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sabato 31 ottobre 2026

CONOSCERE L'ALTRO

 


CONOSCERE 

L’ALTRO 

SENZA PAURA


-di MILENA SANTERINI

Conoscere l’altro, in un momento di grave divisione e polarizzazione, è il primo passo per sconfiggere odio e pregiudizi. Questo è l’obiettivo del progetto delle Schede per conoscere l’Islam promosso dagli Uffici della Cei (Ecumenismo e Dialogo, Educazione, Insegnamento Religione Cattolica) e dal Pisai (Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica) presentato recentemente. Il lavoro sul mondo musulmano era stato preceduto dalla realizzazione delle schede sulla conoscenza dell’ebraismo, mentre sono in preparazione quelle sul buddhismo e l’induismo. Destinate agli editori per assicurare la qualità dei manuali e dei libri di testo, specie di religione, ma altrettanto importanti per le scuole, i singoli insegnanti e il mondo della formazione, le informazioni vogliono creare cultura e conoscenza come antidoto a ogni forma di pregiudizio e distorsione.

Raccomandazioni in questo senso vengono anche tutte le istituzioni internazionali, dal Consiglio d’Europa all’Osce.

Il lavoro delle undici schede presenta, oltre a una dimensione storica indispensabile per creare un inquadramento temporale in un mondo smemorato, anche vari punti, tra cui la presentazione degli aspetti di fede e teologia dell’islam, il Corano, la spiritualità islamica, la presenza del mondo musulmano in Italia e la situazione del dialogo interreligioso.

Stupisce quindi e stupisce assai che si possa temere e criticare l’invito a una conoscenza più approfondita del fenomeno religioso e il supporto agli editori per creare libri di testo verificati e corretti. A meno che, naturalmente, non faccia comodo alimentare a prescindere la contrapposizione.

Trattandosi di religioni, infatti, è necessario interpellare anzi tutto gli stessi credenti su informazioni, tagli interpretativi e approcci che a volte non rispondono alle fonti originali o alla correttezza scientifica. Per questo il metodo di lavoro è quello un gruppo paritetico (cristiani e musulmani ora, cristiani ed ebrei prima) che ha operato in un clima di fiducia reciproca, vivendo un’esperienza spirituale di ricerca dell’oggettività ma anche di empatia verso l’altro. L’invito a un cammino di questo genere, d’altronde, per quanto riguarda l’islam, viene dal documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato ad Abu Dhabi da papa Francesco nel 2019.

Capire la complessità senza cancellare le differenze, superando l’ideologia dello “scontro delle civiltà”, è fondamentale per combattere il pregiudizio che lacera le nostre società, specie nel caso dell’islam, che ricopre facilmente ruolo di nemico della cristianità ma anche del cosiddetto “Occidente”.

Su questo punto, c’è chi vorrebbe sottolineare soprattutto i conflitti che hanno diviso il mondo cristiano da quello musulmano, mentre in realtà quella che andrebbe valorizzata – anziché dimenticata – è la fitta trama di convivenza che ha caratterizzato le civiltà mediterranee. Davanti ad un’iniziativa di questo genere, qualcuno si è chiesto se parlare delle altre religioni, specie durante l’ora di Insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole, significa minacciare l’identità cattolica o indebolire la dimensione dogmatica della fede. Ma proprio nel Magistero della Chiesa e nell’esperienza dei credenti si trova la forte affermazione di un dialogo interreligioso che non comporta la rinuncia alla propria identità, anzi ispira a viverla in modo aperto all’altro. L’ora di religione non è catechesi ma trasmette conoscenze sulla fede cristiana in rapporto con il mondo circostante. Non abdicazione né irenismo, ma testimonianza reciproca: questa è la prospettiva ribadita anche dalla recente Nota Un cammino di speranza elaborata da tre Dicasteri (Dottrina della fede, Unità dei cristiani e Dialogo interreligioso) nel 2026.

Indubbiamente, tale conoscenza deve essere reciproca e infatti non va dimenticato che esiste un diffuso analfabetismo religioso sia in ambito cattolico che islamico e che l’ora di religione, le iniziative comuni, gli incontri interreligiosi sono proprio l’occasione per contrastarlo.

Appare opportuna anche la scelta di non riflettere il diffuso approccio che riduce l’islam alle sue frange estremiste e radicali, e finisce col negare o ignorare il nucleo del suo messaggio e i milioni di fedeli che vivono una fede aperta e tollerante. Proprio descrivere gli autentici significati spirituali e culturali della religione islamica, secondo le sue fonti interne, contribuisce a decostruire i fondamentalismi. Poiché questi ultimi si basano su una interpretazione letterale e rigida dei testi, vengono meglio combattuti quando si attiva una ricerca di senso. La presentazione di un Islam autentico attraverso le fonti originali è così uno dei modi più efficaci per prevenire e contrastare il radicalismo e l’estremismo.

www.avvenire.it

giovedì 9 luglio 2026

CONOSCENZA E LIMITE

LA MISURA 

E 

IL MISTERO 

 

Riflessioni sulla fisica dei limiti e delle domande aperte

Non possiamo sapere tutto: 

il limite che diventa un luogo di conoscenza


La scienza mostra che anche le leggi più rigorose incontrano una soglia oltre la quale la previsione si arresta È proprio in quello spazio che il sapere cambia prospettiva

 

