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giovedì 14 novembre 2024

UNIVERSITA' E ANIMA

 




di Benedetta Capelli

Se c’è una parola chiave che ha attraversato il Dies Academicus, l’inizio dell’anno accademico 2024-2025 della Pontificia Università Lateranense, è “anima”. 

Un termine che per il rettore dell’ateneo, monsignor Alfonso Amarante, implica un lavorio costante di dialogo e incontro tra docenti e studenti ma anche la necessità di osare avviando percorsi virtuosi, perlustrando strade che altri non hanno percorso e che non sia solo un’occupazione di spazi. Sono tre i passi indicati, frutto anche dell’impegno di un nuovo Consiglio Superiore di Coordinamento ufficializzato solo sabato scorso, 9 novembre. 

Il primo riguarda la crescita del percorso formativo, guardando alla qualità del corpo docente che lo scorso anno contava 139 professori e 1137 studenti; a seguire la ricerca di nuove strategie di comunicazione per diffondere l’offerta della Pul infine l’elaborazione di un piano triennale che preveda l’identificazione di possibili donatori/contributori in Italia e all’estero. 

“Anima” è anche la parola che il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha sottolineato nel suo discorso declinando insieme allo stupore, alla creatività e alla libertà di pensiero. «L’università — ha affermato — è uno spazio in cui il soggetto trova le condizioni per diventare protagonista della propria storia, uno straordinario intreccio di dialogo». Anche il porporato non ha mancato di invocare un cambiamento nell’università, parlando di coraggio e di audacia che sono gli ingredienti giusti per osare e per non perdere la capacità di essere «il sale della terra e la luce del mondo». «L’università è un laboratorio di dialogo anche con Cristo ed ha bisogno di interlocutori, di maestri ispirati e di testimoni credibili». 

Il prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione ha poi voluto ringraziare Giacomo Poretti, attore comico e fortunato protagonista anche di diversi film realizzati dal trio Aldo, Giovanni e Giacomo, per la bella e intensa riflessione sull’anima che ha regalato a studenti attenti e docenti interessati alla novità di un comico che si cimenta in una sorta di Lectio Magistralis. Poretti ha attinto al suo repertorio, sintetizzando parti di uno spettacolo del 2018 intitolato Fare l’anima. E ha attinto anche alla sua vita privata raccontando della nascita del figlio Emanuele, della visita in ospedale di don Bruno, il sacerdote che lo aveva sposato. Spiazzante quella frase buttata lì dopo aver giocato con il piccolo neonato: «bene, avete fatto un corpo, ora dovete fare l’anima». 

Ma come si fa l’anima? Cosa è? Dove si trova? Quando nasce? Sono «domande bambine» ha detto don Davide Milani, officiale del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, presentando Giacomo Poretti. Domande che ognuno di noi si è posto nella vita e alla quale l’attore non offre ovviamente risposta, il suo merito è quello di mostrare la forza o meglio la debolezza di questa parola. 

Una parola, ha raccontato, che si è sedimentata nel suo cuore, generando un leggero fastidio ma anche inquietudine. «Mi ha fatto tenerezza — ha spiegato — e mi è parso che avesse il lamento doloroso dell’abbandono, che non l’avessi mai degnata di una simpatia, di un ascolto. Ho pensato alla solitudine delle parole, forse una parola deve essere frequentata, ha bisogno di cura, se non si parlano le parole vengono dimenticate e scompaiono. I dizionari possono essere allora il cimitero delle parole, pensiamo a termini come mitezza, villeggiatura, paltò, infinito, speme e appunto anima». 

Per Poretti l’uomo di oggi cerca rassicurazione in quello che vede, nella tecnologia ad esempio, nell’algoritmo che sceglie per noi, nei big data ma con l’anima bisogna fare i conti. «I preti possono scombussolarti la vita», niente di più vero, come è vero — ha continuato l’attore — che fa pensare la scelta di dedicarsi al sacerdozio. I preti per lui sono «uomini ostinati» che non hanno ceduto al fascino degli influencer, «che hanno la sfrontatezza di svegliarsi tutte le mattine e vestirsi di nero, questi poveri cristi cercano di tatuarci nel cuore qualcosa di prezioso e misterioso». Preziosa e misteriosa come l’anima.

Osservatore Romano

giovedì 14 dicembre 2023

QUALE NATALE ?

 Ciò che chiamiamo speranza



-         di José Tolentino Mendonça*

 

A proposito del Natale, tutto questo patrimonio simbolico che è diventato cultura è stato, un giorno, culto.

