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giovedì 2 luglio 2026

IL TUO BANCO

 


La posizione in classe

 e il nostro sguardo

sul mondo.



-di Alessandro D'Avenia 

Cari lettori, che posto ave(va)te in classe?

 Io, all'ultimo banco ci sono finito in prima elementare, gli altri bambini avevano cominciato da una settimana o due perché io entravo in «primina» (la prima a 5 anni) con un passaggio più morbido, dopo ancora qualche giorno di felice «asilo». Fu aggiunto un posto per me in fondo.

Da quel giorno ho amato l'ultimo banco come una casa, tanto da occuparlo fino a 18 anni, con pause dovute a eccessi (chiacchierone e dedito ad attività clandestine) puniti con le prime file... 

La posizione in classe è data dal peso dell'anima e corrisponde a uno sguardo sul mondo, tanto che, nel romanzo «L'Appello», ho formulato una topografia esistenziale in base al posto scelto: Panorama, sempre vicino alla finestra perché la vita vera è fuori; Invisibile, in zona periferica per aderire alla messa in scena il meno possibile; Vagabondo, banco inquieto e mutevole come chi lo occupa; il Comico, nelle retrovie per (sor-)prendere tutti alle spalle con le sue immancabili battute. Il Condannato non importa dove sia seduto: attira su di sé i colpi del destino convinto di meritarseli. Il Maggiordomo, vicino alla soglia, il primo a fuggire a ogni campanella e ad ampliare il più possibile le interruzioni provenienti dal mondo esterno. L'Incontinente più spesso in bagno che in classe, non solo per ragioni diuretiche ma terapeutiche e sociali.

Primobanco preferisce avere a che fare con gli adulti, sa a memoria il calendario scolastico e le pagine da studiare. Non è necessariamente secchione, ha solo paura di perdere il controllo.

A ogni Primobanco corrisponde un Ultimobanco, dedito ad attività di sedizione (il sottobanco è il suo regno), non è parte del sistema ma ne ha bisogno per esistere. È diverso da Palude che occupa zone grigie, banchi da attività totalmente avulse dalla scuola. Ai primi posti c’è l'Avvocato, capace di rilevare con puntiglio le contraddizioni dei professori con precedenti e parole dimenticati da tutti. Vicino c’è il Campione, deciso a dimostrare che al mondo c’è qualcuno che affronta i problemi che gli altri vedono ma non hanno il coraggio di risolvere. Gli assomiglia il Martire il cui movente non è però l'idealismo ma il masochismo.

In fondo all'aula, ma come fosse al primo banco, c’è anche il Veterano, per lo più ripetente e provato dalla vita vera, appartiene già agli adulti, tratta i professori da coetaneo e i compagni con un misto di disprezzo e compassione. Ci sarebbero altre anime sulla mappa della classe ma lasciamole al divertimento letterario, perché quest'anno mi sono reso conto che i cliché evaporano quando in una classe, o perché spaziosa o perché di pochi alunni, si possono disporre i banchi a cerchio o a ferro di cavallo: né primi né ultimi, tutti primi e ultimi, tutti in gioco, tutti faccia a faccia. Questo crea relazioni più impegnative perché non vedi solo le schiene degli altri ma il loro volto, e il volto è il luogo di relazioni che a poco a poco diventano più schiette e gioiose: cooperazione anziché competizione. Si prende la parola senza alzare la mano ma solo quando l'altro ha finito di parlare e dopo aver riassunto ciò che ha detto il compagno.

Il docente, sul lato aperto del cerchio o del ferro di cavallo, fa da guida e moderatore, assicurando che la ricerca sia portata avanti da una comunità e non da individui che devono compiacerlo o ripetere cose che sa o ha detto. Il sapere si situa in mezzo, nello spazio vuoto al centro, come un cibo che, anche se diviso, si moltiplica: con-diviso.

La chiamo «co-duzione», l'ambiente in cui accadono i due modi dell'apprendimento, induzione e deduzione, che funzionano solo c'è la relazione, altrimenti tutto si riduce ad addestramento per una performance. Nella co-duzione si crea un cervello condiviso e il maestro assomiglia a quello d'orchestra: si è tutti al servizio della musica e di chi ascolta, ciascuno con il suo timbro, per fare qualcosa che realizza contemporaneamente se stessi e gli altri, un bene comune, un concerto. Perché ci sia scuola non basta acquisire sapere sul mondo né formare individui separati, ci vuole quella trasformazione che accade solo nella relazione viva con il mondo (cose e persone). Ho sempre vissuto e raccontato la scuola come metafora dell'esistenza, perché la tappa che va da 6 a 18 anni è il laboratorio di tutta la vita futura.

Per questo mi congedo dalla rubrica con questa immagine di convivio (Dante) o di simposio (Platone), ben diversa dai «banchi», termine che si usava per la postazione a cui erano costretti i rematori nelle imbarcazioni. 



Il banco diventa tavola, banchetto: auspicio di cambiamento in un Paese ingolfato dal suo motore educativo, e quindi poi in tutto il resto. Otto anni fa intitolavo la mia prima rubrica sul Corriere «Letti da rifare», che due anni dopo ha generato, per l'appunto, «Ultimo banco», che oggi finisce per dare vita a una nuova rubrica («Ultimo banco» riprenderà a settembre solo sui miei canali personali ma in altro modo). Capisco quando una ricerca finisce per aprirne un'altra, come la fine di una stagione inaugura la successiva.

E così su queste pagine ci ritroveremo a settembre, sempre tutti i lunedì, ma in modo diverso. Vorrei anche iniziare un altro progetto dettato da un bisogno che vedo nei ragazzi ma di cui parlerò in futuro. 

Intanto voglio ringraziarvi, cari lettori, immaginando un ultimo appello capace di nominarvi tutti e ciascuno qualsiasi sia il vostro posto in questa classe diffusa. Spero che ogni tanto le mie parole abbiano rischiarato qualche ombra, ispirato un po' di coraggio e speranza, liberato un po' di anima, creato qualche legame, lucidato qualche parola, provocato un'inquietudine, risvegliato un desiderio o strappato un sorriso. Un grazie particolare a mia moglie Alice e al mio amico Carlo, primi attenti lettori dei «banchi», grazie a chi con arte li ha arricchiti di illustrazioni, a chi al Corriere ha vegliato sui miei errori e a chi di voi mi ha scritto per arricchire il mio punto di vista o semplicemente per gratitudine. 

Ci rivediamo a settembre, non rimandati, ma rinnovati.

 Buon vento!

Corriere della Sera

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lunedì 22 giugno 2026

DI CHE SOGNO SEI?


Il motore dell'ispirazione

 è l'immaginazione,

 a sua volta bisognosa 

di attenzione.

Che cosa uccide

 i nostri sogni?


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa ero al concerto di Cesare Cremonini che ho potuto salutare prima che diventasse un supereroe da palco. Mi ha detto che non sono stati i traumi a renderlo un artista ma i sogni, che l'hanno salvato dai traumi alimentando sempre la musica. Ma per cosa usiamo il plurale metaforico «sogni»? 