-          di GABRIELLA GREISON


Negli ultimi mesi, attraverso la rubrica Interferenze nata sul sito del quotidiano Avvenire, ha preso forma qualcosa che non avevo previsto fino in fondo. Un movimento lento, ma continuo, che arrivava dalle vostre parole. Nelle email, nei messaggi, nelle riflessioni che mi avete scritto, tornava sempre lo stesso punto, come se avesse una sua legge interna: il limite. Non una parola astratta, ma una presenza concreta. Il punto in cui una spiegazione si arresta, una teoria si piega, una domanda resta aperta. La scienza, la fisica, incontra un limite. E in quel punto accade qualcosa che esce dal perimetro del sapere tecnico e tocca un’altra dimensione, più ampia. Cambia il modo in cui si guarda, si decide, si abita il reale. Albert Einstein lo ha detto con una semplicità che contiene una direzione intera: « La cosa più bella che possiamo provare è il senso del mistero. È la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza». Quel mistero non crea distanza. Apre profondità. D entro Interferenze questa dimensione è emersa poco alla volta, anche grazie alle vostre risposte. Ogni volta che chiudevo il racconto di una scienziata o di uno scienziato, arrivava una nuova domanda. Ogni figura portava con sé una crepa, un punto non risolto, una zona che restava viva. E proprio lì si è acceso qualcosa: un dialogo, uno scambio, una ricerca che è andata avanti oltre il testo. Questo spazio nasce da quel movimento. Dalla decisione di fermarsi proprio lì, dove le domande restano aperte. Di attraversare quel punto, di riconoscerlo come parte della struttura della realtà. La parola “limite” diventa allora un luogo. Un luogo in cui la conoscenza cambia forma e acquista profondità. Interferenze continuerà il suo percorso, perché ha trovato una direzione viva. E proprio da quella direzione nasce questo passo ulteriore. Un approfondimento in otto puntate, qui sul cartaceo. Uno spazio più lento, capace di restare dentro una domanda e seguirla fino in fondo. Perché la fisica non ci dice fin dove possiamo arrivare. Ci mostra dove smettiamo di controllare. E proprio lì comincia qualcosa di più interessante. Iniziamo.

C’ è un momento preciso, nella vita di chi studia fisica, in cui la conoscenza cambia forma. All’inizio sembra una conquista progressiva: ogni formula aggiunge un tassello, ogni legge porta ordine, ogni risposta illumina un angolo che prima restava in ombra. Il mondo appare come una mappa ancora incompleta, ma destinata a riempirsi. Si studiano le leggi del moto, si imparano le forze, si calcolano traiettorie. Un pianeta segue un’orbita, un oggetto cade, un fenomeno evolve nel tempo. Tutto sembra scritto in equazioni che permettono di prevedere. C’è una fiducia che cresce insieme alla precisione. Sapere significa prevedere, e prevedere significa orientarsi dentro il mondo con sicurezza. Poi accade qualcosa di più sottile. Non è un ostacolo, è uno spostamento. La conoscenza smette di essere un accumulo e diventa una soglia. Arriva quando si osservano fenomeni in cui le equazioni restano valide, ma la previsione perde stabilità. Non perché manchi una legge, ma perché la realtà reagisce in modo estremamente sensibile alle condizioni iniziali.

U n esempio semplice: un pendolo doppio. Due aste collegate, un movimento che all’inizio sembra regolare. Poi la traiettoria si complica, devia, diventa imprevedibile nel dettaglio. Le equazioni sono note, precise, determinate. Eppure basta una differenza iniziale minuscola per produrre evoluzioni completamente diverse. Qui emerge una delle affermazioni più radicali della fisica classica: la sensibilità alle condizioni iniziali. Il sistema segue leggi deterministiche, ma la previsione pratica si spezza. Non perché la natura sia disordinata, ma perché amplifica ogni differenza. Dentro questo comportamento si legge una struttura profonda. La realtà non si lascia comprimere in una previsione totale. Anche quando le leggi sono chiare, l’evoluzione può sfuggire nel dettaglio. Il limite non sta nell’assenza di regole, ma nella relazione tra precisione e tempo. Qui si modifica un’idea che ha attraversato secoli: il mondo come meccanismo perfettamente prevedibile, una volta note tutte le condizioni. Questa immagine resta potente, ma incontra un margine. Piccole differenze crescono, si amplificano, trasformano il comportamento nel tempo. Non è una mancanza. È la forma stessa del mondo. Il limite diventa un elemento costitutivo. La precisione iniziale non garantisce una previsione infinita. A un certo punto si apre una distanza tra ciò che si conosce e ciò che accade. È qui che le parole di Albert Einstein trovano un peso diverso. Il mistero non si colloca fuori dalla conoscenza, sta dentro la conoscenza, come dimensione che la accompagna. L a fisica, arrivata su questa soglia, cambia voce: costruisce descrizioni che funzionano, ma accetta che il dettaglio dell’evoluzione resti aperto, non completamente prevedibile nel lungo termine. La conoscenza assume la forma di una traiettoria, un avvicinamento continuo, mai definitivo. Ogni previsione contiene una soglia, ogni risultato apre un margine. Quel margine mantiene viva la possibilità, tiene aperto il campo delle domande. Questa struttura attraversa anche la vita quotidiana: ogni scelta si muove dentro condizioni che non si controllano completamente, piccoli elementi possono cambiare l’evoluzione di una situazione nel tempo, una parola, un ritardo, un incontro possono amplificarsi. La vita si organizza intorno a direzioni, non a previsioni assolute. Arriva sempre il desiderio di chiudere, di fissare, di arrivare a una forma definitiva, e proprio lì emerge un’altra dinamica: l’imprevedibilità non blocca, genera movimento, tiene viva la ricerca, rende possibile il cambiamento. Una conoscenza totale immobilizzerebbe tutto, la direzione si spegnerebbe. Invece resta un campo aperto. La fisica riconosce il limite e lo trasforma in punto di partenza. Da lì nasce una forma più profonda di attenzione, una capacità di stare dentro i processi senza pretendere di chiuderli completamente. E in quella zona accade qualcosa di decisivo: la ricerca continua, prende forma come fedeltà a una domanda che resta viva.

