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giovedì 27 agosto 2026

CLIMA E BENZINA

 


 Dalla crisi climatica

 al prezzo della benzina



-di Giuseppe Savagnone 

 

Il rilievo politico dimenticato della questione climatica

L’eccezionale ondata di caldo che in queste settimane ha messo in ginocchio l’Europa e l’Italia è stata oggetto di innumerevoli articoli e notiziari, ma è stata variamente interpretata. Se ne è spesso parlato come di una semplice ricorrenza periodica, già verificatasi in passato e che rientra esclusivamente nelle fisiologiche oscillazioni dei cicli naturali.

Una narrazione che, però, contrasta con quanto la comunità scientifica documenta da decenni. I dati e gli studi disponibili indicano con chiarezza che fenomeni di questo tipo rientrano in quel processo di progressivo riscaldamento del nostro pianeta che sta determinando lo scioglimento dei ghiacci sulle nostre montagne e, cosa assai più grave, nei due poli, determinando un innalzamento del livello dei mari, con la prevedibile scomparsa di intere città costiere.

È ancora la comunità scientifica a spiegare che questo allarmantissimo fenomeno è determinato – o almeno fortemente alimentato – dal ruolo dell’uomo, in particolare dall’uso dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale), che, quando vengono utilizzati, liberano grandi quantità di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera. La CO2 produce infatti “l’effetto serra”, lasciando entrare la luce del Sole, ma trattenendo il calore che la Terra sprigiona.

Il risultato di detto processo è un aumento della temperatura media della Terra di circa 1,4°C rispetto all’epoca preindustriale; il 2024 e il 2025 hanno addirittura superato la soglia di 1,5°C.

Se si parte da questa lettura, garantita dall’autorità della grande maggioranza degli scienziati, oltre a registrare i disagi per la soffocante calura e per i suoi effetti immediati sull’ambiente, è necessario porsi la domanda su ciò che gli esseri umani – e in concreto gli Stati – devono fare per fermare questa deriva.

Il problema è politico. E sorprende che di questo aspetto sui nostri mezzi di informazione si sia parlato pochissimo. Ha avuto immensamente più spazio, nell’attenzione dell’opinione pubblica, la questione dei flussi migratori, che, pur di grande rilievo, è meno decisiva per le sorti del nostro pianeta di quella climatica, da cui peraltro in parte dipende (è l’avanzare della desertificazione che spinge intere popolazioni ad abbandonare la loro terra).

Risposte politiche diverse

Le risposte politiche alla questione del riscaldamento globale, però, sono molto diverse. L’amministrazione di Donald Trump considera il cambiamento climatico «una bufala» e ha perciò incrementato la produzione di petrolio e gas, riducendo gli incentivi per le energie rinnovabili ed eliminando le normative federali che riconoscevano i gas serra come una minaccia per la salute e l’ambiente. Una scelta, quest’ultima, particolarmente grave, perché gli Stati Uniti sono al secondo posto, dopo la Cina, nell’emissione di CO2.

Da qui anche la scelta del governo americano di uscire dalla Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici, a cui partecipano 198 Nazioni.

Opposta a questa linea è quella dell’Unione Europea, che nel 2019 ha lanciato il Green Deal, “il Patto verde”, fortemente voluto dalla Commissione Europea, sotto la guida della sua presidente Ursula von der Leyen, che ne ha fatto il pilastro centrale del proprio mandato politico. L’obiettivo del Green Deal era di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero al mondo.

L’idea di fondo era quella di poter svincolare la crescita economica dall’uso delle risorse naturali nel campo dell’energia, sostituendo i combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale, destinati prima o poi ad esaurimento) con le fonti energetiche rinnovabili (eolico e solare fotovoltaico).  

In linea con questo progetto, tutte le attività produttive avrebbero dovuto essere progressivamente orientate all’eliminazione delle emissioni di CO2. L’esempio più noto è quello dell’industria automobilistica, a cui veniva data la scadenza del 2030 per produrre nuove automobili che riducano del 55% queste emissioni, e quella del 2035 per una riduzione del 90%.

Di fatto l’Europa si è mossa con decisione in questa direzione. Oggi nel nostro continente circolano circa 5,7 milioni di auto elettriche. In Norvegia costituiscono praticamente la totalità delle nuove immatricolazioni; in Danimarca l’80,1%; in Finlandia il 52,6%; nei Paesi Bassi il 47,3%; in Belgio il 42,8%; in Svezia il 42,6%; in Francia il 35%; in Germania il 29,3%.

La posizione del governo italiano

Nel nostro Paese, invece, la quota è del 5,9%. E non è un caso. Perché il governo italiano è stato di fatto il più vicino alla linea di Trump nei confronti del problema del riscaldamento globale, spesso minimizzato come frutto di una visione ideologica, piuttosto che come un innegabile dato scientifico.

Di conseguenza, anche l’adesione al Green Deal – che Meloni e Salvini hanno ereditato dai governi precedenti, dopo la vittoria elettorale del 2022 – è stata costellata di riserve. La nostra premier, che già aveva attaccato «l’ambientalismo ideologico» nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu, ha ripetutamente stigmatizzato con durezza le «follie verdi» che a suo avviso danneggiano l’industria italiana ed europea.

Alla vigilia del Consiglio europeo del giugno 2026, Meloni ha dichiarato in Senato che l’Italia continuerà a sostenere un «ambizioso percorso di riduzione delle emissioni». E, a questo proposito, la premier ha ritenuto di poter smentire le accuse di trascurare il problema: «Con il nostro governo abbiamo raggiunto il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili».

 Dall’altro, però, ha aggiunto: «Noi vogliamo abbandonare quell’approccio ideologico che ha caratterizzato la stagione del Green Deal, per abbracciare un pragmatismo serio e ben ancorato al principio di neutralità tecnologica» (formula con cui si intende un approccio flessibile che permette l’utilizzo di tutte le opzioni in maniera complementare, in base alla loro efficacia nel ridurre le emissioni).

Molto più esplicito il vice-premier Salvini, che in un’intervista ha dichiarato senza mezzi termini: «Un’Europa sana, domani mattina, come ha fatto Trump, cancella il Green Deal».