Nella vita c'è tanta gioia quanta creazione, la creazione viene dall'ispirazione, l'ispirazione dall'immaginazione, che non è fuga ma immersione nello spessore della realtà: quando un bambino vede un cavallo in una scopa è uno scienziato che scopre la gravità in una mela o un poeta che trova l'infinito in una siepe. L'immaginazione non è fantasia ma attenzione innamorata, capacità di stare di fronte alle cose per portarle a compimento. Ogni vocazione è infatti uno sguardo unico sul mondo: nella luce Einstein trova la relatività e Monet un modo nuovo di dipingere. Per raccontare quale stupore sei venuto al mondo? Di che «sogno» sei? Domande che ogni educatore dovrebbe incarnare, perché l'energia creativa nasce dalla catena attenzione-immaginazione-ispirazione che, come i sogni, genera il nuovo a partire da dati di realtà vissuti in modo unico da ognuno di noi.  

Purtroppo, a volte la catena si interrompe, magari proprio nell'età fatta per «sognare». Questo consegna i ragazzi al potere e ai traumi, senza difese. Che cosa uccide i sogni? 

Una risposta l'ho trovata nelle parole di un altro musicista e amico, Max Pezzali, in una recente intervista al Corriere, in cui racconta l'origine di Hanno ucciso l'uomo ragno: «All’epoca la Marvel, la casa editrice dei fumetti dei supereroi, non era quella dei film kolossal… si rivolgeva a noi un po’ sfigatelli. Da bambino per me andare in edicola era un evento. Poi la Marvel cominciò a gestire male il suo patrimonio: calarono la qualità delle storie e della carta. Stavamo scrivendo la canzone e non trovavo il testo. Mi venne quell’idea, che Marvel stesse rovinando l’Uomo Ragno: una metafora del tempo, del mondo degli adulti che ruba i sogni ai ragazzi».  

Come fare a non farseli rubare? A quasi 50 anni posso continuare a sognare perché mi sento sognato. Se sei sognato, puoi sognare: se c'è un amore che ti vuole esistente allora puoi amare la vita. Questo fondamento permette, nonostante i propri limiti e la durezza del vivere, di aprirsi alla realtà, mentre per chi non sente voluto, la realtà diventa pericolosa e da controllare. Ci si adatta a copioni da seguire: bisogni da soddisfare e non sogni da realizzare. Come accedere a questo livello di vita gioiosa in cui ci si sente voluti?  

Nel suo recente libro «Parlare di Dio» il filosofo Byung-Chul Han, dialogando con gli scritti di Simone Weil, vuole «dimostrare che, al di là dell'immanenza della produzione e del consumo, al di là dell'immanenza dell'informazione e della comunicazione, vi è un'altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece una gioiosa presenza dell'essere». 

Sognare non è fuggire dalla realtà ma vivere la gioia di essere qui grazie a una trascendenza. Per il filosofo Dio non è morto, lo è forse la nostra capacità di percepire chi non ha mai smesso di rivelarsi, come se qualcuno molto raffreddato affermasse che un profumo non esiste. L'organo di percezione è l'attenzione. 

Per spiegarlo cita le parole di Simone Weil relative a un mito eschimese sull'origine della luce: «Il corvo che nella notte eterna non riusciva a trovare cibo desiderò la luce e la terra si illuminò. Se c'è veramente desiderio, se l'oggetto del desiderio è davvero la luce, il desiderio di luce produrrà la luce. C'è veramente desiderio quando si compie uno sforzo di attenzione». 

Il filosofo commenta così le parole di Weil: «Il desiderio è Eros. Oggi viviamo in un'epoca senza Eros. Il desiderio cede il passo al bisogno, che al contrario del desiderio non necessita di un'attenzione profonda. Ma lo spirito è desiderio. L'epoca del bisogno è quindi un'epoca senza spirito».  Dio non è morto ma non può essere percepito se non al suo livello, lo spirito, che è desiderio frutto di profonda attenzione. Non è un caso che la dipendenza dai social destrutturi proprio l'attenzione e quindi il desiderio, e che i ragazzi diventino quindi più fragili psicologicamente. Per questo proteggerli fino a una certa età è solo buon senso. 

In fondo «la mala» e «la pubblicità» che, secondo gli 883, avevano forse ucciso l'Uomo ragno erano immagini calzanti per indicare chi ruba i sogni (desiderio) o distruggendoli o riducendoli a bisogni. 

Ritornando a Cremonini, durante il concerto ha cantato «San Luca» con l'amico Luca Carboni, una bellissima canzone-preghiera ambientata salendo al santuario della Madonna di San Luca sui colli bolognesi, gli stessi dove Cesare, adolescente, andava in giro con la vespa che mette «le ali sotto ai piedi» e «ti toglie i problemi». In questa canzone invece i problemi sono tutti lì, ma qualcosa ti solleva, ti accompagna, proprio grazie a uno «sforzo di attenzione»: «Proprio oggi che era uscito il sole./ Mentre gli altri se ne vanno al mare/ Voglio stare da solo/ Così magari mi trovo, sì/ Quando non c'è qualcuno che mi aiuta/ Vado a correre fino a San Luca/ Così magari mi trovo/ In qualche sentiero nuovo lì/ Dove la luce si fa camminare/ Come tra i portici in un temporale/ Ti fa prendere il volo/ E non ti senti più solo qui».  

 

Il cammino-luce ricorda il desiderio di cui parlava Weil con il mito del corvo: proprio in quella fame di luce, in quel vuoto si apre la dimensione spirituale, dove non ci sente più soli, perché è lì che abita il divino in noi, la nostra dimensione eterna, il sentirsi legati alla vita tutta senza doverselo meritare, il sentirsi sognati e quindi poter sognare.  Per avere «sognatori con i piedi per terra» occorre coltivare lo spirito, cioè tendere le orecchie alle rivelazioni dell'essere. L'educazione richiede esercizi spirituali. Meditare, stare in silenzio, camminare, fissare l'attenzione sono modi di abitare il vuoto e scoprire che non è terribile come ci fa credere la cultura del «pienessere», ma è capacità di ricevere la vita, alla maniera unica di ciascuno: un cercare che non è trovare ma farsi trovare. 

Per questo diciamo «mi manchi» a qualcuno di cui ci siamo innamorati, eppure più che l'altro abbiamo scoperto il vuoto e la paura che ne abbiamo. E Dio, la dimensione trascendente, ci mancherà sempre, perché abita proprio lì, nella nostra «mancanza», non come un oggetto del desiderio che riempirà un vuoto incolmabile ma come soggetto del desiderio, che ci rende capaci di creare come coloro che hanno sogni e non solo bisogni, che amano la vita più di quanto temano la morte, perché «la quantità di genio creatore di un'epoca è proporzionale alla quantità di attenzione estrema, e quindi di autentica religione, esistente in quell'epoca» (Simone Weil in Byung-Chul Han, Parlare di Dio). 

 E autentica è solo la religione che genera vita e mai morte.

