sabato 30 novembre 2024

ATTESA e SPERANZA


Risollevatevi  
e alzate il capo»


Prima domenica di Avvento

Ger 33,14-16; Sal 24 (25); 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

 Commento di Ester Abbattista*

 Con questa domenica inizia il tempo di Avvento e anche un nuovo anno liturgico, l’anno C, in cui sarà il Vangelo di Luca ad accompagnarci nelle riflessioni domenicali.

Come per domenica scorsa, anche il testo di questa domenica non è tra i più semplici, proprio per il suo stile apocalittico a cui non siamo più così abituati. Lo erano di più i primi lettori del testo evangelico, che coglievano in quelle parole un messaggio di speranza e l’annuncio di un imminente ritorno del Signore: l’arrivo glorioso di un re universale, circondato dalle sue schiere angeliche, che, venuto dal cielo, ristabilisce la giustizia e la pace.

L’attesa di questa venuta, inoltre, proprio secondo il testo di Luca, non è qualcosa di passivo, ma implica una partecipazione attiva: «Risollevatevi e alzate il capo». In questo modo ciò che sembra essere catastrofico in realtà si rivela vitale: la speranza può rinascere perché quello che si sta avvicinando non ha più nulla di spaventoso: «Perché la vostra liberazione si avvicina».

 La salvezza attesa

L’idea è che la salvezza attesa, che la prossima venuta realizzerà in pieno, è una liberazione personale e sociale, il rinnovamento del corpo e dell’anima, la fine di ogni iniquità e oppressione, l’instaurazione della giustizia e della pace e, non in ultimo, il capovolgimento di ogni realtà di male e di morte. E a tutto questo bisogna prepararsi fin da ora: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso».

Se tutto questo poteva essere percepito come un futuro immediato subito dopo la morte e risurrezione di Gesù e nei primi anni di vita del suo movimento – che fin dagli inizi aveva assunto un carattere missionario espandendosi in tutto il Mediterraneo –, con il passare dei decenni, dei secoli, finisce con l’essere percepito molto poco o forse per nulla.

Il cosiddetto ritardo della parusia, cioè del ritorno del Messia glorioso e dell’instaurazione definitiva del regno di Dio, ha avuto un effetto di «declino» sulla dimensione dell’attesa/speranza da parte dei credenti, il cui orizzonte non è più proteso verso il compimento, la definitiva venuta, la pienezza, ma verso il prossimo presente, spesso e volentieri appesantito da uno sguardo rivolto verso il basso, incapace di guardare un «oltre» al di là del proprio confine; che si tratti di un confine relativo alla propria persona o alle proprie categorie di giudizio o, addirittura, alle proprie «verità di fede».

Persino l’Avvento, questo tempo liturgico che dovrebbe ricordare al credente la definitiva venuta del Signore e risvegliare così la dimensione dell’attesa e della vigilanza, si è ormai ridotto, nella convinzione di tanti, a un semplice preludio alla festa del Natale. Un Natale visto non più come il segno storico della prima venuta, di cui far memoria proprio perché fondante l’attesa del compimento e della definitiva venuta, ma come un evento in sé, concluso e, purtroppo, ormai sradicato dal suo contesto storico-religioso, ridotto a mero strumento ideologico o ad appuntamento consumistico.

Alzare lo sguardo

In realtà anche oggi, come in ogni momento della storia, abbiamo bisogno di alzare lo sguardo e di recuperare questa dimensione della vigilanza, proprio perché è questo il respiro vitale che può alimentare la nostra fede e allargare i confini dei nostri orizzonti, dei nostri giudizi e delle nostre scelte, ricevendo e accogliendo quel coraggio di cui abbiamo tanto bisogno.

L’Avvento, dunque, come tempo di speranza e di attesa, è un tempo santo, che ci ricorda l’«oltre» di Dio, che spalanca davanti a noi l’ultimo e definitivo orizzonte non solo della nostra vita e della nostra realtà, ma di tutte le vite e della storia dell’umanità, tutta intera.

Come postilla, una riflessione su queste due parole: attesa e speranza. In ebraico attendere e sperare sono uniti insieme da un’unica radice verbale, proprio perché non si può sperare in qualcosa se allo stesso tempo non la si attende, e non si può attende qualcosa se non si spera che avvenga.

 L’Avvento, allora, ci ricorda proprio questo: la fede è uno sperare/attendere che si basa su una certezza: il Messia, il Salvatore del mondo, è venuto e verrà in pienezza.

 *Biblista, Facoltà Teologica del Triveneto

 Il Regno

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EUROPA LIQUIDA


 Buona o brutta giornata 

per l’Europa?

 

-         di Giuseppe Savagnone*

-          

Tutti giornali hanno dato grande risalto, sulle loro prime pagine, alla votazione con cui il Parlamento europeo ha definitivamente approvato la Commissione che – per la seconda volta sotto la presidenza di Ursula von der Leyen – guiderà per i prossimi cinque anni l’UE. 

La neo-eletta presidente ha subito salutato il risultato parlando di «una buona giornata per l’Europa». Ma, a mettere in dubbio che il suo reale stato d’animo corrispondesse alle sue parole, sono due circostanze – anch’esse segnalate con grande risalto da tutti i quotidiani – relative alle modalità con cui questa elezione è avvenuta, che evidenziano i problemi del presente e lasciano prevederne di ancora più gravi per il futuro.

La prima è che i 370 voti a favore del nuovo esecutivo, a fronte dei 282 contrari e dei 36 astenuti, su 688 votanti, rappresentano il consenso più basso mai registrato da una Commissione. Siamo davanti a un record negativo: mai nessuno era diventato presidente col sostegno del solo 51,3% dei rappresentanti degli elettori europei.

La seconda circostanza allarmante è che in questa votazione la von der Leyen ha raccolto ben 31 voti in meno dei 401 incassati a luglio, quando il Parlamento, a scrutinio segreto, le aveva affidato il mandato.

Specchio di un progressivo sgretolamento della maggioranza che l’aveva sostenuta sia nelle precedente legislatura che all’inizio della nuova. La nuova Commissione nasce, insomma, debolissima.

Una maggioranza liquida

Alla base di questa frantumazione c’è stata l’apertura – da parte della von der Leyen e di Manfred Weber, capogruppo del PPE (Partito Popolare Europeo), di cui lei è espressione – nei confronti dell’ECR (Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti europei), guidato da Giorgia Meloni, che a luglio non aveva appoggiato la rielezione di von der Leyen, ma che adesso ha votato a favore, perché un rappresentante della destra, l’italiano Fitto, è stato cooptato come uno dei vicepresidenti esecutivi.

Davanti a questo allargamento della maggioranza a destra i gruppi che sostenevano la maggioranza si sono spaccati: dai socialisti sono arrivati appena 90 sì su 133 votanti, spaccati anche i Verdi – 27 favorevoli e 19 contrari -, sei astenuti si sono contati tra i liberali.

Di segno opposto la divisione del gruppo dei popolari, dovuta al no dei 25 rappresentanti spagnoli, contrari alla nomina a vicepresidente della socialista Teresa Ribera.

Da ora in poi ogni decisione non avrà dietro si sé una maggioranza precostituita e sarà piuttosto frutto di quella “liquida” che si creerà di volta in volta, rischiando di dar luogo a una conflittualità permanente all’interno della stessa Commissione.

Il paradosso di fondo che è all’origine di questa situazione è il coinvolgimento, nella realizzazione della politica comunitaria, di una forza politica come FdI che, nel suo programma elettorale per le elezioni nazionali del 2022 – intitolato significativamente «Per l’Italia» – , aveva messo come primo punto: «Politica estera incentrata sulle tutela dell’interesse nazionale e sulla difesa della Patria».