I fatti

Il risultato, di fatto, è che l’impulso dato da questo governo alle energie rinnovabili per produrre elettricità è rimasto abbastanza debole. In base al principio di neutralità tecnologica il governo Meloni ha prorogato l’utilizzo delle centrali a carbone fino al 2038; ha chiesto la sospensione dei cosiddetti ETS, il sistema europeo che impone un prezzo alle emissioni di CO2 per ridurre l’inquinamento e ha pressato l’UE per ottenere il rinvio dello stop ai veicoli inquinanti nel 2035, considerandolo «esempio di un approccio autodistruttivo».  

 Il fatto che si sia raggiunto oggi «il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili» è relativo all’Italia, ma non può far dimenticare il ritardo rispetto a ciò che si è fatto altrove.

Basta fare il confronto con un Paese per molti versi simile al nostro dal punto di vista climatico: in Spagna il fabbisogno di elettricità coperto da fonti rinnovabili, che era al 37% nel 2019, è passato al 55% nel 2025. In Italia, nello stesso arco di tempo, dal 40% siamo arrivati solo al 48%. Cosicché il nostro Paese ha il 44% dell’energia elettrica generata ancora da impianti a gas, contro il 19% della Spagna.

La ricaduta sui consumatori – famiglie e imprese – non è indifferente. Le energie rinnovabili consentono di abbassare molto i costi, e ciò sarebbe ancora più evidente per un Paese, come l’Italia, che deve importare dall’estero il 90% del gas che alimenta le sue centrali termoelettriche. Non stupisce che gli spagnoli paghino l’elettricità fra il 30 e il 40% in meno rispetto agli italiani.

Insomma, se l’Italia paga l’energia più degli altri Paesi europei è perché dipendiamo più degli altri dalle fonti fossili, dal gas in particolare.

La svolta dell’Europa sul Green Deal e il permanere delle differenze

Il punto è che anche l’UE, ultimamente, ha molto diluito il progetto del Green Deal. Le cause sono state molte. La guerra in Ucraina ha scatenato una crisi energetica che ha spaventato molti governi, spingendoli, invece che a schiacciare l’acceleratore sulle rinnovabili, a cercare nuovo gas in Algeria e negli Stati Uniti.

Nel frattempo, in seguito alle elezioni europee del giugno 2024, la composizione politica delle istituzioni dell’Unione Europea è cambiata, con una decisa virata a destra sia all’interno del Parlamento che della Commissione, frammentando la maggioranza di governo su cui von der Leyen aveva potuto contare quando, cinque anni prima, aveva lanciato il Green Deal.  Il suo stesso partito, il PPE, si è sempre più spostato a destra, sfruttando così la sua posizione cruciale per influenzare l’agenda legislativa e moderare le ambizioni iniziali del “Patto verde”.

Così, nel febbraio del 2025, l’UE ha varato, in sostituzione del più rigoroso piano precedente, il Clean Industrial Deal, che prevede una politica industriale più sostenibile, alla luce delle gravi difficoltà createsi per l’Europa sul piano internazionale. Come chiedeva l’Italia, la scadenza del 2035 per la conformità agli Standard sulle Emissioni è stata spostata di due anni, dando più tempo ai produttori di auto. Inoltre, con un importante cambio di rotta la Commissione ha approvato l’uso dei fondi Recovery and Resilience Facility (RRF) – originariamente destinati a sostenere l’azione per affrontare il cambiamento climatico, oltre che alla ripresa economica post-pandemia e alla digitalizzazione – per gli investimenti nella spesa militare, cosicché molti finanziamenti sono stati spostati sull’industria bellica.

Sebbene il governo Meloni abbia presentato questi cambiamenti come un’adesione alla linea dell’Italia, resta una notevole distanza tra il punto di vista del nostro Paese e il modo in cui l’Europa guarda alla questione climatica e alle priorità che essa comporta. Significativo il fatto che – cedendo alle reiterate pressioni del governo italiano, che chiedeva l’autorizzazione a sforare il Patto di stabilità per far fronte alla crisi energetica determinata dalla guerra con l’Iran –   la Commissione europea l’abbia concessa a patto che il maggiore deficit serva a promuovere investimenti volti ad accelerare la transizione dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Un implicito ammonimento e una precisa indicazione a un governo che i soldi avrebbe preferito spenderli per obiettivi più a breve scadenza.

Come quello di calmierare il prezzo della benzina, impennatosi in Italia più che altrove, data la scelta di continuare a privilegiare le auto tradizionali rispetto a quelle elettriche, perché la benzina e il gasolio derivano dal petrolio, il cui prezzo è molto aumentato con la guerra all’Iran. Così il nostro governo – che ha sempre contestato come ideologica la corsa alla liberazione dalla dipendenza dal petrolio, invocando il primato dei nostri interessi nazionali rispetto al bene comune del pianeta – si sta trovando a spendere miliardi per tamponare, senza peraltro riuscirci, una situazione di emergenza, in larga misura effetto di quella linea.

Un’occasione, forse, per chiedersi se davvero la ricerca dell’utile particolare a scapito del bene di tutti sia la scelta più vantaggiosa, per gli Stati come per i singoli.

www.tuttavia.eu

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venerdì 7 agosto 2026

LA MUSICA CI SALVERA'

 


La memoria 

dei suoni

 ci salverà 

dalla crisi

 climatica


di Simonetta Sandri

Sul clima e sull'ambiente, continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo. Il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo. Il vero limite della nostra epoca è la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Tornare ad ascoltare il pianeta è la vera sfida. In dialogo con Dario Giardi, ricercatore e compositore

Avreste mai detto che ci sia un legame fra la musica e la sfida climatica? Dario Giardi, ricercatore, esperto nel campo dell’energia, responsabile sostenibilità ed economia circolare di Confagricoltura, compositore, con il suo saggio E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica (Mimesis Edizioni) si muove lungo un confine affascinante e ormai urgente: quello in cui ecologia, sostenibilità e dimensione sonora si incontrano. Lo abbiamo incontrato. Scoprendo che è possibile guardare alla crisi climatica non soltanto come a una questione di cifre, quote di emissioni o modelli matematici, ma anche, e soprattutto, come a una crisi percettiva, emotiva e culturale.

