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giovedì 19 febbraio 2026

L'ALFABETO ISTITUZIONALE

 


UN ALFABETO PER TUTTE

 LE ISTITUZIONI



L'intervento di Mattarella al Csm è una difesa della Costituzione

di Danilo Paolini

Con la richiesta di «rispetto» per il Consiglio superiore della magistratura, espressa in prima persona dal capo dello Stato, il presidente della Repubblica ha fatto un vero e proprio compendio dell'alfabeto istituzionale

A Sergio Mattarella non difettano certo la fermezza e la chiarezza. E il messaggio che ha voluto mandare ieri è arrivato forte e chiaro a tutti i destinatari, che non sono pochi. Forte e chiaro sia per le modalità, sia per i contenuti scelti per esprimerlo. Il capo dello Stato lo ha infatti inviato non dal Quirinale, ma dal plenum del Consiglio superiore della magistratura (di cui la Costituzione gli affida la presidenza) convocato in seduta “ordinaria”. Non era mai accaduto nei suoi undici anni al Colle, durante i quali Mattarella ha presieduto a Palazzo Bachelet solo le assemblee plenarie straordinarie. Egli stesso lo ha rimarcato, confermando così la gravità e l’importanza del gesto. E poi la sostanza del richiamo, breve e incisivo: al rispetto dovuto a un organo di rilievo costituzionale come il Csm; al rispetto che tutte le istituzioni si devono vicendevolmente.

Il referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale (che prevede due Consigli superiori, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, oltre a istituire l’Alta Corte disciplinare) non viene nemmeno sfiorato in quelle poche righe. Giusto così, perché ‒ come ha ricordato Mattarella ‒ l’equilibrato e rispettoso rapporto tra le istituzioni deve valere «in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza».

Ovviamente a nessuno sfugge che pochi giorni fa il ministro della Giustizia, autore della riforma su cui si andrà a votare il 22 e 23 marzo, ha accusato il Csm di gestire con un sistema «paramafioso» nomine, trasferimenti e giudizi disciplinari dei magistrati.

Allo stesso tempo, però, è difficile dimenticare che, prima dell’uscita di Nordio, altri protagonisti di questa campagna referendaria, per il Sì e per il No, si erano cimentati in accesi scontri, perfino corredati da insulti, che spesso esulavano dai contenuti della riforma stessa. Numerosi, tra questi protagonisti, esponenti di tutti i tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo, giudiziario. Le grida si levano alte da settimane, ormai.

Sarebbe perciò riduttivo interpretare la netta richiesta di «rispetto» nei confronti del Csm da parte di Mattarella come una “difesa d’ufficio” dell’organo di governo autonomo della magistratura. Perché è molto di più. È una difesa dell’intero impianto costituzionale e dei ruoli, diversi e distinti, assegnati alle istituzioni della Repubblica. È un compendio dell’alfabeto istituzionale. Del resto, il capo dello Stato ha precisato ieri di parlare «più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio, come Presidente della Repubblica». E lo ha fatto in una sede «che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica».

Davvero difficile equivocare. La strada indicata è quella che conduce ad abbassare, tutti, i toni e a tornare nel solco del franco confronto tra posizioni, possibilmente nel merito delle norme sottoposte al referendum. Anche perché la confusione tra contenuti e slogan genera risse verbali e nelle risse rischia di essere investito anche chi ‒ è capitato nei giorni scorsi alla Conferenza episcopale italiana, malgrado la posizione sia stata chiaramente espressa e ribadita ‒ non ha preso partito, ma ha soltanto invitato a non disertare le urne dopo essersi correttamente informati.

«Nell’interesse della Repubblica», afferma il presidente Mattarella, le istituzioni non possono salire sul ring né accettarne la logica. Il messaggio, si diceva, è arrivato forte e chiaro. Resta da vedere se sarà anche recepito. 

E per quanto tempo, visto che un nuovo scossone è arrivato già nella serata di ieri, con la premier contro il Tribunale di Palermo che ha disposto il risarcimento della Ong Sea Watch.

www.avvenire.it

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giovedì 18 dicembre 2025

BENESSERE A SCUOLA


Il Ministero chiama

 Telefono Azzurro


Protocollo d'intesa fra il dicastero dell'Istruzione e del merito e la storica organizzazione di tutela e promozione firmato oggi a Roma. 

Il Mim si impegna a promuovere – tramite gli Uffici Scolastici Regionali – la cultura del rispetto dei diritti dell’infanzia, sostenendo la diffusione di progetti formativi, campagne di sensibilizzazione e attività educative «volte a contrastare ogni forma di disagio, anche quelle legate all’uso improprio delle nuove tecnologie digitali»

 

di Giampaolo Cerri

 

Il ministero dell’Istruzione e del merito  – Mim si allea al Telefono Azzurro per promuovere «il benessere dei bambini e degli adolescenti e nella prevenzione dei fenomeni di disagio giovanile». Lo dice una nota della storica organizzazione di tutela e promozione di infanzia e adolescenza. Il ministro Giuseppe Valditara e il professor Ernesto Caffo, fondatore e presidente di Telefono Azzurro, hanno infatti firmato oggi un protocollo d’intesa triennale con l’obiettivo «di rafforzare la collaborazione nella promozione del benessere dei bambini e degli adolescenti e nella prevenzione dei fenomeni di disagio giovanile».

La cultura del rispetto dei diritti dell’infanzia nelle scuole

Che cosa prevede l’intesa? Il Mim si impegna a promuovere – tramite gli Uffici Scolastici Regionali – i contenuti del protocollo presso tutte le istituzioni scolastiche la cultura del rispetto dei diritti dell’infanzia, «sostenendo la diffusione di progetti formativi, campagne di sensibilizzazione e attività educative volte a contrastare ogni forma di disagio, anche quelle legate all’uso improprio delle nuove tecnologie digitali». Da parte sua, Telefono Azzurro «metterà a disposizione le proprie competenze per collaborare con scuole, enti di ricerca e innovazione per sviluppare metodologie didattiche innovative per promuovere un uso sicuro e consapevole del digitale. Saranno inoltre monitorati gli effetti delle buone pratiche per migliorare costantemente gli interventi educativi».

