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giovedì 23 luglio 2026

CAMBIARE L'UOMO

 


Cambiare l’uomo,

 perdere

 

la libertà


Fascismo e comunismo, pur diversi, condivisero l’idea utopica di creare un “uomo nuovo”.

 

La storia mostra i rischi di ogni progetto politico che pretende di trasformare la natura umana.


di Pasquale Hamel

 

Uno degli aspetti più interessanti della riflessione filosofica sul Novecento riguarda ciò che ideologie profondamente diverse, e spesso ferocemente nemiche, hanno condiviso sul piano antropologico: l’idea che la politica possa cambiare la natura dell’uomo.

Affermare questo non significa sostenere che fascismo e comunismo siano equivalenti. Le loro origini, i loro obiettivi e i loro fondamenti teorici sono profondamente differenti. Tuttavia, alcuni dei maggiori filosofi e storici del secolo scorso hanno osservato che entrambi furono animati da una comune ambizione: costruire una società perfetta attraverso la creazione di un “uomo nuovo”.

Questa idea rappresenta una rottura con una tradizione di pensiero che va da Aristotele fino al liberalismo moderno. Per Aristotele, la politica serve a creare le condizioni affinché gli uomini possano vivere bene, non a trasformare la loro essenza. Anche la tradizione cristiana, da Sant’Agostino a Pascal, ha sempre riconosciuto il limite costitutivo della natura umana: l’uomo può migliorare, educarsi, crescere moralmente, ma non può essere rifondato da un potere terreno.

Con la modernità nasce invece un’ambizione diversa. La politica non vuole più soltanto governare la società, ma rigenerarla. È qui che alcuni studiosi individuano l’origine delle grandi utopie politiche.

Lo storico Emilio Gentile ha mostrato come il fascismo fosse molto più di un semplice regime autoritario: era una “religione politica”. Il suo obiettivo non era soltanto conquistare il potere, ma plasmare una nuova umanità attraverso lo Stato, la scuola, la propaganda, l’organizzazione del tempo libero, il culto della disciplina e della nazione. Il mito dell'”uomo nuovo fascista” era parte integrante di questo progetto.

Anche il comunismo rivoluzionario, pur partendo da presupposti completamente diversi, immaginava la nascita di un uomo liberato dall’alienazione, dall’individualismo e dalla proprietà privata. François Furet, nel suo studio sul comunismo del Novecento, osserva che il fascino esercitato da questa ideologia derivava anche dalla promessa di una rigenerazione totale della società. Leszek Kołakowski, dopo essere stato marxista, arrivò a sostenere che il problema nasce quando la politica pretende di sostituirsi all’etica, alla religione e perfino alla coscienza individuale.

Jacob Talmon parlò di “democrazia totalitaria” per descrivere quei sistemi che, convinti di possedere la verità della storia, ritengono legittimo comprimere la libertà presente in nome della felicità futura. Se esiste un modello perfetto di società, chiunque vi si opponga non è più soltanto un avversario politico, ma un ostacolo al progresso.

Eric Voegelin spinse questa riflessione ancora oltre. Secondo lui, le grandi ideologie moderne sono il tentativo di “immanentizzare l’escaton”, cioè di realizzare nella storia quella perfezione che le religioni avevano sempre collocato oltre la storia. Il paradiso viene trasferito sulla terra e la politica assume un compito quasi salvifico. Ma proprio questa pretesa, secondo Voegelin, apre la strada ai totalitarismi: se il fine è la redenzione dell’umanità, ogni mezzo può apparire giustificato.

Karl Popper, ne La società aperta e i suoi nemici, formulò una critica destinata a diventare un classico della filosofia politica. Distinse tra la riforma graduale delle istituzioni e l'”ingegneria utopica”. Quest’ultima nasce dalla convinzione che sia possibile progettare razionalmente una società perfetta. Il problema è che nessuno possiede una conoscenza sufficiente della realtà umana per prevedere tutte le conseguenze delle proprie decisioni. Per questo, osserva Popper, le utopie finiscono spesso per ricorrere alla coercizione: quando la realtà non coincide con il progetto, si cerca di cambiare la realtà con la forza.

Anche Augusto Del Noce vide nel Novecento il tentativo di costruire una civiltà che, recidendo ogni riferimento a una dimensione trascendente, attribuiva alla politica un compito assoluto. Quando lo Stato pretende di definire il bene, il vero e perfino ciò che l’uomo deve essere, il potere non incontra più limiti.

Hannah Arendt, infine, colse un elemento decisivo. Il totalitarismo non mira soltanto all’obbedienza. Mira alla trasformazione dell’individuo. Vuole eliminare la spontaneità, la pluralità e la libertà di giudizio, perché un uomo capace di pensare autonomamente rappresenta sempre un limite al potere assoluto.

La grande lezione del Novecento, allora, non consiste nel diffidare degli ideali. Gli ideali sono indispensabili. Il problema nasce quando un ideale pretende di conoscere definitivamente ciò che l’uomo deve essere e affida alla politica il compito di realizzarlo.

La democrazia liberale parte invece da un presupposto molto più modesto e, forse proprio per questo, più realistico: l’uomo è imperfetto. Lo sono i governanti, lo sono i cittadini, lo sono le istituzioni. Per questo servono limiti al potere, pluralismo, libertà di critica e corpi intermedi. Non perché la democrazia prometta il paradiso, ma perché sa che nessun uomo e nessuna ideologia possono costruirlo.

Forse è questa la differenza più profonda tra le utopie politiche e una società libera: le prime promettono di creare un uomo nuovo; la seconda si accontenta di difendere la dignità e la libertà dell’uomo reale.

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sabato 13 giugno 2026

IL PAPA, LA TRAGEDIA, LA FARSA

 La Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

-di Giuseppe Savagnone 

 Il papa in Spagna

Il viaggio in Spagna di Leone XIV – il primo di un pontefice dopo 15 anni – si è trasformato, al di là di ogni previsione, in una trionfale legittimazione del ruolo al tempo stesso spirituale e politico del cattolicesimo in questo momento storico, e non solo per la Spagna.

Dopo secoli di imperante tradizione cattolica, il paese iberico negli ultimi decenni era diventato, anche per reazione al periodo franchista, un esempio di secolarizzazione estrema, di cui lo zapaterismo, con le sue scelte in campo etico, aveva rappresentato l’emblema. E su questa linea si è mosso, anni dopo, l’attuale premier socialista Pedro Sánchez, a cui si devono ultimamente anche l’approvazione di una legge sull’eutanasia e la proposta di inserire nella Costituzione il diritto di abortire.

Agli antipodi del governo socialista la destra estrema di «Vox», schierata contro il premier sulle questioni bioetiche, ma polemica nei confronti dell’episcopato spagnolo in merito all’accoglienza dei migranti, a cui, invece, Sánchez ha sempre guardato come a una risorsa, piuttosto che come a una minaccia, arrivando a regolarizzarne pochi mesi fa ben cinquecentomila.

Alla luce di questo quadro problematico, la scelta di papa Prevost di fare questo viaggio si presentava come un azzardo. Si puntava, naturalmente, su una partecipazione calorosa da parte di una minoranza di persone rimaste fedeli alla Chiesa, ma che si pensava sarebbe stata pur sempre una minoranza.

Quello che non si prevedeva erano le folle oceaniche che hanno accolto il pontefice a Madrid, a Barcellona e nelle Canarie, e che hanno risposto con entusiasmo al suo messaggio.