L’umanità – sostiene Giardi – ha progressivamente “smesso di ascoltare” la natura, soffocando la biofonia (i suoni degli esseri viventi) e la geofonia (i suoni degli elementi naturali) con l’antropofonia, ossia con il rumore, di sottofondo e incessante, delle nostre macchine e della nostra industria inquinante. Non sentiamo più il mondo vero.

In tutto ciò, entra il memoryscape. Giardi crea ed espande il concetto di paesaggio sonoro, parlando di “memoria dei suoni”. I suoni che stiamo perdendo (il verso di specie in estinzione, il fruscio di ghiacciai che fondono, i cori di foreste deforestate, le campane di un piccolo villaggio) rappresentano una perdita di identità ecologica e comunitaria. Vanno riscoperti e conservati.

E poi c’è il silenzio, non come assenza di suono, ma come “spazio di presenza” ed elemento fondamentale dell’ascolto, necessario per comprendere ciò che ci circonda. Quel silenzio prezioso che ormai non si trova più da nessuna parte. Tanto che è diventato lusso.

Fare o ascoltare musica insieme ci insegna l’armonia, la misura e la relazione. È metafora e palestra di un nuovo modo di abitare la Terra. L’essere umano, in fondo, è solo una voce dentro una più ampia orchestra biologica.

Il saggio non ha una ricetta magica o un potere taumaturgico affidato alle note: la musica da sola non ridurrà le tonnellate di CO₂ nell’atmosfera. Ma è un invito rivoluzionario a rieducare la nostra percezione per tornare a sentirci parte dell’orchestra della TerraNel dibattito sulla crisi climatica siamo abituati a dati, grafici ed evidenze visive. Perché ha scelto di affrontarla attraverso la lente del suono? In che modo musica e ascolto offrono prospettive che la scienza o la politica non riescono a comunicare?

Dopo oltre vent’anni di ricerca sulla sostenibilità, mi sono reso conto che continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Eppure siamo ormai arrivati alla trentunesima Conferenza delle Parti sul clima, che si terrà in Turchia il prossimo novembre, senza aver innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi.

Continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Ma non abbiamo ancora innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi

Da ricercatore conosco bene questi dati: sono inequivocabili. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, sappiamo come sta cambiando il pianeta e quali saranno le conseguenze dell’inazione. La ricerca continua a lanciare l’allarme, la politica prova a individuare strategie e obiettivi, ma ogni passo in avanti sembra essere sistematicamente inferiore a quello che sarebbe necessario.

A quel punto ho iniziato a pormi una domanda: perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta a cui sono arrivato è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva. Continuiamo a ragionare sul breve e medio periodo, entro i confini dei nostri interessi nazionali, mentre il clima opera su scale temporali molto più lunghe e non riconosce alcun confine politico. Il cambiamento climatico riguarda tutti, attraversa le frontiere senza chiedere permesso e richiederebbe, per sua natura, una visione globale e una responsabilità condivisa.

Parliamo di ambiente, organizziamo campagne di sensibilizzazione, facciamo educazione ambientale, produciamo informazioni sempre più dettagliate. Eppure qualcosa continua a non raggiungere la parte più profonda di noi. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo.

Perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva

È stato in quel momento che ho iniziato a guardare con occhi nuovi alla mia altra identità di compositore. Da anni pubblico musica ambient e musica per il benessere con il mio alias artistico Giadar, collaborando con etichette internazionali. Questo percorso mi ha insegnato che il suono non è solo un elemento estetico: è un linguaggio capace di entrare in relazione con le persone a un livello emotivo, là dove i numeri, da soli, raramente riescono ad arrivare.

Ho iniziato così a chiedermi se il vero limite della nostra epoca non fosse la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Forse continuiamo a rincorrere le emergenze non perché ignoriamo la crisi climatica, è che abbiamo progressivamente smesso di ascoltarla.

Da questa riflessione è nato E se fosse la musica a salvarci?. L’idea che attraversa tutto il libro è semplice ma radicale: prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte.

Nel libro parla della crisi ambientale come emergenza ecologica ma anche come una “sordità” dell’essere umano verso la natura. Come si rieduca il nostro ascolto?

Viviamo immersi in una cultura che ci spinge a produrre continuamente suoni, notifiche, parole. Paradossalmente, ascoltiamo sempre meno. Rieducare l’ascolto significa rallentare e concedersi il tempo di abitare un luogo senza la necessità di intervenire. Come compositore ascolto molto prima di scrivere una sola nota. Ho imparato che il silenzio non è assenza di suono, ma disponibilità ad accogliere ciò che ci circonda. Questa è anche una pratica ecologica: imparare di nuovo a riconoscere il vento, gli insetti, l’acqua, il ritmo delle stagioni. Proteggiamo più facilmente ciò con cui riusciamo a entrare in relazione.

Prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte

Il “paesaggio sonoro” (soundscape), teorizzato da R. Murray Schafer negli anni ’70, è centrale nel suo lavoro. Ce lo spiega? Come definirebbe l’ecologia acustica oggi e come si lega al cambiamento climatico?

Il concetto di soundscape elaborato da Schafer ci invita a considerare ogni ambiente come una composizione sonora in continua evoluzione. Ogni luogo possiede una sua identità acustica, fatta di equilibri tra elementi naturali, attività umane e tecnologia. Oggi l’ecologia acustica è diventata ancora più importante perché il cambiamento climatico modifica questi equilibri. Cambiano le migrazioni degli animali, i cicli biologici, la presenza delle specie e perfino il modo in cui percepiamo le stagioni. Ascoltare tali cambiamenti significa leggere il territorio da una prospettiva diversa, spesso più sensibile di quella puramente visiva.

Il field recording non è solo una tecnica per documentare la natura, ma è diventato una forma d’arte e d’impegno. Che valore ha registrare i suoni della natura oggi?

Per me il field recording rappresenta un gesto di attenzione prima ancora che una tecnica di registrazione. Quando porto con me un registratore non sto semplicemente raccogliendo suoni: sto cercando di instaurare un dialogo con un luogo. Molte delle mie composizioni nascono proprio da registrazioni ambientali. Quei suoni diventano materia musicale, ma rimangono anche documenti di un ecosistema in un preciso momento storico. In un’epoca di trasformazioni così rapide, registrare un paesaggio sonoro significa contribuire a costruire una memoria che potrebbe rivelarsi preziosa per le generazioni future.Anna Romanova, su Pexels

Inserire alberi, parchi, fontane e bio-corridori nelle città non serve solo per limitare CO₂ o temperature, ma trasforma radicalmente il suono urbano. L’ecologia acustica può guidare la futura urbanistica sostenibile?

