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domenica 18 maggio 2025

IMPARARE AD AMARSI

 

Galimberti: bisogna imparare ad amarsi senza riserve, rinunciando alla solitudine di chi chiede troppo a se stesso, alla perfezione che non ci fa mai sentire abbastanza o all'altezza

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La Redazione

 Accettarsi per quello che siamo, con le nostre imperfezioni: come abbracciare la propria autenticità può liberarci dalla ricerca della perfezione e condurci alla vera felicità...

Il senso di disagio e di malessere sembra ormai dilagare tra i giovani: quest’ultimi, infatti, percepiscono sempre più un profondo senso di inadeguatezza, un po’ come se non fossero mai all’altezza della situazione e non ci fosse un posto per loro in questo mondo.

A tal fine una giovane ventiduenne, rivolgendosi al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti, ha così espresso il suo pensiero:

“Mi trovo a scriverle senza sapere bene da dove cominciare. Ho dentro di me così tanti dubbi e conflitti, aggrovigliati e connessi tra di loro, da non essere in grado di individuarne un inizio né tantomeno una conclusione. Forse le sto scrivendo semplicemente per provare a dipanare questa massa. Quello che posso provare a raccontare è il forte senso di angoscia che frequentemente mi coglie, e che percepisco fisicamente, nel petto, a volte come un peso, altre volte come vuoto. Ho ventidue anni. Non riesco a sentirmi spensierata e in pace con me stessa. In ogni cosa mi trovo divisa tra il reale e l’ideale. Sono in bilico, ma non cado. Anzi, rimango immobile. Avverto allora un profondo disagio, la mancanza di un posto per me in questo grande mondo”, in tal modo la giovane ragazza si rivolge al filosofo in cerca di conforto, rassicurazione, e soprattutto di comprensione ed ascolto.

Allora ci si chiede cosa fare per superare questo disagio, per opporsi, così da ritornare a vivere serenamente, riassaporando la propria libertà senza vincoli o limiti di alcun genere.

“La triste realtà è che sogno quello che mi viene detto di sognare. Mi diverto come mi viene detto di divertirmi.

Sto zitta come mi viene detto di fare. Vorrei essere magra e bella. Vorrei essere sempre al massimo. Vorrei non avere debolezze. Ho idee precise, che non metto in atto. Credo nella lotta, ma non la applico. Credo nella conoscenza ma la tengo per me. Credo nell’amore, ma non amo. Credo nella forza del poter essere se stessi, ma provo vergogna. Rincorro con affanno un senso di appartenenza vero, di cui sento la mancanza, cercando allo stesso tempo di non conformarmi, ma fallendo ogni volta, ricadendo nel desiderio di essere come ‘loro’”, continua in tal senso la ventiduenne.

 Omologati e manipolati

Ecco allora che i giovanissimi si ritrovano ad essere omologati e manipolati, incapaci di mettersi in gioco, sempre in disparte, senza mai far sentire la loro voce, avendo paura di sbagliare, convinti di non poter mai essere felici, di non poter mai cambiare la situazione, vivendo la solitudine di chi chiede troppo a se stesso. Le nuove generazioni, idealizzando troppo se stesse, rischiano di vivere un’eterna insoddisfazione, un po’ come se non fossero mai abbastanza, ricercando una perfezione che non esiste, disconoscendo se stesse e trascurando la loro vera identità.

“Da questa guerra tutta interna a noi stessi che ci divora e non ci fa mai sentire soddisfatti della nostra esistenza si esce rinunciando alla perfezione che ci si è autoimposta e accettando la parte umbratile della nostra personalità, quella di cui non andiamo fieri, quella che vorremmo che nessuno scoprisse, quella che ci fa sentire ‘punti nel vivo’ quando qualcuno ce la svela”, queste le parole pregne di significato di Umberto Galimberti.

Per essere felici …

Per essere felici, dunque, occorre imparare ad amarsi senza riserve, rinunciando alla solitudine di chi chiede troppo a se stesso, alla perfezione che non ci fa mai sentire abbastanza o all’altezza e che determina spesso un profondo senso di vuoto e di tristezza.