Il protocollo prevede la realizzazione di laboratori psicoeducativi dedicati ai diritti dell’infanzia, al contrasto di bullismo e cyberbullismo, alla multiculturalità e alla sicurezza online. Le attività saranno accompagnate da iniziative didattiche innovative che prevedono l’uso di nuove metodologie di insegnamento collegate al Gaming, Inquiry Based Learning, Intelligenza Artificiale e Metaverso, per favorire un apprendimento coinvolgente e attuale.

Il ministro Valditara e il professor Caffo

«Un ruolo centrale», si fa sapere, «è riconosciuto a scuola e famiglia, pilastri educativi insostituibili nella prevenzione e nella gestione quotidiana delle situazioni di disagio. Per questo saranno promossi interventi formativi specifici rivolti a docenti, genitori e studenti, su temi come l’uso consapevole di Internet, prevenzione dell’abuso e del maltrattamento, sicurezza online e inclusione».

Promossa anche la conoscenza delle linee d’ascolto

il protocollo promuove la diffusione della conoscenza delle linee di ascolto e dei servizi di Telefono Azzurro attraverso laboratori, eventi e materiali informativi destinati al personale scolastico e agli studenti, «nel rispetto dell’autonomia scolastica», significa cioè che i singoli istituti valuteranno se e in quale misura aderire.

Infine, sono previsti interventi coordinati in situazioni di emergenza, con procedure condivise tra Mim, Uffici scolastici regionali e Telefono Azzurro, «per una risposta tempestiva e qualificata ai diversi tipi di disagio nell’infanzia e nell’adolescenza».

Dopo la firma, Ernesto Caffo ha sottolineato che «questo protocollo rappresenta un passo importante per garantire ai bambini e ai ragazzi un contesto educativo sicuro, inclusivo e attento ai loro bisogni. Collaborare con il Ministero significa unire forze e competenze per costruire un sistema educativo capace di riconoscere e affrontare il disagio, costruendo reti altamente formate e di qualità», conclude Caffo.

 

VITA

sabato 18 ottobre 2025

EDUCARE I SENTIMENTI

 


Educare a sentire:

 la scuola come

 laboratorio

 dell’indignazione,

 del ribrezzo, 

della pietà

 e della coscienza

 

-di Nobile Filippo

 C’è un livello dell’educazione che non si misura con i voti, né con le prove standardizzate. È quello che tocca le fibre profonde dell’essere umano, che educa al sentimento del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male, della dignità e dell’abiezione.

È la didattica dell’indignazione, la didattica del ribrezzo, la didattica della pietà, la didattica della coscienza: quattro parole che, se riportate al centro del discorso educativo, possono ridare senso alla missione della scuola in un tempo di indifferenza e di anestesia morale.

La didattica dell’indignazione

Indignarsi è un atto di libertà.

È il primo segno che la coscienza è viva.

Insegnare ai giovani a indignarsi non significa incitarli alla rabbia o alla protesta sterile, ma educarli al rifiuto consapevole dell’ingiustizia. L’indignazione è ciò che spinge a non accettare il sopruso, la menzogna, la discriminazione.

Come scriveva Stéphane Hessel, “indignatevi!” non è un grido di rivolta, ma un appello a riscoprire la responsabilità.

Una scuola che insegna a indignarsi è una scuola che non si limita a trasmettere saperi, ma che forma cittadini capaci di dire no davanti al razzismo, alla violenza, all’odio, alla menzogna travestita da verità.

L’indignazione autentica è cultura del limite e del rispetto. È la prima lezione di democrazia.

La didattica del ribrezzo

Il ribrezzo è una reazione istintiva, ma può diventare una forma di coscienza morale.

Provare ribrezzo di fronte all’orrore, alle immagini dei campi di sterminio, alle guerre, alle torture, alle disuguaglianze estreme, non significa cedere alla retorica della commozione. Significa riconoscere che il male non è un concetto astratto, ma una realtà che si tocca con mano.

Educare al ribrezzo è educare al senso del limite umano.

Chi non prova più ribrezzo per la violenza, chi scrolla le spalle davanti all’umiliazione dell’altro, è già un essere addormentato, un’anima resa tiepida dall’indifferenza.

Il ribrezzo è il freno etico che impedisce alla civiltà di scivolare nella barbarie. La scuola deve avere il coraggio di mostrarlo, di nominarlo, di farlo sentire.

La didattica della pietà

Pietà non è commiserazione.

È empatia profonda, capacità di mettersi nei panni dell’altro, di riconoscere la fragilità come valore e non come difetto.

La pietà è l’altra faccia della giustizia: senza pietà la legge è cieca, la ragione è fredda, la conoscenza è sterile.

Educare alla pietà significa insegnare che ogni vita ha lo stesso peso, che ogni lacrima ha lo stesso valore, che il dolore di uno appartiene a tutti.

È la lezione che la Shoah, la guerra, la povertà, la malattia, continuano a impartirci. È la dimensione umana che trasforma il sapere in coscienza morale.

Un insegnante che sa generare pietà nei suoi studenti ha già compiuto un atto educativo supremo.

La didattica della coscienza

La coscienza è la casa dell’anima civile.

Non nasce per caso: si costruisce nel tempo, attraverso l’esperienza, la conoscenza e l’esercizio del dubbio.

La scuola deve tornare ad essere il luogo della coscienza critica, dove si impara non soltanto a conoscere, ma a discernere, a pensare con autonomia, a scegliere con responsabilità.
Una didattica della coscienza mette insieme tutte le altre: dall’indignazione trae la forza morale, dal ribrezzo la capacità di riconoscere il male, dalla pietà la compassione, dalla conoscenza la libertà.

È la didattica che non si ferma al “sapere”, ma arriva al “capire” e al “sentire”.

Una pedagogia per il nostro tempo

Viviamo in un’epoca che sembra aver perso il senso del limite e della vergogna.
Le parole vengono svuotate, la storia piegata, la memoria usata come strumento politico. In questo deserto emotivo, la scuola ha il compito più alto: ricostruire l’alfabeto dei sentimenti morali.