Ne sono convinto. Quando parliamo di sostenibilità urbana pensiamo quasi sempre all’energia, ai trasporti o alla qualità dell’aria. Raramente ci chiediamo come suona una città. Eppure il suono influenza profondamente il nostro benessere. Una città capace di restituire spazio al vento tra gli alberi, all’acqua, agli uccelli e a una riduzione del rumore meccanico è una città che migliora anche la qualità della vita. L’urbanistica del futuro dovrebbe progettare non solo ciò che vediamo, ma anche ciò che ascoltiamo.

Lei cita “la memoria dei suoni”. Qual è il legame tra soundscape e memoryscape?

Il concetto di memoryscape che ho coniato, e che presento nel saggio, è nato in modo del tutto spontaneo, durante una passeggiata nel parco naturale vicino a casa mia. È un luogo a cui sono profondamente legato perché da bambino ci andavo spesso con i miei nonni. Camminando lungo quei sentieri mi sono reso conto che alcuni suoni erano rimasti identici nella mia memoria, mentre altri erano cambiati o erano scomparsi.

In quel momento ho capito che ogni paesaggio sonoro possiede anche una dimensione affettiva. Il soundscape racconta ciò che un luogo è oggi; il memoryscape è una sua evoluzione, racconta ciò che quel luogo continua a essere dentro di noi. È una geografia della memoria costruita attraverso i suoni. E quando un suono scompare, perdiamo non solo un elemento della biodiversità, ma anche un frammento della nostra identità.
Qual è il valore della “memoria sonora”? Esiste un suono del passato che abbiamo perso per sempre e uno assolutamente da preservare per le future generazioni?

Credo che la memoria sonora abbia un enorme valore culturale oltre che ecologico. Alcuni suoni della mia infanzia oggi sono molto più rari: il brulicare continuo degli insetti nelle sere d’estate, certe intensità del canto degli uccelli o il silenzio autentico di alcuni boschi. Più che salvare un singolo suono, dovremmo preservare l’equilibrio che permette a tutti quei suoni di convivere. Una foresta non è bella perché ospita il canto di un’unica specie, ma perché migliaia di organismi costruiscono insieme una straordinaria polifonia naturale.

L’impronta acustica

Quanto l’impronta acustica umana sta soffocando i suoni naturali e che conseguenze ha questo squilibrio sulla biodiversità?

L’impronta acustica dell’uomo è cresciuta enormemente negli ultimi decenni. Strade, aeroporti, industrie e infrastrutture hanno occupato una parte sempre più ampia dello spazio sonoro. Per molte specie questo non significa semplicemente convivere con il rumore, ma perdere la possibilità di comunicare, orientarsi e riprodursi. È un impatto invisibile, ma profondissimo. Come compositore mi colpisce pensare che stiamo alterando la più antica orchestra del pianeta: quella della vita.

La bio-acustica ci rivela che le foreste sono ecosistemi sonori in cui ogni specie occupa una “nicchia acustica”. In che modo l’ascolto di queste “sinfonie naturali” può trasformarsi da semplice strumento scientifico di monitoraggio a una leva emotiva e culturale?

La bio-acustica ci offre dati straordinari, ma quei dati possono diventare anche esperienza estetica. Quando ascoltiamo una foresta ricca di biodiversità percepiamo subito una complessità che nessun grafico riesce a restituire. Credo che artisti e musicisti abbiano il compito di trasformare questi dati in emozione. Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale.

Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale

A cosa può portare una collaborazione fra compositori ed ecologi? Ci fa qualche esempio?

Penso che sia una delle collaborazioni più promettenti dei prossimi anni. Gli ecologi raccolgono informazioni fondamentali sullo stato degli ecosistemi; i compositori possono trasformarle in esperienze capaci di raggiungere un pubblico molto più ampio. Immagino concerti costruiti a partire da registrazioni bioacustiche, installazioni nei parchi naturali, musei immersivi, percorsi educativi nelle scuole o composizioni che restituiscano l’evoluzione sonora di un territorio nel tempo. La musica può diventare una forma di divulgazione scientifica capace di parlare anche a chi normalmente rimane distante da questi temi. Thiago Japyassu, su Pexels

Dedica anche spazio a meditazione ecologica e terapia sonora. Ce le spiega?

Anche questo nasce dalla mia esperienza musicale. Da anni compongo musica pensata per favorire rilassamento, concentrazione e benessere. Questo mi ha portato a riflettere sul potere trasformativo dell’ascolto. La meditazione ecologica invita a rivolgere quella stessa attenzione non verso un suono artificiale, ma verso gli ecosistemi naturali. È un modo per ricostruire un senso di appartenenza alla Terra. La terapia sonora, invece, apre prospettive interessanti sul rapporto tra vibrazione, percezione e benessere, pur distinguendo sempre ciò che è sostenuto da solide evidenze scientifiche da ciò che richiede ulteriori studi.

La più antica musica della Terra non è stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura

Se dovesse scegliere un singolo “suono” che rappresenti la speranza per il futuro del nostro pianeta, quale sarebbe e perché?

Più ci penso, più mi convinco che sceglierei il coro dell’alba in un bosco. È un suono che continuo a registrare e che ogni volta mi emoziona come la prima. Non rappresenta soltanto la bellezza della natura. Rappresenta un ecosistema che funziona, specie diverse che convivono, equilibri che si rinnovano ogni mattina. Da compositore trovo straordinario che la più antica musica della Terra non sia stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura.

VITA

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mercoledì 22 luglio 2026

LA VERA SFIDA

 


La vera sfida? 


Il bene comune


Le questioni poste dal caldo estremo come (probabile) dato strutturale del futuro mostrano l’inadeguatezza dei criteri con i quali affrontiamo le grandi sfide di questo tempo. Che esigono il coraggio di saperci prendere cura di ciò che appartiene a tutti. 

di Mauro Magatti 

L’estate del 2026 sarà ricordata per il caldo. Da settimane l’Europa è attraversata da ondate di calore che hanno trasformato un fenomeno atmosferico in una questione sociale. Le città sono diventate inabitabili, gli ospedali hanno registrato un aumento dei ricoveri, gli anziani e le persone più fragili hanno pagato il prezzo più alto. L’agricoltura ha sofferto, i consumi energetici sono aumentati, lavorare è diventato difficile. Il caldo ha mostrato, ancora una volta, quanto sottile sia il confine tra normalità e vulnerabilità. 