“E se è vero che non noi, ma gli altri costruiscono la nostra identità, esponiamoci al mondo per quello che siamo, lasciandoci modificare da tutti gli incontri, evitando di cercare noi stessi in quella guerra inutile tra l’io e il suo ideale che ci isola dagli altri, e non ci fa approdare se non in quella terra desolata e solitaria dove a farci compagnia è solo la nostra insoddisfazione”, in tal modo termina la sua disamina il filosofo. E allora, che risposta possiamo dare a quella giovane ventiduenne che scrive con il cuore colmo di domande, paure e silenzi?

 L’essere e il dover essere

La risposta a quella giovane ventiduenne, e a tutti i giovani che si sentono "fuori posto", tra l’essere e il dover essere, è che la felicità non risiede nella perfezione ma nell'accettazione di sé, anche nelle proprie fragilità. Galimberti ci invita a rinunciare all'ideale irraggiungibile e ad abbracciare ciò che siamo, con tutte le nostre imperfezioni.

Quella "massa aggrovigliata" di dubbi non è qualcosa da risolvere, ma da comprendere. La spensieratezza che cerca non è l’assenza di peso, ma la leggerezza di chi smette di giudicarsi, di chi smette di inseguire modelli imposti e comincia, pian pian, a costruire un proprio modo di stare al mondo. Forse la vera forza non sta nel silenzio, ma nella voce che, anche tremante, osa dire: “questa sono io, e vado bene così”.

E così la risposta non è un manuale da seguire ma un percorso da intraprendere: fatto di errori, di relazioni vere, di cadute e risalite. 

Pertanto solo accettando di essere imperfetti possiamo finalmente sentirci liberi di esistere, di essere davvero felici.

 ascuolaoggi

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mercoledì 22 gennaio 2025

IMPARARE A VOLARE


 Schettini: "La vita è una sola e non dobbiamo avere paura ma dobbiamo imparare a volare. 

Gli insegnanti devono scoprire e tirar fuori le potenzialità di ogni studente"

 

La Redazione

 

Schettini: "Una vita abbiamo. È corta, è veloce, vola via. La dobbiamo sfruttare, non ci dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere paura. Dobbiamo mostrarci e dobbiamo volare...

Non è semplice svolgere il proprio mestiere nel migliore dei modi e la funzione di educatore, in qualità di insegnante, è sicuramente una funzione importantissima ed imprescindibile per garantire una crescita consapevole dei giovanissimi.

Le nuove generazioni, alle prese con una società basata sul consumismo e sull'apparenza, spesso si ritrovano prive di una guida, di un punto di riferimento, ed appaiono così disorientare e senza alcuno stimolo.

Non è semplice vivere la propria vita pienamente, comprendendo sin da subito quale sia la strada giusta da percorrere ed ecco allora che la funzione svolta dagli educatori appare molto importante in tal senso.

A tal fine il professore Vincenzo Schettini esprime il suo pensiero in merito, sottolineando proprio l'importanza della vita, evidenziando il ruolo che dovrebbe essere svolto da ciascun insegnante.

"Non è mai troppo tardi per fare. Perché, se tu ti spegni, se a un certo punto ti spegni, ti cade nelle mani tutto quello che hai che si chiama vita.

E allora io dico: una vita abbiamo. È corta, è veloce, vola via. La dobbiamo sfruttare, non ci dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere paura. Dobbiamo mostrarci e dobbiamo volare perché quel volare entusiasma gli altri, li coinvolge, li fa cambiare.

Se iniziano a volare i giovani, allora altri giovani voleranno. Questa è la cosa più bella. Quindi tutto può cambiare perché un ragazzo che fa, un ragazzo che si spinge oltre, un ragazzo che fa sempre di più contagia gli altri", queste le significative parole del professore.

Occorre, quindi, vivere ogni attimo, ogni istante della propria esistenza, con entusiasmo, positività, perché solo in tal modo potremo essere "contagiosi" e fungere da esempio, spronando sempre i giovanissimi ad andare oltre, a "volare", superando i propri limiti, senza mai voltarsi indietro ma volgendo sempre lo sguardo in avanti.