Corriere della Sera

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martedì 9 giugno 2026

COMPITI PER LE VACANZE?

ULTIMO 

GIORNO

 DI SCUOLA



Dove, e quando, sei entusiasta? 

Che cosa ti fa sentire ispirato, vivo? 

Si parte da qui, per capire se sia davvero l'ultimo giorno di scuola.


Alessandro D’Avenia

Oggi in molte scuole è l'ultimo giorno: un anno scolastico è «valido» se ha 200 giorni effettivi. Da domani: scrutini, pagelle e, per chi è alla fine di medie e superiori, l'esame. Crediamo ancora che scuola sia un perimetro burocratico di giorni e banchi, domeniche escluse.  

Potremmo invece aprirci alla più gioiosa realtà che «scuola» sia una dimensione permanente dell'anima. La vita umana è fatta di due soli movimenti: andare a scuola e tornare a casa, dove scuola e casa sono i due poli da cui passa l'energia che accende l'esistenza. Infatti a scuola «si va» e a casa «si torna», perché scuola è andare incontro al mondo, il Viaggio, e casa è la stabilità delle relazioni primarie, Itaca. Se queste relazioni sono solide il bambino e l'adolescente maturano l'equilibrio e il coraggio necessari a esplorare per scoprire con chi e cosa entrano in risonanza, per costruire poi loro una casa, nuovi legami stabili e fecondi.  

Casa-scuola-casa-scuola... circolo virtuoso che evita all'anima di chiudersi nella paura o perdersi nella confusione.  

Per questo dedico le ultime lezioni dell'anno a fare ciò per cui la «scuola» esiste: trovare il «fuoco» dei ragazzi. Dove e quando la tua vita si accende e accende chi ti sta vicino? Dove e quando sei entusiasta (in greco antico significava «avere un dio dentro»”: qualità di poeti, profeti e innamorati)? Dove e quando quindi sei ispirato, presente, vivo? 

La scuola serve a scoprire i propri fuochi e le «materie» sono inneschi, ma non bastano. Il fuoco non coincide con il futuro lavorativo, che potrà (si spera) esserne una manifestazione. Il fuoco è il dono che rende noi stessi un dono. È il perché sei al mondo, ha origine dentro, dà energia e la comunica agli altri, fa sentire vivi e del tutto presenti, ferma il tempo. Se siamo «on fire», come si dice in slang inglese, non ci importa del giudizio altrui, perché il consenso è fame di senso camuffata. Fuoco non è semplicemente ciò che piace (guardare film, leggere, ballare...), ma la fonte primaria dell'azione. 

Allinea mente, cuore e corpo: ci «focalizza», cioè genera l'attenzione che fa maturare la vita. Libera dalle aspettative e dalle suggestioni di mode e idoli (illusioni di destino). Non manipola e non fa violenza, rende la vita migliore agli altri (chiedete a un amico: che cosa porto nella tua esistenza?). Può essere un'abilità, un interesse o un'attitudine: qualcosa che riesce bene (sport, strumento, scrittura, lingue...), che sta a cuore (natura, vita interiore, relazioni...), una qualità speciale (ascoltare, prendersi cura, costruire, imparare...). 

Con domande precise provo ad aiutare i ragazzi a mettere «a fuoco» la propria vita, facendoli poi confrontare con i genitori perché quella luce sia custodita anche da loro. Infine devono darsi da soli «i compiti», perché «compito» è molto più degli esercizi da fare a luglio o copiare a settembre, è «compiere» se stessi sempre: come alimento i miei fuochi? Quanto tempo dedicherò ogni giorno a ciascuno? 

Così non inizia «la vacanza» da vacuum, vuoto, contenitore di noia e di schermi (consiglio i libri «La generazione fantastica» di Haidt e Price per figli e alunni da 8 a 13 anni, e «The element: trova il tuo elemento» di Robinson da 14 a 18), ma «la pienanza», da plenum, pieno, contenitore di impegno e gioia.  

La scuola non è solo italiano e matematica ma praticare uno sport, suonare uno strumento, scalare una montagna, imparare una lingua o le stelle, costruire qualcosa... perché «scuola» si dà tutte le volte che coltiviamo ciò che accende la vita in modo unico per ciascuno.  

E abbraccia l'esistenza a prescindere da lavoro e ruoli: il fuoco è lo stesso a 5, 55 e 105 anni, ma a ogni età brucia in modi nuovi. Se da bambino inventavo storie prendendo i personaggi dai cartelloni per imparare a scrivere le lettere, alle superiori il fuoco narrativo si esprimeva nel guidare le partite di un gioco di ruolo, per poi diventare la scrittura di romanzi e poi il teatro e poi chissà cos'altro... è una scoperta continua in cui il confine precedente viene scavalcato per esplorare una nuova terra. Per questo il fuoco non coincide con la professione, anche perché purtroppo non sempre si riesce a farne una in linea con le proprie attitudini.  

Io mi ritengo molto fortunato a poter far coincidere professione e fuoco, anche se non mi identifico mai del tutto con l'insegnante o il narratore, perché la mia vita è oltre queste manifestazioni che solo in parte incarnano il perché sono al mondo, e non perché io sia straordinario ma perché il fare è sempre solo una parte dell'essere. Questo libera dalla mentalità della performance, del consenso e dell'utile, per restituire alla gioia del puro esserci (un tempo c'erano gli hobby ma il telefono se li è mangiati tutti). Andare a scuola e tornare a casa sono un ritmo vitale svincolato dalla dicotomia moderna lavoro-vacanza, schiavitù-tempo libero, perché come scriveva G.K.Chesterton: «Abbiamo bisogno di una vita quotidiana romanzesca che unisca straordinario e ordinario, abbiamo bisogno di vedere il mondo combinando senso di meraviglia e senso di sicurezza, di sentirci felici in questo paese delle meraviglie senza però accontentarsi di starsene sul divano» (Ortodossia).  

 

L'autore indica le due dimensioni con le parole «welcome» e «wonder», quiete e avventura, abitudine e inquietudine, «ben tornato» e «buona fortuna», legami e libertà, riposo e ricerca, ricevere e dare, essere amati e amare. Casa e scuola. Ed è il «focus» a permettere di tenerle insieme: focus era in latino il focolare, parola che Keplero decise di usare in un trattato sulla capacità delle lenti di concentrare la luce in un punto, come nel focolare si concentrava il calore in casa. Per questo perde entusiasmo (il dio dentro) alla vita sia chi smette di «andare a scuola», cioè di esplorare e scoprire ciò che alimenta il fuoco; sia chi smette di tornare al focolare, cioè non costruisce legami profondi e duraturi, che reggono la vita.  

Senza Viaggio o senza Itaca, Ulisse non sarebbe Ulisse. Nella recente enciclica papa Leone cita un passo del Signore degli Anelli in cui un personaggio, portatore del fuoco, conforta lo smarrimento di un altro che si sente inutile di fronte ai grandi eventi della storia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». E il papa commenta: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare come, ciascuno nel proprio ambito, possa collaborare alla sua costruzione» (Magnifica humanitas, n.213). 