Tutti speriamo che si tratti di un’eccezione. Ma in realtà è ragionevole pensare che si tratti di un’anticipazione di quello che ci aspetta. Se anche così fosse, non è la rassegnazione che deve prevalere. Le società umane hanno sempre saputo adattarsi. Lo faranno anche questa volta. Costruiremo edifici migliori, ripenseremo le città, svilupperemo nuove tecnologie, cambieremo le nostre abitudini. La capacità di apprendere è la grande forza della nostra specie. 

E tuttavia, sarebbe miope non accorgersi che il caldo è (l’ennesimo) segnale di una difficoltà più profonda. Davanti alle sfide che ci riguardano tutti ci scopriamo sorprendentemente deboli. È successo con la pandemia. Accade con il cambiamento climatico. Ma lo vediamo anche col disordine geopolitico, le migrazioni, il governo dell’intelligenza artificiale, gli squilibri demografici. 

Disponiamo di strumenti scientifici e tecnologici straordinari, eppure non riusciamo ad affrontare con efficacia i problemi che abbiamo in comune. Il punto è che siamo entrati in una nuova fase della storia. 

Per oltre due secoli la modernità si è costruita attorno a una promessa precisa: liberare l’individuo dai vincoli tradizionali e affidare al mercato e allo Stato il compito di organizzare la vita collettiva. È stato un progetto che ha portato libertà, innovazione, ricchezza, diritti. Ma oggi ne vediamo anche i limiti. 

Viviamo in un mondo nel quale tutto è diventato interdipendente. Le emissioni prodotte in un continente modificano il clima di un altro. Una guerra lontana cambia il prezzo dell’energia. Una crisi finanziaria attraversa il pianeta in poche ore. Gli squilibri economici e ambientali spingono le migrazioni che trasformano poi i nostri quartieri. Un virus percorre il mondo in pochi giorni. Le reti digitali mettono in relazione miliardi di persone nello stesso istante. 

L’interdipendenza è diventata un tratto costitutivo della nostra esistenza. 

Ma il problema è che continuiamo a pensarci con le categorie nate in epoche passate. Abbiamo affidato quasi tutto al mercato, immaginando che la ricerca dell’interesse individuale producesse automaticamente un beneficio collettivo. 

In molti casi è stato così. Ma i beni comuni non funzionano secondo questa logica. Nessuno, perseguendo soltanto il proprio vantaggio, può produrre un clima stabile, una pace duratura o un equilibrio demografico. 

Allo stesso modo, abbiamo delegato sempre più la nostra responsabilità personale agli apparati pubblici e ai sistemi tecnici. Ogni problema sembra dover essere risolto da un’amministrazione, da un ministero, da un’autorità, da un esperto. Gli apparati sono indispensabili. Ma quando diventano gli unici protagonisti finiscono, quasi inevitabilmente, per deresponsabilizzare cittadini, comunità, associazioni, imprese. La sussidiarietà non è un lusso della democrazia: è la condizione che rende una società capace di agire e, in questo modo, di rigenerarsi. 

Infine, continuiamo a chiedere agli Stati nazionali di governare fenomeni che hanno ormai una scala globale. Ma gli Stati possono difendere gli interessi dei propri cittadini; fanno molta più fatica a difendere interessi che appartengono all’umanità nel suo insieme. È qui che nasce la sensazione di impotenza che attraversa le democrazie contemporanee. 

Per questo il nodo decisivo non è soltanto politico o tecnologico. È culturale. E spirituale. Dobbiamo imparare a pensare il bene comune in modo nuovo. Non come un ideale morale da evocare nelle cerimonie ma come la condizione concreta di ogni avvenire. Il bene comune è ciò che nessuno può costruire da solo e di cui tutti hanno bisogno. È l’aria che respiriamo, il clima che rende abitabile il pianeta, la pace che permette lo sviluppo, la fiducia che sostiene l’economia, la natalità che garantisce il ricambio tra le generazioni, l’ospitalità che ricrea la socialità. 

La grande questione del nostro tempo è tutta qui. Abbiamo costruito una civiltà straordinariamente efficace nel moltiplicare le possibilità individuali. Ora dobbiamo imparare a generare le condizioni collettive che rendono quelle possibilità realmente vivibili. 

È dunque questa la lezione di questa estate rovente: il clima sta cambiando. 

Ma cambia anche quel mondo nel quale potevamo immaginare che i problemi comuni si risolvessero come effetto secondario delle nostre scelte individuali. 

Il XXI secolo ci pone davanti a una sfida nuova: siamo capaci di prenderci cura di ciò che appartiene a tutti? Da come risponderemo dipenderà non soltanto la qualità della nostra convivenza ma la possibilità stessa di abitare il tempo che viene.

Alzogliocchiversoilcielo

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sabato 28 marzo 2026

IL TARLO DEL CAPITALISMO


 
Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza 

tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta

 lasciando le democrazie del XX secolo

 per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste.


-di Luigino Bruni

Qual è il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? È ambivalente e ambiguo. Per capirlo dobbiamo tener presente un dato fondamentale, che al centro del sistema capitalista c’è un nucleo duro che vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale di profitti e sempre più di rendite. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, inclusi i vincoli ambientali, sociali, fiscali. Tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine. 

Tra i mezzi usati dal capitalismo ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è pragmatico, e quindi se in una regione del Pianeta c’è democrazia e pace, usano pace e democrazia per i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se qualche grande potentato economico intravvede in scenari bellici e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, la natura profonda di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi. 