È vero che, poco dopo, si parla anche di una «piena adesione al processo di integrazione europea», ma questa adesione è sempre subordinata – secondo il programma – alla «tutela degli interessi nazionali nella discussione dei dossier legislativi europei».

La destra è dichiaratamente sovranista e il sovranismo consiste appunto nel rifiutare ogni forma di rinunzia alla sovranità degli Stati nazionali a favore di entità politiche sovranazionali. In questa logica il fine non è l’Europa, ma – sempre secondo il programma citato – la «centralità dell’Italia».

A questa prospettiva aprono le porte l’allargamento a destra della Commissione e l’elezione di Raffaele Fitto. Tanto più che, quando si trattava di convincere i rappresentati del PD nel Parlamento europei a votare a suo favore – come poi hanno finito per fare – , in Italia i politici e i giornali della destra insistevano sul punto che, al di là degli schieramenti, era un italiano, mentre, ora che è stato eletto, sottolineano che è uno dei loro e che si propongono, anche grazie a lui, di cambiare l’orientamento della Commissione.

«Il nostro obiettivo» – ha dichiarato senza reticenze il capo-delegazione dei FdI – «è quello di spostare a destra gli equilibri europei».

Il conflitto tra potere e diritto

Un intento che corrisponde, del resto, al quadro generale dei paesi dell’Unione. Ormai l’estrema destra sovranista è al governo in ben sette paesi dell’UE: l’Italia, i Paesi Bassi, la Svezia, la Finlandia, la Croazia, la Slovacchia e l’Ungheria e ha un crescente consenso elettorale in Germania e in Francia. Quale unità europea può scaturirne?

Il solo elemento comune, in questa logica di chiusura, è solo la «difesa dei confini nazionali ed europei» già prevista, anch’essa, nel programma della destra italiana. Da qui il messaggio della von del Leyen ai leader europei, alla vigilia della riunione del Consiglio del 17 ottobre scorso, in cui prospettava l’opportunità di istituire «HUB per i rimpatri al di fuori dell’UE, soprattutto in vista della nuova normativa sul rimpatrio», citando proprio l’accordo stretto tra Italia e Albania, come un modello da cui «trarre lezioni pratiche».

Un modello che già in Italia sta sollevando gravi perplessità, perché la nostra Costituzione e le nostre leggi, a differenza che nella prospettiva sovranista, non tutelano solo gli italiani, ma le persone umane come tali, di qualunque etnia e cultura: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo».

Da qui l’inevitabile scontro del nostro governo con la magistratura, ultimamente evidenziato nel caso Albania, ma latente da sempre nella divaricazione fra una logica che privilegia lo Stato e il suo potere, com’è quella sovranista, e una che invece si fonda sulla tutela delle persone e, in vista di ciò, punta sulla reciproca limitazione dei poteri.

Da qui le accuse ai giudici, da parte del nostro governo, di fare politica (le “toghe rosse”), per il fatto stesso di ostacolare, con le loro sentenze, le sue scelte, senza neppure entrare nel merito della fondatezza di quelle sentenze, in base alla nostra Costituzione e alle nostre leggi.

Toghe rosse anche nella Corte penale internazionale?

Ora che l’Italia viene assunta come “modello”, il conflitto fra politica e diritto sembra destinato ad allargarsi a tutta l’Europa.

Sono molto significative a questo proposito, le risposte della maggior parte dei governi europei alla decisione della Corte penale internazionale di emettere un mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per il ministro della guerra Aluf Yoav Gallant «per crimini di guerra e crimini contro l’umanità». 

A colpire non è tanto quella di un paese dell’Est come l’Ungheria, dove già il diritto è ampiamente sopraffatto dalla politica e il cui premier ha subito chiarito che la sentenza della Corte penale «non avrà alcun effetto», invitando addirittura il premier israeliano a Budapest.

Più impressionanti sono le reazioni di quelle democrazie occidentali, che negli ultimi due anni e mezzo si sono hanno fatto della difesa dei diritti umani una bandiera nel loro strenuo impegno a sostegno del popolo ucraino contro l’aggressione russa.

A cominciare dalle dichiarazioni della nostra presidente del Consiglio: «Approfondirò in questi giorni le motivazioni che hanno portato alla sentenza. Motivazioni che dovrebbero essere sempre oggettive e non di natura politica». Dove è chiara l’insinuazione che la sentenza dell’Aja sia motivata da ragioni politiche, come quelle dei giudici italiani sui migranti.

In ogni caso – ha assicurato la nostra premier – «un punto resta fermo per questo governo: non ci può essere una equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas».

Ma non è solo l’Italia a mostrarsi molto restia a rispettare la sentenza della Corte. La Francia ha già fatto sapere, con un comunicato del ministero degli Esteri, che la Francia difende il diritto internazionale, ma che, secondo Parigi, Netanyahu – in quanto capo del governo di un paese non firmatario del trattato di Roma, che ha sancito la fondazione della Corte penale – gode di immunità.

Interpretazione che, paradossalmente, premierebbe gli Stati che si sono rifiutati di aderire al trattato istituito a garanzia del diritto internazionale. E che, stranamente, non è stata mai avanzata quando si è trattato del mandato di arresto contro Putin, anche lui capo di uno Stato che non ha firmato il trattato di Roma.

Ancora più esplicita, in difesa di Israele, la successiva dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito in cui si afferma che non vi è alcuna giustificazione per cui la Corte penale internazionale debba adottare misure contro i leader israeliani e si esprime preoccupazione per le implicazioni della sentenza sulla stabilità regionale. Qui non si tratta più solo di concedere una immunità: si contesta la sentenza e lo si fa evocando le sue negative conseguenze politiche. Ancora una volta, la politica vanifica il diritto.

Non è un caso che nel comunicato finale del G7 tenuto in questi giorni a Fiuggi non si faccia cenno della sentenza della Corte, se non ripetendo il mantra del governo italiano, secondo cui «non ci può essere nessuna equivalenza fra lo il gruppo terroristico di Hamas e lo Stato di Israele». Trascurando il fatto che la Corte ha dato un giudizio sui comportamenti criminosi, non sulle qualifiche di chi li ha messi in atto.

È stato presentato dalla stampa come un passo indietro dei giudici dell’Aja la dichiarazione di ritenere legittimo il ricorso presentato da Netanyahu contro la sentenza e di essere pronti a revocare il mandato d’arresto se Israele condurrà una indagine approfondita e dimostrerà l’innocenza dei suoi leader. È, in realtà, solo la conferma che la logica della Corte è quella di un organo giudiziario, sempre attento a garantire il diritto alla difesa, e non quella della faziosità politica.

Resta il quadro sconfortante di una Unione europea sempre più esposta a interpretazioni sovraniste, che ne mantengono il guscio esteriore svuotandolo del suo spirito e del suo scopo; e, soprattutto ormai priva di un’anima ideale che la possa rendere punto di riferimento nella difesa dei valori umani.

Valori che dovrebbero essere alla base di ogni democrazia e dell’Europa stessa, e che di fatto   vengono ormai disinvoltamente accantonati – come nel caso dei migranti e in quello dei palestinesi – quando intralciano i piani dei governi. Al di là della retorica imperante, questa Europa liquefatta – nella sua politica, ma più ancora nella sua anima – non ha nulla a che vedere con quella che avevano sognato i suoi padri ispiratori, i cristiani Adenauer, De Gasperi e Schuman, ma ormai ne è solo la triste caricatura.

