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martedì 16 giugno 2026

SALUTE E STILI DI VITA

 


Salute e stili di vita

 entrano a scuola

e avranno una

 giornata nazionale


Arriva in Senato il ddl 1357: “Adozione del Piano triennale di prevenzione e promozione della salute nelle scuole nonché istituzione della Giornata nazionale della prevenzione e della promozione della salute e dei corretti stili di vita in memoria di Umberto Veronesi”. Il giorno scelto è il 28 novembre. Sana alimentazione, attività fisica, igiene del sonno e corretto uso di device e social network tra i temi da trattare con gli studenti. Oltre alle Asl si punta a coinvolgere il Terzo settore nelle campagne di sensibilizzazione

di Edoardo Patriarca

Il Senato  discuterà in plenaria due testi di legge. Sul primo, “Disposizioni  in materia di destinazione di proventi derivanti dalle vendite di prodotti”, approvato dalla Camera,   abbiamo dedicato già un report alcune settimane fa (si può leggere qui)

Un piano triennale per le scuole

Un approfondimento lo dedichiamo al secondo, il ddl  1357  “Adozione del Piano triennale di prevenzione e promozione della salute nelle scuole nonché istituzione della Giornata nazionale della prevenzione e della promozione della salute e dei corretti stili di vita in memoria di Umberto Veronesi”. Il testo è stato depositato nel gennaio 2025 e assegnato alle Commissioni Cultura e Affari sociali, relatrice di maggioranza è la senatrice Giusy Versace del Gruppo Noi moderati.

Nella Relazione di presentazione i proponenti scrivono che in Italia, il rapporto tra sistema scuola nel suo insieme e sistema sanitario si potrà consolidare solo attraverso l’integrazione delle specifiche competenze e finalità già espresse nel documento “Indirizzi di policy integrate per la scuola che promuove salute” nell’accordo Stato Regioni del 17 gennaio 2019, accordo in gran parte rimasto disatteso. Secondo questa prospettiva, e in coerenza con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, andrebbe favorito un approccio  nel quale  le  scuole hanno la piena titolarità della promozione della salute, non solo un contesto tematico ma parte integrante dell’attività didattica quotidiana. 

Gli undici articoli

La proposta di legge è composta da undici articoli.  Nel primo articolo sono indicate le finalità generali  della promozione da parte degli studenti di stili di vita sani, con particolare riferimento all’alimentazione, all’astensione dal fumo e dal consumo di sostanze a rischio, all’attività fisica,  alla conoscenza e a comportamenti volti alla prevenzione e alla promozione  della salute. 

Sono previste, nell’ambito della propria autonomia, attività teoriche e pratiche coerenti con le finalità della legge, attività  laboratoriali, di  studio e di approfondimento. Attività specifiche anche all’interno dei percorsi curricolari, nei percorsi di formazione scuola-lavoro o in iniziative extrascolastiche. Attività da realizzare anche in rete e in collaborazione con le aziende sanitarie. 

Ci sarà un piano triennale

Viene adottato un Piano nazionale triennale in collaborazione con le famiglie, con esperti in materia di salute e prevenzione, con enti di Terzo settore o altri soggetti del Sistema di coordinamento la cui  composizione verrà definita con un decreto della Presidenza del Consiglio:  ne faranno parte enti di terzo settore, soggetti pubblici e privati operanti nell’ambito sanitario e della ricerca, nell’ambito educativo, culturale sociale che si occupano di promozione della salute. 

Le istituzioni scolastiche del sistema nazionale  di istruzione possono costituire reti di scuole per la progettazione e  la condivisione di risorse strumentali e di laboratori, per la  promozione di eventi e convegni. 

Dalle scuole dell’infanzia alle secondarie

Nelle  scuole dell’infanzia e della scuola primaria potranno essere promosse attività dedicate alla salute alimentare,  alla conoscenza di buone pratiche per l’igiene del sonno, del corretto utilizzo dei dispositivi digitali oltre che all’attività fisica. Sono previste anche attività di coinvolgimento delle famiglie  e delle comunità locali attraverso incontri e  campagne di sensibilizzazione.

Per la scuola secondaria di primo e secondo grado sono  previste  attività di promozione dedicate alla sana alimentazione, all’attività fisica, alla nocività del fumo alcool e droghe, all’utilizzo corretto dei dispositivi digitali e dei social network.

La giornata sarà il 28 novembre

Il 28 novembre di ogni anno viene istituita la giornata della prevenzione e della promozione della salute e di corretti stili di vita in memoria di Umberto Veronesi. Nell’ambito della giornata le istituzioni potranno promuovere, anche in collaborazione con il Terzo settore, incontri e manifestazioni pubbliche. Ultimo, l’articolo finale  prevede che la spesa di 1 milione di euro ogni anno per l’implementazione del Piano  triennale.  

Tutto quanto  previsto dal disegno di legge  dovrà essere attuato  con le risorse già  disponibili, senza alcun aggravio per la finanza pubblica. Un testo di buone intenzioni,  che non prevede alcun investimento in più  di risorse umane ed economiche.
Aggiungo una  chiosa finale: l’Oms quando parla di salute indica uno stato di benessere fisico, mentale e sociale: il testo a me pare dia molto spazio allo stato di benessere fisico e poco si avventuri sulle altre due dimensioni, oggi di particolare rilievo per il benessere di ragazzi e ragazze.

VITA

venerdì 29 maggio 2026

GIOVANI. EMERGENZA SALUTE

 


La salute mentale

 dei giovani, 


emergenza 

che richiede 

risposte strutturali



La crisi di senso al centro dell’intervento del segretario di Stato al convegno su salute mentale, tecnologie digitali ed educazione in corso alla Casina Pio IV in Vaticano: "La società offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine"

-di Fausta Speranza - Città del Vaticano

Il legame profondo tra l’educazione che “si trova al crocevia di tensioni molteplici”; la “crisi di senso” di “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine”; la “responsabilità enorme” per “decisioni” e “politiche” che “avranno effetti che si protrarranno per generazioni”. È questo il cuore dell’intervento del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, questa mattina al convegno internazionale “Mappe di speranza per un’agenda educativa regionale: salute mentale, tecnologie digitali ed educazione” in corso oggi e domani alla Casina Pio IV. L’incontro riunisce ministri e ministre dell’educazione dei Paesi iberoamericani, insieme con esperti, accademici e rappresentanti degli organismi internazionali, per riflettere sulle principali sfide educative contemporanee. Un incontro che il cardinale Parolin ha definito “di particolare rilevanza e attualità” ricordando “la consapevolezza, sempre più diffusa nella comunità internazionale, che l’educazione non è un capitolo tra i tanti dell’agenda politica, ma un pilastro dello sviluppo umano integrale, della convivenza pacifica e della giustizia sociale”.