Pensiamo, per un grande esempio storico, all’avvento del fascismo in ItaliaNon avremmo avuto nessun ventennio fascista senza la scelta delle elites industriali e finanziarie italiane (da Agnelli a Pirelli) di usare quel gruppo di squadristi picchiatori per proteggersi dal «pericolo rosso» del comunismo. Quel capitalismo italiano (la gran parte di esso) non ebbe nessun scrupolo ad abbandonare democrazia, libertà, libero mercato e favorire l’emergere del regime fascista. Nel 1933 Mussolini dirà: «Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico». Se e quando necessario, lo spirito del capitalismo diventa l’opposto dello spirito della democrazia, e finisce per coincidere con lo spirito bellico di conquista. Perché anche il mercato è uno dei mezzi che il capitalismo qualche volta usa, se e quando meglio serve gli interessi dei capitalisti. 

Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie del XX secolo per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste. Ieri le paure erano quelle «rosse» (che comunque restano sempre all’orizzonte dell’Occidente), oggi sono quelle dell’immigrazione, di una globalizzazione troppo rapida, del cambiamento climatico (cui si risponde negandolo), dell’impoverimento della classe media. 

Chi ama la pace, la democrazia e il mercato civile deve sapere che sono all’orizzonte anni molto difficili, e dobbiamo attrezzarci da subito per una forte resistenza culturale.

Messaggero di Sant'Antonio

martedì 12 novembre 2024

IL MEGA e IL MAGA


 Un Mega contro il Maga di Trump

Il past president del Cese, l'organismo che rappresenta la società civile europee, Luca Jahier analizza i molti importanti dossier che coinvolgono l'Ue nella nuova era trumpiana, per concludere che occorre rispondere al "Make America Great Again" del tycoon con il "Make Europe Great Again"

di Luca Jahier

È da un anno che in Europa si dibatte sulla eventualità di un ritorno di Donald Trump. Ma questo lungo tempo di attesa non pare aver finora prodotto strategie operative e quel salto di qualità che sarebbe necessario, prima per non perire e poi per svolgere quel ruolo che l’Europa ha svolto con grandi risultati nei decenni passati, cioè di coniugare il volto di un altro Occidente, promotore di pace, progresso condiviso e multilateralismo.

Dal nucleare, al clima, tutti i ripiegamenti Usa

Non è certo un mistero capire quali saranno le linee di impatto della seconda amministrazione Trump sull’Europa: basta guardare a cosa è successo durante la sua prima presidenza. Principale sponsor e sostenitore della Brexit, ritenendo che l’Europa unita non fosse interesse degli Usa e arrivando persino a definire l’Ue come il peggior nemico degli Stati Uniti, con gli esiti che sappiamo, ma che allora fecero molti adepti in molti paesi europei. Poi l’uscita dall’accordo sul nucleare con l’Iran, l’uscita dall’accordo di Parigi sul clima, l’imposizione di dazi commerciai nei confronti di diverse esportazioni europee per finire alla sfida rispetto alle spese per la difesa in ambito Nato. In questo secondo mandato si possono solo aspettare elementi di maggiore assertività su questi punti, sia perché le strategie di questa presidenza sono state preparate con molta più solidità della precedente, sia perché le spinte per una nuova primazia americana sugli scenari internazionali è molto più impellente di allora, sia per gli aspetti della sfida della rivoluzione tecnologica ed economica in corso, sia perché l’asse principale del confronto geopolitico mondiale è quello del Pacifico e dello scontro con la Cina (con la quale i dazi su alcuni prodotti sono già al 60%) e gli Stati Uniti non intendono più perdere troppo tempo con l’Europa o il Medio Oriente.

Trump I e II, ecco le differenze

La differenza radicale di oggi con la prima amministrazione Trump è il fatto che allora in Europa vi erano alcune leadership solidissime, da Macron a Merkel, affiancate da Juncker e Tusk (l’altro Donald) che riuscirono in tempi brevi a darsi strategie unitarie per fronteggiare le politiche aggressive verso l’Europa di Trump. L’esempio probabilmente di maggior successo in questo è stato la gestione nel negoziato della Brexit, sul quale, contro la previsione di molti, l’Europa non solo non si è divisa ma ha saputo persino rafforzarsi, pur perdendo un membro di grande peso. La seconda è che ora siamo in una situazione di “guerra estesa”, i cui punti di maggiore e devastante crisi sono il fronte ucraino e il Medio Oriente. E questo non solo pesa già per gli enormi costi in vite umane ma anche in spese militari e per la difesa e costi economici che abbiamo e dovremo sostenere, ma anche per le grandi incognite rispetto al futuro, di fronte al quale l’annunciato abbandono dell’Ucraina da parte di Trump e un suo negoziato diretto con Putin per congelare il conflitto sulle posizioni attuali, per ora, sarebbe assai nero per l’Ucraina, per la Moldova, per la Georgia, ma anche peer l’Europa e per le aeree più vicine, a partire dai Balcani.

Finita la speranza coltivata da molti che non finisse così, resta ora la crudezza di una realtà da affrontare, evitando il rischio della rincorsa disordinata alla corte del vincitore per ottenere qualche favore sui propri specifici interessi nazionali. Al di là di coloro che in Europa esultano e si aspettano che esso dia una spinta alle forse populiste e nazionaliste nelle prossime tornate elettorali (da Orban a Le Pen passando per l’Afd tedesca) se comincerà quella sorte di “pellegrinaggio a Lourdes” di cui si sono già viste alcune avvisaglie, allora non resta che la rassegnazione, che già Balzac aveva definito una sorta di suicidio quotidiano. Analogamente sarebbe quello di attestarsi, come insieme dei paesi europei e delle istituzioni comuni, su una sola postura di strategie difensive, secondo una logica di limitare per quanto possibile i danni oggi, sperando in un domani migliore. Una postura dal fiato molto corto e che però già si intravede dai timidissimi risultati del vertice di Budapest di questi giorni.

Il tweet di Gonzales Laya: «Il futuro dell’Europa è nelle mani dell’Europa»

Mi pare che il migliore commento politico al risultato del voto sia contenuto in un tweet di Arancia Gonzales Laya, già ministro degli Esteri spagnolo e oggi succeduta a Enrico Letta come decana della Paris School of international Affairs, a Science Po. “Trump non è il problema, Harris non sarebbe stata la soluzione. Il futuro dell’Europa è nelle mani dell’Europa. Il lavoro deve cominciare ora” Agli inizi di quest’anno di ho scritto un libro Fare l’Europa, fare la pacePer evitare il collasso del progetto europeo (Feltrinelli), indicando una concreta Agenda della speranza per questa nuova fase post elezioni europee.

