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giovedì 21 maggio 2026

TORNARONO A GERUSALEMME

 


 ...con grande gioia


Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa

Una riflessione spirituale e una testimonianza unica dal valore eccezionale sulla vita e la situazione dei cristiani in Medioriente da parte di una delle personalità più note oggi a livello mondiale.

Riflessione di notevole rilevanza sui cristiani nel Medioriente di oggi, segnato da conflitti, guerre e continue tensioni.

In queste pagine, che uniscono acume nel discernimento, una significativa competenza biblica e una spiritualità di inequivocabile profondità, l'autore indica anche una proposta concreta per i cristiani di ogni tempo e luogo.

Prendendo spunto dal libro dell'Apocalisse, il patriarca di Gerusalemme argomenta perché, anche di fronte al male subito, il cristiano non si deve chiudere in sé stesso, bensì restare aperto all'incontro con l'altro.

Pagine quanto mai attuali per ogni credente, così come eloquenti per ogni lettore.

Dettagli

Autore: Pierbattista Pizzaballa

Editore: Libreria Editrice Vaticana

Anno edizione: 2026

In commercio dal: 11 maggio 2026

Pagine: 112 p., Brossura

EAN: 9788826610948

 

martedì 12 maggio 2026

TESTIMONI

I discepoli lo sono stati, tanto che hanno convinto molti loro contemporanei. 

Anche noi lo siamo, se ci affidiamo alla potenza dello Spirito Santo.

 


di Enzo Bianchi 

 

Noi crediamo fermamente che Gesù di Nazarethcrocifisso il 7 Aprile dell’anno 30 della nostra era dai romani e dai giudei, sia stato richiamato dai morti dalla potenza di Dio il terzo giorno. Ne siamo convinti, non ne siamo certi, ma la nostra fede ha come fondamento la testimonianza innanzitutto delle donne discepole e poi dei Dodici.

Tutti questi nel terzo giorno hanno annunciato di aver avuto una rivelazione (tramite l’angelo interprete dell’evento della tomba vuota): Gesù era risorto, era vivente. Questo annuncio che la morte non era più l’ultima parola e che l’amore vissuto da Gesù tutta la vita fino alla fine si era mostrato più forte della morte ha convinto i primi credenti cristiani

Pensiamoci bene: la nostra fede si basa sulla testimonianza di alcune donne, di alcuni discepoli, mentre noi non abbiamo visto nulla, tantomeno abbiamo visto Gesù risorto dai morti. Eppure questa testimonianza ci è apparsa e ci appare credibile grazie allo Spirito santo che nel nostro cuore sussurra: “Gesù Cristo è vivente, è il Signore!”. Certamente quelle donne e quei discepoli erano credibili, affidabili e risvegliavano la fede. E noi siamo testimoni credibili?

Chi ci incontra è portato a credere che Gesù, il Signore nostro, è risorto? Oppure è portato addirittura a diffidare delle nostre parole non accompagnate dalla vita, parole vuote, retoriche, che non costano nulla?


Famiglia Cristiana 

giovedì 22 gennaio 2026

I CRISTIANI PERSEGUITATI

 


Cristiani perseguitati,

 sono quasi 400 milioni

 nel mondo secondo 

il World Watch List



Il rapporto dell’Ong Cristiana Open Doors 

mette in luce la crescita dei cristiani perseguitati nel mondo.

 Ecco dove la situazione è peggiore

Di Andrea Gagliarducci

Sono 388 milioni i cristiani perseguitati nel mondo, 8 milioni in più rispetto allo scorso anno. Lo sottolinea il rapporto annuale dell’Ong cristiana Open Doors, il World Watch List. Insieme al rapporto sulla libertà religiosa di Aiuto alla Chiesa che Soffre, i cui numeri sono stati citati da Leone XIV nel suo discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede lo scorso 9 gennaio, il World Watch List è una fotografia puntuale e necessaria della situazione dei cristiani nel mondo. Certifica una situazione che il Papa non ha mancato di definire “crisi umanitaria”. E permette anche di guardare ai territori dove la crisi è peggiore.

Il World Watch List non si concentra solo sul mondo cattolico, ma su tutto il mondo cristiano. Ed è questo che lo rende importante e attuale. Una decina di anni fa, si parlava addirittura di “Cristo-fobia”, invece di “cristiano-fobia”, perché era evidente che l’obiettivo degli attacchi non erano i cristiani, ma proprio la loro fede incrollabile in Cristo.

Prima di tutto, serve guardare i numeri. Secondo il rapporto, di 388 milioni di cristiani perseguitati, 201 milioni sono donne e bambine, mentre 110 milioni sono minori di 15 anni. Il numero di Paesi con livello “estremo” di persecuzione anti-cristiana sale da 13 a 15, con la Corea del Nord che si conferma “maglia nera”, anche per la difficoltà reale di comprendere chi e quanti siano i cristiani nel Paese. Dopo il regime di Pyongyang, si riscontra persecuzione estrema anche in Somalia, Eritrea, Libia, Afghanistan, Yemen, Sudan, Mali, Nigeria, Pakistan, Iran, India, Arabia Saudita, Myanmar e Siria.

La Siria, in particolare, è passata da un livello “grave” ad “estremo”, con buona pace di chi vedeva nel sovvertimento del regime di Assad una speranza, e questo perché, ha sottolineato Cristian Nani, direttore di Open Doors Italia, a Damasco e dintorni il potere politico è ancora “frammentato”, e in Siria sono rimasti “appena 300 mila cristiani, ovvero centinaia di miglia in meno rispetto a dieci anni fa”.

Il Rapporto 2025 aveva segnalato un calo delle uccisioni di cristiani. Ma era un fuoco di paglia. Il Rapporto 2026 segnala di nuovo un incremento: da 4.476 a 4.849, pari a 13 al giorno. In Nigeria sono stati uccisi 3.490 cristiani, pari al 70 per cento del totale mondiale.

I cristiani arrestati per la loro fede sono stati 4.712 nel 2025, contro 4.744 nel 2024. I cristiani rapiti sono stati 3.302, ben 4.744 in meno rispetto a quelli registrati nel 2024. Drastica diminuzione degli attacchi contro le chiese (da 7.679 a 3.632) e contro le abitazioni o i negozi (da 28.368 a 25.794); mentre aumentano le vittime di abusi, stupri e matrimoni forzati (da 3.944 a 5.202).

L’Africa Sub-Sahariana è la regione “osservato speciale” del rapporto, perché ha governi fragili che lasciano i cristiani esposti agli attacchi. E in particolare, c’è una situazione critica in Sudan per la guerra civile, ma anche in Nigeria, Mali, Niger, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo e Mozambico, dove la matrice religiosa si combina a situazioni economiche e sociali molto complesse.

La Nigeria è uno dei Paesi più sotto osservazione. Lo scorso 29 dicembre, lo Stato Islamico ha attaccato cristiani nello stato di Adamawa, causando 14 vittime, mentre il 4 gennaio un gruppo di uomini armati ha assaltato di Demo, nello Stato di Niger, causando un numero non definito di morti.

Ma gli episodi dello scorso anno che hanno toccato le cronache sono moltissimi. In Siria, il 22 giugno 2025, un attacco suicida nella chiesa di Mar Elias ha ucciso almeno 22 cristiani e ne ha feriti almeno altri 60. Sono numeri che hanno portato la Siria al sesto posto tra i Paesi a rischio, dal 18esimo posto del rapporto precedente, mentre nel 2024 gli omicidi di cristiani erano pari a zero a Damasco e dintorni e nel 2025 hanno toccato almeno 27 persone.

La situazione è peggiorata perché, dopo la caduta di Assad, Ahmad al-Sharaa si è autoproclamato presidente e ha applicato la legge islamica, che in un potere ancora fragile lascia molto spazio agli abusi contro i cristiani.

Se si scorporano le cifre per continente, si nota che i cristiani perseguitati sono 1 ogni 7 nel mondo. In Africa, la proporzione è uno a cinque, in Asia 2 a cinque, in America Latina 1 a 12

Negli ultimi cinque anni, cinque delle nazioni subsahariane sotto osservazione nella World Watch List hanno ripudiato i propri governi e due hanno sospeso le proprie costituzioni, mentre la situazione in Nigeria ed Etiopia è quella di nazioni democratiche in cui però i gruppi jihadisti e ribelli evitano allo Stato di estendere la sicurezza e la stabilità sui territori da loro controllati”.