 

www.avvenire.it

 

 

lunedì 5 gennaio 2026

SERENDIPITY


 Il significato di Serendipity, l’affascinante parola inglese che celebra le piccole fortune inattese della vita

Serendipity è trovare qualcosa di prezioso senza cercarlo intenzionalmente. 

Scopri il significato di questa bellissima parola inglese, la sua origine e la sua importanza nella vita quotidiana.

 

-di Natalia Cristiano

 

Ci sono parole che non si limitano a descrivere un concetto, ma sembrano contenere interi mondi. Serendipity è una di queste. Non è soltanto un affascinante parola inglese, ormai adottata da molte lingue, ma un’idea complessa, sfaccettata, quasi una filosofia di vita. Evoca l’incontro con l’inaspettato, la scoperta non programmata, quei momenti in cui qualcosa di prezioso emerge mentre eravamo intenti a cercare tutt’altro, o magari mentre non stavamo cercando nulla di preciso.

In un'epoca che esalta l’organizzazione minuziosa, la produttività e il controllo costante, la Serendipity appare come una necessaria controcorrente. Ci ricorda che non tutto ciò che ha valore può essere pianificato, misurato o previsto. Al contrario, spesso le esperienze più significative arrivano quando smettiamo di forzare il percorso e lasciamo spazio a ciò che non avevamo previsto.

Se ripensiamo alle nostre vite con onestà, ci accorgiamo che molte svolte decisive sono nate “per caso”. Un incontro avvenuto in modo fortuito, una scelta fatta quasi per deviazione, un errore che si è rivelato più fertile di un successo. Dare un nome a questi eventi significa riconoscerne la dignità e il valore. La Serendipity suggerisce che il caso non è solo caos o disordine, ma può diventare una forma inattesa di dono.

In questo articolo esploriamo il significato di Serendipity, le sue origini, il suo ruolo nella scienza e nella cultura, e ciò che può insegnarci su come abitare il mondo con maggiore apertura, curiosità e consapevolezza.

Il significato di serendipity: oltre la semplice fortuna

La definizione comune di Serendipity come “scoperta fortunata e casuale” è corretta ma incompleta. Non si tratta semplicemente di fortuna passiva, di un evento fortuito che capita senza coinvolgimento. La vera serendipità nasce dall’incontro tra eventi imprevisti e una mente pronta a riconoscerne il valore. Richiede sensibilità, apertura mentale e la capacità di fare collegamenti tra cose apparentemente scollegate. In altre parole, è spesso l’atteggiamento di chi sa vedere oltre l’evidenza immediata, cogliendo opportunità che altri non percepiscono. 

Trovarsi davanti a qualcosa di prezioso mentre si cercava altro, o assistere a un evento imprevisto che spalanca nuove possibilità, può dipendere da una combinazione di attenzione, intuizione e prontezza di spirito. La serendipità non è quindi solo ciò che succede: è il modo in cui rispondiamo a ciò che succede. Due persone possono vivere la stessa coincidenza: una potrebbe ignorarla, l’altra potrebbe trasformarla in un’opportunità. In questo senso, il fenomeno ha molto a che fare con il modo in cui guardiamo al mondo. 

Origine del termine: una storia letteraria e geografica

Il termine Serendipity fu coniato nel 1754 dallo scrittore inglese Horace Walpole, celebre anche come autore e figura culturale del suo tempo. Walpole utilizzò questa parola in una lettera al suo amico Horace Mann per descrivere una scoperta inaspettata che aveva fatto, evidenziando come spesso gli eventi fortuiti possano portare a risultati di grande valore se accompagnati da sagacia e attenzione.

La parola deriva da Serendip, l’antico nome persiano dell’isola oggi chiamata Sri Lanka. Questo nome è a sua volta entrato nelle lingue occidentali attraverso forme arabe come Sarandib, derivate dal sanscrito Siṃhaladvīpaḥ, che significa “isola dei Singhalesi” o “isola del leone”.

Walpole si ispirò a una fiaba persiana intitolata I tre principi di Serendip, tradotta in italiano da Cristoforo Armeno e pubblicata a Venezia nel 1557. Nel racconto, tre principi compiono una serie di scoperte sorprendenti non perché le stiano cercando, ma grazie alla loro capacità di osservare, dedurre e interpretare indizi apparentemente insignificanti. Questo elemento di intuizione unito al caso fu ciò che colpì Walpole e lo spinse a creare un termine che potesse racchiudere questa combinazione di accidente e sagacia.

Nonostante sia nato in un contesto letterario, il termine ha via via assunto significati e applicazioni più ampi, fino a entrare nei lessici di molte lingue, tra cui l’italiano, dove si trova ormai nei dizionari con il significato di "La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.

Il metodo di apprendimento passivo dell'inglese consente di imparare nuovi vocaboli e regole grammaticali semplicemente guardando serie TV, leggendo libri o ascoltando musica nelle lingua straniera. Ti spieghiamo quali sono i vantaggi e i limiti di questa strategia.