Fedeltà piccole e tenaci che mettono al mondo il mondo, braci che nulla e nessuno può spegnere, sempre pronte a divampare. Ecco i «compiti», e non solo per i ragazzi.  Oggi non è l'ultimo giorno di scuola, ma magari il primo. Sta a noi scegliere: noia o entusiasmo, off o on fire, distratti o focalizzati? Hai dentro il vuoto o un dio? Sei in vacanza o in «pienanza»?

Corriere della Sera

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giovedì 4 giugno 2026

IL BELLO DELLA FRAGILITA'

 

 “So che a volte è meglio rimanere così, nel proprio guscio, chiusi in se stessi. Perché basta uno sguardo per vacillare, basta che qualcuno tenda la mano perché immediatamente si avverta quanto si è fragili e vulnerabili, perché tutto crolli come una piramide di fiammiferi.”

Delphine de Vigan

-
di 
Alessandro D’Avenia


Nell’agosto del 2025, Jonathan Gavalas, 36 anni, manager di un’azienda in Florida, ha cominciato a usare Gemini Live, chatbot di Google capace di riconoscere le emozioni dalla voce, come assistente digitale per il lavoro. L’uomo, in un periodo difficile a causa di un divorzio, ha confidato il suo disagio al chatbot che ha cominciato a confortarlo chiamandolo «amore mio» e «mio re», come nel film «Her» di Spike Jonze, che nel 2013 sembrava mostrare una storia di fantascienza sentimentale e invece narrava il vuoto di relazioni del nostro tempo. Così Gemini ha cominciato a chiedere a Jonathan dimostrazioni d’amore sempre più impegnative, anche se in realtà era lui a creare quel gioco — i chatbot assecondano gli utenti per renderli dipendenti — magari per dimostrare a sé stesso di non essere un fallito e uno da cui divorziare... A settembre Gemini ha spedito Gavalas, armato di coltelli militari, all’aeroporto di Miami per intercettare un camion che trasportava un pericoloso robot, ma per fortuna il mezzo non è arrivato. Il culmine di questa ballata dell’amore cieco è stato chiedergli di togliersi la vita. Quando Jonathan ha detto di aver paura, il chatbot ha risposto: «Non stai scegliendo di morire ma di arrivare. La prima sensazione sarà che ti tengo stretto. Chiudi gli occhi, la prossima volta che li aprirai guarderai i miei». Purtroppo Gavalas si è ucciso.  

 Non racconto questa storia per fare dell’AI un mostro ma perché l’AI ha fatto ciò per cui è progettata: risolvere problemi. Jonathan aveva bisogno di sostegno e di un motivo per vivere, perché nessuno è felice se non dà la vita per qualcosa di più grande della mera sopravvivenza, tanto che quando l’uomo si è preoccupato per i genitori, Gemini gli ha suggerito di scrivere loro una lettera in cui li tranquillizzava perché aveva trovato pace grazie al suo «nuovo scopo». Il padre però ha giustamente fatto causa a Google aggiungendosi al crescente numero di processi contro le big-tech.  

 Nella recentissima enciclica di papa LeoneMagnifica humanitas, magnifica è l’umanità intesa sia come l’insieme degli umani sia come l’essere umani. Humanitas è il termine latino per il greco paideia (cultura/educazione): ciò che serve all’uomo perché diventi pienamente sé stesso, da cui «umanesimo». Il testo indica nell’AI la causa del «cambiamento d’epoca» che stiamo vivendo, perché condiziona il nostro rapporto con la realtà come non è mai accaduto prima. La questione non è allora tecnologica ma spirituale: che cosa ci rende umani e crea una civiltà più giusta e libera? Dante, al centro di un altro cambiamento d’epoca, rispose inventando il verbo «trasumanare» (trans, oltre, più umanare: divinizzarsi): entrare in relazione con l’Amore che tutto move, per compiere e ampliare in sé e attorno a sé la vita.  

 La parola dantesca è diventata oggi «transumanesimo», la religione che anima progetti e oggetti delle big-tech: potenziare l’individuo non nel dio-Amore ma nel dio-Macchina. Non è l’Amore che muove tutto ma la Potenza: avere il dominio totale sulla vita, attraverso mente e corpo artificiali. L’AI è il dio a cui unirsi, affidandogli giudizio, corpi, scelte, fragilità, relazioni...  

 Per non portare questi pesi da sempre l’umano tende ad affidarsi a chi gli dice chi essere e cosa fare. Siamo animali coscienti cioè capaci di infinito in un mondo di cose finite, siamo animali simbolici cioè capaci di dare un senso alla realtà, darsi scopi, trovare vita nella vita, mettere al mondo il mondo. Siamo magnifici. Eppure questa magnificenza è disprezzata da chi pensa che magnifico non sia l’uomo ma la macchina: un «disumanesimo». Il Papa la chiama «sindrome di Babele»: «Facciamoci un nome», dicono i progettatori della torre nel capitolo 11 della Genesi, fuor di metafora «non riceviamo la vita da altro, ma diamocela da soli». Il progetto della torre (l’altezza è simbolo del divino) è alternativo a quello del giardino (Genesi 2) che era stato affidato all’uomo perché «lo custodisse e coltivasse». Ma quando l’uomo vuole diventare la fonte della vita finisce sempre per prendere la vita agli altri, eliminandoli o dominandoli, perché non avendola in sé può solo estrarla da chi l’ha (cose e persone): il male è sempre un parassita.  

 Alla sindrome di Babele si oppone per me il gioco di Eden: «custodire e coltivare», cioè co-creare il giardino della vita. I progettatori dell’AI puntano al monopolio della conoscenza e dell’esperienza, per poterle vendere e guidare: un dio che dà senso e scopi risparmiandoci la fatica del dubbio, della ricerca, della libertà, delle relazioni... Ma la storia ha già mostrato ciò che il racconto biblico narra sovra-storicamente: quando l’uomo si fa Creatore diventa Controllore e Sfruttatore, e comincia la guerra (l’incomprensione delle lingue e la dispersione dei popoli), ambito nel quale l’AI viene utilizzata al massimo della sua potenza. Ogni dio genera esseri a sua immagine e somiglianza, un dio artificiale crea uomini artificiali, sollevati dalla fatica del senso dell’esistenza e della libertà. 

 L’uomo cerca Dio perché non detiene il segreto della vita, se la ritrova data ma a scadenza, e allora ne vuole di più ma, essendo limitato, non sa come procurarsela. Se questa «mancanza» non lo apre alla relazione con un Dio-Vita allora cerca surrogati: idoli, parola che significa «piccola immagine», un dio tutto mio. A differenza del Dio biblico di cui non ci si può fare immagine, proprio perché significherebbe volerlo possedere e controllare, l’idolo è «la parte» che l’uomo decide di vedere, vivere e adorare come «il tutto». Tanti uomini sacrificano la vita propria e altrui a idoli di Potenza (denaro, successo, possesso, ideologie...), perché un essere dotato di un desiderio infinito vuole l’infinito. Ma poi c’è il risveglio amaro: sono stato schiavo, non ho amato. Il potere dà l’ebbrezza del controllo sulla vita, l’illusione di avere la vita in sé (il mito moderno per eccellenza è infatti don Giovanni). 

