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venerdì 11 settembre 2026

TRA PRESENTE E FUTURO

 


ANALISI DI UN VOTO



-di Giuseppe Savagnone 


Verso la frammentazione dell’Europa?

La vittoria schiacciante di AfD in Sassonia è stata oggetto di innumerevoli commenti e reazioni emotive, che però non sempre sono di aiuto a capire il suo significato.  Proviamo qui a evidenziarlo leggendo l’esito delle urne sotto tre profili diversi.

Il primo riguarda il progetto europeista che da decenni, con alti e bassi, vede gli Stati del vecchio continente impegnati a trovare un’unità che superi le divisioni nazionali e dia luogo a un vero e proprio soggetto politico, in grado di dialogare sullo stesso piano con gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.

Un progetto fortemente avversato, ovviamente, da questi attuali grandi protagonisti della scena mondiale (soprattutto dai primi due), ma che trova in realtà grandi resistenze anche nei governi europei, fortemente attaccati alla loro autonomia e, in alcuni casi, gestiti da partiti che, come in Italia Lega e FdI, adottano esplicitamente la logica sovranista del “prima noi” (si tratti degli italiani o di altre nazionalità), conciliandola solo a prezzo di mille riserve con quella europeista.

Col risultato, purtroppo, di ridurre l’Unione Europea a un meccanismo burocratico, spesso farraginoso, che si limita a imporre regole e controlli agli Stati membri, senza che le loro popolazioni si sentano veramente coinvolte in un progetto significativo, fondato su valori e fini comuni, condizione indispensabile per un’unità politica. Un circolo vizioso per cui le resistenze verso il progetto comune ne determinano il fallimento e, a loro volta, si alimentano di esso.

L’ascesa travolgente di AfD è espressione di questa diffidenza, che diventa spesso insofferenza, verso l’Europa, in nome di una forte accentuazione dell’identità nazionale. Il programma del partito prevede, già in campo economico, l’uscita della Germania dall’eurozona, l’abbandono delle politiche comunitarie in fatto di ambiente (il Green Deal), la contrarietà alla transizione energetica e all’utilizzo di risorse rinnovabili perseguiti dall’Ue.

In termini più immediatamente politici, il progetto è di rinegoziare l’accordo di Schengen, con cui si era cercato di superare le barriere tra i singoli Stati stabilendo un confine unico per tutta l’Europa. In questa logica sovranista si pone il rifiuto di un esercito comune europeo e l’appoggio, invece, al processo di riarmo della Germania, voluto dal governo Merz, che prevede di fare dell’esercito tedesco, nel giro di pochi anni, il più forte del continente.

Appare chiaro che AfD non fa altro che portare alle loro logiche conseguenze, smascherandole, tendenze già presenti in governi che a parole ripetono di essere europeisti, ma che in realtà sono anch’essi – a partire da quello italiano – sempre più perplessi sul Green Deal e pronti a sospendere Schengen alla prima occasione, nonché fortemente contrari alla creazione di un esercito unico europeo.

Questo spiega l’entusiasmo con cui Trump ha esaltato la vittoria di AfD in Sassonia e, ancor prima, l’appoggio che Elon Musk ha sempre dato al partito di estrema tedesca sui suoi social. Un’Europa in cui le idee di un simile partito prevalgono – diventando addirittura programmi di governo – non ha infatti alcuna speranza di consolidarsi politicamente e di perseguire uno sviluppo ecologicamente sano ed è destinata a rimanere quello che è ora: un’impotente spettatrice, se non addirittura la vittima, dei diktat e delle scelte del governo americano.

La difesa dei confini e dell’identità

Un secondo profilo sotto cui è possibile capire l’esito delle elezioni in Sassonia concerne il problema delle migrazioni. Una questione che ormai si sta delineando come centrale nello scenario mondiale e che è all’origine del crescente successo di tutti i partiti di destra europei, da AfD in Germania a Rassemblement National in Francia; da Reform UK di Nigel Farage nel Regno Unito a Vox in Spagna (senza dimenticare quelli già al potere, come Lega e FdI in Italia).

La premier italiana Meloni ha fondato sulla sua politica migratoria la propria popolarità in Europa, ottenendo ampi consensi anche dagli altri governi al “modello Albania”, accusato in Italia di essere costoso e superfluo, ma che invece è stato molto apprezzato da diversi Stati dell’Ue per l’idea di tenere i migranti del tutto fuori dei confini nazionali, concentrandoli in Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) all’estero. Proprio recentemente cinque paesi dell’Unione Europea (Germania, Danimarca, Austria, Paesi Bassi e Grecia) hanno stretto un accordo per aprirne uno in Uganda.

Il programma di AfD da un lato è in linea con queste tendenze. Non a caso l’anno scorso il capodelegazione di AfD al Parlamento europeo René Aust aveva dichiarato: «I grandi successi in materia di politica migratoria di Giorgia Meloni, che è riuscita a ridurre drasticamente il numero di immigrati in arrivo, sono per noi un incentivo e un modello di comportamento».

Dall’altro, però, gli intenti del partito tedesco risultano ancora più drastici, arrivando a prevedere l’abolizione del diritto d’asilo – storicamente considerato un baluardo di civiltà –, sostituendolo con un possibile atto di clemenza a discrezione dello Stato; di tagliare ai migranti l’accesso a finanziamenti in denaro e di sequestrare i loro beni per finanziarne la permanenza in Germania.

