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venerdì 29 novembre 2024

VOLERSI BENE

 


"In difesa

 dell'amore 

di sé"

 








Volerci bene con misura ci aiuta nelle relazioni con gli altri 
e migliora il nostro senso di realtà.
 
Non ha a che fare con il narcisismo che invece è un sentimento ottuso di fierezza, vanità e insicurezza.


-         di Vito Mancuso

-          

Per essere compreso nella sua essenza il mito di Narciso richiede di venire accostato al mito di Eco. Narciso ed Eco rappresentano infatti i due estremi dell'amore: l'amore di sé che ignora completamente l'altro, e l'amore dell'altro che ignora completamente sé. Qual è la forma peggiore? 

Narciso era bellissimo e coloro che l'incontravano, femmine e maschi, giovani e adulti, se ne innamoravano, ma lui respingeva sempre tutti. Eco, che era stata punita da Era con la privazione della possibilità di parlare se non ripetendo le ultime parole ascoltate (da qui il nome eco per il fenomeno acustico del ripetersi di un suono), un giorno vide Narciso e, come tutti, se ne innamorò. 

A causa della sua condizione però il dialogo produsse una serie di equivoci, fino a quando lei gli andò incontro per abbracciarlo ma lui si ritrasse sdegnato dicendole: «Toglimi le mani di dosso! Vorrei morire piuttosto che darmi a te!». La povera Eco poté solo rispondergli «darmi a te» e scappò via in preda a una vergogna che la consumò progressivamente facendo rimanere di lei soltanto la voce. 

Quanto a Narciso, un giorno capitò davanti a una fonte cristallina. Bevve, ma vedendo la sua immagine si innamorò di sé, il che lo portò a macerarsi a sua volta per un amore impossibile e a morirne, alcune antiche fonti dicono per consunzione, altre per annegamento avendo voluto abbracciare la propria immagine nell'acqua. 

Entrambi, comunque, muoiono per amore: lei per aver amato troppo un altro, lui per aver amato troppo se stesso. E il loro mito ci consegna il dilemma dell'amore di sé. Abbiamo a che fare con la più ostinata prigionia o con il fondamento della vita sana? 

L'amore di sé è spesso considerato l'origine di tutti i mali. Il primo dei sette vizi capitali, la superbia, non è altro che uno sconfinato amore di sé, e la tradizione cristiana insegna che fu proprio per superbia che Lucifero decadde dallo stato angelico divenendo Satana. Il mito cristiano, quindi, individua la radice di tutti i mali nell'eccessivo amore di sé. 

Tutte le tradizioni spirituali sono unanimi nel sottolineare la necessità della liberazione dall'ego. Il Buddha pone l'origine del dolore nella brama in quanto manifestazione più immediata dell'ego. Scrive Platone: «Causa di tutti i vizi per ognuno di noi è il più delle volte una forma eccessiva di questo amore di sé». Insegna Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso» e per l'Imitazione di Cristo «il rinunciare interiormente a se stessi unisce a Dio». Tra i moderni, Kant colloca la radice del male nell'amore di sé, dicendo che esso, «adottato come principio di tutte le nostre massime, è la fonte di ogni male». Gandhi conviene: «Se potessimo cancellare l'Io e il Mio dalla religione, dalla politica, dall'economia eccetera saremmo presto liberi e porteremmo il cielo in terra». Anche Einstein la pensava così: «Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dell'io». Simone Weil esaspera la prospettiva: «La lebbra sono io, tutto ciò che io sono è lebbra, l'io come tale è lebbra». 

Le cose però non sono così unilaterali come appare. Se infatti Gesù insegna che l'io deve rinnegare se stesso, dall'altro lato afferma: «Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?». Il che significa che il rinnegamento di sé non equivale alla distruzione di sé, come riteneva Simone Weil, ma esattamente al contrario è funzionale a non perdere il sé, che va piuttosto preservato e salvato. Quando Gesù formulò il comandamento dell'amore per il prossimo, come misura di tale amore pose proprio l'amore di sé: «Amerai il tuo prossimo "come" te stesso». Il che significa che non si può amare il prossimo se prima non si ama se stessi, e che quindi esiste un più che legittimo amore di sé. 

Tale dialettica è presente anche in Gandhi, che, se da un lato voleva ridursi a zero, dall'altro affermava: «Sono un inguaribile ottimista perché credo in me stesso», laddove tale fiducia di sé manifesta anche amore verso di sé. Lo stesso va detto del buddhismo al cui interno ha scritto Corrado Pensa: «L'amore per se stessi rende più interi, più fiduciosi e più contenti». Per quanto riguarda la filosofia antica, scrive Aristotele: «Tutti i sentimenti di amicizia nascono dal rapporto di sé con se stesso e in seguito si estendono anche verso gli altri… È soprattutto con se stessi che si è amici, perciò bisogna amare soprattutto se stessi». E per la filosofia moderna ecco Rousseau: «L'amore di sé è sempre buono e sempre conforme all'ordine». 