 

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

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venerdì 29 novembre 2024

LA POESIA RISERVA DI UMANITA'

 


Il cardinale de Mendonça: 

la Chiesa 

ha bisogno dei poeti, 

riserva d'umanità


Il prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione presenta l’incontro internazionale di poesia "Nel nome del Cantico", promosso per onorare gli 800 anni del "Cantico delle Creature" di San Francesco. Per iniziativa del Dicastero l’incontro radunerà, dal 2 al 4 dicembre, una delegazione di poeti e poetesse di tutto il mondo, tra Roma e Assisi, per riscoprire attraverso la poesia i valori della pace e della fraternità

- di Fabio Colagrande – Città del Vaticano

“Abbiamo bisogno di poeti che possano aiutarci a amare il mondo, a trovare parole di speranza, a riprendere un rapporto più sano, più equilibrato con la natura. Abbiamo bisogno della riserva di umanità e di visione che i poeti rappresentano”. Il cardinale José Tolentino de Mendonça, teologo e lui stesso poeta, parla con passione dell’iniziativa promossa dal Dicastero per la Cultura e l'Educazione di cui è prefetto, per onorare gli 800 anni del Cantico delle Creature di San Francesco. Dal 2 al 4 dicembre, farà parte di un gruppo di poeti e poetesse di fama internazionale che si riuniranno in Vaticano, e poi ad Assisi e Roma, per lasciarsi ispirare dal quel testo fondante della letteratura italiana, condividere opere ispirate ai valori francescani, riscoprire attraverso la poesia i valori della pace e della fraternità. L’evento, intitolato Nel nome del Cantico, è organizzato in collaborazione con il Comitato Nazionale italiano per la Celebrazione dell’Ottavo Centenario della Morte di San Francesco e vuole celebrare la sua eredità come figura di connessione tra i popoli, custode del creato e promotore di relazioni umane fondate sul perdono e sulla libertà. 

Semi di novità

Ma perché riunire 18 poeti e poetesse di nazionalità diversa in Vaticano? “I poeti sono importanti e la loro relazione con la Chiesa e il cristianesimo non è nuova”, spiega il cardinale intervistato dai media vaticani. “Quest’anno celebriamo gli 800 anni del Cantico delle Creature e sappiamo come quella composizione poetica abbia avuto un ruolo seminale nella spiritualità, nella visione del mondo, nell'esperienza cristiana, nel rapporto anche con le altre creature”. “Possiamo dire che abbia generato davvero una nuova sensibilità. Ed è questo che ci aspettiamo anche dai poeti del nostro tempo, che portino semi di novità, di futuro, che possano dirci il nuovo, evidenziando nuove possibilità”.

I “poeti sociali” di Papa Francesco

Papa Francesco ha pubblicato nel luglio 2024 una Lettera sul ruolo della letteratura in cui sottolinea la capacità della poesia di toccare il cuore dell’essere umano e recentemente - nella prefazione al volume nel libro Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa - ha definito il poeta colui che “con i suoi occhi guarda e insieme sogna, vede più in profondità, profetizza”. “Tante volte parlando in pubblico, sia ai letterati, ma anche ai ragazzi nelle scuole, Papa Francesco ha utilizzato il termine poeta come sinonimo di creativo”, spiega ancora il  prefetto del Dicastero per la cultura e l'educazione. “Un creativo in ambito anche sociale, qualcuno cioè che può immaginare, può trasportare al presente nuove possibilità, ciò che ancora non esiste ma che può arricchire molto la realtà”.

I poeti: riserva di umanità

“Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi”, disse Paolo VI in chiusura del Concilio nel Messaggio agli artisti, dopo che già in Cappella Sistina, nel ’64, aveva voluto ristabilire l’amicizia con loro. Possiamo dire che anche oggi la Chiesa chiede aiuto ai poeti? “Assolutamente sì”, commenta il cardinale Tolentino de Mendonça. “È quello che ribadisce oggi Papa Francesco. Noi abbiamo bisogno dei creativi, degli scrittori, dei romanzieri, dei nuovi narratori, abbiamo bisogno di poeti che possano aiutarci a amare il mondo, a trovare un parole speranza, aiutarci a riprendere un rapporto più sano, più equilibrato con la natura. Di questo intreccio di umanità i poeti sono custodi”. “Un poeta - spiega ancora il porporato - è una sorta di riserva di umanità, perché nelle sue parole cerca sempre di umanizzare i sentimenti, le esperienze. E di questo noi abbiamo bisogno: della riserva di umanità e di visione che i poeti rappresentano”.

Un seme nascosto nel cuore del tempo

Nel nome del Cantico si propone anche come momento di confronto tra artisti e artiste della parola per riscoprire l’attualità del Cantico di Frate Sole che, secondo gli studiosi, Francesco d’Assisi compose tra il 1224 e il 1226, anno della sua morte. “È ‘un'attualità enorme e trasversale”, spiega il cardinale. “L’incontro vuole riflettere sulla posterità del Cantico, sul suo impatto, non solo a livello della cultura e della lingua in Italia e in altre culture, ma anche sulla visione, il modo di essere poeta, di essere artista”. “Vogliamo riflettere sul suo impatto su generazioni di lettori che hanno imparato a costruire un rapporto più universale e fraterno con tutte le creature proprio partendo da quel cantico”, spiega ancora Tolentino de Mendonça. “Pensiamo a quante poesie, quanti film, quanti romanzi, opere di cultura sono state create meditando proprio questa composizione che è come un seme nascosto nel cuore del tempo”.

“Può raccontare questo?”

In un secolo in cui l'umanità si trova di nuovo a fare i conti con l’orrore della guerra, il contributo dei poeti alla promozione della pace può sembrare secondario. Il prefetto del Dicastero per la cultura non è d’accordo. “Ricordo un aneddoto legato alla biografia della poetessa russa Anna Achmátova, che in un periodo di guerra e di deportazione, cercava l figlio. Un tale che cercava anche lui disperatamente il figlio la riconobbe e guardandola le chiese: ‘Può raccontare questo?’.” “Ecco - spiega Tolentino de Mendonça - i poeti sono quelli che possono raccontare: raccontare il dramma della guerra -  pensiamo alla poesia di Primo Levi in “Se questo è un uomo” - fare le domande che aiutano gli uomini a cercare la pace e a capire che è l'unica soluzione veramente umana, auspicabile.”

Maestri del silenzio

Papa Francesco ha scritto che i poeti possono aiutarci a comprendere meglio Dio come “poeta dell'umanità”. Il cardinale sottolinea con una metafora l’attitudine degli scrittori ad aprire la nostra immaginazione al mistero di Dio. “Un poeta è una sorta di antenna, una sonda per intercettare l'invisibile, intercettare il silenzio. E Dio parla nel silenzio”. “Se noi come società rimuoviamo il silenzio, rimuoviamo anche una possibilità di accesso al mistero di Dio che si fa sentire nel silenzio. I poeti sono maestri del silenzio, della parola sicuramente, ma tutti i poeti sono una conseguenza del silenzio e sanno abitare il silenzio in un modo teologico”.

