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venerdì 17 luglio 2026

UNA PICCOLA MINORANZA

 


La Chiesa diventata 

piccola minoranza


Era stato Ratzinger al Concilio 

a fare questa profezia di minoranze 

significative per il rinnovamento.


-di Enzo Bianchi 

Conosciamo tutti la profezia del teologo Joseph Ratzinger che, avendo partecipato alla fatica del Concilio, inaspettatamente predisse che nei decenni a venire la chiesa sarebbe diventata una piccola minoranza. Si parlava allora di minorités agissant, minoranze significative ed efficaci, e sorgevano comunità che credevano fortemente in questa dinamica capace di rinnovamento e di mutare anche situazioni e sorti umane. Si nutriva una visione ottimistica circa questa possibilità: la chiesa diventata umile e povera sarebbe ripartita dai suoi inizi, non avrebbe conosciuto la prosperità, non avrebbe più goduto dell’appoggio dei poteri mondani e si sarebbe dovuta spogliare di molti beni… 

Per alcuni cattolici questo era un sogno, un desiderio, oggetto d’invocazione. 

Da allora sono passati alcuni decenni e di fatto qualcosa si è avverato della profezia di Ratzinger: la chiesa sta abbandonando molti luoghi di culto e molti edifici, sovente venduti per diventare o spazi destinati ad altri culti, o luoghi culturali, o commerciali. Il numero dei presbiteri è più che dimezzato e le religiose stanno per scomparire. Tra i monaci, poi, che non hanno vocazioni, si registra un invecchiamento che rende le loro comunità precarie e umanamente povere. Non è facile nutrire speranza nel futuro per una tale chiesa e un giovane fa molta fatica ad aderire a chiamate verso cammini di vita pastorale o religiosa, oggi assolutamente non attraenti. 

Per ora quella chiesa più spirituale plasmata dalla primitiva ecclesiae forma, la chiesa delle origini, non appare perché la mondanità ha cambiato forme ma regna come prima, come al tempo della cristianità. Sì, c’è chi esalta l’attuale momento di crisi e lo considera un’occasione preziosa per il Vangelo, un’ora pasquale, un tempo di riuscita, ma in questo caso mi sembra che sia un tentativo di coprire la crisi con un’ottica ottimista che rimuove ogni responsabilità, operazione tipica di chi della sua impotenza fa una virtù! 

Il Concilio – certamente non tutti i documenti del Concilio, ma le costituzioni dogmatiche – ha tracciato un cammino di riforma serio e fortemente impegnativo, ma di questa riforma che ne è dopo sessant’anni? Avvenuta in parte nella liturgia eucaristica si è arrestata a un certo punto e per quanto riguarda la vita di preghiera dei fedeli non si è fatto nulla. Di fatto la si è impoverita e si mantiene una grave contraddizione: basti sentire i canti che il popolo di Dio continua a fare, vedere le processioni sempre più dotate di bizzarre invenzioni e creazioni, per notare una contraddizione tra la liturgia voluta dal Concilio e la preghiera della comunità cristiana. So che viene chiamata “pietà popolare” e anche esaltata, ma non è in conformità con la teologia espressa dalla fede e dalla liturgia della riforma conciliare. Si disprezza il rito Vetus Ordo mantenuto dai tradizionalisti fino a volerli escludere dalla comunione cattolica e si tollerano e si promuovono processioni – vere e proprie eredità delle processioni celebrate dai fenici che portavano su carri o sulle spalle i loro dèi – con canti e invocazioni più pagane che ispirate dal Vangelo. 

Perché non c’è volontà di purificazione della liturgia? 

Ho partecipato ancora una volta a un raduno di fedeli cattolici provenienti da diverse chiese locali e con altri osservatori attenti notavamo che le domande che emergevano chiaramente vertevano proprio su tali contraddizioni: questi fedeli portavano a testimonianza liturgie celebrate nelle loro chiese per le quali avevano patito scandalo proprio a causa del misconoscimento della riforma liturgica conciliare. 

Com’è possibile permettere e favorire tale pietà popolare e poi insistere che nulla sia tralasciato e nulla mutato nella liturgia eucaristica senza tener conto dell’assemblea? Vere e proprie contraddizioni che non aiutano né la partecipazione alla liturgia né la vita di fede. 

Ho già fatto notare su queste colonne l’invito della Conferenza Episcopale Italiana nel documento di attuazione del sinodo (2025) ad aprire i cantieri per una revisione del linguaggio dell’eucologia nella liturgia e c’è già qualche vescovo avveduto e intelligente che si è messo all’opera. Non sarà un lavoro né facile né breve e non si deve ripetere l’errore dell’ultimo messale, quando è stato affidato il compito di lavorare sulle collette ad alcuni, concedendo loro pochi mesi per la stesura. Occorre ricerca e studio e si ricorra a biblisti e liturgisti esperti delle fonti, non a esperti di pastorale come è successo in Italia recentemente, dove abbiamo finito per ritrovarci di fronte a una traduzione dei Salmi gravemente carente e non cantabile. Occorrono liturgisti, non antropologi! Questo rinnovamento è necessario a partire dalle “collette”, dalla “secreta” e dal “post-communio”, che risentono molto della loro origine medievale e di un linguaggio vecchio, non più capace di esprimere l’amore sempre preveniente e gratuito del nostro Dio. 

Una Chiesa unita

Papa Leone con la sua mitezza e il suo fermo desiderio per l’unità della chiesa può fare molto in quest’ora difficile, segnata da un accrescersi delle divisioni, delle polarizzazioni e delle contrapposizioni non solo nel mondo, tra i popoli, ma anche tra le chiese e nella chiesa cattolica stessa. Proprio in questi giorni, non possiamo tacerlo, vengono ordinati quattro vescovi nella Fraternità San Pio X, guidata da Lefebvre, senza il mandato pontificio. Significherà la scomunica e lo scisma. Papa Ratzinger aveva tolto la scomunica e Papa Francesco nella sua grande passione di unità durante l’anno della misericordia aveva dato alla Fraternità la possibilità di celebrare legittimamente i sacramenti. Nonostante questo atteggiamento di benevolenza purtroppo oggi lo scisma si consuma, e in modo irreparabile. È una ferita per la chiesa della quale non possiamo rallegrarci e ci rincresce che in tanti anni non ci sia stato un dialogo efficace fino al ristabilimento della comunione. Tutto il corpo di Cristo è lacerato, tutti ne devono soffrire. 