Quella che oggi è un’esaltazione fiabesca tendenzialmente non ben identificata è stata narrazione evangelica ben esplicita; lo spazio oggi concesso a Babbo Natale era dato un tempo al presepio; gli auguri tradotti in una grammatica civile ebbero dapprima un’espressione teologica definita; il ruolo propulsivo oggi esercitato dal commercio già fu svolto, in modo esclusivo, dalla religione.

È impossibile non rilevare una riduzione, o una pretesa sostituzione. Nella misura in cui si secolarizzano, le società pretendono che la circolazione tra culto e cultura s’interrompa, come fosse cosa buona un’operazione di puro e semplice cancellamento delle origini.

Si fa urgente sottoporre a un dibattito critico questa maniera di pensare. Se la cultura cancella la memoria del culto, si devitalizza, azzera qualcosa di antropologicamente decisivo. La cultura necessita di alleanze per rafforzarsi come contenitore dell’esperienza umana. Il caso dei simboli è paradigmatico. L’ampiezza della loro risonanza dipende da un rapporto matriciale che persiste.

La cultura ha di che guadagnarci nel riconoscere il qualificato contributo umano offerto dal culto e nel mantenere una circolarità che ci aiuti tutti a plasmare cammini significativi verso quella che chiamiamo speranza.

 

*Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione

www.avvenire.it 

sabato 28 ottobre 2023

PER UN'ECOLOGIA DEL CUORE

 Il Vangelo

 delle briciole

 

         di José Tolentino Mendonça

 

Abbiamo bisogno di un’ecologia del cuore che ci renda consapevoli di come gli esseri sono in connessione tra di loro.

 Abbiamo bisogno di diventare persone capaci di cura, praticando una responsabilità operativa nei riguardi di ciò che è comune, e non soltanto di quel che è nostro. Abbiamo bisogno di ascoltare i gemiti della terra così come ascoltiamo i gemiti del nostro corpo. Abbiamo bisogno di coltivare il fragile e fremente ruggito che pulsa in ogni vivente e acquista forza quando si sente riconosciuto e rassicurato. Abbiamo bisogno di uno sguardo che rimanga affascinato da tutte le creature e della capacità di integrarle nella grande e plurale danza della vita che sempre ci supera.

 Abbiamo bisogno di un’arte del riciclo, che ci insegni a dare una seconda opportunità alle cose che buttiamo via con tanta facilità.

 Abbiamo bisogno di un paziente impegno a trasformare, riconvertire, rammendare, riparare, risignificare, invece della nostra dispendiosa corsa ai consumi. Abbiamo bisogno di accettare il limite, di riconoscere che è già sufficiente e di fermarci, di far dipendere di meno la nostra soddisfazione dai falsi bisogni o dai nostri egoistici interessi, di pensare non solo a noi stessi e al mondo come siamo adesso, ma all’eco che ancora riverbererà per molto tempo dopo. Abbiamo bisogno di guardare al di là del nostro piccolo mondo per allargare lo sguardo oltre l'orizzonte, verso il futuro che viene.

 Abbiamo bisogno di capire che c’è una continuità fra il tetto che ci mette al riparo e la grande cupola terrestre, tra la nostra casa e la casa comune, tra il bene proprio e il bene di tutti.

 

www.avvenire.it

venerdì 13 ottobre 2023

UNA PREZIOSA VIRTU'


 UMILTA' 
- di José Tolentino Mendonça

- Con la sapienza che gli viene riconosciuta, sant’Agostino ricorda che «né il nostro timore, né il nostro amore sono stabili e sicuri». Il suo punto di partenza è l’imperfezione delle valutazioni che noi facciamo, così spesso incapaci di andare al di là di uno sguardo inconsapevolmente approssimativo o anche del tutto errato, relativamente a persone, avvenimenti e cose. «Quale uomo, infatti, è in grado di giudicare?».

La domanda dell’autore delle Confessioni merita di diventare oggetto della nostra riflessione. È una briciola di saggezza offerta ai nostri discorsi forse troppo assertivi, alle nostre considerazioni probabilmente troppo sicure di sé, alle nostre quotidiane sentenze che si lasciano andare a un tono implacabile e ferreo, anche quando mascherato con i tic giudiziosi della buona educazione.

