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mercoledì 22 luglio 2026

INSUCCESSO SCOLASTICO

 

Misure europee 

contro l’insuccesso

 scolastico:

 

i principali cambiamenti

 in Europa dal 2020


 eurydice

Disponibile la traduzione italiana del rapporto Eurydice 

nell’ultimo quaderno di Eurydice Italia

di Simona Baggiani

Garantire basi solide in alfabetizzazione, matematica e scienze è oggi una delle sfide più urgenti per i sistemi educativi europei.

Per approfondire come l’Europa stia rispondendo a questa urgenza, l’Unità italiana di Eurydice presenta oggi il volume della sua collana “I Quaderni di Eurydice Italia”, che accoglie la traduzione integrale dello studio della rete Addressing underachievement in literacy, mathematics and science: Policy changes in European school education since 2020.

Quest’ultimo numero, dal titolo Misure per affrontare lo scarso rendimento in alfabetizzazione, matematica e scienze. Cambiamenti nelle politiche educative europee dal 2020, analizza come 37 sistemi educativi in Europa stiano mettendo in campo strategie e politiche per contrastare i risultati insufficienti nelle competenze di base degli studenti della scuola primaria e secondaria inferiore, dal 2020 ad oggi.

Il tema è di estrema attualità e desta urgenti preoccupazioni: le valutazioni internazionali come PISA e TIMSS mostrano un aumento preoccupante di studenti che non raggiungono i livelli minimi nelle competenze di base, una situazione aggravata dalle interruzioni causate dalla pandemia di COVID-19.

Il rapporto illustra come i paesi europei stiano costruendo un vero e proprio ecosistema di misure politiche attraverso sette aree interconnesse:

  • l’adozione di quadri strategici nazionali;
  • la revisione dei curricoli;
  • l’organizzazione dell’insegnamento e del tempo scuola;
  • gli strumenti di valutazione (diagnostica e sommativa);
  • il potenziamento del sostegno all’apprendimento;
  • la formazione e il supporto ai docenti;
  • il coinvolgimento dei genitori.

Al centro di questo ecosistema si trovano gli insegnanti, sostenuti attraverso lo sviluppo professionale continuo, la messa a disposizione di risorse didattiche inclusive e l’assunzione di personale specializzato. L’obiettivo condiviso a livello europeo è ambizioso: ridurre al di sotto del 15%, entro il 2030, la quota di quindicenni con scarso rendimento nelle competenze di base.

l Quaderno n. 63/2026 rappresenta uno strumento prezioso per decisori politici, dirigenti scolastici e docenti che intendano approfondire le strategie messe in atto in Europa per garantire il successo formativo di ogni studente e studentessa.

Il volume è consultabile e scaricabile gratuitamente in formato PDF dalla pagina dedicata del sito dell’Unità italiana di Eurydice.

La copia cartacea può essere richiesta, sempre a titolo gratuito, inviando una richiesta all’indirizzo di posta elettronica eurydice@indire.it oppure compilando l’apposito modulo online disponibile sulla pagina del sito summenzionata.

 

Misure europee contro l’insuccesso scolastico: i principali cambiamenti in Europa dal 2020

 

Indire

sabato 18 luglio 2026

UNA NUOVA CIVILTA' ?

 


La nuova civiltà 


di 


Donald Trump




-di Giuseppe Savagnone 

Dietro le sceneggiate

Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Quale cristianesimo?

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa

Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?

L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana

L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non è il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare.

Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

www.tuttavia.eu

 

venerdì 17 luglio 2026

RICONCILIAZIONE

 


Shevchuk: perdono e riconciliazione 
per sanare la memoria dei popoli europei



A Kyiv l’incontro tra l’arcivescovo Gallagher e il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina che con i media vaticani esprime la gioia per la presenza dell'inviato speciale del Papa e per quella del cardinale Zuppi nei giorni scorsi: "Pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare con la Chiesa universale. 

Per noi sono un segno visibile della Chiesa che ci abbraccia”

-di Roberto Paglialonga - Inviato a Kyiv

È anche nel “contesto della guerra che scopriamo la forza della preghiera”. Oggi c’è più che mai bisogno di “perdono, concesso e ricevuto, per sanare la memoria storica dei popoli europei”. I media vaticani raccolgono le parole del capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, a margine del suo incontro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, al secondo giorno di missione in Ucraina, e con il nunzio apostolico nel Paese, Visvaldas Kulbokas. L’inviato speciale di Papa Leone XIV per le celebrazioni del 35° anniversario della riapertura delle strutture della Chiesa cattolica di rito latino, che si terranno domenica al Santuario del Monte Carmelo a Berdychiv, è giunto nella serata di venerdì a Kyiv, dopo una sosta alla chiesa di San Giovanni Paolo II a Rivne, a metà strada tra Leopoli e la capitale.

Beatitudine, quanto è importante in questo momento la preghiera insieme e la vicinanza del Santo Padre attraverso i suoi rappresentanti qui, l’arcivescovo Gallagher come inviato speciale per le celebrazioni al Santuario di Berdychiv, e pochi giorni fa il cardinale Zuppi?