Insomma, è ora che la risposta a ciò che ormai ha sostituito il cuore della tradizione repubblicana americana, cioè il “movimento Maga”, ancora richiamato da Trump nel suo discorso della vittoria come il più grande evento politico della storia americana, diventi per l’Europa il Mega “make Europe great again”!

È il tempo di fare quello che ebbi già a definire come un “salto quantico”, in termine di politiche, di integrazione, di istituzioni e investimenti comuni che è la sola condizione per non frantumare quanto abbiamo costruito, preservare il nostro modello sociale e democratico e poter definire un nuovo ruolo negli scenari internazionali così sconquassati che stiamo vivendo. Dopo la caduta del muro di Berlino l’Europa seppe superare le reticenze accelerando sul mercato interno e progettando sia l’Euro che il più grande allargamento della storia. Dopo la pandemia, l’Europa ha saputo rispondere con il Next generation EU, basato su 750 miliardi di debiti europei, finalizzati in gran parte a rafforzare la strategia del Green Deal e della transizione digitale, che era stata messa al centro della legislatura pochi mesi prima.

L’agenda delle cose possibili

Ora l’agenda delle cose possibili e necessarie è molto ampia, ma credo che una strategia solida si possa basare almeno su questi cinque punti. Assumere l’Agenda Draghi e il Rapporto Letta come progetto costituente di questa e della prossima legislatura, a partire da una solida strategia industriale e di sovranità strategica e dall’Unione del mercato dei capitali, per favorire i flussi degli investimenti necessari. Un fondo europeo per la Difesa, basato sul debito comune. Un decisivo rilancio della Agenda verde, sul quale l’Europa ha oggi un vantaggio competitivo, anche in ambito tecnologico. Affrontare il nodo dei meccanismi decisionali in seno all’UE, abolendo almeno il potere di veto. Fare dell’allargamento, della politica Mediterranea e di una alleanza strategica con l’Africa gli assi traenti di una decisiva politica estera comune. Sono tutti aspetti per i quali i piani concreti ci sono, con già precisi riferimenti nelle deleghe dei nuovi commissari europei che entreranno in funzione, Ci vuole però un salto decisivo di leadership politica nelle capitali europee, in molte della quali prevale oggi una condizione di fragilità sia economica che politica, che sostenga quella che si può presumere sarà un tandem ai vertici europei molto forte e molto sintonico, Von der Leyen e Costa, che tra poche settimane dovrebbero essere nel piano dei loro rispettivi mandati.

La sola speranza non è certo una strategia, ma oggi siamo chiamati ad evitare che il mondo cada in uno scenario tipo anni ‘30 dello scorso secolo, quando gli USA fecero una scelta isolazionista  a seguito della crisi del ’29, e siamo sfidati non solo a dare un buon futuro a noi europei ma anche a rappresentare il volto di un altro Occidente nelle dinamiche delle relazioni internazionali.

Luca Jahier è past president del Cese, l’organismo di rappresentanza della società civile europea

Vita

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sabato 2 dicembre 2023

OCCHI APERTI VERSO IL FUTURO

Il Papa: il clima è impazzito, con i soldi delle armi creare un Fondo contro fame e povertà

 

Il cardinale Parolin pronuncia il discorso di Francesco alla Cop28 di Dubai, in cui il Pontefice chiede ai leader del mondo di superare “divisioni” e “tifoserie” per procedere a un’azione comune contro la devastazione del Creato, “offesa a Dio”, e per frenare "deliri di onnipotenza" e "avidità senza limiti": “L’ora è urgente. La storia vi sarà riconoscente”. Sfata poi il tabù delle nascite e dei poveri come responsabili della crisi in atto e auspica: “Il 2024 sia anno di svolta”

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-         -di Salvatore Cernuzio - Città del Vaticano

 Occhi aperti verso il futuro della terra e della sua popolazione che vedono minacciata la loro stessa esistenza; orecchie tese per ascoltare il “grido” dei poveri, vittime e non responsabili della crisi climatica in atto; mani e braccia impegnate per contrastare quella “avidità senza limiti, che ha fatto dell’ambiente l’oggetto di uno sfruttamento sfrenato”; la mente libera da “tifoserie” tra catastrofisti e negazionisti e concentrata a elaborare progetti e iniziative che promuovano la “cultura della vita”. Come quella di un Fondo mondiale per eliminare la fame, costituito con il denaro impiegato per armi e spese militari. Papa Francesco non è presente fisicamente alla Cop28, ma il suo messaggio - di denuncia e di speranza - risuona efficacemente alla Expo City, dove gli oltre 190 capi di Stato e di governo sono riuniti nel terzo giorno di lavori.

Cop28, il Papa: reagiamo ora o il cambiamento climatico danneggerà milioni di persone

È il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, alla guida della delegazione della Santa Sede alla Conferenza Onu, a leggere le parole che Francesco - impossibilitato a viaggiare a causa della bronchite acuta che l’ha colpito la scorsa settimana - avrebbe voluto pronunciare nel consesso internazionale. Consesso che auspica possa essere “un punto di svolta”. Perché “l’ora è urgente”, afferma il Pontefice.

Il clima impazzito suona come un avvertimento a fermare tale delirio di onnipotenza

 Devastazione del Creato, offesa a Dio

Francesco si pone in prima linea insieme ai leader delle nazioni in questa sfida: “Sono con voi perché, ora come mai, il futuro di tutti dipende dal presente che scegliamo. Sono con voi perché la devastazione del creato è un’offesa a Dio, un peccato non solo personale ma strutturale che si riversa sull’essere umano, soprattutto sui più deboli, un grave pericolo che incombe su ciascuno e che rischia di scatenare un conflitto tra le generazioni”.

 Multilateralismo

La via d’uscita è solo una: “La via dell’insieme, il multilateralismo”. Multilateralismo che va raffreddandosi mentre il pianeta si surriscalda. “È essenziale ricostruire la fiducia, fondamento del multilateralismo”, auspica il Papa, citando Giovanni Paolo II nel suo discorso all’Onu del 1995.  Ciò vale per la cura del creato così come per la pace.

 “Quante energie sta disperdendo l’umanità nelle tante guerre in corso, come in Israele e in Palestina, in Ucraina e in molte regioni del mondo: conflitti che non risolveranno i problemi, ma li aumenteranno!”, è l’amara constatazione del Papa.