Il rapporto di Open Doors segna “l’oppressione islamica” e “il crimine e la corruzione organizzata” con due dei tre fattori maggior id persecuzione in 10 delle 14 nazioni considerate sotto “persecuzione estrema”.

In particolare, l’Africa subsahariana ha visto la crescita di livelli di rischio in maniera esponenziale: in dieci anni, erano solo sei le nazioni subsahariane considerate pericolose per i cristiani, mentre ora ce ne sono 12 tra le venti più pericolose.

La persecuzione non viene solo da fonti islamiche, In Etiopia, la Chiesa Ortodossa ha posto pressione sulle comunità protestanti che spesso affrontano ostilità a livello locale, e, nonostante una tregua firmata nel 2022 con il governo, gruppi armati nella regione di Amhara e Oromia hanno distrutto, demolito e saccheggiato 25 chiese.

Capitolo Cina. Il punteggio è il più alto di sempre nel rapporto, ma la pressione contro la Chiesa è cresciuta a causa della pubblicazione e la messa in pratica dei nuovi regolamenti di utilizzo di internet e dei social media, parte di un percorso di regolamentazioni crescenti che sono cominciate nel 2018.

Un altro dato sensibile riguarda i matrimoni forzati di cristiani con non cristiani. Secondo il World Watch List, sono passati da 821 a 1.147 nel corso del 2025. Le nazioni dove la pratica è più diffusa sono Nigeria, Cina e Niger.

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giovedì 15 gennaio 2026

QUELLI DELLA STRADA


 Nasciamo e viviamo come viandanti di un lungo pellegrinaggio verso la meta indicata dal Signore​.

 


 di Enzo Bianchi 

 

Ci sono parole di Gesù non registrate nei Vangeli ma testimoniate dai padri della chiesa che anche oggi dagli esegeti sono ritenute autentiche, parole proferite da Gesù, parole come frecce che se accolte lasciano il segno. Una di queste parole di Gesù risuona così: “Siate viandanti!”. 

 Ai suoi discepoli, trascinati dietro a lui senza avere una casa né dove posare il capo, Gesù ricorda, oserei dire legifera: “Siate viandanti!”, cioè siate sempre nomadipellegrini, e di conseguenza siate stranieri, forestieri, passanti…

E non a caso i primi cristiani furono chiamati “quelli della strada”. 

 Spiritualmente i cristiani devono tutti essere figli del padre dei credenti, nostro padre Abramo, il quale restò tutta la vita un viandante, un forestiero alla ricerca di una terra che Dio gli avrebbe mostrato ma che sia al momento della chiamata sia durante tutto quel viaggio gli ha sempre oscurato. Camminare e riprendere a camminare per nuovi cammini è la vocazione dei cristiani: camminare nella speranza, nella convinzione di dirigersi verso la meta indicata dal Signore, ma senza certezze cercando di vedere le realtà invisibili che sono le promesse del Signore. 

 Siamo viandanti chiamati a fare un po’ di strada con altri: ci uniamo agli altri venendo al mondo, dobbiamo camminare con gli altri se vogliamo compiere l’opera a noi assegnata e poi ce ne andiamo perché anche il nostro cammino finisce.

Ma il viandante mentre cammina deve anche cantare: non a caso Agostino di Ippona invita a cantare l’Alleluia, il canto dei pellegrini che vanno verso Gerusalemme.

Così uniamo il nostro Alleluia a quello che si canta in cielo in una vera lode cosmica fatta da creature che passano, viandanti e pellegrini che cantano: Cantiamo come viandanti, e tu canta e cammina! La strada verso il Regno è sempre nuova, è strada di vita!  

 Famiglia Cristiana -

 

sabato 13 dicembre 2025

I DUE CRISTIANESIMI

 


I due cristianesimi negli Stati Uniti 

al tempo di Trump

 

-         di Giuseppe Savagnone  



Il ruolo politico delle sette evangeliche

Si sente spesso parlare di islamismo – di solito per condannarne il fondamentalismo – come di un blocco monolitico. Nella stessa logica l’antisemitismo attacca gli ebrei senza distinzioni. E allo stesso modo anche il cristianesimo viene considerato una visione che ha caratterizzato in modo univoco la nostra civiltà, anche se oggi se ne registra il declino.

È raro che si sottolineino le profonde differenze che si riscontrano all’interno di queste religioni e che si manifestano anche nel loro rapporto con la politica. Per guardare a quella cristiana, che ci è più vicina e che pensiamo di conoscere meglio, è un esempio significativo di questi diversi approcci la situazione degli Stati Unti.

È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche, nell’elezione di Donald Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. Meno noto, forse, è di che cosa si tratta. L’evangelicalismo o evangelismo non prevede autorità religiose o la necessità di chiese consacrate: è un movimento teologico all’interno del protestantesimo (ampiamente maggioritario negli Stati Uniti) che si concentra sulla lettura della Bibbia, che non deve essere interpretata, ma considerata come “parola di Dio” e per questo insindacabile.

I membri di questi gruppi si considerano crociati impegnati in una lotta contro il male, nell’impaziente attesa dell’Apocalisse e del ritorno di Gesù Cristo. I loro principali testi di riferimento non sono i libri del Nuovo Testamento, ma quelli dell’Antico, che essi tendono a leggere in modo letterale. Da qui la convergenza con gli ebrei ortodossi che ritengono loro missione ricostituire l’antico Israele sul territorio che Dio steso gli aveva promesso, cacciando via le popolazioni arabe che vi si erano insediate nel frattempo.

Collegando la prospettiva vetero-testamentaria con quella neo- testamentaria, queste sette cristiane ritengono che proprio la ricostituzione del regno del popolo eletto in Palestina sia la condizione per la venuta del Messia da loro atteso. Da qui il sostegno politico ed economico allo Stato ebraico e le pressioni su Trump perché sia garante della sua sicurezza.

Organizzazioni come Christians United for Israel (CUFI), guidate da figure carismatiche come il pastore John Hagee, hanno avuto un peso decisivo nel riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, di Gerusalemme come capitale di Israele. La risoluzione dell’ONU del 1947 istitutiva dei “due Stati”, stabiliva che questa città, sacra all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam, avesse uno statuto internazionale. Ma nel 1980 il primo ministro Menachem Begin fece approvare una Legge fondamentale che dichiarava Gerusalemme “Capitale una e indivisibile dello stato ebraico di Israele”.

A questo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha risposto, con 14 voti favorevoli, nessun contrario e una sola astensione (USA), dichiarando nulla e vana la legge in questione e ribadendo per gli Stati membri  l’obbligo di mantenere le loro ambasciate a Tel Aviv. L’unico capo di governo che ha sfidato questa decisione è stato Trump, che, durante il suo primo mandato, nel 2018 ha  spostato quella americana a Gerusalemme, per compiacere i suoi sostenitori evangelici.

Non è il solo esempio dell’appoggio delle sette cristiane a Israele. Un’inchiesta del giornale israeliano «Haaretz»,  nel 2018, ha svelato che diverse associazioni che gravitano nell’orbita dell’universo evangelista avevano donato più di 65 milioni di dollari in dieci anni alla causa israeliana. Questi soldi, sempre secondo «Haaretz», avevano finanziato le attività degli insediamenti illegali dei coloni israeliani in Cisgiordania. Dopo il 7 ottobre, inoltre, secondo l’Associated Press, il CUFI e altre organizzazioni evangeliste avrebbe elargito diversi milioni di dollari  per finanziare la guerra di Israele a Gaza.

Trump non si è limitato ad ascoltare i leader evangelisti in politica estera:  ha loro riconosciuto un ruolo pubblico istituendo un Ufficio della Fede. Chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White – che da anni è una sua fidata consulente spirituale – , sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale..

In questa occasione, il neo-presidente ha annunciato di voler «riportare la religione»  negli Stati Uniti. Rivelandosi anche in questo coerente con le dichiarazione fatte durante la sua campagna elettorale, che aveva  definito una «crociata giusta» contro «atei, globalisti e marxisti».