Nei contesti di guerra riscopriamo il senso e la forza della preghiera. Pregare insieme vuol dire trovare uno spazio che cura le ferite: la preghiera è un balsamo, la grazia sanante dello Spirito Santo, che permea il cuore di una persona sofferente. Pregare insieme vuol dire condividere dei doni. Gesù stesso ha detto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì fra di loro”. Ma pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare nel seno della Chiesa universale, è pregare con il Santo Padre stesso. È sentirsi di essere accarezzati dal padre. Perciò la presenza del cardinale Zuppi e dell’arcivescovo Gallagher per noi è un segno visibile della Chiesa universale e cattolica che ci abbraccia e prega per noi”.

Nel contesto della guerra in Ucraina, com’è la collaborazione tra le diverse comunità cattoliche in favore della popolazione sofferente?

In Ucraina abbiamo le stesse tragedie, le stesse sfide, pastorali e umanitarie, non solo fra i cattolici, ma anche con i fratelli ortodossi, con i protestanti, con gli ebrei e i musulmani, che fanno parte del Consiglio pan-ucraino delle Chiese che proprio in questi giorni festeggia i 30 anni delle sue attività. Collaborare insieme vuol dire letteralmente salvare le vite, e talvolta la carità cristiana veramente oltrepassa i limiti confessionali o rituali. Sappiamo testimoniare insieme, cattolici del rito bizantino e del rito latino – come diceva Giovanni Paolo II – l’autenticità dell’amore cattolico, che abbraccia, sana, salva, serve a tutti.

Quali sono le principali necessità per la popolazione in un momento in cui i bombardamenti e la guerra si stanno intensificando?

Le necessità sono tante. Secondo le cifre che danno gli uffici delle Nazioni Unite, oggi in Ucraina ci sono 5 milioni di persone che sperimentano una emergenza umanitaria, e solo 2 milioni possono essere assistiti con le risorse che vengono concesse da queste strutture internazionali. Ma come mi ha detto una volta il sindaco della città di Kyiv, dalla Chiesa, più dei vestiti, del pane e degli alimenti, noi abbiamo bisogno della parola della speranza. Allora, questo momento di grande sofferenza per milioni di ucraini è un momento di nuova evangelizzazione, è il momento, il kairos di una grande conversione: è fame e sete per Dio. Soltanto la Chiesa di Cristo è capace di sanare queste ferite e rispondere, dare il pane della vita, l’eucarestia, la parola di Dio a quelli che sono affamati e assetati di Dio.

Nell’incontro con l’arcivescovo Gallagher avete toccato il tema della riconciliazione e del perdono. Come si fa a farsi portatori e promotori di questi due grandi doni in una situazione così difficile a livello internazionale?

In questi mesi in Ucraina stiamo commemorando il 25° anniversario della storica visita di Giovanni Paolo II. Egli, come parte integrante del suo ministero petrino per l’Europa, vedeva di essere al servizio della riconciliazione fra i popoli del continente. E lui stesso diceva che suo dovere era quello di sanare la memoria storica dei popoli europei, soprattutto quando si tratta delle ferite che ancora oggi sono molto profonde nei nostri cuori, dopo la seconda guerra mondiale. A queste ferite antiche, si aggiungono ora quelle di questa guerra blasfema che viviamo in Ucraina. Ma qual è la medicina che ci ha donato Papa Wojtyla? Lui ci ha detto che questo balsamo per sanare la memoria è il perdono, concesso e ricevuto. Tutti siamo peccatori, tutti siamo coscienti che abbiamo offeso il nostro vicino: sempre i popoli confinanti hanno una memoria negativa talvolta del passato doloroso. Ma non dobbiamo essere schiavi di questo. È un passato che non possiamo rifare di nuovo.

Ma possiamo, attraverso il perdono, costruire un futuro migliore. Perciò il dono del perdono, concesso e ricevuto, è la medicina che sana la memoria storica dei popoli europei.

Vatican News

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venerdì 3 luglio 2026

SICUREZZA E PACE

 


Comece, la strategia di sicurezza europea al servizio della pace


Le cinque raccomandazioni dei vescovi europei ai governi e alle istituzioni contenute in un documento, pubblicato oggi 2 luglio, dal Segretariato della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea. Investire su diplomazia, cooperazione, multilateralismo e diritti umani per realizzare una pace duratura. No alla normalizzazione della guerra: "La sicurezza autentica non può essere raggiunta solo con mezzi militari"

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

L’attuale contesto geopolitico non deve portare l’Europa a perdere di vista la sua vocazione originaria di progetto e architettura di pace. L’assunto da cui parte il documento della Comece (Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea) è lapalissiano: stretto nella morsa dei conflitti, il Vecchio Continente ha bisogno di capacità di sicurezza e difesa più forti, ma “una sicurezza autentica e duratura non può e non deve essere raggiunta solo con mezzi militari”, serve piuttosto una visione umanitaria, democratica e orientata al dialogo. Perciò i vescovi, mentre identificano i vettori dell’attuale crisi, la più grave degli ultimi decenni, nella guerra d'aggressione della Russia contro l'Ucraina, citando anche le minacce ibride, i cyberattacchi, il terrorismo, la criminalità organizzata e l'erosione dell'ordine internazionale, richiamano con forza governi e istituzioni alla responsabilità e all’obbligo giuridico di osservare i Trattati.