Serendipity nella scienza

La storia della scienza offre numerosi esempi di serendipità applicata alla ricerca. Alcune delle scoperte più rivoluzionarie non sono nate da progetti intenzionalmente diretti, ma da osservazioni inaspettate che sono state riconosciute e valorizzate da menti aperte. Un famoso esempio è quello di Alexander Fleming, che notò una muffa in una piastra di Petri che stava inattivamente uccidendo batteri, portando alla scoperta della penicillina, un punto di svolta nella medicina moderna.

Altri esempi includono invenzioni come i Post-it, nati da un adesivo considerato inizialmente inutile, o la scoperta dei raggi X, emersi da osservazioni inattese durante esperimenti con tubi a raggi catodici. In ciascuno di questi casi, la differenza tra un evento casuale e una vera serendipità risiede nella capacità di riconoscere l’importanza del fenomeno e di trarne senso e opportunità.

Serendipity nella vita quotidiana e nella cultura

Nel contesto quotidiano la serendipità può manifestarsi in mille modi: un incontro casuale che cambia il corso di una relazione, una scelta fatta d’impulso che apre nuove prospettive, persino un errore che si rivela più fertile di un successo previsto. La cultura popolare ha spesso celebrato questo concetto attraverso racconti, romanzi e film. Un esempio celebre è il film Serendipity – Quando l’amore è magia (2001), in cui il destino e gli eventi imprevedibili giocano un ruolo centrale nel legare due persone.

In psicologia, filosofia e sociologia della conoscenza, si discute spesso di serendipità come attitudine, condizione di apertura verso l’imprevisto e modalità di relazione con l’ambiente circostante. Piuttosto che considerare il caso come semplice coincidenza, la serendipità invita a riconoscerne il potenziale creativo e trasformativo.

SpeakUp

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domenica 28 dicembre 2025

QUALE REALTA' ?

 

 


L'erosione della realtà: la crisi dell'autenticità visiva causata dall'AI



-     Marco Giacalone

-          

L'intelligenza artificiale generativa ha innescato una crisi ontologica, erodendo lo statuto di verità dell'immagine e rendendo l'occhio umano un rilevatore inaffidabile. Questo editoriale analizza il fallimento percettivo come minaccia alla coesione sociale, la strategia di certificazione del vero e le implicazioni democratiche di un mondo popolato da immagini orfane di verità.

Per secoli, l'immagine ha svolto il ruolo di testimone silenzioso della storia, l'ancora di prova fattuale che sosteneva la cronaca e il dibattito pubblico. Quel ruolo è finito. La democratizzazione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa, i modelli di diffusione, le reti GAN, non ha solo migliorato la grafica digitale; ha inferto un colpo mortale allo statuto di verità dell'immagine stessa. Il mondo sta assistendo al crollo del suo rivelatore più fidato: l'occhio umano.

Questo non è un problema tecnico, ma una crisi ontologica. L'autenticità visiva, un tempo garantita dalla percezione, è stata delegata all'algoritmo. Le creazioni sintetiche hanno raggiunto una risoluzione e un realismo tali che l'uomo non è più in grado di distinguere il genuino dal fabbricato. Quando la differenza tra verità e menzogna richiede una verifica computazionale, si è già perso qualcosa di fondamentale nel rapporto con la realtà. Si è verificato un vero e proprio fallimento percettivo su scala globale.

Le implicazioni di questo fallimento sono devastanti per la sfera pubblica. La proliferazione di contenuti visivi manipolati non è casuale; è una collateralità politica studiata. Immagini generate per diffamare, destabilizzare o ingannare possono influenzare elezioni, alterare mercati finanziari e corrodere il consenso in tempo reale. L'incapacità di un cittadino di fidarsi di ciò che vede si traduce inevitabilmente in un contagio di cinismo radicale. La sfiducia non colpisce solo il singolo medium, ma si estende alle istituzioni mediatiche e, per estensione, a quelle governative. L'AI ha armato l'arte dell'inganno.

È una beffa che i sistemi di rilevamento AI (i detector) nati per contrastare i deepfake siano per loro stessa natura destinati a fallire. I modelli generativi evolvono in modo esponenziale, rendendo obsoleto qualsiasi strumento di difesa non appena viene rilasciato. L'industria ne è consapevole e sta, giustamente, invertendo la rotta: si sta abbandonando l'utopia della detection per concentrarsi sulla provenienza digitale (provenance).

L'obiettivo non è più identificare il falso, ma certificare il vero. Standard di autenticità come C2PA rappresentano un tentativo cruciale di costruire una catena di fiducia crittografica per il contenuto digitale, dotando ogni file di un certificato di nascita che ne traccia l'origine e la storia delle manipolazioni. Ma la loro efficacia è subordinata all'adozione universale da parte di tutti i produttori di hardware e software, una missione titanica che è in ritardo rispetto all'inondazione di immagini generate e non etichettate. Finché questo non accadrà, il mondo sarà popolato da immagini orfane di verità.

L'aspetto più inquietante risiede, in ultima analisi, non nel danno arrecato alle macchine fotografiche, ma in quello inflitto alla cognizione umana. La costante esposizione alla menzogna visiva di massa non rende gli individui più scettici in senso critico, ma semplicemente più propensi a rifiutare ogni fatto scomodo. Questa dinamica distrugge la base di realtà condivisa necessaria per il dibattito pubblico e la coesione sociale.

Se l'intelligenza artificiale ha irrevocabilmente distrutto l'affidabilità di ciò che vediamo, la domanda che resta appesa è la più urgente ed è su quali basi fattuali si potrà ancora costruire la politica, la storia e la democrazia stessa.

L'epoca della verità garantita è finita.