La posizione della Chiesa cattolica

Molto diversa da quella delle sette evangeliste, sicuramente,  la posizione dei cattolici americani. Anche se diversi vescovi, tra cui l’arcivescovo di New York Timothy Dolan,  hanno apertamente appoggiato la rielezione di Trump, bisogna tenere conto che l’alternativa era costituita da quella Kamala Harris che non ha trovato niente di meglio per la sua campagna elettorale che sventolare continuamente la bandiera della libertà di aborto.

Ed invece è stata decisa l’opposizione dei vescovi cattolici a Trump quando ha cominciato a delineare la sua politica volta a «rendere di nuovo grande l’America». Il presidente della Conferenza Episcopale statunitense, l’arcivescovo Timothy Broglio, in un comunicato, ha attaccato le disposizioni contenute negli ordini esecutivi riguardanti il trattamento degli immigrati e dei rifugiati, gli aiuti ai paesi poveri e l’ambiente. Esse, ha detto, «ignorano non solo la dignità umana di pochi ma di tutti noi».

In particolare, davanti al progetto di deportazione sistematica degli immigrati, monsignor Mark Joseph Seitz, vescovo di El Paso e presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale, ha dichiarat:o  «L’uso di generalizzazioni radicali per denigrare qualsiasi gruppo, ad esempio descrivendo tutti gli immigrati clandestini come “criminali” o “invasori”, per privarli della protezione della legge, è un affronto a Dio che ha creato ciascuno di noi a sua immagine».

Sulla questione è intervenuto anche papa Francesco, con una lettera inviata ai pastori della Chiesa cattolica. «Un autentico stato di diritto – si legge nella comunicazione del Pontefice – si attua sulla base del trattamento dignitoso che meritano tutte le persone, soprattutto quelle più povere ed emarginate; il vero bene comune si promuove quando la società e i governi, con creatività e rispetto rigoroso dei diritti di tutti accolgono, proteggono, promuovono e integrano i più fragili, indifesi e vulnerabili».

E il pontefice aggiungeva: «L’atto di deportare persone che in molti casi hanno lasciato la propria terra per motivi di estrema povertà, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, ferisce la dignità di tanti uomini e donne, di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità».

Il santo padre ha poi risposto alle parole del vice presidente JD Vance, che  pure si dichiara cattolico, il quale aveva giustificato le misure anti-immigrazione illegale assunte da Trump ricorrendo al concetto agostiniano dell’ordo amoris, secondo cui si deve pensare prima a se stessi, alla famiglia, ai vicini di casa, alla propria comunità, al proprio paese e solo poi a chi vive altrove.

Ordo amoris

«Il vero ordo amoris da promuovere – ha osservato il papa – è quello che scopriamo meditando costantemente la parabola del ‘buon Samaritano’, meditando cioè sull’amore che costruisce una fraternità aperta a tutti, nessuno escluso. Preoccuparsi dell’identità personale, comunitaria o nazionale, prescindendo da queste considerazioni introduce facilmente un criterio ideologico che distorce la vita sociale e impone la volontà del più forte come criterio di verità».

Infine, nel novembre scorso, è stata tutta la Conferenza Episcopale cattolica a inviare un messaggio, approvato a larghissima maggioranza (216 sì, 5 no, 3 astensioni) in cui i vescovi esprimono il loro dissenso per una retorica che «vilipende gli immigrati» e per «le deportazioni di massa indiscriminate» in corso.

Papa Leone ha così commentato il comunicato: «Apprezzo moltissimo quanto detto dai vescovi. È una dichiarazione importante. Inviterei in particolar modo tutti i cattolici e tutte le persone di buona volontà ad ascoltare quello che hanno detto. Credo che dobbiamo cercare maniere di trattare la gente con umanità rispettando la loro dignità».

La questione di Gaza

Anche sulla questione di Gaza si nota una profonda differenza. Mentre le sette evangelicali hanno raccolto milioni di dollari per finanziare Israele, la sua guerra e le invasioni dei coloni, lo scorso 12 agosto mons. Broglio, presidente della Conferenza Episcopale, ha inviato una lettera ai suoi confratelli vescovi in cui diceva: «La nostra Chiesa piange per le terribili sofferenze dei cristiani e di altre vittime innocenti della violenza, che lottano per sopravvivere, proteggere i propri figli e vivere con dignità in condizioni disperate»,  e chiedeva di promuovere «una raccolta speciale per offrire aiuto umanitario e sostegno pastorale ai nostri fratelli colpiti a Gaza e nelle aree vicine del Medio Oriente».

In piena sintonia, ancora una volta, con la denuncia prima di papa Francesco, che ha parlato addirittura di «genocidio», e poi di Leone XIV, il quale, smentendo le dichiarazioni del premier israeliano Netanyahu, ha denunciato la situazione drammatica di Gaza, dove, ha detto, «la popolazione civile è schiacciata dalla fame e continua ad essere esposta a violenze e morte».

No, i cristiani non sono tutti uguali. Non lo sono negli Stati Uniti e neppure in Italia, dove, addirittura tra gli stessi cattolici, sono evidenti differenze radicali. Le parole chiarissime degli ultimi due pontefici sul tema dei migranti e su quello di Gaza sono state finora ignorate dal nostro governo, al cui vertice stanno leader che ad ogni occasione e ostentano la loro fede religiosa e la loro vicinanza ai papi. Anche se il loro modello è, dichiaratamente, il presidente americano, di cui ricalcano la politica di deportazione e, soprattutto, l’atteggiamento sprezzante verso quanti considerano, per usare le parole di mons. Seitz, “criminali” o “invasori”. Per quanto ci riguarda, noi stiamo col papa.

www.tuttavia.eu 

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giovedì 27 novembre 2025

EMERGENZA NIGERIA

Immagine che contiene vestiti, persona, Viso umano, sorriso

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. 


Attacco alle scuole cristiane e rapimento di insegnanti e alunni.

Centinaia di alunni "scomparsi"

Scuole chiuse per evitare il rischio

La “fabbrica dei rapimenti” in Nigeria dal jihadismo alla criminalità mafiosa


Il governo federale non ha saputo rispondere prima alle azioni di Boko Haram, alle persecuzioni sui fedeli e ora alle gang. E solo ieri il presidente ha dichiarato l’«emergenza nazionale» per i sequestri.

 

-         di GIULIO ALBANESE

-          L’attuale scenario nigeriano è caratterizzato da una geografia della violenza altamente articolata e stratificata, un insieme eterogeneo di dinamiche che sfugge a letture riduttive e a narrazioni mediatiche di taglio sensazionalistico. Tra le manifestazioni più significative di questa complessità si colloca il fenomeno dei rapimenti, evolutosi negli ultimi due decenni in una forma di economia parallela e, simultaneamente, in un dispositivo simbolico e operativo del potere. Analizzare le trasfor-mazioni in atto nel principale Paese dell’Africa occidentale significa riconoscere l’insufficienza di un approccio interpretativo circoscritto al jihadismo: il sequestro di persona costituisce oggi, infatti, uno strumento adottato da una pluralità di soggetti, collocati entro cornici sociali, politiche e culturali tra loro interconnesse.

La narrazione mediatica internazionale tende sovente ad associare i rapimenti alle operazioni delle milizie estremiste islamiste attive nel Nordest del Paese, a partire dalla sigla tristemente nota di Boko Haram e dalle sue diramazioni. Indubbiamente, queste formazioni armate utilizzano i sequestri come arma di terrore, come fonte di finanziamento e come strumento di propaganda. Le loro incursioni nei villaggi del Borno, dello Yobe e dell’Adamawa, così come gli attacchi contro le scuole, hanno inciso in modo indelebile sulla memoria collettiva, alimentando un clima diffuso di paura e sfiducia nelle istituzioni. Il rapimento delle studentesse di Chibok nel 2014 – che fece irrompere sulla scena globale una tragedia già profondamente radicata – rappresenta solo uno dei casi più emblematici. L’aver colpito e in parte colpire ancora (vista la più ridotta portata del movimento) le comunità cristiane risponde a logiche parallele alla “tradizionale” persecuzione, ma non più principale obiettivo dell’azione.