Un futuro più umano

In particolare, in relazione allo spazio iberoamericano, il cardinale rileva che “i sistemi educativi della regione, pur avendo compiuto progressi significativi nei decenni scorsi in termini di accesso e copertura, si confrontano oggi con sfide qualitative, che richiedono risposte nuove: la formazione integrale della persona, lo sviluppo delle competenze socioemotive, la protezione dei più vulnerabili, l’integrazione responsabile delle tecnologie digitali”. Sono “sfide che non possono essere affrontate con interventi settoriali o frammentari, ma esigono una cooperazione strutturata, multidimensionale e sostenuta nel tempo”. E sono sfide che peraltro la Santa Sede segue da sempre nel mondo nella convinzione che “l’educazione sia una delle forme più alte della carità e uno degli strumenti più efficaci al servizio della dignità umana e del bene comune”. Da qui, l’appello del segretario di Stato a “tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano”.

Il Patto Educativo Globale

È chiaro il richiamo al Patto Educativo Globale che Papa Francesco ha lanciato nel 2019 affinché tutti gli uomini e le donne di buona volontà si unissero in “un’alleanza per l’educazione capace di generare fraternità, pace e giustizia”. La prospettiva è quella indicata dalla lettera apostolica Disegnare mappe di speranza firmata da Leone XIV il 27 ottobre scorso in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis.  “In quel testo – sottolinea il cardinale Parolin - il Santo Padre ha ricordato che l’educazione non è un’attività accessoria, ma forma la trama stessa della missione della Chiesa nel mondo; ha invitato a costruire una ‘costellazione educativa globale’, nella quale ogni istituzione, ogni comunità, ogni soggetto educativo, come una stella nel firmamento, brilli della propria luce e, al tempo stesso, contribuisca a tracciare una rotta comune”.  Pertanto, Parolin chiarisce che sono tre “le nuove priorità che arricchiscono i percorsi del Patto Educativo Globale: la cura della vita interiore, il digitale umano e l’educazione alla pace”. Precisamente le questioni alle quali è dedicato l’incontro. 

L'emergenza dei giovani

Il tema della salute mentale merita un’attenzione particolare, ribadisce Parolin, affermando che “i dati sono eloquenti e, per molti versi, allarmanti” e che “in molti contesti questi disturbi rimangono senza diagnosi e senza trattamento adeguato, soprattutto là dove le condizioni di vulnerabilità socioeconomica sono più acute”. Al centro del problema ci sono i giovani con l’incremento di livelli di ansia, depressione e sofferenza psicologica del post-pandemia.

Di fronte alla tentazione di “ridurre il problema a una questione clinica, delegandolo esclusivamente al sistema sanitario”, il cardinale Parolin ricorda che la “Chiesa ha sempre insegnato che la persona umana è un’entità inscindibile di corpo, mente e spirito” per poi definire “mutilata” una visione educativa che trascuri una di queste dimensioni. Sarebbe “incapace di rispondere alla pienezza del bisogno umano”. Di contro, si deve ribadire “la necessità di riconoscere e coltivare questa unità: di offrire ai giovani non soltanto competenze e conoscenze, ma anche gli strumenti per comprendere sé stessi, per gestire le proprie emozioni, per costruire relazioni significative, per trovare un senso alla propria esistenza”. È ciò che la tradizione cristiana chiama «cura dell’anima» e – aggiunge il cardinale Parolin – è ciò che la sapienza pedagogica più avvertita traduce oggi nel linguaggio delle competenze socio-emotive e del benessere psicologico.

Indubbio il ruolo della scuola e delle famiglie. La scuola “deve aspirare ad essere un luogo di protezione, riconoscimento, di cura”, un ambiente nel quale “ogni studente si senta visto, ascoltato, accompagnato”. E proprio per queste deve poter avere “le risorse necessarie”. A proposito del “ruolo fondamentale delle famiglie e delle comunità locali”, il cardinale Parolin precisa: se la famiglia è “sostenuta e accompagnata, rappresenta il più potente fattore di protezione per la salute mentale dei bambini e degli adolescenti”. Ma se “lasciata sola di fronte alle pressioni economiche, sociali e culturali, la sua capacità protettiva si indebolisce e il rischio di disagio aumenta”.

La persona prima dell’algoritmo

Si aggiunge la questione del rapporto tra educazione e tecnologie digitali. Si tratta – ricorda il cardinale - del tema che la Lettera Apostolica di Papa Leone XIV affronta con lucida consapevolezza, invitando a promuovere un "digitale umano" che metta la persona prima dell’algoritmo e armonizzi le diverse forme di intelligenza: tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. Il punto è che se le tecnologie digitali rappresentano un’opportunità straordinaria per l’educazione “soprattutto in una regione vasta e diversificata come l’Iberoamerica” in particolare “per ridurre le disuguaglianze educative”, al tempo stesso “l’esposizione intensiva agli ambienti digitali, soprattutto in assenza di adeguati strumenti critici e di accompagnamento educativo, può generare effetti profondamente negativi sulla salute mentale dei giovani”. Parolin parla di “frammentazione dell’attenzione, dipendenza dagli schermi, cyberbullismo, isolamento sociale, sovraccarico informativo, esposizione a contenuti inadeguati o dannosi”.  La sfida non è quella di accettare o rifiutare le tecnologie, ma di governarle che significa “investire nella formazione digitale degli insegnanti, nello sviluppo di curricoli che integrino le competenze digitali con le competenze socio-emotive”.

Il rischio esplicitato è che rimanga ai margini proprio la questione che Parolin definisce centrale: “La dimensione della vita interiore e della ricerca di senso”. Anche in questo caso viene in aiuto la citata lettera apostolica che parlando della “cura della vita interiore” interpella ogni sistema educativo.

La speranza, virtù attuale

È proprio la convinzione che la crisi della salute mentale tra i giovani non sia solo crisi clinica, ma “crisi di senso” che può aiutare a comprende meglio gli orizzonti di speranza possibili.  “Molti giovani si sentono disorientati non perché manchino loro informazioni o strumenti, ma perché manca loro un orizzonte di significato entro il quale collocare la propria vita, le proprie scelte, le proprie speranze”, afferma Parolin. “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine; ogni connessione ma nessuna relazione autentica; ogni risposta ma nessuna domanda profonda, è una società che, nonostante le apparenze, li abbandona”. Peraltro, “in un mondo segnato da conflitti, da disuguaglianze, da una crisi ecologica che minaccia il futuro delle giovani generazioni, la speranza è una virtù eminentemente attuale”, riconosce Parolin. È “il fondamento di ogni impegno per il bene comune, di ogni investimento nell’educazione, di ogni cura per le persone più fragili”. Disegnare mappe di speranza, come ci chiede il Santo Padre, - spiega - significa esattamente questo: tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano. Il fine ultimo è sempre il servizio al bene comune.