Il punto cruciale del progetto di AfD, però, è costituito dalla cosiddetta “remigrazione”, cioè dal ritorno forzato di immigrati, richiedenti asilo, stranieri naturalizzati e persino cittadini di seconda generazione ai loro paesi d’origine. Un programma che ha suscitato perfino l’indignazione del cancelliere Merz – promotore del patto sui Cpr in Uganda – che, al Bundestag, ha contestato alla leader di AfD: «La vostra remigrazione non è altro che pulizia etnica in base al colore della pelle e all’origine».

Merz ha anche evidenziato le conseguenze disastrose che un’espulsione degli immigrati, anche regolari, compresi quelli di seconda generazione, avrebbe sull’economia: «A quel punto il settore artigianale non potrebbe più funzionare, nessuna casa di cura potrebbe più operare, nessun ospedale potrebbe più funzionare e nessun ristorante potrebbe più rimanere aperto».

L’AfD risponde, nel suo programma, promuovendo incentivi alla natalità, bonus una tantum per le famiglie numerose e forme di sostegno alle famiglie etero-genitoriali, come l’accesso privilegiato a mutui e assicurazioni.

Anche sull’immigrazione, il presidente Trump ha festeggiato la vittoria di AfD in Sassonia come una conferma della sua politica di deportazione di massa e di “caccia all’immigrato”: «Wow!», ha scritto su Truth, «Si sono finalmente stancati delle norme e dei regolamenti sull’immigrazione, assolutamente disastrosi, che hanno danneggiato così gravemente la Germania».

L’islamofobia e l’appoggio ad Israele

Un aspetto del programma di AfD – ora solennemente approvato dal popolo tedesco – di cui si parla pochissimo (e che risulta fortemente legato alla rivendicazione dell’identità etica, culturale e religiosa) è il passaggio dall’antisemitismo, tradizionale nell’estrema destra, a una più o meno esplicita islamofobia, strettamente connessa con il sostegno allo Stato d’Israele.

Per quanto possa apparire paradossale, proprio la battaglia contro la minaccia dell’antisemitismo è diventata la bandiera di questi eredi del nazismo. Una minaccia da loro associata, peraltro, alla sempre più diffusa presenza di immigrati di religione musulmana, e perciò invocata come motivo per opporsi all’accoglienza dei richiedenti asilo.

Corrispondente a questo capovolgimento di atteggiamento verso gli ebrei è l’atteggiamento di favore di Alternative für Deutschland nei confronti dello Stato ebraico. Un punto d’incontro sono state le critiche all’Europa. Sempre nel 2020 Yair Netanyahu, figlio maggiore del primo ministro israeliano, è stato scelto come ragazzo-immagine del partito per aver chiesto la fine della «cattiva» Unione europea, che, a suo giudizio, era nemica di Israele e di «tutti i paesi cristiani europei», e il «ritorno a un’Europa cristiana».

Ma non è solo in gioco l’antieuropeismo.  Israele viene visto come un baluardo altamente militarizzato contro l’Islam e da questo punto di vista costituisce una sorta di modello per un’Europa che fatica a gestire i suoi confini. Proprio come Israele, si afferma, il vecchio continente rischia di essere assorbito da una forza d’invasione musulmana.

Non solo. Lo Stato ebraico fornisce un’immagine di società multietnica e multireligiosa in cui il predominio della razza bianca sugli arabi è garantito pacificamente (o quasi), con un’apartheid efficiente che potrebbe essere adottata anche in Europa.

Anche su questo punto, AfD non fa che esplicitare la posizione finora assunta dagli Stati occidentali nei confronti della politica israeliana. Essi non hanno neppure una volta reagito alla violazione sistematica, da parte di Israele, delle risoluzioni dell’Onu, che, già prima del 7 ottobre, evidenziavano la chiara intenzione di non dar spazio alla nascita di uno Stato palestinese, a parole sostenuta da tutti i governi europei.

 E sulla base di questo doppio binario tra parole e fatti, hanno assistito senza colpo ferire al massacro sistematico di uomini, donne e bambini nella Striscia di Gaza. Solo ultimamente, con colpevole ritardo, 12 paesi – tra i quali non figura l’Italia – si sono decisi a imporre sanzioni ai coloni israeliani che in Cisgiordania da anni sono impegnati a cacciare i legittimi abitanti arabi, con l’appoggio dell’esercito.

AfD smaschera queste ipocrisie e dichiara esplicitamente una posizione decisamente filo-israeliana che questa Europa indecisa e contraddittoria in pratica ha sempre adottato. E si attira, anche su questo, il pieno consenso del presidente Trump, la cui vicinanza a Netanyahu è stata finora così stretta da fare sospettare una sua dipendenza psicologica dal premier israeliano.

La democrazia al bivio

Questa analisi ci permette di capire che il successo di AfD è in realtà il logico compimento di una deriva già in atto in Europa verso posizioni di destra, sotto l’impaziente sollecitazione del presidente degli Stati Uniti.  Il futuro che il voto della Sassonia lascia intravedere ha in realtà le sue radici nel presente che abbiamo costruito.  

Se questo processo continuerà il suo corso, l’Unione europea è destinata a rimanere un’ombra nel panorama internazionale, anzi ad esserlo sempre di più. La sua sola funzione sarà quella che già ora la nostra premier le ha assegnato, di supporter alle politiche nazionali. Consacrando così l’irrilevanza del nostro continente sullo scenario politico ed economico mondiale.