"Noi questo vogliamo come professori. Perché quello che trasmettiamo come materia, come nozione, sì, è vero, ci sta. La nozione ci sta, resterà, ma quello che resta ancora di più è il fatto di scoprire le potenzialità che abbiamo dentro. Che io sono convinto tutti possiamo tirar fuori. A qualsiasi età", così continua Schettini.

Il professore, da ultimo, sottolinea un aspetto fondamentale: gli insegnanti devono sicuramente dispensare sapere ma al contempo devono essere anche capaci di scoprire e tirar fuori le potenzialità di ciascuno studente, alla luce delle loro passiono, ambizioni ed inclinazioni personali.

 

Scuola Oggi

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venerdì 29 novembre 2024

VOLERSI BENE

 


"In difesa

 dell'amore 

di sé"

 








Volerci bene con misura ci aiuta nelle relazioni con gli altri 
e migliora il nostro senso di realtà.
 
Non ha a che fare con il narcisismo che invece è un sentimento ottuso di fierezza, vanità e insicurezza.


-         di Vito Mancuso

-          

Per essere compreso nella sua essenza il mito di Narciso richiede di venire accostato al mito di Eco. Narciso ed Eco rappresentano infatti i due estremi dell'amore: l'amore di sé che ignora completamente l'altro, e l'amore dell'altro che ignora completamente sé. Qual è la forma peggiore? 

Narciso era bellissimo e coloro che l'incontravano, femmine e maschi, giovani e adulti, se ne innamoravano, ma lui respingeva sempre tutti. Eco, che era stata punita da Era con la privazione della possibilità di parlare se non ripetendo le ultime parole ascoltate (da qui il nome eco per il fenomeno acustico del ripetersi di un suono), un giorno vide Narciso e, come tutti, se ne innamorò. 

A causa della sua condizione però il dialogo produsse una serie di equivoci, fino a quando lei gli andò incontro per abbracciarlo ma lui si ritrasse sdegnato dicendole: «Toglimi le mani di dosso! Vorrei morire piuttosto che darmi a te!». La povera Eco poté solo rispondergli «darmi a te» e scappò via in preda a una vergogna che la consumò progressivamente facendo rimanere di lei soltanto la voce. 

Quanto a Narciso, un giorno capitò davanti a una fonte cristallina. Bevve, ma vedendo la sua immagine si innamorò di sé, il che lo portò a macerarsi a sua volta per un amore impossibile e a morirne, alcune antiche fonti dicono per consunzione, altre per annegamento avendo voluto abbracciare la propria immagine nell'acqua. 

Entrambi, comunque, muoiono per amore: lei per aver amato troppo un altro, lui per aver amato troppo se stesso. E il loro mito ci consegna il dilemma dell'amore di sé. Abbiamo a che fare con la più ostinata prigionia o con il fondamento della vita sana? 

L'amore di sé è spesso considerato l'origine di tutti i mali. Il primo dei sette vizi capitali, la superbia, non è altro che uno sconfinato amore di sé, e la tradizione cristiana insegna che fu proprio per superbia che Lucifero decadde dallo stato angelico divenendo Satana. Il mito cristiano, quindi, individua la radice di tutti i mali nell'eccessivo amore di sé. 

Tutte le tradizioni spirituali sono unanimi nel sottolineare la necessità della liberazione dall'ego. Il Buddha pone l'origine del dolore nella brama in quanto manifestazione più immediata dell'ego. Scrive Platone: «Causa di tutti i vizi per ognuno di noi è il più delle volte una forma eccessiva di questo amore di sé». Insegna Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso» e per l'Imitazione di Cristo «il rinunciare interiormente a se stessi unisce a Dio». Tra i moderni, Kant colloca la radice del male nell'amore di sé, dicendo che esso, «adottato come principio di tutte le nostre massime, è la fonte di ogni male». Gandhi conviene: «Se potessimo cancellare l'Io e il Mio dalla religione, dalla politica, dall'economia eccetera saremmo presto liberi e porteremmo il cielo in terra». Anche Einstein la pensava così: «Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dell'io». Simone Weil esaspera la prospettiva: «La lebbra sono io, tutto ciò che io sono è lebbra, l'io come tale è lebbra». 