Inoltre, se “l’educazione è il terreno privilegiato di questa speranza”, “l’educazione ha il compito e il privilegio di aprire orizzonti di senso”. Non si tratta di imporre risposte preconfezionate - ribadisce Parolin -  ma di “accompagnare i giovani nella scoperta delle domande che abitano la loro interiorità, nel confronto con le grandi tradizioni di pensiero e di spiritualità dell’umanità, nello sviluppo di quella capacità di riflessione e di discernimento che è il fondamento di ogni autentica libertà”.

Investimenti e cooperazione

Nella consapevolezza della “responsabilità enorme” e, al tempo stesso, del “privilegio straordinario” della politica, il cardinale Parolin a ministri e ministre chiede di “portare nelle vostre capitali, nei vostri Parlamenti, nei vostri Consigli dei ministri, la consapevolezza che la salute mentale dei giovani è un’emergenza che richiede risposte strutturali: investimenti adeguati, cooperazione interministeriale, integrazione tra politiche educative e sanitarie, formazione e sostegno per gli insegnanti, coinvolgimento delle famiglie e delle comunità”. In definitiva, l’auspicio essenziale: “Possa questo incontro essere davvero ciò che il suo titolo promette: un’occasione per disegnare nuove mappe di speranza, affinché i nostri giovani possano trovare nella scuola, nella comunità, nella società, gli strumenti e gli orizzonti di cui hanno bisogno per vivere una vita piena, libera, significativa. Come ha scritto Papa Leone XIV: "Siate servitori del mondo educativo, coreografi della speranza». Sia questo il nostro impegno comune”. 

Vatican News

Immaagine


venerdì 22 maggio 2026

BAMBINI E DEVICE


Schettini: "Un bambino di 8 anni deve disegnare, colorare, immaginare, parlare e suonare uno strumento. 


Oggi la rete per i più piccoli 

è diventata un pericolo"

Perché l’accesso precoce a smartphone e Internet sta cambiando il cervello, l’attenzione e la crescita emotiva dei bambini secondo Schettini...

Negli ultimi anni l’infanzia è cambiata più in fretta di quanto gli adulti riescano a capire. Bambini sempre più piccoli passano ore davanti a uno schermo, spesso in silenzio, isolati, immobili. Non è solo una questione di tecnologia, ma di tempo sottratto al gioco, alla noia creativa, all’immaginazione.

L'uso smisurato di telefoni cellulari e di tablet da parte dei bambini rischia di produrre effetti deleteri proprio sulla salute dei più piccoli. Una sovraesposizione agli schermi, infatti, così come evidenziato dai pediatri, determina disturbi comportamentali e dell'apprendimento. Gli adolescenti, addirittura, a causa di un utilizzo massiccio di social network e videogiochi, finiscono con l'esserne completamente dipendenti.

Spesso sono proprio i genitori che utilizzano impropriamente tali device per distrarre i loro bambini quando sono ancora piccolissimi oppure nel caso in cui non riescano a gestire bene la loro vivacità. Ciò però può determinare problemi cognitivi: i bambini di circa un anno spesso imparano prima ad utilizzare lo smartphone e poi a parlare. Inoltre aumentano i casi di miopia infantile e sono sempre più frequenti i disturbi del sonno nei piccolissimi.

 A tal fine il Professore di Fisica, Vincenzo Schettini in uno dei suoi interventi sui social esprime il suo pensiero in merito in tal modo:

"Non è possibile che un bambino acceda alla rete ad 8 anni, non è possibile. È la putrefazione mentale. Un bambino di 8 anni deve disegnare, deve colorare, deve immaginare, deve parlare, deve suonare uno strumento, mettetegli uno strumento in mano. Vorrei un padre che vi dica: 'Le regole sono queste. Il cellulare tu fino a 16 anni non ce l'hai. Io sono tuo padre, un giorno mi ringrazierai; adesso mi odi ma un giorno mi ringrazierai e capirai quello che ho deciso per te perché io sono tuo padre".

Quando mio padre mi diceva: 'Il televisore si spegne quando noi mangiamo a tavola", io mi incazzavo, litigavo con mio padre, perché dicevo: 'Io voglio vedere la televisione', e lui diceva: 'No, io sono tuo padre e mi devi ascoltare!'. Vi prego lo dobbiamo fare per il bene dei figli. Noi vi vogliamo salvare".

Con tali significative parole Vincenzo Schettini vuole esprimere tutta la sua indignazione nel constatare che bambini di soli 8 anni accedono alla rete internet liberamente attraverso i propri telefoni cellulari.

Ecco allora l'importanza di genitori presenti che, in qualità di educatori, sappiano crescere i propri figli consapevolmente e responsabilmente, permettendo loro di giocare all'aria aperta, di disegnare, di suonare uno strumento, limitando fortemente l'utilizzo di telefoni cellulari in una fase così delicata della vita. Bisogna dialogare con i propri figli, supportandoli ed accompagnandoli lungo il cammino, permettono loro di riscoprire la bellezza delle passioni e delle ambizioni, stimolando la loro creatività ed immaginazione, senza mai trascurarli e soprattutto limitando l'uso di dispositivi digitali che possono produrre effetti deleteri nell'ambito del loro processo formativo e di crescita. Non si tratta di essere contro la tecnologia, ma di guardare in faccia quello che sta succedendo ai nostri figli: bambini sempre più soli, sedati dagli schermi, privati del gioco, dell’immaginazione e del tempo per crescere davvero.

E tu, lettore che ci segui, credi che oggi i bambini stiano perdendo qualcosa di importante dietro a uno schermo? Quanto conta ancora il dialogo, il gioco all’aria aperta, il tempo passato davvero insieme in famiglia?

Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza: nella tua casa esistono regole sull’uso del cellulare oppure pensi che la tecnologia faccia ormai parte inevitabilmente della crescita dei più piccoli?

  Scuola oggi

martedì 12 maggio 2026

COMPETENZE SCOLASTICHE

 


Competenze

 scolastiche in Italia: 

solo il 57% 

dei quindicenni 

raggiunge 

i livelli di base

 in matematica

 e lettura.