Perché papa Leone non si è limitato a portare il santissimo per le strade gremite della capitale e a compiere gesti simbolici di grande effetto, come quello di rivolgersi in catalano ai barcellonesi. Ha parlato. E ha parlato chiaro, senza timore di infrangere dei tabù culturali della sinistra, come quelli legati all’aborto e al fine vita, riuscendo però a evidenziare che le posizioni della Chiesa cattolica su questi temi non si possono ridurre alla difesa di uno sterile moralismo, ma scaturiscono da una visione – esposta con grande efficacia nella recente enciclica «Magnifica humanitas» – che mette al centro la dignità sacra della persona umana e giustifica, contro le resistenze della destra, i diritti dei migranti e il rifiuto della corsa al riarmo e del ricorso alla guerra.

Sta di fatto che, alla fine del discorso tenuto davanti al Parlamento spagnolo riunito, in cui ha ribadito questi punti, Leone ha ricevuto una standing ovation di sette minuti – la più lunga che si ricordasse, almeno dall’incoronazione di Filippo VI – da tutti i partiti.

Un altro aspetto oggi di estrema attualità toccato dal papa, parlando al Corpo diplomatico e alle autorità civili, ha riguardato la possibilità di una pacifica e feconda coesistenza delle tre grandi religioni mediterranee. Prendendo le mosse dalla lunga presenza dell’Islam nella Penisola iberica, Prevost ha sottolineato che allora «si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei», facendo notare che, contro la ricorrente tesi dello “scontro di civiltà”,  «questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza».

La farsa

Questa dimostrazione, da parte del capo della Chiesa cattolica, di saper superare la logica conflittuale delle contrapposizioni ideologiche e religiose, (ri)proponendo un messaggio evangelico troppo spesso dimenticato e frainteso, arriva in un momento in cui l’Occidente, emancipatosi con orgoglio dalla sua anima cristiana, si ritrova a non averne nessuna.

Abbiamo tutti sotto gli occhi la disastrosa situazione – culturale, prima che politica – del Paese che ha costituito, dalla seconda guerra mondiale in poi, il punto di riferimento del mondo occidentale, gli Stati Uniti. La seconda presidenza di Donald Trump sta davvero avendo, come lui si proponeva, una portata epocale, ma nel senso opposto a quello promesso. L’età dell’oro solennemente proclamata si è trasformata nella più buia stagione della democrazia americana.

Non solo e non tanto per le singole scelte politiche, ma per il clima in cui esse sono maturate e sono vissute. Il narcisismo esibizionista del presidente ha trasformato la politica degli Stati Uniti – e, per riflesso, quella dell’intero pianeta –  in una immensa scena teatrale, in cui l’incontrastato protagonista sembra recitare il copione di una di quelle opere teatrali di Beckett o di Ionesco che, alla metà del secolo scorso, diedero vita al “teatro dell’assurdo”.  Anche se forse sarebbe più appropriato parlare di una farsa.

Perché solo così si possono qualificare le evidenti falsità e le continue contraddizioni, diffuse senza soluzione di continuità ai quattro venti, che hanno indotto alcuni osservatori a parlare di una possibile instabilità mentale dell’inquilino della Casa Bianca.

L’ultimo scenario è quello dell’attacco gratuito e illegale all’Iran, motivato da Trump con una grave minaccia incombente (che tutti i responsabili dell’Intelligence americana hanno pubblicamente smentito) e rivelatosi fallimentare sotto tutti i profili, ma esaltato dal presidente come una doverosa missione e un successo storico.

In realtà, il risultato, fino a questo momento, è non solo il mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati – il cambio di regime, la consegna delle riserve di uranio e la smobilitazione dell’arsenale missilistico iraniano – ma, paradossalmente, la nascita di un problema che non esisteva prima della guerra: quello della libera circolazione nello stretto di Hormuz. Con la gravissima crisi economica mondiale che ne sta derivando e che sta inducendo il presidente americano a cercare disperatamente di porre fine alla sua folle avventura, senza peraltro riuscirci.

Rientrano nell’aspetto farsesco le continue uscite, in cui Trump alterna minacce apocalittiche a dichiarazioni – la CNN ne ha contate trentotto – in cui assicura che la pace è quasi raggiunta. Per non parlare del rapporto con Netanyahu, secondo molti osservatori il vero promotore di questa guerra, disastrosa per tutti, anche per Israele, ma funzionale alla conservazione del potere da parte del premier israeliano. Trump continua a ripetere di essere lui a controllare pienamente il suo alleato, ma i fatti lo smentiscono, perché questi mostra di ignorare platealmente gli inviti alla moderazione di Washington e procede imperterrito per la sua strada.

In questo contesto, il presidente americano è rimasto molto deluso e amareggiato di non avere ricevuto il premio Nobel per la pace, che riteneva di meritare. Una nota comica che coinvolge indirettamente anche il nostro Paese, perché la presidente del Consiglio è stata l’unica premier occidentale a raccogliere e rilanciare questa pretesa per il prossimo anno.

La tragedia

Questa farsa, però, non fa ridere. Intanto, per il suo significato politico. In pochi mesi il presidente americano ha distrutto l’immagine di Occidente costruita dopo la seconda guerra mondiale, che implicava l’amicizia fra le due sponde dell’Atlantico. La guerra commerciale scatenata contro i suoi stessi tradizionali alleati; i toni sprezzanti e minacciosi, da parte sua e del suo vice Vance, nei confronti dell’Europa; l’ambiguo rapporto col presidente russo Putin, hanno creato una situazione di incertezza e di diffidenza, a cui purtroppo i governi europei non hanno saputo rispondere rafforzando l’aspetto politico della Ue e scegliendo invece di procedere in ordine sparso sulla via di una maggiore autonomia militare dall’alleato americano.

L’unica linea politica comune che in questo momento l’Europa sta riuscendo a elaborare è, paradossalmente, una riedizione di quella trumpiana di chiusura delle frontiere e di deportazione dei migranti, di cui Meloni si vanta di essere stata la promotrice a livello europeo. L’Occidente sembra sopravvivere, tragicamente, solo in questo ripiegamento su un sovranismo che lo chiude alle esigenze degli altri popoli.

L’altro punto di accordo con gli Stati Uniti è la complice tolleranza di fronte a ciò che Israele da più di due anni sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, e ora anche in Libano, sotto gli occhi imbarazzati dei governi europei. Mentre l’opinione pubblica è sempre più impressionata dai documentatissimi crimini dello Stato ebraico, i governi sembrano incapaci, a differenza di quanto mostrato nei confronti della Russia, di intervenire con sanzioni perfino quando, come nel caso dell’abbordaggio illegale alla Flotilla, la violenza e l’arroganza dei governanti e dei militari di Tel Aviv si sfogano sui loro cittadini.

Ma la tragedia più grande è la cancellazione delle regole del diritto internazionale, che implicavano una limitazione della forza in nome del rispetto per le persone e per i popoli. È stato ancora una volta Trump a teorizzare che ormai il diritto coincide con il potere del più forte.

Lo ha detto e lo ha fatto. Così egli ha potuto senza problemi proporre di trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso, sulle macerie delle case dei due milioni e mezzo di palestinesi che la abitavano. E aggredire con la sua soverchiante forza militare il Venezuela, non per instaurare la democrazia, ma per farsi cedere le risorse petrolifere del paese. Senza suscitare una reazione internazionale di condanna, anzi incassando l’approvazione della sua (allora) amica Meloni, che ha parlato di una «legittima operazione difensiva»

Al di là della tragedia e della farsa

Acquista tutto il suo significato, in questo contesto, il recente scontro tra il presidente americano e papa Leone, da lui accusato di essere «pessimo in politica estera». E di stare «mettendo in pericolo molti cattolici», per la sua ferma opposizione – ribadita durante il viaggio in Spagna – alla guerra in Iran, definita «ingiusta» e, più ampiamente, alla politica di riarmo promossa da Trump e fatta propria dai Paesi europei. Quella del pontefice è stata la sola voce a levarsi in questo senso nel mondo occidentale.