La verità è che facciamo fatica a discernere e, per dirlo senza mezzi termini, vederci chiaro non è una delle nostre qualità più immediate. Per altro verso, nemmeno la vita resta lì immobile ad aspettare di essere fotografata dal nostro giudizio: è mobile, in perpetua mutazione, attraversa stagioni diverse, si lascia meglio raccontare con le virgole che con frettolosi punti fermi.

 Nella Prima lettera ai Corinzi san Paolo scrive che «ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa» (1Cor 13,12), e aveva ragione.

 Rendercene conto ci aiuta a entrare nella scuola dell’umiltà.

 www.avvenire.it




sabato 24 dicembre 2022

IL VERO PRESEPIO E' DENTRO DI NOI

«Dio ha tanto amato 

il mondo 

da dare il suo 

Figlio unigenito»

 

Le opere di Giotto, Botticelli e de La Tour ci ricordano il valore di questa storia incontrata molte volte: è come se Dio deponesse una stella nelle nostre mani vuote.

                                                                  - di JOSÉ TOLENTINO DE MENDONÇA *

 Anno dopo anno, la storia della nascita di Gesù ci viene incontro mescolando fede e sentimento, associando ethos e pathos, coniugando il contingente con l’eterno, il dialetto umano con il teatro di Dio. Abbiamo incontrato questa storia molte volte, e la verità è che sentiamo che ancora non ci ha detto tutto quello che ha da dirci. È il prodigio delle grandi narrazioni: anche una volta raccontate continuano a essere un segreto che spetta a ciascuno svelare. Per qualche ragione il presepio è questa macchina antitragica che trasmette l’impressione che Dio si pone alla portata di tutti. È universale e locale, spirituale e materiale, scenografico e storico. Ed è come se deponesse una stella nelle nostre mani vuote.

Partiamo da tre rappresentazioni della scena del Natale che probabilmente tutti abbiamo visto e che danno un contribuito decisivo al canone della pittura a occidente: la pioniera Natività di Giotto, la cosiddetta Natività mistica di Botticelli e Il neonato di Georges de La Tour. Un trittico che si offre alla nostra meditazione. Su Giotto (1267-1337) c’è quel racconto del Vasari che narra come, all’età di dodici anni, egli fosse un pastore di pecore che andava spargendo disegni sulle pietre. Lo avrebbe visto uno dei grandi pittori toscani dell’epoca, Cimabue, che lo ingaggiò come apprendista nella sua bottega. Eppure, forse ancor più decisivo sarebbe stato l’incontro con la traccia lasciata dalla figura di san Francesco d’Assisi (1181-1226). Li separano quattro decenni, ma Giotto conierà alcune delle immagini più celebri di quel giovane mendicante innamorato di Dio che aveva ispirato una delle riforme spirituali di maggior impatto nel percorso storico del cristianesimo, e i cui effetti incrociano il nostro presente. Era stato il Poverello, la notte di Natale dell’anno 1223, nella povera contrada di Greccio, a organizzare la prima rappresentazione dal vivo della nascita di Gesù. Como spiega il suo cronista Tommaso da Celano, Francesco voleva «vedere con gli occhi del corpo» il bambino nato a Betlemme, «i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Fece vestire gli abitanti di Greccio con le vesti degli antichi pastori, dei magi, di Giuseppe e di Maria. Era il trionfo degli umili. Veniva così a fissarsi la tradizione del presepio nel suo nucleo essenziale. Ma vi si inscriveva allo stesso tempo un insegnamento che non può essere dimenticato: tutti gli abitanti di Greccio (e, per estensione, di tutta la terra) possono essere attori nella narrazione plasticamente espressa nel presepio. Nessuno è escluso. Secondo le belle parole della testimonianza di Tommaso da Celano, un qualsiasi borgo sperduto poteva trasformarsi in «una nuova Betlemme», poiché quella «notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali ». Di quella notte, quando un’intera popolazione celebrò una gioia nuova, il pittore Giotto ripropose la memoria in un affresco della Basilica inferiore di Assisi. Uno dei caratteri dell’arte di Giotto è che egli rappresenta i santi come esseri umani dall’apparenza comune. Contemplando la sua natività, in effetti, avvertiamo di essere posti davanti a una storia vera, non davanti a una favola. Tutto è imponente, vasto e splendente come il blu della volta celeste o del manto di Maria. Ma tutto è anche vero e vernacolare: la madre prende realisticamente il figlio tra le sue braccia, e nella scena inferiore le aiutanti lo fasciano e nutrono come si fa con un neonato per proteggerlo. Sono modi di tenere al riparo la fragilità della vita nuda di Dio, che nel presepio si fa Dio con noi, un Dio che si può toccare. E costituiscono, al tempo stesso, pezzi di una storia che appartiene a ogni vivente, la parabola universale dell’esistenza. È chiaro che il presepio rappresenta, nel suo gioco di miniaturizzazione e ingrandimento, una meditazione sull’infanzia di Gesù. Ma è simultaneamente la possibilità, per l’essere umano, di un’infanzia ritrovata. Nella sospensione cosmica che il presepio visualizza graficamente, comprendiamo allora che la nostra stessa creazione non è terminata.