Analogamente, la difesa dell’identità non solo porterà a innalzare muri sempre più impenetrabili contro i migranti ma, in nome della remigrazione, si procederà a quella che il cancelliere Merz ha definito una vera e propria «pulizia etnica». Con i risultati che lo stesso cancelliere ha paventato e che certo non potranno essere scongiurati da un improvviso aumento della natalità (bisognerà aspettare, in ogni caso, che questi eventuali nuovi figli crescano…).

Quanto al rapporto con Israele, si continuerà sostanzialmente a guardare a esso come a una «democrazia minacciata», e si sarà costretti a prendere finalmente atto dell’irrealizzabilità del progetto dei “due Stati”, reso immaginario dalla complice inerzia dei governi occidentali nei confronti di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Tutto questo si verificherà sotto il segno della retorica della democrazia, ostinatamente esibita anche oggi, quando il premier dello Stato che si autodefinisce baluardo della stessa, dichiara ufficialmente di voler usare i fondi pubblici per comprare i voti favorevoli al suo partito e quando viene considerato democratico Israele, accusato, anche da molti suoi cittadini, di genocidio.

Nei prossimi mesi ci saranno diverse scadenze elettorali che decideranno della sorte delle nostre società e, innanzitutto, del significato che avrà la parola “democrazia” per le generazioni future: l’avanzata delle destre estreme, in Germania e in tutta Europa, rende infatti superati i compromessi e gli equilibrismi che mascheravano il suo sostanziale deterioramento. Ora bisogna scegliere se assistere, o addirittura cooperare, al definitivo compimento di questo processo, oppure reagire, cominciando dal voto, ma soprattutto lavorando – ognuno a proprio modo – alla costruzione di un futuro radicalmente alternativo a questo presente.

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venerdì 14 agosto 2026

MIGRARE IN EUROPA

 

Le migrazioni 

e il patrimonio culturale cristiano

 dell’Europa

-

di Giuseppe Savagnone 

Il modello Danimarca

È di questi giorni la notizia che cinque Paesi dell’Ue – Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia – sono ormai arrivati a un accordo per la creazione di un centro per i rimpatri in Uganda. I ministri competenti si incontreranno a Copenaghen il 4 settembre per valutare i progressi raggiunti, con l’obiettivo di arrivare entro il 2027 a una struttura capace di accogliere migranti trasferiti dall’Europa.

Non è un caso che, in contemporanea, la premier danese Mette Frederiksen, intervenuta al Folketing (il parlamento) durante il dibattito urgente sulla crisi di Ceuta, abbia indicato, tra le opzioni a disposizione del governo, anche la chiusura completa delle frontiere.

Come non è un caso che la riunione dei ministri dei cinque Paesi sia prevista a Copenaghen. Uno degli effetti della crisi di Ceuta è la scoperta – da parte di chi (come il sottoscritto) ne era totalmente all’oscuro – del ruolo fondamentale della Danimarca nel sostenere la linea dura verso i migranti. Forse perché abbiamo molte volte visto additare Giorgia Meloni come la battistrada della “conversione” dei Paesi europei in questa direzione, col famoso “modello Albania”, non avevamo mai prestato attenzione al fatto che, già prima della nostra premier e con ancora maggiore decisione, un’altra donna, anch’ella leader del proprio partito e poi presidente del Consiglio del suo Paese, era diventata un punto di riferimento per diversi governi europei sempre più preoccupati dai fenomeni migratori.

Forse a distrarre l’attenzione è stato il fatto che la Danimarca è un piccolo Paese, con meno di sei milioni di abitanti, e che, in questo caso, il partito è quello social-democratico, da cui non ci si aspetterebbe un ruolo di primo piano in questa battaglia. E in effetti, in Danimarca, tale partito ricopre un simile ruolo da quando, nel 2015, Frederiksen ne è diventata la guida. Da allora il partito ha assunto una posizione molto severa su immigrazione e controllo delle frontiere, anche per contenere l’avanzata del Dansk Folkeparti, il partito di estrema destra danese.

La Frederiksen prima e dopo l’elezione a premier

Anche prima di andare al potere, vincendo le elezioni del 2019, Frederiksen ha sostenuto gran parte delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la legge del 2016 – che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro sostentamento –, e quella del 2018, con cui si introduceva un regime speciale per i cosiddetti “ghetti”.

Con questo termine si indicavano dei quartieri con oltre il 50% di residenti immigrati o discendenti da «paesi non occidentali», nei quali grazie a questa normativa, per alcuni reati venivano previste pene due volte più severe che altrove e dove i bambini, da un anno in su, erano obbligati a frequentare l’asilo per 25 ore settimanali di educazione ai «valori danesi». Inoltre, i genitori che avessero mandato i loro figli nei rispettivi paesi d’origine per lunghi periodi rischiavano di essere espulsi o incarcerati.

I socialdemocratici non si erano neppure opposti – anche se non l’avevano appoggiata – a una proposta di legge, poi arenatasi per gli eccessivi costi, in cui si prevedeva di confinare gli stranieri «indesiderati» (per i quali però non ci fossero motivi giuridici di espulsione) sull’isola di Lindholm, a circa tre chilometri e mezzo dalla costa, grande meno di un chilometro quadrato e un tempo utilizzata come laboratorio per malattie infettive animali. Obiettivo esplicito era di rendere la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il Paese.