Le cose però non sono così unilaterali come appare. Se infatti Gesù insegna che l'io deve rinnegare se stesso, dall'altro lato afferma: «Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?». Il che significa che il rinnegamento di sé non equivale alla distruzione di sé, come riteneva Simone Weil, ma esattamente al contrario è funzionale a non perdere il sé, che va piuttosto preservato e salvato. Quando Gesù formulò il comandamento dell'amore per il prossimo, come misura di tale amore pose proprio l'amore di sé: «Amerai il tuo prossimo "come" te stesso». Il che significa che non si può amare il prossimo se prima non si ama se stessi, e che quindi esiste un più che legittimo amore di sé. 

Tale dialettica è presente anche in Gandhi, che, se da un lato voleva ridursi a zero, dall'altro affermava: «Sono un inguaribile ottimista perché credo in me stesso», laddove tale fiducia di sé manifesta anche amore verso di sé. Lo stesso va detto del buddhismo al cui interno ha scritto Corrado Pensa: «L'amore per se stessi rende più interi, più fiduciosi e più contenti». Per quanto riguarda la filosofia antica, scrive Aristotele: «Tutti i sentimenti di amicizia nascono dal rapporto di sé con se stesso e in seguito si estendono anche verso gli altri… È soprattutto con se stessi che si è amici, perciò bisogna amare soprattutto se stessi». E per la filosofia moderna ecco Rousseau: «L'amore di sé è sempre buono e sempre conforme all'ordine». 

Siamo quindi al cospetto di un'antinomia: il pensiero da un lato insegna la lotta contro il proprio sé, dall'altro ne incoraggia la coltivazione. Erasmo da Rotterdam riprodusse con precisione l'antinomia: «Non è insensato piacersi, ammirarsi? Eppure, potrai mai fare qualcosa di bello, nobile, gradevole, senza piacere a te stesso?». Tale contraddizione si rivela anche nel linguaggio comune nel quale c'è un modo di dire io che è il segno più evidente di egocentrismo narcisistico, ed esiste tuttavia anche l'estremo opposto di chi non dice mai io per rifugiarsi sempre dietro l'autorità altrui senza mai esporsi in prima persona. Se il primo estremo segnala egocentrismo, il secondo è mancanza di autonomia. Quale rapporto quindi dobbiamo avere con noi stessi? Superamento o compimento? 

Ora l'uno ora l'altro, io penso, a seconda delle stagioni e delle circostanze, l'importante è non cadere negli estremi di Eco e di Narciso. Ma un aiuto ci viene dalla scienza contemporanea. Essa ci parla della struttura ontologica dell'essere dicendo che ogni fenomeno fisico è il risultato di un'aggregazione, il che non può non valere anche per il nostro io, il quale quindi non esiste come sostanza a sé stante ma nasce e vive delle sue relazioni e quindi è costitutivamente relazione. 

Per questo l'orientamento positivo verso gli altri non è in opposizione con l'orientamento positivo verso di sé. Al contrario, è solo l'orientamento positivo verso di sé che consente un orientamento positivo verso gli altri, come del resto relazioni felici con gli altri alimentano la stima di sé. 

L'amore di sé, inoltre, non è sempre così frequente come si immagina, perché molti vivono nella non accettazione della propria realtà desiderando essere diversi da quello che sono e cercando un altro posto del mondo, un'altra famiglia, un altro corpo, un altro carattere, un altro io. E in questa prospettiva amare se stessi (per quello che veramente si è) può essere anche un grande atto di umiltà e di conciliazione con i propri limiti. 

