martedì 29 settembre 2026
EDUCAZIONE CATTOLICA IN AFRICA
sabato 13 giugno 2026
IL PATTO EDUCATIVO AFRICANO
PER L'EDUCAZIONE
IN AFRICA
Il Cardinale
Antoine Kambanda, Arcivescovo do Kigali e Gran Cancelliere dell’IPEA (Istituto
del Patto Educativo Africano) e il Presidente dell’UMEC-WUCT, hanno firmato, a
Bruxelles, un accordo di cooperazione tra le due organizzazioni. È stato
presente anche il coordinatore dell’IPEA, Jean Paul Niygena.
Gli aspetti
principali dell’accordo erano stati stabiliti nel recente incontro
svoltosi a Kigali, al quale hanno partecipato anche alcuni rappresentanti dell’UMEC-WUCT.
Gli aspetti
principali del Patto sono:
L'Unione Mondiale
degli Insegnanti Cattolici (UMEC-WUCT), organizzazione pubblica di diritto canonico
che rappresenta gli insegnanti cattolici di tutto il mondo, che risponde alla
Santa Sede e collabora strettamente con il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, e il Dicastero per la Cultura e l'Educazione,
rappresentata dal suo Presidente, Prof.. Jan DE GROOF,
E l'Istituto del
Patto Educativo Africano (AEPI), organizzazione ecclesiastica ed educativa
pubblica responsabile dell'attuazione del Patto Educativo Africano,
rappresentato da Sua Eminenza il Cardinale Antoine KAMBANDA, Gran Cancelliere,
e dal Sig. Jean Paul NIYIGENA, Coordinatore,
Considerato:
• che la missione dell’UMEC-WUCT
è la promozione di un progetto educativo di ispirazione cattolica, il sostegno
delle reti educative nazionali e lo sviluppo di legami di solidarietà attiva
tra i suoi membri;
• che l’UMEC-WUCT
ha riaffermato il suo impegno a lavorare attivamente per l'attuazione del Patto
Educativo Africano e per la costruzione di una comunità fraterna globale aperta
a tutti
• che l'IPEA
sostiene le conferenze episcopali, le diocesi, le università e le scuole
nell'accoglienza e nell'attuazione del Patto africano sull'istruzione, in
conformità con le risoluzioni adottate ad Abidjan il 10 dicembre 2023;
• che lo scambio
di buone pratiche tra gli insegnanti cattolici è una delle priorità del Patto
africano sull'istruzione e del Patto globale sull'istruzione;
• che l'IPEA ha
constatato, attraverso le diverse conferenze nazionali sull'educazione cattolica
che ha contribuito a preparare e organizzare nella Repubblica Centrafricana, in
Nigeria, nella Repubblica Democratica del Congo, in Burundi, in Ruanda, in
Mozambico e altrove, e che lo scambio di buone pratiche tra insegnanti e
dirigenti scolastici rimane una sfida importante in Africa;
• che l'UMEC-WUCT
si impegna a promuovere la diversità e il pluralismo nell'istruzione come una
delle garanzie della democrazia;
• che l'IPEA,
sulla base della sua esperienza in diversi paesi, ha osservato che la
cooperazione tra Stati e Chiesa in materia di istruzione deve essere rafforzata
per garantire un'istruzione di qualità;
LE PARTI
CONCORDANO QUANTO SEGUE:
Articolo 1 – Scopo
Lo scopo del
presente Accordo quadro è quello di promuovere, strutturare e rafforzare la
cooperazione tra l'OIEC e l'IPEA, con una priorità assoluta:
1.1. Priorità
strategica: l'istruzione delle ragazze in Africa
Le parti si
impegnano a fare dell'istruzione delle ragazze il fulcro primario del loro
partenariato, mobilitando le proprie reti, competenze e risorse per:
• promuovere lo
scambio di buone pratiche tra insegnanti e dirigenti scolastici;
• rafforzare la
formazione degli insegnanti cattolici per soddisfare i requisiti di una scuola
e università cattolica;
• promuovere la
diversità e la pluralità delle opportunità educative e garantire il ruolo delle
scuole cattoliche;
• favorire la
cooperazione tra Stati e Chiesa nel campo dell'istruzione;
• adoperarsi
presso i governi per garantire il diritto a un'istruzione di qualità per ogni
bambino.