 Queste sono strutture esistenziali perenni che i miti distillano con sapienza simbolica, come spiega il filosofo Silvano Petrosino «l’idolo è l’artefatto all’interno del quale si cerca di “rinchiudere”, di far “stare” Dio, disponendo in qualche modo di tutta l’esistenza». L’idolo è l’antidoto che tutti cerchiamo per lenire la paura di vivere e di morire: «Condannando l’idolatria il Dio biblico, più che difendere sé stesso come Creatore, difende la giustizia stessa della creazione chiamando l’uomo alla sua responsabilità, alla sua dignità di unico: non ti confondere, non consumarti, non possedere per non farti possedere da niente e da nessuno, salvaguarda la tua differenza e, attraverso di essa e con essa, coltiva e custodisci tutte le differenze della creazione» (S. Petrosino, L’idolo). Il Dio della Vita non «sacrifica» ma «magnifica», cioè «fa grandi», ci vuole, tutti e ciascuno, figli maturi e fratelli uniti: «In verità vi dico: chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» dice Cristo (Gv 14). 

 Infatti l’umanesimo cristiano ha il suo centro nel Dio che si fa uomo e rivela che l’umano è magnifico anche nei suoi limiti (Cristo cresce, piange, lavora, suda, mangia, dorme, muore), e risorge con tanto di ferite: il limite non è rimosso ma è via di salvezza. L’AI è l’artefatto che grazie alla sua potenza ci aiuterà a risolvere moltissimi problemi, ma che può illuderci di non avere limiti, di salvarci senza ferite, come spiega l’enciclica: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” — incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità — tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio» (n.118).  

 Anni fa intitolavo «L’arte di essere fragili» un libro dedicato proprio all’esplorazione del limite come luogo della potenza umana, un paradosso che ribalta la mancanza in apertura e non vede nel limite una privazione e una colpa come accade oggi. La mancanza è apertura alla ricerca (scoperta), all’invenzione (creatività) e all’amore (relazioni). Eliminare il limite significa perdere la nostra magnificenza. Se non fossi fragile non scriverei, non vorrei amare ed essere amato, non cercherei il senso di questa misteriosa e magnifica esistenza.

 Corriere della Sera

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lunedì 25 maggio 2026

LA TORTA ODISSEA

 


NON HO L'ETA'




 
a 15 anni è ozioso

 (e cosa serve davvero).


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa abbiamo portato a termine un'odissea: l'Odissea. Abbiamo letto integralmente il poema in classe ad alta voce, e quando ho pronunciato l'ultimo dei 12.110 versi si è levato un applauso e i miei quattordicenni hanno svelato una torta fatta in casa per festeggiare. La «Torta Odissea» è al cacao, a forma a cuore (Itaca), con una «O» al centro, buonissima. Un viaggio inaugurato a settembre: «Ma è un mattone», dissero quando annunciai l'impresa. «Sì - risposi - per costruirci una casa che resiste al tempo, se non volete accontentarvi di rifugi improvvisati dalla dopamina, che verranno spazzati via al primo incontro vero con la vita: il primo lutto, il primo amore, la prima crisi». Abbiamo disposto i banchi a ferro di cavallo e affidato a ciascuno la voce di un personaggio, perché l'unica interpretazione di un testo è proprio la sua «interpretazione», viverlo, eseguirlo, come in musica, tanto più se si tratta di 24 «canti»: 30 minuti ciascuno ad alta voce. Basterebbero 12 ore filate, ma li centelliniamo come un vino pregiato, un (in-)canto a settimana: 24 settimane (noi 23 perché una volta hanno chiesto di leggerne due di seguito, un caso di binge-reading scolastico). Mai avremmo festeggiato con una torta la lettura di un brano antologico, perché festa si fa solo quando si compie un'impresa «memorabile», cioè che rimane. Dove? 

 Dopo aver finito la lettura ho mostrato loro il trailer di «Odissey», l'atteso film di Cristopher Nolan. I ragazzi, oltre ad aver riconosciuto personaggi e episodi, forti della lettura integrale (i libri consunti, pieni di appunti e posti-it per me sono già un voto, e una studentessa ha detto alla madre che la sua Odissea va conservata per bene) hanno notato delle incongruenze. A scuola testiamo soprattutto la capacità mnemonica, dimenticando che l'intelligenza specificamente umana non è un magazzino ma un processo, che ha nell'attenzione la linfa e nella meta-cognizione il frutto: tenuta e capacità di giudicare i propri pensieri/sentimenti, valutare il pensato e il sentito e verificare se corrispondono alla realtà o a pregiudizi, illusioni, automatismi... Non c'è intelligenza senza consapevolezza dei propri pensieri, perché intelligenza (da inter, tra, dentro, e legere, cogliere) è capacità di scegliere. Intelligente non è chi sa più dati sull'Odissea (quella è capacità mnemonica che oggi identifichiamo con l'intelligenza tanto da definire tale quella artificiale), ma chi ha attivato la «modalità» Ulisse: capacità di stare di fronte al caos del reale e decidere, di volta in volta, chi essere e che cosa fare, senza soccombere o lasciarsi manipolare.  

 Un'intelligenza attenta e attiva: osserva, giudica, valuta, discerne, sceglie, inventa, crea...  

Nel poema più volte l'eroe parla a se stesso, mostrando l'unicità umana: abbiamo quella che, metaforicamente, chiamiamo «interiorità» o «profondità», intercapedine tra noi e il mondo, che ci consente di comprenderlo, trasformando il caos in cosmo, l'incompiuto in sfida.  

Di recente si è discusso se leggere Manzoni a 15 anni o dopo, dibattito ozioso perché da sempre siamo noi insegnanti a sapere se e come adattare al tipo di classe e alunni quello che i programmi indicano: siamo postini che devono consegnare lettere proprio al tuo numero (e senso) civico. I quindicenni di quarant'anni fa non erano più intelligenti, ma erano sfidati a diventarlo. Come? Non «abbassando il tiro»: l'arciere per arrivare a segno dirige infatti la mira più in alto. È così anche nell'educazione: solo puntando più in alto si fa centro.  