Così come ora, con la Magnifica humanitas – vero e proprio “manifesto” di un umanesimo ispirato ai valori cristiani della fraternità e della pace – e con il viaggio in Spagna, papa Leone appare il solo ad essere in grado di proporre un messaggio veramente alternativo alla rappresentazione offerta da Trump e sostanzialmente subita dagli altri leader occidentali.

Di fronte a un Occidente che sembra non avere più criteri di umanità e calpesta la vita di tutti coloro che non hanno voce – dai bambini non nati ai poveri e ai migranti – in nome di una logica egoista ed efficientista, la Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

www.tuttavia.eu


 

 

giovedì 11 giugno 2026

NOI SIAMO I TEMPI

 


 Leone in Spagna, perfetta letizia





-di ROSANNA VIRGILI

«Siate voi migliori e i tempi saranno migliori

Noi siamo i tempi»! Antonio Banderas esplode nella climax del suo discorso davanti a papa Leone mentre tutta la platea del Movistar di Madrid corrisponde il suo consenso con un applauso scrosciante.

La star che rappresentata la Spagna nel cinema mondiale cita Sant’Agostino e la sua concezione del tempo che – come è noto – è continua costruzione “spirituale” in un presente fatto di movimento, d’opportunità, di promessa. Riconosce alla Chiesa di essere stata la più grande produttrice d’arte nella storia e di aver dato al Volto del Cristo il primato d’essere “immaginato” più di ogni altro al mondo.

E la sera di domenica 7 giugno nell’Arena castigliana quel Volto sembra assumere un’ulteriore incarnazione fatta di migliaia di volti protesi a guardare, ad ascoltare, ad accogliere, ad abbracciare la trasparenza del viso del Papa. Tutt’altro che un idolo per gente in gran parte, non credente, attori, cantanti, danzatrici di flamenco, Rettori ed economisti di un Paese – come la Spagna – laico e “secolarizzato”, come si diceva una volta. Ma un Paese in busqueda e pure in cercania, che si presenta mite anch’esso, che sembra consapevole di non potersi salvare da solo e non crede, e non vuole nemmeno farlo.

Un popolo immenso che si riversa spontaneamente sulle strade, nelle arene, negli stadi, nelle chiese, nelle piazze, di giorno e di notte come raramente accade nei Paesi – ricchi – del Vecchio Continente. Se gli fai la domanda: perché siete qui? Rispondono: per salutare con riconoscenza chi viene a farci visita per pura amicizia, per stima e gratitudine. 

Una perfetta letizia

Chi non c’è stato credo non possa immaginare il tipo di “trionfo” che ha avuto il Papa in Spagna nei giorni passati. Anzi: non lo chiamerei trionfo, ma incontro come tra due che si cercano, che nutrono un’attesa e che finalmente possono liberare ‒ trovandosi ‒ una perfetta letizia! Vi ringrazio per l’“alegria” ha detto più volte, col pudore che gli è tipico, Papa Leòn. Mentre attendeva con docilità al fitto programma, non riusciva a nascondere tuttavia dove tenesse il cuore: negli occhi della gente! La sfiorava con occhiate furtive, con sorrisi inevitabili, con la spontaneità di chi è felice per quella sorprendente sintonia. Così Papa Leone è stato testimone di una Chiesa “disarmata” quindi tenera, vicina, amica. Accanto, insieme, dentro il desiderio di dignità e di luce morale, di armonia intellettuale, di bellezza spirituale di cui ha sete la gente non solo in Spagna. Il discorso che il Papa ha fatto nell’incontro coi membri del Parlamento la mattina di lunedì 8 giugno è stato, appunto nel segno del «dialogo con i popoli e con gli Stati». «La Chiesa cammina con l’umanità», ne condivide le speranze e le ferite, ascolta le domande di ogni epoca e si lascia interpellare «da tutto ciò che riguarda l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi». Così ha esordito mettendo in chiaro la ragione per cui ha accettato l’invito a rivolgersi al Parlamento di un Paese che rappresenta tutti e non solo i cattolici. Una premessa che avremmo ritenuto ormai scontata, in Occidente, ma che torna invece a dover essere riconfermata a fronte di chiese e di nuove comunità cristiane che pretendono di mettere la bandiera del loro “vangelo” sui governi – o alle dipendenze ‒ dei Paesi democratici. Il Papa ribadisce la nobile distinzione evangelica: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,21) e continua il suo discorso dicendo che la Chiesa: «Riconosce “l’autonomia delle realtà terrene” e “la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica”; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune». 

Un’idea dell’umano

Mentre invita i Deputati a servire la comunità civile per mezzo delle istituzioni e delle leggi, condivide con loro la riflessione che per far ciò occorre avere un’idea dell’umano. Che non devono inventare ma rinnovare con la ricchezza della grande tradizione letteraria, filosofica, teologica spagnola. Il primo autore ad esser citato è Cervantes col suo Don Chisciotte e l’amore per la libertà che è «è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini»; e poi c’è Teresa d’Avila con la sua profondità spirituale e Miguel de Unamuno che insegna che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto»! Pensieri e ideali fondamentali per lo sviluppo della civiltà europea moderna e contemporanea. Infine il Papa si attarda a meditare sulla sapienza della scuola di Salamanca: «In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana».

A Madrid, in questi primi giorni di giugno, è apparsa un’“intuizione” per l’Europa la quale si manifesta, oggi, come sconfitta, afona, imbarbarita, bellicosa, immemore delle intelligenze e delle sapienze, delle conquiste sudate e pagate a caro prezzo, che son gettate nell’oblìo e nel disprezzo. Ma la Chiesa Cattolica nella persona del Papa risponde con amore e determinazione a quella che sente come la prima delle responsabilità: la cura e il futuro di una magnifica humanitas, dono divino, di cui la nostra civiltà è stata culla e nutrice e che oggi cerca uomini e donne cui passare il testimone.

www.avvenire.it

 

sabato 23 maggio 2026

AUTONOMIA INCOMPIUTA

 


Il compleanno

 senza candeline 


Una Regione a statuto davvero “speciale”


-di Giuseppe Savagnone

Il 15 maggio scorso ha compiuto ottant’anni la Regione Siciliana. Pochi se ne sono accorti, nessuno l’ha festeggiata. Il giudizio drasticamente negativo sull’Autonomia regionale siciliana costituisce, in un panorama politico in cui è difficile trovare due posizioni convergenti, un rarissimo caso di piena unanimità. Il sostantivo più usato, nelle riflessioni in proposito, è «fallimento». Ma, prima di chiedercene le ragioni, è forse opportuno fornire qualche notizia su un argomento di cui gli stessi siciliani sanno poco e gli altri italiani ancora meno.

Pochi, per esempio, ricordano che quello della Sicilia è l’unico Statuto che precede la nascita della Repubblica e la Costituzione (anche se fu poi da essa confermato nell’art. 116). Fu promulgato il 15 maggio 1946, quando ancora c’era la monarchia, da re Umberto II di Savoia tramite un regio decreto, pochi giorni prima del referendum del 2 giugno che segnò l’avvento del regime repubblicano e delle votazioni che, lo stesso giorno, elessero l’Assemblea costituente (notiamo di passaggio che in Sicilia la monarchia ebbe la schiacciante maggioranza del 64,7% dei voti, in linea del resto con la tendenza del Meridione).

