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lunedì 5 gennaio 2026

SI MISERO IN CAMMINO

 

EPIFANIA


Meditazione 

di S.B. Card. Pizzaballa, 

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


 Ogni bambino nasce per qualcuno: per una famiglia che lo attende, per una comunità che lo accoglie, che lo vedrà crescere, che crescerà insieme a lui e grazie a lui.

Anche Gesù è nato per qualcuno: ma non solo per qualcuno in particolare, perché Gesù è nato per tutti.

I brani di Vangelo che raccontano la sua nascita ci dicono proprio questo, che questo bambino non appartiene solo alla sua famiglia, né solo al suo clan, ma tutti, vicini e lontani, sono chiamati a partecipare all’evento della sua nascita, alla gioia e alla grazia della sua venuta al mondo.

Gesù è venuto per tutti, e coloro che si lasciano raggiungere dal dono della sua presenza sono chiamati, come abbiamo visto proprio domenica scorsa, a mettersi in cammino, a fare un percorso.

Una costante che si ritrova in tutte le storie di donne e uomini di fede è proprio questa: il mettersi in cammino, perché la fede stessa è un cammino, è una costante ricerca, una sempre nuova partenza.

È stato così anche per i Magi.

Abbiamo iniziato l’Avvento con un invito a vegliare per non lasciar passare invano il kairós, il momento favorevole, il tempo della grazia (Mc 13,33-37).

Potremmo dire che i Magi sono innanzitutto persone che hanno accolto questo invito, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione della vita: hanno visto un segno, hanno compreso che questo segno era per loro, che li chiamava a partire e si sono messi in viaggio.

La stella che i Magi hanno visto, come tutte le stelle, non sta ferma nel cielo, ma percorre un cammino: Matteo dice che la stella precedeva i magi, fino a quando è arrivata sul lugo dove stava il bambino, e lì si è fermata (Mt 2,9).

Questo significa che se la stella si muove, se si vuole continuare a vederla bisogna muoversi insieme a lei, bisogna seguirla, mettersi in cammino. Se si sta fermi, la stella scompare, perché la stella non può fermarsi.

I magi hanno visto una stella nel cielo, e hanno solo desiderato non perdere quella luce, continuare a lasciarsi illuminare. E per questo hanno lasciato la loro terra e si sono fatti pellegrini, non sapendo fin dall’inizio dove sarebbero arrivati.

Per mettersi in cammino bisogna fidarsi.

Ma come si è presentata per loro quest’occasione?

L’occasione, il kairós, li ha raggiunti tramite, appunto, una stella, il che significa che i Magi sono persone che hanno alzato lo sguardo verso l’alto, che si sono aperti ad un orizzonte infinito.

Vegliare significa anche alzare lo sguardo, scrutare il cielo.

Il loro sguardo non è rimasto prigioniero dei loro confini, del loro mondo; non si sono accontentati, non si sono fermati.

Ogni cammino nasce da uno sguardo, da una visione che porta oltre.

Poi arrivano a Gerusalemme, e vi arrivano come umili persone che cercano.

Molte volte Gerusalemme è stata raggiunta da gente straniera, che veniva per combattere, per depredare, per impossessarsi della sua bellezza e dei suoi tesori.

I Magi vengono per cercare, per condividere un’inquietudine in un luogo e con delle persone che hanno la ricerca e l’attesa come vocazione, come senso della vita.

In cuore hanno una domanda, e questa è la loro vera ricchezza: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” (Mt 2,2). Sono sapienti, ma sono anche alla ricerca di una sapienza più grande, sanno di non sapere tutto.

È questa mancanza che permette loro di mettersi in cammino, di fare domande, di fidarsi.

I Magi sanno che un Re è nato, ma non sanno dove, perché la stella non si è ancora posata su nessun luogo.

Dove nasce il Re e Signore, dove trovarlo, questa è la grande domanda di ogni uomo, il grande desiderio.

E il desiderio dei Magi si compie quando il loro cammino si incontra con la Rivelazione, quando i loro passi si fermano ad ascoltare la Parola, perché la Parola è l’epifania di Dio. Sarà la Parola a condurli a Betlemme, dove ritrovano la stella ad attenderli, perché tutto si ricapitola lì.

Infine, il cammino ha un ultimo passo necessario, ed è quello che porta i magi a prostrarsi davanti a quel bambino: forse, di tutto il cammino, questo è il passo più difficile.

Perché chiede di riconoscere che il Re è lui, non siamo noi. È lui il Signore della storia, e non noi.

Questo è il passo che Erode non può fare, perché gli richiederebbe il coraggio e l’umiltà di togliere la corona dalla propria testa per metterla sulla testa di quell’umile bambino appena nato.

Eppure, Gesù, nato per tutti, è nato per questo: per liberarci dall’illusione del potere, della violenza, di tutto ciò che non dà vita.

La vita vera sta tutta nel riconoscere la grandezza del segno di un piccolo di un bambino, venuto al mondo per dire che il desiderio di Dio è quello di camminare con noi.