Quando poi, nel 2019, era andata al governo, Mette Frederiksen aveva assunto direttamente il comando delle operazioni per bloccare l’immigrazione irregolare, ma non solo quella. A esprimere perfettamente la sua “filosofia” era una formula fatta girare in quel periodo: «Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o in Svezia». Risultato: nel 2020 hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di quanti ne siano arrivati.

L’apice di questa politica è rappresentato da una legge del 2021 che prevede che la domanda di asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.

La legge non ha avuto finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i migranti potessero essere accolti. Essa, però, è stata subito vista come particolarmente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i rifugiati sia dalla Commissione europea, perché esclude la possibilità di entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del diritto di asilo. Come del resto aveva dichiarato il deputato della maggioranza Rasmus Stoklund: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il numero dei rifugiati».

Ora l’accordo con Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia sembra avere individuato il Paese terzo nell’Uganda. Ma è chiaro, a questo punto, che lo stesso “modello Albania” di cui tanto si è parlato, e che è nato dall’accordo siglato tra Roma e Tirana nel novembre 2023, non fa altro che riprodurre la legge danese del 2021, anche se, rispetto a essa, individua un luogo concreto in cui essere attuato.

Le ragioni

In entrambi i casi, si tiene a spiegare che queste misure non nascono da un’irrazionale xenofobia. Nel messaggio congiunto – quasi un “manifesto” – inviato all’Europa da Meloni e Frederiksen, se ne spiegano le ragioni: «Per troppo tempo», scrivono, «soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Infatti, si dice nel messaggio, «nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».

Da qui la linea stabilita in comune e proposta a tutti gli altri Paesi: «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».

Si spiega, in questa logica, centrata sulla difesa degli interessi dei propri cittadini – «specialmente i più esposti» – l’apparente contraddizione della linea della premier danese, leader di un partito socialdemocratico e sostenitrice di una politica anti-immigrazione. «Per me», ha scritto anni fa in un suo libro Frederiksen, «è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori venga pagato dalle classi più povere». Una posizione che Meloni, pur non condividendo l’ideologia socialista della sua collega, sicuramente condivide, magari allargandola a tutte le classi sociali.

Ma non è soltanto una questione di interessi nazionali a livello socio-economico. E neppure di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico. Perciò non basta che chi arriva rispetti le regole formali dei Paesi di accoglienza: deve rispettarne i valori. «Il rispetto delle nostre leggi», scrivono le due premier, «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei». E si riferiscono esplicitamente alle “radici cristiane” dell’Europa: «Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». Perciò, aggiungono, «ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo».

È chiaro che Meloni e Frederiksen condividono la preoccupazione del governo americano, espressa dal vicepresidente J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, di un «allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America». Un allontanamento dovuto, come ha ribadito più volte Trump, all’accoglienza indiscriminata nei propri confini di stranieri.

La minaccia degli stranieri e la difesa dei valori cristiani

Due semplici considerazioni. La prima riguarda la minaccia che, sulla stessa linea di Trump, le due premier denunciano nel messaggio, quella di «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».  Quella a cui si è assistito a Ceuta. 

Ma, sulla necessità di combatterla, tutti, a cominciare da Sánchez, sono pienamente d’accordo e il Consiglio, il 4 agosto, ha testimoniato unanimemente che la reazione del governo spagnolo per contrastarla è stata «rapida ed efficace».

Ma allora perché il ministro degli Esteri Tajani, facendo eco alla posizione della nostra premier, lo ha invece attaccato, e non per l’accaduto, ma per la sua generale politica migratoria?  «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il ministro – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».

Qui, strumentalizzando l’emozione collettiva di fronte al dramma dell’exclave spagnola, si cerca di screditare come «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» una linea politica, confortata pienamente dai risultati, che vuole valorizzare l’accoglienza – niente affatto indiscriminata, ma sottoposta a precisi criteri – sia come un fondamentale valore umano, sia come un fattore di prosperità.

E la decisione unilaterale dell’Italia di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna, come anche la minaccia del governo danese di chiudere del tutto le proprie frontiere, appaiono come una presa di distanza dall’impegno, che tutti i Paesi dell’Unione hanno assunto, di dare la priorità ai confini europei rispetto a quelli nazionali.

Come del resto è accaduto nei confronti dell’Italia, che dal 2021 al 2026 ha registrato, secondo «Frontex», il doppio degli arrivi di migranti rispetto alla Spagna, senza che nessuno degli Stati confinanti le chiudesse le proprie frontiere in nome della propria sicurezza, privilegiando la comune solidarietà europea. È il sovranismo, non l’attacco dall’esterno, la vera grande minaccia a Schengen, una minaccia risorgente, dopo l’improvvida misura italiana e la voce grossa fatta dal governo danese.

La seconda considerazione riguarda il «patrimonio culturale cristiano» di cui Meloni e Frederiksen si dicono orgogliose e che sono intenzionate a difendere. Ora, non c’è dubbio che una politica migratoria non può prescindere da un insieme molto complesso di fattori e di condizionamenti e che la sua aderenza al messaggio evangelico di fraternità universale dev’essere valutata tenendo conto di questi aspetti concreti. Si potrà anche criticare Sánchez per un eccesso di apertura, con la sua scelta di regolarizzare mezzo milione di immigrati (che comunque erano in Spagna da almeno nove mesi).

