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sabato 11 luglio 2026

REMIGRAZIONE

 


REMIGRAZIONE

 SENZA 

FUTURO

 

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     di LEONARDO BECCHETTI

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Immaginate un allenatore di una squadra di calcio costretta a giocare 9 contro 11 che decide a un certo punto della partita di ritirare altri due giocatori dal campo. La proposta della “remigrazione” assomiglia un po’ a questo. La crisi demografica ha creato nel Paese difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Gli ultimi dati disponibili della banca dati Excelsior (Unioncamere) segnala che le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema, la remigrazione riesce nel capolavoro di proporre di mandarne a casa molti di più.

Anche le più estreme e improbabili ricette populiste hanno bisogno di una spolverata di verosimiglianza per essere credibili. La remigrazione consterebbe di due pilastri.

 

Rimpatriare gli stranieri irregolari e offrire un incentivo a quelli regolari senza problemi con la giustizia per tornare a casa loro. La logica economica sarebbe questa. Se è vero che il centro-Nord è in piena occupazione e ci sono molti posti vacanti per i quali non si trovano lavoratori, il problema (il capro espiatorio) sono gli stranieri che fanno concorrenza al ribasso sui salari. Se mandiamo via loro, magicamente gli imprenditori pagheranno salari più elevati e tanti italiani che al momento non partecipano al mercato del lavoro entrerebbero nel mercato del lavoro e prenderebbero quei posti. Proviamo ad applicare l’idea. Mancano oggi decine di migliaia di infermieri con conseguenze gravi negli ospedali. Con la remigrazione mandiamo via gli infermieri stranieri e magicamente il giorno dopo la carenza del personale (aggravata dalla remigrazione) si supera perché il governo rapidissimamente aumenta i salari degli infermieri e arrivano italiani inattivi che non hanno quella passione o vocazione a riempire quei posti.

Che tutto questo non stia né in cielo né in terra lo confermano le scelte di alcune delle forze politiche oggi al governo, forze che – dopo aver spesso identificato in passato bersagli e capri espiatori negli immigrati e nella moneta unica europea – si trovano oggi a essere (per fortuna) più realiste del re, avendo varato la più grande informata di immigrati regolari, ed essendo il governo diventato affidabile garante della stabilità dei conti pubblici all’interno delle regole europee. Ma è proprio il loro essere aderenti alla realtà e non alla propaganda che crea spazio vuoto soprattutto a destra, spazio occupato da nuove e più astruse fole populiste.

 

La logica della remigrazione non sta in piedi in nessun punto anche a partire dalla premessa. I salari sono bassi nelle attività delocalizzabili soggette alla concorrenza internazionale per la pressione al ribasso della concorrenza anche da altri Paesi su cui non possiamo certo intervenire con la remigrazione. Immaginiamo il settore delle automobili, dove ormai in Cina esistono le “ dark factories” (aziende con all’interno solo macchine che producono a luce spenta). In che modo alzare i salari dei lavoratori italiani da noi senza crescere in qualità e competitività del sistema Paese risolverebbe e non aggraverebbe il problema?

Nei settori non delocalizzabili invece (logistica, vigilanza, servizi di consegna) la soluzione è un salario minimo decente, come già in vigore in Spagna o nella città di New York, perché la consegna delle pizze va svolta comunque qui e non si può minacciare di delocalizzarla in Cina.

 

La sicurezza

Un altro degli argomenti che va per la maggiore nella vulgata remigrazionista è quello della sicurezza. Gli stranieri delinquono di più e quindi bisogna rimandarli a casa. Non è così: basta controllare tutti gli altri fattori che spiegano questi comportamenti e incrociare i dati con gli stranieri regolarizzati. Politiche assennate di accesso attraverso canali sicuri e di regolarizzazione condizionata a percorsi virtuosi sono la risposta migliore a questo problema.

Senza soffermarci per l’ennesima volta sul contributo straordinario che i lavoratori di origine straniera danno all’Italia (sono circa il 10% tra gli imprenditori, fanno il 9% del valore aggiunto e si stima, per i prossimi anni, un fabbisogno i circa 600mila nuovi ingressi) la nuova moda populista di turno della remigrazione è la spia di un disagio più profondo. Esiste in vasti strati della società che partecipano in misura limitata al progresso, una rabbia profonda che li getta tra le mani del pifferaio magico di turno. È pertanto assolutamente urgente costruire percorsi di inclusione, partecipazione, cittadinanza attiva che limitino il più possibile la rabbia di quella quota di cittadini che si sentono esclusi. Ed è al contempo fondamentale essere efficaci nel promuovere quella rivoluzione culturale e antropologica di cui anche l’ultima enciclica di papa Leone, Magnifica humani-tas, si fa promotrice. 

La nostra umanità è magnifica (ed è di gran lunga superiore ai nuovi miti scientisti del transumanesimo) se capiamo che la fioritura della nostra vita non è nello scorrere senza soluzioni di continuità lo schermo di un cellulare, ma sta nella vita di relazioni, nel seguire percorsi generativi, nel valorizzare trascendenza e ricchezza di senso di vita.


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mercoledì 4 febbraio 2026

RIPRENDERSI IL DOMANI


 QUALE FUTURO ?



L’Agenda 2030 

e il metodo Asvis



-          DI ENRICO GIOVANNINI*

Che futuro ci auguriamo per noi e i nostri cari? 

Che cosa siamo disposti a fare per realizzarlo?

Possono sembrare domande inutili, quasi offensive visto lo stato odierno del mondo. Ma sono le domande che, in un modo o nell’altro, ci poniamo spesso, se non ogni giorno.

Dieci anni fa il mondo sembrava pronto a mettersi all’opera per cambiare il corso della storia, dopo un “anno mirabile” (il 2015) caratterizzato dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco (maggio), dall’Accordo di Addis Abeba sul finanziamento ai Paesi in via di sviluppo (luglio), dalla firma dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile da parte di tutti i Paesi delle Nazioni Unite (settembre) e dall’Accordo di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico (dicembre). Sembrava che i leader politici, ma anche delle imprese e della società civile, fossero finalmente pronti a lavorare insieme per raggiungere, entro il 2030, quei 17 Obiettivi dell’Agenda 2030 che delineavano un mondo futuro senza povertà e disuguaglianze di genere, senza disoccupazione e sfruttamento, senza guerre e conflitti, capace di realizzare una prosperità compatibile con i limiti planetari e la qualità dell’ambiente, all’insegna del principio “nessuno sia lasciato indietro”.