1.2. Altri
obiettivi del partenariato
Oltre a questa
priorità, le parti cooperano anche su:
• l'attuazione del
Patto africano sull'istruzione;
• il rafforzamento
delle capacità di educatori e dirigenti scolastici;
• il sostegno alle
reti educative cattoliche;
• la promozione
della fraternità universale e della pace;
• la tutela dei
minori e del benessere emotivo dei giovani.
giovedì 8 agosto 2024
UBUNTU, UN'ETICA DELLA VITA
Umuntu ngumuntu ngabantu
Il sudafricano Ramose illustra un concetto chiave nella struttura filosofica africana Anche rispetto alle grandi domande sulla giustizia sociale
- -di DORELLA CIANCI
Umuntu ngumuntu ngabantu:
tre parole, che racchiudono il senso della vita e che potremmo tradurre così:
«Essere una persona significa affermare la propria umanità attraverso l’umanità
degli altri» nella conseguente e infinita varietà di contenuto e forma. Questa
traduzione (sicuramente imperfetta) di una parte della filosofia africana
attesta, preliminarmente, un rispetto per la particolarità, l’individualità e
la storicità, senza le quali la decolonizzazione di quel sapere non potrà mai
avvenire fino in fondo. Dunque è finalmente arrivato il momento di metterci in
ascolto di quel continente a cui fin troppo spesso abbiamo pensato, lungo il
corso della storia, di insegnare, mentre avremmo dovuto limitarci a comprendere
e apprendere. Uno dei momenti più significativi, ieri, del Congresso mondiale
della filosofia sul tema della giustizia, dell’etica e del dialogo
interculturale, si è avuto durante la sessione con Mogobe Ramose, docente
presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pretoria, fra gli
altri ospiti. Ramose è uno dei più importanti filosofi sudafricani, noto
soprattutto per la sua elaborazione della filosofia ubuntu. Qual è la
peculiarità di questo pensiero? Innanzitutto, va detto che il termine “ubuntu”
è un concetto chiave nella struttura etico-filosofica africana, poiché indica
la bellezza del vivere “con”, dell’esser-ci fra gli altri, dell’umanità che
acquista senso nel concetto di solidarietà e vicinanza concreta. L’insegnamento
di Ramose è, ancor più, di grandissimo rilievo nella società contemporanea, che
– con fatica e non senza ipocrisie – tenta di raggiungere una maggiore
giustizia sociale attraverso l’attenzione ai popoli e agli ambienti più
fragili, in primis proprio le diverse zone africane. Per far questo, tuttavia,
è necessario conoscere e rimettere al centro il pensiero critico per
contrastare le apparenze del linguaggio politico globale.
Ramose, innamorato del
suo popolo e delle tradizioni della sua gente, mostra, invece, anche nei tanti
scritti filosofici, un impegno incrollabile verso le grandi questioni della
giustizia sociale, della politica, dell’etica, nel tentativo di sollevare quei
grandi veli preconcettuali, che oscurano le verità. Gran parte del suo lavoro
pare esser stato influenzato dal pensiero politico del sudafricano Robert
Sobukwe, fondatore del Pan-Africanist Congress. Ramose ha contribuito e
continua a contribuire brillantemente al pensiero e all’attivismo
panafricanista: nel corso degli anni è diventato uno dei filosofi più citati in
Sudafrica e uno dei filosofi del continente africano più noti alla comunità
scientifica internazionale, ma anche al dibattito pubblico sui media di tutto
il mondo. Le sue parole ci riportano, innanzitutto, alla storia e al tempo
della lotta contro l’oppressione razziale in Sudafrica. Ramose nella sua
relazione, ha percorso, con leggerezza, la storia delle idee di un continente
che ancora fatica a esser visto nella sua essenza, lontano da paragoni e da
chiavi interpretative etnocentriche e malate di occidentalismo; ha menzionato
intellettuali all’interno di organizzazioni come l’African National Congress e
il Pan-Africanist Congress, arrivando al Black Consciousness Movement composto
da gruppi intellettuali e politici, i quali hanno sviluppato risposte
concettuali (anche discordanti) rispetto alle grandi domande sulla giustizia
sociale.