Serve un nuovo umanesimo educativo, in cui la cultura non sia solo trasmissione di nozioni, ma trasformazione interiore, esperienza di libertà e di responsabilità.

Insegnare la matematica, la storia, la letteratura o la scienza deve significare anche insegnare a provare emozione, a reagire, a commuoversi.

Educare a sentire per imparare a vivere

Una scuola che non insegna a sentire è una scuola che prepara tecnici, non uomini.

L’indignazione, il ribrezzo, la pietà, la coscienza non sono accessori dell’educazione: ne sono il cuore pulsante.

Nei banchi dove si apprende la libertà, si deve anche imparare a dire “basta” davanti al male, a chinarsi davanti al dolore, a custodire la verità, a sentire il peso e il valore delle proprie azioni.

Solo così l’educazione diventa atto di civiltà.

E allora sì, possiamo dire che ogni viaggio della memoria, ogni lezione di storia, ogni lettura di un testo che racconta la sofferenza, non serve solo a “sapere”, ma a diventare uomini capaci di provare vergogna davanti al male e responsabilità davanti alla vita.

Perché educare a sentire è l’unico modo per imparare davvero a vivere.

 Orizzonte Scuola

 

domenica 1 giugno 2025

RIPARTIRE DALLA GENTILEZZA

            Educarci

ed educare

 alla gentilezza 


è la sfida
 più importante di oggi

 

La Redazione

 

In un tempo in cui si premiano cinismo e arroganza, la gentilezza rischia di sembrare debolezza. Eppure, è il primo vero atto educativo, dentro la scuola e dentro le famiglie…

"Sei sempre gentilissimo", mi è stato detto. Una frase semplice, forse detta per cortesia, ma che mi ha fatto riflettere. Perché oggi la gentilezza, che dovrebbe essere normale, viene spesso percepita come qualcosa di raro. Viviamo in un tempo in cui chi urla viene scambiato per deciso, chi è freddo per efficiente, chi è cinico per intelligente. E invece, tra tutte le qualità umane, la gentilezza è forse la più importante, e la più rivoluzionaria.

La gentilezza non è debolezza. Non è buonismo. È ascolto, è rispetto, è cura. È il modo in cui ci rivolgiamo agli altri, è il tono che scegliamo, è la capacità di non ferire quando potremmo. È saper dire “grazie”, “scusa”, “come stai?” con sincerità. È presenza, è attenzione, è umanità.

Eppure, oggi, ci siamo abituati all’opposto. In molte famiglie si è smesso di insegnare la gentilezza. Nella scuola, si parla tanto di competenze e valutazioni, ma troppo poco di relazioni. E allora accade che si tolleri l’insulto, si accetti l’arroganza, si premi la prepotenza, perché “nella vita bisogna farsi valere”. Come se la gentilezza fosse un ostacolo, invece che una forza educativa.

Ma educare alla gentilezza non è una debolezza: è un atto di cura profonda, soprattutto verso chi, crescendo, non ha ancora imparato a gestire le proprie emozioni. Un bambino che non è educato alla gentilezza non imparerà mai davvero a stare con gli altri. Ecco perché essere gentili è, prima di tutto, una responsabilità degli adulti.

La famiglia è il primo luogo in cui si impara (o non si impara) la gentilezza. Non servono grandi discorsi. Bastano i piccoli gesti: uno sguardo, un tono pacato, una parola detta con delicatezza anche quando si è stanchi o arrabbiati. Perché il genitore che grida sempre, che comanda senza dialogare, non sta formando un bambino forte, ma un bambino spaventato. E un bambino spaventato sarà un adulto insicuro.

Lo stesso vale per la scuola. Una scuola che ignora la gentilezza è una scuola che rischia di diventare fredda, tecnica, disumanizzante. E invece, educare è molto più che insegnare nozioni. È aiutare un ragazzo a diventare consapevole degli altri, a cooperare, a non ridere del dolore altrui, a saper chiedere scusa, a saper accogliere. Il vero successo educativo non è un ragazzo perfetto nei voti, ma un ragazzo che sa prendersi cura.

A ricordarcelo, con forza, è anche Paolo Crepet, che in un’intervista ha detto: "Io penso che le persone gentili siano persone migliori. Uno che sbraita, che urla, non dà il meglio di sé. Io ho conosciuto persone di grandissima intelligenza, a volte anche capaci di grandi discussioni, ma non era gente che avrebbe preso un fucile e ti avrebbe ammazzato. Quindi, la genialità in qualche modo ha a che fare con la costruzione, non con la distruzione."

Ecco il punto: la vera intelligenza non ha bisogno di ferire. La vera forza non si impone, ma si offre. Le persone più capaci non sono quelle che distruggono, ma quelle che costruiscono, ogni giorno, nelle parole, nei gesti, nelle relazioni.

Abbiamo bisogno di gentilezza. Non quella di facciata, ma quella radicata nella consapevolezza che ogni essere umano merita rispetto, ascolto, attenzione. La gentilezza non è solo una virtù: è ciò che ci tiene umani.

Per questo, educare alla gentilezza è oggi il compito più urgente. Perché un bambino non educato alla gentilezza sarà un adulto ferito, confuso, in lotta col mondo. Invece, un bambino cresciuto nella gentilezza sarà un adulto capace di fare la differenza. Per sé, per gli altri, per il mondo.

In queste ore, mentre questo articolo viene letto e condiviso da migliaia di persone, torna una domanda fondamentale: stiamo davvero educando i nostri figli alla gentilezza, o ci stiamo arrendendo a un modello urlato, freddo, competitivo? 

Ripartire dalla gentilezza è forse l’unico modo per restare umani.

 Ascuolaoggi


 

mercoledì 18 dicembre 2024

CI VUOLE RISPETTO !


  “Rispetto” è la parola dell'anno Treccani.

 E serve per respirare.

 

 

-  




       di Riccardo Maccioni

-          

Una parola che esprime attenzione, gusto dell’incontro, stima. Che anche quando introduce un attacco verbale, non alza i toni del discorso, anzi sembra voler prendere le distanze da quanto sarà detto subito dopo. L’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani ha scelto “rispetto” come parola del 2024. 