Il Vetus Ordo

Anche da questa realtà di chi continua a celebrare secondo il Vetus Ordo, pur dicendo il nostro fermo disaccordo in obbedienza alla riforma liturgica conciliare, dobbiamo lasciarci interrogare. In Italia non sono molti i cristiani tradizionalisti, ma in altri paesi la loro presenza è eloquente e s’impone, come in Francia, dove assicurano un certo risveglio della vita cristiana dopo una stagione segnata da esteso secolarismo e profonda indifferenza. Il fenomeno del pellegrinaggio a Chartres, le “Sentinelle del mattino” nella chiesa di Parigi, sono una novità che raduna soprattutto giovani che non arrossiscono nel professare il Vangelo di Gesù Cristo. Purtroppo i presbiteri che sono presenti tra di loro soprattutto a livello liturgico non solo seguono il Vetus Ordo, ma lo celebrano anche nelle sue devianze che si manifestano in celebrazioni individuali e simultanee sotto le tende gli uni accanto agli altri. Ho interrogato con attenzione questi giovani sulle motivazioni della loro appartenenza a queste porzioni di chiesa tradizionaliste e sempre mi è stato risposto che dai tradizionalisti la celebrazione dell’eucaristia è seria, è curata, senza protagonismi del celebrante, e i canti gregoriani sono eloquenza della fede, non vergognose canzoni da happening…”. Sì, cercano ciò che la liturgia scaturita dalla riforma del Concilio dovrebbe dare loro, né più né meno, anzi da quest’ultima riceverebbero di più, perché è ispirata dalla parola di Dio. 

Ma attualmente le eucaristie nelle nostre chiese raramente sono ben celebrate, secondo le vere intenzioni della riforma. Lo dico da testimone, perché per due anni ho partecipato a messe domenicali parrocchiali, essendo fuori comunità, e grande è stata la mia desolazione o per la celebrazione scadente o per le miserie dell’assemblea. 

Io nutro la speranza che i vescovi italiani che hanno avuto il coraggio di aprire i cantieri di una nuova riforma liturgica riescano veramente ad attuarla, e sarà un’occasione per rinnovare la comunità cristiana che celebra il grande mistero della sua identità: essere corpo di Cristo!

Vita Pastorale  

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lunedì 6 luglio 2026

LA ZATTERA E IL MARE


 L’umanità 

al bivio 


di Lampedusa


Su quest’isola si decide quale civiltà vogliamo costruire: quella che riconosce il volto dell’altro e se ne prende cura, oppure quella che lo lascia naufragare nell’indifferenza. 

 

di Corrado Lorefice *

 Nel Mediterraneo di oggi non si consumano soltanto tragedie: si gioca la tenuta della nostra civiltà. Ciò che si continua a liquidare come “emergenza” è invece il frutto di scelte politiche precise, di una gestione dei confini che ha trasformato il nostro mare in un sepolcro d’acqua. Per levare la voce del Vangelo in questo contesto di disumanità e di inimicizia, papa Leone è approdato a Lampedusa, tredici anni dopo papa Francesco

Il suo messaggio è stato chiaro, potente: «Oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico: qui abbiamo visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso». 

È il corpo nudo e bisognoso di tutto, il corpo del depredato, del ferito, del morente, della vittima innocente, a chiamarci alla prossimità, alla compassione, al pianto, perché questo corpo è per i cristiani il corpo stesso del Cristo. Qui l’umano e il cristiano coincidono. 

E il Mediterraneo rende tragicamente attuale e visibile la lotta tra umano e disumano, tra la vita e la morte dell’umanità. In questo ottavo centenario di Francesco d’Assisi, Lampedusa diventa cartina di tornasole: separa chi si prende cura dell’umanità dell’altro da chi, inseguendo un cieco inumano protezionismo, trascina le società verso la distruzione totale. Il ritorno del successore di Pietro – del «pescatore di uomini» – a Lampedusa, è un atto di alta valenza profetica. Mentre nel mondo il potere arrogante e folle celebra il tagliare i ponti e l’innalzare muri, il Papa sceglie di stare dove il dolore umano grida nella notte. Non è retorica. È l’unica speranza di una sopravvivenza dignitosa per ogni uomo e per ogni donna, per ogni bambino e per ogni persona fragile. 

La Sicilia assume qui un ruolo di fondamentale peso simbolico, politico, umano ed evangelico: è nel Mediterraneo la zattera che custodisce e recupera l’umano distrutto dalla violenza inumana. Offriamo una zattera, restando fedeli alla nostra storia di accoglienza. Non è un semplice approdo geografico: è un avamposto di umanità che interpella l’intera nazione, richiamandola alla sua bussola: la Costituzione della Repubblica italiana. La nostra Costituzione, in un momento magico, purtroppo oggi brutalmente ignorato, ha raccolto diversità politiche e storiche in quel territorio condiviso che è il vangelo dell’umano. 

Lampedusa oggi – dobbiamo dirlo – è uno sfregio alla bellezza di questa Costituzione. Tutti coloro che l’hanno sfregiata dovranno renderne conto, perché disprezzare la Costituzione – che spinge a non considerare mai l’altro un nemico o un invasore, ma come un fratello da accogliere nella casa comune – significa violare l’identità profonda del nostro Paese, il suo codice culturale fondativo. Siamo davanti a una svolta storica. Inutile tacerlo. O il Vangelo torna a essere la Bella Notizia di un’umanità che sceglie di amarsi, di essere solidale nella sofferenza, di gioire ancora del sorriso di un bambino e dell’amore che genera vita, oppure rischiamo di tornare verso l’orrore di un nuovo Auschwitz. 

La strada che porta ai campi di sterminio comincia proprio dall’indifferenza che oggi osserviamo nel mare di Sicilia. «Mai più» è scritto a Dachau: eppure eccoci a ripetere gli stessi orrori nel Mediterraneo. Se smarriamo questo senso di comunità, siamo condannati a scivolare lentamente e nuovamente nelle catastrofi che hanno caratterizzato il Novecento

Il Papa ci ha ricordato con forza che gridare «Umanità!» in nome di Dio (« Magnifica humanitas »!), compiere gesti concreti, quotidiani, di condivisione e di consapevolezza in vista di una nuova Città dell’Uomo, significa scegliere da che parte stare: non con i muri dei potenti che cantano la distruzione, ma con la vita che cerca, disperatamente, di approdare alla spiaggia della speranza. La Chiesa non può ignorare il grido di chi fugge da terre depredate da potenze straniere che, rubando risorse, costringono intere popolazioni all’umiliazione e infine al rischio estremo delle onde. 