Non è facile condensare tutto il substrato culturale che è dentro gli scritti di Ramose, ma – senza scadere in semplificazioni – è doveroso soffermarsi sulla centralità della forza vitale all’interno della filosofia africana, spesso indicata come “etica della vita”. Questo concetto ci riporta a una sovrapposizione tra lo stile di vita legato al pensiero ubuntu e una valutazione ‘decolonizzata’ di quell’incontro fisiologico, che si verifica, nel pensiero africano, fra religione e filosofia. Come detto da Ramose, la scala comune che consente un pensiero autenticamente panafricano emerge solo attraverso il dialogo interreligioso, interculturale e attraverso l’esposizione reciproca (e congiunta) di concetti religiosi collegati a nodi cruciali filosofici. Il pensiero ubuntu, in tal senso, è il pensiero della compassione, quello che ci invita a incontrare la differenza per arricchire la cosiddetta “etica della vita”, imperniata tanto nella filosofia quanto nelle diverse religioni. La filosofia, in tal senso, per una parte del continente africano, va al cuore del rispetto per le particolarità delle credenze e delle pratiche altrui.
Il rispetto per l’unicità dell’altro è
strettamente collegato al rispetto per l’individualità. Tuttavia
l’individualità citata nella filosofia ubuntu non è di matrice cartesiana. Al
contrario, contraddice direttamente la concezione cartesiana
dell’individualità, secondo cui l’individuo può essere concepito senza
necessariamente pensare l’altro. L’individuo cartesiano esiste prima, o separatamente
e indipendentemente dal resto della comunità o della società. Al contrario, la
concezione ubuntu definisce l’individuo in termini di relazione con gli altri:
la parola “individuo” significa una pluralità di personalità corrispondente
alla molteplicità di relazioni in cui si trova l’individuo in questione. Essere
un individuo significa “essere- con-gli-altri”, decisamente ben al di là
dell’individualismo occidentale. Il caso della filosofia ubuntu è una lezione
per stare nel mondo e con gli altri in armonia, escludendo la logica
competitiva del conflitto.
venerdì 22 settembre 2023
NAGORNO KARABAKH. CI INTERESSA?
di
Giuseppe Savagnone*
In
un momento in cui l’attenzione dell’opinione pubblica è unilateralmente
concentrata sulle vicende diplomatiche e militari della guerra in Ucraina, ha
ricevuto ben poca attenzione l’esplodere, in questi giorni, di un’altra guerra,
anch’essa combattuta sul territorio del nostro continente, anche se di
proporzioni quantitative molto più ridotte.
In
realtà l’Azerbaigian ha potuto operare indisturbato anche perché gode, oltre
che dell’appoggio della Turchia, di quello dello Stato di Israele, che punta su
di esso in funzione anti-iraniana. Ma, oltre che su questi espliciti sostegni,
ha anche potuto contare anche su un clima di sostanziale indifferenza per
quanto stava accadendo. Della Russia si è detto. Ma anche l’Unione europea e
gli Stati Uniti sono stati molto cauti nelle loro reazioni all’attacco azero,
non andando al di là di generiche raccomandazioni di “cessate il fuoco”,
ovviamente inascoltate da parte di chi stava prevalendo.
