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venerdì 29 agosto 2025

CUL DE SAC

Una trattativa

 insensata 


per una guerra

 sbagliata

 

-       di  Giuseppe Savagnone 

 

La diplomazia del narcisismo

La tempesta di missili e droni russi che si è ultimamente abbattuta su Kiev è solo un’ulteriore conferma che la pace in Ucraina è lontana. La promessa di Trump di concludere questa guerra nel giro di quarantott’ore, si è rivelata, come del resto molte altre, una vuota vanteria, specchio del suo narcisismo. 

Narcisismo che ha caratterizzato anche le giravolte diplomatiche con cui il Tycoon ha gettato il mondo in balìa dei suoi mutevoli umori. Anche in questa vicenda, come in altre, Trump gioca a imitare Dio, ma la interpretazione che dà di questo ruolo è quella di una divinità capricciosa e prepotente.

Il presidente americano ha esordito attaccando, paradossalmente, il paese aggredito e mostrando al contrario disponibilità e simpatia per l’aggressore. Poi ha cominciato a rendersi conto che la guerra l’aveva voluta Putin, ma ha continuato a imputare a Zelenskyi la sua mancata interruzione, minacciandolo di privarlo del sostegno militare americano e indebolendo la sua posizione.  

Il fatto è che Trump sin dall’inizio ha creduto di risolvere tutto con un dialogo a due col presidente russo, escludendo proprio il governo ucraino che avrebbe dovuto esserne il protagonista. Ma questo confronto diretto si è risolto in un disastro.

Putin lo ha chiaramente preso in giro tenendolo a bada con vaghe promesse. E anche il celebratissimo incontro del 15 agosto in Alaska, che avrebbe dovuto imporre al presidente russo almeno un cessate il fuoco immediato, è servito solo a sdoganarlo dall’isolamento internazionale in cui si era trovato dopo l’invasione dell’Ucraina.

Un effetto collaterale particolarmente negativo di questa condotta sconnessa e autoreferenziale dell’inquilino della Casa Bianca è stata la rottura del fronte comune che fino ad ora aveva unito le due sponde dell’Atlantico. 

L’Europa, tradizionale alleata degli Stati Uniti, è stata ridotta al ruolo umiliante di vassallo, rimanendo esclusa dai negoziati. E l’incontro del 18 agosto – svoltosi significativamente alla corte del presidente americano – ha visto i suoi leader uniti, ma ha anche evidenziato la loro impotenza a ottenere dal loro interlocutore chiare e sicure garanzie sul suo futuro comportamento.

A coronare questa serie impressionante di contraddizioni, di errori e di scacchi, il Tycoon ha ultimamente lasciato capire che potrebbe fare un passo indietro, rinunziando al ruolo di mediatore che all’inizio si era attribuito con trionfale sicumera. Infantile protesta di un narcisismo deluso.

Sono quasi commoventi gli sforzi degli ammiratori di Trump – in prima linea la nostra premier e la stampa di destra in Italia – per rintracciare in questo demenziale susseguirsi di prese di posizione inconcludenti per la pace e nocive per tutto l’Occidente, un disegno geniale e coraggioso, destinato a farlo tornare grande. Magari attribuendo agli ultimi incontri con Putin in Alaska e con i capi europei a Washington il significato di importanti passi avanti verso la pace che chiaramente non hanno avuto, come i missili su Kiev confermano.  

Sulle macerie della diplomazia americana, i governi europei continuano a discutere fra loro delle garanzie da chiedere alla Russia, in un eventuale accordo di pace, per la sicurezza dell’Ucraina.  Ma è tutto puramente ipotetico, perché il governo di Mosca per ora non sembra intenzionato a fermare la guerra e, in ogni caso, ha già dichiarato di ritenere irrilevanti le conclusioni di questo dibattito, quali che esse siano.

Peraltro, Zelenskyi si dice profondamente grato all’Europa per il suo sostegno, ma sembra convinto – e probabilmente ha ragione – che solo gli Stati Uniti possono veramente garantire sia il raggiungimento che il mantenimento di una pace durevole. Anche se Trump sembra, al contrario, intenzionato a scaricare sui governi del vecchio continente il principale carico economico e militare di questo ruolo.

L’illusione di Putin

Il fatto è che una guerra cominciata male difficilmente può finire bene. E la guerra d’Ucraina è veramente cominciata nel peggiore dei modi.

Se è vero che non esistono guerre “giuste”, questa è stata ancora più sbagliata di altre. Alla radice – checché ne dicano i commentatori filo-russi – c’è stato il disegno imperialistico di Putin di ricostituire la “Grande Russia”, tentando di riportare l’Ucraina sotto il controllo di Mosca, se non attraverso una esplicita annessione del suo territorio, almeno imponendo la creazione di un governo fantoccio, asservito alla politica del Cremlino. Lo conferma il discorso tenuto per l’inizio della “operazione speciale”, dal presidente russo: «Non rinuncerò mai alla convinzione che i russi e gli ucraini sono un solo popolo».

E del resto solo in questa logica si spiega la portata dell’attacco del 24 febbraio, volto alla conquista non del Donbass, ma della stessa capitale, anche se poi l’andamento degli eventi bellici ha ridimensionato il conflitto a quella regione.  Putin si era illuso, evidentemente, di condurre una guerra-lampo, destituendo il governo filo-occidentale di Zelenskyi e mettendo Stati Uniti ed Europa davanti al fatto compiuto.

A impedirglielo sono stati certamente anche i servizi segreti americani, che hanno avvertito in tempo Kiev, consentendo al suo esercito di bloccare l’attacco dei paracadutisti russi alla capitale, ma soprattutto la inaspettata, orgogliosa resistenza del popolo ucraino, che ha risposto con la sua lotta coraggiosa alla forzata omologazione con quello russo sognata da Putin.  

Una demonizzazione

Tutta colpa della Russia, dunque? Si è cercato di farlo credere e in larga misura questa è ancora la rappresentazione che prevale nell’immaginario collettivo dell’Occidente. Per questo, all’indomani dell’invasione russa si è scatenata una demonizzazione senza precedenti non solo nei confronti dei sostenitori di Putin, ma dei russi in quanto tali.