Papa Leone XIV, con la sua presenza a Lampedusa, ci ricorda che il mondo è un giardino da custodire, e che il pane che mangiamo ci nutre – e non ci avvelena – solo se condiviso.

*Arcivescovo di Palermo 

Avvenire

venerdì 3 luglio 2026

I TRE VOLTI

 


I tre volti 

di 


uno scisma





-di Giuseppe Savagnone 


Il volto ecclesiale

La scelta della Fraternità sacerdotale San Pio X di ordinare quattro nuovi vescovi si può considerare sotto profili diversi. Il più evidente – di cui soprattutto si sono occupati i media – è quello ecclesiale. Dopo la scomunica da parte di Giovanni Paolo II, che nel 1988 fece seguito all’ordinazione di altri quattro vescovi da parte del fondatore della Fraternità, mons. Lefebvre, c’erano stati degli sforzi di riavvicinamento, culminati nella remissione della scomunica da parte di Benedetto XVI, che aveva anche ammesso nuovamente l’uso del messale preconciliare.

Papa Francesco aveva revocato la liberalizzazione della messa in latino, ma aveva concesso ai preti lefebvriani la potestà di confessare durante il Giubileo della misericordia (2015-2016) e la possibilità – da valutare però caso per caso – di celebrare matrimoni.

Con la decisione di ordinare altri quattro vescovi senza il mandato della Santa Sede, il superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha respinto l’accorato appello di papa Leone a mantenere aperto il dialogo e ha reso inevitabile una nuova scomunica. Si tratta, infatti, di una sfida aperta all’autorità del pontefice, come era stata quella del defunto mons. Lefebvre. Un gesto che consacra la disobbedienza della Fraternità al papa, rompendo la comunione con lui, e determina automaticamente lo scisma.

Questa mossa, in verità, può apparire – e secondo molti è – contraddittoria con la volontà della Fraternità di ritornare al Catechismo di Pio X, in cui è rigorosamente prescritta l’obbedienza al papa. Ma già secondo Lefebvre la crisi della Chiesa era così grave da giustificare misure eccezionali per salvaguardare l’ortodossia, rendendo leciti atti normalmente proibiti dal diritto canonico. 

E anche don Pagliarani si appella a uno “stato di necessità” per una presa di posizione che a suo avviso è motivata da una più profonda fedeltà alla Chiesa e al papa, perché volta a ricondurli alla retta interpretazione della tradizione ecclesiastica. Come scrive nella sua risposta all’appello di Leone: «Lungi da noi il volerci separare dalla Chiesa di Roma – si legge nel testo – al contrario, desideriamo servirla con mezzi straordinari, come si soccorrerebbe una madre in difficoltà che necessita di un aiuto particolare, anche se tale aiuto non è compreso da tutti».

Le ragioni del dissenso

La Fraternità, infatti, ritiene che il Concilio Vaticano II abbia creato una frattura nella tradizione della Chiesa e abbia dunque tradito lo spirito del cattolicesimo. Un punto cruciale è, a questo proposito, il riconoscimento contenuto nella dichiarazione conciliare Dignitatis humanae  – poi sviluppato in particolare da Giovanni Paolo II e da papa Francesco con gesti pubblici di apertura e di dialogo –  che c’è della verità anche nelle altre religioni e nelle altre confessioni cristiane, valorizzandone così la funzione spirituale, invece di bollarle semplicemente come errori da combattere in nome dell’unica verità rivelata e di cui solo la Chiesa cattolica sarebbe depositaria.

Ma ad apparire inaccettabile ai seguaci di mons. Lefebvre è anche la nuova dimensione comunitaria introdotta dalla costituzione conciliare Lumen gentium, che rovescia la concezione piramidale e gerarchica della Chiesa, mettendo in primo piano il popolo di Dio, desacralizzando la gerarchia e valorizzando il laicato.

È solo una conseguenza di queste divergenze di fondo quella che spesso è stata scambiata per il problema cruciale, la celebrazione della messa in latino. Dove in realtà la questione della lingua è certo significativa, ma secondaria rispetto al fatto che si tratta di una messa celebrata con un rito non rispondente alla nuova visione del Concilio.

Un solo esempio: una delle novità della messa post-conciliare è il fatto che il celebrante non dà le spalle al popolo – volgendosi come suo rappresentante ad Orientem, verso Dio – ma celebra rivolto ai fedeli, partecipando insieme a loro alla comune mensa sacrificale.

È evidente che quello della Fraternità San Pio X è una reazione a tutto ciò che di nuovo la Chiesa ha espresso in questi anni. Eppure, deve far riflettere il fatto che, contrariamente a quanto molti immaginavano nel 1988, essa non si è estinta con Lefebvre, ma è cresciuta. Se allora contava poco più di duecento sacerdoti, l’anno scorso ne contava 733, con altri 264 seminaristi, oltre a religiosi e religiose presenti in numerosi Paesi e alcune centinaia di migliaia di laici che gravitano attorno alle sue opere.

Non solo. All’interno della stessa Chiesa cattolica si registrano segni di nostalgia del passato. E quello che colpisce è che essi vengono soprattutto dai giovani preti, con il ritorno a un accentuato ritualismo, all’uso della talare, alla sottolineatura dell’autorità dei presbiteri. È come se si sentisse il bisogno di puntare su contrapposizioni nette e di trincerarsi dietro forme rigide, per difendere una identità minacciata dalla complessità e dalla problematicità della realtà attuale. Ma, in definitiva, è una fuga dai dubbi e dal confronto, che rivela una sostanziale debolezza.

Il volto teologico-culturale

Questo apre la strada a un secondo aspetto dello scisma, assai meno trattato, quello teologico-culturale. Liquidare lo smarrimento di cui si è detto come un fatto meramente psicologico rischia di coprire i problemi che il cristianesimo – non solo quello cattolico – sta affrontando, in questa che – come lucidamente ha precisato papa Francesco – non è un’epoca di cambiamento ma un cambiamento epocale.

Il distacco dalla Chiesa di masse sempre più imponenti di fedeli evidenzia la difficoltà del messaggio cristiano a presentarsi come attuale e coinvolgente per gli uomini e le donne del nostro tempo. Più che le chiese vuote, il problema sembra la difficoltà delle persone – anche di chi ancora le frequenta – a trovare credibile il Vangelo e a vivere con l’intensità di una volta la loro adesione di fede nel nuovo contesto culturale.