Dieci anni fa ben pochi nel nostro Paese conoscevano l’Agenda 2030 e il concetto stesso di sviluppo sostenibile, e ancora meno persone pensavano di poter fare qualcosa per realizzarlo. Nel 2014 ero stato coinvolto dal Segretario generale dell’Onu nel disegno dell’Agenda, in particolare per l’aspetto di monitoraggio statistico.

Una volta firmata, mi domandai quindi come costruire un soggetto destinato a trasformare l’utopia che sembrava pervadere il mondo in azioni concrete anche nel nostro Paese. Ne parlai con Pierluigi Stefanini, all’epoca presidente dell’Unipol, e insieme ci mettemmo all’opera per contattare i vertici delle associazioni imprenditoriali, delle organizzazioni sindacali, degli enti del Terzo Settore, del mondo della ricerca, proponendo loro di lavorare insieme per l’attuazione concreta dell’Agenda 2030. Una proposta decisamente “indecente” per un Paese in cui la logica della “rottamazione” sembrava destinata ad applicarsi anche ai corpi intermedi, al punto che Matteo Renzi all’epoca disse che «la disintermediazione dei corpi intermedi è un fatto, e viene dai fenomeni di cambiamento che la realtà sta producendo».

Fu anche la voglia di dimostrare che le organizzazioni della società civile non erano “corpi morti intermedi” a far sì che, intorno a un primo nucleo di una cinquantina di soggetti, nacque l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis), che oggi compie dieci anni ed è diventata, con i suoi 300 soggetti della società civile italiana, la più grande rete di questo tipo mai creata in Italia. Un’esperienza unica al mondo, secondo l’Onu, per ampiezza e profondità d’azione, che in questi dieci anni ha conseguito risultati importanti, a partire dalla modifica della Costituzione per includere la tutela dell’ambiente tra i compiti della Repubblica «anche nell’interesse delle future generazioni».

Il successo dell’Asvis, conseguito anche grazie al contributo degli oltre mille esperti che operano, su base volontaria, nei suoi gruppi di lavoro, non può far dimenticare che dieci anni dopo le problematiche che portarono alla sua nascita sussistono ancora, anzi. Se a livello globale, a causa di guerre, pandemia, crisi climatica, riduzione degli aiuti allo sviluppo solo il 18% dei 169 Target specifici dell’Agenda 2030 saranno raggiunti tra cinque anni, per sei Obiettivi su 17 (povertà, disuguaglianze, sistemi idrici e sociosanitari, condizioni degli ecosistemi terrestri, qualità della governance, partnership) l’Italia si trova ora in una condizione peggiore di quella del 2010, con differenze territoriali in aumento per varie dimensioni.

Alcuni sostengono che si debba accettare la sconfitta, riconoscere che i milioni di giovani che riempivano le strade di tutto il mondo erano degli stupidi idealisti, che i ricchi e potenti possederanno per sempre la terra, che la crisi climatica sia «la più grande truffa della storia» (copyright Trump) e così via. Soprattutto, che preoccuparsi della fine del mese invece che della fine del mondo è l’unica cosa sensata da fare, accantonando quelle domande citate all’inizio. Invece l’Asvis non solo non disarma, ma rilancia il suo impegno anche con il progetto “Ecosistema Futuro” (www.ecosistemafuturo.it) per mettere il futuro, o meglio i futuri, al centro del dibattito culturale, politico ed economico. Il progetto sta già aggregando, attraverso il  cosiddetto “metodo Asvis”, tanti soggetti che oggi, ma ancora ognuno per conto proprio, si impegnano a costruire un futuro migliore: imprese che innovano, centri di ricerca che trovano soluzioni rivoluzionarie, scuole e università che educano le giovani generazioni.

In un’epoca come questa lasciare che qualcun altro si occupi del nostro futuro non è decisamente una buona idea, nonostante gli insuccessi, la stanchezza e il clima di sfiducia che prende tanti. 

Come recita la famosa poesia di Rudyard Kipling al figlio, «se riuscirai a costringere cuore, nervi e tendini a servire il tuo traguardo quando sono da tempo sfiniti, e a tenere duro quando in te non resta altro se non la volontà che dice loro “tenete duro” … tua sarà la terra e tutto ciò che è in essa e – quel che più conta – sarai un Uomo, figlio mio».

*Direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile (Asvis)

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giovedì 29 gennaio 2026

FIGLI DI MAMMONA

 

Quando

 la ricchezza

 diventa 

tirannia



di Francesco Cicione

In dieci giorni l’1% più ricco brucia il “budget” annuale 

di carbonio e, come mostra Oxfam, 

trasforma ricchezza in potere: 

un culto di Mammona che produce fame e disuguaglianze globali

Dieci giorni.

In dieci giorni – dieci soli, fuggevoli giorni – l’uno per cento più ricco dell’Umanità ha esaurito la disponibilità di carbonio annuale. Poi, più niente. Il resto dell'anno diventa surplus. È debito scaricato sui polmoni della Terra. Sui corpi sofferenti dei poveri. È furto del futuro. Travestito da diritto acquisito.

L'Oxfam, nel suo implacabile rapporto del gennaio 2026 – “Resisting the Rule of the Rich: Protecting Freedom from Billionaire Power” – ci pone davanti a uno specchio frantumato. Il recente World Economic Forum di Davos ne ha amplificato la prospettiva. Vi si riflette un’Umanità lacerata. Divisa. Non più soltanto in ricchi e poveri, ma in padroni e sudditi. In creatori del futuro e vittime del presente. In coloro che dettano il tempo e coloro ai quali il tempo è negato. Derubato.