Anche allora l’esagerazione e l’improduttività di questo comportamento era evidente. Le denunziavo in un mio “chiaroscuro”, pubblicato, poco dopo l’inizio della guerra, il 22 aprile 2022, su “Tuttavia” e intitolato Non è così che si costruisce la pace, in cui, dopo aver riferito della decisione senza precedenti degli organizzatori del torneo di tennis di Wimbledon di escludere dalla edizione del 2022 i giocatori russi e bielorussi, tra cui Daniil Medvedev, allora numero due del mondo, Andrej Rublëv, numero otto, e la bielorussa Aryna Sabalenka, numero quattro del mondo – osservavo: «In realtà non si tratta di una novità.

Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina il Comitato Olimpico Internazionale ha “vivamente raccomandato” a tutte le federazioni mondiali di “non invitare atleti russi e bielorussi” nelle competizioni sportive internazionali. E cosi, il 3 marzo il CDA del Comitato paraolimpico internazionale ha deciso che gli atleti di Russia e Bielorussia non avrebbero potuto partecipare alle imminenti Paralimpiadi invernali di Pechino.

In un primo momento si era ipotizzato che lo facessero da “neutrali”, senza essere inquadrati ufficialmente nelle squadre dei loro rispettivi Paesi, ma poi questa misura era sembrata troppo blanda e si era definitivamente optato per una esclusione non solo delle squadre, ma dei singoli atleti in base alla loro nazionalità».

E già allora facevo notare: «Ora, in una logica morale non c’è posto per una discriminazione puramente etnica (…). Essere sostenitori di Putin, come gli oligarchi russi, giustamente penalizzati con il sequestro dei loro beni per il loro ruolo nel sostenere una dittatura sanguinaria – è una colpa. Essere russi no. A maggior ragione questo vale in un ambito, come lo sport (…). Fin dai tempi dei Greci le Olimpiadi erano il momento in cui le ostilità e le discriminazioni venivano superate in nome di una comune esperienza di umanità. Il caso del tennis sta facendo rumore. Ma forse fa più pena pensare che a Pechino, nelle paraolimpiadi, dei poveri disabili, uomini e donne, che si erano a lungo allenati nella speranza di avere anche loro un momento di pienezza, siano stati discriminati ed esclusi per il luogo in cui erano nati e cresciuti. No, non è così che si costruisce una pace degna di questo nome».

Osservazioni che appaiono particolarmente attuali di fronte alle ipotesi di boicottaggio di squadre sportive o di personaggi dello spettacolo israeliani, che molti giustamente respingono in nome del valore universale dello sport e dell’arte. 

C’è da chiedersi dove fossero, però, questi saggi osservatori quando il trattamento di discriminazione veniva applicato a personalità russe che peraltro, come il tennista Medvedev, avevano preso pubblicamente le distanze da Putin e dalla sua politica.

Un’altra illusione

In ogni caso, la verità sull’origine di questa guerra è più complessa ed è giusto ricordarla, senza nulla togliere alle responsabilità di Putin. A spianare la strada all’imperialismo del dittatore russo ci sono stati gravi errori anche da parte dell’Ucraina e dell’Occidente. 

Per quanto riguarda la prima, il governo di Kiev nel 2014 si era impegnato, con gli accordi di Minsk, a fare una riforma costituzionale volta a garantire una relativa autonomia – come quella concessa dall’Italia all’Alto Adige – alle regioni russofone del Donbass.

Impegno mai rispettato, con l’aggravante di aver consentito a forze irregolari di estrema destra, come il battaglione Azov, di imperversare in questi territori.

Ma c’è stato anche il mancato rispetto, da parte dell’Occidente, di un impegno preso, in occasione della caduta del muro di Berlino, dal presidente americano George Bush sr. In un’intervista  al «Corriere della Sera»  del 15 luglio 2007, Jack Matlock, ambasciatore americano a Mosca dal 1987 al 1991 ha raccontato:  «Quando ebbe luogo la riunificazione tedesca noi promettemmo al leader sovietico Gorbačëv – io ero presente – che, se la nuova Germania fosse entrata nella Nato non avremmo allargato l’Alleanza agli ex Stati satelliti dell’Urss nell’Europa dell’Est. Non mantenemmo la parola».

Così, nel 1999 Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca divennero a tutti gli effetti membri della NATO. Nel 2004 fu la volta di quattro Paesi ex membri del Patto di Varsavia: Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia, nonché di tre ex repubbliche sovietiche, Lettonia, Estonia e Lituania. Nel 2009 aderirono Croazia e Albania. Nel 2017 il Montenegro. Nel 2020 la Macedonia del Nord. 

Questo accerchiamento non poteva non allarmare la Russia e sollevare da parte sua forti resistenze all’ingresso nella NATO – alleanza militare per statuto anti-Russa – di un’altra ex repubblica sovietica, per di più del peso dell’Ucraina.

Putin chiese al segretario della NATO e a Biden, ricordando la promessa di Bush.  Ma il primo rispose che non se ne riteneva affatto vincolato, il secondo non rispose nulla. È probabile che Putn avrebbe perseguito egualmente il suo disegno imperialistico. Ma è certo che il presidente americano non disse una parola per fermarlo.

Perché? Una risposta può venire dai proclami trionfalistici di Biden sulla inevitabile sconfitta della Russia, destinata, per citare le parole del presidente americano, a essere “un paria” sullo scenario internazionale. I fatti hanno smentito clamorosamente queste previsioni.

Così, la guerra in corso è il frutto, di due opposte illusioni. Su entrambi i fronti si è creduto di poter prevalere con la forza, mettendo in ginocchio il nemico. Una lezione di storia che evidenzia i limiti del machiavellismo e che forse dovrebbe essere riconosciuta e meditata da tutte e due le parti. E questo esame di coscienza, forse, la prima vera condizione per avvicinarci oggi alla pace.

 www.tuttavia.eu

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venerdì 2 maggio 2025

GIOVANI E VIOLENZA

Se la società 
del narcisismo sdogana la violenza

I nostri giovani? Vittime di una società che non li aiuta a elaborare un pensiero critico che li blocchi quando la rabbia esplode, facendo pensare loro che la violenza sia la risposta giusta. Per Claudia Bongiorno, psicoterapeuta dell'Asp nel carcere Pagliarelli di Palermo, la rissa che lo scorso fine settimana è sfociata nel triplice omicidio di alcuni ragazzi lancia l'allarme su quanto i giovani abbiano bisogno di aiuto.


di Gilda Sciortino

 Sono ragazzi i protagonisti dell’ultima tragedia in ordine di tempo avvenuta in quello che, sino a poche ore prima era una tranquilla notte tra sabato e domenica, in uno dei più tranquilli comuni a pochi chilometri da Palermo. È, infatti, a Monreale che futili motivi hanno portato a una sparatoria nella quale hanno peso la vita tre giovani e sono rimasti feriti altri due. Ma quando possono essere banali, inconsistenti, le motivazioni che possono provocare tali tragedie?