Non smarrire le proprie radici

Nel contesto di una crescente rivalità geopolitica, “il rafforzamento delle capacità di difesa europee è legittimo e necessario” si legge nel testo, poiché risponde alle aspettative dei cittadini che chiedono la tutela della propria sicurezza e dei valori fondanti del progetto europeo. Tuttavia, il pericolo imminente è che la militarizzazione esasperata porti l'Europa a smarrire la propria identità profonda. Per evitare che ciò accada “l’uso della forza deve rimanere eccezionale, esercitato in strette condizioni legali e etiche e nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario”. Da qui il Segretariato della Comece rilancia cinque raccomandazioni utili a costruire una futura strategia di sicurezza, saldamente imperniata sul rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali e del bene comune che devono sempre essere al centro di qualunque processo decisionale politico.

Attenzione alla "normalizzazione della guerra"

La Chiesa d’Europa esprime forte preoccupazione per una deriva culturale che rischia di far prevalere le logiche belliche su quelle diplomatiche, le risposte militari alle scelte politiche. Rilanciando il monito di Papa Leone XIV, che ha messo in guardia contro “una crescente normalizzazione della guerra e una rinnovata corsa globale agli armamenti”, la Comece insiste dunque sulla revisione dei bilanci comunitari e sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. Mentre infatti le risorse destinate agli armamenti crescono, i fondi per la prevenzione dei conflitti subiscono tagli drastici, perciò serve un'inversione di rotta contabile ed etica. “È essenziale garantire che gli investimenti nella difesa non compromettano gli investimenti in aree cruciali per la pace, tra cui la diplomazia, la prevenzione dei conflitti, la cooperazione allo sviluppo, l'assistenza umanitaria, nonché la giustizia socio-economica ed ecologica”. Per la Chiesa, infatti, la pace non è mera assenza di conflitti, ma un ecosistema che prospera solo se radicato nella giustizia sociale e nella salvaguardia dell'uomo e dell'ambiente in cui vive.  

Proteggere la vita 

Per tradurre questi principi in linee politiche concrete, il Segretariato della Comece ha strutturato cinque raccomandazioni chiave destinate ai decisori di Bruxelles: mantenere la pace come obiettivo strategico, ampliare la valutazione delle minacce oltre i rischi militari, rafforzare la prevenzione dei conflitti e la costruzione creativa della pace, rafforzare controllo democratico e responsabilità etica, inserire la strategia di sicurezza all’interno di una più ampia strategia di pace. Il documento esorta a ricordare che “il rafforzamento della difesa europea non dovrebbe essere considerato fine a se stesso, ma come un mezzo per proteggere le vite umane, salvaguardare i valori fondamentali e preservare la pace”. A tal proposito anche la comunicazione pubblica dei governi deve cambiare evitando di presentare la spesa militare come un volano di crescita industriale o competitività commerciale.

Sicurezza umana oltre le armi

Le minacce moderne, com’è noto, non viaggiano però solo su carri armati, caccia bombardieri e navi da guerra. I vescovi chiedono una concezione globale della sicurezza che integri le dimensioni ambientali e sociali, poiché, scrivono, “la sicurezza umana è minacciata anche dalla povertà, dagli sfollamenti forzati, dal degrado ambientale, dai cambiamenti climatici, dalle pandemie, dalla criminalità organizzata, dalla frammentazione sociale e dall'erosione democratica”.

Prevenzione ed early warning

Prevenire i conflitti violenti rimane il modo più efficace, meno costoso e più umano anziché rispondere alle crisi una volta che sono scoppiate, spiegano i presuli, perciò in linea con una recente relazione del Parlamento europeo, l'UE dovrebbe rafforzare in modo significativo le proprie capacità nei settori della diplomazia preventiva, della mediazione, dell'allarme rapido, della costruzione della pace civile, della ricostruzione post-conflitto e della riconciliazione. Da qui il richiamo alla "creatività" nell'essere costruttori e generatori di pace, che si traduce nell’esplorare partenariati con una gamma più ampia di attori, inclusi movimenti religiosi, gruppi, comunità. Questi ultimi infatti proprio perché radicati nel territorio, riescono a lavorare per la riconciliazione in modo capillare.

Controllo democratico

Le armi, avvertono i vescovi, non sono e non dovrebbero mai essere trattate come semplici merci, da importare e esportare, pertanto è bene che gli investimenti nella capacità di difesa siano accompagnate da una sorveglianza democratica, trasparenza e tutele etiche, con particolare attenzione alle tecnologie emergenti, incluse Intelligenza Artificiale e sistemi autonomi. Richiamando ancora le parole del Papa in merito a tali strumenti, la strategia di sicurezza europea non può dunque prescindere da “un controllo umano significativo su tutte le decisioni che comportano l'uso della forza letale”. Infine la strategia comprende l'integrare la difesa in un quadro più ampio che connetta in modo coerente gli aiuti umanitari, la diplomazia e lo sviluppo economico rafforzando la cooperazione con l’Onu, la Nato e l’Osce: solo così è possibile contribuire alla ricostruzione di un’architettura di pace internazionale basata sulla fiducia, sulla cooperazione e sul rispetto del diritto.  “Sicurezza e pace - si legge in conclusione del documento - non sono obiettivi in competizione tra loro. Al contrario, la sicurezza dovrebbe servire l'obiettivo generale di una pace giusta e sostenibile, che dovrebbe guidare le scelte strategiche dell'Europa negli anni a venire”.