Di Giuseppina Bonadies

 Il Rapporto Innocenti 20 dell’Unicef, dal titolo “Unequal Chances”, lancia un allarme inequivocabile sulle condizioni di vita dei minori.

 L’analisi prende in esame 44 nazioni ad alto reddito, dimostrando come il divario di ricchezza finisca per schiacciare le opportunità di crescita individuale fin dalla prima infanzia. La povertà infantile colpisce ancora più di 1 bambino su 10 in queste società considerate prospere.

Esiste un problema strutturale profondo: l’accumulo di risorse al vertice della società fatica a tradursi in benefici concreti per le fasce più vulnerabili, creando ostacoli difficili da superare senza interventi legislativi mirati.

Salute fisica e mentale legate al reddito

I ricercatori dell’Unicef forniscono prove chiare su quanto vivere in contesti svantaggiati peggiora la salute fisica e psicologica. I bambini e i ragazzi che crescono all’interno di famiglie con scarse risorse economiche affrontano rischi maggiori fin dai primi anni di vita, registrando tassi più alti di mortalità e obesità infantile.

Scavando nelle statistiche fornite dall’indagine, emerge che oltre il 25% dei giovani risulta in sovrappeso. Tale fenomeno deriva spesso da un accesso limitato a cibi sani, frequentemente sostituiti da alimenti ultra-processati a basso costo, e da una ridotta possibilità economica di praticare sport con regolarità.

Il peso delle preoccupazioni finanziarie della famiglia si scarica inesorabilmente sulla serenità quotidiana dei figli. La tensione legata alla fatica di arrivare a fine mese genera un forte stress nei genitori, che finisce per alterare le dinamiche domestiche. Gli adolescenti costretti a vivere in ristrettezze materiali mostrano livelli inferiori di soddisfazione per la propria esistenza, sentendosi spesso emarginati rispetto ai coetanei provenienti da ambienti privilegiati.

Le conseguenze sul rendimento scolastico e sulle relazioni

L’indagine dell’agenzia ONU sposta poi l’attenzione sulle competenze accademiche e sociali, portando alla luce uno scenario preoccupante per l’intero sistema d’istruzione. Arrivati all’età di 15 anni, oltre 1 studente su 3 risulta del tutto privo delle competenze di base in lettura e matematica. Le nazioni caratterizzate da una forte disuguaglianza di reddito tendono, di fatto, a registrare risultati didattici inferiori nella media della popolazione studentesca. Il background familiare continua a pesare in maniera decisiva sul profitto scolastico.

La mancanza di stabilità economica plasma inevitabilmente anche le dinamiche relazionali. I giovani meno abbienti patiscono un accesso ridotto a risorse educative adeguate, come libri o dispositivi digitali, e sono spesso tagliati fuori dalle attività ricreative extrascolastiche.

Questo limite strutturale restringe le loro occasioni di pura socializzazione. Il risultato è un deterioramento dei rapporti tra pari fin dalla tenera età, un fattore che alimenta l’isolamento e blocca sul nascere le possibilità di stringere legami duraturi.

La voce dei ragazzi: discriminazione e bullismo

Il documento Unicef sceglie di dare spazio alle testimonianze dei giovani, raccolte attraverso diversi focus group organizzati in 6 Paesi. I partecipanti individuano l’esclusione per motivi economici come una consuetudine diffusa tra i banchi di scuola. I ragazzi vivono sulla propria pelle il peso delle differenze di classe sociale nella loro quotidianità, percependo barriere invisibili eppure invalicabili.

I giovani intervistati denunciano la presenza di severi episodi di bullismo scatenati dall’aspetto fisico o dalla disabilità, dinamiche in cui il disagio emotivo raggiunge picchi insopportabili. Durante le interviste, un ragazzo italiano ha confessato: “Mi metto in un angolo e piango.

Raccontando la vita in classe, un altro adolescente del nostro Paese ha spiegato che un suo compagno autistico viene continuamente preso in giro a scuola, aggiungendo subito dopo con coraggio: “Cerco di difendere i miei compagni che vengono trattati ingiustamente.

Altri ragazzi hanno puntato il dito contro le spietate aspettative estetiche imposte dalla comunità. Un giovane italiano ha infatti riferito come, passeggiando in centro città, chi è privo di una specifica fisicità venga sistematicamente isolato dal gruppo. In Cile, un intervistato ha spiegato con estrema lucidità che l’appartenenza a un ceto meno abbiente condiziona in modo irreversibile le scelte lavorative e il futuro dei cittadini, limitando le possibilità di riscatto.

Focus Italia: tutti i numeri e le percentuali del nostro Paese

Esaminando le tabelle del report, la penisola italiana ottiene il 12° posto nella classifica generale del benessere infantile, calcolata su 44 nazioni. Analizzando le specifiche dimensioni di indagine, il nostro Paese si piazza al 17° posto per la salute fisica e al 10° posto per il benessere mentale. Scivola invece al 25° posto per le competenze dei ragazzi.

I numeri sulla condizione finanziaria tratteggiano una situazione severa. Il tasso di povertà infantile si attesta al 23,2%, un valore allarmante che richiede un profondo ripensamento del welfare. La disuguaglianza di reddito segna un rapporto di 5,35 tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione.

Sul fronte della salute fisica, il tasso di sovrappeso calcolato tra i 5 e i 19 anni coinvolge ben il 27,9% dei giovani italiani. Il tasso di mortalità registrato nella fascia di età compresa tra i 5 e i 14 anni si ferma allo 0,81 per mille.

Passando al benessere mentale e alle abilità sociali, la percentuale di ragazzi di 15 anni che dichiara un’alta soddisfazione per la propria vita raggiunge il 73%. Il delicato indicatore relativo ai suicidi giovanili, misurato tra i 15 e i 19 anni, segna un tasso del 2,8 su 100.000 ragazzi.

In ambito prettamente scolastico, le statistiche confermano le difficoltà già accennate in precedenza. Solo il 57% degli studenti italiani di 15 anni possiede una competenza accademica di base in matematica e lettura. Nelle relazioni interpersonali all’interno degli istituti, il 76% degli intervistati della stessa età dichiara fortunatamente di riuscire a stringere amicizie in modo facile e spontaneo.

Il rapporto Unicef

Orizzonte Scuola

 

sabato 11 aprile 2026

AULE VERDI

 

Le Aule Natura sono spazi didattici all'aperto, promossi dal WWF e P&G, che trasformano cortili scolastici in habitat naturali (stagni, orti, siepi) di almeno 80mq. Queste "classi verdi" permettono l'apprendimento esperienziale e la biodiversità, migliorando il benessere degli studenti e riducendo l'inquinamento. Le aule verdi possono includere orti didattici, nidi per insetti e zone relax, offrendo un contesto stimolante. 