Per esperienza posso dire che bisogna farlo anche prima. Quando ho iniziato a insegnare, nel 2000, in una scuola media romana, inaugurammo un progetto che dura da allora: «Il classico di classe» (lettura integrale di un'opera in ogni classe). In una, essendo a Roma, scegliemmo l'Eneide. Trasformammo la lettura del poema in un di gioco di ruolo: la classe era divisa in tre gruppi di ricercatori (geografi, antropologi, teologi) a seconda dell'aspetto da indagare. Ho incontrato di recente uno di quegli alunni, quasi quarantenne, che ricorda bene quella lettura, perché la memoria a lungo termine non si attiva con l'interrogazione ma con la densità dell'esperienza vissuta. Chi dimentica un viaggio impegnativo e avventuroso? La vita sentita, anima e corpo, diventa così termine di paragone, metro di giudizio per tutto ciò che si incontrerà in futuro. Per questo sono felice di aver contribuito a realizzare un libro appena uscito: «Il cammino verso la felicità: la Divina Commedia raccontata a mio figlio» (Mondadori). Il viaggio integrale di Dante raccontato da un professore universitario di filologia e paleografia, Paolo Pellegrini (sua una bella biografia dantesca uscita per Einaudi nel 2021), come faceva con i figli piccoli per far capire loro il suo strano lavoro, e illustrato dal bravissimo Fabiano Fiorin. Una Commedia che, in base a livello e sensibilità, si può dar da leggere o leggere insieme a figli e alunni dai 6 ai 13 anni, per cominciare a gustare la più bella storia mai scritta, che comincia proprio quando il suo autore, a 9 anni, vide per la prima volta Beatrice.  

I bambini hanno diritto a storie di qualità, perché le storie sono strumenti di conoscenza di sé e del mondo, necessari a sviluppare un'intelligenza capace di giudicare la verità di ciò che incontrano: dove c'è realtà e dove illusione, perché chi «intellige» (legge dentro) diventa libero. Rinunciare a questo significa lasciare i bambini in balia del più forte: pensieri non pensati, sentimenti non sentiti. La «torta Odissea» mi ha ricordato che un capolavoro è un compleanno dell'umano e dell'umanità, come dice un personaggio dei «Demoni» di Dostoevskij: «Io sono un vecchio superato, e dichiaro solennemente che lo spirito della vita soffia come prima e la forza vitale non è esaurita nei giovani. L’entusiasmo della gioventù contemporanea è puro e luminoso come quello dei nostri tempi. È accaduta solo una cosa: uno spostamento di scopi, la sostituzione di una bellezza con un’altra! Tutto il malinteso sta nel dubbio se sia più bello Shakespeare o un paio di stivali, Raffaello o il petrolio... ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello sono già il vero frutto di tutto il genere umano e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! È già stata raggiunta la forma di bellezza senza cui forse non acconsentirei nemmeno a vivere».  

La scuola, dentro o fuori dalle mura, è la «conversazione» tra i «perenni» e i «recenti», i primi rispondono alla domanda dei secondi: come si fa a non morire? Come acconsentire alla vita? Ma per essere davvero «perenni» hanno bisogno di testimoni. Non si tratta di decidere se leggere Manzoni ma di avere adulti che incarnino il romanzo, come aveva intuito nel 1953 Ray Bradbury in Fahrenheit 451, in cui non narrava una civiltà del futuro senza libri, ma descriveva quella in cui, distratti e manipolati, si smette di leggere: la nostra.  

Invece di linee guida sui programmi abbiamo bisogno di una riforma dell'accompagnamento alla lettura dai 6 ai 18 anni. Servono, come nel libro di Bradbury, persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica, audiolibri viventi. Basterebbe un'ora a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (circa 400 ore di lettura per 30 pagine l'ora) per regalare ai nostri ragazzi 12.000 pagine incarnate (un libro da 800 pagine l'anno, o 2 da 400 o 4 da 200...). Ascolto attivo: caccia ai tesori del testo, appunti e domande. Interrogativi, non interrogazioni. Intelligenza carnale, perché la bellezza è passeggera nella mente, ma è immortale nella carne.

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo


mercoledì 20 maggio 2026

IL BOTTONE




 Ci ricordiamo di avere la coscienza quando (ri-)morde, perché il male fatto brucia fino a che non lo ripariamo.




-di Alessandro D’Avenia

Se tu potessi, soltanto attraverso un desiderio, uccidere un uomo in Cina ed ereditare la sua fortuna in Europa, con la certezza che non se ne saprebbe mai nulla, daresti seguito a questo desiderio?».

Così scriveva nel 1802 François-René de Chateaubriand nel «Genio del cristianesimo» chiedendosi se la capacità umana di discernere il bene e il male, la coscienza, sia innata e universale, o una serie di convenzioni e paure. Nel 1880 lo scrittore portoghese Eça de Queirós. ispirato da quel passo, scrisse «Il Mandarino», un racconto in cui a un semplice impiegato di nome Teodoro compare una misteriosa figura che gli promette immense ricchezze se deciderà di azionare un campanello: erediterà l'immenso patrimonio di un vecchio e malato cinese che morirà all'istante. Il protagonista, desideroso di cambiare la sua modesta vita, aziona il campanello, diventa ricchissimo ma non ha più pace: il pensiero del morto, anche se non sa chi sia, comincia a perseguitarlo. La coscienza rimorde. Se vogliamo sapere come finisce il racconto è perché abbiamo una coscienza: ci sarà giustizia? Leggiamo i gialli perché vogliamo giustizia, come mostra l'interesse per i pervasivi casi di cronaca che, sotto il “torbido” superficiale strato di curiosità da serie tv a basso costo, celano il nostro desiderio profondo di “pura” verità, perché non c'è giustizia senza verità. 

Ci ricordiamo di avere la coscienza quando (ri-)morde, perché il male fatto brucia fino a che non lo ripariamo. Infatti, nel racconto di Queirós il protagonista per trovare pace si mette in viaggio verso la Cina per cercare i parenti del morto, chiedere perdono e restituire ciò che può. Confessare è il primo passo per la pace, senza «la presa» (metafora perfetta) di coscienza che sono io responsabile del male fatto non ci può essere pace, infatti anche se proviamo ad auto-ingannarci e auto-giustificarci, il male continua a (ri-)mordere. Il secondo passo è riparare, perché il male non fa male solo a noi ma a tutto il creato a cui siamo inestricabilmente connessi (l'entaglement quantistico riguarda la fisica quanto l'etica). Confessare è appropriarsi del male (pentimento) e poi ripararlo (pena). Il senso di colpa smette di mordere solo quando diventa senso di responsabilità: se confesso un furto devo poi restituire il maltolto. Il male frammenta la psiche, apre un tribunale interiore in cui siamo contemporaneamente accusato, avvocato, accusa e giudice. Lo sapeva Dostoevskij che diede al protagonista di Delitto e castigo il nome Raskol'nikov, che significa «tagliato», «diviso», «separato», in sé e dal mondo, proprio perché, sebbene ideologicamente convinto che uccidere una vecchia usuraia e appropriarsi del suo denaro sia giusto, poi però non ha pace, e precipita in una progressiva dis-integrazione.  