Gli angeli scendono ad abbracciare gli uomini

Una delle raffigurazioni più commoventi del presepio è quella che molti critici ritengono essere l’ultima grande opera firmata da Sandro Botticelli. Essa data da un periodo abitualmente descritto come di profondi rivolgimenti e di ricostruzione spirituale, quando l’autore, confrontandosi con la predicazione apocalittica del Savonarola, ripensa tutto il suo percorso precedente. Sotto l’impatto della dottrina del frate domenicano, Botticelli abbandonerà i temi profani divenuti emblematici della sua opera per dedicare gli ultimi anni esclusivamente alla pittura sacra. È in tale contesto che appare, nel 1501, la Natività mistica. Si tratta, sotto il profilo artistico, di un’operazione complessa, dal momento che qui si procede a una volontaria regressione nella costruzione della prospettiva, la quale si fa di nuovo più prossima all’iconografia medievale, in una deliberata ricerca della struttura ieratica. Da un lato, abbiamo il ritorno a una tradizione iconografica che si riteneva superata. Dall’altro, però, ci troviamo di fronte al coraggio di rappresentare il presepio con una modalità innovatrice. Alle prese con il mistero dell’incarnazione, Botticelli non è semplicemente interessato a raccontare ciò che fu: si arrischia a descrivere quello che è e che sarà. Combina la descrizione della prima venuta di Cristo, qual è raccontata nei Vangeli dell’Infanzia, con la visione della seconda venuta di Cristo, che il cristianesimo professa. Per questo, abbiamo in questo suo dipinto la venuta e anche il ritorno; l’inizio del tempo messianico, e il compimento; la memoria, e anche la speranza. In alto, la danza dei dodici angeli, in un girotondo sotto la cupola dorata che allude alla rigenerazione spirituale, alla concordia tra il mondo e le sfere celesti. Sul tetto della stalla, altri tre angeli che aprono il libro e rivelano che in quel luogo il Verbo si è fatto carne. Al centro della rappresentazione c’è Gesù Bambino, deposto nella mangiatoia, sorvegliato dall’asino e dal bue, e che tende le braccia a Maria. Al suo fianco, Giuseppe che sonnecchia. Maria e Giuseppe insegnano in questo modo ad accogliere quello che viene da Dio e che non comprendiamo, o capiremo solo più tardi. A loro si associano i magi e i pastori, condotti da un angelo a Gesù. Per cogliere il significato del presepio serve uno sguardo spirituale.

Penso spesso alla lezione di questi ultimi. Essi corsero a vedere un Bambino che era nato tra le privazioni di una stalla e ritornarono per la loro strada lodando Dio, ricolmi di gratitudine per il segnale che era stato dato loro. Possiamo a ragione domandarci: “Ma che cosa videro?”, “Che cosa mai contemplarono di talmente straordinario o grande da essere capace di riempire il loro cuore?”, “Non era esposta ai loro occhi, in fondo, semplicemente la vita vulnerabile; un’esistenza condizionata dalle evidenti difficoltà materiali e logistiche che il presepio offre; la vita avvolta negli stracci di un’estrema fragilità?”. Eppure, i pastori e i magi usciranno da quella visione quasi danzando, intonando inni! Non restano lì in attesa di contemplare l’opera compiuta: ne salutano il principio. Rimangono estasiati ad assistere allo sbocciare del fiore. Accolgono la grandezza del dono e niente più, inginocchiandosi davanti al suo umilissimo apparire. Quel Bambino spoglio di ogni forza, munito unicamente di quanto le braccia con un abbraccio possono fare, trasforma radicalmente la storia, instaura la vittoria sul male. E non per nulla in questo dipinto ci sono sette piccoli demoni che, alla vista del Principe della Pace, si ritirano, vinti, nelle fessure delle rocce. E compare allora un insolito e straordinario registro iconografico: in basso, nel primo piano del quadro, tre angeli vengono ad abbracciare gli uomini. Davvero Botticelli rilegge il presepio come un abbraccio. Ma quale tipo di abbraccio? Se facciamo caso al simbolismo delle vesti degli angeli (bianco, verde e rosso), è l’abbraccio della fede, della speranza e della carità. Ma è l’abbraccio dato al fango e alla stella che ogni essere umano porta in sé, alla sete e alla sorgente, al desiderio e al viaggio, alla coscienza e alla vertigine, alla polvere che muore e a un granello di infinito. Questo abbraccio dilata in noi l’idea dell’amore.