+Pierbattista

Patriarcato L. di Gerusalemme




 

LA NUDA VERITA'


L’Epifania, coronamento del Natale , è un controsenso. 

Mentre l’uomo vuole crescere, espandersi, 

avere potere su cose e persone, farsi dio 

e così immagina i suoi dei, 

al contrario questo Dio vuole farsi uomo, 

senza potere su nulla: un neonato. 

-di Alessandro D’Avenia

 Epifania è una parola che usiamo solo una volta l’anno con malinconia, perché «le feste porta via». Eppure, come avevano intuito i grandi scrittori di inizio ’900 di fronte all’inautenticità del vivere, sarebbe da utilizzare spesso per indicare i «momenti di essere»: istanti in cui usciamo dalla semi-incoscienza della routine quotidiana e avvertiamo una connessione profonda con il mondo e con noi stessi, la realtà è nitida e piena di senso. La parola epifania viene infatti dal greco per manifestare, venire alla luce (dall’antica radice per splendere e rendere chiaro), il contrario significava oscurità o distruzione. Si usava anche come epiteto (epifane) per dire che un re era un dio «manifesto» in terra. Per questo passò a indicare la manifestazione di Dio a tre esponenti della cultura mediorientale, i Magi (esperti di cielo, quando astronomia e astrologia erano tutt’uno), non appartenenti al popolo ebraico: il Dio-Uomo si «manifesta» a tutti coloro che lo cercano, a prescindere da appartenenze etniche, aderenze sociali, meriti culturali, fortune economiche. E lo fa come bambino in una grotta, cioè non grandiosamente e in alto come gli dei greci sul monte Olimpo, Shiva sul Kailash in Tibet, o il Fuji, che è il corpo stesso della divinità, in Giappone... Invece qui Dio si manifesta «in basso», non viene «sul» mondo ma «nel» e «al» mondo, come noi. Che novità c’è in questa narrazione? 

Credenti o meno, festeggiamo una liberazione: smettere di dover «di-mostrare» e limitarsi a «mostrare» chi siamo veramente. Tutti costruiamo un’immagine di noi stessi diversa da come siamo davvero, perché crediamo di dover chiedere il permesso di esistere pur avendo ricevuto gratuitamente la vita (o proprio per questo), e così ci illudiamo di essere altro, sopra- o sotto-valutandoci. Lo facciamo perché vogliamo essere amati, e crediamo di riuscirci esercitando potere su cose e persone: «Me lo merito».

Ma poi puntualmente la vita ci ricorda, spesso con durezza, che siamo qui per un dono, e che la nostra identità non è un’idea, un sogno, una maschera ma un dato, fatto di limiti, fragilità, imperfezioni. Ce lo ricordano le cadute, la stanchezza, le malattie, gli errori, la morte, la pesantezza del quotidiano: la realtà non si piega alle nostre fantasie, resiste e ci conduce alla verità, che non è un’astrazione ma un’incarnazione, proprio quella a cui si adegua anche il Dio del racconto evangelico. 

Ma quando sperimentiamo la distanza tra chi pensiamo di essere e chi siamo realmente, cadiamo nella vergogna («non valgo nulla»), nella paura («non fa per me»), nell’illusione («devo essere perfetto o altro da come sono»), non parlo del normale volersi migliorare e compiere la propria vita in base ad attitudini e vocazione, ma del perdere contatto con sé stessi, che comporta molta inutile sofferenza a noi e agli altri. In questo senso l’Epifania aiuta ad aderire alla verità di chi siamo, senza perdersi in complessi di inferiorità o di superiorità.

A Natale — si dice — si torna bambini, e non perché crediamo di essere più buoni (non lo siamo), ma perché possiamo per qualche ora smetterla di volere il potere su cose e persone al fine di essere amati, attraverso l’immagine che tentiamo di tenere in piedi. Se un Dio non «di-mostra» nulla, ma si mostra bambino, allora la versione divina dell’uomo è quella in cui non dobbiamo «di-mostrare» nulla, ma solo mostrare ciò che già siamo che però nascondiamo per paura o mancanza di accettazione. Per questo durante le feste smettiamo di lavorare: per riposare e ritornare alle relazioni primarie, quelle in cui viene alla luce (nel bene o nel male) chi siamo veramente, ciò che nascondiamo al mondo, non chi siamo sui social ma chi siamo quando nessuno ci guarda o con chi ci sta accanto ogni giorno. Per questo il Natale spesso pesa, perché la luce delle relazioni primarie rende manifesta la verità incarnata: quanto siamo amati o quanto non lo siamo, quanto amiamo o quanto non sappiamo farlo. Lì si gioca la partita della propria incarnazione e quindi felicità. 

L’Epifania smonta la scena, la ribalta, la maschera e mostra un bambino nudo: questo sei tu. Lo mostra il racconto evangelico smascherando coloro che vengono a sapere di questa «manifestazione»: i Magi grazie ai segni celesti, e il re Erode grazie a loro che vanno a informarsi da lui su un presunto re nato in Giudea. Erode rimane a palazzo, a difendere l’identità di cartapesta di reuccio sottomesso ai Romani, impaurito dal presunto concorrente, facendo uccidere tutti i neonati della regione per eliminare la minaccia. È prigioniero del mondo e del potere, egli è solo e soltanto ciò che il mondo gli dice di essere, un’immagine che pur di essere difesa genera una violenza inaudita: la strage degli innocenti.