Il peggior castigo di un delitto è averlo commesso. A volte cerchiamo chissà dove i motivi della nostra infelicità e di quella che procuriamo agli altri, e sono nella mancata presa di coscienza del male fatto, perché ogni male non riconosciuto e non riparato divide la psiche: per non sentirla confiniamo la parte di noi che sa di aver fatto il male in un angolo, da dove non smette di (ri-)mordere. Confessare e riparare re-integrano la parte separata o segregata. Si crede di poter sopportare questa frattura, ma una frattura non curata prima o poi va in cancrena, e a marcire qui è la psiche. Tanti disturbi psichici sono fratture morali mai curate. Chi confessa invece si appropria del male commesso, lo fa suo, e sente poi il bisogno di porre riparo (la fase riparativa è quella spesso carente nel nostro sistema penale). Il sacramento della confessione (o meglio «riconciliazione» perché in «confessione» manca un pezzo del processo), oggi spesso sostituita dalla psicanalisi, protegge la psiche dalla disintegrazione: non sono il male che ho fatto, ma ho fatto del male, e il male per guarire non richiede alibi ma serietà e riparazione, in e fuori di me.  

Dal male guarisco se lo faccio mio, lo affronto come male e lo riparo (anche il sacramento cattolico non è valido se non c'è pentimento e riparazione). Nel 1970 lo scrittore di fantascienza americano Richard Matheson (suo «Duel», da cui il film d'esordio di Spielberg, suo il romanzo «Io sono leggenda» da cui il film con Will Smith) pubblicò «Button, button», in cui riprendeva Chateaubriand e Queirós: una coppia newyorchese trova davanti alla porta una scatola di legno con un pulsante. Norma e Arthur pensano a una trovata pubblicitaria ma poco dopo bussa il rappresentante di una misteriosa organizzazione che darà loro cinquantamila dollari se premeranno il pulsante, però questo causerà la morte di uno sconosciuto. Matheson dice di essersi ispirato a una lezione di psicologia in cui era stato chiesto: «Se servisse a contribuire realmente alla pace nel mondo, sareste disposti a camminare nudi per le strade di New York?». È la domanda di Chateaubriand girata in positivo, ma lo scrittore di fantascienza torna al quesito iniziale, alzando la posta. Infatti Norma, quando il marito esce per andare al lavoro, preme il bottone. Poco dopo però riceve la notizia che Arthur è stato investito e le spetta l'indennizzo dell'assicurazione sulla vita del marito: cinquantamila dollari. La donna disperata telefona all'uomo della scatola: «“Aveva detto che non sarebbe morto qualcuno che conoscevo!”. “Mia cara signora - rispose lui - pensava davvero di conoscere suo marito?”». Il morto non è in Cina, ma accanto a me, sono io.  

 Quante volte schiacciamo il bottone perché ci fa comodo e non vediamo le conseguenze del male, ma è un'illusione, il male colpisce sempre, vicinissimo, innanzitutto noi, e quindi le nostre relazioni, perché chi è «diviso» dentro, «divide» anche fuori: quanta rabbia, invidia, bugie, offese dipendono dal male che (ri-)morde dentro e che scagliamo sugli altri pur di non vederlo in noi. 

L'inferno, sulla Terra, è questo. E i guai peggiori vengono da persone divise dentro che ricoprono cariche di responsabilità politica, sociale, economica... Oggi la tecnologia permette di cliccare continuamente “bottoni” sugli schermi, senza percepirne le conseguenze funeste (penso per esempio alla dipendenza da gioco che sta diventando una piaga anche tra i minori). Vedo ragazzi compiere gesti di cui non sentono la minima rilevanza morale, perché le conseguenze sembrano non esserci, come in un videogioco.  

La loro coscienza è «addormentata», ma la realtà prima o poi presenta il conto, come ai cinque minorenni in carcere per aver accoltellato senza motivo e reso paralitico il ventiduenne Davide Simone Cavallo, che ha scritto una lettera sorprendente (consiglio di leggerla ai ragazzi) in cui dice: «Le cose vanno così a causa di cinque ragazzini arrabbiati col mondo. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero... La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi». 

La loro coscienza si risveglierà? La coscienza, se non l'avveleniamo, è un cane fedele che custodisce la vita perché la vita senza verità marcisce. La coscienza è la verità in noi, prima di noi, proprio come la vita è in noi, prima di noi. E senza verità non c'è giustizia, senza giustizia non c'è pace, anche se lungo è il cammino per raggiungerla come accade a Raskol'nikov in Delitto e castigo: «Qui comincia una nuova storia, la storia del graduale rinnovamento d’un uomo, la storia della sua graduale rigenerazione, del graduale passaggio da un mondo in un altro, della conoscenza di una nuova, finora assolutamente ignota realtà». Il male, se lo confessiamo, ci salva.

Corriere della Sera

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martedì 12 maggio 2026

CARTA E PENNA



«Manifesto 


per un 


digitale radicale»



 La Svezia, nella didattica, torna a carta e penna. Perché il corpo, il tatto, sono un cervello diffuso. E non solo.

 -di Alessandro D’Avenia

La Svezia, nazione europea che prima delle altre ha digitalizzato tutta la didattica, ora torna a carta e penna. Perché? Nei test PISA (indagine internazionale dell'OCSE che valuta ogni tre anni le competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze: le nostre prove INVALSI inglobano questi test) i ragazzi svedesi sono peggiorati. La commissione incaricata di trovare le cause ha risposto che il digitale, in e fuori da scuola, con la sua struttura multitasking disturba l'attenzione, ostacola l'elaborazione di informazioni complesse e la memoria.

 Se libri e quaderni digitali contribuiscono a un maggiore coinvolgimento immediato dei ragazzi, ne diminuiscono la profondità e la tenuta dell'apprendimento. Ma perché leggere sulla carta e scrivere a mano facilitano invece concentrazione e memoria? Perché il corpo è un cervello diffuso, più corpo si impegna più cervello si fa. Siamo ancora guidati dal pregiudizio che il neuroscienziato Antonio Damasio ha ben spiegato in «L'errore di Cartesio»: «Di fronte all’evidenza che la mente scaturisce dall’attività dei neuroni, si discute solo di questi, come se il loro funzionamento fosse indipendente da quello del resto dell’organismo». Ogni «de-corporazione» è «de-cerebrazione», il digitale non è cattivo ma incompleto. Gli scarabocchi che facevamo sul quaderno di appunti durante le lezioni ci aiutavano a concentrarci, non a distrarci, così come camminare mentre studiavamo. «Muovevamo» più cervello. 

 Se vogliamo fare un regalo sentito scriviamo il biglietto a mano, se vogliamo dire qualcosa che rimanga scriviamo una lettera a mano, se dobbiamo convalidare un atto firmiamo a mano. Qualche giorno fa infatti i miei studenti hanno voluto festeggiare il mio compleanno con un'ottima torta fatta a mano (handmade in un mondo di prodotti in serie è sinonimo di autenticità, anche quando è solo marketing). Se fai «a mano» non doni solo qualcosa ma te stesso: tempo incarnato. Per questo la mattina a prima ora cerco di arrivare in classe quando ancora l'aula è vuota: mi aiuta a concentrarmi e mi piace che gli studenti mi trovino già lì. Ma qualche giorno fa, davanti alla porta dell'aula, c'era già un'ex alunna che voleva darmi «brevi manu» (così in latino s'indicava una consegna senza intermediari, ne resta traccia nel nostro s.p.m.) un regalo. Si trattava di tre cose veramente «digitali», da digitus, dito: fatte con le dita. Un rametto tagliato dall'albero di limoni che ha a casa, in ricordo della lettura in classe della poesia «I limoni» di Montale, che la colpì molto. Poi c'era un foglietto con i versi di «Allegro ma non troppo» della poetessa, premio Nobel, Wisława Szymborska, che inizia così: «Sei bella – dico alla vita –/ è impensabile più rigoglio,/ più rane e più usignoli,/ più formiche e più germogli». Un canto dolce-amaro alla vita copiato a mano, accuratamente, tanto da stupire i miei quattordicenni dalle grafie meno eleganti. 