La nudità di Dio che si fa carne

Anche quello di Georges de La Tour (1593-1652) è un caso curioso. Egli è molto differente dai suoi contemporanei. Ha ricevuto committenze pubbliche come gli altri, e tuttavia non fu mai associato alla rappresentazione di un potere o alla monumentalità celebrativa. Pensò la pittura come un incontro dell’essere umano con sé stesso; desiderò l’arte come un evento contemplativo la cui essenza non si distanza, per esempio, dalla preghiera. E tradusse tutto questo illuminando i suoi dipinti dall’interno con la luce di una fiamma. A ragione Pascal Quignard dice che quella candela tremula nella sua opera, e da cui questa dipende, è l’immagine stessa di Dio. I suoi quadri diventano, conseguentemente, esercizi spirituali, carichi di mistero, solitudine e silenzio. In essi intuiamo che il Verbo non può essere accolto che nel silenzio.

I chiaroscuri e i notturni di de La Tour testimoniano l’importanza che nel suo percorso formativo ebbe Caravaggio. Mentre, però, de La Tour si avvicina a lui, allo stesso tempo se ne allontana. I suoi dipinti religiosi prendono le distanze dalla grandezza delle figure del Caravaggio o dalla sua drammatica mise en scène, talora violenta: sono, al contrario, più quotidiane, più silenti, a noi così vicine da sembrare disposte a confondersi con noi. Non stupisce che ci sia chi interpreta quel capolavoro che è Il neonato (datato al 1645 circa) non come una raffigurazione sacra ma come un momento familiare attorno a un bebè qualsiasi. Ci troviamo, tuttavia, davanti a una duplice operazione: de La Tour spoglia e semplifica – è certamente vero –, ma al fine di rimuovere quel velo che può essere rappresentato dalla teatralizzazione del divino. Se quel neonato è il Figlio di Dio, noi lo capiremo non dalla forza, ma dall’umiltà; non dall’imposizione di un discorso, ma dal vagito silenzioso che riempie lo spazio; non dall’esplicitazione enfatica dei personaggi in gioco, ma dalla liturgia senza parole dei loro corpi, in una gravità nuda. La gravità e la nudità del Dio che si fa carne. Tornano in mente i versi di Fernando Pessoa: «Egli è l’Eterno Bambino, il dio che mancava. / Egli è l’umano che è naturale, / egli è il divino che sorride e gioca. / È per questo che io so con assoluta certezza / che egli è il vero Gesù Bambino».

La fiaba e la storia

«Non si comprende nulla del presepe, se non si comprende innanzi tutto che l’immagine del mondo, cui esso presta la sua miniatura […] è un’immagine storica». In un saggio sul presepio, il filosofo Giorgio Agamben lo contrappone alla natura e alle dinamiche tipiche delle fiabe: queste sono l’espressione del meraviglioso, mentre quello ha, come sua materia prima, la storia. Nel presepio, dice Agamben, siamo restituiti all’univocità e alla trasparenza degli avvenimenti storici. Il presepio funziona come un fotogramma della storia. Fissa realmente il tempo in un’immagine precisa, e non con il linguaggio del mito o l’artificio della favola, ma nello spoglio intervallo (che il filosofo definisce «intervallo messianico») tra due istanti. L’immaginario è così vinto dalla realtà, con quella concretudine che si respira nello straordinario prologo del Vangelo secondo Giovanni: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria». O nel vertiginoso incipit della Prima Lettera di Giovanni, così costruito: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta». Questa testimonianza di una visione storicamente attivata mostra che il presepio non è solo un dato cronologico appartenente a duemila anni fa, bensì rappresenta, come scrive Giorgio Agamben, «un evento kairologico». Kairologico vuol dire che non si tratta solo di un momento puntuale: è piuttosto l’occasione opportuna, il tempo favorevole e la condizione necessaria perché la storicità prenda il volo e faccia sussultare il mondo.

