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domenica 24 maggio 2026

CARLO PETRINI

 


'Petrini parlava

 la stessa lingua

 di Francesco'

 

Ci mancherà  l’instancabile organizzatore,

 
e l’uomo di cultura capace di elaborare una visione originale 

sul ruolo dell’alimentazione, 

molto prima che questo diventasse un argomento «di moda».
 

di Luigi Ciotti

Persino nel mondo di oggi, in cui molta parte delle nostre attività è mediata dalla tecnologia, nutrirsi è rimasto un gesto che ci mette in relazione diretta e necessaria con la natura. Per questo Carlo aveva capito quanto fosse rilevante la cosa e il come mangiamo. Nell’attenzione verso il cibo, verso la sua qualità e la qualità del rapporto che lega produttori, consumatori e ambiente, ha sintetizzato una visione dell’ecologia integrale come cornice di vita e di senso necessaria per gli esseri umani. 

È in questo comune sentire che ha messo radici l’affinità, poi diventata stretta amicizia, con Papa Francesco. Non a caso gli fu chiesto di elaborare una Guida alla lettura dell’enciclica Laudato Sì, proprio a lui che non era credente, ma credeva profondamente nella missione che aveva scelto, e restava animato dalla fiducia incrollabile di riuscire a convincere e coinvolgere tanti altri. 

«È la gioia di poter credere in un cambiamento rivoluzionario, e in una nuova umanità», scriveva Carlo nel commento al testo del Papa, riconoscendosi in particolare nel suo richiamo «a coltivare e custodire», ripreso dalla Genesi, come «un rimando a qualcosa di antico e di ancestrale, che ci chiede sin dall’inizio dei giorni di vivere con equilibrio la nostra natura più profonda di esseri umani», ma anche come «un impegno rivoluzionario per il futuro». 

«Rivoluzione» era una parola che ritornava spesso nei suoi discorsi, e che in gioventù aveva forse inteso in un senso più letterale, come lo stravolgimento dell’ordine costituito là dove era diventato un ordine oppressivo, fondato sullo sfruttamento dei deboli. Ma era poi maturata in una visione giocata sulla prossimità, la gradualità e l’educazione. Un’aspirazione a cambiare il mondo una zolla di terra dopo l’altra, un contadino, una tavola, un mercato alla volta. 

Da qui era nato anche il sogno dell’Università del Gusto, che aveva scelto di aprire a Pollenzo, per radicarla in una terra fertile e conosciuta. E il suo capolavoro: il progetto Terra Madre. 

 Quante cose ci ha insegnato Carlo Petrini! Praticandole, non predicandole. Perché era un uomo di poche risposte e molte domande. E di coerenza assoluta fra parole e azioni. 

Nel promuovere la sacralità del cibo ha sempre difeso la sacralità della vita. La libertà e dignità della vita, in tutte le sue forme e contro tutti gli abusi, a partire da quelli del capitalismo predatorio che ci ha insegnato a riconoscere dietro le maschere accattivanti. 

Anche se non aveva un riferimento religioso, ho sempre pensato che questo suo amore per i frutti del creato, per il cibo come nutrimento non solo del corpo, ma dell’anima e dei rapporti fra le persone, avesse in sé qualcosa di intrinsecamente spirituale. Esiste un’energia profonda, una «spiritualità laica», che spinge ogni persona umana a farsi custode della dignità altrui e così manifestare la sua «bellezza». 

La sua voce e quella di Papa Francesco si sono intrecciate più volte per ribadire che la difesa della biodiversità e la lotta contro lo scarto non sono semplici opzioni, ma imperativi morali per la sopravvivenza della specie umana. E che si può lavorare insieme, credenti e non, per resistere alle tante forme di barbarie della società dell’ipermercato. 

Mi porto dietro le ultime parole che mi ha sussurrato pochi giorni fa, quando sono andato a salutarlo. «Luigi, io l’ho detto a Papa Francesco che non ero credente, ma lui mi ha risposto che comunque avrebbe pregato sempre per me. E allora io ti chiedo: prega anche tu per me, perché lo so che sto morendo».

L’ho fatto naturalmente. Pregherò per lui e per chi raccoglie la sua eredità, il suo potente messaggio. E cioè che ogni gesto quotidiano — dalla scelta di ciò che mangiamo al modo in cui trattiamo chi produce il nostro cibo — diventa un atto di resistenza e di costruzione collettiva. È attraverso questa dedizione ostinata, fatta di riflessione intellettuale e concretezza contadina, che è possibile seminare giustizia in un mondo che sembra aver smarrito il senso del limite e il valore fondamentale della cura. 


Fonte: La Stampa

Alzogliocchiversoilcielo

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martedì 21 aprile 2026

IL CORAGGIO DI SOGNARE



Il 21 apile ricorre il primo anniversario della morte di Bergoglio. 

 

Avvenire pubblica un contributo del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, che funge da prefazione al volume a firma di papa Francesco “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336 pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Un testo che raccoglie tutti gli interventi di papa Bergoglio alle Assemblee generali della Cei così come i messaggi, i discorsi, gli interventi fatti nelle varie occasioni nelle quali il Pontefice argentino, di cui martedì si ricorda il primo anniversario della morte, ha incontrato i cattolici e la società italiana. Tra i vari interventi fondamentale quello al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume. Proprio sulla figura di papa Francesco, e il suo legame con il santo di Assisi, si svolgerà il dialogo tra il cardinale Zuppi e il giornalista Aldo Cazzullo previsto al Salone Internazionale del Libro di Torino sabato 16 maggio alle 11.30, dal titolo «Da Francesco a Francesco: un nome, due svolte». 

Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne ricaveranno... Di tutto, rendiamo lode al Signore! 

Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta. 

 

Le pagine che seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili. Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura. 

I discorsi sono quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere sé stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme. 

Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché «una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia. 

A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è romanticismo. 

È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera. 

Per questo i testi qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre 2015). 

C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare. 

Mi piace pensare che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci! 

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mercoledì 1 aprile 2026

L'AUTORITA' DELL'ESPERIENZA

 Uno dei tratti peculiari del papato di Francesco e che più è rimasto impresso nella memoria delle persone, è certamente la modalità con cui egli ha esercitato l’autorità. 


- di Luciano Manicardi

 

In Francesco l’autorità non si è fondata tanto sulla “posizione” ricoperta, non si è esibita in titoli magniloquenti, non si è affermata con posture ieratiche, non si è imposta per lo sfarzo delle vesti e dei paramenti, non si è mostrata con linguaggio teologico raffinato e con esibizione di conoscenza, anzi, si è nutrita di semplicità umana, si è iscritta nel registro “popolare”, e si è espressa in modo testimoniale e narrativo. 

Con papa Francesco la modalità narrativa è uscita dagli spazi esegetici e teologici (per lo meno di quegli esegeti e di quei teologi attenti a questa dimensione) ed è diventata prassi, quotidianità di gesti e di parole, ha informato la stessa comunicazione magisteriale al livello più alto nella Chiesa cattolica, suscitando le reazioni sdegnate di chi ha lamentato la carente o scadente teologia di papa Francesco. 

Giustamente Pierangelo Sequeri ha detto di Francesco che “è un papa che parla in parabole”: egli ha comunicato con un moderno linguaggio parabolico in cui le storie della più ordinaria quotidianità, le osservazioni tratte dalla vita delle persone, le immagini forgiate dal vissuto, i ricordi autobiografici, hanno saputo narrare l’agire misericordioso di Dio. Esattamente come nelle parabole evangeliche, il “materiale ordinario” offerto dalla vita quotidiana è diventato, nella rivisitazione interiore e nella verbalizzazione che ne ha fatto papa Francesco, narrazione simbolica che unisce l’alto e il basso, scorge e indica l’Altro e l’Oltre nel qui e ora. 

Ha scritto GianfrancoRavasi a proposito della trattazione sull’omelia che papa Francesco ha inserito in EG 135-159: “Gesù non veleggia mai sopra la testa dei suoi ascoltatori, ma li cattura quasi partendo dal basso, dai piedi, proprio come deve accadere per il simbolo che è radicato nel concreto ma che trasfigura il contingente svelandone le potenzialità di rappresentazione del trascendente”. 

L’autorità di cui Francesco è stato portatore e che è stata percepita da credenti e da non-credenti, si fondava sull’esperienza. Era dunque percepita come autorevolezza personale ancor prima che come autorità derivante dal ruolo rivestito. E se l’autorevolezza consiste, tra l’altro, nell’essere in ciò che si dice al punto che dire è darsi, papa Francesco ha realizzato questa parola testimoniale, questa parola che è testimonianza. Si tratta di una parola aderente al reale, alla realtà del locutore, di papa Francesco, ma anche delle persone a cui si rivolgeva e che sapeva raggiungere e coinvolgere. 

Riflettendo sullo stile omiletico di papa Francesco, Antonio Spadaro ha scritto: “Il linguaggio delle omelie da Santa Marta è molto semplice, immediato, comprensibile da chiunque. Questa abilità viene a Francesco dalla sua vita a costante contatto con la gente”. Tanto la formazione gesuitica e la pedagogia di sant’Ignazio, che sempre muove dal contesto e dall’esperienza, quanto la sua personale esperienza pastorale lo hanno condotto ad accordare un ruolo centrale all’esperienza fino ad affermare che “la riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza”, essendo evidente per lui che “la realtà è superiore all’idea” (EG 233). 

Ancora Spadaro annota: “Sono i volti concreti delle persone incontrate che lo hanno, in un certo senso, convertito all’esperienza. Durante il suo lavoro a Buenos Aires, per esempio, ha maturato tantissimo l’importanza di questo contatto diretto con la gente. Non è una categoria intellettuale: è la stessa esperienza che lo muove a partire dall’esperienza”.

Munera Rivista Europea di Cultura

 

 

giovedì 1 gennaio 2026

PREGHIERA PER LA TERRA

 


Preghiera per la nostra terra


Dio Onnipotente,
che sei presente in tutto l’universo
e nella più piccola delle tue creature,
Tu che circondi con la tua tenerezza
tutto quanto esiste,
riversa in noi la forza del tuo amore
affinché ci prendiamo cura
della vita e della bellezza.
Inondaci di pace, perché viviamo come fratelli e sorelle
senza nuocere a nessuno.

O Dio dei poveri,
aiutaci a riscattare gli abbandonati
e i dimenticati di questa terra
che tanto valgono ai tuoi occhi.
Risana la nostra vita,
affinché proteggiamo il mondo e non lo deprediamo,
affinché seminiamo bellezza
e non inquinamento e distruzione.

Tocca i cuori
di quanti cercano solo vantaggi
a spese dei poveri e della terra.
Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa,
a contemplare con stupore,
a riconoscere che siamo profondamente uniti
con tutte le creature
nel nostro cammino verso la tua luce infinita.