 Il programma delle tre giornate

L’incontro internazionale di poesia Nel nome del Cantico radunerà per iniziativa del Dicastero per la cultura una rappresentanza di scrittori e scrittrici di diverse nazionalità e lingue: diciotto poeti, tredici uomini e cinque donne, provenienti da Italia, Spagna, Portogallo, Israele, Stati Uniti e Argentina. L’evento si articola in tre giornate: un incontro Seminariale riservato solo ai poeti presso il Dicastero, la mattina del 2 dicembre, seguito nel pomeriggio da un Reading Pubblico nella chiesa di San Francesco a Ripa. Il 3 dicembre il Pellegrinaggio ad Assisi e infine il dialogo con il pubblico alla fiera dell’editoria “Più Libri Più Liberi” alla Nuvola all’EUR, mercoledì 4 dicembre. “È un'articolazione che permette di arrivare a pubblici molto diversi”, spiega Tolentino de Mendonça. “Cominciamo con un  lavoro di ascolto reciproco dei poeti che così si conoscono e cercano di presentare il proprio lavoro. Poi, il reading a San Francesco a Ripa sarà un soffio di preghiera, plasmato dalle parole dei poeti. La visita ad Assisi è stata chiesta da tutti i poeti, perché significa ascoltare il luogo dove il Cantico è nato. E infine l'incontro con i lettori, i lettori di questi poeti e i lettori di Francesco di Assisi”.

De Mendonça, la poesia è un esercizio di responsabilità verso il proprio tempo

Francesco: il Cantico delle Creature, grande lezione sulla cura del creato

Il Papa: cari poeti, aiutateci a sognare

 

 

 

 

 

COMPETENZE PER LA VITA


LA COMPLESSITA' DELL'EDUCARE


-di Susanna Pesenti

 Adesso basta con la complessità. Perché l’idea si è gonfiata, come la rana della favola, alle dimensioni di un bue. E tutti ci sentiamo schiacciati. Se le cose sono complesse, io non posso intervenire. Se sono complesse, non riesco a pensarci; per forza sto male; non è colpa mia.

 Siamo arrivati a dover insegnare a scuola empatia, gestione delle emozioni e dello stress. Cioè, a essere umani. La nuova legge è volta a sviluppare ‘le competenze per la vita’. Sono ciò che ci permette di entrare in relazione con gli altri, risolvere i problemi, tollerare le frustrazioni e adattarci ai cambiamenti, pensare con la nostra testa. Dal prossimo anno scolastico partiranno corsi a partecipazione volontaria nelle scuole medie e superiori. L’obiettivo è formare cittadini capaci di collaborare, comunicare e affrontare la vita con equilibrio, creatività ed empatia.

 Il tentativo certifica ex post (come sempre le leggi, che arrivano dopo la società) la fatica dei genitori a trasmettere ai figli un modello etico e di convivenza sociale degno di un cittadino e non di un suddito-consumatore.

 Un contesto familiare e sociale slabbrato, visto nei quartieri periferici della sua Inghilterra, fu ciò che convinse B.-P. a inventare lo Scautismo. Che funzionò perché non era complesso.

 Raggiungere la #fiducia in se stessi assumendo compiti utili e affrontando sfide via via adeguate, tener conto che si è più felici insieme che da soli, giocare lealmente, tener duro, prepararsi bene ma riderci sopra quando qualcosa va storto, proteggere chi è più piccolo. Idee semplici da applicare in contesti molto quotidiani, la #natura come ambiente ideale di crescita perché non ammette trucchi o scorciatoie. Una strada di cittadinanza aperta a tutti, non devi essere un premio Nobel per capirla.

 Di questo abbiamo bisogno oggi: meno ‘pedagogicamente complesso’, più concreto ed essenziale. Dove le emozioni le vivi e poi ne parli, dove prima risolvi il problema e poi discuti, dove la tua reputazione dipende da te. Dove si osserva prima di criticare.

Guardate, guardate bene...e cambierete il gioco.

 

  R/S Servire 

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VOLERSI BENE

 


"In difesa

 dell'amore 

di sé"

 








Volerci bene con misura ci aiuta nelle relazioni con gli altri 
e migliora il nostro senso di realtà.
 
Non ha a che fare con il narcisismo che invece è un sentimento ottuso di fierezza, vanità e insicurezza.


-         di Vito Mancuso

-          

Per essere compreso nella sua essenza il mito di Narciso richiede di venire accostato al mito di Eco. Narciso ed Eco rappresentano infatti i due estremi dell'amore: l'amore di sé che ignora completamente l'altro, e l'amore dell'altro che ignora completamente sé. Qual è la forma peggiore? 

Narciso era bellissimo e coloro che l'incontravano, femmine e maschi, giovani e adulti, se ne innamoravano, ma lui respingeva sempre tutti. Eco, che era stata punita da Era con la privazione della possibilità di parlare se non ripetendo le ultime parole ascoltate (da qui il nome eco per il fenomeno acustico del ripetersi di un suono), un giorno vide Narciso e, come tutti, se ne innamorò. 

A causa della sua condizione però il dialogo produsse una serie di equivoci, fino a quando lei gli andò incontro per abbracciarlo ma lui si ritrasse sdegnato dicendole: «Toglimi le mani di dosso! Vorrei morire piuttosto che darmi a te!». La povera Eco poté solo rispondergli «darmi a te» e scappò via in preda a una vergogna che la consumò progressivamente facendo rimanere di lei soltanto la voce. 

Quanto a Narciso, un giorno capitò davanti a una fonte cristallina. Bevve, ma vedendo la sua immagine si innamorò di sé, il che lo portò a macerarsi a sua volta per un amore impossibile e a morirne, alcune antiche fonti dicono per consunzione, altre per annegamento avendo voluto abbracciare la propria immagine nell'acqua. 

Entrambi, comunque, muoiono per amore: lei per aver amato troppo un altro, lui per aver amato troppo se stesso. E il loro mito ci consegna il dilemma dell'amore di sé. Abbiamo a che fare con la più ostinata prigionia o con il fondamento della vita sana? 

L'amore di sé è spesso considerato l'origine di tutti i mali. Il primo dei sette vizi capitali, la superbia, non è altro che uno sconfinato amore di sé, e la tradizione cristiana insegna che fu proprio per superbia che Lucifero decadde dallo stato angelico divenendo Satana. Il mito cristiano, quindi, individua la radice di tutti i mali nell'eccessivo amore di sé. 

Tutte le tradizioni spirituali sono unanimi nel sottolineare la necessità della liberazione dall'ego. Il Buddha pone l'origine del dolore nella brama in quanto manifestazione più immediata dell'ego. Scrive Platone: «Causa di tutti i vizi per ognuno di noi è il più delle volte una forma eccessiva di questo amore di sé». Insegna Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso» e per l'Imitazione di Cristo «il rinunciare interiormente a se stessi unisce a Dio». Tra i moderni, Kant colloca la radice del male nell'amore di sé, dicendo che esso, «adottato come principio di tutte le nostre massime, è la fonte di ogni male». Gandhi conviene: «Se potessimo cancellare l'Io e il Mio dalla religione, dalla politica, dall'economia eccetera saremmo presto liberi e porteremmo il cielo in terra». Anche Einstein la pensava così: «Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dell'io». Simone Weil esaspera la prospettiva: «La lebbra sono io, tutto ciò che io sono è lebbra, l'io come tale è lebbra». 

Le cose però non sono così unilaterali come appare. Se infatti Gesù insegna che l'io deve rinnegare se stesso, dall'altro lato afferma: «Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?». Il che significa che il rinnegamento di sé non equivale alla distruzione di sé, come riteneva Simone Weil, ma esattamente al contrario è funzionale a non perdere il sé, che va piuttosto preservato e salvato. Quando Gesù formulò il comandamento dell'amore per il prossimo, come misura di tale amore pose proprio l'amore di sé: «Amerai il tuo prossimo "come" te stesso». Il che significa che non si può amare il prossimo se prima non si ama se stessi, e che quindi esiste un più che legittimo amore di sé. 