Il presepio in cui Dio nasce

Ora, partendo esattamente dalla irremovibile storicità dell’avvenimento che il presepio rappresenta, ne concludiamo che ogni uomo è il presepio in cui Dio nasce. I presepi che vengono allestiti, e poi tranquillamente messi via, i presepi ai quali riserviamo una scadenza determinata (e non al di là di questa), i presepi che soltanto illustrano l’inoffensiva nostalgia dei simboli, non sono veri presepi. Il presepio siamo noi. È dentro di noi che un Dio nasce. Dentro questi gesti che in uguale misura sono rivestiti di speranza e di ombra. Dentro le nostre parole e il loro traffico sonnambulo. Dentro il riso e l’esitazione. Dentro il dono e l’attesa. Dentro il calore della casa e nell’addiaccio imprevisto. Dentro il pendio e dentro la pianura. Dentro la lampada e nel grido. La nostra stirpe è quella degli appena nati. Quale che sia la nostra età o la stagione che ci troviamo a vivere, la verità è che noi siamo, fino alla fine, una cosa al suo inizio. E il presepio conferma che la nascita è struttura fondante della vita.

 *Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione

 www.avvenire.it

 

mercoledì 19 ottobre 2022

AIMC E UMEC INCONTRANO IL NUOVO PREFETTO

 INCONTRO CON IL NUOVO PREFETTO 

DEL DICASTERO 

PER LA CULTURA E L’EDUCAZIONE

 

Il nuovo Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, Cardinale Tolentino de Mendoza, insieme al Direttore dell’Ufficio Scuola della Santa Sede, mons. Rinaldo Donghi, ha incontrato i presidenti e i segretari dell’AIMC e dell’UMEC.

È stato un incontro caratterizzato da cordialità e interesse reciproco.

Il presidente dell’UMEC-WUCT, Guy Bourdeaud’hui, e quello dell’AIMC, Giuseppe Desideri, insieme ai due segretari, Esther Flocco e Giovanni Perrone, hanno illustrato al Prefetto le finalità delle due organizzazioni e le prospettive di sviluppo a livello nazionale e a livello mondiale.

Il Cardinale, nel complimentarsi per il generoso impegno associativo, ha evidenziato il grande valore che le associazioni professionali cattoliche hanno per garantire alle giovani generazioni una formazione di qualità, sin dalla scuola dell’infanzia e, nel contempo, per accompagnare i docenti nella formazione continua.

Richiamando i molteplici solleciti del Santo Padre, ha ricordato che l’educazione  è prioritaria esigenza per il mondo di oggi, per superare le complesse problematiche che ostacolano il pieno sviluppo della società e delle persone e per garantire pace e prosperità a tutte le nazioni.

Le istituzioni scolastiche debbono saper essere comunità vive e vivificanti, in cui ogni studente possa trovare l’opportunità di apprendere e di essere aiutato a crescere in umanità e in cittadinanza, accompagnato ed orientato da dirigenti e insegnanti  competenti, intraprendenti e lungmiranti, testimoni di positiva relazionalità e  di quei valori che esaltano la dignità di ogni persona e aperti alla trascendenza.

Gli insegnanti cattolici, ovunque essi operano, grazie ad una formazione continua, non solo professionale, sono chiamati a prestare un servizio di qualità che renda ogni comunità scolastica spazio di apprendimenti significativi e fecondo stimolo per la società in cui operano. Per raggiungere buoni risultati e mantenere piena vitalità è necessario creare alleanze educative con le famiglie e la realtà esterna, così come frequentemente ci invita a fare il Papa.

Perciò, la presenza di vivaci associazioni professionali deve essere garantita,  apprezzata e sostenuta dalla comunità ecclesiale e da quella sociale.

Il Prefetto ha assicurato la gratitudine e la vicinanza del Dicastero per l’AIMC e l’UMEC-WUCT, nonché il suo apprezzamento per tutti coloro che ai vari livelli sono generosamente impegnati come dirigenti e come soci nell’Associazione. Ha, inoltre, augurato buon lavoro per i prossimi eventi delle due istituzioni: l’Assemblea UMEC-WUCT in novembre e il Congresso AIMC nel prossimo gennaio.

I presidenti dell’AIMC e dell’UMEC hanno ringraziato per la cortese e amichevole accoglienza ricevuta e per la positiva relazione che il Dicastero ha sempre avuto con l’AIMC e l’UMEC-WUCT.