Da qui i tentativi di diversi teologi di pensare in modo nuovo l’oggetto di questa fede, anche ricorrendo a vere e proprie rivoluzioni dottrinali, come quella implicita nelle diverse forme di post-teismo, che arrivano a rimettere in questione perfino l’esistenza di un Dio trascendente il mondo. Col rischio, però, che, piuttosto che di un’attualizzazione delle verità da sempre credute, si tratti di una loro sostituzione con altre.

E anche nel modo di concepire il pluralismo religioso, il rispetto per le altre fedi finisce a volte per tradursi nella riduzione della figura di Gesù Cristo a quella di uno dei tanti fondatori di religioni, spogliandola della divinità che le attribuisce il Credo elaborato dalla Chiesa indivisa nel primo millennio della sua storia. Col risultato di svuotare l’idea centrale del cristianesimo, che è quella dell’assunzione della nostra umanità da parte di Dio stesso.

Da qui l’irrigidimento di chi, per difendere la tradizione, la identifica con una pura e semplice conservazione, assumendo come assoluta questa o quella formulazione del passato, senza rendersi conto dell’arbitrarietà di una simile scelta: perché proprio il catechismo di Pio X, o le formule del Concilio tridentino, e non altre fasi della storia cristiana?

Quando invece ogni tradizione è per sua natura dinamica e deve sempre fare i conti con i nuovi contesti culturali in cui si trova a vivere, arricchendosi grazie ai loro apporti. Quella della Chiesa, poi, è il processo attraverso cui i discepoli di Gesù sono chiamati a una sempre più profonda comprensione del suo messaggio, sotto la guida dello Spirito Santo, come ha promesso il Maestro ai suoi prima di lasciarli.

Ciò non avviene, però, senza il contributo attivo degli uomini e delle donne di ogni epoca. E, per quanto riguarda la nostra, la Chiesa non potrà far fronte adeguatamente al suo compito di traduzione del Vangelo nel linguaggio del nostro tempo senza un forte slancio di pensiero creativo e, al tempo stesso, fedele all’essenziale. Il richiamo del passato, di cui lo scisma è una manifestazione, rivela questa difficoltà a costruire il futuro.

Il volto politico

Ma c’è anche un terzo volto di questo scisma, che non va trascurato, quello politico. L’opposizione al messaggio sociale proposto energicamente dagli ultimi papi ha avuto il suo fulcro, negli Stati Uniti, in ambienti religiosi conservatori, prevalentemente evangelici, ma in una certa misura anche cattolici. E, reciprocamente, il messaggio che viene da un’esperienza come quella della Fraternità è decisamente di appoggio alla destra, a livello internazionale come a quello italiano.

Destò un certo scalpore, a questo proposito, la scoperta che uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988 da Lefebvre, mons. Richard Williamson, era un deciso negazionista dell’Olocausto. E, nell’ottobre del 2013, è stata la Fraternità di San Pio X a voler ospitare la funzione religiosa dei funerali del gerarca e criminale nazista Eric Priebke.

Non è un caso, perciò, che alla consacrazione dei quattro vescovi scismatici siano stati presenti, unici rappresentanti politici, l’ex europarlamentare della Lega Mario Borghezio, oggi aderente a Futuro Nazionale (il nuovo partito di Vannacci), e una delegazione di Forza Nuova guidata da Roberto Fiore.

Una destra cinicamente aggressiva e sprezzante dei diritti delle persone e dei popoli sta dilagando in Europa e nel mondo, dagli Stati Uniti ai paesi del Sudamerica, dall’Italia alla Germania, da Israele al Giappone. La Chiesa cattolica è forse attualmente l’unica voce che si oppone a questa marea e si leva a difesa dei poveri, dei migranti, degli inermi.

Alle forze della reazione emergenti ne serve un’altra, che pretenda di essere anch’essa pienamente cattolica, e che avalli la linea di quei governanti che, come la nostra Meloni, fanno dell’erezione di muri contro i migranti il loro fiore all’occhiello, senza però voler rinunciare alla pretesa di essere paladini del cristianesimo («Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana») contro il pericolo dell’invasione dell’islam.

La Fraternità di San Pio X si presta perfettamente a questa operazione e indica comunque la direzione di una nuova conciliazione tra potere politico e cristianesimo. Anche qui, tuttavia, si tratta di una sfida che può essere salutare. Essa costringe il mondo cattolico a una riflessione sulla propria assenza dalla scena politica.

Più in generale, sotto tutti e tre i profili che abbiamo esaminato, questa riedizione dello scisma del 1988 potrebbe rivelarsi una nuova occasione di risveglio per una Chiesa spesso stanca e demotivata.

Non ci sono ricette. Come papa Leone ha ricordato nella sua enciclica, dipende da ognuno di noi decidere se lasciarsi dominare dalla logica del potere dell’omologazione espressa nella torre di Babele o contribuire alla ricostruzione delle mura della città di Dio, in cui l’umano è custodito e può fiorire. 

A ciascuno la scelta.

www.tuttavia.eu

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sabato 13 giugno 2026

LO SGUARDO DI GESU'


 Lo sguardo intelligente 

e commosso di Gesù

 è il paradigma 

della missione ecclesiale


Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XI domenica del tempo ordinario (anno A)

Es 19,2-6a; Sal 99/100; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

L’odierna pagina evangelica ci consegna il paradigma della missione ecclesiale. Il quale sembrerebbe impersonato dagli apostoli scelti e inviati per primi da Gesù ad annunciare la venuta del Regno di Dio. Da tutti loro, nessuno escluso: anche da «Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì».

Tramandare

È interessante, a tal proposito, notare la voce verbale usata dall’evangelista Matteo per dire che Giuda fu il traditore del suo Maestro: ho paradoùs autón, da paradoûnai, che vuol dire “trasmettere” e “tramandare” prima ancora che “tradire”. Del resto “tradire” equivale a fare una trasmissione distorta, non attendibile, di un insegnamento. Giuda tradì il suo Maestro non solo in quanto lo consegnò ai suoi uccisori (e nel greco neotestamentario pure “consegnare” è reso solitamente con paradoûnai) ma anche e soprattutto perché non ne comprese il messaggio e ne fraintese la missione messianica, presumendo probabilmente che Gesù avrebbe dovuto esercitare una leadership politica e persino militare, per guidare Israele alla riscossa contro i romani e i loro fiancheggiatori. Giuda non aveva capito la vera natura del Regno celeste e, di conseguenza, aveva fallito la missione – condivisa con gli altri apostoli – di predicarne l’avvento. Era stato un discepolo mediocre, non aveva ben appreso l’insegnamento del Maestro.