Tale dialettica è presente anche in Gandhi, che, se da un lato voleva ridursi a zero, dall'altro affermava: «Sono un inguaribile ottimista perché credo in me stesso», laddove tale fiducia di sé manifesta anche amore verso di sé. Lo stesso va detto del buddhismo al cui interno ha scritto Corrado Pensa: «L'amore per se stessi rende più interi, più fiduciosi e più contenti». Per quanto riguarda la filosofia antica, scrive Aristotele: «Tutti i sentimenti di amicizia nascono dal rapporto di sé con se stesso e in seguito si estendono anche verso gli altri… È soprattutto con se stessi che si è amici, perciò bisogna amare soprattutto se stessi». E per la filosofia moderna ecco Rousseau: «L'amore di sé è sempre buono e sempre conforme all'ordine». 

Siamo quindi al cospetto di un'antinomia: il pensiero da un lato insegna la lotta contro il proprio sé, dall'altro ne incoraggia la coltivazione. Erasmo da Rotterdam riprodusse con precisione l'antinomia: «Non è insensato piacersi, ammirarsi? Eppure, potrai mai fare qualcosa di bello, nobile, gradevole, senza piacere a te stesso?». Tale contraddizione si rivela anche nel linguaggio comune nel quale c'è un modo di dire io che è il segno più evidente di egocentrismo narcisistico, ed esiste tuttavia anche l'estremo opposto di chi non dice mai io per rifugiarsi sempre dietro l'autorità altrui senza mai esporsi in prima persona. Se il primo estremo segnala egocentrismo, il secondo è mancanza di autonomia. Quale rapporto quindi dobbiamo avere con noi stessi? Superamento o compimento? 

Ora l'uno ora l'altro, io penso, a seconda delle stagioni e delle circostanze, l'importante è non cadere negli estremi di Eco e di Narciso. Ma un aiuto ci viene dalla scienza contemporanea. Essa ci parla della struttura ontologica dell'essere dicendo che ogni fenomeno fisico è il risultato di un'aggregazione, il che non può non valere anche per il nostro io, il quale quindi non esiste come sostanza a sé stante ma nasce e vive delle sue relazioni e quindi è costitutivamente relazione. 

Per questo l'orientamento positivo verso gli altri non è in opposizione con l'orientamento positivo verso di sé. Al contrario, è solo l'orientamento positivo verso di sé che consente un orientamento positivo verso gli altri, come del resto relazioni felici con gli altri alimentano la stima di sé. 

L'amore di sé, inoltre, non è sempre così frequente come si immagina, perché molti vivono nella non accettazione della propria realtà desiderando essere diversi da quello che sono e cercando un altro posto del mondo, un'altra famiglia, un altro corpo, un altro carattere, un altro io. E in questa prospettiva amare se stessi (per quello che veramente si è) può essere anche un grande atto di umiltà e di conciliazione con i propri limiti. 

Riassumo tutto il senso del discorso con la distinzione tra "amor proprio" e "amore di sé", con il primo concetto che segnala la condizione narcisistica negativa di chi è preda di un ego ipertrofico, e con il secondo che indica la serena accettazione della propria condizione, accolta per quello che è, limiti compresi, ai quali si giunge a sorridere con quella leggerezza dell'autoironia che è una delle proprietà più belle dell'essere umano.

 

Vito MancusoLa Stampa

Alzogliocchiversoilcielo


 

giovedì 28 novembre 2024

NON VIOLENZA e GUERRA

 La non violenza 

e la tradizione 

della guerra giusta:

 verso il futuro


*by David Hollenbach*

All’interno della comunità cattolica, negli ultimi anni, c’è stato un vivace dibattito attorno al quesito se i cristiani debbano sempre preferire risposte non violente alle ingiustizie, o se piuttosto la reazione armata sia talvolta una maniera legittima di reagire a gravi torti subiti. In questo dibattito, da un lato si pongono coloro che nella non violenza vedono un’esigenza del discepolato cristiano; dall’altro, si schierano quanti continuano a sostenere quel concetto di «guerra giusta» che è stato centrale nella tradizione cattolica fin dai tempi di sant’Agostino. Ne derivano importanti questioni politiche e teologiche.

Alla base del dibattito ci sono gli interrogativi sull’effettiva efficacia della non violenza nel resistere all’ingiustizia. Gli atti non violenti possono assicurare la pace e la giustizia che si propongono? Possono farlo con successo in qualsiasi circostanza? Oppure, purtroppo, per ottenere la giustizia in modo efficace è talvolta necessario fare ricorso alla forza?

A dire il vero, in questa discussione l’efficacia della resistenza non violenta all’ingiustizia non è l’unica preoccupazione: sono in ballo anche importanti questioni teologiche ed etiche. Dalla Bibbia apprendiamo l’importanza, per una vita cristiana autentica, di evitare il ricorso alla violenza. Il comandamento biblico «Non uccidere» vincola tutti i cristiani, e anzi tutti gli uomini, cristiani o meno. Questo comandamento obbliga con certezza a evitare il ricorso alla forza letale quando l’azione non violenta può raggiungere l’obiettivo sociale di promuovere la giustizia.

Per i cristiani, l’importanza di astenersi dall’agire con violenza viene rafforzata dall’insegnamento di Gesù, secondo cui i suoi seguaci devono adoperarsi per la pace. Gesù lo ha proclamato nel Discorso della montagna: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Egli stesso ha radicalizzato l’imperativo a cercare la pace con l’appello: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45).

Quanto sia profonda la vocazione cristiana a uno stile di vita non violento risalta chiaramente, in particolare, nella disponibilità di Gesù ad accettare la propria morte sulla croce in conseguenza del suo ministero, rinunciando a perseguire i suoi obiettivi con qualsiasi forma di coercizione che minacci la vita umana.

Promozione cristiana della giustizia

Accanto a questo appello alla non violenza, il messaggio biblico esorta i cristiani a lavorare per la promozione della giustizia. Dal libro dell’Esodo, che è la narrazione fondamentale della Bibbia ebraica, apprendiamo che, di fronte ai patimenti inflitti a Israele sotto l’ingiusta oppressione degli egiziani, Dio si avvicinò al popolo per liberarlo da quell’ingiustizia.

Egli si rivolse così a Mosè dal roveto ardente: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto» (Es 3,7-8). Aggiunse tuttavia che quell’intervento di liberazione, affinché fosse fatta giustizia, avrebbe potuto comportare un certo uso della coercizione: «Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di partire, se non con l’intervento di una mano forte. Stenderò dunque la mano e colpirò l’Egitto» (Es 3,19-20).

I profeti d’Israele hanno attestato ininterrottamente il fermo impegno di Dio per la giustizia, chiamando più volte il popolo a praticarla sia nella vita comunitaria sia nelle relazioni interpersonali. Così il profeta Amos dichiarava doveroso che in Israele «come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Am 5,24). Queste testimonianze che troviamo nell’Antico Testamento riguardo all’importanza della giustizia per il popolo d’Israele continuano a essere molto rilevanti per la vita dei cristiani. All’impegno cristiano per la non violenza, quindi, deve accompagnarsene uno altrettanto intenso per la giustizia.

Questi testi biblici, che ovviamente non vanno letti in modo semplicistico o fondamentalista, suggeriscono che la comunità cattolica è chiamata a perseguire la pace e la giustizia. Il regno di Dio, quando verrà in pienezza, porterà a compimento le speranze umane su entrambi gli aspetti. L’etica cristiana, quindi, attribuisce grande valore all’impegno non violento per la pace, e così pure a un serio sforzo per la rettitudine e la giustizia.