È uno specchio al limitare del quale stanno tremila miliardari, custodi di diciotto trilioni e trecento miliardi di dollari. Avanguardia di una nuova Umanità. O, più precisamente, di una post-Umanità. Un’Umanità che ha deciso di trasformarsi in qualcos’altro: artificiale, aumentata.  Dall’altra parte dello specchio, metà del mondo vive in povertà. Un quarto dell’Umanità non ha cibo sufficiente.

Diciotto trilioni. La cifra più alta mai registrata nella storia. Cresciuta dell’ottantuno per cento dal 2020. Dell’ottantuno per cento! Aumentata di due trilioni e mezzo nel solo 2025. Mentre, fuori dalle porte dorate, brillano incendi, carestie, guerre, naufragi. E dire che, dopo la pandemia, ci eravamo ripromessi di diventare migliori.

Ma il rapporto Oxfam va oltre la mera constatazione delle disuguaglianze. Indaga – con lucidità chirurgica – il nesso profondo che lega ricchezza e potere. Ed è qui emerge una verità scandalosa: la nostra civiltà non si è limitata ad accumulare ricchezza. Ha costruito un modello. Un paradigma. Un’antropologia. Un culto. Il modello dello sviluppo estrattivo, acquisitivo, incrementale. Il modello dell’homo oeconomicus. Il modello della crescita infinita in un mondo finito. Il modello della competizione come legge naturale e della massimizzazione del profitto come misura ultima del valore.

Questo modello potremmo chiamarlo con un nome proprio: il Modello-Mammona. È diventato religione. Prima in occidente, poi nel mondo intero. Con i suoi falsi dei, i suoi templi, i suoi sacerdoti, i suoi seguaci, i suoi riti, i suoi dogmi, i suoi comandamenti.  E, soprattutto, con i suoi frutti. Frutti velenosi, descritti analiticamente dal rapporto Oxfam. I miliardari hanno quattromila probabilità in più di occupare cariche politiche rispetto alle persone comuni. Oltre la metà delle principali aziende mediatiche globali è nelle loro mani. Un milione e trecentomila le morti previste entro fine secolo per ondate di calore imputabili alle emissioni dell’uno per cento più ricco. Quarantaquattro trilioni di dollari i danni economici ai paesi poveri entro il 2050. Il “One Big Beautiful Bill Act”, con cui l’Amministrazione Trump ha appena approvato la più grande redistribuzione di ricchezza verso l’alto degli ultimi quarant’anni. I super-ricchi vedranno ridursi le tasse; i più poveri – coloro che guadagnano meno di quindicimila dollari –vedranno aumentare il proprio carico fiscale. Una persona su quattro non ha cibo sufficiente con regolarità. Metà della popolazione mondiale vive in povertà. Questa è la realtà fotografata in pochi dati sintetici.

Non si tratta più di avere. O di avere di più. Si tratta di essere. O meglio: di non essere. Perché questo modello – il Modello-Mammona – non si limita a distribuire in modo iniquo la ricchezza: esso plasma l'Umano. Lo deforma. Lo riduce. Lo svuota. Lo distrugge. Lo annichilisce. Fa dell’Uomo una funzione del sistema produttivo, un ingranaggio della macchina economica, un consumatore di beni e un produttore di valore aggiunto. Mai – mai davvero – una persona. Un fine in sé. Un mistero irriducibile. Un’immagine di Dio. Cambiano i modelli di sviluppo, ma non cambia – purtroppo – la loro essenza.

Eppure – ed è qui che la riflessione si fa vertiginosa – l’Umanità possiede da sempre un altro Modello. Un Modello non inventato dall'Uomo, ma rivelato all'Uomo. Un Modello che non è teoria, ma Persona. Non idea, ma Incarnazione. Non progetto, ma Storia vissuta. È il Modello-Cristo. Il Modello tradito. La morale cristiana, nella sua essenza più vera, è riprodurre la vita di Cristo Gesù nella nostra vita. Non si tratta di osservare norme astratte: ogni norma è, in realtà, la descrizione della vita di Cristo. Cristo è l’unico Modello da realizzare. È il paradigma perfetto dell'Umano. È la forma compiuta dell'esistenza. È la verità vivente di ciò che siamo chiamati a essere.

Ma che cosa significa, concretamente, realizzare il Modello-Cristo in un’epoca dominata dal Modello-Mammona? Significa vivere una vita radicalmente alternativa. Una vita in cui il primo comandamento non è massimizzare il profitto, ma amare Dio e il prossimo. In cui la misura ultima non è l’efficienza, ma la misericordia. In cui il criterio supremo non è l’accumulo, ma il dono. In cui la legge fondamentale non è la competizione, ma la comunione. Nella verità. Per la verità. Cristo non ha accumulato ricchezze. «Non aveva nemmeno dove posare il capo». Cristo non ha cercato il potere. «Il mio regno non è di questo mondo». Non ha fatto guerre. Non ha calunniato alcuno. Non ha detto false testimonianze. Non ha pronunciato parole vane. Ha abbracciato la croce con purissimo amore, facendo di essa sacrificio per la redenzione del mondo. Ha dato la vita: non l’ha tolta, non l’ha sfruttata, non l’ha mercificata.

Ecco il Modello. Ecco il Paradigma. Ecco la forma alternativa di esistenza che avrebbe dovuto –e dovrebbe ancora – plasmare la civiltà cristiana. E invece? Per secoli abbiamo tentato di servire due padroni. Di conciliare Cristo e Mammona. Di ibridare il Vangelo con la speculazione. Di cercare una sintesi impossibile tra la logica del dono e quella dell’accumulo indiscriminato. Tra il Discorso della Montagna e il desiderio di opulenza. Il risultato – tragico, inevitabile – è quello che Oxfam documenta: abbiamo costruito una civiltà cristiana solo di nome. Nei fatti, abbiamo eretto il più gigantesco tempio mai dedicato a Mammona.

Come si è giunti a questo punto? Come è stato possibile che una civiltà nata dal Vangelo – dalla Buona Novella del Dio che si fa povero, che nasce in una stalla, che muore su una croce – abbia prodotto tremila miliardari mentre metà del mondo vive in povertà? La risposta sta in una separazione fatale. Abbiamo scisso la morale dalla Parola. Dalla vita stessa di Cristo, dal Logos eterno, incarnato. L’abbiamo sostituita con principi astratti. L'abbiamo fondata non più sulla Rivelazione, ma sulla sola ragione. Non più sul Vangelo, ma sulla razionalità. Non più sulla Parola eterna, ma sul consenso mutevole.