Gli inviati

Per compiere la missione ricevuta da Gesù, i suoi «apostoli» – da lui inviati, giacché questo significa letteralmente il termine apostoli – sono innanzitutto invitati a stare – come suoi «discepoli» – con il Maestro, a impararne la lezione, a lasciarsi avvincere dalla sua autorevolezza (nei vangeli si legge sempre exousía), a partecipare del suo potere (qui proprio exousía) di contrastare il Maligno e il male con cui gli «spiriti impuri» hanno contagiato il mondo. I discepoli sono chiamati, in particolare, ad assimilare il suo esemplare dedicarsi alle altrui debolezze, quelle fisiche non meno di quelle morali: «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità».

Il rapporto che Gesù instaura con i suoi discepoli li prepara a essere apostoli, a svolgere la missione. Difatti, quello in cui il Maestro li coinvolge, non è un rapporto elitario, men che meno settario. Non è una relazione chiusa dentro la cerchia di coloro che sono stati scelti. È, piuttosto, aperta, estroversa, tesa giustappunto a tradursi in missione, a proiettarsi sulle strade, a perlustrare la realtà tutt’attorno, penetrandone ogni piega e ogni piaga.

In cammino

Gesù stesso sta continuamente in cammino, attraversa i villaggi e le città. Entra nelle case, si sofferma nelle sinagoghe e si concentra sui rotoli biblici che di volta in volta commenta, ma pure parla nelle piazze e slarga la vista sulle folle, percependone le preoccupazioni e intuendone le necessità, sentendo per questo «compassione» per le persone che va incontrando. Rivolge a tutti uno sguardo capace di oltrepassare le apparenze esteriori («idṑn», annota l’evangelista, usando una forma verbale che proviene da «horáō»: potremmo tradurlo come vedere oltre, guardando dentro): i suoi occhi scrutano e interpretano, scandagliano la realtà nel suo aspetto deteriorato e la ripensano per come dovrebbe davvero essere.

 Questa è la lezione di vita che Gesù propone ai suoi discepoli. Non è costituita soltanto da massime di cui un giorno ricordarsi. È un insegnamento vissuto più che impartito: ricco anche di gesti. Spesso, anzi, costituito da gesti non eclatanti, discreti, quasi impercettibili. È un insegnamento fatto di attenzione nei confronti di tutti: l’attenzione dello sguardo intelligente e dell’intima commozione. Per questo è un insegnamento difficile da apprendere. Per i discepoli, che si preparano a essere apostoli, si tratta d’imparare il modo di guardare di Gesù e, cosa ancor più straordinaria, di sperimentare il suo modo di commuoversi.

La missione

La missione, dunque, muove dalla persona di Gesù, dalla sua interiorità (splánchna nel contesto di questa pagina evangelica), dal suo cuore e dalla sua mente. Il vero paradigma della missione apostolica è impersonato da Gesù, prima e più che dagli apostoli. Per portare a termine la missione loro affidata dal Maestro, gli apostoli devono assomigliargli, facendo proprie queste sue singolari attitudini relazionali. Rispondere al suo appello non significa entrare nella sua corte e men che meno formare una sua coorte. Gesù non vuole un partito. Neppure un esercito. Al limite, nemmeno un seguito di alcun genere. Non trattiene presso di sé coloro che chiama. Vuole semmai compagni di strada, disposti a fare assieme a lui il suo stesso cammino lungo le vie del mondo. Per poi mandarli in ogni direzione, a due a due nel suo nome. Sarà lui a garantire loro la sua compagnia, poiché egli sarà sempre dove essi staranno – pregheranno e opereranno – uniti nel suo nome. Così potranno predicare – senza mai fermarsi, «strada facendo» – che «il Regno dei cieli è vicino». Dimostrando l’attendibilità di quest’annuncio con i segni messianici: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni».

Annuncio

Potrebbe sembrarci impossibile prolungare questa missione ai nostri giorni. Come guarire gli ammalati? Come far risorgere i defunti? Come sanare i lebbrosi? Come esorcizzare i diavoli? Come, perciò, rendere credibile l’annuncio del Regno? Interrogativi che potrebbero scoraggiarci. Ma che, invece, devono stimolarci a soppesare le parole del Maestro, per indovinarne il senso autentico. Possiamo e dobbiamo prenderci cura («therapeúein» nel testo greco di Matteo) delle ferite esteriori e di quelle interiori degli altri, delle loro tristezze non meno dei loro acciacchi. Possiamo e dobbiamo svegliare (questo vuol dire il verbo greco egheírō che troviamo in questo brano) chi sprofonda nella depressione reputando d’aver fallito su tutti i fronti, far vedere loro la luce in fondo al tunnel, aiutarli a capire che sono loro stessi la luce in fondo al tunnel. Possiamo e dobbiamo purificare le nostre comunità e la società intera dai pregiudizi che pesano su chi è scartato, estromesso, emarginato, rigettato, rifiutato, perseguitato, per cauterizzare così il tessuto ecclesiale e sociale che a causa di tali pregiudizi si riduce in brandelli. Possiamo e dobbiamo rintuzzare la violenza di Satana con la nostra umile preghiera al Signore, con il nostro sacrificio e con la nostra testimonianza possiamo e dobbiamo smascherare le forze occulte che vogliono strappare il mondo dalle mani paterne di Dio.

www.tuttavia.eu

 

 

 

IL PAPA, LA TRAGEDIA, LA FARSA

 La Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

-di Giuseppe Savagnone 

 Il papa in Spagna

Il viaggio in Spagna di Leone XIV – il primo di un pontefice dopo 15 anni – si è trasformato, al di là di ogni previsione, in una trionfale legittimazione del ruolo al tempo stesso spirituale e politico del cattolicesimo in questo momento storico, e non solo per la Spagna.

Dopo secoli di imperante tradizione cattolica, il paese iberico negli ultimi decenni era diventato, anche per reazione al periodo franchista, un esempio di secolarizzazione estrema, di cui lo zapaterismo, con le sue scelte in campo etico, aveva rappresentato l’emblema. E su questa linea si è mosso, anni dopo, l’attuale premier socialista Pedro Sánchez, a cui si devono ultimamente anche l’approvazione di una legge sull’eutanasia e la proposta di inserire nella Costituzione il diritto di abortire.

Agli antipodi del governo socialista la destra estrema di «Vox», schierata contro il premier sulle questioni bioetiche, ma polemica nei confronti dell’episcopato spagnolo in merito all’accoglienza dei migranti, a cui, invece, Sánchez ha sempre guardato come a una risorsa, piuttosto che come a una minaccia, arrivando a regolarizzarne pochi mesi fa ben cinquecentomila.