Le motivazioni storiche di questa precedenza, rispetto alle altre regioni a statuto speciale, nonché a tutte quelle ordinarie che, molto più tardi, sono state istituite, risalgono alle spinte autonomistiche operanti in Sicilia già a partire dall’Ottocento ed esplose, dopo lo sbarco nell’Isola degli Alleati, nel luglio del 1943. A rappresentarle fu il Movimento per l’indipendenza della Sicilia (Mis), che chiedeva la separazione della Sicilia dall’Italia (per un momento aleggiò perfino l’ipotesi di un suo ingresso negli Stati Uniti) e che diede vita anche a un’organizzazione paramilitare, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (Evis), di cui entrò a far parte anche il famoso bandito Salvatore Giuliano, le cui clamorose gesta criminali, compiute sotto l’etichetta dell’Evis, riempirono le cronache.

Si comprende come, per cercare di spegnere questo incendio, sia stato ritenuto necessario concedere alla Sicilia un’autonomia amplissima, che effettivamente svuotava di forza la spinta separatista, pur mantenendo l’Isola nel contesto dello Stato italiano. Lo Statuto, infatti, configura un regime che, secondo molti, faceva della Sicilia uno Stato nello Stato. Simbolico il fatto che l’organo legislativo assumesse il nome di Assemblea Regionale (ARS), ai cui membri veniva riconosciuto il titolo e il trattamento economico dei deputati del Parlamento nazionale, mentre in tutte le altre regioni, a statuto speciale come a statuto ordinario, si parla di Consigli Regionali e i membri che ne fanno parte si chiamano consiglieri.

L’Assemblea regionale siciliana aveva potestà esclusiva (cioè poteva legiferare come uno Stato sovrano, con il solo limite di rispettare le norme di rango costituzionale) in materie come beni culturali, agricoltura, ambiente, pesca, enti locali, territorio, turismo, polizia forestale. Su altre, di carattere prevalentemente sociale o di maggiore interesse pubblico (sanità, lavoro, banche, ad esempio), aveva potestà concorrente, dovendo rispettare anche i principi generali dell’ordinamento italiano. Sulle restanti ancora (le pochissime materie riservate allo Stato come le leggi di rango costituzionale, la difesa, i trattati internazionali, l’ordinamento civile, penale e processuale), soltanto potere di iniziativa, potendo comunque formulare delle “leggi-voto” che tuttavia poi sarebbero dovute essere sottoposte al Parlamento italiano.

Dopo ottant’anni…

Si trattava di poteri molto ampi – anche se in seguito in parte ridimensionati – che però da soli non potevano garantire il loro corretto uso. E già al momento del varo dello Statuto don Luigi Sturzo metteva in guardia chi fideisticamente immaginava che l’Autonomia, da sola, fosse sufficiente per far “compiere il prodigio di salvare l’avvenire della Sicilia”; il futuro per Sturzo stava, invece, tutto nella qualità e nella responsabilità delle classi dirigenti che la Sicilia si sarebbe data.

Che questa condizione non si sia realizzata lo dimostra, con dolorosa evidenza, la situazione in cui la Sicilia si trova dopo ottant’anni di governo autonomo. Un dato emblematico è la fuga dei giovani più qualificati. Ogni anno, secondo il rapporto Censis, 40.000 studenti – futuri laureati – scelgono di andare a studiare in atenei del Centro-Nord. E non con la prospettiva di tornare, finiti gli studi, ma proprio perché attratti da opportunità di inserimento nel mercato del lavoro, dopo la laurea, che in Sicilia non potrebbero mai avere.

Un disastro umano, che evidentemente impoverisce, anno dopo anno, il patrimonio umano dell’Isola, privandolo degli elementi più giovani e intraprendenti. Ma anche un disastro finanziario, che è stato calcolato in 4,1 miliardi: il valore dei cervelli che ogni anno il Sud forma…e il Nord accoglie, valorizzandoli e impiegandoli nel suo processo di sviluppo.

E poi ci sono quelli che partono dopo la laurea. Negli ultimi dieci anni oltre 56.000 laureati siciliani hanno abbandonato l’Isola. Una diaspora silenziosa, fatta di talenti che non trovano lavoro adeguato o stipendi dignitosi. Restano gli altri. In Sicilia solo 2 giovani su 10 sotto i 40 anni sono laureati. Al Centro-Nord sono il doppio.

È la cartina di tornasole di una storia in cui la classe politica è stata incapace di utilizzare le ampie possibilità createsi con l’Autonomia per promuovere lo sviluppo. Non sono mancati i soldi, che sono affluiti, soprattutto in passato, abbondanti. Ma sono stati in gran parte sprecati da una logica clientelare che a pioggia li ha distribuiti agli “amici”, invece di impiegarli per produrre effettiva ricchezza. Oppure – in particolare i fondi europei – sono stati persi per l’incapacità di elaborare i relativi progetti o anche semplicemente di spenderli nei termini tassativamente previsti.

In compenso, la macchina dell’Autonomia ha finanziato se stessa attraverso la moltiplicazione dei “posti”. Anche qui un caso emblematico può servire. In Lombardia i lavoratori forestali sono 350. In Veneto 277. In Canada, che ha un’estensione di foreste di oltre 400mila km quadrati, il corpo forestale conta 4.200 ranger. In Sicilia – dove appena l’8% del territorio è effettivamente boscato, contro una media nazionale del 38% – sono circa 20.000, compresi quelli stagionali (trimestrali o semestrali).

Alla base, una classe politica inadeguata e autoreferenziale, dedita alle lotte interne per il potere e al mantenimento dei propri privilegi piuttosto che alla soluzione dei problemi dell’Isola.  Un episodio che ha suscitato forti polemiche è stato, nel febbraio del 2023, il voto con cui i 70 deputati regionali si sono aumentati lo stipendio di 890 euro mensili, passando da una retribuzione di 11.000 euro al mese a una di 12.000, malgrado le pressioni in senso contrario da parte delle segreterie nazionali, prime fra tutte quelle di FdI e di Fi, che nell’Assemblea regionale hanno la maggioranza.

Per non parlare della presenza pervasiva della mafia nella vita politica siciliana, come del resto in tutto il tessuto sociale ed economico dell’Isola. Una presenza emblematicamente rappresentata da figure emergenti, come quelle di Salvo Lima o di Marcello Dell’Utri – mediatori tra Cosa Nostra e i poteri romani – e confermata dalla condanna di Totò Cuffaro, presidente della Regione siciliana dal luglio 2001 al gennaio 2008, per favoreggiamento verso Cosa Nostra.

Ben lungi dall’eliminare il fenomeno mafioso, l’Autonomia è convissuta con esso. Come del resto hanno denunciato, anche recentemente, i vertici della magistratura siciliana, che hanno messo in guardia dall’illusione che, dopo i duri colpi inflitti a Cosa Nostra, l’organizzazione mafiosa abbia cessato di essere un pericolo. Al contrario, è stato segnalato dai giudici, essa si è dimostrata capace di reinventarsi e di trovare nuovi spazi di azione, sfruttando le occasioni offerte da fondi del PNRR e infiltrandosi ancora più profondamente nei gangli vitali del tessuto economico e politico della Sicilia.

Tornare alla partecipazione politica

Davanti a questo quadro, non c’è da stupirsi che si sia posta la domanda se l’Autonomia non sia stata per la Sicilia una disgrazia, piuttosto che un’opportunità, e se non sia auspicabile la sua fine. Situazione paradossale, in un momento in cui alcune regioni del Nord spingono per ottenere maggiore autonomia, nella fiducia che essa consentirebbe loro di accelerare ancora la loro crescita.

Non è andata, però, sempre così. Ci sono stati alcuni momenti in cui la classe politica ha saputo gestire l’Autonomia in funzione di una reale crescita sociale ed economica. Si pensi alla votazione del 21 novembre 1950, con cui l’Assemblea regionale – dopo settimane di tensioni, emendamenti, opposizioni e speranze – approvò la legge di riforma agraria, aprendo la strada al passaggio di migliaia di ettari dalle mani dei latifondisti a quelle dei contadini. Un provvedimento che, malgrado alcuni gravi limiti, andava nel senso della giustizia e della crescita economica e civile.