Nel regno di Dio, quando giungerà il compimento escatologico della speranza cristiana, sia la pace sia la giustizia verranno realizzate pienamente. Così la liturgia della festa di Cristo Re proclama il regno di Dio come un «regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace»[1]. I seguaci di Cristo, quindi, sono chiamati a promuovere al tempo stesso la giustizia e la pace.

Ma ovviamente nelle sfere della politica interna e internazionale, a volte, gli obiettivi della pace e della giustizia possono entrare in tensione. Per i cristiani, la via che persegue la giustizia attraverso l’azione non violenta, inclusa una vigorosa resistenza non violenta, è sicuramente quella da adottare allo scopo di superare abusi e oppressione. Tuttavia, le divisioni che segnano la condizione umana talvolta possono rendere difficile o addirittura impossibile che si raggiunga la giustizia con mezzi non violenti.

La realtà umana del peccato può talora comportare che la società degli uomini, nella storia, non riesca a raggiungere quella pienezza di giustizia, amore e pace che è caratteristica del regno di Dio. In simili circostanze, ci troveremo costretti a determinare se l’intento di porre fine agli abusi e alle prepotenze comporti come sua priorità la rinuncia non violenta all’uso della forza letale. Il dibattito attuale, dunque, riguarda la questione su quale fine sia più obbligante tra l’impegno cristiano alla non violenza e il dovere di operare per la giustizia.

In un mondo distorto dai conflitti e dalle ingiustizie derivanti dal peccato umano, è prioritario l’impegno cristiano per la giustizia su quello per la non violenza o, al contrario, la non violenza viene prima della giustizia? Queste domande sono venute a occupare lo scenario della discussione sulle odierne forme appropriate di impegno ecclesiale nella vita sociale e negli affari internazionali.

Addio alla tradizione della «guerra giusta»?

Alcuni cattolici ritengono che quel rifiuto cristiano a usare la forza e a partecipare alle attività militari che era presente nel primo periodo della storia della Chiesa oggi andrebbe ripristinato con un valore normativo. Essi sostengono che la presenza dei cristiani nell’esercito, inaugurata nell’era post-costantiniana, fu una sorta di cooptazione da parte dei poteri dominanti e un tradimento del Vangelo.

Ciò li porta a riconoscere la non violenza come l’unica opzione cristiana legittima. In questo senso, un Convegno tenutosi a Roma nel 2016 con il patrocinio del gruppo cattolico «Pax Christi» ha sostenuto che la tradizione della guerra giusta, presente nel cattolicesimo sin dai tempi di sant’Agostino, dev’essere rimpiazzata da un fermo impegno per la non violenza.

Il documento conclusivo della Conferenza affermava che «è giunto il momento per la nostra Chiesa di essere una testimonianza vivente e di investire risorse umane e finanziarie molto maggiori nella promozione di una spiritualità e di una pratica della nonviolenza attiva e nella formazione e addestramento delle nostre comunità cattoliche a pratiche nonviolente efficaci. In tutto questo, Gesù è la nostra ispirazione e il nostro modello».

L’appello proseguiva: «Noi crediamo che non vi sia alcuna “guerra giusta”. […] Suggerire che una “guerra giusta” è possibile compromette anche l’imperativo morale di sviluppare strumenti e capacità per la trasformazione nonviolenta dei conflitti. Abbiamo bisogno di un nuovo quadro che sia coerente con la nonviolenza evangelica»[2].

Il Convegno era imperniato su alcuni insegnamenti papali e conciliari. Per esempio, nell’enciclica Pacem in terris, Giovanni XXIII ha affermato che il potere distruttivo delle armi nucleari dispiegate oggi da un certo numero di nazioni significa che «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia»[3].

Questa dichiarazione è stata ripresa dal Concilio Vaticano II, che nei pericoli delle armi moderne ha visto una crisi del pensiero morale classico in tema di guerra. Di conseguenza, il Concilio ha ritenuto che le caratteristiche degli odierni conflitti obblighino la Chiesa «a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova»[4]. Inoltre, ha approvato l’impegno della non violenza come messa in atto dello spirito di Cristo e ha elogiato «coloro che rinunciano alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti»[5].

Anche insegnamenti ecclesiali più recenti inducono a ritenere che la Chiesa cattolica stia accrescendo il suo impegno per la non violenza e si stia discostando dalla tradizione della guerra giusta. Subito dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, Giovanni Paolo II mise in dubbio la legittimità dell’uso della forza. Dichiarò che il vero cammino di pace «mai passa per la violenza e sempre per il dialogo. È ben noto – lo sanno in particolare coloro che vengono dalle terre insanguinate dai conflitti – che la violenza genera sempre violenza». Soggiunse che la guerra «è da considerarsi sempre una sconfitta: una sconfitta della ragione e dell’umanità. Venga presto, allora, un sussulto spirituale e culturale che porti gli uomini a bandire la guerra»[6].

Papa Francesco, a sua volta, si chiede se la guerra possa essere legittima nelle circostanze contemporanee, e sostiene con forza l’impegno per la non violenza. In diverse occasioni egli ha messo in dubbio che la tradizione della guerra giusta sia stata interpretata in maniera adeguata. Nella sua enciclica Fratelli tutti asserisce che «non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”»[7].

Francesco ha ribadito questa posizione nel colloquio con il patriarca ortodosso di Mosca Kirill sulla guerra in Ucraina, quando ha affermato che «un tempo si parlava anche nelle nostre Chiese di guerra santa o di guerra giusta. Oggi non si può parlare così»[8]. Già nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2017, intitolato La nonviolenza: stile di una politica per la pace, il Papa ha sostenuto con forza la non violenza come mezzo per affrontare le questioni che insorgono nei contesti internazionali. Queste le sue parole: «Possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme»[9].

Dichiarazioni come queste, tratte dagli insegnamenti ufficiali della Chiesa, inducono a ritenere che l’autorità cattolica si stia orientando all’adozione di un fermo impegno per la non violenza, e dunque ad abbandonare quella tradizione della guerra giusta che per molti secoli ha plasmato il pensiero cattolico riguardo all’etica della guerra e della pace.

Il diritto a una legittima difesa

Tuttavia, il fatto che questo mutato atteggiamento si stia effettivamente verificando è stato negato da numerosi commentatori all’interno e all’esterno della comunità cattolica. Per esempio, i teologi cattolici Mark J. Allman e Tobias Winright hanno sostenuto che la dichiarazione conclusiva della Conferenza romana di «Pax Christi» del 2016 legge in modo selettivo le Scritture, la tradizione cattolica e i recenti insegnamenti della Chiesa. Allo stesso modo, essi si dicono convinti che quell’appello non presti sufficiente attenzione ai casi in cui la forza è necessaria affinché vi sia un’efficace difesa delle persone nei confronti di gravi ingiustizie.

A loro avviso, esso traccia un’errata dicotomia tra l’impegno per la non violenza e la precisazione compiuta dalla tradizione della guerra giusta circa il fatto che la forza andrebbe usata al fine di promuovere quel tipo di pace che è costruito sulla giustizia e che andrebbe usata solo come estrema risorsa quando sono stati esauriti gli altri mezzi per raggiungere una pace giusta[10].

Per esempio, quell’appello non tiene conto del fatto che sant’Agostino pensava che la forza armata potesse essere un mezzo per ottenere la pace. Agostino ha affermato che «anche la crudeltà di coloro che fanno la guerra e tutti i turbamenti degli uomini vogliono giungere al fine della pace»[11]. Per il santo di Ippona, ovviamente, scopo della guerra può essere una pace buona o una cattiva, una pace giusta o una ingiusta. Ma egli riteneva sbagliato intraprendere una valutazione morale e religiosa della guerra senza riconoscere che una forma di pace può essere uno degli obiettivi del conflitto.