Ecco allora la teoria dei «principi non negoziabili». Ma quali sono questi principi? Quelli che, di volta in volta, la ragione dell’Uomo considera indispensabili. Quelli che la coscienza contemporanea può ancora tollerare. Il problema è che, man mano che la ragione si indurisce –nella misura in cui la verità viene soffocata nell’ingiustizia – ciò che ieri non era negoziabile, oggi diventa negoziabile. Domani si potrà abrogare, cancellare, abolire. Questo avviene quando la morale si fonda sulla razionalità dell'Uomo e non sulla verità di Cristo. Quanto lo Spirito Santo condanna, la coscienza indurita non solo non lo condanna più: addirittura lo giustifica. Lo eleva a diritto. Lo trasforma in legge. L’immorale diventa morale.

Così, gradualmente, abbiamo assistito alla dissoluzione del Modello-Cristo. Si tratta di uno slittamento progressivo e invisibile. Ancora in atto. Prima si è detto: la ricchezza non è male in sé. È neutrale. Dipende dall’uso che se ne fa. Poi: accumulare è lecito, purché si rispettino alcune regole minime. Poi ancora: competere è naturale. È inscritto nella natura umana. E ancora: il mercato è efficiente. Redistribuisce meglio dello Stato. Continuando: i ricchi creano ricchezza per tutti. La ricchezza “sgocciola”" verso il basso. E infine – conclusione inevitabile di questa china scivolosa – i miliardari sono benefattori dell'Umanità. Sono innovatori. Sono visionari. Sono coloro che muovono il progresso.

Ed ecco che il Modello-Cristo – quello del Dio che si fa povero – è stato completamente rovesciato. Non più «beati i poveri in spirito». Ma: beati i ricchi, perché di essi è il regno della terra. Non più «non potete servire Dio e Mammona». Ma: servite Mammona e Dio vi benedirà. Questa non è teologia. È ideologia. Non è fede. È idolatria. Non è cristianesimo. È il suo tradimento più radicale. Frutto dell’opera tenace e sofisticata di raffinatissimi “ladri e briganti di verità”.

Perché – ed è questo il punto che l'Armonauta sa e testimonia – la ricchezza (o, meglio ancora, la vita) che non si fa dono, uccide chi la possiede prima ancora di chi ne è escluso. Diventa prigione dorata. Diventa isolamento ontologico. Diventa incapacità di riconoscere l'altro come parte costitutiva del proprio essere. Diventa tirannia.  I super-ricchi – paradossalmente – sono i più poveri di tutti. Poveri di relazione. Poveri di senso. Poveri di eternità. Abitano castelli di sabbia costruiti sulla sabbia mobile delle quotazioni di borsa. Accumulano tesori che la tignola consuma e la ruggine corrode. Si illudono di comprare l'immortalità con la crionica e la longevità con la bioingegneria. Ma non sanno – o non vogliono sapere – che «la vita di un uomo non dipende da ciò che possiede, anche se ricco». Che «chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio» è stolto. Che «nessuno può servire due padroni».

Sarebbe giusto domandarsi, allora: come ridistribuiamo la ricchezza? Di più: che cos’è la ricchezza? A cosa serve? Qual è il suo senso ultimo? E – soprattutto – chi è l’Uomo che può possederla senza esserne posseduto? Qual è il senso più profondo e autentico della vita? La tradizione sapienziale – da Aristotele a Tommaso d'Aquino, da Seneca ad Agostino – ci ha insegnato che i beni esteriori non costituiscono la beatitudine. Che la vera economia è scienza morale, altrimenti è crematistica. Che la ricchezza ha valore solo in funzione d’altro. Che la vera prosperità non è nell’avere ma nell’essere. Ne ha parlato con grande lucidità Cristina Uguccioni su Avvenire lo scorso 20 gennaio, in un bellissimo articolo dal titolo: La lezione di Sant’Agostino: la ricchezza va condivisa. Ma questa sapienza – antica e perenne – è stata progressivamente dimenticata. Sostituita da un utilitarismo amorale che misura il valore in termini di utilità individuale. Da un materialismo pratico che riduce l’esistenza alla massimizzazione del piacere. Da un darwinismo sociale che giustifica la sopravvivenza del più ricco come legge naturale.

L’Uomo che pretende di realizzare non il Modello-Cristo, ma il Modello-Mammona, non diventa più Umano. Diventa meno Umano. Si riduce. Si impoverisce. Si svuota. Perde ciò che lo rende veramente tale. Perde la capacità di accogliere il dono. Di dire grazie. Di inginocchiarsi davanti al mistero. Ecco perché la vera alternativa alla tirannia della ricchezza non è una diversa redistribuzione economica. O meglio: non è solo questo. È un cambiamento di paradigma. È una conversione dello sguardo. E non solo. È conversione integrale. È passaggio dal Modello-Mammona al Modello-Cristo. Dall’economia dell’avere all’economia dell’essere. Dalla logica dell’accumulo alla logica del dono. Dalla tenebra alla luce. Dalla morte alla vita. Dall’inganno alla verità.

È questo – e solo questo – il cammino dell’innovazione armonica. Che non nega il progresso, ma lo orienta secondo il Modello-Cristo. Che non rifiuta la tecnologia, ma la subordina all’Umano vero. Che non disprezza la ricchezza, ma la riconosce come mezzo e non come fine. Che non condanna i ricchi, ma li invita alla conversione. Alla santificazione della loro ricchezza. A viverla da poveri. Come Cristo visse da povero pur essendo ricco. A farla diventare strumento di redenzione e non di oppressione. Perché l’ultima parola non appartiene ai potenti. Non appartiene ai ricchi. Non appartiene a coloro che accumulano tesori sulla terra. L’ultima parola appartiene a Colui che disse: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». A Colui che – pur essendo ricco – si fece povero per arricchire noi della sua povertà. A Colui che non venne per essere servito, ma per servire e dare la vita.