Alla luce di questo quadro problematico, la scelta di papa Prevost di fare questo viaggio si presentava come un azzardo. Si puntava, naturalmente, su una partecipazione calorosa da parte di una minoranza di persone rimaste fedeli alla Chiesa, ma che si pensava sarebbe stata pur sempre una minoranza.

Quello che non si prevedeva erano le folle oceaniche che hanno accolto il pontefice a Madrid, a Barcellona e nelle Canarie, e che hanno risposto con entusiasmo al suo messaggio.

Perché papa Leone non si è limitato a portare il santissimo per le strade gremite della capitale e a compiere gesti simbolici di grande effetto, come quello di rivolgersi in catalano ai barcellonesi. Ha parlato. E ha parlato chiaro, senza timore di infrangere dei tabù culturali della sinistra, come quelli legati all’aborto e al fine vita, riuscendo però a evidenziare che le posizioni della Chiesa cattolica su questi temi non si possono ridurre alla difesa di uno sterile moralismo, ma scaturiscono da una visione – esposta con grande efficacia nella recente enciclica «Magnifica humanitas» – che mette al centro la dignità sacra della persona umana e giustifica, contro le resistenze della destra, i diritti dei migranti e il rifiuto della corsa al riarmo e del ricorso alla guerra.

Sta di fatto che, alla fine del discorso tenuto davanti al Parlamento spagnolo riunito, in cui ha ribadito questi punti, Leone ha ricevuto una standing ovation di sette minuti – la più lunga che si ricordasse, almeno dall’incoronazione di Filippo VI – da tutti i partiti.

Un altro aspetto oggi di estrema attualità toccato dal papa, parlando al Corpo diplomatico e alle autorità civili, ha riguardato la possibilità di una pacifica e feconda coesistenza delle tre grandi religioni mediterranee. Prendendo le mosse dalla lunga presenza dell’Islam nella Penisola iberica, Prevost ha sottolineato che allora «si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei», facendo notare che, contro la ricorrente tesi dello “scontro di civiltà”,  «questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza».

La farsa

Questa dimostrazione, da parte del capo della Chiesa cattolica, di saper superare la logica conflittuale delle contrapposizioni ideologiche e religiose, (ri)proponendo un messaggio evangelico troppo spesso dimenticato e frainteso, arriva in un momento in cui l’Occidente, emancipatosi con orgoglio dalla sua anima cristiana, si ritrova a non averne nessuna.

Abbiamo tutti sotto gli occhi la disastrosa situazione – culturale, prima che politica – del Paese che ha costituito, dalla seconda guerra mondiale in poi, il punto di riferimento del mondo occidentale, gli Stati Uniti. La seconda presidenza di Donald Trump sta davvero avendo, come lui si proponeva, una portata epocale, ma nel senso opposto a quello promesso. L’età dell’oro solennemente proclamata si è trasformata nella più buia stagione della democrazia americana.

Non solo e non tanto per le singole scelte politiche, ma per il clima in cui esse sono maturate e sono vissute. Il narcisismo esibizionista del presidente ha trasformato la politica degli Stati Uniti – e, per riflesso, quella dell’intero pianeta –  in una immensa scena teatrale, in cui l’incontrastato protagonista sembra recitare il copione di una di quelle opere teatrali di Beckett o di Ionesco che, alla metà del secolo scorso, diedero vita al “teatro dell’assurdo”.  Anche se forse sarebbe più appropriato parlare di una farsa.

Perché solo così si possono qualificare le evidenti falsità e le continue contraddizioni, diffuse senza soluzione di continuità ai quattro venti, che hanno indotto alcuni osservatori a parlare di una possibile instabilità mentale dell’inquilino della Casa Bianca.

L’ultimo scenario è quello dell’attacco gratuito e illegale all’Iran, motivato da Trump con una grave minaccia incombente (che tutti i responsabili dell’Intelligence americana hanno pubblicamente smentito) e rivelatosi fallimentare sotto tutti i profili, ma esaltato dal presidente come una doverosa missione e un successo storico.

In realtà, il risultato, fino a questo momento, è non solo il mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati – il cambio di regime, la consegna delle riserve di uranio e la smobilitazione dell’arsenale missilistico iraniano – ma, paradossalmente, la nascita di un problema che non esisteva prima della guerra: quello della libera circolazione nello stretto di Hormuz. Con la gravissima crisi economica mondiale che ne sta derivando e che sta inducendo il presidente americano a cercare disperatamente di porre fine alla sua folle avventura, senza peraltro riuscirci.

Rientrano nell’aspetto farsesco le continue uscite, in cui Trump alterna minacce apocalittiche a dichiarazioni – la CNN ne ha contate trentotto – in cui assicura che la pace è quasi raggiunta. Per non parlare del rapporto con Netanyahu, secondo molti osservatori il vero promotore di questa guerra, disastrosa per tutti, anche per Israele, ma funzionale alla conservazione del potere da parte del premier israeliano. Trump continua a ripetere di essere lui a controllare pienamente il suo alleato, ma i fatti lo smentiscono, perché questi mostra di ignorare platealmente gli inviti alla moderazione di Washington e procede imperterrito per la sua strada.

In questo contesto, il presidente americano è rimasto molto deluso e amareggiato di non avere ricevuto il premio Nobel per la pace, che riteneva di meritare. Una nota comica che coinvolge indirettamente anche il nostro Paese, perché la presidente del Consiglio è stata l’unica premier occidentale a raccogliere e rilanciare questa pretesa per il prossimo anno.

La tragedia

Questa farsa, però, non fa ridere. Intanto, per il suo significato politico. In pochi mesi il presidente americano ha distrutto l’immagine di Occidente costruita dopo la seconda guerra mondiale, che implicava l’amicizia fra le due sponde dell’Atlantico. La guerra commerciale scatenata contro i suoi stessi tradizionali alleati; i toni sprezzanti e minacciosi, da parte sua e del suo vice Vance, nei confronti dell’Europa; l’ambiguo rapporto col presidente russo Putin, hanno creato una situazione di incertezza e di diffidenza, a cui purtroppo i governi europei non hanno saputo rispondere rafforzando l’aspetto politico della Ue e scegliendo invece di procedere in ordine sparso sulla via di una maggiore autonomia militare dall’alleato americano.