Siamo quindi al cospetto di un'antinomia: il pensiero da un lato insegna la lotta contro il proprio sé, dall'altro ne incoraggia la coltivazione. Erasmo da Rotterdam riprodusse con precisione l'antinomia: «Non è insensato piacersi, ammirarsi? Eppure, potrai mai fare qualcosa di bello, nobile, gradevole, senza piacere a te stesso?». Tale contraddizione si rivela anche nel linguaggio comune nel quale c'è un modo di dire io che è il segno più evidente di egocentrismo narcisistico, ed esiste tuttavia anche l'estremo opposto di chi non dice mai io per rifugiarsi sempre dietro l'autorità altrui senza mai esporsi in prima persona. Se il primo estremo segnala egocentrismo, il secondo è mancanza di autonomia. Quale rapporto quindi dobbiamo avere con noi stessi? Superamento o compimento? 

Ora l'uno ora l'altro, io penso, a seconda delle stagioni e delle circostanze, l'importante è non cadere negli estremi di Eco e di Narciso. Ma un aiuto ci viene dalla scienza contemporanea. Essa ci parla della struttura ontologica dell'essere dicendo che ogni fenomeno fisico è il risultato di un'aggregazione, il che non può non valere anche per il nostro io, il quale quindi non esiste come sostanza a sé stante ma nasce e vive delle sue relazioni e quindi è costitutivamente relazione. 

Per questo l'orientamento positivo verso gli altri non è in opposizione con l'orientamento positivo verso di sé. Al contrario, è solo l'orientamento positivo verso di sé che consente un orientamento positivo verso gli altri, come del resto relazioni felici con gli altri alimentano la stima di sé. 

L'amore di sé, inoltre, non è sempre così frequente come si immagina, perché molti vivono nella non accettazione della propria realtà desiderando essere diversi da quello che sono e cercando un altro posto del mondo, un'altra famiglia, un altro corpo, un altro carattere, un altro io. E in questa prospettiva amare se stessi (per quello che veramente si è) può essere anche un grande atto di umiltà e di conciliazione con i propri limiti. 

Riassumo tutto il senso del discorso con la distinzione tra "amor proprio" e "amore di sé", con il primo concetto che segnala la condizione narcisistica negativa di chi è preda di un ego ipertrofico, e con il secondo che indica la serena accettazione della propria condizione, accolta per quello che è, limiti compresi, ai quali si giunge a sorridere con quella leggerezza dell'autoironia che è una delle proprietà più belle dell'essere umano.

 

Vito MancusoLa Stampa

Alzogliocchiversoilcielo


 

giovedì 25 luglio 2019

LA RESILIENZA? UN'IMPORTANTE RISORSA PER VIVERE BENE


Tutti sappiamo quanto sia importante la resilienza: decenni di studi psicologici e manageriali hanno individuato nella resilienza l’elemento chiave che ci permette di superare le difficoltà e di crescere. Ma quali sono le caratteristiche delle persone resilienti?
Secondo Karen Reivich, professoressa della University of Pennsylvania e ricercatrice che si occupa di resilienza e di ottimismo, esistono otto dimensioni della resilienza. Se escludiamo la parte biologica (una delle otto dimensioni che influenzano la resilienza), esse sono:
  • Autoconsapevolezza: la prima caratteristica delle persone resilienti è la capacità di riconoscere i propri stati emotivi e quello che avviene dentro di noi;
  • Autoregolazione: la seconda caratteristica delle persone resilienti è la capacità di modificare i propri pensieri e il proprio comportamento in base alle circostanze; l’autoregolazione permette di pensare e di agire in base ai propri obiettivi e non esclusivamente in base ai propri desideri e agli impulsi. Anche la capacità di porsi degli obiettivi in modo efficace e strutturato rientra nella sfera dell’autoregolazione.
  • Agilità mentale: la terza caratteristica delle persone resilienti è la capacità di guardare le cose da più punti di vista differenti. L’agilità mentale include tutte quelle abilità che ci permettono di definire un problema, di analizzarlo e di cercare soluzioni; il problem solving è un componente mentale dell’agilità mentale.
  • Ottimismo: la caratteristica più importante delle persone resilienti. L’ottimismo, da quello che è emerso dagli studi scientifici, è un fattore protettivo importante per quanto riguarda le malattie cardiovascolari e allunga l’aspettativa di vita e la qualità della stessa. Non solo: le persone con uno stile di pensiero ottimistico sono naturalmente resilienti.
  • Autoefficacia: le persone resilienti sanno di potercela fare; se una certa strada non è percorribile, ne individueranno un’altra. Per fare questo, è necessaria la consapevolezza di poter contare sulle proprie abilità per affrontare i problemi, ovvero il senso di autoefficacia.
  • Relazioni sociali: la resilienza si sviluppa in presenza di una rete di sostegno; parenti e amici sono fondamentali nei momenti di difficoltà. Le persone resilienti hanno in comune una solida rete di relazioni sociali: avere delle persone su cui contare è una variabile cruciale per sviluppare la resilienza.
  • Spiritualità: credere in qualcosa di grande, più grande di noi, è un elemento comune alla maggior parte delle persone resilienti. La nostra fede (in una religione, in una causa sociale o ambientale, in un ideale) ci permette di superare i nostri limiti.
Cosa hanno in comune queste sette dimensioni della resilienza? Sono nelle nostre mani: possiamo allenare ciascuna di queste aree attraverso semplici esercizi introspettivi. Non solo: possiamo allenare anche i nostri figli affinché, coltivando queste sfere della propria personalità, possano crescere sereni e resilienti.