 

Terza Notizia

 

lunedì 15 dicembre 2025

MALATI DI EPISTEMIA

 


Ci stiamo ammalando

 di epistemia, 


l'illusione 

di sapere cose 

solo perché 

l'AI le scrive bene



L'intelligenza artificiale è molto brava a farci credere di sapere cose che non sa.

 E noi ci stiamo convincendo di conoscerle,

 mentre ci affidiamo a risposte che suonano bene

 

-di Luca Zorloni

C'era una volta l'episteme. La vera conoscenza, secondo i filosofi dell'antica Grecia. Oggi ci ritroviamo invece con l'epistemia. Che della conoscenza è un'illusione. Una sorta di specchio della realtà deformato da una fede cieca nelle risposte dei grandi modelli linguistici (Llm) alle nostre domande. Giudizi. Valutazioni. Classificazioni di fonti. Azioni di discernimento che deleghiamo ai modelli di AI. E fin qui, tutto lecito. Il problema insorge quando riceviamo la risposta. Quanto la prendiamo per buona?

Qui si colloca il bivio tra episteme ed epistemia. Tra conoscenza e illusione. Perché gli Llm non sono progettati per effettuare verifiche sostanziali, ma per generare una risposta che sia plausibile dal punto di vista linguistico. Il loro scopo, in fondo, è questo. Restituire un output che “suoni” bene. Al netto che sia vero o falso. Se quel risultato non viene verificato da chi delega all'AI un pezzo del suo lavoro, ecco che succede il patatrac.

È qualcosa che ricorda molto da vicino il confronto tra Socrate e i sofisti nell'Atene del quinto secolo. Di questi uno degli esponenti di spicco era Gorgia. Il quale sosteneva che nulla esiste, che se anche esistesse non sarebbe conoscibile e se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. L'AI fa un po' il contrario, perché può comunicare tutto, pur senza conoscerlo. Alla fine, però, l'esito è lo stesso. Un esercizio di persuasione che si fonda sulla capacità di costruire un discorso plausibile, non vero.

Lo studio italiano

Un recente studio pubblicato su Pnas e condotto da un team di ricerca guidato da Walter Quattrociocchi, docente dell'università La Sapienza di Roma e al timone del Center of data science and complexity for society, ha analizzato per la prima volta in modo sistematico come sei modelli linguistici di ultima generazione, tra cui ChatGPT di OpenAI, Gemini di Google o Llama di Meta, “operazionalizzano il concetto di affidabilità". Come si legge nella nota che annunciava la pubblicazione del progetto, "il lavoro confronta le loro valutazioni con quelle prodotte da esseri umani ed esperti del settore (NewsGuard, Mbfc), utilizzando un protocollo identico per tutti: stessi criteri, stessi contenuti, stessa procedura. Il focus non è sull’accuratezza del risultato finale, ma su come il giudizio viene costruito”.

In una parola, l'epistemia. Se dovessi scegliere, è questa per me la parola dell'anno. Perché identifica questa nuova stagione della nostra società dominata dalla costruzione di una impressione di conoscenza che sta in piedi perché non si sa, perché non si sa delegare all'AI e perché non si sa controllare e verificare il risultato. Ci si bea, in compenso, di una risposta cucita talmente bene da illuderci di non poter essere che vera. L'AI ci renderà più stupidi se vorremo cullarci nella stupidità indotta. Se ci accontenteremo della prima risposta del chatbot, senza considerare i meccanismi probabilistici che governano il funzionamento dei grandi modelli linguistici.

Come reagire?

Le conclusioni dello studio condotto dal team di Quattrociocchi non identificano solo il problema, ma indicano anche la soluzione. Che è saperne di più dell'AI a cui ci affidiamo. Delegare la navigazione solo se si conosce la rotta, la destinazione, gli scogli che affiorano. O se si hanno gli strumenti per comprendere se, circondati dalla nebbia, si sta viaggiando nella giusta direzione. L'impiego dell'AI richiede di alzare il nostro livello di conoscenza, di ampliarlo e di mantenerlo aggiornato. Da un lato, rispetto alla capacità di utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale, di saperne distinguere i risultati, i meccanismi di funzionamento e quindi i punti di forza e quelli di debolezza. Dall'altro, rispetto alle materie su cui chiedono all'AI di sostituirci a noi.

Alla fine, quando si parla degli effetti della tecnologia sul sapere, torniamo sempre al punto di partenza. Che fake news, deepfake, epistemia si disinnescano non tanto con etichette posticce o filigrane, ma coltivando lo spirito critico, investendo sulla formazione, allenando la mente a non cadere nei tranelli di una conoscenza superficiale. È una buona notizia, se volete, che ridimensiona gli allarmi delle trombe dell'Apocalisse. Ma è anche una consapevolezza che sposta il fuoco della trasformazione dall'AI a noi stessi. E ci inchioda alle nostre responsabilità. Sapremo uscirne migliori?

  WIRED

Immagine: Il pensatore di Auguste RodinGABRIEL BOUYS/AFP via Getty Images

giovedì 27 novembre 2025

DISCIPLINE E CRESCITA PERSONALE

 


Comprendere

 le discipline 

per guardare lontano



Lo studio delle discipline non sempre appare quello che in realtà è, cioè uno strumento per supportare gli allievi non solo a scuola ma anche nelle scelte future, professionali e personali. Vale quindi la pena ritagliarci uno spazio, anche se piccolo, per un breve viaggio attraverso le materie scolastiche.

Che l’educazione non possa essere vista riduttivamente come un assommarsi di nozioni e conoscenze è certamente noto a tutti, mentre non sempre è così evidente il ruolo che hanno le discipline nel processo di crescita personale.