Allman e Winright sottolineano inoltre come la dichiarazione diffusa dalla Conferenza di «Pax Christi» trascurasse il fatto che, quando il Vaticano II ha elogiato la non violenza, presupponeva che l’azione non violenta dovesse essere attuata «senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri o della comunità»[12]. Il Concilio ha anche dichiarato che, «una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa»[13].

Dal canto suo, un illustre storico della tradizione della guerra giusta come James Turner Johnson ha chiesto: «La Chiesa cattolica sta per abbandonare la dottrina della guerra giusta?»[14]. Per quanto Johnson non sia cattolico, i suoi studi accademici sulla tradizione della guerra giusta lo hanno convinto che l’abbandono da parte cattolica di questa tradizione sarebbe un grave errore. Egli osserva: «Alcune ingiustizie possono essere contrastate solo con l’uso della forza militare, e questa consapevolezza è sempre stata al centro dell’idea di guerra giusta».

Secondo Johnson, la tradizione della guerra giusta non pone difficoltà insormontabili, ma in compenso può contribuire, in alcune circostanze, a superare gravi problemi di ingiustizia. Quindi non sorprende che egli, associando l’analisi politica e gli studi storici, si opponga all’idea che il cattolicesimo dovrebbe rinunciare al principio secondo cui la guerra a volte può essere moralmente giustificata.

Le condizioni di moralità

Ma allora, dove conduce la questione? Nonostante papa Francesco si sia espresso in termini fermi sul fatto che la guerra oggi non è più giustificabile, alcune altre sue dichiarazioni suggeriscono che la posizione da lui assunta non è assoluta.

Nel suo messaggio al Convegno indetto nel 2016 da «Pax Christi», il Papa ha affermato che l’abolizione della guerra è «lo scopo ultimo e più degno» della comunità umana. Ma nello stesso discorso ha anche citato l’affermazione del Vaticano II secondo cui i governi detengono comunque il diritto all’autodifesa legittima, una volta che gli sforzi non violenti per resistere all’ingiustizia siano stati esauriti[15]. E in una significativa conferenza stampa durante il volo di ritorno dal viaggio in Kazakistan del 2022, quando gli è stato chiesto se l’Ucraina dovesse ricevere armi per difendersi, Francesco ha risposto affermativamente: «Questa è una decisione politica, che può essere morale, moralmente accettata, se si fa secondo le condizioni di moralità […]. Difendersi è non solo lecito, ma anche una espressione di amore alla Patria»[16].

Quando qui il Papa parla di «condizioni di moralità», si riferisce senz’altro alle norme della tradizione sulla guerra giusta. In effetti, in quella stessa conferenza stampa egli ha suggerito che «si dovrebbe riflettere ancora di più sul concetto di guerra giusta»[17]. Francesco sembra dire che occorre una più attenta riflessione su come vadano intese le norme per l’uso legittimo della forza proposte dalla tradizione della guerra giusta, e su come queste norme vadano applicate.

In altre parole, si può ritenere che papa Francesco stia esortando i cristiani affinché assumano un fermo impegno per prodigarsi a superare l’ingiustizia in modi non violenti, ma non che stia suggerendo che la Chiesa dovrebbe abbandonare la tradizione della guerra giusta. L’importanza di un impegno per la non violenza scaturisce chiaramente dal comandamento di non uccidere e dall’appello di Gesù ai cristiani a essere costruttori di pace.

Recenti eventi politici hanno dimostrato che l’azione non violenta può essere piuttosto efficace nel resistere all’oppressione e nell’assicurare la giustizia. Adam Roberts e Timothy Garton Ash, storici di Oxford, hanno evidenziato una serie di esempi di successo che hanno avuto campagne non violente contro l’ingiustizia.

Vi rientrano la feconda resistenza di Gandhi al dominio coloniale britannico, che alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso portò all’indipendenza indiana; il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti negli anni Sessanta; il movimento del «potere al popolo» nelle Filippine negli anni Ottanta; le lotte avviate in Polonia che portarono alla fine dell’Unione Sovietica nel 1991; e l’abbandono dell’apartheid a favore della democrazia multirazziale in Sud Africa nel 1994[18].

Da parecchio tempo, le cronache italiane sono colme di delitti perpetrati contro le donne. Il fenomeno riguarda tutte le età e condizioni sociali, tanto da sembrare endemico nella nostra società. A questo tema è dedicato un episodio monografico di Ipertesti Focus, il podcast de «La Civiltà Cattolica».

Infatti, alcuni recenti studi socio-scientifici hanno dimostrato che, nel resistere all’ingiustizia, la non violenza può spesso essere più produttiva dell’uso della forza. Le politologhe Maria Stephan ed Erica Chenoweth portano numerose prove empiriche per dimostrare che, nei movimenti interni contro l’ingiustizia dei governi oppressivi, le campagne non violente hanno avuto spesso più successo delle lotte che hanno utilizzato mezzi violenti[19]. Questa evidenza suggerisce che l’appello di papa Francesco affinché la Chiesa adotti un’etica animata da un forte impegno per la non violenza non è né ingenuo né politicamente irrealistico per quanto riguarda la ricerca della giustizia.

Allo stesso tempo, appare chiaro che Francesco non esorta al mero abbandono della tradizione della guerra giusta. Piuttosto, egli invita i cristiani, e in definitiva tutti gli esseri umani, a riconoscere l’enorme distruttività della guerra e a provare una profonda riluttanza a ricorrere alla forza. Vuole evitare un’interpretazione della tradizione della guerra giusta che porti a utilizzarla secondo modalità inclini a legittimare prontamente la guerra.

Rifacendoci al titolo dell’ormai classico libro di Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste, potremmo definire questa tradizione come «la tradizione della guerra giusta e ingiusta», perché essa spiega quando e perché il ricorso alla forza armata sia molto spesso ingiusto e da evitare.

Papa Francesco, infatti, sostiene un’interpretazione così stringente delle norme morali per il ricorso legittimo alla forza armata che molti, se non la maggior parte, dei conflitti odierni dovrebbero essere giudicati illegittimi. Poiché non sono giustificati, essi non avrebbero dovuto neppure essere scatenati. Tuttavia, in circostanze estreme e come ultima risorsa, Francesco sembra non rifiutare l’uso della forza quando è necessario difendere persone innocenti.

Un’autentica costruzione della pace

Letto in questo modo, l’insegnamento del Papa sull’etica della guerra si avvicina a quanto affermato dai vescovi cattolici statunitensi nella dichiarazione del 1993, The Harvest of Justice is Sown in Peace, pubblicata nel decimo anniversario della loro precedente lettera pastorale The Challenge of PeaceGod’s Promise and Our Response.

La dichiarazione del 1993 ribadiva che la valutazione morale del conflitto dovrebbe iniziare dal riconoscimento dei «terribili costi umani e morali della violenza». Questa constatazione ha indotto i vescovi statunitensi a sottolineare il fatto che difendere la vita umana ovunque sia minacciata è «il punto di partenza per un’autentica costruzione della pace»[20].

Tale riconoscimento della sacralità della vita umana, così come l’accento posto dai vescovi sulla chiamata che Gesù rivolge ai cristiani a essere operatori di pace, li ha portati a sostenere con forza la non violenza nel contesto di un’etica cristiana[21]. In effetti, a partire da qui sia i vescovi statunitensi sia papa Francesco giungono a suggerire che l’impegno per la non violenza dovrebbe essere il punto di partenza dei cristiani desiderosi di difendere persone innocenti da gravi ingiustizie.