 Vatican News


giovedì 11 giugno 2026

NOI SIAMO I TEMPI

 


 Leone in Spagna, perfetta letizia





-di ROSANNA VIRGILI

«Siate voi migliori e i tempi saranno migliori

Noi siamo i tempi»! Antonio Banderas esplode nella climax del suo discorso davanti a papa Leone mentre tutta la platea del Movistar di Madrid corrisponde il suo consenso con un applauso scrosciante.

La star che rappresentata la Spagna nel cinema mondiale cita Sant’Agostino e la sua concezione del tempo che – come è noto – è continua costruzione “spirituale” in un presente fatto di movimento, d’opportunità, di promessa. Riconosce alla Chiesa di essere stata la più grande produttrice d’arte nella storia e di aver dato al Volto del Cristo il primato d’essere “immaginato” più di ogni altro al mondo.

E la sera di domenica 7 giugno nell’Arena castigliana quel Volto sembra assumere un’ulteriore incarnazione fatta di migliaia di volti protesi a guardare, ad ascoltare, ad accogliere, ad abbracciare la trasparenza del viso del Papa. Tutt’altro che un idolo per gente in gran parte, non credente, attori, cantanti, danzatrici di flamenco, Rettori ed economisti di un Paese – come la Spagna – laico e “secolarizzato”, come si diceva una volta. Ma un Paese in busqueda e pure in cercania, che si presenta mite anch’esso, che sembra consapevole di non potersi salvare da solo e non crede, e non vuole nemmeno farlo.

Un popolo immenso che si riversa spontaneamente sulle strade, nelle arene, negli stadi, nelle chiese, nelle piazze, di giorno e di notte come raramente accade nei Paesi – ricchi – del Vecchio Continente. Se gli fai la domanda: perché siete qui? Rispondono: per salutare con riconoscenza chi viene a farci visita per pura amicizia, per stima e gratitudine. 

Una perfetta letizia

Chi non c’è stato credo non possa immaginare il tipo di “trionfo” che ha avuto il Papa in Spagna nei giorni passati. Anzi: non lo chiamerei trionfo, ma incontro come tra due che si cercano, che nutrono un’attesa e che finalmente possono liberare ‒ trovandosi ‒ una perfetta letizia! Vi ringrazio per l’“alegria” ha detto più volte, col pudore che gli è tipico, Papa Leòn. Mentre attendeva con docilità al fitto programma, non riusciva a nascondere tuttavia dove tenesse il cuore: negli occhi della gente! La sfiorava con occhiate furtive, con sorrisi inevitabili, con la spontaneità di chi è felice per quella sorprendente sintonia. Così Papa Leone è stato testimone di una Chiesa “disarmata” quindi tenera, vicina, amica. Accanto, insieme, dentro il desiderio di dignità e di luce morale, di armonia intellettuale, di bellezza spirituale di cui ha sete la gente non solo in Spagna. Il discorso che il Papa ha fatto nell’incontro coi membri del Parlamento la mattina di lunedì 8 giugno è stato, appunto nel segno del «dialogo con i popoli e con gli Stati». «La Chiesa cammina con l’umanità», ne condivide le speranze e le ferite, ascolta le domande di ogni epoca e si lascia interpellare «da tutto ciò che riguarda l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi». Così ha esordito mettendo in chiaro la ragione per cui ha accettato l’invito a rivolgersi al Parlamento di un Paese che rappresenta tutti e non solo i cattolici. Una premessa che avremmo ritenuto ormai scontata, in Occidente, ma che torna invece a dover essere riconfermata a fronte di chiese e di nuove comunità cristiane che pretendono di mettere la bandiera del loro “vangelo” sui governi – o alle dipendenze ‒ dei Paesi democratici. Il Papa ribadisce la nobile distinzione evangelica: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,21) e continua il suo discorso dicendo che la Chiesa: «Riconosce “l’autonomia delle realtà terrene” e “la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica”; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune». 

Un’idea dell’umano

Mentre invita i Deputati a servire la comunità civile per mezzo delle istituzioni e delle leggi, condivide con loro la riflessione che per far ciò occorre avere un’idea dell’umano. Che non devono inventare ma rinnovare con la ricchezza della grande tradizione letteraria, filosofica, teologica spagnola. Il primo autore ad esser citato è Cervantes col suo Don Chisciotte e l’amore per la libertà che è «è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini»; e poi c’è Teresa d’Avila con la sua profondità spirituale e Miguel de Unamuno che insegna che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto»! Pensieri e ideali fondamentali per lo sviluppo della civiltà europea moderna e contemporanea. Infine il Papa si attarda a meditare sulla sapienza della scuola di Salamanca: «In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana».