FONTI : Reivich, K., & Shatte, A. (2003). The Resilience Factor: 7 Keys to Finding your Inner Strength and Overcoming Life’s Hurdles. New York, NY: Broadway Books

Portale Bambini 





giovedì 24 agosto 2017

SIAMO GENTE DI PRIMAVERA!

SIAMO PERSONE DI PRIMAVERA
 O DI AUTUNNO?

          " ......La speranza cristiana si basa sulla fede in Dio che sempre crea novità nella vita dell’uomo, crea novità nella storia, crea novità nel cosmo. Il nostro Dio è il Dio che crea novità, perché è il Dio delle sorprese.
Non è cristiano camminare con lo sguardo rivolto verso il basso – come fanno i maiali: sempre vanno così – senza alzare gli occhi all’orizzonte. Come se tutto il nostro cammino si spegnesse qui, nel palmo di pochi metri di viaggio; come se nella nostra vita non ci fosse nessuna meta e nessun approdo, e noi fossimo costretti ad un eterno girovagare, senza alcuna ragione per tante nostre fatiche. Questo non è cristiano…..
          Dio non ha voluto le nostre vite per sbaglio, costringendo Sé stesso e noi a dure notti di angoscia. Ci ha invece creati perché ci vuole felici. È il nostro Padre, e se noi qui, ora, sperimentiamo una vita che non è quella che Egli ha voluto per noi, Gesù ci garantisce che Dio stesso sta operando il suo riscatto. Lui lavora per riscattarci …….
         Essere cristiani implica una nuova prospettiva: uno sguardo pieno di speranza. Qualcuno crede che la vita trattenga tutte le sue felicità nella giovinezza e nel passato, e che il vivere sia un lento decadimento. Altri ancora ritengono che le nostre gioie siano solo episodiche e passeggere, e nella vita degli uomini sia iscritto il non senso. Quelli che davanti a tante calamità dicono: “Ma, la vita non ha senso. La nostra strada è il non-senso”. 
        Ma noi cristiani non crediamo questo. Crediamo invece che nell’orizzonte dell’uomo c’è un sole che illumina per sempre. Crediamo che i nostri giorni più belli devono ancora venire. Siamo gente più di primavera che d’autunno. A me piacerebbe domandare, adesso – ognuno risponda nel suo cuore, in silenzio, ma risponda –: “Io sono un uomo, una donna, un ragazzo, una ragazza di primavera o di autunno? La mia anima è in primavera o è in autunno?”. 
        Ognuno si risponda. Scorgiamo i germogli di un mondo nuovo piuttosto che le foglie ingiallite sui rami. Non ci culliamo in nostalgie, rimpianti e lamenti: sappiamo che Dio ci vuole eredi di una promessa e instancabili coltivatori di sogni. Non dimenticate quella domanda: “Io sono una persona di primavera o di autunno?”. Di primavera, che aspetta il fiore, che aspetta il frutto, che aspetta il sole che è Gesù, o di autunno, che è sempre con la faccia guardando in basso, amareggiato e, come a volte ho detto, con la faccia dei peperoncini all’aceto.
         Il cristiano sa che il Regno di Dio, la sua Signoria d’amore sta crescendo come un grande campo di grano, anche se in mezzo c’è la zizzania. Sempre ci sono problemi, ci sono le chiacchiere, ci sono le guerre, ci sono le malattie … ci sono dei problemi. Ma il grano cresce, e alla fine il male sarà eliminato. Il futuro non ci appartiene, ma sappiamo che Gesù Cristo è la più grande grazia della vita: è l’abbraccio di Dio che ci attende alla fine, ma che già ora ci accompagna e ci consola nel cammino. Lui ci conduce alla grande “tenda” di Dio con gli uomini (cfr Ap 21,3), con tanti altri fratelli e sorelle, e porteremo a Dio il ricordo dei giorni vissuti quaggiù. E sarà bello scoprire in quell’istante che niente è andato perduto, nessun sorriso e nessuna lacrima. 
         Per quanto la nostra vita sia stata lunga, ci sembrerà di aver vissuto in un soffio. E che la creazione non si è arrestata al sesto giorno della Genesi, ma ha proseguito instancabile, perché Dio si è sempre preoccupato di noi. Fino al giorno in cui tutto si compirà, nel mattino in cui si estingueranno le lacrime, nell’istante stesso in cui Dio pronuncerà la sua ultima parola di benedizione: «Ecco - dice il Signore – io faccio nuove tutte le cose!» (v. 5). Sì, il nostro Padre è il Dio delle novità e delle sorprese. E quel giorno noi saremo davvero felici, e piangeremo. Sì: ma piangeremo di gioia.

Papa Francesco – 23 agosto 2017