, ma soprattutto di cuori pulsanti, prevede il fermo rifiuto della pena di morte, l’auto limitazione degli arsenali, della minaccia delle armi nucleari. 

La guerra è ripudiata dall’articolo 2 (paragrafi 3, 4) della Carta delle Nazioni Unite e in Italia dall’Art. 11 della Costituzione che recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa… assicura la Pace e la giustizia per le Nazioni e favorisce le organizzazioni internazionali a tale scopo». 

Purtroppo, ad oggi sono più di 70 gli stati coinvolti in guerre. 

Un grande uomo internazionalista, padre della solidarietà fra le Nazioni, Giuseppe Mazzini, nello statuto della Giovane Europa (1834) parla di Umanitarismo, considerando come fine della politica internazionale e dell’Europa, non gli interessi economici, gli affari, la potenza, ma una umanità più realizzata, in un patto comune (Art.19). 

Così il Logos deve farsi Koinos. Agli uomini spetta fare del loro Logos, carne viva della comunità: la parola umana, infatti, consente di incontrare pluralità e plasmare città e civiltà. 

Così, “ciò che sta tra noi” (in relazione) non è accidentale, perché in realtà è vitale, non è divisivo persino quando è conflittuale, non è artificiale perché dato e non costruito, non è neutro, bensì è il bene più grande di ciascuno. Per questo è necessario il continuo lavoro della costruzione della convivenza. Occorre “disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra! C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità. Mentre la guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti, la diplomazia e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di nuova linfa e credibilità. Le religioni, inoltre, possono riaccendere il desiderio della fratellanza e della giustizia, la speranza della pace. Tutto questo richiede impegno, lavoro, silenzio, parole” (papa Francesco, lettera Corriere della Sera del 14/03/2025, contenuti ripresi da papa Leone XIV 05/2025, Prolusione inizio pontificato e in Enciclica Magnifica Humanitas 2026). 

Le parole sono essenziali nel creare relazioni gentili e umane o gelide e ostili. Oggi, sempre più le parole sono portatrici di aggressività e impulso, sradicano le fondazioni etiche delle relazioni, dilagando in aree sempre più vaste della vita, da quelle quotidiane a quelle della vita politica, facendo ferite che continuano a sanguinare. La gentilezza e la mitezza di contro, sono forme di vita antitetiche a quelle divorate dall’insofferenza e dal contrasto e dovrebbero essere insegnate nelle scuole primarie e secondarie, nobilitando, di fatto la condizione umana. 

Bisogna operare per la guarigione della parola, per la sua umanizzazione, dalla parola ingannevole, falsa o impulsiva, violenta, alla “parola vera”, responsabile e sensibile, per vivere bene insieme, avere un’intesa, una visione, parlarsi per fare la pace, attuare la speranza. 

La pace è anche “speranza attiva”, come la visione e la promessa è prospettica, passione per l’ulteriore, ma anche per l’alternativa. Non si lascia vincere dalle difficoltà, è capace di trovare soluzioni alternative di salvezza, non è impaziente, non spende male il tempo, non liquida con frettolosità la partita, ma sa trovare altre possibilità operanti per il bene comune. È risposta perseverante, di riconciliazione e Concordia. Vorrei concludere con il santo di Assisi, nell’ottica della “Perfetta Letizia”: avere la pace nei propri cuori, essere disponibili al dialogo nella verità, nel rispetto, nella mutua comprensione, parlare soprattutto con la testimonianza della propria vita, comunicare con il proprio silenzio, con gli ardori del cuore, con lo zelo della fede, con la pazienza attiva, con il distacco dalle cose e persino da tanti aspetti della propria cultura, con l’Agape. Dando così credibilità alla pace. 