I Magi invece hanno visto un fenomeno celeste eclatante che interpretano come segno della nascita di un re divino ma, giunti a destinazione, trovano solo un bambino tra le braccia della madre in un alloggio provvisorio. Eppure, si prostrano e offrono doni: si liberano dall’idea di re che avevano in testa e si inchinano alla realtà nella sua schietta verità. Il mondo con le sue apparenze viene giù, «reale» (inteso sia come realtà, sia come regalità) è un bambino amato dalla sua famiglia e di cui nessuno, se non qualche pastore del luogo, sa nulla, e così sarà per 30 anni, tanto da essere noto come figlio del falegname. 

 Da un lato abbiamo chi vive del potere della propria immagine e usa violenza per difenderla, sempre a spese di innocenti, come accade oggi e sempre accadrà perché il potere (politico, economico, intellettuale, religioso, estetico...) è il modo di procurarsi ciò che assomiglia di più all’amore (ammirazione, sottomissione, invidia...). Dall’altra abbiamo chi si inchina, cioè, accetta il limite, e scopre che ciò che conta è chi sei veramente, a prescindere da immagini, ruoli, maschere. Che cosa te ne fai del tetto del mondo se poi sei solo, non sei amato e non ami? E questo prima o poi si manifesterà senza scampo, mostrando quella che chiamiamo «nuda verità»: sarà il giorno della nostra Epifania.

 Buona «manifestazione» a tutti.

Alzogliocchiversoilcielo

 

 


sabato 4 gennaio 2025

I MAGI, ATTENTI, CERCATORI, PENSANTI



Epifania del Signore


Vangelo: Mt 2,1-12¹ 

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme ²e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». ³All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. ⁴Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. ⁵Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

⁶E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:
da te infatti uscirà un capo
che sarà il pastore del mio popolo, Israele
».

⁷Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella ⁸e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
⁹Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. ¹⁰Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. ¹¹Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. ¹²Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Commento di di Enzo Bianchi

Alla nascita e alla morte di Gesù risuona per lui lo stesso titolo, “Re dei giudei”. Alla nascita – è il testo che oggi la liturgia ci propone – lo dicono i magi e lo ripetono gli scribi ed Erode; alla morte lo fa scrivere Pilato su un cartello (cf. Mc 15,26 e par.; Gv 19,19), lo usano i soldati per schernirlo (cf. Mc 15,18; Mt 27,29; Gv 19,3), lo leggono tutti i presenti all’esecuzione barbara della crocifissione (cf. Gv 19,20). Alla nascita e sotto la croce vi è la stessa rivelazione: l’umanità è una nella ricerca di Dio e nel ripudio di Dio, o meglio nel credere al bene con speranza oppure nel non credere al bene, preferendo la violenza, il male.

Dunque il vangelo dell’Epifania, della manifestazione dell’identità di Gesù alle genti, a quelli che non erano ebrei, figli di Israele, è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, Re del popolo di Dio, ma per tutti, e tutti possono cercarlo e andare a lui. In questo racconto di Matteo ci sono eventi, eventi nella storia, ma c’è anche una lettura che l’evangelista fa nella fede. Nasce un bambino in una semplice famiglia formata da un artigiano, Giuseppe, e dalla sua giovane moglie, Maria; nasce in una stalla, riparo per il gregge nella campagna di Betlemme, eppure alcuni uomini da lontano, dall’oriente, o meglio dalla loro sapienza “orientata”, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa semplice nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro attesa.

I magi non conoscono le Scritture né la lingua o le consuetudini della terra verso cui si mettono in viaggio. Sono talmente sprovveduti da chiedere informazioni a Erode circa la nascita del nuovo re, ma sono uomini abitati dal desiderio, dall’inquietudine e dunque in ricerca, in attesa. Tutti gli umani di ogni tempo e cultura hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi contraddicono questo loro desiderio così impegnativo. In ogni essere umano c’è un anelito al bene, alla vita piena, alla pace, e questo fuoco che abita gli umani li spinge a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano, l’orizzonte consueto. Per questo cammino gli umani cercano e trovano come segnali ciò che possono: il cielo, la terra, il mare e anche le creature animate e inanimate con le quali sanno comunicare.

In quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, alcuni sapienti, i magi, hanno guardato alle stelle, alla sabbia del deserto, alle bestie che cavalcavano, al bagaglio che trasportavano con sé, per vivere e per fare doni. Per chi scruta l’orizzonte sempre sorge una stella, sempre – come dice il nostro brano evangelico – c’è un oriente, un segno che sorge all’orizzonte, che invita al cammino. E così è avvenuto per quei mágoi, che dall’oriente (apò anatolôn) giungono a Gerusalemme, la città santa, l’ombelico del mondo (cf. Sal 48,3; cf. Ez 5,5; 38,12). Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Non se n’era accorto il re che regnava in quel momento, Erode, non se n’erano accorti i sacerdoti del tempio di Gerusalemme e neppure gli esperti delle sante Scritture, gli scribi. Ecco lo scandalo: chi è deputato a conoscere e a osservare ciò che accade non sa, chi è capace di interpretare puntualmente le Scritture in riferimento al Re dei giudei lo annuncia con chiarezza e certezza, eppure in una situazione di radicale accecamento. È così, e ancora oggi avviene così: si possono conoscere le parole di Dio contenute nelle Scritture, si possono citare e spiegare con competenza, si possono addirittura insegnare agli altri, eppure, nel contempo, restare in una situazione di totale cecità o sordità, manifestazioni della sklerokardía, della callosità del cuore che impedisce di discernere la presenza dell’azione di Dio.

Questa venuta dei magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme perché, quando un potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato andrà alla morte, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!

Eppure quei sapienti obbedienti alle Scritture dei giudei, anzi ri-orientati dalle Scritture, riescono nuovamente a vedere la stella che, dopo una lunga eclisse, li conduce fino al bambino Re Messia, a Betlemme, dove trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano così: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino e sua madre. Contemplano non quello che avevano tanto atteso e cercato, ma altro: l’imprevedibile nascita di un povero bambino in una famiglia semplice che ha trovato riparo in una grotta. Tre sono i segni che i magi hanno ascoltato interpretato: la stella apparsa nel cielo, un evento di questo mondo che va assolutamente percepito e decifrato; le sante Scritture, che contengono quella parola di Dio che illumina e rivela ciò che non possiamo sapere da noi stessi; l’ardere del cuore che chiede di fare il viaggio, l’inquietudine che spinge a cercare, ad andare verso una promessa.

E così, come convertiti, mutati nella loro mente e nel loro cuore, i magi riconoscono la vera regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un infante incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Eppure capiscono, giungono alla fede, sebbene non siano destinatari né della rivelazione né delle sante Scritture; e non a caso Matteo annota che fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè un altro modo di pensare e di vivere; “convertiti”, dunque.

Così avviene la rivelazione, per i giudei e per le genti: solo guardando alla debolezza di Gesù, al suo essere piccolo, si può comprendere la sua vera regalità, la sua vera identità, non plasmata in base alle immagini dei re e dei potenti di questo mondo. Per altre strade gli altri vangeli diranno la stessa cosa: contemplazione (theoría) di Gesù è il vederlo crocifisso (cf. Lc 23,48); visione che porta alla fede in Gesù è vederlo come seme caduto a terra (cf. Gv 12,24). Quei magi, convertiti alla vista del bambino in quella povera famiglia, in quella greppia, adorano, si prostrano e gli offrono in dono oro, incenso e mirra, prodotti preziosi dell’oriente, elaborati dalla cultura delle genti. Ciò che Gesù risorto chiederà ai discepoli – “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19) – ha qui la sua primizia, perché nei magi le genti iniziano a farsi discepole di Gesù stesso. Le genti, infatti, divengono discepole quando cercano con sincerità, si aprono con audacia e si mettono in cammino senza indugio.

Nell’Epifania del Re dei giudei a Betlemme comincia a manifestarsi quello scisma che si consumerà di fronte a Gesù: da una parte il riconoscimento e l’adorazione delle genti, dall’altra il non riconoscimento da parte dei figli della promessa. Eppure, proprio in questo evento Gesù, l’umanizzazione del Dio di Israele, appare come luogo di incontro tra le genti e il popolo di Dio, perché figlio di Israele, Re dei giudei, ma riconosciuto e adorato come Re anche dall’umanità priva della promessa.

Quanti uomini e quante donne, dall’oriente e dall’occidente, dal nord e dal sud, come questi magi cercano il bene, si sentono viandanti, in cammino, si esercitano a riconoscere la salvezza come umanizzazione e si impegnano perché l’umano sia sempre più umano. Lo sappiano o meno, sono persone alle quali ogni bambino che nasce, ogni umano che viene al mondo deve apparire con la dignità di un re; come un fratello o una sorella che attende da noi il nostro oro (ciò che abbiamo), il nostro incenso (il profumo sprigionato dalla nostra presenza), la nostra mirra (ciò che sappiamo sacrificare di noi stessi, spendendo la vita per l’altro).

L’Epifania è manifestazione della vera regalità a tutti, cristiani e non cristiani. Ma ormai ci incamminiamo verso la Pasqua, come ricorda l’indizione della data di questa “festa delle feste”, che oggi viene fatta nelle chiese d’oriente e d’occidente: la Pasqua, quando il Re dei giudei farà la fine di chiunque osa pensare e mettere in pratica una regalità come servizio dell’altro e non come potere violento. Ma l’ultima parola spetta a Dio, al Dio di Gesù, colui che lo ha costituito Signore e Messia per sempre, Re dei Giudei e dunque Re dell’universo.