Grazie perché sei con noi tutti i giorni.

Sostienici, per favore, nella nostra lotta
per la giustizia, l’amore e la pace.

Amen.

Papa Francesco

giovedì 14 agosto 2025

NUOVE SFIDE PER LA DOTTRINA SOCIALE


 Quali sono le sfide nuove

 della dottrina sociale 

della Chiesa?



A Subiaco, un incontro per definire le res novae della Dottrina Sociale della Chiesa, organizzato dalla rivista “La Società”. 

Quali le sfide del futuro? 

Dall’intelligenza artificiale ai nuovi paradigmi economici

 -di Andrea Gagliarducci

 Dalle questioni economiche a quelle dell’intelligenza artificiale, passando per le basi sociologiche, epistemologiche, analitiche, la Dottrina Sociale della Chiesa si trova a dover affrontare le sfide dei tempi nuovi. “C’è una domanda crescente di Dottrina Sociale della Chiesa cui dobbiamo dare risposta”, ha detto Leone XIV.

Per cercare di dare risopsta a questa domanda,  la rivista La Società in collaborazione con la Rivista “Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Le cose nuove del XXI secolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e la “Cattedra Rosmini” hanno organizzato un simposio dal 25 al 27 luglio, affrontando tutti i temi possibili in un grande spirito di dialogo.

Il vescovo Mario Toso di Faenza – Modigliana, già segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha sottolineato nel suo intervento che “la Dottrina Sociale fornisce chiavi interpretative che pongono in dialogo varie discipline per dare contributo alla conoscenza, alla pace, alla realizzazione del Regno di Dio.

 La dottrina sociale non è un sapere dedotto, non è imposto dall’alto, non è una dottrina elaborata. La dottrina sociale è un sapere aperto.

Si tratta, insomma, di guardare con curiosità ai nuovi temi presenti nella società, considerando anche le novità dei nostri tempi, dall’economia informale all’intelligenza artificiale.

Va soprattutto – ha detto – superata la visione secondo la quale “la Dottrina Sociale è facoltativa e non fondamentale”, smantellando “il sospetto dell’irrilevanza della Dottrina Sociale rispetto ai dogmi del capitalismo woke”.

Il professor Alberto Preziosi ha parlato del “ventennio” in cui i cattolici italiani non si sono riuniti nelle settimane sociali. In quei tempi, ha detto, “è stato snobbato il compendio, si riteneva che fosse una sintesi sistematica in fondo superata dai tempi e non considerata dialettica”.

Ma come si è evoluta la Dottrina Sociale? Preziosi spiega che al centro della Dottrina Sociale c’è “l’annuncio del Vangelo”, e ha individuato diverse fasi della dottrina sociale: da quella che parte con la Rerum Novarum agli anni Venti e Trenta del secolo scorso; dagli anni Venti e Trenta in cui il magistero sociale diventa appannaggio di una realtà più popolare, con l’idea di fare formazione sociale, alla fase che nasce sul finire della Seconda Guerra Mondiale, con una nuova forma di magistero sociale, che si scontra anche con l’evoluzione del socialismo.

Quindi, c’è la quarta fase, quella del Concilio Vaticano II, perché – racconta Preziosi – “Giovanni XXIII e Paolo VI cambiano il metodo di elaborazione della dottrina sociale. Dal metodo deduttivo ad un metodo induttivo”.

La quinta fase segue il Concilio, ed è delicata, perché “il concilio apre lo scenario nuovo, si rende conto del cambiamento di metodo”. Già durante il dibattito conciliare si contesta l’uso del termine “dottrina”, si parla di una interpretazione più libera.

Con Benedetto XVI – è la sesta fase – “si esaurisce il confronto, perché la crisi delle ideologie ha lasciato il campo in un pensiero unico”. Viene sottolineato il nuovo umanesimo, già Giovanni Paolo II, con la Laborem Exercens, la Sollicitudo Rei Socialis e la Centesimus Annus, aveva rimesso in campo il tema dell’etica sociale, per superare le ideologie presenti.

Infine, la VII frase, con Papa Francesco, che è la fase dei grandi cambiamenti sociali.

 

Aci Stampa

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venerdì 16 maggio 2025

EDUCARE, UNA SPERANZA CHE CAMBIA IL MONDO


 L'EREDITA' EDUCATIVA 

DI 

PAPA FRANCESCO



- di Ernesto Diaco   

 - Direttore dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della CEI

Pur non essendo fra i temi che i principali commentatori hanno individuato nel proporre una sintesi del pontificato di papa Francesco, in realtà l’educazione è stata al centro della sua vita e della sua azione pastorale, sia da gesuita che da arcivescovo di Buenos Aires e infine da vescovo di Roma. È infatti possibile riconoscere in lui uno specifico magistero sull’educazione, ricavabile da numerosi interventi indirizzati ai suoi protagonisti e sfociato nella proposta di un “Patto educativo globale” che coinvolga le religioni, le istituzioni politiche e formative, i diversi mondi vitali della società. Ma si può anche individuare una dimensione educativa trasversale alle diverse scelte e direzioni da lui indicate, compresi i documenti e i Sinodi che hanno caratterizzato i suoi dodici anni sulla cattedra di Pietro. Si può dire che l’esperienza e la visione educativa di papa Francesco abbiano modellato anche il suo modo di essere pontefice della Chiesa universale.