Conosciamo lo zelo apostolico e missionario di Francesco, come pure le sue prime esperienze missionarie che si pongono, negli anni caldi delle crociate a motivo del riscatto del Santo Sepolcro in Oriente e nell’ottica del Vangelo. Il Poverello nel 1219 volle partire per l’Egitto dove era in corso la quinta crociata indetta dal concilio Lateranense IV (1215), in compagnia di Fra Illuminato. Francesco si recò con zelo e fiducia dal sultano al-Malik al-Kamil (1180-1238) e si conquistò la sua amicizia. Del sultano Malik è stata ormai chiarita la figura: era realmente un uomo giusto e pio e non il ferocissimo sultano rappresentato in alcuni documenti cristiani che volevano evidenziare il carattere violento dell’Islam. Il sultano fu ammirato dal fervore e dal coraggio di Francesco, fino a concepire verso di lui una devozione ancora maggiore

Francesco era convinto dell’esistenza di un’altra via che si ponesse come alternativa alle crociate e alle dispute. 

 «I frati possono vivere il Santo Vangelo anche tra i musulmani, senza rinnegare la propria fede, bensì testimoniandola. Non si tratta di rinunciare all’annuncio, ma di mostrarlo attraverso la propria testimonianza di vita». (E. Scognamiglio, Francesco e il Sultano, EMP, Padova, p.67). 

Così il Santo sentì il bisogno di stare in pace con tutti gli uomini e di contribuire con la sua testimonianza di vita alla costruzione di una fraternità universale. 

La pace quindi è Logos quotidiano, Logos Koinos, Logos che accomuna, è Testimonianza, dal greco màrtys, “testimone”, è fedeltà, verità, perseveranza fino alla fine (martire) e in latino testis, “testimone”, che dà prova credibile, prova veritiera di Pace. 

Così la pace è pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemia, “pezzo per pezzo, custodendo l’umano e il bene comune” (Leone XIV, Magnifica Humanitas, LEV p.180). 


*Beatrice Balsamo, Filosofa della Persona, Psicoanalista, specializzata in Etica, Comunicazione e Cinema. Collabora con l’Università di Bologna, Parma, Ferrara per l’insegnamento di Scienze Umane e Filosofia della Persona. 

È Presidente di APUN (APS) – Associazione Psicologia Umanistica e delle Narrazioni. Filosofia Arte Scienze Umane. Ideatrice del CINECare – Cinema per pensare, a sostegno dei più fragili, è Direttore scientifico dell’Evento internazionale MENS-A/ Pensiero e Dialogo, che si svolge nell’intera Regione Emilia-Romagna. 

Nel 2023 è stata conferita alla Prof.ssa dal Presidente della Repubblica, l’onorificenza di Cavaliere dell’ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” per le tante iniziative culturali e sociali innovative e attenzione agli altri. 

Tra le sue numerose pubblicazioni: Amore sussurro di una brezza leggera (Effatà, 2013), Elogio della dolcezza ( Mimesis, 2017) e, con Mursia, Nella Bellezza. Quando la parola manca (2020). Saggezza gentile. In una scia di parole (2023). Visione Speranza Promessa (Ladolfi Ed. 2026)

Famiglia cristiana 

lunedì 15 giugno 2026

PONTI PER LA PACE

 

«Costruire ponti

per la pace, 

la giustizia

 e la dignità

 umana»


Appello dei Vescovi al vertice del G7

è il titolo dell’appello che, in occasione del Vertice del G7 che si svolge a Evian in Francia dal 15 al 17 giugno, i presidenti delle Conferenze episcopali cattoliche di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti, con il sostegno del presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, rivolgono ai capi di Stato e di governo

. «Di fronte ai conflitti armati, alle fratture geopolitiche, alle disuguaglianze crescenti, alle sfide climatiche e ai mutamenti tecnologici, ricordiamo che il fondamento dell’azione politica ed economica deve essere sempre la dignità di ogni persona umana», si legge nel documento.

«Chiediamo agli Stati del G7 di riaffermare il loro impegno a favore del multilateralismo, del rispetto del diritto internazionale e della ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti. In un mondo segnato dalla guerra e dall’instabilità, è più che mai necessario consolidare le istituzioni internazionali, tutelare le popolazioni civili e promuovere i diritti fondamentali, in particolare la libertà religiosa e la dignità delle persone più vulnerabili.