Per Claudia Bongiorno, psicoterapeuta del Servizio di Salute Mentale dell’Asp nel carcere Pagliarelli di Palermo, bisogna partire dal livello di violenza in cui si trovano immersi i giovani di oggi, protagonisti di crimini sempre più efferati.

Un fenomeno da indagare dal punto di vista sociologico?

È da circa vent’anni che c’è una sorta di sdoganamento della violenza, già a partire dai videogame. Già vent’anni fa ricordo l’uscita di tutta una serie di videogiochi, tipo “Assassin’s Creed”,  con una tecnologia talmente realistica da fare impressione. E ricordo che allertavo mio figlio, oggi ventisettenne, sulla consapevolezza che si trattasse di videogame e non di verità. I ragazzi, fin da piccolissimi, sono stati abituati a tutto questo. Quelli che oggi hanno 20 o 25 anni risentono dell’essere cresciuti in un sistema in cui la violenza è stata sdoganata come normalità, dai videogiochi ai film. Inoltre, prima i film violenti andavano in seconda serata, quanto i bambini erano già a letto. Adesso, accendi la tv alle quattro del pomeriggio e vedi cose talmente violente senza nessunissima protezione, senza nessunissimo filtro. Perché dico questo? Perché, in una società diventata sempre più violenta, il  fenomeno si è normalizzato. A noi, giovani di allora, faceva impressione la violenza, infatti tutt’ora, quando vediamo un film violento ci giriamo impressionati, mettendoci le mani davanti alla faccia.

Ma come si passa dai videogiochi al mettere mano a un’arma e sparare? Cosa fa esplodere tanta rabbia?

Il punto è la disinibizione. Se prima, in uno scatto di prepotenza, si finiva alla scazzottata, adesso si va oltre. Ma questo perché l’elemento violento si è normalizzato, non lo si considera più neanche una cosa particolarmente deprecabile. Questa è la cosa che fa impressione. Ma anche perché, dietro a queste azioni così incontrollate, a volte c’è proprio un’assenza di pensiero. Manca la funzione pensiero. Per cui, passano subito all’azione. Sono arrabbiato, mi hai provocato e devo reagire, devo dimostrare quanto valgo. Questo passaggio all’azione presuppone che la funzione pensiero sia veramente scarsa, minima. A volte proprio non c’è. Quindi, il nostro lavoro è spessissimo proprio questo: attivare una funzione rielaborativa critica e autocritica. Per far sì che queste persone, se non ce l’hanno, maturino una consapevolezza di sé, della vita, di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma anche delle conseguenze delle proprie azioni. Partendo dal presupposto che nessuno vuole rimanere in carcere per trent’anni, se commetti reati come quello a cui ci riferiamo e pensi di farla franca… significa che la consapevolezza non l’avevi proprio.

Consapevolezza che torna quando si confrontano con il carcere?

Il lavoro è duro quando arrivano ragazzi che incappano in situazioni di questo genere. Generalizzare non si può, non ha senso, ma posso dire che arrivano quelli totalmente inconsapevoli, quelli che si giustificano come se fosse un banale errore, incuranti del fatto che magari è morto qualcuno. Ovviamente ci sono anche quello che capiscono ciò che hanno fatto e si disperano, ma naturalmente é troppo tardi. Se, poi, dobbiamo fare un sforzo di media statistica, dobbiamo considerare che molto spesso sono ragazzi che usano il crack. E sono quelli che fanno cose tanto violente e incomprensibili. Anche perché tutte le nuove droghe sono eccitanti, disinibenti, in qualche modo rendono più onnipotenti, incapaci di gestire l’impulsività. Il crack disinibisce, quindi da semplici rapine si può passare a lesioni gravi, anche a omicidi come accaduto pochi giorni fa. Ovviamente non può essere una giustificazione ma, anche se non in tutti i casi, l’utilizzo di droghe, di sostanze, spiega molti dei reati che vanno a finire malissimo.

Che tipo di lavoro vi trovate a fare in carcere quando arrivano questi giovani?

Lavoriamo su quei passaggi di pensiero mancanti e cerchiamo di ricostruirli. Li accompagniamo in un’esperienza durissima, come è solitamente la detenzione, aiutandoli anche quando c’è di base l’uso di sostanze. Proviamo a fare capire loro tutto quello che significa avere affidato alle droghe il proprio cervello. Il nostro lavoro è aiutarli a ragionare, a sviluppare un pensiero.

Quanto il carcere riesce a svolgere la sua funzione rieducativa?

Ovviamente il carcere dovrebbe essere l’ultima ratio, purtroppo in tantissimi casi diventa la prima risposta. Nella nostra società per primi abbiamo tolto potere alle agenzie educative che devono avere cura deii nostri figli. Se tu prima prendevi quattro a scuola, nessun genitore si sognava di andare a minacciare i professori perché ti avevano dato un brutto voto, che peraltro ti meritavi. Se deleggittimiamo l’istituzione preposta all’educazione dei nostri figli, al contenimento dei fenomeni devianti, succede che l’unico baluardo diventa la legge, la giustizia, quindi il carcere nei casi più gravi. Che sia difficile educare lo sappiamo tutti, ma se non riusciamo a trasmettere i valori della legalità nella società, a scuola, in famiglia, non potremo mai immaginare di avere e ottenere giustizia.

 VITA

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martedì 22 aprile 2025

QUESTIONE DI PARANOIA


 L’altro — l’ebreo, la donna, la società, il sistema del potere, 

il messicano, l’ucraino, il palestinese, il migrante, l’omosessuale, 

lo straniero... 

è sempre il colpevole di tutto. 

Si tratta di una attitudine proiettiva 

oggi divenuta follemente pervasiva nella vita pubblica.

 

-         di  Massimo Recalcati 

-          La vita collettiva nel nostro tempo appare infestata dalla presenza pervasiva della paranoia. Ne avevamo già visto gli effetti nel corso dell’epidemia del Covid nel carattere delirante delle elucubrazioni complottiste. 

Attualmente i ragionamenti geopolitici più illuminati sul declino della democrazia nel mondo sottolineano la predominanza di una inclinazione totalitaria che non si esplicita solo nell’affermazione di regimi chiaramente antidemocratici ma anche come una tendenza illiberale immanente alla democrazia stessa. Si affermano politiche ispirate da una volontà di protezione e di espansione sovranista come risposta a una minaccia che metterebbe a rischio la propria consistenza identitaria. 