A Madrid, in questi primi giorni di giugno, è apparsa un’“intuizione” per l’Europa la quale si manifesta, oggi, come sconfitta, afona, imbarbarita, bellicosa, immemore delle intelligenze e delle sapienze, delle conquiste sudate e pagate a caro prezzo, che son gettate nell’oblìo e nel disprezzo. Ma la Chiesa Cattolica nella persona del Papa risponde con amore e determinazione a quella che sente come la prima delle responsabilità: la cura e il futuro di una magnifica humanitas, dono divino, di cui la nostra civiltà è stata culla e nutrice e che oggi cerca uomini e donne cui passare il testimone.

www.avvenire.it

 

sabato 30 maggio 2026

ITALIA ED EUROPA

 

Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà



-di Giuseppe Savagnone

Giorgia Meloni critica l’Europa

Davanti all’assemblea degli industriali italiani, che l’ha calorosamente applaudita, Giorgia Meloni ha rivendicato i risultati ottenuti in campo economico in questi tre anni di governo, annunciando la sua ferma decisione di continuare su una strada che a suo avviso si è rivelata estremamente fruttuosa, e ha indicato quali sono gli ostacoli che ancora si frappongono al compimento dell’«ultimo miglio» della missione.

In linea con lo slogan “rendere di nuovo grande l’Italia”, che ha ispirato tutto il suo premierato, la presidente del Consiglio ha sottolineato che il nostro Paese non è più ormai «l’anello debole d’Europa»: «Siamo una nazione credibile e autorevole», ha dichiarato, evidenziando la crescita della competitività del sistema produttivo nazionale.

La premier ha anche annunciato la volontà del governo di aprire «un cantiere comune per una riforma globale e radicale della burocrazia», sottolineando che «la semplificazione e la sburocratizzazione devono essere il nostro mantra». E ha promesso che – di fronte alle sfide nel campo energetico provenienti dall’attuale situazione internazionale – la maggioranza varerà entro l’estate una legge delega sul nucleare.

Una soddisfazione e una fierezza che Giorgia Meloni ha manifestato anche aprendo con un videomessaggio la due giorni del Forum «L’Italia del Pnrr», promosso dal ministero per gli Affari europei. Quella del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), ha detto la premier, per alcuni sembrava «una sfida impossibile da vincere» ma l’Italia «è stata all’altezza del compito». I dati parlano di 166 miliardi di euro ricevuti dall’Europa, 416 traguardi raggiunti, 660mila progetti finanziati. E anche la Commissione europea ha dato atto di questo impegno.

Proprio all’Europa, però, la presidente del Consiglio, nel suo discorso alla Confindustria, ha rivolto una pesante critica. L’Ue, ha denunciato senza mezzi termini la premier, è «un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il continente verso un progressivo declino economico e geopolitico».

Perciò Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà: «L’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli». Più in generale, «l’Europa deve fare meno e farlo meglio».

Sullo sfondo, la quotidiana insistenza del governo italiano alle autorità di Bruxelles perché consentano all’Italia di derogare ai limiti del patto di stabilità – come già previsto per le spese militari – anche per gli interventi resisi necessari, dopo lo scoppio della guerra con l’Iran, allo scopo di fronteggiare la crisi energetica. Risolvendo questo problema – creato dai burocrati di Bruxelles, non dal governo – l’Italia sarà in grado di affrontare anche questo difficile momento.

Una lettura alternativa

Davanti a questo quadro rassicurante è stata una doccia fredda – a soli due giorni di distanza – il titolo di prima pagina de «La Stampa», un quotidiano non certo estremista: «Aiuti ai giovani, l’ultimo flop» e nel sommario sotto il titolo, «Sprecato il Pnrr: l’Italia ha speso meno degli altri paesi e resta penultima nel tasso di occupazione [si spiega poi nell’articolo che il riferimento è alla disoccupazione dei giovani tra i 20 e i 29 anni]. Nell’occhiello, poi, la critica dell’Ue alla politica economica italiana: «Dovevate investire sulle rinnovabili».

Come stanno veramente le cose? Possono essere utili le riflessioni di due economisti, noti per la loro competenza ed estranei a schieramenti di partito, come Carlo Cottarelli e Tito Boeri, pubblicate su due quotidiani – il «Corriere della Sera» e «Repubblica» – che nel panorama della stampa italiana occupano, soprattutto il primo, una posizione abbastanza moderata.

Il punto di riferimento è, ancora una volta, il discorso di Giorgia Meloni all’assemblea di Confindustria. Nel suo articolo Cottarelli esordisce dicendo di avere apprezzato il riferimento all’«eccesso di burocrazia come male fondamentale della nostra economia». E spiega: «Da anni ripeto che la lenta crescita italiana è dovuta in primis all’inefficienza della nostra burocrazia (…). Sono quindi felice che Meloni abbia deciso di costituire un “cantiere” per riformare la burocrazia in partenariato con Confindustria».

Ma, continua l’autore, «detto questo, che c’entra l’Europa nei ritardi nel portare avanti queste riforme? Forse è colpa dell’Europa se finora quasi due terzi dei tempi di realizzazione di un programma di sviluppo edilizio sono dovuti ai tempi di attesa di permessi?  È colpa dell’Europa se il disegno di legge per portare il merito nella pubblica amministrazione langue in Parlamento? (…) È colpa dell’Europa se 4.000 progetti di rinnovabili sono bloccati dalla burocrazia?».