Invitiamo inoltre i Paesi del G7 a riportare la persona umana al centro dello sviluppo e della solidarietà internazionale e chiediamo un ascolto reciproco più attento tra i popoli. Mentre in molte regioni del mondo aumentano i bisogni umanitari, incoraggiamo a mantenere un forte impegno a favore della lotta contro la povertà, dell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, della sicurezza alimentare e di uno sviluppo che rispetti le popolazioni e l’ambiente. Auspichiamo inoltre un rafforzamento della cooperazione internazionale contro la criminalità organizzata, la tratta di esseri umani e i traffici illeciti che alimentano la violenza e rendono più fragili le società. Di fronte al rapido sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, sottolineiamo l’urgenza di una governance etica, trasparente e democratica, che garantisca che tali innovazioni rimangano al servizio del bene comune e della persona umana. Chiediamo un’attenzione particolare agli effetti che esse hanno sui bambini e sui giovani, nonché sul rispetto delle libertà fondamentali.

Esortiamo infine gli Stati del G7 ad assumersi pienamente la propria responsabilità nella lotta contro il cambiamento climatico, a promuovere una transizione ecologica giusta e a sostenere le popolazioni più esposte alle sue conseguenze. Ricordiamo inoltre che i migranti e i rifugiati, costretti a fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni o dalle catastrofi ambientali, devono sempre essere accolti con dignità e umanità, pur riconoscendo la legittima responsabilità degli Stati di preservare il bene comune.

 

Con questo appello, come pastori delle nostre Chiese e discepoli di Gesù Cristo, ribadiamo la volontà della Chiesa cattolica di essere accanto ai popoli, di porre il suo impegno al servizio dei più vulnerabili e la sua capacità di dialogo al servizio della pace, della giustizia e del bene comune mondiale».

Adista

giovedì 11 giugno 2026

IN NOME DI DIO FERMATEVI

Un raid aereo israeliano ha colpito il villaggio di Choukine l'11 giugno 

La Santa Sede all'Onu: 

"Non esiste una soluzione militare

 alle crisi in Medio Oriente"

Intervenendo al dibattito pubblico del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Delegazione della Santa Sede ha chiesto la fine immediata all’escalation in Libano, la soluzione della crisi umanitaria a Gaza, un percorso verso uno Stato palestinese e attenzione alla situazione iraniana

Davide Dionisi - Città del Vaticano

“Non esiste una soluzione militare alle crisi in Medio Oriente”: è quanto ha detto la delegazione della Santa Sede in occasione del dibattito pubblico del Consiglio di Sicurezza Onu sul tema Mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Promuovere soluzioni politiche in Medio Oriente: Mediazione e dialogo per una pace duratura. “Le continue sofferenze dei civili, la distruzione di abitazioni e luoghi di culto, i danni alle infrastrutture essenziali, nonché la grave situazione umanitaria, lo rendono dolorosamente evidente” sottolinea la Delegazione, specificando che “queste condizioni richiedono rinnovati sforzi per una cessazione immediata della violenza e un orizzonte politico credibile, in grado di rispondere alle legittime aspirazioni di tutti i popoli coinvolti. Tutti gli Stati, specialmente quelli che esercitano un’influenza nella regione, hanno la grave responsabilità di sostenere la distensione e la risoluzione pacifica”.

Regione segnata dalla violenza e dalla sofferenza

Ricordando che il Medio Oriente è una regione ricca di storia, cultura e fede e che i suoi popoli hanno contribuito in modo incommensurabile alla civiltà umana, la Delegazione ha specificato che “questa regione comprende la Terra Santa, con Gerusalemme al suo centro, una terra sacra per cristiani, ebrei e musulmani, con un significato spirituale che si estende ben oltre la regione stessa. Eppure” ha aggiunto “oggi la regione continua ad essere segnata dalla violenza, dalla paura e dalla sofferenza umana. La pace deve sempre essere costruita attraverso il dialogo, la fiducia e il rispetto per la dignità data da Dio a ogni persona umana. Come sottolinea Papa Leone XIV: La pace non è l’assenza di conflitto: è la forza gentile che respinge la violenza".