Siamo qui al cuore della lezione clinica della paranoia che si può riassumere con le parole di un noto gerarca nazista secondo il quale assassinare è una necessità ineludibile per non essere assassinati.

Autodifesa e narcisismo

In evidenza è il carattere auto-difensivo del delirio paranoico: la minaccia permanente che l’altro incarna deve essere neutralizzata a ogni costo; aggredire sarebbe così un modo per evitare di essere aggrediti. La spinta distruttiva rivolta verso l’altro trova qui la sua molla di fondo: annientare il nemico è un esercizio securitario per preservare l’esistenza e l’integrità dei propri confini. In questo modo il perseguitato diviene il persecutore in uno scambio di ruoli speculare: la minaccia che l’altro incarna si capovolge in una accusa inesausta nei confronti dell’altro. Non a caso Mein Kampf di Hitler è una reazione chiaramente paranoica alla crisi profonda nella quale era sprofondata la Germania sconfitta e umiliata alla fine della prima guerra mondiale. Si trattava di convertire una caduta melanconica individuale e collettiva in una battaglia politica al cui centro c’era una ideologia — quella dell’antisemitismo — che localizzava nell’ebreo l’altro al quale attribuire la colpa di quella sconfitta e di quella umiliazione. Di qui l’oscillazione tipica del soggetto paranoico tra il sentirsi radicalmente escluso (emarginato, segregato, perseguitato) ed essere guidato da una inesauribile ambizione narcisistica che lo sospinge a incarnare l’eccezione, a essere “il più grande”. 

È il destino cupo e delirante dello stesso Hitler: solo facendosi il portavoce e l’eroe di una missione universale di riscatto — di una causa alla quale fanaticamente immolarsi — egli, sostenuto da una incrollabile certezza nella verità del proprio delirio, si è potuto identificare nel ruolo del salvatore che ridà senso e ordine a un Io e a un mondo caduti a pezzi. È l’ideale incontaminato di purezza che accompagna ogni vera paranoia nella sua esigenza ipermorale di estirpare qualunque forma di impurità compresa quella del sangue. 

Odio

L’odio nei confronti di un nemico impuro che si vuole rendere assoluto protegge, infatti, il paranoico dall’incontro con il suo vuoto fondamentale, con la sua insignificanza originaria. Di qui la sua insistenza sulla certezza incontrovertibile di una ingiustizia subita che deve essere necessariamente riscattata e di qui anche la sua piena identificazione con il proprio delirio. È una tesi di Lacan: la dimensione infatuata della paranoia consiste nel credersi un vero Io, un Io identico a se stesso, integro e compatto come l’acciaio. Per questo nel disegno paranoico la follia viene sempre attribuita all’altro e non al soggetto che invece si rivela come un lucido lettore della perfida malignità dell’altro. L’impossibilità di accedere al lavoro simbolico del lutto nei confronti del trauma della perdita — che non riguarda solo il soggetto individuale ma anche i popoli e gli Stati che li rappresentano — irrigidisce il delirio paranoico nell’odio e nella recriminazione vendicativa costantemente rivolta verso un altro vissuto come la fonte di ogni male. Il narcisismo maligno che lo anima non vuole sapere nulla del carattere irrimediabile della ferita che lo intacca. La passione dell’ignoranza che anima la sua esistenza è pari solo alla forza con la quale difende il suo assioma di innocenza.

Le colpe altrui

In questo senso la paranoia si costituisce come il rovescio speculare della melanconia: la colpa non è mai del soggetto perché è sempre e solo dell’altro. Ed è una colpa tanto irrevocabile e assoluta quanto evidente e priva di ambiguità. Lo sguardo delirantemente lucido del paranoico la smaschera ogni volta senza pietà. Nessun dubbio e nessun tentennamento: l’altro — l’ebreo, la donna, la società, il sistema del potere, il messicano, l’ucraino, il palestinese, il migrante, l’omosessuale, lo straniero, ecc — è sempre il colpevole di tutto. 

Si tratta di una attitudine proiettiva oggi divenuta follemente pervasiva nella vita pubblica. 

Non a caso i grandi paranoici possono diventare leader convincenti e carismatici. Di fronte alla colpa che affligge il soggetto individuale o collettivo per la sua insufficienza e il suo smarrimento, essi incarnano un’identificazione granitica al perseguitato e alla vittima che sa reagire e rialzarsi con forza e orgoglio di fronte alle ingiustizie a torto subite. 

 Alzogliocchiversoilcielo

 

sabato 18 gennaio 2025

RIPENSARE LA FRATELLANZA


 Come si diviene fratelli e sorelle al di là del mito della consanguineità?

 Si tratta di realizzare un legame solidale discreto senza la pretesa che tutto sia condiviso.

Senza annullare l’esistenza separata dell’altro.

Senza voler a tutti costi costringere il reale del Due 

dentro il recinto chiuso dell’Uno.

-  di Massimo Recalcati 

A proposito del conflitto israeliano-palestinese diversi commentatori politici hanno fatto notare come uno degli ostacoli maggiori di fronte all’ipotesi dei Due popoli in Due Stati sia la presenza di spinte fondamentaliste di tipo religioso attive da ambo le parti. È una osservazione che condivido perché il discorso religioso quando viene sequestrato dal fanatismo fondamentalista tende sempre a imporre l’Uno sul Due. In questo senso esso sarebbe strutturalmente allergico al principio della democrazia che è invece sempre un’esperienza radicale del lutto dell’Uno nel nome del Due. 

Varrebbe la pena a questo proposito ricordare che il primo moto che orienta i legami tra i fratelli non è quello della fratellanza ma quello dell’odio e dell’inimicizia: l’odio è più antico dell’amore, il ripudio del fratello o della sorella più originario rispetto alla loro accoglienza. Questo per una ragione evidente: la nascita del fratello o della sorella impone un decentramento inevitabile alla vita del figlio, il quale è costretto a esporsi giocoforza al regime plurale del Due, all’impossibilità di essere un Uno tutto solo. 

 In gioco è la difficile esperienza del lutto dell’Uno. Non è, infatti, possibile sottrarsi all’incontro traumatico con il Due, non è possibile consistere solo di se stessi. 

 Accade, come sanno bene gli psicoanalisti, anche ai cosiddetti figli unici. Essi non solo vivono sospesi al fantasma sempre in agguato della nascita di un possibile fratello o sorella, ma molto spesso si trovano nella necessità narcisistica di ribadire costantemente la loro condizione di superiorità. 