Una decisione che sembra un auspicio, che porta con sé il desiderio di costruire, di usare il dizionario non per demolire chi abbiamo di fronte ma per provare a capirne le ricchezze, le potenzialità. Perché, se è vero che le parole possono essere pietre, è altrettanto giusto sottolineare come siano in grado di diventare il cemento necessario a edificare case solide e confortevoli, la colla capace di tenere insieme una relazione a rischio di rottura. «Il termine rispetto, continuazione del latino respectus – spiegano Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, condirettori del Vocabolario Treccani – va oggi rivalutato e usato in tutte le sue sfumature, proprio perché la mancanza di rispetto è alla base della violenza esercitata quotidianamente nei confronti delle donne, delle minoranze, delle istituzioni, della natura e del mondo animale».

E la conferma arriva proprio dai termini che rimandano al significato opposto, tutti concetti orientati a distruggere le relazioni, a demolire gli altri: indifferenza (che spesso fa più male dell’odio), noncuranza, sufficienza fino ad arrivare all’insolenza, al disprezzo, allo spregio. E pare di sentirli certi dibattiti dove per festeggiare una vittoria si dice “li abbiamo asfaltati” o quelle interviste sportive con l’allenatore che rivendica “la cattiveria” come ingrediente indispensabile per scalare la classifica.

Rispettare è tutt’altro, affonda le sue radici in respicere che, letteralmente significa guardare di nuovo, guardare indietro, cioè, richiama il dovere di non cedere alla smania del giudizio immediato figlio dell’emotività, che non tiene conto delle storie delle persone, delle loro battaglie interiori. Occorre, invece, allenarsi alla bellezza del prendersi cura, del fare attenzione, del preoccuparsi per la vita altrui, così che la comunità possa crescere in armonia facendo assaporare in chi ne fa parte il gusto dell’appartenenza alla medesima famiglia umana. Il rispetto, dunque, come rivendicazione dell’importanza delle relazioni autentiche, oltre la superficialità, soprattutto libera dalla schiavitù della banalità, dell’approccio interpersonale mediato unicamente dai social, che possono essere un bene a patto che non si deleghi loro la semina dei rapporti umani.

Non a caso l’Oxford dictionary ha incoronato brain rot come parola simbolo del 2024. Si tratta di un neologismo a indicare “il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona”. Sotto accusa il consumo eccessivo di cose, nel senso di contenuti soprattutto online, poco stimolanti, banali, che filtrano la realtà sotto l’unica lente del virtuale, barattando il rapporto umano con la mediazione dominante, spesso unica, della tecnologia. Nessuna condanna a priori delle Rete, lo ripetiamo, ma l’esigenza di dire che l’esistenza non è soltanto quello che si pubblica sullo smartphone, ma la quotidianità vissuta nella relazione concreta, condivisa, in cui si ragiona e si respira insieme. Perché è appunto insieme che si immagina una società diversa, la si sogna sapendo che se è una comunità intera a progettare il futuro, sarà più facile vederlo realizzato. 

In inglese, quanto meno nella sua declinazione contemporanea, questo desiderio si traduce nel concetto di manifest, scelto a sua volta come parola dell’anno dal Cambridge Dictionary, che lo spiega così: «Immaginare di realizzare qualcosa che si desidera, nella convinzione che così facendo si aumenteranno le probabilità che ciò accada». Il segreto perché avvenga, e orientato nel segno di un’umanità che non smarrisce le ragioni del cuore, sta dunque nel volerlo fortemente, ponendo le basi perché cresca non solo in altezza, così da ridurre la distanza tra terra e cielo, ma anche in larghezza, come un grande abbraccio da cui nessuno venga escluso. 

Il primo passo, allora, è purificare il dizionario, disarmare i discorsi, rifiutare la dittatura della cultura che, per dirla con don Lorenzo Milani, premia chi sa tante parole rispetto a chi ne conosce poche. Una, fondamentale, da respirare tutti, da vivere più che da ripetere semplicemente, è rispetto.

 www.avvenire.it

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giovedì 26 settembre 2024

DAL VERO UOMO ALL'UOMO VERO

Per i ragazzi occorre un’educazione emotiva al rispetto dell’altro



La capacità di costruire relazioni sane, rispettose e solide cresce

 sin dall’infanzia. E riguarda i maschi come le femmine.

I ragazzi vanno educati a una nuova competenza emotiva per liberarli dal mito del controllo e del possesso, che deforma i rapporti con l’altro sesso. 

Un viaggio da fare insieme.

 

-       -   di ALBERTO PELLAI

Anticipiamo l’intervento dello psicoterapeuta Alberto Pellai nella giornata di lancio del progetto «Pari. Insieme contro la violenza di genere», venerdì a Milano al Centro culturale Base (dalle 9.30 alle 13.30). Con altre voci di differente ispirazione (tra loro Ester Viola e Telmo Pievani) si rifletterà su come “fare cultura”, avviando un progetto che nasce da un network di aziende con l’obiettivo di agire nella società e nelle imprese.

Noi esseri umani siamo nati con una mente affamata di relazionalità. Nel film Cast Away Tom Hanks, unico sopravvissuto in un incidente aereo, approda su un’isola deserta e deve imparare a sopravvivere. Prima di allora non aveva mai dovuto procurarsi il cibo, l’acqua o un riparo dalle intemperie. Nella sua vita tutto era garantito. Quando riesce a portare a termine questi obiettivi primari, e quindi quando la sopravvivenza non è più un problema, sente che gli manca qualcosa di fondamentale: una persona con cui relazionarsi. Ma l’isola è deserta e quindi non c’è nessuno. Per tamponare la disperazione, costruisce un pupazzo con un pallone riportato a riva dalla marea. Disegna un volto su quel pallone e lo umanizza: è così che nasce Wilson, il suo compagno di vita durante l’esperienza di uomo condannato alla solitudine da un incidente imprevedibile.