 Ma non si possono chiudere gli occhi sul fatto che gli eventuali eccessi della politica di Sánchez si collocano all’interno di una visione – peraltro esplicitamente rivendicata dal leader spagnolo – che valorizza l’umana fraternità al di là degli angusti confini nazionali, in sintonia oggettiva con il messaggio evangelico. 

Mentre, al contrario, tutte le ragioni, anche eventualmente fondate, portate negli Stati Uniti da Trump per la deportazione degli immigrati e in Europa da Meloni e da Frederiksen per progettare un’operazione analoga, non possono bastare a giustificare un atteggiamento e uno stile di fondo, prima ancora che singole misure, che sembrano considerare gli esseri umani estranei alla propria cerchia politico-culturale non come persone, ma come una minaccia da fronteggiare.

Che è il tradimento più grave dell’anima cristiana dell’Europa e dell’Occidente.

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venerdì 7 agosto 2026

L'EUROPA AL BIVIO

 


La sfida di Sánchez 

e il bivio dell’Europa



-di Giuseppe Savagnone 

 

Processo a Sánchez

Tutto lasciava pensare che il vertice straordinario dei ministri dell’Interno della Ue del 4 agosto si sarebbe tradotto in un processo alla politica migratoria di Pedro Sánchez. A chiederne la convocazione urgente, all’indomani dei fatti di Ceuta, era stata una lettera di 22 leader europei su 27, in risposta a un appello di Giorgia Meloni, la prima e la più drastica accusatrice del governo spagnolo.

La crisi di Ceuta veniva interpretata dalla premier italiana come una gravissima minaccia alla “difesa dei confini” europei, effetto di una politica migratoria che l’Italia ha sempre condannato. Come ha esplicitato il vice-premier e ministro degli Esteri Tajani: «Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di esseri umani». Da qui la decisione unilaterale di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna.

Immediata, e in piena sintonia con quella del governo italiano, la denuncia anche degli Stati Uniti, che già più volte, nel recente passato, avevano attribuito il declino dell’Europa a una politica migratoria troppo permissiva: «Questo incidente inaccettabile è la conseguenza diretta degli sforzi deliberati del governo spagnolo volti a consentire e facilitare l’immigrazione illegale di massa in Europa», ha dichiarato il Dipartimento di Stato su X.

Ma anche dall’Europa erano arrivati messaggi molto critici verso Madrid. Pienamente d’accordo con Meloni si era detta la ministra dell’Interno finlandese Mari Rantanen: «La Spagna ha completamente fallito nel proteggere il confine esterno dell’area Schengen dalle incursioni. Questo non può continuare», aveva scritto su X, aggiungendo che «i Paesi che non adempiono al loro obbligo di proteggere il confine esterno non possono essere membri di Schengen». Sulla stessa linea la Svezia e soprattutto la premier socialdemocratica della Danimarca, Mette Frederiksen, che insieme a Meloni poi ha preparato la lettera in cui si chiedeva la convocazione straordinaria del vertice.

Per non parlare dei partiti di destra dei paesi europei, dal tedesco Alternative für Deutschland al francese Rassemblement National, e dei social, come X, di Elon Musk, tutti uniti nell’attacco a Madrid.

La vera posta in gioco

In realtà, come si evince dalla dichiarazione di Tajani, la vera questione non è mai stata la permeabilità della frontiera spagnola. Sánchez ha avuto buon gioco nel far notare che, stando ai dati ufficiali dell’agenzia «Frontex», tra il 2021 e il 2026 il numero di irregolari registrato dall’Italia è stato di 478.600 persone, mentre dalla Spagna è stato 230.476, la metà.

Il governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei l’impegno di bloccare un afflusso caotico e incontrollabile di migranti, esercitando – come del resto sta facendo ora a Ceuta – il suo potere di respingimento e di espulsione degli immigrati illegali. Con una differenza fondamentale, però: mentre gli altri governi europei – sotto l’impulso di quello italiano – hanno sempre più messo al centro della loro politica migratoria la “difesa dei confini”, guardando ai migranti come a minacciosi barbari invasori, Sánchez ha più volte dichiarato di considerarli invece una preziosa risorsa per la crescita della Spagna, attuando una politica complessiva di accoglienza e soprattutto curando l’integrazione.

«La Spagna» – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – «è un paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».

Ma, ha aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità». Come dimostrano i dati. Anche grazie agli immigrati, che hanno permesso di compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come il resto d’Europa, il Pil spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del 2,9%: più del doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un aumento del 2%, ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e Germania.

Il confronto è ancora più impressionante con l’Italia, il cui Pil nel 2025, malgrado il massiccio sostegno europeo del Pnrr, è cresciuto solo dello 0,7% e, nelle migliori previsioni per il 2026, resterà al di sotto dell’1%.

Il culmine di questa politica è stato rappresentato dalla decisione del governo spagnolo, l’aprile scorso, di regolarizzare circa 500.000 migranti presenti in Spagna da almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 (dunque già in qualche modo inseriti), senza precedenti penali. Nessuna rinuncia all’identità nazionale, come Sánchez nel proprio messaggio sui social ha specificato: «Riconosciamo diritti ma richiediamo anche obblighi. Che coloro che già fanno parte della nostra vita quotidiana lo facciano a condizioni uguali, contribuendo al sostentamento del nostro Paese e del nostro modello di convivenza».