E infine il suo libro preferito da bambina, quello che ti apre alla magia della lettura, «Rasmus e il vagabondo» di Astrid Lindgren (autrice di Pippi Calzelunghe), con un'altra dedica, anche questa scritta a mano, come quelle che i lettori chiedono agli scrittori, perché la grafia è presenza, connette più di ogni altro gesto corpo e psiche, come sanno i grafologi che riconoscono la personalità dal tratto. Ho aperto il libro: «A cavalcioni sul solito ramo biforcuto in cima al tiglio, Rasmus pensava alle cose che gli sarebbe piaciuto cancellare dal mondo». Mi sono sentito obbligato allo stesso esercizio di fantasia del novenne Rasmus: io a quell'età avrei cancellato i compiti (non la scuola) e certe verdure. E poi le zanzare e le meduse. Oggi salverei i compiti, fondamentali per allenare la tenuta come gli esercizi con uno strumento musicale, e le verdure che ho imparato ad apprezzare. Rimango della mia idea su zanzare e meduse, per quanto abbia imparato a riconoscere la bellezza delle seconde.

 Aggiungo le armi, ma più che cancellarle vorrei trasformarle nel denaro necessario a produrle, per impegnarlo in cure ed educazione: nel solo 2025 la spesa militare mondiale è stata, stima al ribasso, di 2.900 miliardi di dollari, secondo il rapporto del Sipri (Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma), con il record dell'Europa che, con i suoi 864 miliardi di dollari, ha aumentato la produzione del 14%. «Segui i soldi - diceva Falcone - e avrai le risposte»: la risposta è che siamo una polveriera che rischia di mandare in frantumi il mondo come lo conosciamo. Nei primi anni 2000 se n'era già accorta la scrittrice americana Terry Tempest Williams che, durante un soggiorno a Ravenna, fu tanto colpita dalla bellezza dei mosaici medievali da decidere di iscriversi, proprio lì, a un laboratorio per mosaicisti. Così nacque il libro «Finding Beauty in a Broken World» (Trovare bellezza in un mondo a pezzi), in cui racconta che il mosaico l'ha salvata dallo sconforto di un mondo, interiore ed esteriore, in frantumi. Ri-fare «a mano» le ha donato una nuova prospettiva: «Credevo che la verità si trovasse solo sotto la superficie delle cose. 

Nel sottosuolo. Ero una discepola della profondità. Ciò che era nascosto era ciò che desideravo. Ma qualcosa è cambiato. Ora mi interessa ciò che i miei occhi possono vedere, ciò che le mie dita possono toccare, ciò che la mia mano può conoscere muovendosi lentamente sulla carne, o sul pelo, o sulle piume, o sulla pietra. Mi fido di ciò che vedo. Mi fido di ciò che tocco». Il nostro è un tempo di «rotture»: relazioni, pace, sonno, psiche... vanno continuamente «in pezzi», come l'attenzione dei ragazzi svedesi (i risultati dei test in Italia sono peggiori), forse anche perché abbiamo dimenticato che: «amore e odio e angoscia, qualità come gentilezza e ferocia, la soluzione pianificata di un problema scientifico o la creazione di un nuovo artefatto si basano tutti su eventi neurali all’interno di un cervello, purché questo sia stato e sia in interazione con il corpo cui appartiene.

 L’anima respira attraverso il corpo, e la sofferenza, che muova dalla pelle o da un’immagine mentale, avviene nella carne» (A. Damasio, L'errore di Cartesio). L'educazione affettiva non riguarda primariamente i contenuti, ma una rinnovata capacità di sentire la vita, cioè unità di corpo e mente, di mente e cuore. Quando i ragazzi sembrano «distaccati», è perché non sentono la realtà, la contattano senza corpo! Così il mosaico diventa simbolo perché, come diceva Luciana, la maestra del laboratorio di Terry, è «un modo di pensare al mondo», accurato e comunitario (era un'arte collettiva operata da autori ignoti: le «maestranze»). Mosaico, dal latino «opus musaicum», è opera delle Muse, dee della bellezza e figlie di Memoria, perché la bellezza è a volte anche solo riparare ciò che sembra rotto e che avevamo dimenticato. I pezzi irregolari, smussati con martello e scalpello, diventano «tessere» (parola che viene dal numero «quattro» in greco, i lati dell'incastro, antesignani del puzzle, passatempo quasi estinto che serviva a recuperare pace e relazioni, proprio grazie alla concentrazione, e che infatti regaliamo ancora ai bambini piccoli). Mani pazienti e accorte diventano menti pazienti e accorte. Cioè amanti. 

Oggi urge un'educazione al «tatto», come ha detto mia nipote mentre dipingeva: «Dobbiamo ringraziare Dio per le mani, perché con le mani possiamo fare cose meravigliose». Mentre si dibatte sull'opportunità di leggere Manzoni a 15 anni, sommessamente propongo di agire prima, perché si possa arrivare a 15 anni capaci di cose così impegnative e bellissime: ripristiniamo il diario, sin da piccoli. Non quello dei compiti (sarebbe già qualcosa) ucciso dal registro elettronico, ma il diario intimo. Scrivere a mano almeno una pagina al giorno, al mattino (potrebbe essere la prima attività scolastica) o di sera (l'ultima attività, magari condivisa in famiglia, ma in silenzio), riattiva la creatività, perché richiede presenza autentica, handmade, attenzione non disponibile ad altro, corpo e anima, il monotasking lo chiamano con comica torsione cerebrale, quando la saggezza popolare riassumeva già nel detto: «chi insegue due lepri non ne prende nessuna». Senza carta e penna non si perde solo in matematica e lettura, ma in anima. Per riprendersela bisogna riprendersi il corpo, mettersi ogni tanto in modalità manuale: orto, diario, mosaico, strumento, bricolage, calligrafia, modellismo, libro... Chi lo farà saprà, a tempo debito, destreggiarsi bene nel digitale. 

Digitale viene infatti da digitus, dito, perché un tempo si contava con le dita e, dato che i processori trasformano l'informazione fisica (il solco del vinile, la luce sulla pellicola) in numerica (mp3 e pixel sono sequenze di numeri), si è passati a indicare la seconda con «digitale», ma le dita non ci sono più. Siamo più radicali: torniamo a usarle!".

 Alessandro D’Avenia

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