Attraverso i linguaggi e gli strumenti specifici che offrono ci permettono infatti di arricchire la cultura personale e di ampliare la visione di quanto ci circonda, sia nella quotidianità sia in una prospettiva più ampia.

Comprendere questo ruolo delle materie e come possono influenzare le scelte future dei ragazzi, nel percorso scolastico come in quello professionale, può aiutare a ridefinirne il valore e la funzione formativa.

Il potenziale creativo della Matematica e delle materie scientifiche

La Matematica e le materie scientifiche hanno un ruolo chiave nella formazione di giovani capaci di essere cittadini attivi. Sono infatti una base importante per lo sviluppo del pensiero logico, della capacità di problem solving e di ragionamento critico, tutti strumenti essenziali per comprendere ciò che ci circonda.

Vedere il mondo con la lente che la logica e la capacità di modellizzare i fenomeni possono darci aiuta a sviluppare la creatività e il pensiero divergente attraverso i vari modi possibili per affrontare un problema, incoraggia l’autonomia nel pianificare lo studio e stimola alla ricerca.

Si tratta quindi di competenze fondamentali e perciò altamente trasferibili, che proprio per questo sono richieste in numerosi settori professionali, come ad esempio l’economia.  

Il gusto di esplorare e comprendere i principi che governano ciò che avviene intorno a noi non è patrimonio solo della matematica ma accomuna anche le scienze naturali, come la biologia, la chimica e la fisica.

Se, come mostrano i dati Eurydice, così tanti studenti in Europa mancano di alfabetizzazione di base in Matematica e Scienze forse è opportuno aiutare i nostri giovani a comprendere e apprezzare maggiormente l’equilibrio fra astrazione ed applicazione che c’è in queste discipline perché non appaiano noiose e poco utili nella vita quotidiana.  

Le materie linguistiche veicolo di conoscenza ma non solo

Promuovere la consapevolezza culturale e la sensibilità estetica non è il solo valore formativo che le materie linguistiche e letterarie sviluppano. Queste discipline, infatti, accrescono la padronanza in competenze cognitive cruciali per l’apprendimento scolastico, per la vita di relazione e per il futuro professionale.

Migliorare la comunicazione, sviluppare l’immaginazione, arricchire il pensiero critico e la flessibilità nell’affrontare molteplici situazioni, sono strumenti che permettono di affinare anche la capacità di rapporto empatico e di comprensione culturale, che in una società complessa come quella attuale sono essenziali per rendere realtà concreta principi di elevato valore sociale, come per esempio l’inclusione.  

Sono finalità importanti sul piano personale e collettivo, che attraversano le lingue e le letterature, la storia, la filosofia, la psicologia e le scienze sociali, creando sinergie e scambi arricchenti.

Non solo leggere, scrivere e far di conto

Quando si parla di discipline artistiche si fa riferimento a un vantaggio ampio di materie, che includono repertori di competenze artistiche diversi, come:  

  • Competenze visuali, che comprendono pittura, disegno, scultura, fotografia, editing
  • Competenze performative, quali recitazione e danza
  • Competenze concettuali, espresse attraverso la scrittura creativa, la capacità di progettare e creare opere d’arte
  • Competenze musicali

Con linguaggi diversi da quelli delle materie scientifiche e letterarie promuovono la creatività, l’espressione individuale, il pensiero critico e l’innovazione, tutti fattori che giocano un ruolo decisamente positivo nello sviluppo del benessere personale.

È quanto fa del resto con altri strumenti e modalità anche l’educazione fisica, materia che valorizza il lavoro di squadra, la disciplina e la resilienza.

Quali conclusioni trarre?

Ogni disciplina scolastica svolge quindi il ruolo di strumento, metodo e linguaggio per introdurre i giovani alla realtà con un approccio aperto, consapevole e dinamico.

Su questo modo di porsi di fronte alla realtà incide il possesso di competenze trasversali, che attraversano tutti gli ambiti disciplinari, quali:

  • Creatività e pensiero critico, per risolvere problemi, generare idee e esprimere concetti
  • Collaborazione, essenziale per essere capaci di fare lavoro di squadra, di partecipare attivamente a progetti nei diversi ambiti con i quali si viene a contatto
  • Comunicazione per esprimere le proprie idee, proposte, opinioni attraverso diverse forme espressive
  • Sensibilità estetica, cioè lo sviluppo del gusto estetico e della consapevolezza del valore di quanto ci circonda, non solo sul piano artistico

L’insegnamento disciplinare resta fondamentale, poiché offre alle studentesse e agli studenti una conoscenza approfondita dei contenuti specifici delle diverse materie, ma la consapevolezza di quali repertori di competenze queste permettono loro di sviluppare fa sì che abbiano una visione organica e costruttiva del sapere, attraverso la quale scoprire interessi e passioni personali che li aiutano a partecipare attivamente al proprio percorso formativo e a progettare un futuro appagante.

Approfondimenti


 

 

domenica 18 maggio 2025

UNA VITA BEN SPESA

  


Trovare il senso delle cose 

con Leonardo, Einstein 

e Darwin 


- di Massimo Polidoro (Autore)

 Che cosa significa davvero spendere bene la propria vita?

 In questo libro, Massimo Polidoro accompagna il lettore in un viaggio avvincente tra scienza, filosofia e curiosità, sulle orme di tre menti straordinarie: Leonardo da Vinci, Charles Darwin e Albert Einstein.

Attraverso la loro capacità di stupirsi e di indagare la realtà, scopriamo come la meraviglia e la voglia di conoscenza possano arricchire la nostra esistenza e farci guardare il mondo con occhi nuovi.