Cottarelli non si limita a denunciare i colpevoli ritardi della nostra burocrazia. La sua critica si allarga a tutta la politica economica del governo. «Se l’Italia non cresce», scrive, «è anche per altre cose che dovremmo fare noi, non l’Europa. Perché la pressione fiscale e la spesa pubblica sono vicino a massimi storici? Forse che l’Europa ci impedisce di fare una seria revisione della spesa che ci consenta di ridurre le tasse? Perché la legge delega sul nucleare è diventata una priorità solo nell’ultimo anno prima delle elezioni? Ce lo ha impedito l’Europa? Perché non abbiamo un piano decennale di immigrazione regolare? (…) Perché, se proprio dobbiamo sostenere chi è colpito dal caro energia, vogliamo farlo in deficit e non trovando le risorse tra i più di mille miliardi di spesa pubblica?».

Questo non significa che non ci siano anche delle responsabilità dell’Europa: «Certo, alcune direttive europee penalizzano troppo le nostre imprese (…). Ma qui non si tratta di “burocrazia”, ma di scelte politiche prese a maggioranza dai Paesi Ue. E fra l’altro il governo italiano ha votato a favore di alcune di queste scelte» (tra cui proprio quella del patto di stabilità).

Cottarelli conclude facendo notare che «è facile fare dell’Europa un conveniente parafulmine», ma che «soffiando sul fuoco dell’anti-europeismo», si rischia di favorire nell’opinione pubblica l’idea che senza Europa staremmo meglio e che sarebbe preferibile uscirne, come ha fatto l’Inghilterra. «È questa davvero la strada che le nostre imprese e i nostri politici vogliono percorrere?».

Si concentra sul tema della riforma della burocrazia l’articolo di Tito Boeri su «Repubblica». «La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo intervento all’assemblea di Confindustria ha annunciato l’imminente apertura di un tavolo sulla riforma della burocrazia. Peccato che di tavoli di riforma finiti nel nulla sia costellata la storia della burocrazia italiana. E il suo governo non fa certo eccezione». E ricorda «il tavolo tecnico sulle pensioni proclamato con enfasi dalla ministra Calderone nel 2023», «il tavolo per la riforma dell’istruzione tecnica», «il tavolo sulla riforma del catasto», «gli innumerevoli tavoli sulla riforma fiscale», l’ultimo nel 2023, tutti finiti nel nulla.

Ma, tornando al tavolo per la riforma della burocrazia, che esso sia annunciato dal governo dopo tre anni di funzionamento del Pnrr è, secondo Boeri, un autogol. Infatti, «la riforma del pubblico impiego era una delle riforme considerate “permissive”, fondamentali, per l’attuazione del Pnrr, in quanto la realizzazione degli investimenti è strettamente collegata alla capacità gestionale del personale della Pubblica amministrazione» ed era perciò la prima da fare. E ora, «la scelta di aprire un tavolo sulla prima riforma prevista dal Pnrr è la confessione di non aver fatto nulla».

Ma questa mancata riforma, secondo Boeri, non è stata casuale. Essa ha consentito al governo Meloni di mettere ben 1.800 dirigenti «ai vertici del servizio pubblico (…), spesso modificando all’ultimo momento le procedure per potere agire con piena discrezionalità», privilegiando l’appartenenza politica rispetto alla competenza. Infatti, «c’è un solo merito che guida queste scelte, il merito di partito».

Insomma, sono mancate le riforme e non è stata certo l’Europa ad impedire al governo di farle.

Alcuni dati significativi

A queste osservazioni bisogna aggiungere alcuni dati che possono contribuire a ridimensionare la denuncia della nostra premier delle responsabilità dell’Europa. Il primo è che i 166 miliardi di euro del Pnrr sono un generosissimo prestito offertoci proprio dall’Ue, per sostenere la nostra ripresa economica, quando l’Italia aveva un altro governo, guidato da Mario Draghi, anche per la stima e il prestigio di cui il premier godeva a livello internazionale. Un buon motivo, da un lato, per essere grati, prima che polemici, verso questa criticabilissima Europa, dall’altro per chiedersi se sia così sicuro che solo con l’attuale governo l’Italia sia diventata finalmente «una nazione credibile e autorevole».

Un secondo dato importante, che non emerge nel discorso della nostra presidente del Consiglio, è che, come sottolinea Cottarelli, nella resistenza europea a derogare al patto di stabilità la burocrazia non c’entra, perché si tratta di una misura politica ragionevole, presa di comune accordo e che la stessa Meloni aveva valutato positivamente e appoggiato.

Si tratta, infatti, di un insieme di regole che mira a controllare il debito pubblico dei paesi membri dell’Ue, intendendo con debito pubblico l’ammontare complessivo dei prestiti che lo Stato ha contratto per finanziare i propri deficit accumulati nel tempo.