Così pure, tra le manifestazioni positive della creatività consentita dall’Autonomia, va ricordato che la Sicilia è stata la prima a introdurre, con una legge regionale del 1993, l’elezione diretta dei sindaci.

E non sono mancate figure coraggiose di uomini politici siciliani, come Piersanti Mattarella, eletto presidente della Regione nel febbraio del 1978, che ha dato un chiaro impulso alla lotta contro la corruzione e la mafia, pagando con la vita nel tragico attentato del 6 gennaio 1980.

Questi esempi virtuosi – e ce ne sono altri – dimostrano che il problema non è l’Autonomia, ma l’inadeguatezza di una classe politica che in troppi casi non ha avuto la capacità e l’onestà per gestirla correttamente.

E, forse, andando ancora più alla radice, la responsabilità è di una società civile che non ha saputo impegnarsi nella vita pubblica, esprimendo le proprie migliori energie nella partecipazione alla gestione del bene comune, invece di limitarsi a curare quello privato. Alla Sicilia – come del resto, forse, a tutta l’Italia – serve un ritorno delle persone alla politica. Nel caso dell’Isola, è in gioco il senso dell’Autonomia, la possibilità che essa, da alibi per il mantenimento del degrado e dell’ingiustizia, svolga la sua vera funzione di stimolo alla crescita civile ed economica. Allora forse, in qualche suo prossimo compleanno, potremo aver voglia di accendere le candeline della torta.

www.tuttavia.eu


mercoledì 6 maggio 2026

UN NUOVO MEDIOEVO

 È prossimo un nuovo medioevo, dove gli aristocratici saranno individui sterili che complicheranno molto la vita a chi la vuole vivere come impegno civile, con e per gli altri, con e per i figli e le figlie.


Luigino Bruni

 Ogni epoca ha avuto le sue classi sociali principali, quelle da cui dipendevano la pace, le guerre, le ricchezze, le povertà, i diritti e le felicità. Nel medioevo erano aristocratici e servi della gleba, nell’età della Controriforma i proprietari terrieri e i contadini, quindi capitalisti e proletari nella società industriale. La gerarchia ecclesiastica, Papi, cardinali e vescovi, stavano nella classe dominante, quella ricca e potente, parroci, frati e suore dall’altra. C’erano poi sempre classi intermedie e localmente importanti (si pensi ai Mercanti medioevali di Venezia o Firenze, o agli artisti sempre in queste città e in altre analoghe), ma gli assi dentro i quali si svolgeva la dinamica sociale ed economica erano in genere due.

Con il nuovo millennio stanno emergendo due nuove classi, trasversali rispetto a quelle delle epoche precedenti e apparentemente molto diverse, ma che stanno determinando le dinamiche sociali, relazionali, e presto anche quelle politiche ed economiche. Sappiamo anche che, alla fine, noi esseri umani siamo molti simili sotto quasi tutti gli aspetti (vizi, virtù, fragilità, bellezze…), e queste distinzioni vanno sempre prese allo stesso modo in cui si parla del sale nelle ricette: «quanto basta», perché nessuna persona rientra mai in una categoria astratta.

Una «classe» è quella rappresentata da quelle persone che, in tutto il mondo, vivono la vita come impegno sociale, come compito spirituale ed etico. Si innamorano, poi mettono su una famiglia, spesso si sposano, e soprattutto fanno di tutto per avere figli, e se non ci riescono naturalmente li adottano, prendendo su di sé anche il rischio che ogni adozione porta con sé (insieme alla sua bellezza). È la comunità globale degli sposi, dei partner di vita, dei padri e delle madri, degli imprenditori, dei cooperatori, dei missionari, persone che decidono di investire le loro energie migliori negli anni più belli per creare qualcosa con e per gli altri. Qualche tempo fa avevo lanciato l’idea di introdurre un nuovo anello, analogo alla fede nuziale, per chi è madre o padre: per poterli riconoscere per strada, ringraziarli, esprimere loro la nostra riconoscenza. Quando vedo una persona con la fede al dito provo sempre un brivido civile positivo, che raddoppierebbe se ne vedessi anche un’altra di colore diverso che dice che quella persona ha giocato la sua vita creando nuova vita umana sulla terra, che ha speso la vita per due fedi simili e diverse: in una persona, in bambini, in un «per sempre».

Accanto a questa «classe» c’è poi l’altra. Quella, altrettanto globale, di chi non si sposa, non vive relazioni affettive stabili e pubbliche, o, se si sposa o si accompagna, decide intenzionalmente di non avere figli. I motivi sono molti, e non voglio sottoporli a giudizio. Alcuni presentano queste scelte con un «rivestimento etico»: «Come potrei mettere al mondo un figlio in questo mondo tremendo?». In genere, questo popolo di single, o di coppie fatte dalla somma di due single, non amano i legami forti, in particolare non li amano nei confronti di umani. Infatti, molti di questi vivono con uno o più animali, in genere cani e gatti, che sono molto amati perché non hanno le note tipiche degli esseri umani: la libertà, i conflitti e la reciprocità. Spesso amano molto la natura, vivono vite sane, sono salutisti, molto preoccupati della loro forma fisica e hanno paura del loro invecchiamento. Sono spesso ottimi lavoratori e, ancor di più, lavoratrici, affidabili e devoti all’impresa, fanno ottime carriere, e si ritrovano spesso anche con molti soldi (che non sanno neanche come spendere). Sono mescolati con tutti gli altri, non sono più antipatici della media; sono meno generosi, e quindi meno generativi (le due parole sono quasi sinonimi).

Si possono però riconoscere da alcuni indicatori. Il primo è la mancanza di letizia e di gioia di vivere, che viene coperta dal divertimento e dall’allegria adrenalinica di brevissimo periodo (gite, vacanze, aperitivi, magari un po’ di droga ogni tanto). Non sono felici, sono solo allegri transitori, appagati dalle gioie che possono procurare cani, gatti e vacanze viaggi. Il secondo indicatore è la mancanza di amici profondi e veri, che vengono sostituiti da conoscenti e compagni, anche qui transitori e a basso investimento, perché legati soltanto a una specifica attività (vacanza, montagna, ristorante…), che si attivano solo in quel contesto, senza alcuna quotidianità. Il terzo è la grande quantità di tempo dedicata alla cura di sé, che prende quasi interamente il posto della cura degli altri.

Se non cambia qualcosa nella nostra cultura globale, quella che si esprime nelle serie TV, nei film, nei talk show, nei romanzi, questa seconda classe di celibi e nubili diventerà sempre più la classe dominante e, come ogni classe dominante, imporrà a tutti gli stili di vita, le regole del gioco, le politiche, fiscali ed economiche. È prossimo un nuovo medioevo, dove gli aristocratici saranno individui sterili che complicheranno molto la vita a chi la vuole vivere come impegno civile, con e per gli altri, con e per i figli e le figlie. 

Messaggero di sant'Antonio 


 

giovedì 30 aprile 2026

LA BRIGATA EBRAICA

 L’esclusione

 della Brigata ebraica

 e lo spirito

del 25 aprile



-di Giuseppe Savagnone 

Una festa mancata dell’unità nazionale

Il colpo di scena che ha portato al fermo di Eithan Bondi – l’ebreo ventunenne che a Roma, il 25 aprile, ha sparato con una pistola ad aria compressa su una anziana coppia di appartenenti all’Associazione nazionale partigiani – viene a coronare, e al tempo stesso a ravvivare, l’acceso dibattito suscitato dai fatti di quella giornata, che avrebbe dovuto essere di festa nazionale, e che invece ha scatenato aspre divisioni.