Ci sono in gioco, sicuramente, degli interessi economici Questo vale inannzi tutto per il nostro paese. Non tutti sanno che l’Azerbaigian è il primo fornitore di petrolio dell’Italia sin dal 2013. Secondo i dati di InfoMercati Esteri della Farnesina, in quell’anno, Baku (la capitale azera) ha superato la Libia e la Federazione Russa. Quella italo-azera è una partnership consolidata, divenuta ancora più importante con lo scoppio della guerra in Ucraina, quando Roma ha dovuto tagliare i rapporti energetici con Mosca, rivolgendosi a Stati come l’Algeria e, appunto, l’Azerbaigian.
La
geopolitica, evidentemente, non si può appiattire automaticamente sull’etica.
Non può non impressionare, però, che quest’ultima venga chiamata n causa in
certe occasioni e non in altre.
sabato 16 ottobre 2021
AFRICA A RISCHIO
UNA TEMPESTA PERFETTA
-
di PAOLO M. ALFIERI
-
C’è una
tempesta perfetta all’orizzonte di un’Africa che si interroga
sul suo futuro. Tramontata, o almeno
momentaneamente accantonata, la narrativa dell’«Africa rising»
di qualche anno fa – quell’ottimismo diffuso di inizio
millennio che poggiava su tassi di crescita del Pil a doppia
cifra per molti Paesi africani e sull’emergere, finalmente, anche di
una nuova classe media – il continente nero frena ora più del
previsto. E non solo a causa di sue debolezze. Ogni volta che un
nuovo rapporto esce, ogni volta che si snocciolano numeri,
tabelle, grafici su una fame che è già lì solo a
volerla osservare con sguardo attento e lucido, ci si chiede
quale sia la novità rispetto al passato, cosa va meglio, cosa
peggio, su quale aspetto si possa concretamente intervenire. Le
Ong lanciano appelli, le agenzie Onu raccolgono fondi, le fondazioni
benefiche, anche quelle nate in ambito religioso, provano a
far sentire le voci «dal basso». Eppure, tutto questo sembra non
bastare mai, la malnutrizione sempre dieci passi più avanti. Fame
zero, è l’obiettivo che si è data l’Onu, un obiettivo che oggi scopriamo
ancora più lontano, e non solo per l’Africa, con 20 milioni di persone in più
rispetto al 2019 in stato di «insicurezza alimentare acuta» stando al rapporto
Cesvi presentato ieri. A luglio, già lo studio annuale Sofi della Fao non aveva
lasciato spazio a interpretazioni: la fame, sottolineava il documento, continua
a crescere per il quinto anno consecutivo: nel mondo ne soffrono 811 milioni di
persone.
L’incidenza
della pandemia di Covid-19, il riscaldamento climatico di cui l’Africa soffre
le maggiori conseguenze pur inquinando molto meno degli altri continenti, i
conflitti che nel continente continuano a imperversare, senza contare la crescente
penetrazione del terrorismo islamico, formano nubi micidiali sul futuro di
intere regioni africane che già hanno a che fare con corruzione e cattivi
modelli di governance. Il triangolo Mali-Niger-Burkina Faso, da questo punto di
vista, è il perfetto emblema di una situazione allo sbando. La debolezza delle
istituzioni, unita agli appetiti delle formazioni armate locali, ha favorito i
crescenti conflitti per un bene sempre più prezioso e sempre meno coltivato, la
terra.
L’insicurezza
ha portato 1,5 milioni di persone a scappare dai
propri villaggi, la crisi ambientale si è fatta alimentare,
poi sociale
ed economica, etnico-religiosa, e infine umanitaria, compiendosi così in una
grave forma di degrado umano. Un territorio in cui non vince il dialogo, ma
vede regnare i potentati e i giochi di parte, è destinato a veder fallita in
partenza la sfida contro la fame, pure complicata dalla volatilità dei prezzi
delle materie prime, dall’energia ai beni agricoli. Il Sud Sudan, ultimo nato
tra gli Stati africani, non ha fatto in tempo a esultare nel 2011 per la sua
indipendenza che già all’orizzonte risuonavano tamburi di guerra.