 

sabato 6 gennaio 2024

IL PARADOSSO DELL'EPIFANIA

 


ELOGIO 

DELLA

 PICCOLEZZA

 

-         di Luca Russo

C’è un assurdo che trapela dal messaggio cristiano che ha il sapore della delusione. Una sensazione di fregatura attraversa chiunque voglia ficcare il naso nelle stranezze del Cristo. L’Atteso dai popoli e dalle generazioni finalmente si rivela, il Liberatore che per secoli era stato invocato si rende visibile. Finalmente Dio aveva ascoltato l’incessante preghiera del popolo, ma un bambino e non il condottiero valoroso, una creatura indifesa e non il rivoluzionario politico, si manifestava nell’anno Zero. L’anno che ha diviso la storia, l’evento che ha dato un nuovo conteggio al tempo, è segnato dal vagito di un bimbo e non dal grido del vincitore.

 Quale sconforto e quanti pettegolezzi sottovoce correvano nei corridoi del Pretorio e nelle Sinagoghe della Palestina. Quanta delusione nella chiesa locale. Non il forte, ma il debole. Non il grande, ma il piccolo. Nell’Epifania di Cristo si legge in filigrana tutta la storia dell’umanità, anche i fatti contemporanei che sempre di più s’imbrattano di sangue e violenza. Le attuali guerre occidentali che lasciano presagire un conflitto intercontinentale “a pezzetti” sono l’esibizione muscolare della miopia del potere. Esprimono l’arroganza della conquista a tutti i costi, fino ad arrivare a legittimare politiche genocide, distruzioni di massa, violando ogni confine morale e umano che non s’inginocchia neanche di fronte all’innocenza dei bambini. Nei rapporti di forza nessuno cede di fronte all’altro, nessuno accetta l’idea di fare un passo indietro, segno di debolezza e del fallimento. Ogni parte contrapposta non può non mostrare la propria superiorità, pena la sconfitta e la derisione.

 Eppure, nella contraddizione dell’Epifania c’è una verità che aggiusta il diaframma del nostro sguardo per leggere la cronaca di questi giorni e di ogni tempo. È il paradosso della piccolezza che fa da spartiacque della storia. Si potrebbe dire che l’Epifania del Bimbo sia il programma di salvezza dell’umanità e che l’uomo potrà essere salvo, che vuol dire felice, se avrà imparato a vivere alla luce dell’Epifania.

 La verità è che nel Dio inerme l’umanità troverà la salvezza. Nel Salvatore Bambino l’uomo capirà quanto vale la sua debolezza. Fuori dal paradosso dell’Epifania siamo un’umanità senza futuro. L’uomo rischia di annientare la sua stirpe per difendere i propri confini, questo l’epilogo della violenza umana. L’Epifania, invece, insegna che ogni persona potrà fare della sua piccolezza la sua grandezza, del suo fallimento il suo successo migliore.

 Il tribunale della storia sarà impietoso con chi avrà fatto del suo tempo una prepotenza ingiustificata, della sua forza una supremazia che sopprime l’altro. Il Salvatore dell’umanità non ha indugi a manifestarsi nella culla piuttosto che su un trono, non teme di rendere pubblico il suo pianto piuttosto che il suo urlo di guerra. E al termine dei suoi giorni quello stesso Dio piccolo si manifesterà con un altro controsenso: il paradosso della Croce. Il Cristo, come dalla mangiatoia dice la sua forza, dal patibolo della croce griderà la Sua gloria.

 E allora con sollievo oggi si esclami: «Finalmente Epifania! Mostra ancora e per sempre il tuo corpicino, Bambino innocente, il tuo pianto inconsolabile, la tua debolezza disarmante. Perché nell’Epifania dell’indifeso si nasconde la Salvezza di tutta la nostra umanità».

 www.avvenire.it

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mercoledì 5 gennaio 2022

OLTRE LE APPARENZE


  I Magi, primizie della fede

Nella solennità dell’Epifania, ricordiamo alcune riflessioni dei Papi sui Magi, venuti dall’Oriente a Betlemme, seguendo la stella, per far visita al Bambino Gesù


-         Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

 Le parole dei Papi sui Magi si intrecciano con i giorni vissuti a Betlemme dalla Santa Famiglia. Dal Vangelo secondo Matteo si leggono queste parole: "Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da Oriente a Gerusalemme e dicevano: 'Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo'".

Alle radici della fede

Al vedere la stella, si legge inoltre nel Vangelo secondo Matteo,  i Magi "provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono" . Papa Leone XIII nella lettera enciclica Catholicae Ecclesiae del 1890 sottolinea che questi sapienti sono “chiamati le primizie della nostra vocazione e della fede”. Papa Pio X, nel discorso del 23 dicembre del 1903 per la presentazione degli auguri natalizi della Curia romana, descrive la scena della Natività e, facendo riferimento all’arrivo dei Magi, afferma che “la capanna di Betlemme è una scuola”.