E quella Parola – pronunciata duemila anni fa su un monte in Galilea – continua a risuonare. Continua a giudicare. Continua a convertire. Continua a salvare. Continua ad amare. Continua a indicare il Modello. Anche oggi. Anche ora. Anche qui, nel cuore stesso dell’impero della ricchezza e del potere.

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giovedì 20 novembre 2025

BAMBINI NEL MONDO


 

SCHIACCIATI 

TRA GUERRA 

E POVERTA' 

In base al report “Minori e ferite da esplosione: l'impatto devastante delle armi esplosive sui bambini", diffuso da Save the Children, questi ordigni sono stati responsabili del 70% dei quasi 12mila minori uccisi o feriti nelle zone di guerra lo scorso anno, a causa dei conflitti che si spostano sempre più nelle aree urbane. 

Nel 2025 118 milioni hanno sofferto la fame e oltre 48 milioni sono vittime di disastri climatici.

 In Europa negli ultimi cinque anni 446mila bambini in più colpiti dalla povertà. In Italia sono 1,28 milioni i minori in povertà assoluta

di Redazione

Save the Children traccia un bilancio della situazione dei bambini nel mondo, sempre più colpiti da conflitti, malnutrizione, crisi climatica e povertà.

Le armi esplosive mietono vittime tra i bambini a livelli senza precedenti. In base al report “Minori e ferite da esplosione: l’impatto devastante delle armi esplosive sui bambini“, diffuso oggi, questi ordigni sono stati responsabili del 70% dei quasi 12mila minori uccisi o feriti nelle zone di guerra lo scorso anno, a causa dei conflitti che si spostano sempre più nelle aree urbane. Questo dato è nettamente superiore a quello del periodo 2020-2024 (pari a una media di circa il 59%).  Per il 2024 i dati delle Nazioni Unite evidenziano che 4.676 bambini sono stati uccisi in zone di conflitto e 7.291 feriti, portando il totale delle vittime a 11.967. Si tratta del numero più alto mai registrato, in aumento del 42% rispetto alle 8.422 vittime infantili del 2020, con guerre sempre più urbanizzate, più distruttive e caratterizzate da una crescente impunità.

Per tre anni consecutivi, le forze governative sono state identificate come i principali responsabili di questi bambini morti e feriti, in gran parte a causa dell’uso di armi esplosive ad ampio raggio in aree densamente popolate. Gli esplosivi di fabbricazione statale causano ora il 54% delle morti e dei feriti tra i civili, rispetto al 17% del 2020. Dagli anni ’90, il numero di bambini e bambine che vivono sotto il peso della guerra è più che raddoppiato, raggiungendo oggi la cifra record di 520 milioni di bambini e adolescenti, oltre uno su cinque a livello globale presenti in zone di conflitto attivo, con un aumento del 30% delle gravi violazioni contro i minori nei conflitti accertate, con numeri record di uccisioni, mutilazioni, aggressioni sessuali e rapimenti.

Fame e sfruttamento: piaghe senza fine

Accanto a questi, tanti altri dati testimoniano come il mondo sia diventato un luogo terribilmente pericoloso per i minori, che vengono sempre più privati dei loro diritti.  Dei circa 118 milioni di bambini che hanno sofferto la fame nel 2025, quasi 63 milioni – oltre la metà – sono stati costretti a questa situazione dai conflitti, che rimangono la principale causa di fame nel mondo – dove addirittura a volte è utilizzata come arma di guerra. Sfollamenti, eventi climatici catastrofici, povertà estrema hanno aggravato le condizioni alimentari dei minori nel mondo. A livello globale la malnutrizione acuta è la causa di circa la metà dei decessi dei bambini e bambine sotto i 5 anni. A rendere più grave la situazione, ci sono stati i recenti tagli agli aiuti internazionali che stanno mettendo a rischio il sostegno a programmi fondamentali per la salute, la nutrizione e l’istruzione di milioni di bambini. Inoltre, nel mondo 1 persona su 4 in condizione di sfruttamento o schiavitù moderna è minorenne, pari a 12,3 milioni, mentre circa 48 milioni di minori all’anno, ovvero in media 136 mila al giorno, sono stati colpiti da disastri climatici negli ultimi 30 anni.

La povertà attanaglia l’Europa e l’Italia

Restringendo il campo a livello europeo, si registrano 446mila bambini in più – pari a una media di 244 bambini al giorno – colpiti dalla povertà in Europa negli ultimi cinque anni. L’Italia è al quintultimo posto in Ue per la percentuale di bambini a rischio povertà ed esclusione sociale, con il 27,1%, mentre i minori in povertà assoluta nel nostro Paese sono 1,28 milioni, il 13,8% del totale.  I diritti specifici dei bambini e degli adolescenti – da quello all’istruzione, alla protezione, al cibo e alla sicurezza dallo sfruttamento – sono ignorati e calpestati in moltissimi contesti, a causa dei conflitti, crisi umanitarie, povertà estrema o crisi climatiche, a causa dei quali bambini e bambine, ragazzi e ragazze non possono andare a scuola, devono abbandonare le loro case, cercare un futuro possibile altrove affrontando viaggi pericolosi, ricorrere a misure disperate per sopravvivere.  Save the Children chiede ai leader mondiali di fermare l’uso di armi esplosive nelle aree popolate e di proteggere i bambini nei conflitti. Più in generale, l’organizzazione sottolinea come sia necessaria un’inversione di tendenza dei governi e delle istituzioni, che portino a investire sull’infanzia, mettendo sempre la protezione, i bisogni e i diritti dei più piccoli al centro dell’agenda politica della comunità internazionale. 

AP Photo/Abdel Kareem Hana/Associated Press/LaPresse

VITA

 

sabato 27 settembre 2025

NEGLI INVISIBILI L'ETERNO


IL RICCO EPULONE

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma". Ma Abramo rispose: "Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi". E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"».  

Lc 16, 19-31

Commento di fra Ermes Ronchi

NEGLI INVISIBILI, L'ETERNO

Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro. Il sangue del male, la linfa oscura è l’indifferenza, il lasciare intatto l'abisso fra le persone.