Risultato: 7
milioni di persone, il 60% della popolazione, lottano ancora ogni giorno per
riuscire a mangiare. È giusto, è necessario affrontare il nodo della mancanza
di vaccini anti-Covid in Africa. Ma di pari passo va vinta la sfida della fame,
quella del clima, quella dei conflitti, restituendo dignità umana a chi oggi
fatica anche a reclamare i suoi più elementari diritti.
venerdì 8 ottobre 2021
GURNAH: UNO IATO TRA CULTURA E CONTINENTI
Da “Cuore di Tenebra”
a “Paradise”
perché il Nobel a Gurnah
-
di Luigi Saanlorenzo
-
Per
oltre due secoli l’immaginario collettivo è stato influenzato dall’intramontato
racconto di Joseph Conrad “Cuore
di Tenebra” pubblicato in inglese nel 1899 e tradotto in italiano nel 1924,
cui si ispirò nel 1979 il capolavoro di Francis Ford Coppola “Apocalypse Now”,
ambientando la vicenda durante la guerra del Vietnam.
Com’è
noto, nel romanzo si narra la vicenda della ricerca del commerciante d’avorio
Kurtz sulle cui tracce si mette il narratore Charles Marlowe, abilitando Conrad
a tracciare un parallelismo tra Londra e l’Africa come luogo paradigmatico
d’oscurità che avvolge molti territori persino nella “civilissima” Europa.
Di
ritorno da uno dei suoi viaggi in Estremo Oriente, un giorno, nella
vetrina di un negozio, Marlowe aveva visto la mappa el Congo. La cosa che più
l’aveva colpito era il percorso di un grande fiume «somigliante a un immenso
serpente srotolato, con la testa nel mare…la coda perduta nelle profondità del
territorio». Era il fiume del viaggio che di lì a poco avrebbe intrapreso.
Addentratosi nel fiume – anche se i nomi del fiume, dei luoghi e della foresta
non sono mai esplicitati – in un lungo itinerario, a bordo di uno sgangherato
vaporetto, dalla costa al centro, al luogo nel quale la coda del serpente si
perde, Marlow compie una discesa in un’oscurità ben più profonda della funerea
oscurità che avvolge il Tamigi, dove almeno i fanali permettono di individuare
navi, il porto perduto nella nebbia, conducendo lo sguardo a un paesaggio
conosciuto.
Romanzo/manifesto
del colonialismo e dei suoi “orrori” l’opera ha mantenuto nel tempo l’Africa
confinata in una sorta di non luogo dove alla rapacità degli sfruttatori occidentali
corrisponde la passività dei nativi, quasi a giustificare la liceità della
conquista, spacciata per civilizzazione.
Quasi
duecento anni dopo, tale prospettiva viene ribaltata dal libro Paradise di
Abdulrazak Gurnah pubblicato nel 2004 ed al cui autore è stato assegnato ieri
il Premio Nobel per la Letteratura 2021.
Come
spiega l’Accademia Reale, “Paradise” «è un racconto di formazione e
una triste storia d’amore in cui mondi e sistemi di credenze diversi
scontrarsi». Il tratteggio dei rifugiati, la tristezza e la
disperazione descritta e poi ancora l’attenzione sull’identità sono
gli elementi caratteristici delle opere di Gurnah: «I personaggi si trovano
in uno iato tra culture e continenti, tra una vita che era e una vita
emergente; è uno stato insicuro che non potrà mai essere risolto»,
sottolinea l’Accademia del Nobel nel conferire il premio, «rompe
consapevolmente con le convenzioni, capovolgendo la prospettiva coloniale per
evidenziare quella delle popolazioni indigene. Così, il suo romanzo ‘Desertion‘
(2005) su una storia d’amore diventa una netta contraddizione con quello che ha
chiamato “il romanzo imperiale”». Ed è questa una netta presa di posizione
degli Accademici svedesi, che non a caso, con questo premio hanno posto
l’accento sull’emergenza mondiale dei migranti.