Questa immagine di uomo solo e disperato che, pur di relazionarsi con un “altro da sé”, umanizza un pallone da calcio è una metafora potentissima, che racconta in modo formidabile il bisogno di prossimità e intimità, di contatto e dialogo tipico degli esseri umani. La relazione amorosa rappresenta l’esperienza che nella vita più risponde ai nostri bisogni di prossimità e intimità, contatto e dialogo. La violenza di genere ci testimonia però che noi esseri umani siamo anche in grado di trasformare questo “bisogno” in sopraffazione, violenza, sottomissione, annullamento dell’altro. L’emergenza sociale associata a questo fenomeno ci ha spinto negli ultimi anni a promuovere un’azione educativa e preventiva finalizzata al suo sradicamento. Compito che a oggi appare difficile da raggiungere visto che i casi di cronaca ritornano con una periodicità costante e urgente. Nell’ampio dibattito intorno all’educazione di genere, e nelle azioni intraprese sempre più frequentemente a scopo educativo e preventivo in questo ambito, emerge oggi molto forte il bisogno di aiutare le ragazze e le donne a riconoscere e ad allontanarsi il più presto possibile dal partner affettivo che potrebbe incastrarle in una relazione manipolatoria e violenta. Si fa anche grande attenzione ad aiutarle a riconoscere i fattori di rischio, i campanelli di allarme e le situazioni “ trigger” che trasformano una relazione in cui ci si dovrebbe sentire amati in una gabbia dove si è intrappolati, resi dipendenti, violati sia emotivamente sia fisicamente.

È una narrazione necessaria, ma che spesso costringe i due generi – maschile e femminile – a considerarsi collocati su due fronti opposti: da una parte il genere femminile, che è a rischio e vulnerabile alla vittimizzazione, e dall’altra il genere maschile, che è aggressivo e predisposto alla violenza. È evidente che, quando la violenza accade, quando l’uomo che aggredisce rende vittima la donna, hanno agito tutti gli aspetti della mascolinità tossica e della cultura patriarcale, portando al fallimento di qualsiasi strategia educativa e preventiva efficace. Come uomo, compagno di vita di una donna, padre e specialista della salute mentale, io penso che l’educazione di genere oggi debba dare spazio anche a un altro aspetto: insegnare ai giovani maschi una nuova consapevolezza emotiva che permetta loro di sperimentarsi in un percorso di formazione e di crescita tale da aiutarli ad allontanarsi dal mito del “vero uomo” per permettere loro di addentrarsi alla scoperta “dell’uomo vero”. Questo processo deve contrassegnare tutto il percorso evolutivo del ragazzo, perché possa essere al centro della sua futura vita di uomo adulto. È un approccio molto diverso da quello che insegna a non agire con violenza in una relazione o all’interno di un rapporto, perché prevede di aiutare i maschi a considerare, nelle relazioni con ragazze e donne, e in generale con un/una partner affettivo/a, la bellezza di costruire vicinanza e prossimità, intimità e sicurezza. C iò che spesso fa esplodere la violenza di genere è il bisogno di “possedere” l’altro, presidiandone fermamente il controllo. Nel percorso di educazione oggi necessario si deve proporre ai ragazzi la bellezza e l’importanza di lavorare su di sé, sul proprio gruppo di riferimento, e più in generale su tutto l’universo maschile affinché ogni bambino che diventerà adolescente e poi uomo possa formarsi alla scoperta del valore e delle competenze emotive e cognitive necessarie a sentirsi appartenenti a una relazione, così da generare e condividere un’intimità sana con “l’altro da me”. In questa dimensione il controllo perde di significato, perché la formazione esistenziale e affettiva si basa sulla fiducia e sul rispetto della capacità di entrambi i componenti di una coppia.

Non penso sia possibile per noi uomini e padri fare tutto questo da soli. Questa sfida, educativa e culturale al tempo stesso, deve essere affrontata facendo squadra. Tra noi maschi, ma anche e soprattutto con le ragazze e le donne che vivono al nostro fianco. Il rischio, altrimenti, è quello di diventare tutti come Tom Hanks sull’isola deserta: ce la raccontiamo, ma stiamo in realtà parlando senza avere un vero interlocutore con cui confrontarci, generare ascolto e condivisione. 

In questo percorso è fondamentale imparare a costruire una nuova alleanza tra genere maschile e femminile che permetta a entrambi di trovarsi coinvolti a vivere relazioni efficaci e rispettose, dignitose e reciprocamente arricchenti, in cui il valore e la bellezza della parità e della reciprocità diventino prerequisiti desiderati e ricercati – con uguale passione e sforzo, consapevolezza e determinazione – da entrambi i membri della coppia. Non siamo nati per stare soli. L’altro ci permette di dare compimento alla nostra dimensione umana più complessa e profonda, quella che si basa sulla relazione, sulla cooperazione e sulla condivisione.

 L’ amore in fondo nasce proprio da questo: è più bello condividere in due un tratto di vita, o addirittura tutta l’esistenza, con ciò che ci sa offrire. Stare in relazione con “l’altro” non è facile. Richiede competenze emotive, socio-relazionali, cognitive. Comporta la capacità di far fruttare al meglio le due menti insite in ogni individuo e che Howad Gardner ha definito «mente intrapersonale» e «mente interpersonale». La prima aiuta a conoscere noi stessi e si basa sul dialogo interiore, sulla messa a punto di un vero sé nel corso della propria esistenza. Questo sé si confronterà e verrà condiviso con chi avremo accanto nella vita, per caso o per nostra scelta. E grazie alle competenze della nostra mente interpersonale sperimenteremo la bellezza del fare squadra, coppia e famiglia (con le molteplici declinazioni che oggi tale termine comprende). Tutto questo non ha genere. Ci appartiene in quanto esseri umani. E lo dobbiamo apprendere quando siamo in crescita, per poi metterlo in pratica una volta diventati adulti. 

Questo è un percorso che noi esseri umani del terzo millennio dobbiamo imparare a fare, senza distinzioni di genere. E che deve essere messo al centro del sostegno alla crescita che va reso disponibile a ogni bambino e bambina del terzo millennio, accompagnandone la crescita e lo sviluppo fino al raggiungimento dell’adultità.  