“Videro il Bambino con Maria sua madre, e, prostratisi, l'adorarono. (Dal Vangelo secondo Matteo)”

In viaggio verso Betlemme

I Magi giungono a Betlemme condotti dalla stella. Nel radiomessaggio del 6 gennaio del 1957 Papa Pio XII esorta a rivolgere lo sguardo al Bambino Gesù, il quale, “come chiamò i Magi dall'Oriente, così invita tuttora gli uomini di ogni stirpe alla pienezza della felicità mediante la conoscenza della verità e l'amore del bene”.  Papa Giovanni XXIII, nel discorso del 18 dicembre del 1958 rivolge il proprio pensiero “alle auguste persone in viaggio” verso Betlemme: “a Gesù, rinchiuso nel seno immacolato di Maria; alla Madonna, esposta tutti i disagi, per il dovere dell'obbedienza a Dio e agli uomini; Giuseppe, che è con Lei, sposo umile e silenzioso, fedele e forte”. “Anche i Pastori e i Magi - aggiunge Papa Roncalli - si apprestano al viaggio, che li porterà all'adorazione nella grotta”.

“Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua Madre (Dal Vangelo secondo Matteo)”

La via dei Magi conduce a Dio

La presenza dei Magi a Betlemme introduce la dimensione missionaria della Chiesa: la venuta di Cristo, afferma Papa Paolo VI all’Angelus del 6 gennaio del 1977 “è per tutti, è universale nella sua intenzione di salvezza; è perciò apostolica, è missionaria; i Magi sono appunto considerati come i primi rappresentanti dei Popoli lontani, chiamati anche loro alla fede”. La Chiesa nella solennità dell’Epifania segue le orme dei tre Magi e ricorda le tappe del loro cammino. “La loro via - spiega Giovanni Paolo II durante la Santa Messa il 6 gennaio del 1985 - non conduce a Gerusalemme, a Betlemme, essa conduce a Dio, a quel Dio che è invisibile, benché si riveli mediante ciò che è visibile. I tre Magi sono stati chiamati a diventare testimoni di questo che nella rivelazione dell’invisibile è l’apice e il limite: Dio si è rivelato come uomo, è diventato uomo”. 

Pellegrinaggio interiore

Il Papa emerito Benedetto XVI durante la veglia con i giovani il 20 agosto del 2005 a Colonia, sulla Spianata di Marienfeld, descrive la scena dell’arrivo dei Magi a Betlemme. “Sicuramente avevano immaginato questo Re neonato in modo diverso”. “Il nuovo Re, davanti al quale si erano prostrati in adorazione – spiega Benedetto XVI - si differenziava molto dalla loro attesa. Così dovevano imparare che Dio è diverso da come noi di solito lo immaginiamo”.  Il Dio cercato e adorato dai Magi “ci invita a quel pellegrinaggio interiore che si chiama adorazione”.

“Non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne (2 Cor 4,18)”

Vedere oltre il velo del visibile

I Magi arrivati a Betlemme hanno dunque visto un povero bambino con sua madre. Ma hanno saputo trascendere quella scena così umile “riconoscendo in quel Bambino la presenza di un sovrano”. Furono cioè in grado di “vedere”, spiega Papa Francesco durante la Santa Messa il 6 gennaio del 2021, al di là dell'apparenza. "Come i Magi, anche noi dobbiamo lasciarci istruire dal cammino della vita, segnato dalle inevitabili difficoltà del viaggio. Non permettiamo che le stanchezze, le cadute e i fallimenti ci gettino nello scoraggiamento. Riconoscendoli invece con umiltà, dobbiamo farne occasione per progredire verso il Signore Gesù".

Per adorare il Signore bisogna “vedere” oltre il velo del visibile, che spesso si rivela ingannevole. Erode e i notabili di Gerusalemme rappresentano la mondanità, perennemente schiava dell’apparenza. Vedono e non sanno vedere – non dico che non credono, è troppo – non sanno vedere perché la loro capacità è schiava dell’apparenza e in cerca di attrattive: essa dà valore soltanto alle cose sensazionali, alle cose che attirano l’attenzione dei più. D’altro canto, nei Magi vediamo un atteggiamento diverso, che potremmo definire realismo teologale – una parola troppo “alta”, ma possiamo dire così, un realismo teologale –: esso percepisce con oggettività la realtà delle cose, giungendo finalmente alla comprensione che Dio rifugge da ogni ostentazione. Il Signore è nell’umiltà, il Signore è come quel bambino umile, rifugge dall’ostentazione, che è proprio il prodotto della mondanità. Questo modo di “vedere” che trascende il visibile, fa sì che noi adoriamo il Signore spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali. Si tratta dunque di uno sguardo che, non lasciandosi abbagliare dai fuochi artificiali dell’esibizionismo, cerca in ogni occasione ciò che non passa, cerca il Signore.