C'era una volta un ricco... e un povero alla sua porta: inizio da favola antica. Il ricco è senza nome, il povero ha il nome dell’amico di Gesù, Lazzaro. Uno è vestito di piaghe, l'altro di porpora. Uno è sul tetto del mondo, l’altro è in fondo alla scala. I due protagonisti si incrociano ma non si incontrano, tra loro c’è un abisso.

È questo il mondo sognato da Dio per i suoi figli? Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì. Non abita i riflessi della porpora ma le piaghe di un povero; non c'è posto per lui dentro il palazzo.

Forse il ricco è perfino un devoto, osserva i dieci comandamenti, e prega: “o Dio tendi l'orecchio alla mia supplica”, mentre è sordo al lamento del povero. Lo scavalca ogni giorno come si fa con una pozzanghera.

Di fermarsi, di toccarlo neppure l'idea: il povero Lazzaro è invisibile, nient'altro che un'ombra fra i cani. Attenzione agli invisibili attorno a noi, vi si rifugia l'Eterno.

“Tra noi e voi è posto un grande abisso”, in terra come in cielo, dice Abramo. Il ricco poteva colmare il baratro che lo separa­va dal povero, e invece l'ha ra­tificato e reso eterno.

Che cosa scava grandi fossati tra noi, o innalza muri e ci separa?

Il ricco non ha fatto del male al povero, non lo ha aggredito o scacciato. Fa qualcosa di peggio: non lo fa esistere, lo riduce a un rifiuto, uno scarto, un nulla. Semplicemente Lazzaro non c'era, invisibile ai suoi pensieri. E lo uccideva ogni volta che lo scavalcava. Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro. Il sangue del male, la linfa oscura è l’indifferenza, il lasciare intatto l'abisso fra le persone. Invece «il primo miracolo è accorgersi che l'altro esiste» (S. Weil), e provare a colmare l'abisso di ingiustizia che ci separa.

Nella seconda parte della parabola la scena si sposta dal tempo all’eternità. Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto negli inferi.

L'eter­nità inizia quaggiù, sarà la len­ta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Mente l'inferno è, in fondo, la dichiarazione che è possibile fallire la vita.

Perché il ricco è condannato? Per la ricchezza, i bei vestiti, la buona tavola? No, Dio non è moralista; a Dio stanno a cuore i suoi figli. Il peccato del ricco è l’abisso con Lazzaro, neppure un gesto, una briciola, una parola. Tre verbi sono assenti nella storia del ricco: vedere, fermarsi, toccare. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri.

Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida (1 Gv 3,15).

Ma “figlio” è chiamato anche lui, nonostante l'inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre: “Padre, una goccia d'acqua! Una parola sola per i miei cinque fratelli!”

E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita.

«Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)».

Cercoituovolto

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sabato 9 agosto 2025

IL MITO FRAGILE DEL MERITO

 

Disuguaglianze

 ed 

eclissi del Welfare

 

 

-di VITTORIO PELLIGRA

 C’è un racconto che amiamo sentirci ripetere. Un racconto che accarezza il nostro orgoglio e ci solleva dal peso della sorte. È il mito del merito: l’idea che il successo sia il riflesso limpido del talento e della fatica, la giusta ricompensa per chi ha saputo impegnarsi, l’esito naturale di un gioco equo dove le regole valgono per tutti allo stesso modo. Questo racconto è radicato a fondo nelle società occidentali, ma con differenze significative. Negli Stati Uniti, per esempio, il mito fiorisce come un vero e proprio dogma laico: chi ha, ha meritato; chi non ha, non ha fatto abbastanza. Nell’Europa nordica, invece, il merito convive con un senso più ampio di giustizia: anche chi è caduto merita cura, e chi ha corso più veloce, spesso, lo può fare perché c’è qualcun altro che gli ha spianato la strada.

La questione centrale è che l’adesione al mito non ha una valenza puramente individuale. Come hanno mostrato Alberto Alesina e George-Marios Angeletos, in un celebre studio, infatti, la fede più o meno convinta nella meritocrazia modella le scelte politiche: quanto più crediamo che il mercato premi il merito, tanto meno siamo disposti a tassare chi ha di più per sostenere chi ha di meno.

Le nostre credenze non fotografano il mondo in maniera obiettiva: lo costruiscono e lo plasmano. Se penso che il sistema sia giusto, accetterò le sue disuguaglianze. Se le accetto, non vorrò cambiarlo. Così, il mito del merito diventa una profezia che si autoavvera – e lo Stato sociale, lentamente, svanisce.

Come è stato possibile smontare così facilmente il Reddito di cittadinanza, o bloccare un’iniziativa legislativa sul salario minimo, ignorare il fatto che i lavoratori poveri sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e far uscire del tutto il tema delle povertà dal dibattito politico? Eppure, anche i miti, a volte, si incrinano. Quando la disuguaglianza cresce troppo, e i più ricchi sembrano vivere in un altro mondo, il racconto vacilla. Uno studio recente di Sánchez Rodríguez e colleghi (2023) ha mostrato che l’aumento eccessivo delle diseguaglianze può ridurre la fede nella meritocrazia. Quando il divario si fa troppo ampio e diventa impossibile giustificarlo con l’impegno e il talento, le persone aprono gli occhi e iniziano a dubitare. Che il merito sia un’illusione ben confezionata?

Gli esseri umani non sono né perfettamente egualitari né fanatici del merito. Cercano un equilibrio.

Desiderano che le opportunità siano distribuite con equità, ma accettano che i risultati differiscano – a patto che le regole del gioco siano chiare e il campo non sia truccato. È un equilibrio sottile, fragile. Basta un’ombra – la corruzione, il nepotismo, il razzismo sistemico – e tutto si incrina.

Il messaggio che ci consegnano questi studi e questi autori è semplice ma profondo: le credenze meritocratiche non sono neutrali. Non sono solo una lente attraverso cui guardiamo il mondo: sono il telaio su cui costruiamo le nostre politiche, i nostri giudizi morali, il nostro consenso allo Stato. Ma sono anche vulnerabili. E quando si spezzano, ci lasciano nudi di fronte alla diseguaglianza, senza più le parole per giustificarla, né la forza per combatterla.