Non a caso Franco Fornari, che fu mio professore all’Università Statale di Milano nei primi anni Ottanta, quando qualche studente indugiava troppo nel formulare in aula domande che assomigliavano più a veri e propri interventi, usava chiedere loro, con aria un po’ maliziosa: «Mi scusi, ma lei è figlio unico?». 

Sapeva bene il mio vecchio professore quanto l’esistenza di un fratello o di una sorella introduca nella vita del figlio l’esperienza benefica, sebbene traumatica, di un limite e quanto sia difficile accettarne l’esistenza. 

Nella prospettiva della psicoanalisi i legami fraterni o di sorellanza rischiano da una parte la fusione incestuosa, la spinta a costituire un solo tragico corpo come accade ai gemelli ginecologi raccontati da Cronenberg negli Inseparabili. L’illusione della consanguineità favorisce questa distorsione perversa: il Due sarebbe solo una manifestazione apparente della sostanza inscalfibile dell’Uno. 

Non a caso tutti i deliri totalitari sono ossessionati dalla negazione di ogni forma di plurilinguismo. 

Per un’altra parte però i fratelli e le sorelle rischiano il conflitto aperto, la lotta senza esclusione di colpi, l’aggressività inesausta di una rivalità irriducibile (Romolo e Remo, Caino e Abele, Giacobbe e Esaù, ecc). È l’altra faccia della stessa medaglia poiché sia la follia della fusione sia quella della rivalità fratricida vorrebbero sopprimere il Due. 

Il mito di Narciso che si specchia nella rappresentazione ideale di se stesso converge in questo senso con quello di Caino che uccide il fratello Abele, mosso dall’invidia nei confronti di chi incarnava il proprio ideale. Invece di intraprendere il lutto dell’Uno imposto dall’esistenza del Due, Caino vorrebbe, infatti, cancellare per sempre il Due al fine di continuare a essere “l’unico” e il “solo” figlio. 

È questo uno dei complessi psichici a fondamento del fenomeno collettivo della guerra: difesa a oltranza dell’Uno di fronte alla minaccia destabilizzante del Due. Non a caso i vissuti che scaturiscono dalla nascita di un fratello e di una sorella non sono mai solo di gioia, ma evocano sempre anche l’intrusione e l’esclusione. Il fratello e la sorella incarnano, infatti, la minaccia sempre possibile della nostra sostituzione. Si tratta di una esperienza di intrusione che ha come effetto principale una espropriazione: “il mio posto è stato preso da un altro”. 

Ma come si diviene fratelli e sorelle al di là del mito della consanguineità che sostiene l’illusione fondamentalista dell’Uno che vorrebbe escludere il Due? Come si realizza una fratellanza e una sorellanza che non siano preda dell’odio? Si tratta di realizzare un legame solidale discreto senza la pretesa che tutto sia condiviso, senza annullare l’esistenza separata dell’altro, senza voler a tutti costi costringere il reale del Due dentro il recinto chiuso dell’Uno. 

È quello che possiamo trovare nel gesto solo apparentemente enigmatico con il quale Esaù e Giacobbe si abbracciano lasciandosi alle spalle la lotta a morte per il loro prestigio, decidendo però di seguire due cammini differenti, di rimanere Due. 

Ne L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio è quello che viene descritto attraverso l’amore della protagonista per una sorella la cui differenza radicale assomiglia all’estraneità anarchica del mare. 

Accade, insomma, ogni volta che la nostra vita sceglie la vertigine del Due rinunciando a volere fare e essere: Uno con l’altro.

Alzogliocchiversoilcielo

domenica 15 dicembre 2024

APPAIO, DUNQUE SONO !

 

APPARIRE 

PER ILLUDERSI 

DI ESSERE




Galimberti, oggi per esistere

 bisogna mettersi in mostra,

 pubblicizzando la propria immagine, 

ed è per questo che nella nostra società

è più complicato "essere" che "apparire"

"Siamo infatti nelle mani degli altri, al punto che il nostro pensare e il nostro sentire, la nostra gioia e la nostra malinconia non dipendono più dai..."

Nella società odierna l'apparenza sembra aver completamente preso il sopravvento sull'essenza all'insegna di un'esistenza priva di significato in cui i più giovani stentano a trovare una loro identità, omologandosi a stereotipi privi di senso, determinando ciò sicuramente degli effetti deleteri nel loro processo evolutivo di crescita.

Ed è proprio per tal motivo che una ragazza di ventun anni, Chiara, si rivolge al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti per trovare delle risposte ad alcuni suoi interrogativi.

Le parole della ragazza celano, in realtà, le difficoltà e le insicurezze dei giovanissimi alle prese con un mondo che pretende di plasmare ogni soggetto a suo piacimento, trasformandolo e facendolo diventare diverso da ciò che è realmente. L'influenza che subiscono è così forte ed incontrollabile che inconsapevolmente le nuove generazioni si comportano non come vorrebbero ma come la società ritiene più corretto ed opportuno, sottostando a delle rigide regole che presuppongono l'approvazione degli altri per poter sentirsi bene con se stessi, mostrando la propria immagine o meglio la maschera che, giorno dopo giorno, si finisce con l'indossare, dimenticando chi si è realmente.

In tale prospettiva il confine è labile e si finisce col perdersi, non distinguendo più ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, i colori diventano sbiaditi e la confusione predomina incontrastata, senza valori che svolgano una funzione guida.

Da ciò deriva la profonda solitudine e tristezza che connota i più giovani, spesso disorientati ed incapaci di scegliere consapevolmente e responsabilmente, insicuri e privi di una personalità forte.

A tal fine Umberto Galimberti coglie l'occasione per sottolineare come oggi sia più complicato "essere" che "apparire" all'interno di una società in cui l'uomo stesso si è degradato al livello di merce e perciò si può esistere solo mettendosi in mostra, pubblicizzando la propria immagine.

Di conseguenza chi non si espone, chi non si mette in mostra, non viene riconosciuto, quasi neppure ci si accorge di quella persona.

"Siamo infatti nelle mani degli altri, al punto che il nostro pensare e il nostro sentire, la nostra gioia e la nostra malinconia non dipendono più dai moti della nostra anima che abbiamo perso e probabilmente mai conosciuto, ma dal "mi piace" o "non mi piace" espresso dagli altri, a cui ci siamo consegnati con la nostra immagine, che, per non aver mai conosciuto noi stessi, è l'unica cosa che possediamo e che vive solo nelle mani degli altri. Ci siamo espropriati e alienati nel modo più radicale, perdendo ogni traccia di noi", così sottolinea Galimberti.