La bellezza del “fare squadra”, coppia e famiglia si impara durante tutto il percorso di crescita, e non contempla distinzioni: ci appartiene in quanto esseri umani.

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giovedì 8 agosto 2024

UBUNTU, UN'ETICA DELLA VITA


Umuntu ngumuntu ngabantu

 Il sudafricano Ramose illustra un concetto chiave nella struttura filosofica africana Anche rispetto alle grandi domande sulla giustizia sociale


-         -di DORELLA CIANCI

Umuntu ngumuntu ngabantu: tre parole, che racchiudono il senso della vita e che potremmo tradurre così: «Essere una persona significa affermare la propria umanità attraverso l’umanità degli altri» nella conseguente e infinita varietà di contenuto e forma. Questa traduzione (sicuramente imperfetta) di una parte della filosofia africana attesta, preliminarmente, un rispetto per la particolarità, l’individualità e la storicità, senza le quali la decolonizzazione di quel sapere non potrà mai avvenire fino in fondo. Dunque è finalmente arrivato il momento di metterci in ascolto di quel continente a cui fin troppo spesso abbiamo pensato, lungo il corso della storia, di insegnare, mentre avremmo dovuto limitarci a comprendere e apprendere. Uno dei momenti più significativi, ieri, del Congresso mondiale della filosofia sul tema della giustizia, dell’etica e del dialogo interculturale, si è avuto durante la sessione con Mogobe Ramose, docente presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pretoria, fra gli altri ospiti. Ramose è uno dei più importanti filosofi sudafricani, noto soprattutto per la sua elaborazione della filosofia ubuntu. Qual è la peculiarità di questo pensiero? Innanzitutto, va detto che il termine “ubuntu” è un concetto chiave nella struttura etico-filosofica africana, poiché indica la bellezza del vivere “con”, dell’esser-ci fra gli altri, dell’umanità che acquista senso nel concetto di solidarietà e vicinanza concreta. L’insegnamento di Ramose è, ancor più, di grandissimo rilievo nella società contemporanea, che – con fatica e non senza ipocrisie – tenta di raggiungere una maggiore giustizia sociale attraverso l’attenzione ai popoli e agli ambienti più fragili, in primis proprio le diverse zone africane. Per far questo, tuttavia, è necessario conoscere e rimettere al centro il pensiero critico per contrastare le apparenze del linguaggio politico globale.

Ramose, innamorato del suo popolo e delle tradizioni della sua gente, mostra, invece, anche nei tanti scritti filosofici, un impegno incrollabile verso le grandi questioni della giustizia sociale, della politica, dell’etica, nel tentativo di sollevare quei grandi veli preconcettuali, che oscurano le verità. Gran parte del suo lavoro pare esser stato influenzato dal pensiero politico del sudafricano Robert Sobukwe, fondatore del Pan-Africanist Congress. Ramose ha contribuito e continua a contribuire brillantemente al pensiero e all’attivismo panafricanista: nel corso degli anni è diventato uno dei filosofi più citati in Sudafrica e uno dei filosofi del continente africano più noti alla comunità scientifica internazionale, ma anche al dibattito pubblico sui media di tutto il mondo. Le sue parole ci riportano, innanzitutto, alla storia e al tempo della lotta contro l’oppressione razziale in Sudafrica. Ramose nella sua relazione, ha percorso, con leggerezza, la storia delle idee di un continente che ancora fatica a esser visto nella sua essenza, lontano da paragoni e da chiavi interpretative etnocentriche e malate di occidentalismo; ha menzionato intellettuali all’interno di organizzazioni come l’African National Congress e il Pan-Africanist Congress, arrivando al Black Consciousness Movement composto da gruppi intellettuali e politici, i quali hanno sviluppato risposte concettuali (anche discordanti) rispetto alle grandi domande sulla giustizia sociale.

Non è facile condensare tutto il substrato culturale che è dentro gli scritti di Ramose, ma – senza scadere in semplificazioni – è doveroso soffermarsi sulla centralità della forza vitale all’interno della filosofia africana, spesso indicata come “etica della vita”. Questo concetto ci riporta a una sovrapposizione tra lo stile di vita legato al pensiero ubuntu e una valutazione ‘decolonizzata’ di quell’incontro fisiologico, che si verifica, nel pensiero africano, fra religione e filosofia. Come detto da Ramose, la scala comune che consente un pensiero autenticamente panafricano emerge solo attraverso il dialogo interreligioso, interculturale e attraverso l’esposizione reciproca (e congiunta) di concetti religiosi collegati a nodi cruciali filosofici. Il pensiero ubuntu, in tal senso, è il pensiero della compassione, quello che ci invita a incontrare la differenza per arricchire la cosiddetta “etica della vita”, imperniata tanto nella filosofia quanto nelle diverse religioni. La filosofia, in tal senso, per una parte del continente africano, va al cuore del rispetto per le particolarità delle credenze e delle pratiche altrui. 

Il rispetto per l’unicità dell’altro è strettamente collegato al rispetto per l’individualità. Tuttavia l’individualità citata nella filosofia ubuntu non è di matrice cartesiana. Al contrario, contraddice direttamente la concezione cartesiana dell’individualità, secondo cui l’individuo può essere concepito senza necessariamente pensare l’altro. L’individuo cartesiano esiste prima, o separatamente e indipendentemente dal resto della comunità o della società. Al contrario, la concezione ubuntu definisce l’individuo in termini di relazione con gli altri: la parola “individuo” significa una pluralità di personalità corrispondente alla molteplicità di relazioni in cui si trova l’individuo in questione. Essere un individuo significa “essere- con-gli-altri”, decisamente ben al di là dell’individualismo occidentale. Il caso della filosofia ubuntu è una lezione per stare nel mondo e con gli altri in armonia, escludendo la logica competitiva del conflitto.

www.avvenire.it

 

 

venerdì 12 gennaio 2024

ELOGIO DELLA MITEZZA


 "La mitezza consiste "nel rispettare l’altro così com’è".