Raccontando le loro vite, Polidoro ci invita a "imitarli", ci spiega che cos'è il metodo scientifico e come usarlo per leggere la realtà in modo nuovo.

Come sviluppare per esempio la curiosità, e come allenare lo spirito di osservazione. Tutto questo può spalancare a ognuno di noi nuove prospettive, e insegnarci molto anche su noi stessi. Leggendo Una vita ben spesa scopriremo che l'eccellenza non è frutto di perfezione, ma di perseveranza, curiosità e continua ricerca.

Il racconto di queste vite ben spese - oltre a Leonardo, Darwin, Einstein, Jane Goodall e altri grandi scienziati - ci fa capire che anche noi, pur con i nostri limiti, possiamo ambire a una vita piena di curiosità e crescita continua.

Con uno stile chiaro e coinvolgente, l'autore mostra il valore della scienza nella vita di ogni giorno e offre spunti pratici per applicare queste lezioni, aiutandoci a vivere a occhi aperti, con più consapevolezza e stupore.

Riprendendo una celebre frase di Leonardo, "Una vita ben spesa" invita a sorprendersi, a riflettere e a crescere: un'opera ispiratrice per chiunque desideri guardare oltre l'ordinario e scoprire quanta ricchezza si celi in una vita animata dalla voglia di conoscere.


Polidoro, UNA VITA BEN SPESA, ed. Mondadori, aprile 2025

 

 

mercoledì 13 novembre 2024

L'EDUCATORE IDEALE

 

Il profilo dell’educatore ideale? 

Virgilio nella Divina Commedia

Ecco le cinque caratteristiche

 decisive per chi educa:

 il senso di missione, 

il lavoro di squadra, 

l’empatia verso gli allievi, 

una morale senza moralismo, 

la capacità di lasciare andare.

L’importanza di trasmettere valori capaci di indirizzare i giovani verso il traguardo dell’indipendenza.

 

 -         di MARCO ERBA

-          Duca, segnore, maestro: sono queste le tre parole con cui Dante definisce Virgilio, sua guida, alla fine del II canto dell’Inferno. Virgilio è duca, cioè colui che conduce, ma è anche signore e maestro: ha autorità su Dante e può insegnargli molto. I critici concordano sul fatto che Virgilio sia il simbolo della ragione, ma la sua figura va molto oltre. Virgilio è un personaggio estremamente autorevole, ma anche di straordinaria umanità. Per questo si può considerare il modello di ogni educatore, un modello estremamente vicino a noi. Cosa può dunque insegnare Virgilio a chi è chiamato a educare? I n primo luogo, un educatore è qualcuno che incarna un ideale, o almeno ci prova. Un educatore non è uno che si accontenta, che si guarda l’ombelico: è uno che è davvero convinto di poter cambiare il mondo a partire dal suo piccolo, cioè dalle ragazze e dai ragazzi con i quali gli è donato di camminare. Uno che tiene alto lo sguardo, si impegna nel particolare senza però dimenticare mai il quadro generale. Un educatore ha una meta, si sente chiamato. Virgilio lo dice subito a Dante nel II canto dell’Inferno: Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi.

Virgilio è inviato dal cielo per una missione. Missione è una parola bellissima e fortissima che, come tutte le parole potenti, suscita dibattito. Si è più volte discusso, ad esempio, se l’insegnamento sia un lavoro o una missione. C’è chi afferma che sia un lavoro, che parlare di missione sia fuorviante, da un lato perché si carica di una idealità eccessiva quello che ha il diritto di restare un mestiere, dall’altro perché, con la storia della missione, si vorrebbero evitare altre scomode discussioni legate alla qualità della vita e al livello salariale dei docenti. Non entro qui in un dibattito complesso, che meriterebbe ben altro spazio; dico che però sarebbe proprio bello se chiunque, non solo gli insegnanti e gli educatori, vivessero il loro lavoro come una missione: l’operatore ecologico, il dirigente pubblico, il banchiere, l’imprenditore, il muratore, il medico, e chi più ne ha, più ne metta. Tutti, col nostro lavoro, siamo chiamati alla missione di donarci agli altri e quindi a salvare un pezzo di mondo. Come Virgilio, che con la sua missione salva Dante. E Dante racconta di lui, e i versi di Dante arrivano fino a noi e salvano un po’ anche noi.

In secondo logo, un educatore è qualcuno che gioca in squadra. Non c’è nulla di più dannoso dell’invidia in una equipe educativa. Non c’è niente di più ferale della gelosia in un consiglio di classe. Invidia e gelosia portano a sviluppare ego ipertrofici, a vedere le classi come proprio possesso, gli allievi come potenziali seguaci, i colleghi come avversari su cui primeggiare. Basta una critica scorretta a un collega di fronte a una classe di adolescenti per gettare il seme della zizzania, per diffondere sfiducia, per distruggere ore e ore di educazione civica in cui si è parlato di rispetto reciproco. Siamo tutti al servizio di chi ci è affidato. Siamo tutti utili, ma nessuno è indispensabile. Siamo una squadra: ognuno deve giocare nel suo ruolo, con umiltà. Virgilio lo sa benissimo e lo dice subito a Dante nel primo canto dell’Inferno, parlando delle “beate genti”, le anime del Paradiso, che lui non potrà mostrargli: A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire.

Sarà un’altra anima a condurti nel regno dei beati. Sarà Beatrice. Lei è più degna di me. Io ho il mio compito, lei il suo.