L’unica linea politica comune che in questo momento l’Europa sta riuscendo a elaborare è, paradossalmente, una riedizione di quella trumpiana di chiusura delle frontiere e di deportazione dei migranti, di cui Meloni si vanta di essere stata la promotrice a livello europeo. L’Occidente sembra sopravvivere, tragicamente, solo in questo ripiegamento su un sovranismo che lo chiude alle esigenze degli altri popoli.

L’altro punto di accordo con gli Stati Uniti è la complice tolleranza di fronte a ciò che Israele da più di due anni sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, e ora anche in Libano, sotto gli occhi imbarazzati dei governi europei. Mentre l’opinione pubblica è sempre più impressionata dai documentatissimi crimini dello Stato ebraico, i governi sembrano incapaci, a differenza di quanto mostrato nei confronti della Russia, di intervenire con sanzioni perfino quando, come nel caso dell’abbordaggio illegale alla Flotilla, la violenza e l’arroganza dei governanti e dei militari di Tel Aviv si sfogano sui loro cittadini.

Ma la tragedia più grande è la cancellazione delle regole del diritto internazionale, che implicavano una limitazione della forza in nome del rispetto per le persone e per i popoli. È stato ancora una volta Trump a teorizzare che ormai il diritto coincide con il potere del più forte.

Lo ha detto e lo ha fatto. Così egli ha potuto senza problemi proporre di trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso, sulle macerie delle case dei due milioni e mezzo di palestinesi che la abitavano. E aggredire con la sua soverchiante forza militare il Venezuela, non per instaurare la democrazia, ma per farsi cedere le risorse petrolifere del paese. Senza suscitare una reazione internazionale di condanna, anzi incassando l’approvazione della sua (allora) amica Meloni, che ha parlato di una «legittima operazione difensiva»

Al di là della tragedia e della farsa

Acquista tutto il suo significato, in questo contesto, il recente scontro tra il presidente americano e papa Leone, da lui accusato di essere «pessimo in politica estera». E di stare «mettendo in pericolo molti cattolici», per la sua ferma opposizione – ribadita durante il viaggio in Spagna – alla guerra in Iran, definita «ingiusta» e, più ampiamente, alla politica di riarmo promossa da Trump e fatta propria dai Paesi europei. Quella del pontefice è stata la sola voce a levarsi in questo senso nel mondo occidentale.

Così come ora, con la Magnifica humanitas – vero e proprio “manifesto” di un umanesimo ispirato ai valori cristiani della fraternità e della pace – e con il viaggio in Spagna, papa Leone appare il solo ad essere in grado di proporre un messaggio veramente alternativo alla rappresentazione offerta da Trump e sostanzialmente subita dagli altri leader occidentali.

Di fronte a un Occidente che sembra non avere più criteri di umanità e calpesta la vita di tutti coloro che non hanno voce – dai bambini non nati ai poveri e ai migranti – in nome di una logica egoista ed efficientista, la Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

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domenica 31 maggio 2026

IL CORAGGIO DELL'ESSENZIALE


 C’è affetto e sprone, memoria e visione, ammirazione e realismo, ma soprattutto c’è una profonda e non scontata consonanza nel rapporto tra papa Leone XIV e la Chiesa italiana. 


-di MATTEO LIUT

E non è solo perché i vescovi della Penisola ieri hanno accolto il “loro” primate con un lungo e caloroso applauso, non è solo perché Prevost ha vissuto per anni a Roma, non è solo perché il Pontefice ha chiaramente dimostrato di voler condividere i momenti più importanti dell’attività della “sua” conferenza episcopale non fermandosi a una presenza formale.

È anche e soprattutto la capacità del Papa americano di indicare la strada da percorrere mettendosi dalla parte della gente, di descrivere con efficace precisione gli snodi strategici sui quali si gioca il futuro della Chiesa italiana mettendo al centro quel patrimonio di fede che ha plasmato il nostro Paese.

È, insomma, il modo con il quale ieri il Vescovo di Roma ha parlato ai presuli italiani nell’ultimo giorno della loro 82ª Assemblea generale.

L’invito al coraggio, a costruire «comunità vive e ospitali», a stare dalla parte dei poveri non come semplici destinatari di un servizio ma come fratelli e sorelle, l’appello a dialogare con i giovani, a non lasciare sole le famiglie, a fare della fede un motore che muova un impegno sociale, politico e cultuale altro non sono che una “sveglia”. Sono un’esortazione a riscoprire la vera stoffa di cui è fatta la vita di fede del popolo italiano e a dare spazio a risorse che già appartengono al Dna della Chiesa italiana.

Così il Papa di fatto prende in mano la vita ecclesiale ma non guardandola dal palazzo, non da “statista del Vangelo”, non da burocrate dei sacramenti, bensì adottando il punto di vista della strada, sedendosi tra i banchi, varcando la soglia delle case, dimostrando di conoscere bene le inquietudini che in questa nostra epoca attraversano i cuori e le anime. Una conoscenza da cui nasce la più asciutta e sintetica delle esortazioni contenute nel suo discorso: «Abbiamo il coraggio dell’essenziale!». E dice «abbiamo», non «abbiate», perché con il suo stile diretto ma attento, delicato ma potente, Prevost riesce a tenere insieme il popolo con coloro che lo guidano, il clero, i vescovi, i responsabili.

Non dimentica il suo ruolo, la sua posizione, ma è in grado di andare oltre, di guardare le persone negli occhi, con timidezza ma anche con rispetto e amore. Tanto che non esita a fermarsi a soccorrere qualcuno che si sente male tra la folla, come successo mercoledì all’udienza generale. E allora, con le sue parole, ma ancor più con i suoi gesti, le sue visite alle parrocchie romane prima e poi alle diocesi italiane, Leone XIV ci sta quasi accompagnando in un suo viaggio personale alla scoperta della ricchezza che la Chiesa italiana può ancora offrire al Paese. Le parrocchie romane e la sfida di essere un segno profetico nelle città, Pompei e la devozione popolare, Napoli e la voglia di riscatto, Acerra e le ferite da curare e poi ancora Pavia e l’eredità dei grandi maestri della fede, Lampedusa e il servizio all’umanità sofferente, Assisi e l’universalità dello spirito di san Francesco, Rimini e la capacità di elaborare cultura: ogni tappa è per lui – ma anche per noi – una luce accesa sulle motivazioni che spingono ad amare e curare la vita di questa nostra Chiesa. Così quando chiede di puntare sull’iniziazione cristiana come caposaldo dell’impegno dei credenti, ricordando che l’efficacia della formazione è strettamente legata alla qualità delle comunità, e che quest’ultima deriva fondamentalmente dalla capacità di ascoltare (prima di tutto la Parola di Dio, ma poi anche i segni dei tempi), ci sta ricordando di che stoffa siamo fatti, come il filo della fede nei secoli si sia intrecciato con milioni di vite. E nel pieno di quel cammino di rinnovamento che la Chiesa italiana ha deciso di intraprendere non per il proprio bene ma per il bene delle donne e degli uomini del nostro tempo, il Papa riporta tutto a quella antica ma sempre potente essenzialità: la soluzione, ricorda, sta nel seguire la via della piccolezza, che non si fa distrarre dalla preoccupazione sui numeri o sulla visibilità o sull’influenza.