Non empre è possibile stare all'aperto, ma in tutta l’Olanda, le aule scolastiche si stanno trasformando in ecosistemi viventi grazie all’introduzione di pareti verdi—giardini verticali ricchi di piante che migliorano attivamente l’ambiente interno. Queste pareti non sono solo decorative: funzionano come sistemi naturali in grado di raffrescare gli spazi e migliorare la qualità dell’aria durante tutta la giornata.
Le piante assorbono il calore e rilasciano umidità, contribuendo a regolare la temperatura e rendendo le aule più confortevoli senza dipendere eccessivamente dall’aria condizionata. Allo stesso tempo, filtrano gli inquinanti e l’anidride carbonica, sostituendoli con ossigeno fresco. Questo crea un ambiente più sano, in cui gli studenti possono concentrarsi meglio, respirare più facilmente e sentirsi più connessi alla natura.
Oltre ai benefici fisici, queste aule verdi favoriscono anche il benessere mentale. È stato dimostrato che la presenza di piante riduce lo stress e migliora la concentrazione, rendendo gli ambienti di apprendimento più calmi e coinvolgenti. L’approccio olandese dimostra come gli spazi educativi possano evolversi in sistemi sostenibili e viventi—dove natura e apprendimento collaborano per generare risultati migliori sia per gli studenti che per l’ambiente.

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giovedì 22 gennaio 2026

L'OROLOGIO DEL CUORE

LA CURA COME VOCAZIONE CIVILE

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di MASSIMO IONDINI

In direzione ostinata e contraria rispetto all’uomo metropolitano d’oggi, che corre e non guarda. E quando guarda, non vede. Come il Bianconiglio di Alice condannato a sentirsi in ritardo. In ritardo sulla velocità del mondo dove è l’agenda (le cose da fare) a dettare tempi e modi. Questo è il sistema imperante nel mondo dei presunti sani. Di chi produce e, consumando, consente di produrre perché si consumi. Naturalmente in tutto questo meccanico ingranaggio sociale c’è anche l’intoppo, c’è chi non produce. Per un po’ di tempo o anche per sempre. È la tredicesima ora, che l’orologio non segna. Il tilt del sistema. Il fattore che interrompe il flusso.

L’anomalia, la patologia che irrompe e sconvolge l’ordine delle cose. È Enea che fuggendo da Troia in fiamme deve rallentare correndo il rischio di morire per prendere in braccio il padre Anchise infermo. È l’evangelico samaritano che interrompe il suo cammino e si ferma a soccorrere un ebreo ferito dai briganti per poi affidarlo alle cure di un oste che rimborserà. È il medico, è l’infermiere che lascia la festa e la fetta di panettone nel piatto e si precipita a Capodanno in ospedale per cercare di salvare i ragazzi che hanno bruciato la loro giovinezza a Crans-Montana. Ecco la tredicesima ora che solo l’imperfetto orologio del cuore può segnare, indicando il quadrante esatto del tempo autentico dell’uomo. Ed è in quell’atto fuori orario, fuori ordinanza, nel mettere in gioco se stessi, che l’illogico e folle moto dell’anima, la “passione”, incontra la sofferenza (comune radice semantica) e diventa “compassione”. Grazie alla relazione, che ci unisce in un comune sentire capace di scardinare in un colpo solo ogni logica utilitaristica e produttivistica.

Confermando il primato non soltanto morale ma anche reale e concreto del politico (la polis, la comunità) sull’economico o sul finanziario. È l’attenzione speciale e particolare al fragile, a ciò che si rompe, all’anello debole della catena umana, che connota radicalmente il grado di elevatezza etica e civile di una comunità che diventa in quanto tale anche autentica società. Tutto ciò, naturalmente, in una visione del tutto laica. 


Risulta così totalmente umano e universalmente condivisibile il messaggio di ieri di papa Leone per la XXXIV Giornata mondiale del malato che sarà celebrata come sempre l’11 febbraio, il giorno della prima apparizione della Madonna a Santa Bernadette Soubirous nella grotta di Massabielle, a Lourdes, nel1858. Un messaggio che marca il fondamentale connotato umano della solidarietà non soltanto come consapevole scelta di essere, ma anche come vocazione a essere. Si tratta insomma di rispondere sì anziché no al compito di essere umani. Non un atto eroico, ma semplicemente umano. A meno che questa realtà apparentemente disumanizzante non finisca col far sembrare eroico e sovrumano ciò che è soltanto normale. Così è stato per il mitologico Enea, così per l’evangelico samaritano e per medici e infermieri di Crans-Montana adesso o anni fa ai tempi del Covid. Tutto ciò grazie a un moto insito nell’uomo, la compassione. La capacità di esercitare e vivere l’umano sentire che ci accomuna e affratella. 

Forse è questa la risposta alla inesausta domanda sul perché ci sia il dolore. Non c’è logica, se non che la croce del ma-lato, la croce dello scartato, la croce dello sconfitto, nella sua spesso insopportabile pesantezza, può essere portata insieme a chi oggi la può sorreggere e domani sarà a sua volta aiutato. Ognuno può dunque ritrovarsi improvvisamente da sano a ma-lato, senonché soltanto una società sana saprà prendersi cura di chi soffre. E la compassione, da edificare ogni giorno, è la chiave d’oro per aprire il proprio cuore e liberarlo dalla mortale morsa dell’Ego. Un paziente esercizio che ognuno è chiamato a praticare nella silenziosa cameretta della propria coscienza. Prima di uscire di casa. Prima di farsi ingannare da vani luccichii di mode e illusioni. La cura è l’essenza del nostro esistere. Cura anzitutto di sé, perché ognuno di noi è l’unità di misura dell’altro. E un’unità di misura fine a se stessa non avrebbe senso.

www.avvenire.it

mercoledì 16 luglio 2025

PERSONA NON IDEOLOGIE


 S
alute e istruzione si sviluppano

 guardando alla persona

 non alle ideologie


Il rappresentante della Santa Sede all'Onu di New York è intervenuto in due momenti al Forum politico di alto livello sullo sviluppo sostenibile: necessarie "politiche integrate" per promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne

Vatican News



Raggiungere la salute e il benessere per tutti, promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne: sono due obiettivi fondamentali dell’Agenda 2030 che, secondo la Santa Sede, richiedono un approccio centrato sulla persona e sulle relazioni, non su mere agende ideologiche. Lo ha ribadito l’arcivescovo Gabriele Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, intervenendo il 14 e il 15 luglio a due sessioni dell’High-Level Political Forum, dedicate rispettivamente agli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) 3 e 5.