Come affermano i vescovi statunitensi: «Nelle situazioni di conflitto, il nostro impegno costante dovrebbe essere, per quanto possibile, di tendere alla giustizia con mezzi non violenti. Ma quando i continui tentativi di azione non violenta non riescono a proteggere gli innocenti da una radicale ingiustizia, in tal caso alle autorità politiche legittime è consentito come ultima risorsa di impiegare una forza limitata per salvare gli innocenti e stabilire la giustizia»[22].

Pertanto, sia i vescovi statunitensi sia papa Francesco considerano la non violenza il fulcro di un approccio cristiano alle politiche internazionali. Tuttavia i vescovi statunitensi, riconoscendo anche che il mondo è segnato dal peccato che porta al conflitto, ritengono che un uso strettamente limitato della forza possa talvolta essere necessario se è per una giusta causa, perseguita con retta intenzione, con mezzi proporzionati, con probabilità di successo e come ultima risorsa[23].

Possiamo leggere così anche il modo in cui Francesco considera la guerra. Solo quando i mezzi non violenti per ottenere giustizia sono stati esauriti, il Pontefice consente di scavalcare il «presupposto contro la forza», alla ricerca di una pace che protegga la dignità umana e i diritti umani.

Alcuni autori recenti, tra i quali James Turner Johnson, hanno sostenuto che il primato accordato agli approcci non violenti all’ingiustizia nell’attuale insegnamento papale ed episcopale costituisce di fatto un abbandono della tradizione della guerra giusta[24]. Johnson ritiene che la tradizione cattolica ponga una pregiudiziale favorevole alla tutela della giustizia, anche mediante l’uso della forza, piuttosto che una presunzione a favore della non violenza. Quindi, a suo parere, l’accentuazione del presupposto che, se possibile, si dovrebbe cercare la giustizia attraverso metodi non violenti è da leggere come un abbandono della tradizione della guerra giusta e ingiusta. Noi pensiamo, però, che l’argomentazione di Johnson sia errata. San Tommaso d’Aquino sviluppa la sua trattazione dell’etica della pace e della guerra in risposta alla questione «se fare la guerra sia sempre un peccato» (in latino: utrum bellare semper sit peccatum)[25].

Chiedere se la guerra sia sempre peccaminosa significa indubbiamente presupporre che la guerra debba essere evitata, per quanto è possibile. In effetti, lo stesso Johnson lo riconosceva in un articolo scritto nel 1979. In quell’occasione faceva notare che le quaestiones iniziali di Tommaso d’Aquino sull’etica della guerra, che egli definiva la «questione originaria della guerra giusta», suggeriscono «la scoperta alquanto sorprendente che i cristiani pacifisti e quelli non pacifisti della guerra giusta hanno qualcosa di sostanziale in comune: una profonda sfiducia nei confronti della violenza»[26]. Purtroppo, nei suoi scritti più recenti, lo storico statunitense sembra aver dimenticato la sua precedente opinione sulla stretta relazione tra non violenza ed etica della guerra giusta, soprattutto quando critica i recenti dibattiti cattolici.

Le prospettive di papa Francesco e dei vescovi statunitensi implicano quindi che la non violenza e l’etica della guerra giusta vadano considerate in una relazione complementare. Seguendo tale prospettiva, diventa chiaro che il Vangelo e il rispetto per la vita umana spingono i cristiani a cercare la giustizia in modi non violenti. E se la giustizia non può essere efficacemente assicurata con mezzi non violenti, le norme sulla guerra giusta andrebbero applicate con grande rigore. Ciò significa che la pregiudiziale a favore della non violenza ci aiuta sia a interpretare sia ad applicare correttamente le norme sulla guerra giusta-ingiusta.

In primo luogo, il presupposto di una risposta non violenta all’ingiustizia rafforza il rigore con cui dovrebbe essere applicata la norma della guerra giusta di «ultima istanza». Solo quando i mezzi non violenti sono stati pienamente perseguiti, si dovrebbe prendere in considerazione l’uso della forza armata.

In secondo luogo, il presupposto a sostegno della non violenza era evidente quando la Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità dello Stato formulò per la prima volta la dottrina della «responsabilità di proteggere». I «princìpi di precauzione» della Commissione sottolineano che per proteggere le persone da gravi abusi, come il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra, dovrebbero essere usati la diplomazia e altri mezzi non militari. L’uso della forza armata dovrebbe essere preso in considerazione solo quando diventa chiaro che gli sforzi diplomatici non sono in grado di proteggere le persone da questi gravi crimini[27].

Infine, l’impegno per la non violenza dovrebbe rafforzare la costruzione della pace all’indomani del conflitto, compresi gli sforzi per realizzare la riconciliazione attraverso la ricostruzione e persino il perdono[28]. In tale prospettiva, sembra ancora più importante continuare ad approfondire e a valorizzare le potenzialità degli strumenti della non violenza sia nel contribuire alla risoluzione dei conflitti, come già affrontato anche dal punto di vista empirico negli studi citati di Ash – Roberts e di Stephan – Chenoweth, sia nel processo di ricostruzione post-conflitto finalizzato a consolidare le fondamenta di quell’«edificio da costruirsi continuamente» (GS 78) che è la pace.

L’impegno per la non violenza può apportare quindi un grande contributo nelle attuali situazioni politiche che ci troviamo ad affrontare e non dovrebbe essere considerato irrealistico. L’importante contributo del presupposto a favore della non violenza è evidente negli sforzi di papa Francesco per contribuire a portare la pace nel conflitto tra Russia e Ucraina.

Il Pontefice ha ripetutamente invitato entrambe le parti a lavorare per la fine del conflitto, sedendosi al tavolo per negoziare la pace. Questi appelli mostrano il suo profondo impegno nel cercare sia la pace sia la giustizia attraverso sforzi diplomatici che evitino e superino la violenza. Un impegno evidenziato non solo dalle dichiarazioni del Papa che sollecitano il cessate il fuoco e il negoziato diplomatico, ma anche dal suo proporsi come mediatore in prima persona di una pace giusta.

Francesco, dunque, incarna un forte impegno cristiano per la non violenza e, insieme, per la tradizione della guerra giusta-ingiusta. Nel regno di Dio si realizzeranno sia la totale non violenza sia la pienezza della giustizia. Nei limiti dell’esistenza storica, tuttavia, le nostre società e la nostra politica non saranno all’altezza del pieno raggiungimento della non violenza e della giustizia proprie del regno di Dio realizzato. Quando si daranno casi del genere, saremo costretti a prendere sagge decisioni politiche su come bilanciare i valori della non violenza e della giustizia.

Guardando al futuro, possiamo sperare che i capi delle nazioni seguano papa Francesco nell’impegno sia per la non violenza sia per la giustizia. Questo li aiuterà a cogliere l’importanza della non violenza mentre perseguono la giustizia e la pace attraverso l’azione politica e la diplomazia. Consentirà loro altresì di scorgere che la non violenza e le norme della guerra giusta sono complementari. La complementarità di un’etica della non violenza e della giustizia può orientare in modo moralmente efficace l’attività futura dei capi delle nazioni. Contribuirà anche a plasmare la missione della Chiesa nella vita pubblica, dove essa cerca di rispondere alla promessa di Cristo sulla venuta del regno di Dio.

CIVILTA' CATTOLICA


*David Hollenbach

Professore presso la School of Foreign Service della Georgetown University di Washington DC (Usa).