In un discorso del novembre 2015, papa Francesco rispondeva così a una domanda che gli era stata posta sul significato dell’educazione: “Significa rischiare. Un educatore che non sa rischiare, non serve per educare. Un papà e una mamma che non sanno rischiare, non educano bene il figlio. Rischiare in modo ragionevole. Cosa significa questo? Insegnare a camminare. Quando tu insegni a un bambino a camminare, gli insegni che una gamba deve essere ferma, sul pavimento che conosce; e con l’altra, cercare di andare avanti. Così se scivola può difendersi. Educare è questo. Tu sei sicuro in questo punto, ma questo non è definitivo. Devi fare un altro passo. Forse scivoli, ma ti alzi, e avanti… Il vero educatore dev’essere un maestro di rischio, ma di rischio ragionevole, si capisce”. Questo invito a non restare fermi, ma a protendersi in avanti pur mantenendosi fermi sull’essenziale, non è in nulla diverso dalla proposta di Chiesa “in uscita” che è stata al cuore dell’intera azione pastorale di Francesco. Una Chiesa “accidentata e ferita” per essere uscita per le strade, piuttosto che “malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”.

L’educazione “offre un senso, una narrativa a ogni elemento della vita dell’essere umano. Non si esaurisce nel condividere conoscenze o nello sviluppare abilità, ma aiuta a lucidare il diamante che il Signore ha posto in ognuno. L’educazione contribuisce a far sì che tale diamante lasci passare la Luce, che è Cristo (cfr. Gv 8, 12) e che così brilli in mezzo al mondo” (Papa Francesco, 30 settembre 2022)

Cercare è rischiare

“Cercare e rischiare” è anche l’invito che papa Bergoglio ha continuamente indirizzato ai giovani, valorizzando l’inquietudine come risorsa e motore dell’educazione. Educare, infatti, è l’esatto contrario di addomesticare o tranquillizzare. Significa piuttosto accendere il desiderio, risvegliare l’interiorità e preparare alla responsabilità. È tensione verso il senso, spinge alla ricerca della verità ed è spazio di libertà contro ogni conformismo.

Strettamente connesso a questo atteggiamento è la disposizione al cambiamento, che è una condizione della vita contemporanea, ma anche una sfida educativa e culturale: “Ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo che coinvolga tutti”, ripeteva spesso papa Bergoglio e agli studenti spiegava che “sarebbe uno spreco pensare a un’università impegnata a formare le nuove generazioni solo per perpetuare l’attuale sistema elitario e diseguale del mondo, in cui l’istruzione superiore resta un privilegio per pochi. Se la conoscenza non viene accolta come responsabilità, diventa sterile”. 2

Anche il tema della cultura è fortemente presente nel magistero di Francesco. Resta scolpita fra le sue affermazioni più significative l’espressione di Evangelii Gaudium: “La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve” (n. 115). Emerge con chiarezza in lui un’idea di cultura profondamente antropologica e non intellettualistica, come forma di espressione dell’umano nella sua integralità: ragione, affetti, spiritualità, corpo, relazioni. La cultura è una realtà viva, in continuo divenire, che, senza rinnegarle, non è chiusa nelle istituzioni educative e accademiche, ma nasce “dal basso” e vive nei gesti quotidiani, nelle periferie, nei contesti marginalizzati. Da qui la forte denuncia della cosiddetta “cultura dello scarto”, che produce esclusione e disumanizzazione, e l’invito a proporre una “cultura dell’incontro”, che si costruisce attraverso relazioni e non solo attraverso concetti. Non si contano le volte in cui Francesco ha invocato una coraggiosa “rivoluzione culturale”, soprattutto – ma non solo – davanti all’esperienza della pandemia che ha tagliato in due anche il suo pontificato. Cultura ed educazione non sono mai neutre né puramente tecniche, ma sono sempre connesse con la giustizia, la pace e la dignità umana. E con la trascendenza. La fede, infatti, “non limita mai l’ambito della ragione, ma lo apre a una visione integrale dell’uomo e della realtà, preservando dal pericolo di ridurre la persona a ‘materiale umano’” (all’Università Roma Tre, 17 febbraio 2017).

Ma la parola che meglio racchiude in sé la visione educativa di papa Francesco è speranza. La scuola e l’università sono per lui “laboratori di speranza”, che si genera costruendo ponti tra generazioni, culture e fedi. Sono luoghi di incontro dove si può immaginare un mondo nuovo. “Educare è un atto di speranza che rompe i determinismi e i fatalismi, e genera una cultura della vicinanza” (messaggio per il lancio del patto educativo globale, 12 settembre 2019). Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Francesco, mi hanno toccato le parole di un giovane riportate in uno degli innumerevoli articoli di giornale. Questo ragazzo riconosceva al Papa soprattutto un merito: “Ci ha trasmesso la certezza che questo mondo si può cambiare”. Ecco cosa significa educare: dare fiducia e incoraggiare a seguire i propri sogni e progetti di bene. Davvero, come Francesco ha ripetuto tante volte, “l’educazione è lo strumento più potente che si possa usare per cambiare il mondo”.

Un Dossier per dire grazie e andare avanti

In tale contesto si collocano queste pagine, nate all’interno della Consulta dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della CEI. Il primo intento è quello di fare memoria ed esprimere riconoscenza per un magistero così ricco di orientamenti educativi e di attenzione al vasto e articolato mondo delle istituzioni formative, a cui si aggiunge la volontà di discernere insieme quanto ricevuto da papa Francesco e impegnarsi a far sì che porti ancora frutto nell’opera che quotidianamente – nelle scuole e nelle università, nei centri di formazione professionale e nelle varie aggregazioni – insieme conduciamo, certi che nessuno potrà rubarci l’amore per l’educazione.