I fatti sono noti. A Milano, la Brigata ebraica – benemerita della lotta per la liberazione dell’Italia dai nazisti e tradizionalmente protagonista, con tutte le alte forze antifascista, della sfilata che celebra la Resistenza – quest’anno è stata oggetto di violente contestazioni, al punto da spingere le forze di polizia incaricate di garantire l’ordine a chiederle di lasciare il corteo, per evitare il peggio. Fattore scatenante, le bandiere con la stella di David portate da alcuni suoi membri.

Una soluzione oggettivamente mortificante del diritto che queste persone avevano, come tutti gli altri, di manifestare senza nascondere la propria identità. In realtà non sono stati i soli a subire atti di intimidazione. Anche alcune bandiere ucraine, innalzate da sostenitori della causa di Kiev, sono state bruciate. Ma il punto più caldo dello scontro è stato senza dubbio quello che ha coinvolto i rappresentanti della comunità ebraica milanese, il cui presidente, Walker Meghnagi, ha accusato per questo l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di antisemitismo: «L’ANPI», ha detto, «ha organizzato tutto questo perché sin dall’inizio aveva detto no agli ebrei (…). Siamo stati espulsi, cacciati dal corteo, in un modo assurdo, vergognoso. Siamo italiani di religione ebraica e siamo andati a onorare i caduti che hanno liberato l’Italia»

Dichiarazioni che, in risposta, il presidente dell’ANPI ha definito «farneticanti», promettendo querele. Ma il problema non riguarda solo l’ANPI, perché coinvolge tutta la sinistra. In corteo, con la Brigata ebraica, c’era anche Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, che ha riferito con giusta indignazione di aver sentito gridare contro i manifestanti ebrei: «siete solo saponette mancate». Espressione inqualificabile dell’odio raziale di una sinistra con cui a questo punto – ha detto l’esponente PD in un’intervista al «Corriere della Sera» – per «le comunità ebraiche e i mondi a loro collegati» è «ormai impossibile» dialogare.

Lo stesso giorno, a Roma, un motociclista con casco integrale aveva sparato, colpendoli leggermente, a una coppia di anziani militanti dell’ANPI. Ma questo episodio aveva avuto assai minore risonanza, sia per la mancanza di elementi, sia perché la maggioranza di destra aveva soprattutto enfatizzato, come un ennesimo episodio di antisemitismo, i fatti di Milano. Al punto che la premier, nell’accusare in un post a fine giornata «quelli che dicono di difendere libertà e democrazia», al fatto di Roma non aveva neppure accennato.

Processo alla sinistra

Durissimi, invece, i commenti della stampa e della politica riguardo alla vicenda milanese. Sul «Corriere della Sera» Maurizio Caprara, in un articolo intitolato «Se la sinistra perde la bussola della memoria antifascista», ha scritto: «Quella del 25 aprile tra Corso Venezia e via Senato a Milano è stata una delle pagine più cupe nella storia della sinistra italiana. A chiedere di cacciare la Brigata ebraica dal corteo non erano solo fanatici invasati, ma donne dall’aria tranquilla, ragazze in abiti estivi che nella Gaza retta da integralisti islamici non sarebbero mai consentiti, popolo della sinistra (…). E preoccupante è sentir gridare “assassini” a italiani con la stella di Davide».

Netta la presa di posizione del governo. Riferendosi a quanto accaduto, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha criticato la cautela di alcuni commenti di fronte alla violenza subìta dai membri della comunità ebraica: «Trovo grave che non si parta dalla denuncia secca, ma si facciano manovre diversive», parlando della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce» – ha sottolineato – «perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».

Ed è di questi giorni un articolo di Massimo Recalcati su «Repubblica», intitolato «Complesso di superiorità», dove il quadro si allarga ulteriormente: «Esiste una tentazione ricorrente di una parte della sinistra italiana: quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera. Dovremmo rileggere oggi, dopo i fatti accaduti nella piazza di Milano in occasione della celebrazione del 25 aprile, la lezione profetica di Marco Pannella quando evocava l’esistenza di un “fascismo di sinistra”. Non è forse quello che inevitabilmente accade quando si pretende di essere i soli interpreti della verità? Di farsi giudici di chi ha o meno il diritto di partecipare a una grande festa nazionale?»

Per Recalcati quello che è accaduto a Milano è «la confusione delle gravissime responsabilità del governo Netanyahu con l’identità storica e morale del popolo israeliano». A questo punto, «la festa della liberazione non sembra riguardare il popolo italiano, ma solo una sua parte che si arroga il diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori invitando gli altri a disertarlo o più semplicemente a tacere», senza rendersi conto che così, mentre si protesta contro il totalitarismo, la festa della liberazione non sembra riguardare il popolo italiano, ma solo una sua parte che si arroga il diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori invitando gli altri a disertarlo o più semplicemente a tacere». L’autore concludeva osservando che «non c’è niente di più paradossale nel vedere che movimenti sorti nel nome della liberazione provochino fenomeni di negazione della libertà».

Alcune considerazioni

Condivido senza riserve le critiche ai limiti della cultura della sinistra, che sono stati probabilmente alla radice della sua incapacità, anche politica, di rinnovare il paese, quando i partiti che la rappresentano sono stati al governo, e che forse spiegano anche la sua scarsa incisività nel fare opposizione.

Una sola considerazione, ma di fondo, mi divide dal discorso di Recalcati. Egli cita più volte Pannella, il guru della cultura radicale, come figura alternativa all’attuale sinistra. In realtà, quella che noi chiamiamo impropriamente con questo nome, dopo la fine del marxismo ha finito per adottare precisamente il punto di vista radicale (da sempre catalogato come “di destra”), privilegiando i diritti individuali – cari soprattutto alla borghesia – e lasciando in secondo piano l’idea di una rivoluzione, o almeno di una radicale riforma, del sistema socio-economico, che portasse veramente al riscatto degli emarginati (in Italia ci sono cinque milioni e mezzo di persone sotto la socia di povertà!) e all’affermazione della giustizia. È questa la cultura – con le sue luci e le sue ombre – che continua a esercitare oggi, a volte anche con arroganza, la sua egemonia, malgrado gli sforzi (finora fallimentari) della destra di rovesciare la situazione.

Diverso, però, è attribuire alla cultura della sinistra i fatti del 25 aprile, come fanno Recalcati e tanti commentatori. Perché la protesta che ha portato all’allontanamento della Brigata ebraica dal corteo non è nata dal rifiuto del pluralismo e meno che mai dall’antisemitismo, ma dallo sventolio delle bandiere di Israele – diverse da quelle della stessa Brigata ebraica, come ha fatto notare l’ebrea Anna Foa e contrariamente a ciò che ha affermato il ministro Piantedosi – e dall’esibizione dei ritratti di Netanyahu.

Fermo restando l’esecrazione per l’infame riferimento alle “saponette mancate” (ma sembra accertato che sia stato opera di un isolato fanatico, o comunque di pochissimi), si possono veramente bollare le proteste nei confronti di questi simboli politici come l’arrogante pretesa di una fazione «che si arroga il diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori»?

Non possiamo chiudere gli occhi

Senza entrare nel merito delle ragioni e dei torti, noi oggi non possiamo più chiudere gli occhi sul fatto che Israele in questi ultimi anni ha combattuto  e continua a combattere le sue guerre “difensive” ignorando il fondamentale principio del diritto internazionale, che vieta di colpire intenzionalmente i civili, soprattutto le donne e i bambini e teorizzando il proprio diritto di sacrificare gli innocenti là dove i suoi nemici si “facciano scudo” di loro. Dove il “farsi scudo”, in un territorio ristrettissimo come la Striscia di Gaza – grande quanto la città di Las Vegas, ma con una popolazione tre volte più numerosa – , equivale in pratica a essere inevitabilmente mescolati con i guerriglieri di Hamas.