Pur di metterci in mostra abbiamo perso la nostra intimità, interiorità, essenza, il nostro pudore. La spudoratezza diviene una virtù e viene meno la vergogna. Di intimo è rimasto solo il dolore, la malattia, la povertà, che ciascuno cerca di nascondere per non essere isolato dagli altri.

Ecco dunque l'importanza per i giovani di riappropriarsi della loro identità, della loro essenza, riscoprendo quei valori guida che indicano la strada giusta da percorrere per non perdersi mai e che illuminano il cammino come un faro nella notte così da permettere loro una crescita sana, all'insegna dell'essenza e non dell'apparenza.

Scuola Oggi

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venerdì 29 novembre 2024

VOLERSI BENE

 


"In difesa

 dell'amore 

di sé"

 








Volerci bene con misura ci aiuta nelle relazioni con gli altri 
e migliora il nostro senso di realtà.
 
Non ha a che fare con il narcisismo che invece è un sentimento ottuso di fierezza, vanità e insicurezza.


-         di Vito Mancuso

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Per essere compreso nella sua essenza il mito di Narciso richiede di venire accostato al mito di Eco. Narciso ed Eco rappresentano infatti i due estremi dell'amore: l'amore di sé che ignora completamente l'altro, e l'amore dell'altro che ignora completamente sé. Qual è la forma peggiore? 

Narciso era bellissimo e coloro che l'incontravano, femmine e maschi, giovani e adulti, se ne innamoravano, ma lui respingeva sempre tutti. Eco, che era stata punita da Era con la privazione della possibilità di parlare se non ripetendo le ultime parole ascoltate (da qui il nome eco per il fenomeno acustico del ripetersi di un suono), un giorno vide Narciso e, come tutti, se ne innamorò. 

A causa della sua condizione però il dialogo produsse una serie di equivoci, fino a quando lei gli andò incontro per abbracciarlo ma lui si ritrasse sdegnato dicendole: «Toglimi le mani di dosso! Vorrei morire piuttosto che darmi a te!». La povera Eco poté solo rispondergli «darmi a te» e scappò via in preda a una vergogna che la consumò progressivamente facendo rimanere di lei soltanto la voce. 

Quanto a Narciso, un giorno capitò davanti a una fonte cristallina. Bevve, ma vedendo la sua immagine si innamorò di sé, il che lo portò a macerarsi a sua volta per un amore impossibile e a morirne, alcune antiche fonti dicono per consunzione, altre per annegamento avendo voluto abbracciare la propria immagine nell'acqua. 

Entrambi, comunque, muoiono per amore: lei per aver amato troppo un altro, lui per aver amato troppo se stesso. E il loro mito ci consegna il dilemma dell'amore di sé. Abbiamo a che fare con la più ostinata prigionia o con il fondamento della vita sana? 

L'amore di sé è spesso considerato l'origine di tutti i mali. Il primo dei sette vizi capitali, la superbia, non è altro che uno sconfinato amore di sé, e la tradizione cristiana insegna che fu proprio per superbia che Lucifero decadde dallo stato angelico divenendo Satana. Il mito cristiano, quindi, individua la radice di tutti i mali nell'eccessivo amore di sé. 

Tutte le tradizioni spirituali sono unanimi nel sottolineare la necessità della liberazione dall'ego. Il Buddha pone l'origine del dolore nella brama in quanto manifestazione più immediata dell'ego. Scrive Platone: «Causa di tutti i vizi per ognuno di noi è il più delle volte una forma eccessiva di questo amore di sé». Insegna Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso» e per l'Imitazione di Cristo «il rinunciare interiormente a se stessi unisce a Dio». Tra i moderni, Kant colloca la radice del male nell'amore di sé, dicendo che esso, «adottato come principio di tutte le nostre massime, è la fonte di ogni male». Gandhi conviene: «Se potessimo cancellare l'Io e il Mio dalla religione, dalla politica, dall'economia eccetera saremmo presto liberi e porteremmo il cielo in terra». Anche Einstein la pensava così: «Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dell'io». Simone Weil esaspera la prospettiva: «La lebbra sono io, tutto ciò che io sono è lebbra, l'io come tale è lebbra». 

Le cose però non sono così unilaterali come appare. Se infatti Gesù insegna che l'io deve rinnegare se stesso, dall'altro lato afferma: «Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?». Il che significa che il rinnegamento di sé non equivale alla distruzione di sé, come riteneva Simone Weil, ma esattamente al contrario è funzionale a non perdere il sé, che va piuttosto preservato e salvato. Quando Gesù formulò il comandamento dell'amore per il prossimo, come misura di tale amore pose proprio l'amore di sé: «Amerai il tuo prossimo "come" te stesso». Il che significa che non si può amare il prossimo se prima non si ama se stessi, e che quindi esiste un più che legittimo amore di sé. 

Tale dialettica è presente anche in Gandhi, che, se da un lato voleva ridursi a zero, dall'altro affermava: «Sono un inguaribile ottimista perché credo in me stesso», laddove tale fiducia di sé manifesta anche amore verso di sé. Lo stesso va detto del buddhismo al cui interno ha scritto Corrado Pensa: «L'amore per se stessi rende più interi, più fiduciosi e più contenti». Per quanto riguarda la filosofia antica, scrive Aristotele: «Tutti i sentimenti di amicizia nascono dal rapporto di sé con se stesso e in seguito si estendono anche verso gli altri… È soprattutto con se stessi che si è amici, perciò bisogna amare soprattutto se stessi». E per la filosofia moderna ecco Rousseau: «L'amore di sé è sempre buono e sempre conforme all'ordine». 

Siamo quindi al cospetto di un'antinomia: il pensiero da un lato insegna la lotta contro il proprio sé, dall'altro ne incoraggia la coltivazione. Erasmo da Rotterdam riprodusse con precisione l'antinomia: «Non è insensato piacersi, ammirarsi? Eppure, potrai mai fare qualcosa di bello, nobile, gradevole, senza piacere a te stesso?». Tale contraddizione si rivela anche nel linguaggio comune nel quale c'è un modo di dire io che è il segno più evidente di egocentrismo narcisistico, ed esiste tuttavia anche l'estremo opposto di chi non dice mai io per rifugiarsi sempre dietro l'autorità altrui senza mai esporsi in prima persona. Se il primo estremo segnala egocentrismo, il secondo è mancanza di autonomia. Quale rapporto quindi dobbiamo avere con noi stessi? Superamento o compimento? 