EREDITA’ EDUCATIVA DI PAPA FRANCESCO

 


 https://educazione.chiesacattolica.it/


sabato 10 maggio 2025

LEONE e FRANCESCO

 

Leone XIV, 

un agostiniano 

dopo un gesuita.

 La continuità

 nella discontinuità”


      

Prevost raccoglie l’eredità spirituale di Francesco ma sarà meno protagonista del suo predecessore. 

Con la sua predicazione, il nuovo Papa contribuirà alla pace di cui il mondo ha bisogno: quella del cuore.

Di  Vito Mancuso

Di cosa ha veramente bisogno la Chiesa oggi? E di cosa il mondo? Sono queste le domande che mi pongo per valutare l’elezione del nuovo Papa. La risposta a entrambe le domande non è difficile. La Chiesa ha bisogno di continuità e insieme di discontinuità rispetto al papato di Francesco, e presto spiegherò in che senso; e quanto al mondo, lo vediamo tutti di cosa ha bisogno, anzi, prima ancora, lo sentiamo, nel nostro cuore inquieto, che esso ha bisogno di pace.

 La Chiesa, ho detto, ha bisogno di continuità e insieme di discontinuità rispetto a papa Francesco e io credo che Robert Francis Prevost ha scelto di chiamarsi non Giovanni, né Paolo, né Benedetto, né Francesco, né un’unione tra questi nomi, ma Leone, a voler segnalare un nuovo inizio. Egli quindi può essere davvero la persona giusta per dare alla Chiesa continuità e discontinuità al contempo. Continuità, perché egli è stato umanamente e spiritualmente vicino a Papa Francesco, di cui, in quanto Prefetto del Dicastero per i vescovi, era uno dei principali collaboratori. Discontinuità, perché il suo carattere riservato (e sembra anche un po’ timido da quegli occhi lucidi e da quell’imbarazzo mostrato dalla loggia della basilica ieri sera) lo renderà sicuramente assai diverso dall’attivismo e talora dal protagonismo del predecessore. Io penso che questa promessa di continuità e al contempo di discontinuità abbia reso Robert Francis Prevost la persona ideale agli occhi dei cardinali per rassicurare i progressisti che l’eredità di Bergoglio non andrà dispersa, e per rassicurare al contempo i conservatori che ci sarà più ordine, più rispetto della tradizione, più sicurezza nella dottrina e nessuna improvvisata fuga in avanti. Penso sia questa capacità di mediazione quale appare dalla personalità del nuovo Papa la principale caratteristica che ha fatto convergere su di lui così rapidamente i voti necessari per la sua elezione. I cardinali cioè hanno sentito che egli può essere la persona giusta per dare alla Chiesa quello di cui essa oggi ha bisogno.

 Il nuovo Papa tornerà nell’appartamento papale? Probabile. Anzi, a mio avviso, sicuro, alla luce dell’abbigliamento che papa Leone ha mostrato nella sua prima benedizione quando si è presentato vestito non solo con la tradizionale talare bianca, come Francesco, ma anche con la mozzetta rossa e la stola, come Benedetto XVI, come Giovanni Paolo II e come tutti gli altri pontefici che lungo i secoli hanno abitato regolarmente nell’appartamento papale.

Ma veniamo alla domanda che riguarda il mondo e il suo bisogno di pace: come valutare da questo punto l’elezione di papa Leone? Il nome scelto a prima vista non depone per un’azione pacifica, inutile richiamare cosa immediatamente ricorda il leone alla mente di tutti. Ma a quanto mi ha detto un caro amico frate agostiniano, cioè dello stesso ordine religioso del nuovo Papa su cui poi tornerò, il motivo che ha portato Prevost a scegliere di chiamarsi Leone è la riconoscenza verso Leone XIII (papa dal 1878 al 1903) che da bambino nel suo paese di Carpineto Romano aveva fatto il chierichetto presso gli agostiniani e che poi da Papa ricompensò l’ordine con una serie di benefici, tra cui, guarda caso, la Sacrestia pontificia. Ma poi, a pensarci bene, il nome Leone non è così fuori luogo per servire la pace perché per farlo, visto che la pace non è semplice assenza di conflitti ma “opus iustitiae” come dice il Vaticano II, occorre forza, coraggio, determinazione, capacità di rischiare; occorre, a pensarci bene, un cuor di leone: forse anche per questo il nuovo Papa ha scelto di chiamarsi così? Lo vedremo, immagino, presto.

Quello che è sicuro è che un Papa può servire la pace del mondo principalmente in due modi: tramite la diplomazia e tramite la parola della predicazione. Papa Leone ieri sera ha già iniziato a farlo, visto che le sue prime parole sono state: «La pace sia con tutti voi». Non parole personali, ma una formula liturgica, la medesima con cui inizia la Messa, a sottolineare una significativa differenza con il «buonasera» con cui si presentò papa Francesco e anche con le parole più confidenziali degli altri Papi (le uniche parole personali il nuovo Papa le ha dette in spagnolo per salutare la diocesi peruviana di Chiclayo di cui è stato vescovo, da non confondere con Chicago dov’è nato). Papa Leone ha poi continuato il suo discorso con parole colme di spiritualità quali «pace del cuore», «pace di Cristo risorto», «pace che proviene da Dio». Eccoci quindi al suo essere agostiniano.