Una prospettiva anti-cristiana

Limitarsi a questa prospettiva di deprecabile azione anti-cristiana (molti più limitata nell’ultimo quinquennio ma non per questo meno grave come dimostrano anche i sequestri di numerosi sacerdoti e pastori), tuttavia, significherebbe ignorare una parte sostanziale del quadro. In molte regioni della Nigeria i sequestri sono oggi perpetrati anche – e talvolta soprattutto – da bande armate prive di un’ideologia religiosa, motivate invece da un intreccio di marginalizzazione sociale, povertà strutturale, corruzione sistemica e competizioni per il controllo delle risorse. Attive principalmente nel Nordovest, negli Stati di Kaduna, Zamfara, Katsina, Sokoto e Niger, queste organizzazioni non perseguono alcuna ambizione teocratica: costruiscono piuttosto un’economia predatoria alimentata dal vuoto di sicurezza e dalla fragilità del controllo territoriale. Il terreno su cui tali dinamiche prosperano è quello di una crisi socio-economica di lungo corso, segnata da livelli elevatissimi di disoccupazione giovanile, da un’amministrazione pubblica inefficiente e da un uso distorto delle immense ricchezze nazionali – petrolio, gas, carbone, zinco, terre fertili – concentrate nelle mani di ristrette élite. In questo contesto, il rapimento si configura come un vero mercato: agricoltori, commercianti, viaggiatori e studenti diventano merce di scambio, sequestrati per ottenere riscatti che alimentano un circolo vizioso di violenza e impunità. La linea di confine tra criminalità organizzata e militanza armata è inoltre spesso sfumata: alleanze tattiche, collaborazioni temporanee e scambi di armi e informazioni rendono i confini estremamente porosi.

Dimensione antropologica e storica dei conflitti

Un elemento particolarmente rilevante riguarda la dimensione antropologica e storica dei conflitti in Nigeria. Il Paese, popolato da circa 230 milioni di persone, è un arcipelago etnico e culturale in cui la competizione per la terra e per le risorse agricole si sovrappone alle tensioni tra comunità pastorali e agrarie – spesso semplificate come uno scontro tra “Fulani” e “non-Fulani”, quando la realtà è in verità molto più complessa. In molte di queste zone, la proliferazione delle armi leggere e l’indebolimento delle tradizionali strutture di mediazione hanno favorito la trasformazione di contrasti locali in violenza sistemica. Alla radice dei rapimenti si trova dunque un sistema di insicurezza multiforme, che coinvolge diversi attori. La risposta del governo – oscillante tra repressione militare e tentativi di negoziazione – risulta inefficace. E solo ieri, dopo più di 350 rapimenti in dieci giorni, il presidente ha dichiarato un’emergenza nazionale di «sicurezza» sul fenomeno.

La corruzione diffusa erode la fiducia dei cittadini e delegittima ogni intervento istituzionale. Le comunità locali, lasciate in larga parte a sé stesse, elaborano forme autonome di autodifesa, dando vita a milizie civili che, pur nate con finalità protettive, rischiano di aggiungere ulteriori livelli di violenza a uno scenario già estremamente complesso. A pagare il prezzo più alto sono le persone comuni: famiglie distrutte, bambini segnati dal trauma, comunità costrette a lasciare le proprie case. Un Paese giovane, vitale e pieno di energie si ritrova a convivere con la paura del viaggio, della scuola, della quotidianità che altrove si dà per scontata. Eppure, nonostante la gravità del fenomeno, la Nigeria non può essere definita unicamente attraverso le sue ferite. È anche un luogo di straordinaria resilienza, animato da reti comunitarie, organizzazioni civili, autorità religiose e figure tradizionali che promuovono dialogo, riconciliazione e protezione dei più vulnerabili. Cristiani per primi, soprattutto negli Stati del centro e del sud dove continuano gli attacchi ai sacerdoti, nella quasi totalità dei casi a scopo di estorsione. Raccontare in modo autentico il fenomeno dei rapimenti in Nigeria significa dunque rifiutare il binarismo – jihadisti da una parte, popolazione inerme dall’altra – e riconoscere la coesistenza di molteplici Nigeria: quella delle metropoli globalizzate e dinamiche, quella delle campagne marginalizzate, quella dei giovani in cerca di futuro e quella di chi, privo di alternative, viene risucchiato dal mercato della violenza. Solo assumendo questa complessità è possibile cogliere il dramma autentico di un Paese che chiede di essere ascoltato e compreso prima di venire travolto da giudizi e reazioni.

www.avvenire.it

 

martedì 22 luglio 2025

EBRAISMO E CRISTIANESIMO ADESSO

 

Quale valore ha per i discepoli di Cristo l’esistenza del popolo ebraico? Come riconoscere con onestà la responsabilità nei confronti dell’antisemitismo? Come coniugare l’amore alla “santa radice” alla novità rappresentata da Gesù?

 Se è chiaro che Israele e la Chiesa non possono essere in alcun modo confusi, non è meno evidente alla fede cristiana che sono inseparabili.

-di BRUNO FORTE

Quanto sta avvenendo nella Striscia di Gaza, con l’esercito israeliano impegnato in una sistematica distruzione di un intero popolo come risposta al barbaro attentato compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, sta producendo una crescita esponenziale dell’antisemitismo in ogni parte del mondo, in particolare nella nostra Europa.

L’attacco poi alla Chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, con la morte di alcune persone e il ferimento di altre, fra cui il parroco Gabriel Romanelli, evidenzia ancor più l’assurdità di quanto sta avvenendo. Ha affermato il patriarca di Gerusalemme dei latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa: « È ora di fermare questa guerra che è sempre stata assurda e ora è ancora più insensata. Oggi hanno colpito i cristiani, ma ogni giorno muoiono ancora decine di persone nella Striscia».

In conseguenza di tutto questo, anni di dialogo ebraico-cristiano sembrano compromessi e le pur tante voci che si levano dal mondo ebraico, critiche verso le scelte del premier Netanyahu, sembrano ignorate nel generale dissenso nei confronti dell’azione dell’esercito israeliano. Tutto questo pone domande gravi alla coscienza cristiana, consapevole che il raduno escatologico d’Israele è – secondo diversi esegeti – la causa per la quale Gesù, ebreo ed ebreo per sempre, ha speso la Sua vita e non ignara dell’enorme apporto che l’ebraismo ha dato alla formazione della coscienza europea e della civiltà in generale.

Radicati nella tradizione ebraica sono alcuni dei paradigmi di fondo dell’ethos dell’Occidente, come il senso di una storia orientata all’éschaton e la relazione al Dio unico e personale. Innumerevoli sono i protagonisti della nostra crescita culturale, morale e sociale, che vengono dall’ebraismo, quali – per fare solo qualche nome del nostro tempo – Sigmund Freud, Martin Buber, Franz Rosenzweig, Emmanuel Lévinas, Zygmunt Bauman... Come concepire e vivere il rapporto fra ebraismo e cristianesimo in quest’ora drammatica della storia? È ancora possibile sperare che la probabile maggioranza silenziosa che anche in Israele è contraria alla politica del suo governo riesca a incidere perché si compiano scelte in grado di arrivare a patti di pace nella verità e nella giustizia?

La differenza di posizioni fra il presidente Herzog, favorevole a una tregua con Hamas, e il primo ministro Netanyahu è di per sé uno spiraglio verso una lettura più articolata e complessa di quanto sta avvenendo: il sogno di due popoli - due Stati che vivano in armonia sullo stesso territorio non può, né deve considerarsi fallito e impossibile. Ed è qui che il ruolo dei cristiani in Terra Santa e nel mondo può risultare rilevante: se è chiaro che Israele e la Chiesa non possono essere in alcun modo confusi, non è meno evidente alla fede cristiana che sono inseparabili.

Gli accorati appelli di papa Leone XIV a una pace «disarmata e disarmante», da realizzare dovunque, si muovono in questa direzione. Le presenze cristiane in Terra Santa concordano con questa posizione. Quello che allora è necessario promuovere nel modo più ampio possibile è un movimento di opinione che abbracci arabi e israeliani, ebrei, cristiani e musulmani in ogni parte del mondo, e che spinga i responsabili delle forze in gioco a cercare vie di dialogo e di collaborazione per il bene di tutti. C ertamente non potrà esserci un cammino di riconciliazione senza il riconoscimento del pieno diritto di Israele alla sua esistenza nella pace. Non di meno, risulterà chiaro che la presenza araba in Terra Santa dovrà prendere sempre più le distanze dalla sua identificazione con Hamas, gruppo terroristico costruito solo sull’odio e la volontà di vendetta, e perciò del tutto incapace di candidarsi ad esprimere i diritti della popolazione araba nel suo insieme. Proprio qui può collocarsi un ruolo significativo delle presenze cristiane, che pur nella loro varietà e diversità riconoscono i diritti inalienabili sopra accennati sia d’Israele, che delle diverse componenti arabe presenti in Terra Santa.