Uno schiaffo per la “filosofia” sovranista di Meloni, ora applicata a tutta l’Unione europea, secondo cui per “ritornare ad essere grandi” bisogna alzare più muri e fare più deportazioni. I fatti stanno dimostrando che ha ragione Sánchez quando dice che la Spagna, come tutta l’Europa, «deve scegliere» tra due possibili opzioni: «Essere un paese aperto e prospero o un paese chiuso e povero».

Una reazione sproporzionata

Non è necessario essere maligni per pensare che i toni esasperati del governo italiano – e, in una certa misura, degli altri leader europei – dopo Ceuta siano da collegare a questo contesto. Perché l’episodio di Ceuta è stato grave, ma una sproporzione nelle reazioni c’è stata. Basta fare un confronto con quanto accaduto a Lampedusa nel 2023, quando quasi 10.000 persone approdarono gettando nel caos l’isola. L’Unione europea – che in quel momento era presieduta dalla Spagna – fu subito solidale col governo italiano. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si recò con Meloni a visitare l’isola, garantendo il suo sostegno. Nessuno parlò di minaccia ai confini dell’Ue e della possibilità di sospendere l’Italia dagli accordi di Schengen.

Si capisce la delusione spagnola di fronte alla reazione dell’Italia in questa occasione. La riflette chiaramente la risposta di Madrid alla dichiarazione di Tajani: «Questo messaggio è inappropriato da parte del ministro degli Esteri di un Paese partner e amico, dal quale ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia di parte». E si sarebbe forse potuto aggiungere che Sánchez aveva difeso pubblicamente Meloni quando era stata attaccata e mortificata da Trump.

Particolarmente grave lo stop a Schengen da parte dell’Italia, un atto di rottura che il ministro dell’Interno spagnolo ha definito «un’azione imperdonabile». Ma anche il commissario europeo Brunner successivamente ha osservato che le frontiere europee non avevano mai corso alcun rischio, perché chi da Ceuta «vuole passare in Spagna deve comunque superare i controlli della frontiera esterna», sottolineando che «l’Italia è l’unico Paese ad aver introdotto controlli alle frontiere aeree e marittime», che in realtà «sono l’extrema ratio» e «devono essere proporzionati».

In ogni caso – ha fatto presente il governo di Madrid – la crisi di Ceuta «non ha nulla a che vedere con la regolarizzazione dei migranti approvata dal governo spagnolo». Essa in realtà è stata innescata da una sentenza della Corte suprema spagnola, pubblicata lo scorso 8 luglio, nella quale si affermava che il respingimento immediato è legittimo soltanto quando l’ingresso illegale avviene attraverso il superamento di una barriera materiale di confine, e non via mare.

Quella che Madrid ha evitato di sottolineare è la responsabilità delle autorità marocchine, che non solo non hanno fatto nulla per arginare l’esodo verso l’exclave spagnola, ma con ogni probabilità lo hanno anche promosso.

Il perché non è un mistero. Il re del Marocco la considera un residuo inaccettabile dell’eredità coloniale e cerca ogni occasione per abolirla. Per di più, recentemente, con un viaggio ad Algeri, il premier spagnolo Sánchez si è riavvicinato al nemico giurato del Marocco, l’Algeria, che sostiene l’indipendenza del Sahara Occidentale, su cui il governo marocchino rivendica la propria sovranità.

In questo gioco diplomatico ha sicuramente giocato un ruolo importante l’appoggio di Trump al Marocco nel sordo conflitto con la Spagna. È nota l’ostilità del presidente americano nei confronti di Sánchez, l’unico leader europeo che ha osato respingere la sua pressante richiesta di innalzare le spese per gli armamenti e che ha denunciato apertamente, con un fermo discorso, l’assurdità dell’attacco all’Iran.

La montagna ha partorito il topolino

Questi antecedenti spiegano perché ci si aspettasse dal vertice del 4 agosto una condanna della Spagna, sulla cui onda il ministro Piantedosi sperava di far approvare un progetto, elaborato da Meloni insieme a Frederiksen, in base al quale, sul modello albanese, l’Ue avrebbe dovuto creare diversi hub per il rimpatrio in Paesi terzi (si parlava di Uganda, Ghana, Etiopia e Montenegro).

E invece le cose sono andate abbastanza diversamente. Un quotidiano “di sinistra” come «Repubblica» titolava in prima pagina: «Emergenza migranti: la Ue respinge l’Italia». E, nel catenaccio: «Sostegno da Bruxelles alla Spagna e gelo sulla proposta dei centri in Africa».

In questa prospettiva, nell’editoriale di Andrea Bonanni, intitolato «Il boomerang di Meloni», si parlava di «piena, unanime solidarietà alla Spagna, e congratulazioni per come Madrid ha gestito la crisi dei migranti a Ceuta. La sfida lanciata da Giorgia Meloni a Pedro Sánchez si risolve in un clamoroso autogol».

Ma anche un giornale “di destra”, «Il Foglio», esibiva un titolo in questo senso: «Viva la Ceuta invasa dall’europeismo». E, nel catenaccio: «Solidarietà e lodi alla Spagna. I 22 europei, compresa l’Italia, fanno una grande retromarcia su Ceuta».

Probabilmente ci si è resi conto che l’azione diplomatica di Meloni per isolare la Spagna, portata alle sue logiche conseguenze, avrebbe avuto come unico vero effetto non quello di rafforzare i confini dell’Unione europea, ma di spaccarla e indebolirla ulteriormente, facendo, alla fine, il gioco di Trump.