È molto significativo che papa Leone abbia voluto presentarsi dicendo di essere «figlio di sant’Agostino», cioè come frate agostiniano, membro dell’Ordo Sancti Augustini, abbreviato O.S.A., sigla che se si legge senza badare ai punti diventa un imperativo che dà coraggio. Cosa significa essere agostiniano? Significa avere un modo di vivere il cristianesimo improntato alla spiritualità di sant’Agostino, così come essere francescani significa seguire la spiritualità di Francesco d’Assisi, benedettini quella di san Benedetto e così via per tutti i numerosi ordini religiosi maschili e femminili. Ma qual è la specifica spiritualità dell’ordine agostiniano? La risposta ci proviene dallo stesso motto del nuovo Papa scelto quando venne ordinato vescovo: «In illo uno unum», espressione di Agostino che alla lettera significa: «Una sola cosa in lui solo», laddove questo lui è Cristo e la sola cosa è la comunità dei fratelli. Il che indica che lo specifico della spiritualità agostiniana è l’essere pervasa da una forte tensione orizzontale per promuovere la vita comunitaria e l’amicizia, e al contempo da un’ancora maggiore tensione verticale perché questa unità avviene tendendo tutti insieme verso Cristo, «in lui solo». Il che è la perfetta sintesi del cristianesimo, che è fratellanza ma prima ancora figliolanza, che è caritas ma prima ancora imitatio Christi.

Tornando alla pace di cui il mondo ha bisogno, il Papa vi può contribuire anzitutto con la sua predicazione. Il che non è affatto poco, perché la pace esteriore inizia dalla pace interiore, la pace delle armi inizia dalla pace delle parole. E a questo proposito, in onore del nuovo Papa, desidero concludere con una pagina delle “Confessioni” di sant’Agostino nella quale il grande teologo e filosofo cristiano rivolgendosi al suo Dio pone questa domanda: «Cosa amo, quando ti amo?». Domanda profondissima, che chiunque afferma di amare Dio dovrebbe porre a sé stesso: cosa si ama veramente quando si dice di amare “Dio”? Agostino fa una serie di ragionamenti che qui è impossibile riportare e poi sorprendentemente conclude: «Amando il mio Dio amo la luce dell’uomo interiore che è in me». La più grande trascendenza la si ottiene nella più grande immanenza, nella nostra interiorità. Il nuovo Papa, lo intuisco, vorrei dire, ne sono sicuro, contribuirà a farci riscoprire la ricchezza che in quanto esseri umani (non importa se credenti o no) portiamo dentro di noi, e in questo modo egli servirà alla perfezione la pace del mondo, perché la pace del mondo è anzitutto pace del cuore.

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domenica 4 maggio 2025

NON ARCHIVIATE LA PACE

 “L'eredità profetica
 di papa Francesco:

perché la pace
 non è un'utopia”




-         di Franco Vaccari

 Non tacete.

Non lasciate che resti solo un tema da omelie domenicali.

È troppo tardi per essere prudenti e troppo presto per essere rassegnati...

L’interesse del mondo per chi sarà il successore di papa Francesco è, in fondo, un buon segno.

Le preghiere silenziose delle comunità claustrali si mescolano alle simpatiche scommesse da bar, al mormorio curioso del popolo di Dio, alla buona attesa della gente di Roma e oltre.

Ma accanto a questo spirito autentico, ci sono anche il chiacchiericcio, le pressioni, i messaggi in codice destinati a “chi deve capire”, le lobby e gli interessi mondani.

E così, il cuore del pontificato rischia – ma non accadrà – di essere archiviato con leggerezza, banalizzato o ridotto a slogan. Specialmente riguardo all’impegno per la pace.

Si sente dire: “Francesco aveva un debole per la pace” oppure: “Che cosa volevate che dicesse?

Ha semplicemente fatto il Papa”. Affermazioni che sembrano innocue, ma che in realtà disinnescano la portata rivoluzionaria di un ministero.

No, il Papa non ha avuto “un pallino” per la pace.

Il Papa – ogni Papa, e quindi anche Francesco – incarna una parola che viene dal Vangelo, lo fa come uomo e come capo di una comunità umano-divina.

Non si tratta di un’opinione personale né di un’idea pastorale un po’ troppo insistente: la pace è il cuore stesso del Vangelo.

È una memoria viva della storia della Chiesa.

Papa Francesco ha semplicemente raccolto una fiaccola che altri prima di lui hanno tenuto accesa.

San Giovanni XXIII lo scrisse nella Pacem in terris, rivolgendosi a «tutti gli uomini di buona volontà». San Paolo VI gridò all’Onu: «Mai più la guerra!».

San Giovanni Paolo II camminò tra le macerie con la croce in mano, e Benedetto XVI ricordò che non c’è pace senza verità e giustizia, iniziando dalla Chiesa.

Francesco ha tolto il punto esclamativo e ha messo i piedi nel fango: Ucraina, Terra Santa, Sudan, Mediterraneo.

E ora ci guarda – sì, ci guarda – e ci chiede una cosa sola: non archiviate la pace.

Non tacete.

Non lasciate che resti solo un tema da omelie domenicali.

È troppo tardi per essere prudenti e troppo presto per essere rassegnati.

Da una parte c’è chi liquida questa insistenza come una “fissazione” ecclesiale, perché “c’è tanto altro da fare”.