Con i divari che crescono e il Welfare che arretra, la sfida oggi non è solo redistribuire risorse. È riformare il nostro immaginario. Ricostruire una narrazione della giustizia che tenga insieme la valorizzazione del talento e il riconoscimento dei limiti, il premio all’impegno e la cura per chi è rimasto indietro. Perché nessuno prospera da solo e nessuno si salva da solo. Una società giusta non è quella in cui ognuno riceve in base a ciò che ha dato, ma quella in cui ognuno può dare ciò che ha, senza che la sorte o il privilegio decidano in partenza chi può contribuire e chi no.

 www.avvenire.it

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venerdì 16 maggio 2025

L'IMPERO DEL CAPITALISMO

 

Leone XIV 

e gli sviluppi estremi 

del capitalismo

 



di  Giuseppe Savagnone 


 Un nome che richiama una storia

Troppo pochi, fino ad ora, sono gli elementi per fare una valutazione di ciò che sarà questo pontificato, e l’esperienza dell’assordante battage mediatico di ipotesi infondate, di false previsioni, di fake news che ha preceduto l’elezione del nuovo papa dovrebbe metterci in guardia dalla pretesa di indovinare che cosa farà e dirà Leone XIV.

Per limitarci a parlare di ciò che effettivamente ha fatto e detto, possiamo cominciare dal nome che si è scelto e dalla spiegazione che ne ha dato. Parlando ai cardinali, Prevost lo ha collegato al fatto che l’ultimo papa a portarlo – Leone XIII – si era trovato a fronteggiare una svolta epocale com’era la rivoluzione industriale, col conseguente avvento del capitalismo.

Oggi, ha osservato, la Chiesa è chiamata a «rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro».

Vale la pena di ricordare brevemente la pagina di storia a cui il papa si riferiva. Alla fine del Settecento e nel corso dell’Ottocento l’irrompere delle macchine aveva capovolto il rapporto tra i lavoratori e i loro strumenti, riducendo i primi a meri inservienti dei secondi.

Ne era conseguita la riduzione degli operai ad ingranaggi del sistema industriale e il loro sistematico sfruttamento da parte del capitalista, interessato ad avere il massimo profitto mantenendo bassi i salari. Da qui condizioni di vita miserevoli delle masse, a fronte dell’arricchimento sfrenato di una minoranza.

Inevitabile lo svilupparsi di una protesta che aveva trovato la propria più efficace espressione teorica e pratica nel socialismo di Karl Marx e Friedrich Engels. In tutto questo il ruolo della Chiesa – salvo qualche isolata eccezione – era stato piuttosto quello di pilastro portante del sistema borghese che non di voce profetica alternativa ad esso.

E in effetti il marxismo – col suo dichiarato ateismo e il suo attacco alla religione, col suo implicito o esplicito materialismo, con la sua proposta di una radicale abolizione della proprietà dei mezzi di produzione e la conseguente mortificazione degli spazi di autonomia e di creatività dei singoli – non favoriva certo l’adesione dei credenti.

Si deve a papa Leone XIII lo sforzo di valorizzare le esigenze di giustizia e di umanità che stavano dietro queste teorie estreme e di riscoprire nella tradizione cristiana gli elementi per proporre una visione alternativa al marxismo e al tempo stesso fortemente critica nei confronti del capitalismo liberale.

Renum Novarum

Nacque così, nel 1891, la prima enciclica sociale della Chiesa, la «Rerum Novarum», che, contro il collettivismo socialista, rivendicava il valore della proprietà come garanzia dell’autonomia della persona rispetto alla collettività, ma – sulla scia di quanto insegnavano già i padri della Chiesa – ne vedeva il significato non nell’interesse privato, ma nella sua funzione sociale.

Centrale in questa prospettiva è l’idea che la terra e i beni di questo mondo sono dati da Dio a tutti e che chi ne ha il possesso non solo deve utilizzarli al servizio del bene comune, ma è rigorosamente tenuto a condividerli con chi si trova in una estrema necessità.

Sulle orme di Leone XIII

E su questa linea si sono pronunziati unanimemente, dopo Leone XIII, tutti i papi, senza tacere le conseguenze potenzialmente rivoluzionarie di questa concezione, che molti esponenti del giornalismo e della politica di destra oggi denunzierebbero indignati come un cedimento inaccettabile al “comunismo”.

Emblematici due passaggi di un’enciclica del Paolo VI, la Populorum progressio, del 1967, dove, citando un autorevole padre della Chiesa, il papa scriveva: «“Non è del tuo avere, afferma sant’Ambrogio, che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario» (n.23)

Applicando questi princìpi al nuovo orizzonte planetario, nel testo si dice anche: «Una cosa va ribadita di nuovo: il superfluo dei paesi ricchi deve servire ai paesi poveri. La regola che valeva un tempo in favore dei più vicini deve essere applicata oggi alla totalità dei bisognosi del mondo» (n.49).

In un’enciclica pubblicata in occasione del centenario dalla Rerum Novarum, il 1 maggio 1991, e intitolata perciò Centesimus annus, Giovanni Paolo II, ne rivendicava la piena attualità: «Si può ancora oggi, come al tempo della Rerum Novarum parlare di uno sfruttamento inumano. Nonostante i grandi mutamenti avvenuti nelle società più avanzate, le carenze umane del capitalismo, col conseguente dominio delle cose sugli uomini, sono tutt’altro che scomparse» (n.33).

E precisava: «È inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto “socialismo reale” lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica» (n.35).

Trump e la fase estrema del capitalismo

Questa l’eredità che il nome scelto da papa Leone XIV inevitabilmente evoca. Per non cadere nel gioco perverso delle previsioni, diciamo subito che non possiamo sapere se e in che modo egli la valorizzerà.