Coglie precisamente questa prospettiva la Dichiarazione Tra Gerusalemme e Roma, pubblicata in occasione del cinquantesimo anniversario di Nostra Aetate, la dichiarazione del Vaticano II, che ha trasformato l’atteggiamento della Chiesa cattolica verso le altre religioni del mondo, in particolare l’ebraismo. Datato Rosh Chodesh Adar I, 5776 (10 febbraio 2016), il testo è stato adottato nel marzo 2016 dalla Conferenza dei Rabbini europei e dal Comitato Esecutivo del Consiglio rabbinico d’America e presentato a papa Francesco il 31 agosto 2017. Proprio a partire da questo testo le domande che dobbiamo porci non sono eludibili: quale valore ha per i discepoli di Cristo l’esistenza del popolo ebraico? Come definire e riconoscere con onestà la responsabilità dei cristiani nei confronti dell’antisemitismo?

Come coniugare l’amore alla “santa radice”, che è Israele, alla novità rappresentata dal Signore Gesù e all’amore che essa richiede verso ogni popolo e nazione, a cominciare dalla presenza sia ebraica, che araba nella terra promessa?

Come una più profonda conoscenza dell’ebraismo vivente, come dei vari volti dell’islam, potrà favorire un cammino di riconciliazione fra musulmani, cristiani ed ebrei, nell’attesa dello “ shalom” finale da tutti atteso e sperato? Anche all’interlocutore ebraico i cristiani dovranno porre domande, incoraggiati a farlo da alcune voci particolarmente incisive provenienti dallo stesso Israele odierno, che sperimenta la condizione del tutto nuova dopo duemila anni di essere maggioranza forte in un Paese libero: che cosa è possibile ed è giusto chiedere ai nostri fratelli ebrei perché questo cammino sia più facile e spedito per tutti?

In che senso e in quali forme la conversione (in ebraico “teshuva”) può riguardare anche loro, ad esempio nei confronti della minoranza araba, islamica e cristiana, presente in Israele?

Come tutti potremo collaborare alla ricerca di patti di pace ispirati a verità e giustizia? A queste domande – rilanciate anche da figure significative della presenza ebraica in Italia, come Liliana Segre o Edith Bruck – è urgente che tutti diano una risposta.

Frédéric Manns, biblista di fama mondiale, che ha vissuto a Gerusalemme fino alla morte amando immensamente la Terra Santa, ha affermato una volta: « La riconciliazione sarà possibile solo se ognuno perdonerà le offese ricevute e abbandonerà la pretesa di essere l’unico che ami Gerusalemme. Questo è il prezzo da pagare per la pace. Non si tratta di elaborare nuove ideologie, ma di accogliere Dio che bussa alla porta. Il Dio dell’Alleanza ha sempre chiesto a Israele di rispettare lo straniero che vive nel suo seno. Fin quando non ci sarà pace nelle religioni non ci sarà pace a Gerusalemme». 

Un compito, una sfida, una promessa…

* Arcivescovo di Chieti-Vasto

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giovedì 12 giugno 2025

GIUBILEO E DOTTRINA SOCIALE


 Il Giubileo

 per affermare 

la missione di servizio nel mondo


      di  Mons. Vincent Dollmann*

Il cristiano, servitore nel cuore del mondo

Come cittadini, partecipiamo alla vita sociale, economica e politica del mondo e dobbiamo prendere parte ai dibattiti e alle decisioni, anche solo attraverso il diritto di voto nel nostro Paese. Come cristiani, siamo chiamati a rendere conto della nostra fede in Gesù, il Figlio di Dio fatto carne, vivendo la sua carità. Vi partecipiamo attraverso il suo Spirito Santo; come per gli apostoli a Pentecoste, egli è per noi un fuoco che arde i nostri cuori con l'amore stesso di Dio e ci permette di condividerlo con chi ci circonda.

Gesù, modello e sostenitore della missione di servizio

Gesù visse la condizione umana fino al punto di imparare il mestiere del falegname da Giuseppe, suo padre adottivo. Era chiamato "il falegname" (Marco 6:3), un nome che indicava che, come Giuseppe, era riconosciuto per la qualità del suo lavoro. Nel suo insegnamento, in particolare attraverso le parabole, Gesù esprime la sua conoscenza e il suo apprezzamento per le diverse professioni. Ci dice che l'accoglienza del Regno di Dio non si realizza solo nella preghiera comunitaria e personale, ma anche nella vita sociale e professionale. E Gesù pone come criterio per entrare nel Regno il servizio al prossimo, a partire dai più piccoli: "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40).

La Dottrina Sociale della Chiesa, una bussola per oggi

Nel XIX secolo, con l'avvento dell'industrializzazione, Papa Leone XIII non esitò, nella sua enciclica Rerum Novarum, a ricordarci che ogni lavoratore è una persona e che il lavoro è l'espressione di questa identità. I ​​suoi successori continuarono ad approfondire la dottrina sociale della Chiesa di fronte alle sfide del loro tempo. Papa Leone XIV scelse il suo nome in memoria di Leone XIII e lo chiarì nei suoi primi discorsi menzionando le sfide dell'intelligenza artificiale. Il Giubileo è un'opportunità per approfondire la dottrina sociale della Chiesa attraverso gli scritti dei Papi e la testimonianza di personaggi, molti dei quali accomunano la nostra diocesi, come Louise Nicolle e il vescovo Guerry. Se la speranza, tema del Giubileo, è un dono di Dio, essa si vive nella fedeltà ai nostri impegni nel mondo.

*Arcivescovo di Cambrai, Assistente Ecclesiastico UMEC-WUCT

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giovedì 28 novembre 2024

NON VIOLENZA e GUERRA

 La non violenza 

e la tradizione 

della guerra giusta:

 verso il futuro


*by David Hollenbach*

All’interno della comunità cattolica, negli ultimi anni, c’è stato un vivace dibattito attorno al quesito se i cristiani debbano sempre preferire risposte non violente alle ingiustizie, o se piuttosto la reazione armata sia talvolta una maniera legittima di reagire a gravi torti subiti. In questo dibattito, da un lato si pongono coloro che nella non violenza vedono un’esigenza del discepolato cristiano; dall’altro, si schierano quanti continuano a sostenere quel concetto di «guerra giusta» che è stato centrale nella tradizione cattolica fin dai tempi di sant’Agostino. Ne derivano importanti questioni politiche e teologiche.

Alla base del dibattito ci sono gli interrogativi sull’effettiva efficacia della non violenza nel resistere all’ingiustizia. Gli atti non violenti possono assicurare la pace e la giustizia che si propongono? Possono farlo con successo in qualsiasi circostanza? Oppure, purtroppo, per ottenere la giustizia in modo efficace è talvolta necessario fare ricorso alla forza?

A dire il vero, in questa discussione l’efficacia della resistenza non violenta all’ingiustizia non è l’unica preoccupazione: sono in ballo anche importanti questioni teologiche ed etiche. Dalla Bibbia apprendiamo l’importanza, per una vita cristiana autentica, di evitare il ricorso alla violenza. Il comandamento biblico «Non uccidere» vincola tutti i cristiani, e anzi tutti gli uomini, cristiani o meno. Questo comandamento obbliga con certezza a evitare il ricorso alla forza letale quando l’azione non violenta può raggiungere l’obiettivo sociale di promuovere la giustizia.

Per i cristiani, l’importanza di astenersi dall’agire con violenza viene rafforzata dall’insegnamento di Gesù, secondo cui i suoi seguaci devono adoperarsi per la pace. Gesù lo ha proclamato nel Discorso della montagna: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Egli stesso ha radicalizzato l’imperativo a cercare la pace con l’appello: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45).