Dall’altra, chi la vanifica dicendo, appunto: “Francesco non faceva nient’altro che il Papa, non ha poteri, non è un capo di Stato, facile!”.

Fare il Papa: in certe accezioni fuorvianti potrebbe sembrare un mestiere, tant’è che si candidano anche personaggi con nuovi curriculum ritenuti idonei.

Due narrazioni che normalizzano la profezia e la degradano a utopia, mentre si fanno paladine di un “sano realismo” il cui fallimento è ormai evidente.

Viviamo in un mondo che si occupa di pace solo in funzione della guerra: quando sta per scoppiare (per armarsi), quando è scoppiata (come invocazione sterile), quando è finita (per dimenticarla).

Voi che fareste? 

E poi ci chiede con cinismo: “E voi, che fareste?”.

La risposta è disarmante: faremmo – anzi, cerchiamo di fare – quello che ogni giorno ha ripetuto quel “fissato” di Papa Francesco, e prima di lui, quei “fissati” dei suoi predecessori.

Relegare le parole e i gesti dei Papi sulla pace a livello spirituale, come una gentile ovvietà, svuota la forza dirompente del Vangelo, riducendolo a una religione civile. Ma il Vangelo è ben altro: è l’anima dell’umano, in ogni suo aspetto – civile, economico, politico – e chiede conto a ciascuno di essere incarnato con coerenza nel proprio operato.

E questo Vangelo, proprio perché vivo, sovverte.

Sia dentro che fuori la Chiesa. Gesù stesso ha rotto gli schemi del “dentro” e del “fuori”, mangiando con i peccatori, parlando con i samaritani, guarendo di sabato, riconoscendo miracoli “non autorizzati”.

Ma, nonostante tutto, non ha rinunciato agli apostoli: li ha voluti con sé, a patto che il loro potere fosse servizio, non dominio.

La pace messianica comincia da lì: dal modo in cui si vivono le relazioni dentro la Chiesa, per poi dilagare nel mondo.

E interpella ciascuno – dall’ultimo nato ai vertici delle istituzioni – con la domanda più semplice e più radicale: con chi stai?

Con Erode, con Pilato, con Barabba?

O con Cristo?

 www.avvenire.it


sabato 3 maggio 2025

VERSO IL CONCLAVE


 La storia del papato e della Chiesa nella seconda metà del Novecento e in questi due decenni del nuovo secolo si può schematicamente descrivere mediante il terzo principio della dinamica di Newton: “A ogni azione corrisponde una reazione pari e contraria”.

 

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-   di Vito Mancuso

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L’azione che mise in moto la dinamica della Chiesa contemporanea fu quella di papa Giovanni XXIII che, nel nome di una strategia complessiva da lui denominata “aggiornamento” (“dibattutissimo termine”, lo qualificò il grande storico della Chiesa Hubert Jedin), convocò il Concilio ecumenico Vaticano II, celebrato tra il 1962 e il 1965. Lo scopo di papa Giovanni era esplicito: che la dottrina “sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo” (dal discorso di apertura del concilio, 11 ottobre ’62). L’aggiornamento voluto dal Papa bergamasco effettivamente ci fu …

Gli ebrei passarono da “perfidi giudei” a “fratelli maggiori”, gli ortodossi e i protestanti da “eretici e scismatici” a “fratelli separati”, le altre religioni da insieme di “infedeli” a “raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini”. La libertà di coscienza in materia religiosa, prima bollata come “assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio” (Gregorio XVI, Mirari vos, 1832), divenne oggetto della Dichiarazione sulla libertà religiosa.

 Dignitatis humanae del 7 dicembre 1965, il documento più sofferto dei lavori conciliari. Altre svolte significative riguardarono la Bibbia, la liturgia e in genere il rapporto con il mondo, passato dalla condanna di tutto ciò che di nuovo esso produce a un atteggiamento di attenzione e di benevolenza. Pio IX descriveva il processo storico come “scellerate trame degli empi, che, come flutti di mare tempestoso, spumano le proprie turpitudini”, il Vaticano II insegnò a “scrutare i segni dei tempi per conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo” perché “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” sono le stesse dei discepoli di Cristo e “nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Ma a questa potente azione non poteva non seguire, come insegna la dinamica di Newton, una altrettanto potente reazione.

Il Vaticano II non poté essere concluso da Giovanni XXIII che morì proprio nel mezzo dei lavori conciliari, venne portato a termine da Paolo VI, il Papa che cominciò a depotenziarne la carica innovativa. Il luogo in cui questo depotenziamento appare con più evidenza è la morale sessuale. Così il cardinal Martini nelle sue Conversazioni notturne a Gerusalemme riferendosi a Paolo VI: “Sottrasse scientemente l’argomento ai dibattiti dei padri conciliari; in questa materia volle assumere una responsabilità altamente personale”. Paolo VI avocò a sé la materia sessuale impedendo al concilio di esprimersi al riguardo per timore di una frattura troppo forte rispetto al passato. A suo avviso la Chiesa poteva sopportare il rinnovamento nel rapporto con le altre religioni, nella liturgia, nella libertà religiosa, non però in materia sessuale, dove l’innovazione rispetto alla Casti connubii di Pio XI che aveva condannato ogni tipo di contraccezione avrebbe provocato una frattura così ampia da prefigurare uno scisma. Così, temendo la divisione, Paolo VI impedì al concilio di esprimersi sulla morale sessuale diminuendone la spinta rinnovatrice e pubblicò nel 1968 una sua enciclica il cui esito è descritto così da Martini: “L’enciclica Humanae vitae ha purtroppo prodotto anche un effetto negativo. Molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone. Ne è derivato un grave danno”.