Non esiste soluzione militare alle crisi in Medio Oriente

La Delegazione ha poi offerto tre spunti di riflessione: “In primo luogo, non esiste una soluzione militare alle crisi in Medio Oriente. Come ha recentemente ricordato Papa Leone XIV: Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura. Le continue sofferenze dei civili, la distruzione di abitazioni e luoghi di culto, i danni alle infrastrutture essenziali, nonché la grave situazione umanitaria, lo rendono dolorosamente evidente. Queste condizioni” ha sottolineato “richiedono rinnovati sforzi per una cessazione immediata della violenza e un orizzonte politico credibile, in grado di rispondere alle legittime aspirazioni di tutti i popoli coinvolti. Tutti gli Stati, specialmente quelli che esercitano un’influenza nella regione, hanno la grave responsabilità di sostenere la distensione e la risoluzione pacifica”.

Coraggio politico e persona al centro

Un secondo passaggio è stato dedicato alla diplomazia preventiva e alla mediazione che, è stato evidenziato, “richiedono pazienza, coraggio politico e disponibilità all’impegno. Il costo del dialogo può sembrare elevato; il costo della sua assenza è inevitabilmente più alto. Infatti, la mediazione non è semplicemente una questione di gestione delle crisi, ma piuttosto il lavoro paziente di ricostruire relazioni e ripristinare la fiducia”. Infine, ogni soluzione politica deve porre al centro la persona umana. “Gli accordi politici non possono durare se non rispondono alle legittime speranze e necessità dei popoli. La pace non è sostenuta solo dalle istituzioni, ma anche da comunità capaci di fiducia, solidarietà e speranza. Pertanto, è indispensabile sostenere le agenzie e le istituzioni delle Nazioni Unite che forniscono istruzione, assistenza sanitaria e aiuti alle persone sfollate e alle comunità di rifugiati”.

Pazienza e diligenza nel perseguire una pace globale e duratura

Poi l’appello per la risoluzione di tutti i conflitti in corso in Medio Oriente. “La Santa Sede esorta a porre immediatamente fine all’escalation militare in atto in Libano e chiede sforzi concertati, pazienza e diligenza nel perseguire una pace globale e duratura, affrontando anche la situazione relativa all’Iran. Inoltre, è imperativo che cessino ogni forma di aggressione, che venga affrontata la drammatica situazione umanitaria a Gaza e che venga tracciata una via verso una soluzione a due Stati. I popoli del Medio Oriente” ha concluso la Delegazione “meritano di meglio che rimanere intrappolati in un ciclo di crisi ricorrenti. Meritano un futuro basato sulla giustizia, la sicurezza, la riconciliazione e la speranza”.

Vatican News


sabato 6 giugno 2026

UN'UMANITA' ALTERNATIVA

 


LA SFIDA DI PAPA LEONE 

PER UN'UMANITA' 

ALTERNATIVA


-di Giuseppe Savagnone 


La sfida

Magnifica humanitas non è un’enciclica sull’intelligenza artificiale. Certo, parla anche di questo. Ma è molto di più. In realtà essa si occupa dell’IA solo in quanto emblematica di una svolta epocale della nostra civiltà, in cui, nel contesto della rivoluzione digitale, il senso della persona sembra essere misconosciuto e modellato su quello delle macchine.

Papa Leone denuncia questo trend e, in nome di tutta la tradizione dell’insegnamento sociale della Chiesa, propone una visione radicalmente alternativa, richiamando l’analoga iniziativa – a suo tempo percepita come rivoluzionaria – del suo omonimo: «Con questo spirito, nel 1891 Leone XIII ha pubblicato l’Enciclica Rerum novarum, di cui con viva riconoscenza celebriamo quest’anno il 135° anniversario» (n.3).