Quanto sia profonda la vocazione cristiana a uno stile di vita non violento risalta chiaramente, in particolare, nella disponibilità di Gesù ad accettare la propria morte sulla croce in conseguenza del suo ministero, rinunciando a perseguire i suoi obiettivi con qualsiasi forma di coercizione che minacci la vita umana.

Promozione cristiana della giustizia

Accanto a questo appello alla non violenza, il messaggio biblico esorta i cristiani a lavorare per la promozione della giustizia. Dal libro dell’Esodo, che è la narrazione fondamentale della Bibbia ebraica, apprendiamo che, di fronte ai patimenti inflitti a Israele sotto l’ingiusta oppressione degli egiziani, Dio si avvicinò al popolo per liberarlo da quell’ingiustizia.

Egli si rivolse così a Mosè dal roveto ardente: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto» (Es 3,7-8). Aggiunse tuttavia che quell’intervento di liberazione, affinché fosse fatta giustizia, avrebbe potuto comportare un certo uso della coercizione: «Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di partire, se non con l’intervento di una mano forte. Stenderò dunque la mano e colpirò l’Egitto» (Es 3,19-20).

I profeti d’Israele hanno attestato ininterrottamente il fermo impegno di Dio per la giustizia, chiamando più volte il popolo a praticarla sia nella vita comunitaria sia nelle relazioni interpersonali. Così il profeta Amos dichiarava doveroso che in Israele «come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Am 5,24). Queste testimonianze che troviamo nell’Antico Testamento riguardo all’importanza della giustizia per il popolo d’Israele continuano a essere molto rilevanti per la vita dei cristiani. All’impegno cristiano per la non violenza, quindi, deve accompagnarsene uno altrettanto intenso per la giustizia.

Questi testi biblici, che ovviamente non vanno letti in modo semplicistico o fondamentalista, suggeriscono che la comunità cattolica è chiamata a perseguire la pace e la giustizia. Il regno di Dio, quando verrà in pienezza, porterà a compimento le speranze umane su entrambi gli aspetti. L’etica cristiana, quindi, attribuisce grande valore all’impegno non violento per la pace, e così pure a un serio sforzo per la rettitudine e la giustizia.

Nel regno di Dio, quando giungerà il compimento escatologico della speranza cristiana, sia la pace sia la giustizia verranno realizzate pienamente. Così la liturgia della festa di Cristo Re proclama il regno di Dio come un «regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace»[1]. I seguaci di Cristo, quindi, sono chiamati a promuovere al tempo stesso la giustizia e la pace.

Ma ovviamente nelle sfere della politica interna e internazionale, a volte, gli obiettivi della pace e della giustizia possono entrare in tensione. Per i cristiani, la via che persegue la giustizia attraverso l’azione non violenta, inclusa una vigorosa resistenza non violenta, è sicuramente quella da adottare allo scopo di superare abusi e oppressione. Tuttavia, le divisioni che segnano la condizione umana talvolta possono rendere difficile o addirittura impossibile che si raggiunga la giustizia con mezzi non violenti.

La realtà umana del peccato può talora comportare che la società degli uomini, nella storia, non riesca a raggiungere quella pienezza di giustizia, amore e pace che è caratteristica del regno di Dio. In simili circostanze, ci troveremo costretti a determinare se l’intento di porre fine agli abusi e alle prepotenze comporti come sua priorità la rinuncia non violenta all’uso della forza letale. Il dibattito attuale, dunque, riguarda la questione su quale fine sia più obbligante tra l’impegno cristiano alla non violenza e il dovere di operare per la giustizia.

In un mondo distorto dai conflitti e dalle ingiustizie derivanti dal peccato umano, è prioritario l’impegno cristiano per la giustizia su quello per la non violenza o, al contrario, la non violenza viene prima della giustizia? Queste domande sono venute a occupare lo scenario della discussione sulle odierne forme appropriate di impegno ecclesiale nella vita sociale e negli affari internazionali.

Addio alla tradizione della «guerra giusta»?

Alcuni cattolici ritengono che quel rifiuto cristiano a usare la forza e a partecipare alle attività militari che era presente nel primo periodo della storia della Chiesa oggi andrebbe ripristinato con un valore normativo. Essi sostengono che la presenza dei cristiani nell’esercito, inaugurata nell’era post-costantiniana, fu una sorta di cooptazione da parte dei poteri dominanti e un tradimento del Vangelo.

Ciò li porta a riconoscere la non violenza come l’unica opzione cristiana legittima. In questo senso, un Convegno tenutosi a Roma nel 2016 con il patrocinio del gruppo cattolico «Pax Christi» ha sostenuto che la tradizione della guerra giusta, presente nel cattolicesimo sin dai tempi di sant’Agostino, dev’essere rimpiazzata da un fermo impegno per la non violenza.

Il documento conclusivo della Conferenza affermava che «è giunto il momento per la nostra Chiesa di essere una testimonianza vivente e di investire risorse umane e finanziarie molto maggiori nella promozione di una spiritualità e di una pratica della nonviolenza attiva e nella formazione e addestramento delle nostre comunità cattoliche a pratiche nonviolente efficaci. In tutto questo, Gesù è la nostra ispirazione e il nostro modello».

L’appello proseguiva: «Noi crediamo che non vi sia alcuna “guerra giusta”. […] Suggerire che una “guerra giusta” è possibile compromette anche l’imperativo morale di sviluppare strumenti e capacità per la trasformazione nonviolenta dei conflitti. Abbiamo bisogno di un nuovo quadro che sia coerente con la nonviolenza evangelica»[2].

Il Convegno era imperniato su alcuni insegnamenti papali e conciliari. Per esempio, nell’enciclica Pacem in terris, Giovanni XXIII ha affermato che il potere distruttivo delle armi nucleari dispiegate oggi da un certo numero di nazioni significa che «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia»[3].

Questa dichiarazione è stata ripresa dal Concilio Vaticano II, che nei pericoli delle armi moderne ha visto una crisi del pensiero morale classico in tema di guerra. Di conseguenza, il Concilio ha ritenuto che le caratteristiche degli odierni conflitti obblighino la Chiesa «a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova»[4]. Inoltre, ha approvato l’impegno della non violenza come messa in atto dello spirito di Cristo e ha elogiato «coloro che rinunciano alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti»[5].

Anche insegnamenti ecclesiali più recenti inducono a ritenere che la Chiesa cattolica stia accrescendo il suo impegno per la non violenza e si stia discostando dalla tradizione della guerra giusta. Subito dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, Giovanni Paolo II mise in dubbio la legittimità dell’uso della forza. Dichiarò che il vero cammino di pace «mai passa per la violenza e sempre per il dialogo. È ben noto – lo sanno in particolare coloro che vengono dalle terre insanguinate dai conflitti – che la violenza genera sempre violenza». Soggiunse che la guerra «è da considerarsi sempre una sconfitta: una sconfitta della ragione e dell’umanità. Venga presto, allora, un sussulto spirituale e culturale che porti gli uomini a bandire la guerra»[6].

Papa Francesco, a sua volta, si chiede se la guerra possa essere legittima nelle circostanze contemporanee, e sostiene con forza l’impegno per la non violenza. In diverse occasioni egli ha messo in dubbio che la tradizione della guerra giusta sia stata interpretata in maniera adeguata. Nella sua enciclica Fratelli tutti asserisce che «non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”»[7].

Francesco ha ribadito questa posizione nel colloquio con il patriarca ortodosso di Mosca Kirill sulla guerra in Ucraina, quando ha affermato che «un tempo si parlava anche nelle nostre Chiese di guerra santa o di guerra giusta. Oggi non si può parlare così»[8]. Già nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2017, intitolato La nonviolenza: stile di una politica per la pace, il Papa ha sostenuto con forza la non violenza come mezzo per affrontare le questioni che insorgono nei contesti internazionali. Queste le sue parole: «Possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme»[9].

Dichiarazioni come queste, tratte dagli insegnamenti ufficiali della Chiesa, inducono a ritenere che l’autorità cattolica si stia orientando all’adozione di un fermo impegno per la non violenza, e dunque ad abbandonare quella tradizione della guerra giusta che per molti secoli ha plasmato il pensiero cattolico riguardo all’etica della guerra e della pace.