I Magi, ricorda infine Papa Francesco il 6 gennaio del 2017, “avevano il cuore aperto all’orizzonte e poterono vedere quello che il cielo mostrava perché c’era in loro un desiderio che li spingeva: erano aperti a una novità”. Ed esprimono “il ritratto dell’uomo credente, dell’uomo che ha nostalgia di Dio; di chi sente la mancanza della propria casa, la patria celeste”. Riflettono l’immagine “di tutti gli uomini che nella loro vita non si sono lasciati anestetizzare il cuore”.

 Vatican News

 

martedì 5 gennaio 2021

VIANDANTI ALLA RICERCA DELLA VERA LUCE

 
EPIFANIA DEL SIGNORE

Vangelo: Visualizza Mt 2,1-12

Commento di p. Paolo Curtaz

La benedizione che Dio ci rivolge, il sorriso di Dio che siamo chiamati a sperimentare, a vedere nelle nostre fragili vite, li possiamo cogliere solo quando abbiamo il coraggio di fare come Maria, di ritagliarci uno spazio di silenzio e di interiorità nelle nostre vite. Allora tutto diventa possibile.

Il Dio diventato uomo, il Dio fatto sguardo e sorriso, il Dio accessibile e presente, si lascia incontrare, si lascia stringere fra le braccia.

Tutto, allora, cambia. Possiamo anche tornare a fare il nostro schifoso lavoro di pastore, disprezzato da tutti, perché il nostro sguardo è cambiato. E vediamo angeli che salgono e scendono sulle nostre vite. E gloria augurata agli uomini che orientano la loro volontà alla pace.
Gloria luminosa che illumina la notte. E che diventa stella nel cielo.
Stella che orienta, stella che guida, stella che conduce.
Ma solo per chi sa alzare lo sguardo.

Stelle
Come hanno fatto quegli strani personaggi, i magoi. Con pudicizia abbiamo tradotto questo termine, nelle nostre bibbie, con magi. Ma sarebbe più corretto tradurre con maghi.

Non quelli che ti predicono il futuro e che fanno gli oroscopi, per carità. Ma quelli orientati ad una comprensione maggiore, quelli che non si fermano all'apparenza, senza per questo diventare dei creduloni che corrono dietro agli esoterismi da quattro soldi.
Hanno alzato lo sguardo, hanno osato andare oltre.

Hanno acceso il desiderio. Desiderio, un termine che ha a che fare, di nuovo, con le stelle, con il cielo. Hanno seguito la loro intuizione, hanno fatto una scommessa. Sono ricchi, possono permettersi di affrontare un lungo viaggio per verificare una loro teoria.

Sono costanti, perché la verità la si trova solo dopo un lungo cammino fatto di deserti e di steppe. E sono arrivati.

Non c'è più una stella ad attenderli. Ma una corte, un re sanguinario, dei preti arroganti e presuntuosi, la gente dei Gerusalemme incuriosita dal corteo di cammelli e cavalli.

Dalle stelle agli uomini. Questi, piccini, goffi, contradittori e che, pure, sanno dare indicazioni.

La reazione scomposta e intimorita di Erode, che di eredi al trono ne ha fatti uccidere tre, tutti suoi figli, dice che ci hanno visto giusto.

L'indicazione degli scribi e dei sacerdoti, immobili custodi della Parola che tengono nei cassetti, ha svelato loro il luogo dove è nato il re Messia.

Lo stupore della folla dice una cosa quanto mai vera: non hanno bisogno di un Messia. Anzi, in questo momento è un immenso intralcio; c'è il tempio, perché mai dovrebbe venire un Messia?

Segni claudicanti, come lo siamo noi, come lo sono i cristiani, come lo è la Chiesa.
E che pure indicano.
Ripartono, smarriti e fiduciosi.
Nella città di Davide.

Betlemme
Nessun re li attende. Solo una coppia.

Una giovane popolana stringe fra le braccia un neonato. Simile a tutti i neonati.
Eppure è quello il mistero. Quella la rivelazione.

Dio è nascosto fra le piccole cose, fra gli sguardi di chi abbiamo accanto.

Il cielo è mischiato con la terra, con la nostra terra, questa contraddittoria e piena di sassi.
Allora cedono, i magi. Capiscono.

Offrono all'infante dei regali improbabili (ci sarà dietro la forzatura teologica di Matteo?), pieni di verità e di stupore: l'oro per chi riconosce nel bambino il re; l'incenso per chi riconosce nel bambino la presenza di Dio; la mirra, unguento usato per pulire i cadaveri, che chi già vede in questo bambino il crocefisso, il segno di contraddizione che ci costringe a scegliere.

Viandanti

Mai come in questi tempi siamo chiamati a metterci in strada, a seguire il desiderio di pienezza che ci abita, l'arsura di felicità che ci tormenta.
Il desiderio muove il cuore degli uomini. Oggi è la festa del desiderio che non si arrende, la festa che vede protagonisti alcuni cercatori che passano il proprio tempo a scoprire nuove teorie e a verificarle.

Oggi è la festa dell'essenza dell'essere umano che, in fondo, spogliato di ogni condizionamento, si riscopre, semplicemente, un cercatore.

Questo siamo, questo sono. Cercatori. Si conclude questo tempo di Natale.