D’altra parte, vien da pensare, non hanno fatto così anche i santi, i beati e i testimoni della fede italiani che hanno dato la vita per il Vangelo stando in mezzo alla gente, condividendo con tutti i loro carichi quotidiani, aiutandoli a elevare verso Dio, verso il trascendente, lo sguardo anche in mezzo ai marosi della vita? È questo, sottolinea il Papa, che fanno i padri e le madri nella fede, è questo, prima di qualsiasi strategia pastorale, il cuore della testimonianza di cui ha bisogno l’Italia. Una strada impegnativa sulla quale Leone XIV ha dimostrato di avere tutta l’intenzione di non lasciare da sola la “sua” Conferenza episcopale e con essa la sua Chiesa e il suo Paese, l’Italia.


www.avvenire.it 

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venerdì 29 maggio 2026

RADICATI IN CRISTO

 


CEI, la Chiesa italiana

 traccia la rotta 

per il prossimo

 quinquennio


Fede, comunità e missione sono le assi portanti del documento finale "Radicati e costruiti in Cristo", approvato a conclusione dell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Tra le novità: il parere favorevole dei vescovi ad elevare il Beato Rosario Livatino a patrono dei magistrati, un gruppo di studio per affrontare gli abusi di potere. Rilanciato l’appello per la pace in Medio Oriente, Ucraina e nelle aree di conflitti dimenticati

-di Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Non esiste una Chiesa senza l’audacia e il coraggio di testimoniare, senza l’impegno a custodire, alimentare e trasmettere la fede, come esperienza viva ed edificante, che coinvolge tutti: laici e consacrati, giovani e anziani, poveri e abbienti, famiglie e comunità fino all’intera struttura nazionale che deve essere sempre più al servizio della comunione e dell’incontro. Soprattutto, non esiste una Chiesa che non guardi al Vangelo come priorità assoluta. L’82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, svoltasi in Vaticano dal 25 al 28 maggio 2026, sotto la guida del cardinale Matteo Maria Zuppi, si è chiusa con la definizione delle linee guida per il futuro della famiglia ecclesiale in Italia. Al centro dei lavori, che hanno visto la partecipazione di oltre duecento tra presuli, rappresentanti di istituti secolari e aggregazioni laicali, l'intervento conclusivo di Papa Leone XIV fondato sull'urgenza di "riportare al centro il Vangelo" e sul "coraggio dell'essenziale" all'interno delle comunità parrocchiali chiamate, senza troppi fronzoli e sovrastrutture, ad accogliere, a formare, a rispondere alle sfide quotidiane.

Leggi anche:

Il Papa alla CEI: la Chiesa non si misura coi numeri, la forza è la logica della piccolezza

Quattro assi portanti

Con l’approvazione del documento “Radicati e costruiti in Cristo”. Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, i vescovi assumono dunque, per il prossimo quinquennio, l’impegno a riportare al centro il dono della fede che illumina scelte radicali e dà linfa a tutto il tessuto sociale oltre che ecclesiale. Riconnessione tra vita quotidiana e Vangelo, rilancio della vita comunitaria come testimonianza concreta della fede contro l'individualismo dilagante; promozione della corresponsabilità e dei ministeri laicali, verifica e adeguamento delle strutture ecclesiali territoriali, sono le assi su cui si snoda il documento, approvato a larga maggioranza, che sul fronte meramente amministrativo, ribadisce la necessità di trasparenza e rendicontazione per l’intera gestione economica, non solo per i fondi dell’8x1000, attraverso l'adozione del “bilancio di missione”.

Terre di missione 

Nel rinnovare lo slancio missionario e l’aderenza più profonda al Vangelo, non con l’intento di difendere recinti, i vescovi indicano dunque come terra di missione l’attenzione alla famiglia, alla cura dei presbiteri, alla dimensione vocazionale, alla formazione, alla pace e alla non violenza, all’accompagnamento delle fragilità e alla questione educativa proponendo anche esperienze e buone pratiche. E’ iniziata ad esempio la raccolta dei dati sui percorsi di Iniziazione cristiana nelle Diocesi italiane e in altre Chiese europee, e si lavora alla costituzione di un centro per il censimento di esperienze sui temi della pace. Inoltre, in vista della Giornata Mondiale della Gioventù di Seul 2027, sono stati attivati processi per valorizzare il protagonismo giovanile attraverso i social media. Per la tutela di minori e adulti vulnerabili è stato costituito un gruppo di studio per elaborare strumenti volti a prevenire e affrontare abusi di potere e di coscienza nelle comunità ecclesiali.

La pace non è un'opzione

I vescovi non mancano di lanciare un nuovo, accorato appello per la pace in Medio Oriente, Ucraina e in tutte le aree colpite dai conflitti dimenticati, richiamando l’invito di Papa Leone a lavorare con pazienza e determinazione per una pace “disarmata e disarmante” e promuovendo percorsi non superficiali di riconciliazione, dialogo e opposizione alla logica della forza: “Per le Chiese in Italia – si legge nel comunicato finale - la pace non è un’opzione ma una responsabilità da assumere con coraggio”.

Livatino, patrono dei magistrati

I vescovi hanno espresso anche parere favorevole unanime per elevare il Beato Rosario Livatino, martire della giustizia e della fede, a Patrono dei magistrati italiani riconoscendo l’esemplarità e l’attualità del suo messaggio come testimone “che la legalità non è un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità”. Dopo il placet dei vescovi la richiesta passa ora al Dicastero Vaticano per la conferma definitiva. Adempimenti giuridico-amministrativi, come l’approvazione del bilancio consuntivo della Cei per il 2025 e nomine chiudono il comunicato finale insieme ai prossimi appuntamenti comunitari che vedranno la Chiesa italiana impegnata nella preparazione della GMG di Seul e del XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale di Orvieto, entrambi previsti per il 2027.

Vatican News