Il diritto a una legittima difesa

Tuttavia, il fatto che questo mutato atteggiamento si stia effettivamente verificando è stato negato da numerosi commentatori all’interno e all’esterno della comunità cattolica. Per esempio, i teologi cattolici Mark J. Allman e Tobias Winright hanno sostenuto che la dichiarazione conclusiva della Conferenza romana di «Pax Christi» del 2016 legge in modo selettivo le Scritture, la tradizione cattolica e i recenti insegnamenti della Chiesa. Allo stesso modo, essi si dicono convinti che quell’appello non presti sufficiente attenzione ai casi in cui la forza è necessaria affinché vi sia un’efficace difesa delle persone nei confronti di gravi ingiustizie.

A loro avviso, esso traccia un’errata dicotomia tra l’impegno per la non violenza e la precisazione compiuta dalla tradizione della guerra giusta circa il fatto che la forza andrebbe usata al fine di promuovere quel tipo di pace che è costruito sulla giustizia e che andrebbe usata solo come estrema risorsa quando sono stati esauriti gli altri mezzi per raggiungere una pace giusta[10].

Per esempio, quell’appello non tiene conto del fatto che sant’Agostino pensava che la forza armata potesse essere un mezzo per ottenere la pace. Agostino ha affermato che «anche la crudeltà di coloro che fanno la guerra e tutti i turbamenti degli uomini vogliono giungere al fine della pace»[11]. Per il santo di Ippona, ovviamente, scopo della guerra può essere una pace buona o una cattiva, una pace giusta o una ingiusta. Ma egli riteneva sbagliato intraprendere una valutazione morale e religiosa della guerra senza riconoscere che una forma di pace può essere uno degli obiettivi del conflitto.

Allman e Winright sottolineano inoltre come la dichiarazione diffusa dalla Conferenza di «Pax Christi» trascurasse il fatto che, quando il Vaticano II ha elogiato la non violenza, presupponeva che l’azione non violenta dovesse essere attuata «senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri o della comunità»[12]. Il Concilio ha anche dichiarato che, «una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa»[13].

Dal canto suo, un illustre storico della tradizione della guerra giusta come James Turner Johnson ha chiesto: «La Chiesa cattolica sta per abbandonare la dottrina della guerra giusta?»[14]. Per quanto Johnson non sia cattolico, i suoi studi accademici sulla tradizione della guerra giusta lo hanno convinto che l’abbandono da parte cattolica di questa tradizione sarebbe un grave errore. Egli osserva: «Alcune ingiustizie possono essere contrastate solo con l’uso della forza militare, e questa consapevolezza è sempre stata al centro dell’idea di guerra giusta».

Secondo Johnson, la tradizione della guerra giusta non pone difficoltà insormontabili, ma in compenso può contribuire, in alcune circostanze, a superare gravi problemi di ingiustizia. Quindi non sorprende che egli, associando l’analisi politica e gli studi storici, si opponga all’idea che il cattolicesimo dovrebbe rinunciare al principio secondo cui la guerra a volte può essere moralmente giustificata.

Le condizioni di moralità

Ma allora, dove conduce la questione? Nonostante papa Francesco si sia espresso in termini fermi sul fatto che la guerra oggi non è più giustificabile, alcune altre sue dichiarazioni suggeriscono che la posizione da lui assunta non è assoluta.

Nel suo messaggio al Convegno indetto nel 2016 da «Pax Christi», il Papa ha affermato che l’abolizione della guerra è «lo scopo ultimo e più degno» della comunità umana. Ma nello stesso discorso ha anche citato l’affermazione del Vaticano II secondo cui i governi detengono comunque il diritto all’autodifesa legittima, una volta che gli sforzi non violenti per resistere all’ingiustizia siano stati esauriti[15]. E in una significativa conferenza stampa durante il volo di ritorno dal viaggio in Kazakistan del 2022, quando gli è stato chiesto se l’Ucraina dovesse ricevere armi per difendersi, Francesco ha risposto affermativamente: «Questa è una decisione politica, che può essere morale, moralmente accettata, se si fa secondo le condizioni di moralità […]. Difendersi è non solo lecito, ma anche una espressione di amore alla Patria»[16].

Quando qui il Papa parla di «condizioni di moralità», si riferisce senz’altro alle norme della tradizione sulla guerra giusta. In effetti, in quella stessa conferenza stampa egli ha suggerito che «si dovrebbe riflettere ancora di più sul concetto di guerra giusta»[17]. Francesco sembra dire che occorre una più attenta riflessione su come vadano intese le norme per l’uso legittimo della forza proposte dalla tradizione della guerra giusta, e su come queste norme vadano applicate.

In altre parole, si può ritenere che papa Francesco stia esortando i cristiani affinché assumano un fermo impegno per prodigarsi a superare l’ingiustizia in modi non violenti, ma non che stia suggerendo che la Chiesa dovrebbe abbandonare la tradizione della guerra giusta. L’importanza di un impegno per la non violenza scaturisce chiaramente dal comandamento di non uccidere e dall’appello di Gesù ai cristiani a essere costruttori di pace.

Recenti eventi politici hanno dimostrato che l’azione non violenta può essere piuttosto efficace nel resistere all’oppressione e nell’assicurare la giustizia. Adam Roberts e Timothy Garton Ash, storici di Oxford, hanno evidenziato una serie di esempi di successo che hanno avuto campagne non violente contro l’ingiustizia.

Vi rientrano la feconda resistenza di Gandhi al dominio coloniale britannico, che alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso portò all’indipendenza indiana; il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti negli anni Sessanta; il movimento del «potere al popolo» nelle Filippine negli anni Ottanta; le lotte avviate in Polonia che portarono alla fine dell’Unione Sovietica nel 1991; e l’abbandono dell’apartheid a favore della democrazia multirazziale in Sud Africa nel 1994[18].

Da parecchio tempo, le cronache italiane sono colme di delitti perpetrati contro le donne. Il fenomeno riguarda tutte le età e condizioni sociali, tanto da sembrare endemico nella nostra società. A questo tema è dedicato un episodio monografico di Ipertesti Focus, il podcast de «La Civiltà Cattolica».

Infatti, alcuni recenti studi socio-scientifici hanno dimostrato che, nel resistere all’ingiustizia, la non violenza può spesso essere più produttiva dell’uso della forza. Le politologhe Maria Stephan ed Erica Chenoweth portano numerose prove empiriche per dimostrare che, nei movimenti interni contro l’ingiustizia dei governi oppressivi, le campagne non violente hanno avuto spesso più successo delle lotte che hanno utilizzato mezzi violenti[19]. Questa evidenza suggerisce che l’appello di papa Francesco affinché la Chiesa adotti un’etica animata da un forte impegno per la non violenza non è né ingenuo né politicamente irrealistico per quanto riguarda la ricerca della giustizia.

Allo stesso tempo, appare chiaro che Francesco non esorta al mero abbandono della tradizione della guerra giusta. Piuttosto, egli invita i cristiani, e in definitiva tutti gli esseri umani, a riconoscere l’enorme distruttività della guerra e a provare una profonda riluttanza a ricorrere alla forza. Vuole evitare un’interpretazione della tradizione della guerra giusta che porti a utilizzarla secondo modalità inclini a legittimare prontamente la guerra.

Rifacendoci al titolo dell’ormai classico libro di Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste, potremmo definire questa tradizione come «la tradizione della guerra giusta e ingiusta», perché essa spiega quando e perché il ricorso alla forza armata sia molto spesso ingiusto e da evitare.

Papa Francesco, infatti, sostiene un’interpretazione così stringente delle norme morali per il ricorso legittimo alla forza armata che molti, se non la maggior parte, dei conflitti odierni dovrebbero essere giudicati illegittimi. Poiché non sono giustificati, essi non avrebbero dovuto neppure essere scatenati. Tuttavia, in circostanze estreme e come ultima risorsa, Francesco sembra non rifiutare l’uso della forza quando è necessario difendere persone innocenti.

Un’autentica costruzione della pace

Letto in questo modo, l’insegnamento del Papa sull’etica della guerra si avvicina a quanto affermato dai vescovi cattolici statunitensi nella dichiarazione del 1993, The Harvest of Justice is Sown in Peace, pubblicata nel decimo anniversario della loro precedente lettera pastorale The Challenge of PeaceGod’s Promise and Our Response.