È il contrario della protervia e della prepotenza.

Il mite non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere.

Ma la mitezza non è remissività: mentre il remissivo rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione, il mite invece rifiuta la distruttiva gara della vita per un profondo distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella vanagloria che spinge gli uomini nella guerra di tutti contro tutti.

Il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio verso chicchessia.

Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità.

Ecco quel "potere su di sé" di cui abbiamo già sentito. Il mite può essere configurato come l'anticipatore di un mondo migliore.

Egli non pretende alcuna reciprocità: la mitezza è una disposizione verso gli altri che non ha bisogno di essere corrisposta per rivelarsi in tutta la sua portata.

Amo le persone miti, perché sono quelle che rendono più abitabile questa “aiuola”, tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantastica e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, dove regna una giustizia tanto rigida e severa da diventare insopportabile, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale."      

        da Elogio della Mitezza Norberto Bobbio

domenica 29 ottobre 2023

LA BUONA EDUCAZIONE


 La vita di una società dipende strettamente dal livello di educazione etica dei cittadini. Un alto livello di eticità produce automaticamente una società unita, coesa e accogliente. Un basso o inesistente livello di eticità produce al contrario una società lacerata, caotica e invivibile.

-         di Vito Mancuso

Vige da noi un concetto sostanzialmente formale di educazione che la fa coincidere con quelle regole basilari di convivenza che ci permettono di stare insieme senza disturbarci troppo l'un l'altro. L'educazione però, come emerge da altre lingue, non è riducibile alle buone maniere: in inglese, per esempio, to be educated è ben altra cosa da to be polite (laddove polite è "educato", educated "istruito"). Education in inglese, come Erziehung in tedesco, significa "istruzione" o anche "formazione" e una persona well educated è una persona bene istruita e solidamente formata. Esattamente lo stesso è il significato del latino educatio e del greco paideia. Una persona non educata, quindi, oltre a essere socialmente imbarazzante è, ben più radicalmente, un ignorante. E l'educazione, oltre a essere esercizio del rispetto e della cortesia, coincide con la formazione ricevuta dallo studio e assimilata a dovere dalla personalità.

A mio avviso però, oltre all'arte di sapersi comportare con rispetto e al patrimonio culturale della mente, vi è un ulteriore livello nel concetto di educazione: è l'educazione come etica e governo di sé e come conseguente agire responsabile. Il concetto di educazione è quindi tripartito e presenta tre finalità: l'interazione rispettosa e gentile con gli altri, la professionalità personale, la pienezza dell'umanità. E per argomentare la tesi chiarisco cosa intendo con "umanità".

Io penso che esista uno specifico umano che ci differenzia da tutti gli altri viventi, per esempio dagli scimpanzé con cui condividiamo quasi l'intero patrimonio genetico, e che ci differenzia al contempo dalle macchine intelligenti con cui passiamo ormai buona parte del tempo e che sempre più influenzeranno la nostra vita. Guardando al nostro corpo si può ritenere che tale nostra specificità sia la statura eretta e la neocorteccia cerebrale. Guardando alla nostra mente, che sia l'intelletto analitico da cui sorgono le scienze esatte, o che sia la ragione sintetica dalla quale sorgono i saperi umanistici. Si può inoltre sostenere che lo specifico umano sia il sentimento, in particolare l'amore. Si tratta di risposte tutte corrette ma che ancora non colgono il centro effettivo, perché questo, a mio avviso, consiste in uno spazio vuoto. Lo specifico umano è la presenza di uno spazio vuoto tra noi e il nostro corpo, tra noi e il nostro intelletto analitico, tra noi e la nostra ragione sintetica, tra noi e il nostro sentimento, il quale fa sì che noi siamo e insieme "non" siamo il nostro corpo, il nostro intelletto, la nostra ragione, il nostro sentimento. Questo spazio vuoto, o caos interiore, ci rende indeterminati e imprevedibili, e il suo nome più appropriato è libertà. Ebbene, tale spazio vuoto detto libertà è propriamente l'oggetto dell'educazione etica. Il fine del terzo livello dell'educazione consiste quindi nel dare forma e orientamento alla libertà.

L'educazione etica si realizza quando un essere umano percepisce che nella vita esiste qualcosa di più importante di sé per cui vivere, ovvero quando compie l'esperienza del valore. Tale esperienza avviene quando uno apre finalmente gli occhi della mente, inizia a guardare il mondo per quello che esso è, si mette a riflettere e dice a se stesso: la natura è più importante di me, la cultura è più importante di me, la giustizia è più importante di me, ci sono mille cose più importanti di me. Chi sente questa attrazione della verità e acconsente al suo richiamo è un essere umano educato eticamente. Il che lo conduce a vivere in modo da fare di sé non un arrivista vorace, ma un soggetto responsabile e maturo, consapevolmente collegato a un codice di valori. L'educazione etica fa sì che un essere umano ponga consapevolmente la sua libertà a servizio non più di se stesso ma del bene, della giustizia, della bellezza. L'etica si fonda su due pilastri: valore + libertà. E l'educazione etica è educazione della libertà al senso del valore.

Ma come viene impartita oggi l'educazione ai giovani nelle nostre scuole? A me pare che sia tutta concentrata sul secondo livello, quello dell'educazione come istruzione, mentre vengono sistematicamente ignorate sia l'educazione come arte delle relazioni sia l'educazione etica. Questo significa che il nostro sistema scolastico, ovvero il laboratorio dove si prepara il futuro di un Paese, guarda ai nostri giovani unicamente come a soggetti da istruire per renderli preparati e operativi in funzione della struttura economica. L'educazione è ridotta unicamente a istruzione. Il punto però è che l'istruzione, che ovviamente è importantissima e anzi indispensabile, non è sufficiente per ottenere la pienezza dell'educazione, la quale suppone anche gli altri due livelli dell'impresa educativa: l'arte del vivere insieme agli altri con rispetto e gentilezza, e l'etica in quanto vita responsabile e affidabile.