Lo
scrittore tanzaniano naturalizzato britannico Abdulrazak Gurnah è nato
nell’isola di Zanzibar nel 1948 e dal 1968 vive in Inghilterra, dove dapprima
andò per studiare per poi diventare professore di letteratura inglese all’Università
del Kent; come studioso si è dedicato a ricerche sulla narrativa postcoloniale
e alle questioni associate al colonialismo, specialmente per quanto riguarda
l’Africa. Considerato uno dei più brillanti autori della letteratura
africana post coloniale, è autore di acclamati romanzi come “Il disertore”, il
già citato “Paradiso”considerato il suo capolavoro e “Sulla riva del mare” del
2005, tutti pubblicati in italiano da Garzanti.
Il
racconto segue la storia di Yusuf, un ragazzo nato nella città immaginaria di
Kawa in Tanzania all’inizio del XX secolo. Il padre è un albergatore
indebitato con il ricco e potente mercante arabo Aziz. All’inizio della storia
Yusuf è ceduto ad Aziz dal padre per pagare quanto dovuto e deve lavorare
gratuitamente per il mercante e si unisce ad una carovana commerciale che
viaggia in buona parte dell’Africa Centrale e del Congo, incontrando l’ostilità
delle tribù locali, delle belve della savana e le asperità del territorio.
Al
rientro in Africa orientale, scoppia la Prima Guerra mondiale ed Aziz entra in
contatto con l’esercito tedesco che controllava la Tanzania, arruolando a forza
gli africani nel proprio esercito coloniale. Yusuf conosce la morte e la
violenza e impara le difficili regole di convivenza di un mondo sull’orlo del
conflitto, dove musulmani, missionari cristiani e indiani coesistono in un
fragile equilibrio. Al ritorno è un altro: un giovane robusto e avvenente. È
ancora schiavo, ma a dargli la libertà del cuore c’è l’amore, quello per la
giovane ancella della padrona, Amina. Ma la ragazza cela un terribile segreto
e, mentre il colonialismo europeo stringerà le sue maglie sul continente
africano, Yusuf capirà il cammino che dovrà intraprendere.
Il
libro avrà un seguito con il romanzo più recente di Gurnah, “Afterlives”
pubblicato nel settembre del 2020 e che riprende dove finisce Paradise.
E, come in quell’opera, l’ambientazione è all’inizio del XX secolo, nel periodo
recedente la fine della colonizzazione tedesca dell’Africa orientale.
Hamza,
un giovane che ricorda Yusuf in Paradise, è costretto a fare la guerra ai
tedeschi e diventa dipendente da un ufficiale che lo sfrutta sessualmente.
Ferito in uno scontro interno tra soldati tedeschi, viene lasciato in cura in
un ospedale da campo. Ma quando torna al suo paese natale sulla costa, non
trova né famiglia né amici. I venti capricciosi della storia dominano e come in
Desertion seguiamo la trama attraverso diverse generazioni, fino al piano
non realizzato dei nazisti per la ricolonizzazione dell’Africa orientale. L’epilogo
è scioccante e tanto inaspettato quanto allarmante. Ma di fatto lo stesso
pensiero ricorre costantemente nel libro: l’individuo è indifeso se l’ideologia
regnante – in questo caso, il razzismo – esige sottomissione e sacrificio.
Il
valore del conferimento del Premio Nobel a Gurnah non è solo letterario ma
rappresenta una straordinaria attenzione all’attualità del tema dell’Africa e
del nuovo colonialismo che la sta interessando, nel roboante silenzio
dell’Unione Europea, di cui ho scritto in occasione della sanguinaria
esecuzione dell’ambasciatore
italiano in Congo, Luca Attanasio, e che i miei lettori dello Spessore
ricorderanno.
Nelle
già fredde regioni della Scandinavia, da sempre in prima linea nelle missioni
umanitarie nei paesi in via di sviluppo, sembra proprio che il cuore batta piu
forte e generoso che da noi!