Ora l'uno ora l'altro, io penso, a seconda delle stagioni e delle circostanze, l'importante è non cadere negli estremi di Eco e di Narciso. Ma un aiuto ci viene dalla scienza contemporanea. Essa ci parla della struttura ontologica dell'essere dicendo che ogni fenomeno fisico è il risultato di un'aggregazione, il che non può non valere anche per il nostro io, il quale quindi non esiste come sostanza a sé stante ma nasce e vive delle sue relazioni e quindi è costitutivamente relazione. 

Per questo l'orientamento positivo verso gli altri non è in opposizione con l'orientamento positivo verso di sé. Al contrario, è solo l'orientamento positivo verso di sé che consente un orientamento positivo verso gli altri, come del resto relazioni felici con gli altri alimentano la stima di sé. 

L'amore di sé, inoltre, non è sempre così frequente come si immagina, perché molti vivono nella non accettazione della propria realtà desiderando essere diversi da quello che sono e cercando un altro posto del mondo, un'altra famiglia, un altro corpo, un altro carattere, un altro io. E in questa prospettiva amare se stessi (per quello che veramente si è) può essere anche un grande atto di umiltà e di conciliazione con i propri limiti. 

Riassumo tutto il senso del discorso con la distinzione tra "amor proprio" e "amore di sé", con il primo concetto che segnala la condizione narcisistica negativa di chi è preda di un ego ipertrofico, e con il secondo che indica la serena accettazione della propria condizione, accolta per quello che è, limiti compresi, ai quali si giunge a sorridere con quella leggerezza dell'autoironia che è una delle proprietà più belle dell'essere umano.

 

Vito MancusoLa Stampa

Alzogliocchiversoilcielo


 

domenica 8 settembre 2024

NON TI MANCHI LA GIOIA

 


 Vito Mancuso filosofo italiano, intreccia spiritualità e razionalità per dare senso al mistero dell'esistenza. In Non ti manchi mai la gioia invita a coltivare la felicita come resistenza contro la superficialità, riscoprendo la bellezza nelle piccole cose.

Riflessione centrale è l'acqua, simbolo del fluire della vita che modella l’esistenza come fa con le rocce di un fiume. L'acqua racchiude la memoria della creazione, rappresentando il divenire continuo che ci guida verso la gioia nutrimento dell'anima.

 intervista a Vito Mancuso

a cura di Stefania Santoni

In «Non ti manchi mai la gioia» lei descrive i momenti di stallo come situazioni in cui ci sentiamo incapaci di avanzare. In che modo possiamo affrontare questi momenti? 

«Non c'è nulla di buono senza la chiarezza mentale che nasce dalla conoscenza. Per affrontare i momenti blocco serve saperli riconoscere: conoscere un problema non basta per risolverlo, ma ignorarlo lo aggrava quindi è essenziale prenderne coscienza. Per capire, bisogna prima capirsi. E per capirsi, è necessario ritagliarsi momenti di silenzio isolamento e solitudine, condizioni in cui anziché ascoltare gli altri, ascoltiamo noi stessi. Solo così роssiamo реrсерire il disagio e andare in profondità» … 

 Nel libro evidenzia che la lotta contro l'impotenza è una costante nella storia dell’umanità. Com'è cambiata questa lotta e quali sono differenze tra passato e presente? 

«Prima ci si doveva conformare a un canone, a una tradizione, a un’autorità: l’individuo raggiungeva la sua potenza, il suo benessere, la sua realizzazione quando s’inseriva in un modello comunitario perché si viveva in una società religiosa nel senso sociologico del termine. Mi riferisco a ciò che rilega e unisce. Anche se uno non credeva o non partecipava ai sacramenti, la società rimaneva un punto di riferimento. Ora abbiamo una fortissima individualizzazione, non c’è più un riferimento collettivo, ciascuno è signore di sé stesso. L’individualizzazione accoglie aspetti negativi, come l’individualismo, ma anche positivi come la valorizzazione dell’individualità». 

 Lei parla di una fede moderna che celebra il culto dell’Io, paragonandola a una forma di narcisismo. Quali sono i pericoli? Il narcisismo contribuisce a una sensazione di prigionia interiore? 

«I pericoli di questa deriva li trovai scritti in maniera profetica da Shakespeare, in Troilo e Cressida: “Tutto avrà nome potere e il potere volontà, e la volontà desiderio e il desiderio, lupo universale, assecondato doppiamente dalla volontà e dal potere farà dell’intero universo la sua preda per poi, alla fine, divorar sé stesso“. Una frase scritta nel 1600 che trova oggi una totale realizzazione. Questo lupo universale che ognuno di noi ha dentro di sé non conosce ostacoli e desidera. La manifestazione del narcisismo si verifica quando siamo convinti che non ci sia niente di superiore al proprio io, al proprio desiderio. E il risultato è l’appetito da lupo. Il lupo universale di cui parla Shakespeare vuole fare dell’intero universo la sua preda per poi divorare sé stesso. Ma noi siamo relazione: stiamo bene quando siamo in una relazione armoniosa. Quando l’armonia delle relazioni viene meno a causa dell’aggressività del desiderio, sul momento, chi vince ha un senso di potere e pensa di stare bene. Ma poi viene divorato. Per questo il desiderio come divinità assoluta ci consegna a una solitudine ontologica». 

Come possiamo aprirci a una vita più autentica? 

«Capendo la nostra posizione: si tratta di compiere all’interno di noi quella fondamentale rivoluzione copernicana, cioè, passare dall’immaturo geocentrismo, ovvero l’egocentrismo, alla maturità di chi comprende di non essere il centro perché il centro non esiste, si va costruendo mano a mano. La maturità consiste nel trovare qualcosa di più importante del nostro singolo desiderio trasformandolo in aspirazione. Non si tratta di sopprimere il desiderio, come sottolineano alcune tendenze religiose e ascetiche, ma di riorientarlo. Questo avviene col passaggio all’eliocentrismo, quando troviamo la stella attorno cui gravitare. E comprendiamo la portata delle relazioni rispetto ai grandi valori come il Bene, la Giustizia, la Bellezza, la Verità, l’Amore». 

 Come raggiungere un equilibrio interiore? 