Naturalmente il debito pubblico dev’essere visto in relazione al Pil (Prodotto interno lordo) di una nazione. Ed è proprio questo rapporto che rende problematica la situazione dell’Italia. Le ultime previsioni dicono infatti che la crescita del Pil italiano nel 2026 sarà solo dello 0,5%. Il nostro Paese è così il fanalino di coda tra i paesi dell’Ocse, restando dietro non solo alla Spagna – che col suo 2% avrà un incremento di quattro volte superiore al nostro –, ma anche al Regno Unito (1,2%) e a Germania e Francia (1%). Malgrado la grande occasione costituita dagli ingenti fondi del Pnrr, manca la crescita. Ritornano in mente le parole di Cottarelli e Boeri: senza riforme, niente sviluppo.

Questo rende ancora più grave il fatto che il debito pubblico dell’Italia abbia raggiunto quest’anno un nuovo massimo storico: 3.140 miliardi di euro. Il nostro Paese si appresta a superare la Grecia nel rapporto tra debito pubblico e Pil, attestandosi sul 138,6%.

Si capisce la resistenza dell’Europa (già creditrice di una parte dei soldi del Pnrr) a consentire un ulteriore indebitamento. L’Italia in questi tre anni ha dimostrato di non riuscire a utilizzare i soldi per realizzare quei cambiamenti strutturali che consentirebbero un vero sviluppo.

La disponibilità di nuove risorse potrà essere utile al governo a un anno dalle elezioni, ma alla distanza aggraverà il peso che gli italiani – innanzi tutto le nuove generazioni – si troveranno a ereditare da una politica più capace di spendere che di fare riforme. È questo che il nostro Stato, a quanto pare, «sa fare meglio da solo». E che «l’ultimo miglio» sia visto dalla nostra premier in linea con questa logica non è una buona notizia per noi.  

www.tuttavia.eu

 

sabato 9 maggio 2026

ALLA CONQUISTA DI VENTOTENE

 Fondazioni per l’Europa, 

i ragazzi conquistano Ventotene


Per la Giornata dell'Europa si sono riuniti sull'isola simbolo i ragazzi che partecipano alla Scuola d'Europa, iniziativa promossa dalle fondazioni di origine bancaria riunite in Acri. Per Bernabò Bocca, vicepresidente vicario dell'associazione «rafforzare una cultura europea basata sulla solidarietà, sulla cooperazione e sullo sviluppo sostenibile rappresenta una priorità anche per le fondazioni di origine bancaria»                     

di Alessio Nisi

Si sono riuniti a Ventotene, luogo simbolo della nascita dell’idea di Europa unita e lo hanno fatto il 9 maggio, il giorno in cui si celebra la Giornata dell’Europa, che ricorda la dichiarazione Schuman del 1950, considerata l’atto fondativo dell’integrazione europea.

Sono i 25 studenti tra i 18 e i 22 anni che partecipano alla Scuola d’Europa (iniziativa che ha coinvolto, in dieci anni, oltre 1.200 studenti italiani ed europei in percorsi di formazione dedicati alla storia e al funzionamento dell’Unione europea) a Ventotene, organizzata nell’ambito del Ventotene Europa festival dall’associazione di promozione sociale La nuova Europa con il contributo di Associazione di fondazioni e di casse di risparmio spa – Acri. A promuovere l’iniziativa le fondazioni di origine bancaria riunite in Acri.

Cooperazione, una visione europea

«In un contesto internazionale segnato da crescenti incertezze, in cui anche i principi del multilateralismo vengono messi in discussione», spiega Bernabò Bocca, vicepresidente vicario di Acri, «è importante ribadire la centralità dell’Unione europea, fondata su una visione di cooperazione tra Stati e tra popoli».

In questo scenario, aggiunge, «rafforzare una cultura europea basata sulla solidarietà, sulla cooperazione e sullo sviluppo sostenibile rappresenta una priorità anche per le fondazioni di origine bancaria. L’iniziativa di Ventotene si inserisce in questo percorso, con un’attenzione particolare alle nuove generazioni».

Le fondazioni per l’Europa

L’appuntamento di Ventotene si inserisce in un impegno più ampio delle fondazioni sui temi della cittadinanza europea, incentrato sulla promozione di percorsi formativi e iniziative culturali che rafforzano la conoscenza delle istituzioni europee e dei valori su cui si fonda l’Unione: coesione sociale, solidarietà, sviluppo sostenibile, inclusione.

Europrogettazione per il Terzo settore

Accanto alle attività rivolte ai giovani, le fondazioni sono impegnate anche sul fronte dell’europrogettazione, ovvero nel rafforzamento delle competenze per l’accesso ai programmi europei, in particolare a favore delle organizzazioni del Terzo settore.

Attraverso attività di formazione, accompagnamento e assistenza tecnica, contribuiscono a facilitare l’utilizzo delle risorse dell’Unione e la costruzione di partenariati a livello internazionale. In questa direzione si colloca anche il portale euknow.it, dedicato al supporto all’euro-progettazione.