Quante risorse sprecate negli armamenti, che distruggono vite e rovinano la casa comune!

 Un fondo per sradicare la fame

Il Papa allora richiama un altro Papa suo predecessore, Paolo VI, per rilanciare la proposta della Populorum Progressio: “Con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame”. 

Per andare avanti serve “un cambiamento politico”, aggiunge Francesco. “Usciamo dalle strettoie dei particolarismi e dei nazionalismi, sono schemi del passato”, è il suo invito, “abbracciamo una visione alternativa, comune”, perché “non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali”.

 Lavorare per la vita, non per la morte

Al momento l'unico cambiamento a cui si assiste è quello climatico, rimarca il Papa. Esso è “un problema sociale globale che è intimamente legato alla dignità della vita umana”. “Lavoriamo per una cultura della vita o della morte?”, domanda il Vescovo di Roma.

 Scegliamo la vita, scegliamo il futuro! Ascoltiamo il gemere della terra, prestiamo ascolto al grido dei poveri, tendiamo l’orecchio alle speranze dei giovani e ai sogni dei bambini! Abbiamo una grande responsabilità: garantire che il loro futuro non sia negato.

 Sfruttamento, avidità, deliri di onnipotenza

Il Papa entra nei gangli della emergenza climatica in atto, parla quindi del “surriscaldamento del pianeta”, causato dei gas serra nell’atmosfera, provocato a sua volta dall’attività umana divenuta negli ultimi decenni “insostenibile per l’ecosistema”. Stigmatizza, il Pontefice, “l’ambizione di produrre e possedere” che si è trasformata in “ossessione”, in “avidità senza limiti”, “sfruttamento sfrenato”, “delirio di onnipotenza”. Il Papa esorta a superare le divisioni, primo ostacolo a questo percorso.

 Un mondo tutto connesso, come quello odierno, non può essere scollegato in chi lo governa, con i negoziati internazionali che non possono avanzare in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale.

 “Assistiamo - sottolinea il Pontefice - a posizioni rigide se non inflessibili, che tendono a tutelare i ricavi propri e delle proprie aziende, talvolta giustificandosi in base a quanto fatto da altri in passato, con periodici rimpalli di responsabilità”.

 La difesa della Casa comune, da Paolo VI a Francesco

In tal senso, Jorge Mario Bergoglio si dice colpito dai tentativi di “scaricare le responsabilità sui tanti poveri e sul numero delle nascite”. “Sono tabù da sfatare con fermezza”, afferma chiaramente.

 Non è colpa dei poveri, perché la quasi metà del mondo, più indigente, è responsabile di appena il 10% delle emissioni inquinanti, mentre il divario tra i pochi agiati e i molti disagiati non è mai stato così abissale.

 Le “popolazioni indigene” sono quindi delle “vittime” e tutto intorno ci sono deforestazione, fame, insicurezza idrica e alimentare, flussi migratori indotti. “Le nascite non sono un problema, ma una risorsa: non sono contro la vita, ma per la vita, mentre certi modelli ideologici e utilitaristi che vengono imposti con guanti di velluto a famiglie e popolazioni rappresentano vere e proprie colonizzazioni”, afferma Papa Francesco.

 Rimettere i debiti che pesano sui popoli

Chiede allora che “non venga penalizzato lo sviluppo di tanti Paesi, già gravati di onerosi debiti economici” e “si consideri piuttosto l’incidenza di poche nazioni, responsabili di un preoccupante debito ecologico nei confronti di tante altre”.

 Sarebbe giusto individuare modalità adeguate per rimettere i debiti finanziari che pesano su diversi popoli anche alla luce del debito ecologico nei loro riguardi.

 Rilanciare il cammino

L’augurio è, dunque, che il “cambio di passo” tanto predicato “non sia una parziale modifica della rotta, ma un modo nuovo di procedere insieme”. Se l’Accordo di Parigi ha segnato “un nuovo inizio”, bisogna ora “rilanciare il cammino”.

 Questa Cop sia un punto di svolta: manifesti una volontà politica chiara e tangibile, che porti a una decisa accelerazione della transizione ecologica

 Cop28: i combustibili fossili al centro dei primi dibattiti

All’auspicio il Papa accompagna indicazioni pratiche per la sua concretizzazione: efficienza energetica; fonti rinnovabili; eliminazione dei combustibili fossili; educazione a stili di vita meno dipendenti da questi ultimi. “Per favore: andiamo avanti, non torniamo indietro”, chiosa. “È noto – aggiunge - che vari accordi e impegni assunti hanno avuto un basso livello di attuazione perché non si sono stabiliti adeguati meccanismi di controllo, di verifica periodica e di sanzione delle inadempienze”. Ma tanto è cambiato in questi anni e “qui si tratta di non rimandare più, di attuare, non solo di auspicare, il bene dei vostri figli, dei vostri cittadini, dei vostri Paesi, del nostro mondo”.

 Siate voi gli artefici di una politica che dia risposte concrete e coese, dimostrando la nobiltà del ruolo che ricoprite, la dignità del servizio che svolgete.

 Il potere per servire

A questo serve il potere: “A servire”. “E a nulla giova conservare oggi un’autorità che domani sarà ricordata per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario”, ammonisce Papa Francesco.

 “La storia – assicura - ve ne sarà riconoscente. E anche le società nelle quali vivete, al cui interno vi è una nefasta divisione in ‘tifoserie’: tra catastrofisti e indifferenti, tra ambientalisti radicali e negazionisti climatici... È inutile - osserva - entrare negli schieramenti; in questo caso, come nella causa della pace, ciò non porta ad alcun rimedio”. Il rimedio è solo “la buona politica”.

 Uscire dalla notte di guerre e devastazioni

Citando il santo Poverello che ne ha ispirato il nome e la missione, San Francesco d’Assisi autore del Cantico delle Creature, il Papa conclude il suo messaggio con la speranza che “il 2024 segni la svolta”.

 Lasciamo alle spalle le divisioni e uniamo le forze! E, con l’aiuto di Dio, usciamo dalla notte delle guerre e delle devastazioni ambientali per trasformare l’avvenire comune in un’alba di luce.

 Vatican News

 DISCORSO DEL SANTO PADRE