Il diritto alla salute

Parlando del diritto alla salute, l’arcivescovo ha ricordato che «la salute non è semplicemente l’assenza di malattia, bensì uno stato olistico di benessere fisico, psicologico, sociale, spirituale ed emotivo». Essa, ha sottolineato, «è parte vitale dello sviluppo umano integrale». Eppure, monsignor Caccia ha constatato che «i progressi verso il raggiungimento dell’SDG 3 rimangono disomogenei». Le disparità restano profonde: «Milioni di persone non hanno ancora accesso all’assistenza sanitaria di base», i tassi di mortalità materna sono stagnanti e tante sofferenze legate alla salute mentale «restano invisibili». Per affrontare questi ostacoli, servono «politiche integrate» che riconoscano l’interdipendenza tra la salute e altri obiettivi, come la lotta alla povertà, la nutrizione, l’istruzione, l’acqua e i servizi igienico-sanitari, il finanziamento allo sviluppo. Soprattutto, ha rimarcato Caccia, la salute deve essere garantita «ai membri più vulnerabili della famiglia umana: i nascituri, i bambini, gli anziani, le persone con disabilità, i migranti e coloro che vivono in aree di conflitto».

La famiglia come luogo originario di relazioni

E proprio di dignità umana, uguale e «inalienabile», monsignor Caccia ha parlato nel suo secondo intervento, citando la dichiarazione Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede. La piena uguaglianza, ha detto, richiede più del semplice riconoscimento formale: servono «condizioni che permettano lo sviluppo integrale delle donne», come l’accesso all’istruzione di qualità, all’assistenza sanitaria, a un lavoro dignitoso e alla vita pubblica. Ha poi messo in guardia contro una visione individualista e utilitaristica del ruolo femminile: «Le donne non vanno ridotte a strumenti di agende economiche o politiche». Occorre invece valorizzare «la complementarità tra uomo e donna» e riconoscere la famiglia come luogo originario di relazioni. Per questo, ha concluso, le politiche di genere devono «sostenere e proteggere le famiglie, la maternità e la genitorialità», insieme alla promozione dell’uguaglianza.

Vatican News

 

sabato 20 aprile 2024

PRIMAVERA CON AGLIO ORSINO

 È la stagione dell'aglio orsino, la ricercatissima erba spontanea dalle proprietà depurative e antibiotiche


Varietà selvatica dell'aglio da cucina, è una pianta ricca di preziosi nutrienti. 

Da raccogliere nei boschi (dove si può) o da coltivare sul balcone. Ecco tutti i benefici dell'aglio orsino

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  --DI ALESSANDRA SIGNORELLI

 

Cos'è l'aglio orsino e perché fa così bene alla salute

È il primo alimento che gli orsi, che ne sono ghiotti, vanno a cercare per ritrovare l'energia appena si svegliano dal letargo invernale. E a ragione: l'aglio orsino (da qui il nome), che cresce spontaneamente nei boschi e nelle zone ombrose e umide da marzo a maggio, è una pianta dalle proprietà straordinarie per la salute. In inglese si chiama wild garlic, aglio selvatico, e in effetti è proprio questo: una varietà selvatica dell'aglio che usiamo in cucina. Possiamo imbatterci in questa verdura dalle foglie affilate durante una passeggiata nella foresta, ma anche in città in parchi e giardini, e si farà riconoscere dal suo inconfondibile aroma: strofinatene una foglia fra le dita (è simile al velenoso mughetto) e l'odore pungente di aglio che sprigionerà non vi lascerà dubbi. Raccoglietelo quando potete, facendo attenzione a non farlo nelle zone in cui la raccolta delle erbe selvatiche è regolamentata (come ad esempio in Alto Adige): bulbo, foglie, fusto e fiori sono tutti commestibili. E consumatelo il più possibile: arricchirete di preziosi nutrienti i vostri piatti.

Come riconoscerlo

L'aglio orsino, o ursino (Allium Ursinum), fa parte della famiglia delle Liliaceae, quella dell'aglio comune, del porro e della cipolla. È una pianta officinale spontanea dai decorativi fiori bianchi a forma di stella, che viene anche piantata in giardini e aiuole per scopi decorativi. Cresce in tutto il territorio italiano, così come in tutta l'Europa. Appare in primavera, annunciando l'arrivo della bella stagione, e può essere raccolto fino a maggio. Dobbiamo approfittare quindi del breve periodo in cui appare, per assaporarlo fresco.

 Proprietà, caratteristiche e benefici per la salute

Ha proprietà antiossidanti e antinfiammatorie

È ricco di vitamina C e B1

È un antibiotico naturale

Ha proprietà diuretiche e depurative - le foglie e i fiori secchi possono essere usati per preparare una tisana drenante e antinfiammatoria

Abbassa il colesterolo “cattivo”

Abbassa la pressione del sangue e quindi svolge un'azione preventiva contro l'infarto

Ha un affetto broncodilatatore ed è quindi utile per alleviare l'asma, la tosse e il raffreddore

È un antipiretico - aiuta ad abbassare la febbre

Controindicazioni

Non ci sono particolari effetti collaterali e controindicazioni alla consumazione dell'aglio orsino a tavola. Attenzione però alle quantità, perché concentrazioni elevate possono influire sulla pressione sanguigna e sulla glicemia, abbassandole.

 Come si usa in cucina

La foglie e il fusto, da usare come erba cipollina, possono essere utilizzati crudi, tritati finissimi, per insaporire primi, insalate, piatti di carne e pesce e uova strapazzate e omelettes, per un tocco gourmet. Il bulbo può essere usato come quello dell'aglio tradizionale, crudo nel condimento delle insalate, o per cucinare e aromatizzare da risotti a zuppe, stufati, piatti di pasta, verdure o patate al forno. O può essere adoperato per aromatizzare l'olio d'oliva, come l'aglio normale. A me piace tritarlo sulla bruschetta e sull'avocado toast, o utilizzarlo per preparare l'hummus. La ricetta più sfiziosa a base di aglio orsino? Il pesto all'aglio orsino, una versione più delicata e inusuale del pesto tradizionale.

 La ricetta del pesto di aglio orsino

Ingredienti:

100 grammi di foglie di aglio orsino

60 grammi di mandorle, noci, pinoli, o anacardi

60 grammi di parmigiano o pecorino grattugiato

Olio extra vergine di oliva

Sale e pepe

 

 

 

venerdì 12 gennaio 2024

LA "CANNA" MAI E' LEGGERA

Nella letteratura scientifica sempre più evidenze della pericolosità del consumo di cannabis.