 VITA

giovedì 19 febbraio 2026

SETTE SETTIMANE PER L'ACQUA

 


Il Consiglio ecumenico delle Chiese lancia

'Sette settimane per l’acqua'


Da oggi, 18 febbraio, e fino al primo aprile prossimo, prende il via l'iniziativa quaresimale promossa dalla Cec per sollecitare la comunità internazionale ad individuare azioni concrete affinché ci sia una giusta distribuzione di risorse idriche. In tutto il mondo 2,2 miliardi di persone, in particolare donne e ragazze, non hanno accesso a riserve potabili sicure

Francesco Ricupero - Città del Vaticano

"Seven Weeks for Water - Sette settimane per l’acqua" è l’iniziativa lanciata dalla Rete ecumenica dell’acqua (Ecumenical Water Network, Ewn) del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) per ispirare risposte e azioni concrete per la sua giusta distribuzione. L'acqua ha un profondo significato spirituale nella tradizione cristiana come dono di Dio. Eppure 2,2 miliardi di persone in tutto il mondo, in particolare donne e ragazze, non hanno accesso ad acqua potabile sicura. La campagna inizia oggi, Mercoledì delle Ceneri, con un servizio di preghiera e prosegue fino al primo aprile. I promotori dell’iniziativa ecumenica sottolineano ancora una volta quanto sia urgente, in questo tempo di crisi economica ed ecologica, che i cristiani intraprendano una riflessione sull’economia dell’acqua e mettano in campo delle misure adeguate.

Giustizia idrica

Per l’occasione, la Rete ecumenica ha lanciato una raccolta di riflessioni e di risorse bibliche dedicate all’uso dell’acqua durante la Quaresima. Al fine di ottimizzare tali azioni, e nell’ottica di poter offrire un supporto anche alla luce delle evidenti ristrettezze economiche che colpiscono molte realtà del pianeta, la Cec propone un coordinamento di molteplici iniziative e contributi affinché si riesca in parte sopperire a eventuali criticità esistenti. “La giustizia idrica - spiega Dinesh Suna, responsabile del programma Terra, Acqua e Cibo della Cec e coordinatore dell’Ecumenical Water Network - è inseparabile dalla giustizia di genere. Quando vediamo donne e ragazze camminare ore ed ore per procurarsi l'acqua, pur essendo escluse dalle decisioni sulla gestione delle risorse idriche, assistiamo a una profonda violazione della dignità che la Chiesa non può ignorare. Le Settimane per l'acqua – aggiunge - ci invitano a riflettere, pregare e agire, per garantire che l'accesso all'acqua potabile diventi una realtà vissuta da tutti i figli di Dio, soprattutto da coloro che sono stati emarginati per troppo tempo".

Il 22 marzo la Giornata mondiale dell'acqua

"Seven Weeks for Water" ha quindi l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale in occasione della Giornata mondiale dell’acqua (istituita dalle Nazioni Unite nel 1992) che sarà celebrata il prossimo 22 marzo. Se infatti la produzione di cibo si basa sulla disponibilità di acqua pulita, allo stesso tempo ha un notevole impatto sia sulla quantità che sulla qualità dell’acqua. Di qui l’importanza di adottare pratiche il più possibile sostenibili. Stesso ragionamento per la produzione di energia, che necessita di enormi quantità di acqua e incide negativamente sulla sua qualità. È quindi fondamentale sviluppare politiche integrate che rendano coerenti le scelte attuate nei vari settori legati alle risorse idriche, soprattutto in un momento in cui non si può sottovalutare la disponibilità di acqua nel mondo.

Sette temi settimanali durante la Quaresima

Dal 2008, numerosi teologi di fama internazionale hanno scritto numerose riflessioni sulle "Seven Weeks for Water". Quest'anno, sette temi settimanali guideranno il percorso durante la Quaresima: comunità resilienti al clima nel contesto dell’acqua, servizi igienico-sanitari e igiene (Wash); dinamiche di potere e di genere nelle regioni con scarsità d'acqua; acqua potabile come benessere condiviso; realtà delle donne rurali; servizi igienico-sanitari per la dignità nei sistemi Wash; controllo dell'acqua nelle zone di conflitto; e legame tra agricoltura e Wash. Queste riflessioni bibliche sono consultabili sul sito della Rete ecumenica, settimana per settimana, insieme a spunti per lo studio, la riflessione e l’azione, attraverso le quali le comunità religiose e le persone potranno formulare le loro risposte nelle comunità locali in merito al tema della giustizia sull’acqua.

Digiuno sistemico globale di carbonio

Secondo Athena Peralta, direttrice della Commissione della Cec per la giustizia climatica e lo sviluppo sostenibile, giustizia idrica e giustizia climatica sono profondamente interconnesse. “Mentre entriamo nel Decennio ecumenico di azione per la giustizia climatica, le Sette settimane per l'acqua ci ricordano che il cambiamento climatico amplifica le disuguaglianze esistenti e che le donne sono tra le persone che ne sopportano il peso maggiore. Questa campagna – ricorda Peralta - si integra con il nostro Digiuno sistemico globale dal carbonio, mostrando come le nostre discipline quaresimali possano affrontare sia il fabbisogno idrico immediato che la crisi climatica a lungo termine". Esso offre riflessioni bibliche settimanali e azioni rivolte a specifiche industrie estrattive: combustibili fossili, trivellazione di petrolio e gas, estrazione mineraria, pesca eccessiva e disboscamento, agricoltura agroindustriale ed estrazione mineraria in acque profonde.

Vatican News

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