È così che, per ammissione dello stesso esercito ebraico, in due anni sono state uccisi 75.000 gazawi, di cui – sempre secondo la stessa fonte – 45.000 civili (su due milioni e mezzo di abitanti!), per la grande maggioranza donne e minori. Ed è così che, per ridurre allo stremo Hamas, sono state sistematicamente rase al suolo le case e le infrastrutture essenziali, e sono stati affamati, assetati, assiderati, privati di medicine e di cure mediche vitali gli abitanti, con l’intento preciso di rendere loro impossibile la vita, nell’esplicito proposito di costringerli ad andarsene “volontariamente”.

Niente di simile si è mai verificato dalla seconda guerra mondiale in poi. E si capisce perché secondo la Corte penale internazionale, secondo una autorevole Commissione indipendente dell’ONU, secondo tutte le organizzazioni umanitarie internazionali, secondo le denunce del giornale di Gerusalemme «Haaretz» e di autorevoli intellettuali israeliani, come David Grossman, Israele è colpevole di un vero e proprio genocidio o comunque di un massacro che gli assomiglia molto. E questo nel silenzio imbarazzato o con l’esplicita complicità dei governi democratici occidentali, che, di fronte all’invasione e alle violenze dell’esercito russo in Ucraina, hanno varato subito sanzioni durissime (venti pacchetti la sola UE), mentre fino ad oggi non ne hanno deciso neppure una per cercare di fermare lo Stato ebraico.

Una stessa logica

E in fondo rientra nella stessa logica il tentativo di legittimare, in nome dei «valori» della democrazia», la partecipazione alla Festa della Liberazione della bandiera di questo Stato e le immagini del suo premier, contro cui esiste un mandato di cattura per «crimini contro l’umanità». Gridando allo scandalo perché la gente comune – «non fanatici invasati», come ha sottolineato Caprara – si è ribellata, non contro la logica democratica della festa, ma per difenderla. Se al corteo si fossero presentate bandiere con la croce uncinata e i ritratti di Hitler, lo spirito del 25 aprile sarebbe stato rispettato accettando di sfilare tranquillamente sotto questi simboli? Ebbene oggi lo stile di Israele, con ala sua fredda razionalità e la sua implacabile determinazione, è il più simile che c’è nel mondo a quello nazista, come conferma del resto il pieno appoggio che riceve dal neonazista Alternative für Deutchland.

E aprire gli occhi su questo non è antisemitismo, come ci si vuol far credere. Altrimenti sarebbero antisemiti anche i tantissimi ebrei che coraggiosamente si battono, in Israele e fuori di esso, contro la politica del governo di Tel Aviv. È, piuttosto, rendersi conto che gli ebrei, come tutti gli esseri umani, possono essere generosi o spietati, rispettosi degli altri o violenti.

Speriamo non appartenga definitivamente a questa seconda categoria il ventunenne che a Roma ha sparato ai due anziani dell’ANPI, ancora abbastanza giovane da cambiare idea. Un episodio che evidenzia come anche tra gli ebrei della diaspora – le cui associazioni ufficiali purtroppo spesso hanno appoggiato Netanyahu – ce ne siano per cui il grande nemico non è più il nazi-fascismo, come ottant’anni fa, ma coloro che lo denunziano. Anche se ce ne sono invece per fortuna tanti – penso a persone come Gad Lerner, Anna Foa, Liliana Segre – che con la loro testimonianza ci ricordano la grandezza di questo popolo, che ha dato al mondo moltissime personalità di eccezione e che ancora sicuramente contribuirà, come ha sempre fatto, alla sua crescita.

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sabato 18 aprile 2026

LA GRAMMATICA DELLA POLITICA

 


La fine 

della 

grammatica

 politica


Percepiamo tutti di stare vivendo uno dei momenti più convulsi e drammatici della storia del mondo dalla fine della seconda guerra mondiale. Non molti, però, sembrano rendersi conto di quanto influisca su questa crisi epocale – al di là dei singoli nodi problematici – il deterioramento del modo stesso di fare politica.

- di Giuseppe Savagnone

Fino a ieri, esisteva una stessa grammatica che anche i nemici più acerrimi condividevano e rispettavano. Così, nei rapporti internazionali, perfino le fasi più critiche del rapporto conflittuale tra il blocco socialista e quello capitalista avevano potuto essere gestite e controllate in base a questa grammatica comune. C’erano  – a differenza di adesso – forti contrasti ideologici, visioni dell’uomo e della società opposte, ma tutti accettavano le stesse regole del gioco e chi cercava di violarle era costretto a farlo di nascosto, barando.

Oggi che non siamo più divisi dal conflitto delle ideologie, la perdita di questa grammatica ha determinato l’esplosione caotica e incontrollabile dell’arbitrio, che ci consegna alla hobbesiana lotta di tutti contro tutti. Ognuno pretende di stabilire le regole e, se è in grado di farlo, le impone agli altri. Il diritto coincide con la forza.

E con il diritto è sparito anche il pudore che spingeva a mascherare i propri disegni sforzandosi di farli apparire “giusti”. Ormai in politica nessuno si vergogna più di niente. E i suoi fans lo celebrano per la sua “sincerità”.

L’Italia è stata uno dei principali laboratori di questo imbarbarimento dello stile politico con due grandi campioni di spudoratezza come Berlusconi e Bossi, i primi a permettersi un linguaggio e comportamenti che hanno rotto con la grammatica della politica e hanno aperto la via, nella Seconda Repubblica a un clima di violenza verbale – e non solo – impensabile nella Prima. Sono loro che hanno dato una impronta indelebile alla nuova stagione – culturale, prima che istituzionale – con le loro forti personalità, a cui sul fronte opposto, il loro maggiore oppositore, Romano Prodi, pur con tanti pregi, poteva essere soprannominato dai suoi critici “mortadella”.

Dove il problema non è stato il prevalere della destra o della sinistra, ma l’affermarsi di uno stile che ha stravolto il senso della politica, sia nei partiti di destra che in quelli di sinistra.

Si può essere favorevoli o contrari al federalismo, ma dire come ha fatto Bossi pubblicamente, da senatore e leader di un partito di governo: «Mi pulisco il c… con il Tricolore», fa scendere il dibattito democratico al livello di una rissa di osteria.

E si possono nutrire forti riserve nei confronti della magistratura e del funzionamento della giustizia, ma se si è il capo indiscusso della maggioranza di destra in un paese che si fonda sulla divisione dei poteri, uno dei quali è quello giudiziario, non si può affermare, come ha fatto Berlusconi, che i giudici «sono doppiamente matti. Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».

Così come, a livello dei comportamenti, non si può approfittare del proprio ruolo pubblico per ottenere dalla polizia il rilascio di una prostituta minorenne e poi far avallare in parlamento dalla propria maggioranza la tesi che lo si è fatto per salvaguardare le relazioni con l’Egitto, nella convinzione che la ragazza – in realtà marocchina! – fosse la figlia del presidente egiziano Mubarak.

Dal civile confronto alla violenza dello scontro

Se oggi in Italia il livello del confronto politico è quello che è lo dobbiamo a queste e altre “sgrammaticature”. Anche perché l’attuale maggioranza di governo, formata dai discepoli di quei maestri, li addita ancora oggi come “padri della patria” e ha celebrato con grande solennità la morte di entrambi – per Berlusconi addirittura con una settimana di lutto nazionale.

Così non stupisce che, mentre da un lato la presidente del Consiglio denuncia il diffondersi di «un clima di odio insostenibile», siano proprio i suoi sostenitori e lei stessa ad attaccare sistematicamente con violenza estrema non le idee – cosa legittima in un dibattito politico – , ma le persone e le istituzioni.