 Danni neurologici anche irreversibili tra gli adolescenti, con un contenuto di Thc che dal 5 è salito fino al 50%. Nei nuovi dati diffusi dal Ministero della Salute un capitolo scientifico che fa chiarezza su droghe e giovanissimi.

Al messaggio diffuso nella “Generazione Z” sulla presunta innocuità della cannabis si oppongono i dati delle ricerche su disturbi ed effetti anche gravi.

 

-         -di VIVIANA DALOISO

 Attacchi di panico, ansie, psicosi. Il grande male che sta scavando un abisso nell’esistenza dei nostri ragazzi, e che dal Covid in avanti ha fatto suonare un campanello d’allarme sulla fragilità della loro salute mentale, ha radici profonde che psicoterapeuti e neuropsichiatri negli ultimi mesi hanno cercato di mettere a fuoco mescolando gli esiti dell’isolamento sociale, l’incapacità di relazionarsi e gestire le responsabilità imposte da un mondo adulto sempre più distante, la sovraesposizione tecnologica. 

Non basta. Perché, se è vero che il 28% degli adolescenti in età scolare fa uso di stupefacenti (che per 600mila di loro è la cannabis), l’11% di psicofarmaci e addirittura il 50% di alcol, mescolandolo alle sostanze e alle pasticche, al computo delle cause di tanto disagio bisognerebbe trovare il coraggio di aggiungere una volta per tutte il capitolo dipendenze. L’argomento, invece, risulta per lo più dimenticato. Sul piano politico il dibattito resta viziato da strumentalizzazioni e slogan sempre uguali a sé stessi: l’ultima trovata è quella di una proposta di legge di iniziativa popolare per la coltivazione domestica di cannabis, promossa dalle associazioni radicali. Già trentamila le firme, raccolte con i soliti slogan: che non fa male (anzi, che farebbe persino bene), che l’uso personale deve essere consentito, che in altri Paesi si può acquistare e consumare nei “club” mentre da noi («proibizionisti») no. 

Argomenti persuasivi sul fronte di un’opinione pubblica ormai anestetizzata agli allarmi sulle cosiddette “droghe leggere”, che leggere non sono, senza che ai più giovani venga spiegato il perché. Esagerazioni? Tutt’altro: i dati appena diffusi dal Ministero della Salute sulla presa in carico di chi fa uso di sostanze nel nostro Paese (quasi 130mila persone nel 2022) evidenziano come oltre il 70% dei giovanissimi siano assistiti nei Serd proprio per dipendenza da cannabis. Due su tre. Depressione e psicosi legate al suo consumo i primi scogli da affrontare, proprio come avviene negli ospedali e nei Pronto soccorso, dove oltre la metà degli accessi per abuso di sostanze finisce con una diagnosi psichiatrica. «Niente che stupisca – spiega Antonio Bolognese, professore onorario di Chirurgia generale del dipartimento Pietro Valdoni del Policlinico Umberto I e responsabile scientifico della Commissione istituita dall’Ordine dei medici di Roma e Provincia per la valutazione e la prevenzione dei danni delle cannabis sui ragazzi –. La verità è che la scienza di questi danni parla ormai da anni, per lo più inascoltata».

 Quella che è cambiata è la penetrazione massiccia dei consumi nelle nuove generazioni (con un crollo della “prima volta” fino agli 11 anni) e soprattutto la concentrazione di principio attivo della cannabis: « Oggi quest’ultima risulta del tutto trasformata da coltivazioni intensive e modificazioni genetiche, con un contenuto di Thc che dal 5% è passato al 30% se non addirittura al 50%. È facile immaginare il danno incommensurabile, e sempre più spesso irreversibile, che una sostanza così pesante può avere su cervelli ancora in via di sviluppo, quali sono quelli dei nostri ragazzi fino ai 24 anni». Il consumo di cannabis interferisce infatti con la maturazione cerebrale, modifica comportamenti e capacità decisionali, causa deficit di memoria e di concentrazione (arrivando ad abbassare il quoziente intellettivo fino a 8 punti), altera la percezione della realtà e del pericolo, persino il coordinamento psicomotorio. «Di più, e ciò che è più grave: innesca danni permanenti sulla salute mentale aumentando il rischio di depressione, attacchi di panico e schizofrenia».

Sono le stesse conclusioni a cui è giunto lo scorso settembre lo studio pubblicato sul British medical journal, che per la prima volta ha messo a confronto oltre un centinaio di ricerche e pubblicazioni con l’obiettivo di misurare il rapporto tra rischi e benefici della cannabis. Dimostrando che «i primi superano di gran lunga i secondi» spiega Marco Solmi, lo psichiatra italiano che insegna all’Università di Ottawa e che ha coordinato il gruppo di lavoro. Impressionante il legame evidenziato dagli esperti tra il consumo della sostanza tra i più giovani e le alterazioni del funzionamento cognitivo che possono esporre con facilità agli incidenti stradali, a quelli sul lavoro, ma anche a tendenze autolesionistiche e suicidarie: tutti fenomeni che stanno travolgendo la cosiddetta “Generazione Z”, cresciuta sul piano culturale alla scuola della totale normalizzazione del consumo di cannabis. 

«La considerano una sostanza innocua, ciò che è manifestamente falso – sottolinea Solmi, che in Canada (dove la cannabis si può comprare liberamente) gestisce un centro per psicosi che accoglie sempre più ragazzi segnati dalle conseguenze di un consumo incontrollato – visto che scientificamente di innocuo non esiste nulla. Io non sono proibizionista, non ho ricette politiche, ma come uomo di scienza credo che i ragazzi vadano informati dei rischi che corrono. Di qui la necessità di questo studio, che lo dimostra al di là di prese di posizione ideologiche».

 È quel che tenta di fare anche il professor Bolognese nelle scuole, nelle società sportive e persino negli oratori di Roma con il progetto pilota sostenuto dall’Omceo: «Proviamo ad arrivare prima, già tra gli 8 e i 10 anni, a spiegare ai più piccoli che cos’è la cannabis prima che la incontrino». Serve una consapevolezza che manca, anche tra gli adulti, «anche tra molti medici, che ignorano i rischi del consumo e non trattano più la tossicodipendenza come una malattia. La nostra attività di formazione è rivolta a tutti, con l’obiettivo di una presa di coscienza collettiva».