Il parallelismo tra i due documenti è dato dall’essere stati entrambi ispirati dalla profonda crisi antropologica determinata da una rivoluzione industriale. Quella a cui ha dovuto dare risposta la Rerum novarum capovolgeva il rapporto tra l’essere umano e il suo strumento di lavoro perché, con la scoperta della macchina a vapore, quest’ultimo diventava il vero protagonista, rispetto a cui l’operaio diventava un “inserviente”. Oggi la rivoluzione digitale, con l’avvento dell’IA, addirittura conferisce a questo strumento una soggettività che sembra renderla autonoma e perfino darle un predominio rispetto alle persone umane.

Il vero pericolo non sono le macchine

Il pericolo, però, nell’uno e nell’altro caso, non risiede nelle innovazioni tecnologiche. L’enciclica respinge decisamente la tentazione di demonizzarle: «La tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto “fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 69)» (n.4).

Al tempo stesso, tuttavia, appare inadeguato il luogo comune secondo cui la tecnica sarebbe di per sé neutra, cosicché i problemi nascerebbero esclusivamente dall’uso che se ne fa. Come osserva il papa, in quanto è basata sulla logica dell’efficienza e della produttività, «la tecnica non è un semplice strumento e (…), quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante» (n.92).

E la minaccia che, secondo Prevost, oggi corriamo nel tempo dell’IA, è che «la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche» (n.92).

In realtà, la logica puramente funzionale delle macchine diventa realmente pericolosa perché alcuni gruppi di potere la utilizzano per i propri scopi e, mascherando tali interessi dietro una finta asetticità, veicolano attraverso di essa una cultura e delle forme di vita personale e sociale funzionali ai loro interessi: «La tecnologia (…) non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa» (n.9).

Non è più lo Stato la minaccia, ma «attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi» (n.5). E «quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze» (n.95).

La posta in gioco

La posta in gioco, in definitiva, è l’identità dell’essere umano. Una cultura ispirata alla logica delle nuove macchine «lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti. In una simile prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come fine in sé, mai strumentalizzabile» (n.51).

Questa, che papa Leone definisce una «ideologia» (contrariamente alla tesi corrente che esse siano morte), è agli antipodi della concezione che la Chiesa, sulla base della Rivelazione, ha della persona. «Al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario (cfr. Gen 1,26-27). (…) La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (n.50). Perciò «il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone» (n.51).

Misconoscere questa verità fondamentale non è solo un errore teorico, ma ha conseguenze drammatiche sul piano pratico. Un esempio particolarmente impressionante è la riduzione del lavoro umano da espressione della persona a mero strumento, soggetto alla logica efficientista delle macchine e modellato su di essa: «Oggi, l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro (…). I lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora» (n.150).

Il venir meno del bene comune

A essere tradita, in questa visione distorta delle persone, è prima di tutto la loro dimensione relazionale, ancora una volta centrale nella prospettiva cristiana: «Costitutivamente fatta per la relazione, ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato» (n.50).

Questa concezione viene meno nella visione odierna della società come somma di individui, ognuno dei quali ha il diritto di cercare il proprio interesse, prescindendo da quello degli altri: «È un’illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contribuire al bene di tutti, senza doversi realmente preoccupare degli altri (…). Il bene comune è un plus, risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca che collega diverse azioni, iniziative, sforzi e decisioni. Se si sommassero semplicemente i beni individuali, non si potrebbe spiegare l’esistenza di questo plus che li supera e allo stesso tempo li arricchisce» (n.61).

Perciò è indispensabile l’intervento dello Stato, non solo per redistribuire la ricchezza prodotta dall’economia, ma per impostarne correttamente i processi: «Nell’epoca dell’IA e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione» (n.163).