Giovanni Paolo I ebbe solo il tempo di un luminoso sorriso e di ricordare la tenerezza materna di Dio, mentre il lungo pontificato di Giovanni Paolo II disegna una parabola complessivamente all’insegna della conservazione e a tratti della restaurazione. In verità nel suo papato non mancarono gesti innovativi e profetici, perfettamente nella linea conciliare, come la richiesta di perdono per le colpe storiche della Chiesa (a partire dall’abiura inflitta a Galileo nel 1633) e come la bellissima preghiera comune con i rappresentanti delle altre religioni ripetuta due volte ad Assisi nel 1986 e nel 2002, e la visita alla sinagoga di Roma nel 1986. Ma nel complesso il suo papato è stato di stampo conservatore per quanto attiene alla conduzione generale della Chiesa a livello di nomine ecclesiastiche, morale sessuale, bioetica e in genere le questioni dottrinali più importanti, non ultimo il ruolo della donna. Tale impostazione dottrinale ebbe nel cardinale Ratzinger quale Prefetto della Congregazione della fede il principale interprete e fu quindi del tutto naturale il passaggio da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI. Il papa tedesco continuò l’operazione di retromarcia, arrivando persino a favorire la Messa in latino e a riabilitare i lefebvriani, i veri e propri oppositori strutturali alla dinamica conciliare.

Il vero gesto innovativo di Benedetto XVI furono le sue dimissioni, causate dalla presa di coscienza di non essere in grado di ricoprire il ruolo di Pontefice, anche se egli

non smise la veste bianca e non lasciò Roma, come invece, a mio avviso, avrebbe dovuto fare. In vista delle dimissioni egli aveva preparato il suo candidato alla successione, ma i cardinali in conclave preferirono Jorge Mario Bergoglio, che, scegliendo di chiamarsi Francesco e presentandosi come vescovo di Roma, fece subito capire il suo desiderio di riprendere la spinta innovatrice del Vaticano II.

 Emblematica al riguardo è l’importanza che nel suo pontificato assunse la teologia della liberazione: quei teologi e quegli uomini di chiesa che durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI erano stati emarginati e talora condannati vennero ampiamente riabilitati, come Leonardo Boff che fu uno dei principali estensori dell’enciclica “Laudato si” sull’ecologia del 2015. Ancora più emblematica è la vicenda di Oscar Romero, il vescovo martire di San Salvador assassinato nel 1980 dagli squadroni della morte al soldo delle multinazionali e della giunta militare, che non venne beatificato da Giovanni Paolo II (che pure arrivò a un numero di beatificazioni più alto di quello di tutti gli altri papi messi insieme, ma che riservò a Romero un trattamento gelido durante la sua visita a Roma) né da Benedetto XVI, e che invece venne subito beatificato (2015) e canonizzato (2108) da papa Francesco. 

Occorre però sottolineare che purtroppo la spinta innovatrice di papa Francesco non ha avuto la necessaria forza dottrinale e l’ancora più necessaria abilità diplomatica che avevano contraddistinto l’aggiornamento introdotto da papa Giovanni, dotato di ben altra consapevolezza storica e capacità di governo rispetto al papa argentino. Papa Francesco ha voluto sì continuare il rinnovamento, ma per una serie di motivi (tra cui alcuni tratti caratteriali) è risultato incapace di creare quell’armonia necessaria perché il rinnovamento potesse effettivamente procedere. Senza considerare alcune conclamate ambiguità, come l’appellativo di “sicari” riservato ai medici abortisti e poi la visita a Emma Bonino, o in ordine all’omosessualità il “chi sono io per giudicare?” e poi l’uso del termine frociaggine. Così il suo pontificato non è riuscito a tradurre in nessun atto concreto a livello legislativo il desiderio e talora l’impeto del rinnovamento. 

Il risultato è quello davanti ai nostri occhi: una Chiesa cattolica divisa, “sfrangiata” la descrive il cardinal Ravasi (Corriere della Sera del 23 aprile scorso), nella quale i progressisti sono scontenti perché le riforme non sono arrivate e i conservatori sono scontenti per il fatto che di queste riforme si parli.

Mi viene in mente il celebre passo dei “Promessi sposi” in cui il Gran Cancelliere spagnolo alle prese con la folla inferocita si rivolge al cocchiere: “Adelante, Pedro, con juicio”. Penso che la Chiesa abbia bisogno di un Papa che la conduca “adelante” e non indietro, ma che lo faccia con più “juicio” rispetto a papa Francesco: meno protagonismo e più collegialità, meno picconate alla curia e più incoraggiamento, meno proclami e più nomine ponderate, meno volontà di stupire e più rispetto della tradizione (è inammissibile, per esempio, che diocesi come Parigi, Berlino, Vienna, Bruxelles, Lisbona e tra le italiane Milano e Venezia, non siano rappresentate al conclave perché Francesco non ha nominato cardinali i rispettivi arcivescovi). Si tratta però, tutto sommato, di questioni secondarie. La vera questione è la direzione complessiva, se “adelante” o se indietro. Tornando a Newton, egli spiegava: “Se qualcuno spinge una pietra col dito, anche il suo dito viene spinto dalla pietra”. Noi presto vedremo quale sarà la spinta che vincerà il conclave: se l’azione del dito o la reazione della pietra. 

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