 Canale Vita

www. Avvenire. it/ Vita


 

giovedì 14 settembre 2023

VECCHIAIA, VITA NUOVA


 «Vecchiaia, tempo pieno 

che richiede cura e cultura»

 In una società, come la nostra, in cui l’età media delle persone è sempre più alta, è comprensibile che si moltiplichino le riflessioni sulla terza età o, se non vogliamo a tutti i costi accondiscendere al linguaggio “politicamente corretto”, potremmo anche dire sulla vecchiaia. Non evita quest’ultima parola Gabriella Caramore, autrice del saggio L’età grande. Riflessioni sulla vecchiaia (Garzanti, pagine 144, euro 14,00), il quale verrà presentato sabato 16 settembre alle ore 16.00 con Lidia Ravera e Michela Fregona a Pordenonelegge. Il libro si articola in un’intensa meditazione, che fa riferimento non tanto ai molti studi sociologici o medici sulla vecchiaia, quanto alle espressioni letterarie, musicali, artistiche, oltre che alle esperienze vissute. Classe 1945, giornalista, scrittrice e docente, l’autrice spiega con queste parole perché chiama la vecchiaia “l’età grande”: «Grande per il numero degli anni. Certo. Ma non solo. Grande perché deve sopportare un carico di prove che non ha l’eguale nelle altre fasi della vita. Ma grande anche perché è quella più capace di avere consapevolezza di sé».

Gabriella Caramore, quando ha iniziato a riflettere sul tema della vecchiaia? Sulla spinta di quali eventi?

Forse ho sviluppato una sensibilità particolare rispetto a questo tema perché ho sempre avuto persone “grandi” intorno a me. I miei genitori, quando sono nata, erano già quarantenni, cosa scontata ora ma non a metà del secolo scorso; le mie sorelle erano molto più grandi di me; poi i nonni, gli zii... Ma a pensarci consapevolmente ho cominciato quando il mio corpo ha avuto dei cedimenti per i quali è previsto aggiustamento e non guarigione; quando ho visto sparire amici intorno a me; quando se ne sono andati dei miei familiari; e poi, forse soprattutto, quando ho cominciato a percepire di essere nata in un’epoca diversa da questa, quando a scuola c’erano i banchi di legno, quando non c’era la tv, quando le lettere si scrivevano a mano. Ma anche, ora che sto entrando nell’età davvero grande, mi accorgo con dolore che il mondo non si rinnova, come forse avevo sperato, che non riesce a trovare rimedio ai suoi mali, come accade in vecchiaia. E questo mi fa percepire la vecchiaia personale come un fenomeno dentro la Storia che invecchia anch’essa.

 Lei a un certo punto, alludendo a Dante, definisce la vecchiaia una « vita nova »? Davvero questa fase dell’esistenza può segnare l’inizio di una nuova vita?

Direi di sì, anche se non vorrei che questa espressione facesse pensare a una nuova giovinezza, a una possibilità indefinita di vita spensierata e serena come certe seduzioni commerciali sembrano promettere. Direi che invece la “novità” consiste proprio per percepire, forse per la prima volta in maniera così inequivocabile, che c’è uno sbarramento di fronte a ciascuno di noi. Che la vita finisce, e anche se lo abbiamo sempre saputo è solo ora che ci appare con una evidenza spietata. Ma questo può anche indurci a dare maggior valore agli anni, ai giorni che restano, cercando di viverli con pienezza, restituendo loro quel senso che molte volte, durante la vita attiva, ci era sfuggito.

 La pandemia ha mostrato la fragilità degli anziani e l’inefficienza dei modi in cui negli ultimi decenni abbiamo spesso organizzato la loro vita (si pensi a cosa è successo in molte rsa). Quale lezione dobbiamo trarre da quella drammatica esperienza?

 Purtroppo, se ne è tratta una lezione soltanto teorica, e ancora nessuna radicale trasformazione pratica ne è seguita. Manca un senso complessivo, sul piano politico e sociale, della cura della vita umana soprattutto in relazione agli anziani, considerati come vite inutili, spesso come vuoti a perdere. I vecchi, come ogni essere umano, non sono tutti uguali. Alcuni preferirebbero continuare a vivere a casa loro, altri con un familiare, altri ancora in case per anziani. Ma per tutti ci vorrebbe un supporto di aiuto, di assistenza, di cura, e anche di cultura.

Come possiamo rendere la vecchiaia un “tempo pieno”? Non tanto di cose quanto di senso.

 Occorrerebbe che il tessuto sociale intorno fosse più accudente, più progettato per facilitare le cose, invece di lasciare i vecchi nell’abbandono. Ma anche il soggetto, quando entra nel tempo penultimo della propria vita, dovrebbe compiere uno sforzo per non lasciarsi andare, per non anticipare la fine nella trascuratezza e in una malinconia senza sbocco. Lo so, non è facile. Ma bisognerebbe, per tempo, aver cura di sé e delle relazioni, continuare ad avere curiosità per il mondo, per i piaceri forse più piccoli, ma non per questo meno significativi.

 A un certo momento lei parla di eutanasia, riprendendo però il valore etimologico del vocabolo. Vuole spiegare questo concetto?

 Certo, la parola “eutanasia” ha acquistato un significato sinistro da quando ideologie criminali la hanno usata per occultare le loro pratiche assassine. Ma, di per sé, significa soltanto una “buona morte”: cioè, senza sofferenze atroci, senza accanimenti inutili, in un contesto amorevole e coscienzioso. Andrebbe riconsiderata in questo senso. Del resto, ricordo che Paolo VI, nel 1970, scriveva a un amico: “Il dovere del medico consiste nel calmare le sofferenze, invece di prolungare il più a lungo possibile, con qualunque mezzo, a qualunque condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va verso la conclusione”.

Nel suo libro ci sono varie citazioni letterarie, molte tratte dalle Sacre Scritture. In che modo la sapienza biblica può aiutare gli uomini e le donne di oggi ad affrontare questa fase della vita, anche con uno sguardo su ciò che sta oltre?

 Nella Bibbia la vecchiaia è descritta con realismo, nelle sue molteplici espressioni. Ci sono sì i patriarchi che muoiono “sazi di giorni”, con i figli attorno a testimoniare la consolazione della discendenza. Ma poi ci sono i vecchi derisi, umiliati, sofferenti: “Non gettarmi via nel tempo della vecchiaia, non abbandonarmi quando declinano le mie forze” (Salmo 71). Direi che però, complessivamente, l’invito è a porre lo sguardo sulla necessità di vivere “bene” nel tempo della pienezza, nella fiducia che ogni vita possa trovare il proprio senso: in Dio, per l’uomo biblico; nella complessità della Storia, per l’uomo contemporaneo.

 Fonte: Avvenire