Quel che è certo, è che mai come in questo momento storico appare appropriato  e urgente il richiamo a questa visione alternativa. Perché davvero, come ha colto bene il nuovo pontefice, oggi gli ultimi sviluppi del capitalismo «comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». E nessuno meglio di lui, che ha trascorso venti anni in uno dei paesi più poveri del Sudamerica, è in grado di cogliere la dimensione planetaria di queste sfide.

L’emblema degli sviluppi estremi di cui parliamo è la linea del nuovo presidente degli Stati Uniti. Una delle prime decisioni del nuovo inquilino della Casa Bianca, dopo il suo insediamento, è stata quella di sospendere tutti i programmi di assistenza all’estero.

E in effetti, poco dopo, il governo americano ha tagliato il 92% dei fondi destinati all’UsAid (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale) – 58 miliardi di dollari – in massima parte destinati programmi alimentari salvavita, una misura che il Programma alimentale mondiale (PAM) ha definito «una condanna a morte» per milioni di persone affamate. Non meno gravi gli effetti sul piano sanitario, visto che quel denaro serviva a curare molte persone malate.

È una svolta. Da un capitalismo “misericordioso”, che si sforzava di compensare le forme esplicite o implicite di sfruttamento dei più deboli con forme di assistenza, si sta passando ora, con il nuovo inquilino della Casa Bianca, a quello che, in nome dello slogan «America first», “Prima l’America”, considera gli interessi – innanzi tutto economici – degli Stati Uniti il principale criterio delle scelte anche politiche.

In questa logica è stato possibile che il presidente dello Stato a cui si sono rivolte, come a un punto di riferimento, tutte le democrazie occidentali, abbia potuto annunciare tranquillamente il suo piano di deportare dalla loro terra due milioni e mezzo di palestinesi, per costruire sulle macerie un resort turistico: «Penso che lo trasformeremo in un posto internazionale, bellissimo». «Sarà la rivière del Medio Oriente».

Nella stessa logica, mentre a Gaza quotidianamente decine di donne e bambini vengono uccisi dall’esercito israeliano col pretesto di colpire i terroristi di Hamas, ma col motivo reale – e ormai dichiarato ufficialmente da Netanyahu – di costringerli ad andarsene («liberamente», si precisa), Trump ha fatto in questi giorni un viaggio in Medio Oriente, insieme alla sua corte di magnati miliardari, con l’esplicito intento di concludere affari vantaggiosi, per cifre astronomiche, con califfi ed emiri arabi.

Facendo coincidere, secondo tutti gli osservatori, due dimensioni che strutturalmente erano e avrebbero dovuto rimanere distinte, quella della politica e quella dell’economia, dove la prima appare ormai totalmente asservita alla seconda.

Il capitalismo era già prima di Trump agli antipodi della concezione sociale proposta nella Rerum Novarum, ma ora precipita in un parossismo che ne estremizza la disumanità, rinunziando anche al pudore che prima velava le sue logiche. Si dirà che in questo modo è più sincero.

Ma chi si vergogna di quello che fa rivela di avere una coscienza per cui continua ad accettare che ci siano criteri etici, anche se li viola. Quello che colpisce nel tycoon americano è l’apparente scomparsa, appunto, della coscienza.

Sulle orme di Trump

Peraltro la sua linea, che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata  insopportabilmente cinica, viene oggi salutata come “realistica” da molti. Emblematico il caso del nostro governo, che non perde occasione per confermare la sua stima e la sua fiducia nei confronti di Trump, e la cui premier si è detta recentemente «orgogliosa» di aver un «rapporto privilegiato» con lui.

Del resto, pur se in modalità diverse, la logica del capitalismo progredisce sempre più anche nel nostro paese. Un esempio significativo – centrale nell’insegnamento sociale della Chiesa – è quello della retribuzione del lavoro.

Nella Rerum Novarum si insiste sulla necessità che al lavoratore venga garantito un salario adeguato. «Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall’imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta» (n.34). E si sottolinea che «è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai (…) osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva» (n. 27).

Nel suo discorso del 1 maggio, il presidente della Repubblica, Mattarella (espressione del mondo cattolico precedente la Seconda Repubblica), citando rapporti ufficiali dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo e dell’Istat, ha denunciato con forza e chiarezza: «I salari reali troppo bassi sono una grande questione, le famiglie sono in difficoltà: a marzo 2025 sono dell’8% inferiori rispetto a quelli di gennaio 2021».

Ricchi e poveri in Italia

L’Italia non è un paese povero. Secondo le statistiche più aggiornate, i miliardari italiani sono 74, cifra che colloca il nostro Paese al settimo posto al mondo. Ma ci sono anche 457 mila milionari, e la ricchezza finanziaria italiana è in crescita costante.

Il nostro sistema produttivo funziona discretamente. Sono i salari a diminuire. Non quelli nominali, che anzi crescono, ma quelli reali, calcolati in rapporto all’inflazione. E, se si guarda a un lasso di tempo più lungo di quello di cui parlava Mattarella, le statistiche dicono che il nostro paese registra il peggiore risultato rispetto all’intero gruppo del G20: dal 2008 a oggi, i salari reali sono diminuiti dell’8,7%, un dato che pone l’Italia in fondo alla classifica globale.

È evidente che si verifica uno scarto tra il mantenimento o l’aumento dei profitti dei datori di lavoro e i loro dipendenti. Col conseguente impoverimento di questi ultimi.

«Di questo», secondo Leone XIII, «è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura». Quanto siamo lontani da questa preoccupazione lo dice il fatto che, il fenomeno non viene neppure riconosciuto. Ventiquattrore dopo la denunzia del presidente della Repubblica, la nostra premier in un video – il mezzo di comunicazione da lei preferito – ha detto l’esatto contrario: «I salari reali crescono in controtendenza rispetto al passato».

Anche in Italia, dunque, il processo per cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri sembra non trovare freni da parte delle autorità politiche.

Il capitalismo si avvia a forme estreme, che forse rendono necessario un nuovo deciso intervento della Chiesa, come ai tempi di Leone XIII. Non sappiamo se il nuovo papa lo farà. Ma il nome che si è scelto e la sua esperienza passata, a cavallo tra in Nord ricco e il Sud povero dell’America, ci permette di sperarlo.

 

www.tuttavia.eu

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