La dichiarazione del 1993 ribadiva che la valutazione morale del conflitto dovrebbe iniziare dal riconoscimento dei «terribili costi umani e morali della violenza». Questa constatazione ha indotto i vescovi statunitensi a sottolineare il fatto che difendere la vita umana ovunque sia minacciata è «il punto di partenza per un’autentica costruzione della pace»[20].

Tale riconoscimento della sacralità della vita umana, così come l’accento posto dai vescovi sulla chiamata che Gesù rivolge ai cristiani a essere operatori di pace, li ha portati a sostenere con forza la non violenza nel contesto di un’etica cristiana[21]. In effetti, a partire da qui sia i vescovi statunitensi sia papa Francesco giungono a suggerire che l’impegno per la non violenza dovrebbe essere il punto di partenza dei cristiani desiderosi di difendere persone innocenti da gravi ingiustizie.

Come affermano i vescovi statunitensi: «Nelle situazioni di conflitto, il nostro impegno costante dovrebbe essere, per quanto possibile, di tendere alla giustizia con mezzi non violenti. Ma quando i continui tentativi di azione non violenta non riescono a proteggere gli innocenti da una radicale ingiustizia, in tal caso alle autorità politiche legittime è consentito come ultima risorsa di impiegare una forza limitata per salvare gli innocenti e stabilire la giustizia»[22].

Pertanto, sia i vescovi statunitensi sia papa Francesco considerano la non violenza il fulcro di un approccio cristiano alle politiche internazionali. Tuttavia i vescovi statunitensi, riconoscendo anche che il mondo è segnato dal peccato che porta al conflitto, ritengono che un uso strettamente limitato della forza possa talvolta essere necessario se è per una giusta causa, perseguita con retta intenzione, con mezzi proporzionati, con probabilità di successo e come ultima risorsa[23].

Possiamo leggere così anche il modo in cui Francesco considera la guerra. Solo quando i mezzi non violenti per ottenere giustizia sono stati esauriti, il Pontefice consente di scavalcare il «presupposto contro la forza», alla ricerca di una pace che protegga la dignità umana e i diritti umani.

Alcuni autori recenti, tra i quali James Turner Johnson, hanno sostenuto che il primato accordato agli approcci non violenti all’ingiustizia nell’attuale insegnamento papale ed episcopale costituisce di fatto un abbandono della tradizione della guerra giusta[24]. Johnson ritiene che la tradizione cattolica ponga una pregiudiziale favorevole alla tutela della giustizia, anche mediante l’uso della forza, piuttosto che una presunzione a favore della non violenza. Quindi, a suo parere, l’accentuazione del presupposto che, se possibile, si dovrebbe cercare la giustizia attraverso metodi non violenti è da leggere come un abbandono della tradizione della guerra giusta e ingiusta. Noi pensiamo, però, che l’argomentazione di Johnson sia errata. San Tommaso d’Aquino sviluppa la sua trattazione dell’etica della pace e della guerra in risposta alla questione «se fare la guerra sia sempre un peccato» (in latino: utrum bellare semper sit peccatum)[25].

Chiedere se la guerra sia sempre peccaminosa significa indubbiamente presupporre che la guerra debba essere evitata, per quanto è possibile. In effetti, lo stesso Johnson lo riconosceva in un articolo scritto nel 1979. In quell’occasione faceva notare che le quaestiones iniziali di Tommaso d’Aquino sull’etica della guerra, che egli definiva la «questione originaria della guerra giusta», suggeriscono «la scoperta alquanto sorprendente che i cristiani pacifisti e quelli non pacifisti della guerra giusta hanno qualcosa di sostanziale in comune: una profonda sfiducia nei confronti della violenza»[26]. Purtroppo, nei suoi scritti più recenti, lo storico statunitense sembra aver dimenticato la sua precedente opinione sulla stretta relazione tra non violenza ed etica della guerra giusta, soprattutto quando critica i recenti dibattiti cattolici.

Le prospettive di papa Francesco e dei vescovi statunitensi implicano quindi che la non violenza e l’etica della guerra giusta vadano considerate in una relazione complementare. Seguendo tale prospettiva, diventa chiaro che il Vangelo e il rispetto per la vita umana spingono i cristiani a cercare la giustizia in modi non violenti. E se la giustizia non può essere efficacemente assicurata con mezzi non violenti, le norme sulla guerra giusta andrebbero applicate con grande rigore. Ciò significa che la pregiudiziale a favore della non violenza ci aiuta sia a interpretare sia ad applicare correttamente le norme sulla guerra giusta-ingiusta.

In primo luogo, il presupposto di una risposta non violenta all’ingiustizia rafforza il rigore con cui dovrebbe essere applicata la norma della guerra giusta di «ultima istanza». Solo quando i mezzi non violenti sono stati pienamente perseguiti, si dovrebbe prendere in considerazione l’uso della forza armata.

In secondo luogo, il presupposto a sostegno della non violenza era evidente quando la Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità dello Stato formulò per la prima volta la dottrina della «responsabilità di proteggere». I «princìpi di precauzione» della Commissione sottolineano che per proteggere le persone da gravi abusi, come il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra, dovrebbero essere usati la diplomazia e altri mezzi non militari. L’uso della forza armata dovrebbe essere preso in considerazione solo quando diventa chiaro che gli sforzi diplomatici non sono in grado di proteggere le persone da questi gravi crimini[27].

Infine, l’impegno per la non violenza dovrebbe rafforzare la costruzione della pace all’indomani del conflitto, compresi gli sforzi per realizzare la riconciliazione attraverso la ricostruzione e persino il perdono[28]. In tale prospettiva, sembra ancora più importante continuare ad approfondire e a valorizzare le potenzialità degli strumenti della non violenza sia nel contribuire alla risoluzione dei conflitti, come già affrontato anche dal punto di vista empirico negli studi citati di Ash – Roberts e di Stephan – Chenoweth, sia nel processo di ricostruzione post-conflitto finalizzato a consolidare le fondamenta di quell’«edificio da costruirsi continuamente» (GS 78) che è la pace.

L’impegno per la non violenza può apportare quindi un grande contributo nelle attuali situazioni politiche che ci troviamo ad affrontare e non dovrebbe essere considerato irrealistico. L’importante contributo del presupposto a favore della non violenza è evidente negli sforzi di papa Francesco per contribuire a portare la pace nel conflitto tra Russia e Ucraina.

Il Pontefice ha ripetutamente invitato entrambe le parti a lavorare per la fine del conflitto, sedendosi al tavolo per negoziare la pace. Questi appelli mostrano il suo profondo impegno nel cercare sia la pace sia la giustizia attraverso sforzi diplomatici che evitino e superino la violenza. Un impegno evidenziato non solo dalle dichiarazioni del Papa che sollecitano il cessate il fuoco e il negoziato diplomatico, ma anche dal suo proporsi come mediatore in prima persona di una pace giusta.

Francesco, dunque, incarna un forte impegno cristiano per la non violenza e, insieme, per la tradizione della guerra giusta-ingiusta. Nel regno di Dio si realizzeranno sia la totale non violenza sia la pienezza della giustizia. Nei limiti dell’esistenza storica, tuttavia, le nostre società e la nostra politica non saranno all’altezza del pieno raggiungimento della non violenza e della giustizia proprie del regno di Dio realizzato. Quando si daranno casi del genere, saremo costretti a prendere sagge decisioni politiche su come bilanciare i valori della non violenza e della giustizia.

Guardando al futuro, possiamo sperare che i capi delle nazioni seguano papa Francesco nell’impegno sia per la non violenza sia per la giustizia. Questo li aiuterà a cogliere l’importanza della non violenza mentre perseguono la giustizia e la pace attraverso l’azione politica e la diplomazia. Consentirà loro altresì di scorgere che la non violenza e le norme della guerra giusta sono complementari. La complementarità di un’etica della non violenza e della giustizia può orientare in modo moralmente efficace l’attività futura dei capi delle nazioni. Contribuirà anche a plasmare la missione della Chiesa nella vita pubblica, dove essa cerca di rispondere alla promessa di Cristo sulla venuta del regno di Dio.

CIVILTA' CATTOLICA


*David Hollenbach

Professore presso la School of Foreign Service della Georgetown University di Washington DC (Usa).