Ma a ricordarci che la battaglia decisiva era il titolo controcorrente di un giornale “di sinistra”, «Domani»: «Migranti: L’Ue stregata da Meloni. “Più rimpatri”, Sánchez isolato». E, nel catenaccio: «Il commissario Brunner attacca Madrid: “Le regolarizzazioni non sono un buon segnale per l’Europa”». La “filosofia” dominante di questa Europa rimane quella dell’esclusione e nello stesso vertice dei giorni scorsi la proposta italiana della deportazione in Uganda o in Ghana dei migranti non è stata approvata, ma neppure respinta. Solo rinviata. E le prossime elezioni favoriranno un ulteriore spostamento a destra della politica europea.

Ho amici spagnoli che detestano Sánchez e che, dopo questo “chiaroscuro”, mi accuseranno di averlo beatificato. So delle forti critiche che gli vengono rivolte e non escludo affatto che siano fondate. Senza dire che su alcune tematiche, come quelle riguardanti la sessualità e la bioetica, sono sempre stato anch’io molto distante dalla sua linea. Ma almeno sulla questione dei migranti spero che la sua sfida continui ad inquietare questa Europa sempre più ripiegata su sé stessa, ricordandole che nessuno cresce escludendo gli altri.

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LA RECINZIONE E LO SPECCHIO

 


Il PAESE CHE 
HA BISOGNO 
DI IMMIGRATI…
E NE HA PAURA!



Ci sono bugie che non trionfano perché siano vere, ma perché risultano straordinariamente utili. 
La più grande bugia del nostro tempo è presentare l’immigrazione come il problema principale dell’Europa quando, paradossalmente, costituisce una delle condizioni per la sua sopravvivenza.


-di Evaristo Villar

La recinzione e lo specchio

L’alba sorge a Ceuta. Dall’altra parte della recinzione, un gruppo di giovani attende in silenzio. Non gridano. Non sventolano bandiere. Solo uno zaino, una borraccia e quel misto di paura e speranza che spinge ad attraversare deserti, mafie e confini. Davanti a loro, guardie, filo spinato e protocolli. Alle loro spalle restano il Sahel, le guerre dimenticate, la fame, il cambiamento climatico e l’assenza di futuro.
Tra questi due mondi ci sono appena pochi metri. Ma questi metri ora separano due modi di intendere la civiltà. Perché il vero muro non è a Ceuta. È nelle nostre menti.

La bugia utile.

Ci sono bugie che non trionfano perché sono vere, ma perché sono straordinariamente utili.
La più grande del nostro tempo è presentare l’immigrazione come il grande problema dell’Europa quando, paradossalmente, essa è una delle condizioni per la sua sopravvivenza.
La Spagna sta invecchiando rapidamente. Ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo. La Banca di Spagna, l’OCSE e la Commissione europea concordano sul fatto che il contributo dell’immigrazione sia fondamentale per sostenere la crescita economica, il mercato del lavoro e, a medio termine, il sistema pubblico
pensionistico. Basta osservare il raccolto nei nostri campi coltivati, le serre di Almería, gli hotel lungo la costa, gli ospedali, le case di riposo per anziani o i cantieri nelle nostre strade e città per rendersene conto.
Abbiamo bisogno degli immigrati. Eppure ne parliamo come se fossero un problema da cui dovremmo difenderci. Questo è il paradosso.

Il business della paura
La Spagna non è sola in questo dibattito. Donald Trump ha fatto dell’immigrazione un pilastro della sua imprevedibile e crudele politica. In numerosi paesi europei l’estrema destra è in crescita e attribuisce allo straniero la responsabilità dell’insicurezza, della perdita dell’identità nazionale e persino della crisi dello stato sociale. L’Unione Europea oscilla tra la difesa dei diritti umani e la tentazione di
blindare i propri confini.
La paura ha sempre prodotto buoni risultati elettorali. La storia, d’altro canto, è stataben peggiore. Zygmunt Bauman ha scritto che gli immigrati finiscono per diventare “stranieri che bussano alla porta», sui quali proiettiamo tutte le nostre insicurezze. È più facile incolpare il nuovo arrivato che chiedersi perché una società ricca generi tanta paura.
L'immigrazione è diventata, così, lo specchio in cui l’Occidente contempla le proprie incertezze. E ciò che vede non gli piace.

La domanda sbagliata
In Spagna da troppo tempo rispondiamo alla domanda sbagliata. Non si tratta solo di sapere quanti immigrati possono entrare. La questione cruciale è un’altra: che progetto di Paese vogliamo costruire con loro?
Perché l’integrazione inizia proprio dove finisce il confine. A scuola.
Nell’apprendimento della lingua. Sul lavoro. Nel quartiere. Nell’accesso a un alloggio dignitoso. Nel rispetto delle leggi. Nell’uguaglianza di diritti e anche di doveri. Regolarizzare non basta. Neanche chiudere. Una società intelligente non sceglie tra porte aperte o muri insormontabili. Sceglie tra integrare o dividere; tra costruire cittadinanza o creare ghetti.
La coesione sociale non nasce dalla paura. Nasce da un progetto condiviso.