Non c’è ombra di risentimento in queste nobilissime parole. In terzo luogo, l’educatore è capace di concreti gesti di cura. Non è un istruttore freddo; è uno che sente l’altro nel profondo, è una persona empatica. È felice con il suo allievo, soffre con lui nelle difficoltà. Non si limita a spiegare cosa bisogna fare, ma si mette in gioco in prima persona; si compromette, si fa carico del prossimo.

Virgilio a volte rimprovera Dante aspramente, però gli vuole bene e non lo molla mai nella difficoltà. All’ingresso dell’Inferno Dante è terrorizzato. Siamo nel canto III, è il momento di fare il primo passo nel buio della dannazione, e Virgilio fa un gesto di tenerezza infinita: prende la mano a Dante, gli mostra un volto lieto, probabilmente gli sorride: E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose.

Da prof ho sperimentato tante volte che tra un recupero e un mancato recupero, tra un successo scolastico e un fallimento c’è una linea molto sottile. Se trovi un insegnante che ti stronca, di cui percepisci la disistima, che di distrugge a parole, parti già penalizzato. Se trovi un insegnante che ti incoraggia, che crede in te, che ti supporta pur senza regalarti niente, magari anche tu finisci per credere che ce la puoi fare, e magari ce la fai davvero. In quarto luogo, l’educatore non è un moralista, ma ha una forte etica, che tenta di incarnare in una coerente condotta morale. L’educatore non può essere uno spietato censore: deve porsi in ascolto, deve accogliere le fragilità, deve accettare che il cammino di crescita comporta sia passi avanti che cadute. Crescere è un cammino imperfetto, ma graduale e progressivo, fatto di condizionamenti difficili da sconfiggere, ma anche di liberanti salti di qualità. Il moralista mette al primo posto l’ideale e lo usa come un letto di Procuste per distruggere le persone. Un educatore, invece, mette la persona al primo posto, accoglie la sua storia, ha uno sguardo di misericordia.

Con il vizio che distrugge, però, l’educatore è inflessibile. Nell’VIII canto dell’Inferno, nella palude Stigia, Dante incontra l’iracondo fiorentino Filippo Argenti. Costui si chiamava in realtà Filippo Adimari, ma era soprannominato “Argenti” perché ostentava a tal punto la sua ricchezza da ferrare con l’argento gli zoccoli del suo cavallo. Avversario politico di Dante, è l’incarnazione della spietata arroganza della ricchezza che, secondo il poeta, distrugge la società. Tema attualissimo, peraltro: gli Argenti di oggi sono quelli che misurano le persone sulla base del conto corrente, della fama, del numero di like; coloro che ritengono vi siano esseri umani di serie A e di serie B e che si credono tra i dominatori del mondo. Dante, contro Argenti, si mostra spietato: lo maledice, infierisce contro di lui a parole. Di fronte a questo atteggiamento, Virgilio abbraccia Dante, lo bacia, lo loda con espressioni quasi religiose, dice che la stessa madre di Dante è benedetta per essere rimasta incinta di lui: Lo collo poi con le braccia mi cinse; basciommi ’l volto e disse: ‘Alma sdegnosa, benedetta colei che ’n te s’incinse!

La reazione sembra esagerata, ma Argenti è qui il simbolo di tutti quegli atteggiamenti che più profondamente dividono la società, togliendo dignità agli esseri umani. Atteggiamenti dai quali l’educatore deve mettere in guardia duramente: se l’io prevale sul noi, tutte le relazioni risultano minate. Infine, l’educatore è qualcuno che sa che il suo compito ha un inizio e una fine. Il grande educatore non rende gli altri dipendenti da sé, ma desidera la loro autonomia. Non pretende di tenere i suoi allievi sempre con sé: il suo obiettivo è che vadano avanti per loro conto. L’educatore ti vuole così bene da sapere che il suo successo è completo quando tu sai camminare da solo. L’educatore vince quando tu sai fare a meno di lui. È ciò che avviene alla fine dell’ascesa del Purgatorio, nel XXVII canto. Sulla soglia del giardino dell’Eden, Virgilio saluta per sempre Dante con parole di immensa grandezza, le sue ultime nella Commedia: Non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch’io te sovra te corono e mitrio.

Sei tu il re di te stesso, hai tu in mano il timone della tua vita. Ora puoi andare, tocca a te: non ti servono più le mie parole e le mie indicazioni. Ricordo una strepitosa collega, che regalò questi versi a una quinta superiore a cui era legatissima, proprio l’ultimo giorno di scuola insieme. Ci furono pianti e abbracci. Certamente c’era la sensazione di un tempo passato e irreversibile. C’era il dolore per la fine di una storia insieme. Ma a prevalere era la gratitudine: ragazze e ragazzi capivano benissimo che quella prof non li stava abbandonando. Col suo passo indietro, stava facendo loro il dono più grande: la libertà di essere ciò che desideravano.

Anche Dante lo capisce e, pur nel dolore, quando si rende conto che Virgilio se n’è andato, lo chiama “dolcissimo patre”. Perché un padre resta per sempre, anche quando non c’è più.

È allo stesso tempo duca, signore e maestro Così la guida di Dante incarna un modello di educazione che va oltre la semplice trasmissione della conoscenza.

 www.avvenire.it 

** Marco Erba è nato in provincia di Milano nel 1981. Dopo la maturità classica e la laurea in lettere, ha lavorato per anni come giornalista di cronaca e come addetto stampa. Dal 2007 è insegnante di lettere in un liceo. La sua attività di scrittore nasce tra i banchi di scuola, nella relazione quotidiana con i ragazzi e con le loro vite. I suoi studenti sono stati i suoi primi editor.