Tutto questo, proiettato a livello planetario, comporta la dura condanna del papa nei confronti delle «nuove schiavitù» che la logica del profitto produce, a dispetto della «mano invisibile». A questo proposito Leone non passa sotto silenzio l’indifferenza o addirittura la complicità della Chiesa nei confronti di quelle del passato. «Si tratta di una ferita nella memoria cristiana a cui non possiamo considerarci estranei (…). Per questo, a nome della Chiesa, domando sinceramente perdono» (n.176).

Una condanna che si allarga alle nuove forme di colonialismo che nell’era digitale assumono «un volto inedito» (n.178), ma non meno disumano. E, più in generale, a tutte le offese che la logica del potere infligge oggi agli esseri umani, come emerge anche dagli scenari internazionali: «Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze» (n.185).

La torre di Babele e il modello di Neemia

Ma questo, denuncia papa Leone, è una sfida a Dio, oltre che agli esseri umani. Per questo, per evidenziarne la drammatica gravità, la paragona a quella con cui, nel racconto biblico, gli uomini costruirono la torre di Babele, simbolo di arroganza e di orgoglio illimitato.

Alla vicenda di Babele, conclusasi nel caos dell’incomunicabilità, il papa contrappone quella di Neemia, che, davanti alle rovine di Gerusalemme, ne intraprende la ricostruzione chiamando a parteciparvi tutte le componenti del popolo. «Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme» (n.9).

Da qui la pressante esortazione: «Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni (…) Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio (…) trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità» (n.10).

I poveri, i migranti e la guerra

Su alcuni punti l’enciclica si presenta come una vera e propria sfida agli slogan e alla prassi delle nostre società. Sono questi aspetti che, secondo il papa, la rendono purtroppo immagine della torre di Babele. Così quando Leone ricorda che tutta la tradizione cristiana, pur legittimando la proprietà privata, l’ha sempre subordinata alla destinazione universale per cui «i beni della terra – il suolo, l’acqua, l’aria, le risorse naturali – sono donati da Dio all’intera famiglia umana perché sostengano la vita di tutti, oggi e nelle generazioni future, e che ogni persona ha un diritto originario all’uso di tali beni» (n.65).

Ciò è in radicale contrasto con ciò che accade oggi: «La ricchezza mondiale è cresciuta in termini assoluti, ma si è accentuata la concentrazione in poche mani e si sono allargati gli squilibri, sia tra i Paesi sia all’interno di uno stesso Paese» (n.161).

Sulla stessa linea anche la presa di posizione di Leone sul problema dell’accoglienza, in un momento in cui sia negli Stati Uniti che nei Paesi europei viene esaltata una logica sempre più difensiva e addirittura si parla di “reimmigrazione”: «Un banco di prova decisivo per la giustizia sociale oggi è rappresentato dalla condizione dei migranti, dei rifugiati e di quanti sono costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali. Il modo in cui una società li tratta mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità» (n.81).

Un altro punto in cui la divaricazione è netta è quello delle armi e della guerra. Il papa ricorda che anche durante la guerra fredda il problema era di contribuire tutti alla costruzione della pace attraverso un progressivo disarmo. «Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso» (n.190).

Alla base, c’è «la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche», perché «le industrie degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai conflitti» (n.193).

Sfidando «un falso realismo che ripete che alternative non esistono» (n.188), Leone dichiara senza mezzi termini, sulla linea dei suoi predecessori, che «oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto» (n.192).

L’enciclica fa dei chiari riferimenti ai conflitti in corso: «Riemerge la tentazione di costruire l’identità collettiva contro un nemico, alimentando narrazioni in cui ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa (…) La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso “diritto del più forte”» (n.202).

L’appello

Alla fine, ritornano le parole con cui si apre l’enciclica: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (n.1).  

Citando Tolkien, il papa invita non solo tutti i fedeli, ma tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a realizzare questa scelta cominciando dalla loro piccola cerchia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» (n.213). Anzi, cominciando da sé stessi. Perché «la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi» (n.130).

www.tuttavia.eu

Immagine di Gandalf’s Gallery da Flickr