«Ognuno deve trovare la via giusta per sé. La spiritualità è ad personam. Ci sono persone per le quali la via giusta è la preghiera del rosario, per altre invece è impossibile pensarlo e preferiscono la meditazione buddista. Altre ancora raggiungono l’equilibrio camminando nella natura, nella musica, nelle chiese vuote. Ciò che è decisivo è la connessione con qualcosa che è più grande di noi, quella metanoia, cioè il cambiamento della mente che consiste nel seguire la stella proprio come scrisse Dante nelle parole che fa pronunciare a Brunetto Latini: “Se tu segui tua stella, non fallirai a glorioso porto”. La ricerca spirituale consiste nel trovare la tua vita, quella che ti mette maggiormente in pace con te stesso e in connessione con il centro del mondo, con l’anima mundi». 

 Che cosa rappresenta per lei la gioia profonda di vivere? 

«È necessario fare una distinzione tra felicità e gioia. La prima riguarda la psiche e richiede movimento: è quando saltiamo, gridiamo, corriamo. La gioia, quella vera, è pace interiore. Non è una risata ma un mezzo sorriso, come dicono gli spirituali. È la pace del cuore, la quiete di chi si sente a casa, al sicuro. È avere la possibilità di affidare il proprio spirito». 

 Un’ultima domanda. Nel suo pensiero quale significato attribuisce all’acqua, sia in senso letterale che simbolico? 

«Non esiste cosmogonia al mondo che non ponga all’inizio di tutte le cose l’acqua. La mente umana lo ha sentito fin dal principio come elemento originario della vita. E oggi lo attesta la scienza: la vita è nata in ambiente acquatico. Perché l’acqua favorisce le relazioni tra gli elementi: li scioglie, li ammorbidisce. E li rende capaci di relazionarsi l’uno con l’altro».

 Alzogliocchiversoilcielo

 

 

venerdì 1 dicembre 2023

GIOVANI NARCISI


 Quei ragazzi così pieni 

di narcisismo 

da non tollerare un rifiuto


-Intervista a Massimo Recalcati a cura di Maria Novella De Luca

 Professore, per cercare di capire cosa può aver armato la mano di Filippo Turetta, abbiamo molto citato in questi giorni il “retaggio del patriarcato”. O sarebbe più giusto parlare di quella ferita narcisistica che spesso lei ha chiamato in causa per descrivere il malessere dei nostri adolescenti e post-adolescenti?

«Il mito del nostro tempo è quello del successo individuale. Si tratta di un nuovo imperativo che rende impossibile l’esperienza del fallimento. Chi corre piano o chi cade è tagliato fuori. Si tratta di un vero e proprio culto della prestazione e del perfettismo. Subire il rifiuto di una ragazza significa riconoscere i propri limiti, che non si può essere tutto né avere tutto. Significa accettare una sconfitta delle proprie aspirazioni. Per questo a volte il ricorso alla violenza sostituisce la dolorosa constatazione della propria insufficienza. È una tendenza del nostro tempo: rifiutare l’ostacolo, la perdita, il fallimento, il dolore».

 Possiamo provare a spiegare che cosa intendiamo quando parliamo del narcisismo di questa generazione? È davvero il loro malessere?

«Il narcisismo dei figli è sempre un prodotto di quello dei genitori. Oggi una delle angosce più diffuse tra i genitori è quella di tutelare i loro figli proprio dal rischio del fallimento e della caduta. Questo non aiuta i figli ad assumere la responsabilità delle loro parole e delle loro azioni. E, soprattutto, a comprendere che è proprio attraverso la caduta e il fallimento che la vita dei nostri figli acquista una forma effettiva. Sono gli adulti responsabili di non trasmettere ai figli il senso della legge, ovvero che non si può essere tutto, avere tutto, sapere tutto, fare tutto…».

 Quanto lo specchio dei social influisce nello spingerli al confronto esasperato provocando anche depressioni e frustrazioni?

«Il mondo social nei suoi aspetti più patologici esalta il perfettismo e il principio di prestazione. Non c’è in quel luogo alcuna confidenza con l’esperienza della caduta e della solitudine. Tutto deve apparire perfetto. Anche l’eventuale caduta diviene in certi casi un modo per raccogliere like… È una virtualità narcisistica dove tutto deve apparire ideale».

 Quale può essere il meccanismo che scatta nella testa di un giovane di 22 anni che uccide la sua fidanzata più brava negli studi, più sicura, aggrappandosi alla propria fragilità per non farsi lasciare? L’incapacità di questa generazione di maschi di accettare la forza delle donne?

«Non solo dei maschi di oggi. Da sempre gli uomini che odiano le donne sono uomini che non sopportano la loro libertà. L’ideologia del patriarcato si è retta su questo principio repressivo di fondo: negare sistematicamente la libertà delle donne. Non a caso Adorno e Horkheimer assimilavano la libertà delle donne alla libertà dell’ebreo. C’è qualcosa di insopportabile, di intollerabile nell’una e nell’altra. Sono il rimosso dell’Occidente. Per questa generazione specifica di maschi il problema si è complicato, almeno per un verso, perché riconoscere di non essere tutto per l’altro è una ferita narcisistica insopportabile. Ma non dobbiamo dimenticare che al fondo di ogni narcisista c’è il buio della depressione. Non è tanto l’invidia ad avere spinto Filippo ad uccidere, ma la frattura di un legame che per lui costituiva la sola salvezza possibile dal buio della depressione. Una rottura che avviene in due tempi: il primo è quello nel quale Giulia dichiara la fine del suo amore; il secondo quando si approssima a discutere la sua tesi di laurea. Sono due fratture irreversibili inflitte all’ideale della coppia simbiotica».

 In che modo gli adulti possono entrare in contatto e prevenire tragedie che nascono dalla ferita narcisistica?

«Non servirà certo introdurre nelle scuole un’ora di educazione affettiva, sessuale o sentimentale … Il rispetto per l’altro e, in particolare, per le donne non è una materia specialistica come lo sono la chimica o la letteratura. Sarebbe come pensare che per costruire buoni cittadini sia sufficiente un’ora di educazione civica alla settimana. La cultura del rispetto della differenza avviene innanzitutto nelle famiglie e nella Scuola. Sono la famiglia e la Scuola i due principali educatori con il compito di alimentare nei nostri figli la cultura del rispetto della differenza: la testimonianza dal lato della famiglia che possano esistere relazioni ispirate dalla cura e dalla accoglienza e la cultura dal lato della Scuola come antidoto nei confronti della violenza».

 Fonte: La Repubblica