Così oggi noi, invece di avere persone adeguatamente educate, non solo istruite ma anche gentili e rispettose e moralmente affidabili, abbiamo (quando va bene) dei competenti. Non importa poi che il loro linguaggio sia volgare, che il loro agire sia prepotente e villano, che la loro condotta etica sia alquanto imbarazzante per non dire di peggio, perché si ritiene essenziale solo che sappiano brillantemente la loro materia. Occorrerebbe però non dimenticare mai il seguente avvertimento del filosofo laico Benedetto Croce: «Senza religiosità, cioè senza poesia, senza eroismo, senza coscienza dell'universale, senza armonia, senza sentire aristocratico, nessuna società vivrebbe». Sottolineo l'espressione «sentire aristocratico», che equivale a nobiltà d'animo, e mi chiedo: da dove nasce in un essere umano la nobiltà d'animo se non dall'attrazione esercitata dall'etica?

Ma a essere decisiva è la valenza politica dell'affermazione di Croce, ovvero l'idea che la vita di una società dipende strettamente dal livello di educazione etica dei cittadini. Un alto livello di eticità produce automaticamente una società unita, coesa e accogliente. Un basso o inesistente livello di eticità produce al contrario una società lacerata, caotica e invivibile. Basta conoscere un po' il mondo per rendersi conto che è così. Il triste paradosso, però, è che da noi il laboratorio in cui si prepara il futuro del nostro Paese ha dimenticato completamente l'educazione etica, e direi l'educazione in generale. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ma attenzione. L'imminente arrivo dell'intelligenza artificiale nelle nostre vite implica più urgentemente che mai il recupero della pienezza del concetto di educazione, se ci vogliamo salvare come esseri umani e non finire ridotti a elementi performanti eterodiretti. Le macchine vengono istruite tramite le istruzioni impartite dai programmatori ed esse eseguono fedelmente il compito ricevuto. Noi però non siamo macchine, per lo meno non ancora. E non lo diventeremo se sapremo recuperare i due livelli oggi trascurati del concetto di educazione, vale a dire l'arte del vivere insieme agli altri con rispetto e gentilezza e l'etica quale passione per il bene e la giustizia. Non solo i nostri ragazzi, anche tutti noi ne abbiamo davvero bisogno.

La Stampa


lunedì 3 luglio 2023

PER UNA CULTURA DEL RISPETTO

 Valditara: 

le riforme contro 

il bullismo a scuola

 Su iniziativa del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, al termine di un incontro con i tecnici del Ministero, e tenuto conto della relazione conclusiva dei lavori del tavolo ministeriale di esperti sul tema del bullismo, sono stati stabiliti interventi sui criteri di valutazione del voto di condotta nelle Scuole secondarie, sulla misura della sospensione e sull’istituzione di attività di cittadinanza solidale. Questi interventi daranno vita ad una revisione normativa che riguarderà il D.P.R 22 giugno 2009 n.122, relativo alla valutazione degli apprendimenti e del comportamento, e del D.P.R 24 giugno 1998 n. 249, che reca lo Statuto delle studentesse e degli studenti.

 “Al fine di ripristinare la cultura del rispetto, di contribuire ad affermare l’autorevolezza dei docenti e di riportare serenità nelle nostre scuole abbiamo deciso di intervenire su tre direttrici”, ha dichiarato il Ministro Valditara. Le direttrici e i loro contenuti sono i seguenti:

 Prima direttrice:

 - Si precisa che il voto assegnato per la condotta è riferito a tutto l’anno scolastico e che nella valutazione dovrà essere dato particolare rilievo a eventuali atti violenti o di aggressione nei confronti degli insegnanti, di tutto il personale scolastico e degli studenti.

 - Nelle scuole secondarie di I grado si ripristina la valutazione del comportamento, che sarà espressa in decimi e farà media, modificando così la riforma del 2017.

 - La valutazione del comportamento inciderà sui crediti per l’ammissione all’Esame di Stato conclusivi della scuola secondaria di secondo grado.

 - La normativa attuale, che presenta varie criticità e ambiguità, prevede che la bocciatura, a seguito di attribuzione di 5 per la condotta, sia attuata esclusivamente in presenza di gravi atti di violenza o di commissione di reati. Con la riforma si stabilisce invece che l’assegnazione del 5, e quindi della conseguente bocciatura, potrà avvenire anche a fronte di comportamenti che costituiscano gravi e reiterate violazioni del Regolamento di Istituto.

 - L’assegnazione del 6 per la condotta genererà un debito scolastico (nella scuola secondaria di secondo grado) in materia di Educazione civica, che dovrà essere recuperato a settembre con una verifica avente ad oggetto i valori costituzionali e i valori di cittadinanza.

 Seconda direttrice:

 - Si ritiene che la misura della sospensione, intesa come semplice allontanamento dalla scuola, sia del tutto inefficace e, anzi, possa generare conseguenze negative sullo studente. Si prevede pertanto che la sospensione fino a 2 giorni dalle lezioni in classe comporti più scuola, più impegno e più studio. Lo studente sospeso sarà coinvolto in attività scolastiche -assegnate dal consiglio di classe- di riflessione e di approfondimento sui temi legati ai comportamenti che hanno causato il provvedimento. Questo percorso si concluderà con la produzione di un elaborato critico su quanto è stato appreso, che sarà oggetto di opportuna valutazione da parte del consiglio di classe.

 - Qualora la sospensione superi i 2 giorni, lo studente dovrà svolgere attività di cittadinanza solidale presso strutture convenzionate. La convenzione conterrà le opportune coperture assicurative.

 Terza direttrice:

 - Nel caso di sospensione superiore ai 2 giorni, se verrà ritenuto opportuno dal consiglio di classe, l’attività di cittadinanza solidale potrà proseguire oltre la durata della sospensione, e dunque anche dopo il rientro in classe dello studente, secondo principi di temporaneità, gradualità e proporzionalità. Ciò al fine di stimolare ulteriormente e verificare l’effettiva maturazione e responsabilizzazione del giovane rispetto all’accaduto.

Le decisioni che riguardano queste misure saranno adottate dalle singole scuole, nello specifico dai consigli di classe, nel rispetto dell’autonomia scolastica.

 

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