Emblematiche le parole del capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, in occasione dell’assassinio di Charlie Kirk (che con l’Italia non c’entrava nulla), contro gli esponenti della sinistra, che ha accusato di essere «impregnati di odio, livore, rancore», aggiungendo: «Ringrazio Dio di non avermi creato come loro».

Sulla stessa linea il commento del direttore di «Libero», Mario Sechi – ex portavoce di Meloni e in forte sintonia con le sue posizioni – alla partenza della Flotilla, che si proponeva solo di portare viveri e medicinali ai civili di Gaza, rompendo l’inumano embargo di Israele: «Spero che le barche vengano affondate, così la prossima missione dovranno rifinanziarsela». Ancora una volta, una violenza verbale che va ben al di là del legittimo dissenso e trasforma il dibattito politico in cieco scontro.

Ed è su questa lunghezza d’onda che i partiti di governo hanno varato e difeso la riforma della giustizia (dedicata a Berlusconi), negando a parole che fosse punitiva nei confronti della magistratura, ma presentandola in realtà come una legittima difesa nei confronti di giudici ideologizzati e infedeli alla loro missione, al punto di sostenere – sono le parole della presidente del Consiglio nella sua disperata campagna elettorale – che una eventuale vittoria del No avrebbe dato il via libera a «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», fino ad arrivare a «figli che vengono strappati alle madri».

Ma con questo linguaggio e questo stile la convivenza democratica, di per sé  basata sulla diversità delle posizioni, si trasforma, a prescindere dai torti e dalle ragioni, in una permanente guerra civile. Ed è interessante notare che, sia sul fronte Palestina che che su quello giustizia, i soli toni alternativi a quelli esasperati della destra non sono venuti dai partiti di sinistra, ben poco capaci di proporre modelli culturali diversi, ma dalla società civile, che ha saputo esprimersi per quanto riguarda il primo con le grandi manifestazioni di gennaio, per il secondo con la battaglia capillare dei comitati per il No. 

La presidenza senza regole di Donad Trump

Ma il problema non è solo italiano. Dopo l’ascesa alla presidenza degli Stati Uniti – fino a ieri la guida dell’Occidente democratico – di Donald Trump, per molti versi emulo di Berlusconi, la violazione di ogni regola e la spudoratezza sono all’ordine del giorno. Soprattutto in questo secondo mandato, il presidente americano non ha l’aria di preoccuparsi minimamente di controllare il suo linguaggio e le sue prese di posizione.

La prima a cadere è stata la regola di civiltà che impone al potere di astenersi dal procedere a colpi di minacce. Da quando è di nuovo alla Casa Bianca, Trump minaccia tutti. Lo ha fatto a livello internazionale, utilizzando l’arma dei dazi per costringere gli altri governi – a cominciare dai suoi più fidati amici e alleati – ad accettare le sue condizioni in campo sia economico che politico.

Oppure dispiegando il suo impressionante apparato militare per piegare alla propria volontà Stati tradizionalmente in contrasto con gli USA, ma che non mostravano alcuna volontà aggressiva. Così ha fatto col Venezuela, depredandolo del suo petrolio, così ha provato a fare con l’Iran, questa volta senza successo.

Ma anche all’interno lo stile di Trump è quello della minaccia. A cominciare dall’avvertimento lanciato, già prima della sua rielezione: «Se perdo, sarà un bagno di sangue». E anche dopo, il presidente ha esercitato una pressione incessante su chiunque ricoprisse cariche istituzionali, imperversando contro quanti, per senso di responsabilità, si rifiutavano di cedere supinamente ai suoi voleri arbitrari.

Una seconda regola, ormai ridotta anch’essa ad un ricordo, comportava il rispetto per le persone, anche quando se ne doveva criticare l’operato. Trump ha ampiamente insultato e deriso capi di Stato stranieri, artisti, funzionari pubblici, i suoi stessi predecessori nella presidenza. Ha fatto il giro del mondo il video, da lui diffuso, che ritraeva Obama e sua moglie in corpi scimmieschi.

Una terza regola infranta sistematicamente da Trump è stata quella di evitare di contraddirsi. In realtà chi governa deve spesso cambiare posizione in rapporto allo sviluppo degli eventi. Per questo, se è saggio, evita di pronunziarsi quando non è strettamente necessario. Il presidente americano invece parla e scrive continuamente, dicendo tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore e a volte, di pochi minuti. Col risultato di rendersi del tutto inaffidabile agli occhi del mondo e degli stessi americani.

Una quarta regola era di non mentire. Il potere non può sempre dire tutto e a volte è costretto a trincerarsi dietro bugie funzionali ai suoi piani. Ma fa in modo che le menzogne non vengano a galla e perciò le riserva ai casi di necessità. Trump è un bugiardo patologico e si lancia a fare affermazioni che risultano palesemente false. I quotidiani americani ogni tanto si divertono farne lunghi elenchi.

Una quinta regola per chi governa era di presentare anche le istanze legate agli interessi del proprio paese sotto una veste di universalità, che le rendesse accettabili agli altri. Trump, ispirando tutta la sua politica al proposito di «rendere di nuovo grande l’America», ha espressamente dichiarato di infischiarsene delle esigenze degli altri e voler curare solo quelle degli Stati Uniti.

Così, ha esordito, nel suo secondo mandato, enunciando il suo proposito di occupare la Groenlandia – proposito ribadito a distanza di alcuni mesi – con la sola giustificazione che ciò rientrerebbe negli interessi degli Stati Uniti.

E qualcosa di simile, questa volta raggiungendo lo scopo, Trump lo ha fatto costringendo il Venezuela a cedergli il controllo delle sue risorse petrolifere. Poteva mascherare il suo vero intento accompagnando questo con il ripristino della democrazia. Ha disdegnato di farlo. Non è un ipocrita. E non sente il bisogno di esserlo, perché manca del senso del pudore.

Una sesta regola era di non mescolare i propri interessi privati alla propria funzione pubblica. Di fatto, in tutte le occasioni in cui è intervenuto in questioni internazionali, Trump ha sempre curato, insieme  agli interessi economici dell’America, quelli della sua famiglia. Ed è una logica rigorosamente privatistica quella che ispira la creazione del Board of Peace, concepito come un comitato d’affari di cui lui stesso è il presidente a vita, a prescindere dal ruolo pubblico attualmente ricoperto, e in cui si entra versando un miliardo di dollari.

La settima e ultima regola della politica, per chi vuole farla degnamente, era ed è quella di non essere prigioniero di una bolla di vanità autoreferenziale. Trump è un evidente esempio di quel narcisismo solipsistico che impedisce di vedere, o almeno di ammettere, i propri limiti e di ascoltare gli altri. il suo delirio di onnipotenza lo rende furibondo di fronte d ogni diniego, a costo di rotture radicali (come nel caso della sua finora fedelissima fans Meloni). E la sua delusione per non aver ricevuto il premio Nobel per la pace è stata sincera, perché davvero non si rende conto di quanto la sua politica abbia peggiorato i già fragili equilibri internazionali.

Non sappiamo come finiranno le grandi crisi mondiali in corso. E neppure, per quanto riguarda l’Italia, come le forze in campo si muoveranno in vista della non lontana scadenza elettorale. Ma il problema più importante, sia al livello internazionale che a quello nazionale, non è quello che si farà, ma come lo si farà. Quella che abbiamo oggi davanti, sia dall’una che dall’altra parte in campo, è la caricatura della politica. Non possiamo rassegnarci a questo. Bisogna ripristinare una grammatica che ne sia all’altezza e che ci consenta di  uscire dal caos dell’arbitrio e della violenza. E a lavorare per questo tutti siamo chiamati, ognuno nel suo ruolo, come italiani e come cittadini del mondo.

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