Una vecchia domanda a Salamanca

Quasi cinquecento anni fa il filosofo Francisco de Vitoria pose una domanda rivoluzionaria: GLI STRANIERI POSSIEDONO LA STESSA DIGNITÀ CHE ABBIAMO NOI? Quella intuizione  ha cambiato la storia del diritto internazionale.
Cinque secoli dopo, stiamo ancora discutendo proprio della stessa cosa, sebbene utilizziamo parole diverse.
Jürgen Habermas parla di un patriottismo basato sui valori democratici e non sul sangue. Perché ogni persona possiede molteplici identità. Ridurle a una sola è l’inizio del fanatismo.
Il Vangelo, dal canto suo, va ancora più lontano. Inizia con un bambino che fugge con i suoi genitori in Egitto per salvarsi la vita. E si conclude con una frase che continua ad essere scomoda per credenti e non credenti: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Non è un programma di governo. È una misura della nostra umanità.

Chi bussa realmente alla porta?
Forse tra cinquant’anni gli storici non si chiederanno più quanti immigrati siano arrivati a Ceuta, Melilla o alle Isole Canarie.
Si chiederanno come un continente invecchiato, bisognoso di milioni di lavoratori e fiero di aver proclamato i diritti umani, sia riuscito a convincere una parte dei suoi cittadini che coloro che sostenevano una parte crescente della loro prosperità costituissero proprio la loro più grande minaccia.
Questo sarà il vero enigma del nostro tempo. Perché i fili spinati alla fine finiranno per arrugginirsi. Cambieranno i governi, le rotte migratorie e gli accordi internazionali. La cosa difficile sarà abbattere il muro che portiamo dentro di noi.
Perché le civiltà non iniziano a morire quando arrivano troppi stranieri. Iniziano a morire quando perdono fiducia in se stesse e hanno bisogno di crearsi nemici per nascondere le proprie contraddizioni.
Forse un giorno, in un futuro non troppo lontano qualche storico riassumerà la nostra epoca con una frase carica di ironia: «Avevano bisogno di immigrati per sostenere il loro benessere; hanno preferito trovare capri espiatori per assicurarsi i loro voti».
E allora capiremo che la grande crisi d’Europa non è mai stata l’immigrazione.

 È stata la paura.
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Articolo pubblicato il 4.8.2026 nel portale “Religión Digital”  www.religiondigital.org).
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli

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mercoledì 22 luglio 2026

INSUCCESSO SCOLASTICO

 

Misure europee 

contro l’insuccesso

 scolastico:

 

i principali cambiamenti

 in Europa dal 2020


 eurydice

Disponibile la traduzione italiana del rapporto Eurydice 

nell’ultimo quaderno di Eurydice Italia

di Simona Baggiani

Garantire basi solide in alfabetizzazione, matematica e scienze è oggi una delle sfide più urgenti per i sistemi educativi europei.

Per approfondire come l’Europa stia rispondendo a questa urgenza, l’Unità italiana di Eurydice presenta oggi il volume della sua collana “I Quaderni di Eurydice Italia”, che accoglie la traduzione integrale dello studio della rete Addressing underachievement in literacy, mathematics and science: Policy changes in European school education since 2020.

Quest’ultimo numero, dal titolo Misure per affrontare lo scarso rendimento in alfabetizzazione, matematica e scienze. Cambiamenti nelle politiche educative europee dal 2020, analizza come 37 sistemi educativi in Europa stiano mettendo in campo strategie e politiche per contrastare i risultati insufficienti nelle competenze di base degli studenti della scuola primaria e secondaria inferiore, dal 2020 ad oggi.

Il tema è di estrema attualità e desta urgenti preoccupazioni: le valutazioni internazionali come PISA e TIMSS mostrano un aumento preoccupante di studenti che non raggiungono i livelli minimi nelle competenze di base, una situazione aggravata dalle interruzioni causate dalla pandemia di COVID-19.

Il rapporto illustra come i paesi europei stiano costruendo un vero e proprio ecosistema di misure politiche attraverso sette aree interconnesse:

  • l’adozione di quadri strategici nazionali;
  • la revisione dei curricoli;
  • l’organizzazione dell’insegnamento e del tempo scuola;
  • gli strumenti di valutazione (diagnostica e sommativa);
  • il potenziamento del sostegno all’apprendimento;
  • la formazione e il supporto ai docenti;
  • il coinvolgimento dei genitori.

Al centro di questo ecosistema si trovano gli insegnanti, sostenuti attraverso lo sviluppo professionale continuo, la messa a disposizione di risorse didattiche inclusive e l’assunzione di personale specializzato. L’obiettivo condiviso a livello europeo è ambizioso: ridurre al di sotto del 15%, entro il 2030, la quota di quindicenni con scarso rendimento nelle competenze di base.

l Quaderno n. 63/2026 rappresenta uno strumento prezioso per decisori politici, dirigenti scolastici e docenti che intendano approfondire le strategie messe in atto in Europa per garantire il successo formativo di ogni studente e studentessa.

Il volume è consultabile e scaricabile gratuitamente in formato PDF dalla pagina dedicata del sito dell’Unità italiana di Eurydice.

La copia cartacea può essere richiesta, sempre a titolo gratuito, inviando una richiesta all’indirizzo di posta elettronica eurydice@indire.it oppure compilando l’apposito modulo online disponibile sulla pagina del sito summenzionata.

 

Misure europee contro l’insuccesso scolastico: i principali cambiamenti in Europa dal 2020

 

Indire

sabato 18 luglio 2026

UNA NUOVA CIVILTA' ?

 


La nuova civiltà 


di 


Donald Trump




-di Giuseppe Savagnone 

Dietro le sceneggiate

Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Quale cristianesimo?

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa

Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?

L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana

L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non è il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare.

Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

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