Con l'invito a lasciare le nostre presunte certezze, anche nella fede, per osare, per seguire le tante stelle che Dio mette sul nostro cammino.

Stelle che a volte scompaiono, sostituite dalle indicazioni di uomini claudicanti, peccatori, vili, violenti ma che, senza nemmeno saperlo, realizzano il loro compito di essere dei segnali. Siamo ciò che desideriamo.

Siamo se abbiamo il coraggio, ogni anno, ogni istante, di essere dei viandanti.

Non dei vagabondi che vivono alla giornata (e possiamo esserlo anche se abitiamo comodi appartamenti riscaldati) ma viandanti che cercano, che anelano, che scommettono.

Buon cammino. Buona vita.

 Paolo Curtaz Commento


sabato 5 gennaio 2019

ABBIAMO VISTO SPUNTARE LA STELLA

Dal Vangelo secondo Matteo 
 Mt 2, 1-12
 
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: "E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele"».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Commento di don Roberto Rossi
 
E' l'Epifania del Signore. L'Epifania, che significa manifestazione del Signore, ha sempre rivestito un significato grande per i cristiani, perché celebra e realizza l'incontro tra Dio e l'uomo, tra la bontà e l'amore infinito di Dio che si fa conoscere e l'umanità che è sempre alla ricerca della luce e della salvezza, debole ma assetata di verità.
La liturgia presenta tre particolari manifestazioni di Gesù salvatore: la manifestazione ai magi, la manifestazione al battesimo del Giordano, la manifestazione alle nozze di Cana. Oggi celebriamo la prima, le altre nelle prossime domeniche.
Nella manifestazione o epifania ai Magi possiamo sottolineare alcuni elementi importanti.
* Dio ha manifestato tutto il suo amore all'umanità facendosi bambino; possiamo qui richiamare tutto ciò che abbiamo celebrato e meditato nelle feste natalizie. Dio che aveva parlato in molti modi nella storia ora si è fatto uno di noi, Lui è diventato l'Emanuele, il Dio con noi. "E' apparsa e si è manifestata la bontà di Dio, nel suo Figlio fatto uomo per la nostra salvezza". Ha scelto uno stile diverso dalla mentalità mondana: ha scelto la semplicità, la povertà, l'annientamento. I grandi della terra non se ne accorgeranno e per paura di perdere il loro potere umano diventeranno i persecutori, come ad es. Erode.
* Gesù si fa conoscere ai pastori, perché gente semplice; si fa conoscere ai magi, perché sono sapienti, ma umili, sempre alla ricerca della verità e del nuovo che lo Spirito di Dio può portare. Affrontano la fatica della ricerca, seguono i segni di Dio (la stella), ma chiedono aiuto anche a chi li può indirizzare, affrontano il sacrificio e i rischi della persecuzione. Ma Dio li ricompensa e risponde pienamente alle loro attese e si fa conoscere nella sua verità di Figlio di Dio Salvatore. Ed essi "credono" e adorano e tornano alla loro vita con la certezza di Dio nel cuore. Uno scrittore descrive così: "E raggiunto l'irraggiungibile, cantarono: Alleluia!"
* Questa epifania ai magi sottolinea il fatto che Gesù è venuto per tutti, che la sua salvezza è per tutti i popoli, che desidera farsi conoscere da tutti popoli perché tutti possano accoglierlo come il loro salvatore. Non c'è distinzione di razza o lingua... l'amore di Dio è per tutti, la sua salvezza è offerta in abbondanza e il cuore di chiunque cerca sinceramente la verità può conoscere il Signore, credere in Lui e trovare il lui il senso pieno della propria vita.
* Questo ci porta a lodare il Signore per il suo amore universale e ci coinvolge come credenti perché siamo chiamati a collaborare alla missione di Gesù e della Chiesa, per aiutare gli uomini nel cammino della fede, della ricerca, dell'incontro con il Signore. Noi, che abbiamo il dono della fede, non dobbiamo tenerla per noi, ma offrirla agli altri, a più gente possibile, con la preghiera, la testimonianza, l'impegno cristiano, l'aiuto materiale per l'evangelizzazione, perché si realizzi il progetto di Dio: "ti adoreranno Signore tutti i popoli della terra!"
* Per noi una particolare e continuata manifestazione di Gesù si ha nella liturgia. Dice S. Ambrogio: "Tu ti sei mostrato a me o Cristo, faccia a faccia. Io ti ho incontrato nei tuoi sacramenti". Soprattutto l'Eucarestia è l'epifania di Cristo, la suprema epifania. Essa non ci mostra solo il Gesù terreno che videro i magi, uomo tra gli uomini, ma il Gesù, morto e risorto, il Gesù Signore universale e glorioso. Lì è racchiusa la luce e la forza della Chiesa, lì ci è dato il pane del cielo, per la vita del mondo.
* Anche noi, bisognosi di verità e di salvezza perché deboli e peccatori, possiamo accogliere il dono di Dio, la sua manifestazione, la sua presenza che è grazia, forza, potenza di Dio nella vita di ciascuno e del mondo.