Riassumo tutto il senso del discorso con la distinzione tra "amor proprio" e "amore di sé", con il primo concetto che segnala la condizione narcisistica negativa di chi è preda di un ego ipertrofico, e con il secondo che indica la serena accettazione della propria condizione, accolta per quello che è, limiti compresi, ai quali si giunge a sorridere con quella leggerezza dell'autoironia che è una delle proprietà più belle dell'essere umano.

 

Vito MancusoLa Stampa

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venerdì 17 maggio 2024

IL MIRACOLO DEL DESIDERIO

 


Il vero miracolo 

si chiama desiderio

 

-         di Massimo Recalcati

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Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci può essere evocato come uno tra i più emblematici di quelli raccontati dai Vangeli. Il miracolo consiste in questo caso, com’è noto, nella moltiplicazione di quel poco che c’è, di quello che resta a disposizione degli apostoli di fronte a migliaia di seguaci di Gesù rimasti senza cibo: cinque pani e due pesci. Ma l’accento, sin da subito, non è su quello che manca e che non sarebbe sufficiente a soddisfare la moltitudine che si attende di essere sfamata, ma su quello che è a disposizione, su quello che rimane, sul resto. Si tratta di un “resto” che non genera afflizione perché diviene motore di una straordinaria trasformazione.

 Dobbiamo, infatti, provare a vedere la mancanza da due prospettive differenti: da una parte la mancanza come penuria, deficit, minorazione, negatività; dall’altra la mancanza come eccedenza, spinta, forza, trascendenza, plus e non deficit. È una cifra fondamentale del magistero di Gesù: valorizzare la mancanza non come afflizione ma come eccedenza. Dunque, quello che resta – la “pietra di scarto” – viene elevato alla potenza di una forza generativa. Al centro del miracolo dei pani e dei pesci non è, dunque, una semplice condizione di penuria irrisolvibile nella quale si trova il popolo che ha seguito Gesù. Al centro è piuttosto la forza moltiplicatrice del desiderio che non consiste nel negare maniacalmente lo stato di penuria, quanto nel prenderne pienamente atto al fine di trasformare il resto non in una mancanza infelice, ma in un fattore che causa la trascendenza affermativa del desiderio. Il miracolo non consiste allora nel prodigio, nella spettacolarità della moltiplicazione, quanto nella fede nella possibilità della moltiplicazione, ovvero nella fede nel potere trasformativo del desiderio. È solo questa fede che consente la trasfigurazione miracolosa della mancanza in una “sovrabbondanza”. Come può, infatti, un resto divenire sovrabbondante?

 È questo il miracolo del desiderio in quanto tale: convertire il resto in un “seme santo”, come dichiara il profeta Isaia di fronte alle rovine di Gerusalemme. L’uomo di desiderio è un uomo di fede e l’uomo di fede è un uomo di desiderio. È il punto cardine della mia lettura di Gesù. Ma, di fatto, è anche il centro dell’esperienza psicoanalitica: lo psicoanalista agisce tenendo conto di quello che c’è nel soggetto – del suo “resto”, della sua poca roba – per estrarre da esso la forza del suo desiderio bloccata nelle sue identificazioni, nelle sue inibizioni e nei tornaconti primari e secondari dei suoi sintomi. Non si tratta affatto di rafforzare l’Io contro il desiderio inconscio, ma di stabilire con questo desiderio una nuova alleanza. È quello che Freud aveva evidenziato con precisione: il metodo psicoanalitico non è una cura tra le altre perché la sua finalità non è la guarigione medica dei sintomi, ma la liberazione del desiderio che si trova incastrato in essi. Guarire non significa semplicemente ricuperare delle funzioni del corpo o della mente alterate dalla malattia, ma ricuperare la libido “ritirata nei suoi anfratti” sintomatici rendendola nuovamente accessibile al soggetto. In altri termini, si tratta di rendere possibile una nuova alleanza tra il soggetto e la vocazione del proprio desiderio. È solamente la riattivazione di questa alleanza che può determinare la guarigione, la quale, infatti, come direbbe Lacan, riprendendo chiaramente una espressione evangelica, avviene solo in “sovrappiù” rispetto a quella riattivazione.

 Nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci appare una eccedenza senza misura che scompagina il normale rapporto stabilito dal regime necessario delle proporzioni. Cinque pani e due pesci non possono sfamare una moltitudine di cinquemila persone riunita, in aggiunta, in un luogo deserto, privo di contatti con altri che avrebbero potuto portare soccorso. È, dunque, la fede nel desiderio il miracolo che rende possibile il prodigio e non il prodigio che rende possibile il miracolo. Ciascuno di noi sa per esperienza che quando si attiva la fede nel desiderio l’impossibile può diventare possibile, la vita si espande e si erotizza, acquista potenza (dynamis). Al contrario, senza desiderio essa rattrappisce, perde il suo slancio, si contrae e declina. È la trascendenza del desiderio la forza che apre la vita rendendola davvero viva. È questa forza che una volta attivata genera una incentivazione ulteriore della propria forza. È un punto sottolineato da Spinoza quando sostiene che la spinta del desiderio tende a conservarsi solo espandendosi.

 È questo il fondamento di tutti i miracoli di Gesù: convertire quello che appare come la negatività insuperabile della mancanza in un motore positivo capace di generare sovrabbondanza. Non a caso egli non si accontenta semplicemente di sfamare il suo popolo, di soddisfare il loro bisogno di mangiare. Si tratta, piuttosto, dell’allestimento di un vero e proprio banchetto, di una festa, di un momento collettivo di gioia perché non solo «mangiarono tutti e tutti furono saziati», ma «dei pezzi avanzati raccolsero dodici cestini pieni e anche dei pesci».

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domenica 17 gennaio 2021

SEI OK ?


Solo se tu sei «ok» 

posso esserlo anch'io


 -         di Salvatore Mazza

          

 - Alla fine degli Sessanta dello scorso secolo lo psichiatra americano Thomas Harris pubblicò un libro intitolato Io sono ok, tu sei ok – Come risolvere al meglio il problema del rapporto con gli altri. Era un libretto con un taglio divulgativo nel quale l'autore, riprendendo le idee del suo maestro Eric Berne, il papà dell'analisi transazionale e della psicologia sociale, spiegava come nella vita ciascuno di noi si muova dal punto di vista relazionale e sociale come all'interno di un recinto diviso in quattro parti: «Io non sono ok, tu sei ok», «Io non sono ok, tu non sei ok», «Io sono ok, tu non sei ok», «Io sono ok, tu sei ok». Il senso dovrebbe essere immediatamente chiaro a chiunque: dove solo l'ultimo dei quattro stati rappresenta lo scambio reciprocamente positivo tra le persone, ed è quello a cui ognuno tende, oppure va riportato, visto che le altre tre sono condizioni patologiche. Come detto, parliamo degli anni Sessanta, non dell'era giurassica. Eppure, se ci pensiamo un attimo, sembra che si sia smarrita persino la nozione di quella naturale tendenza, a tutto vantaggio di una società dominata dal «io sono ok, tu non sei ok». Determinando lo sviluppo di una convivenza fatta dalla somma dei nostri egoismi personali.

Benedetto XVI, nel 2007, celebrando la Messa a Castelgandolfo, disse che «tutta la storia umana è una lotta tra due amori: l'amore di Dio fino al dono di sé e l'amore di sé fino al disprezzo di Dio, fino all'odio degli altri... Vale soltanto vivere la vita per sé. Prendere in questo breve momento della vita tutto quanto ci è possibile prendere. Vale solo il consumo, l'egoismo, il divertimento. Questa è la vita». E noi sappiamo che davvero è così, e che forse, anzi, questo egoismo dominante s'è trasformato in qualcosa di peggio, ossia in un vero e proprio consegnare le regole della convivenza alla loro forma patologica. L'«io sono ok, tu sei ok» non è più riconosciuta come la condizione a cui tendere ma come un'anomalia, un ostacolo al nostro interesse. È questa purtroppo la tendenza oggi, e ciò, come ha chiesto papa Francesco in una recente intervista, richiede non distanza ma, al contrario, di essere «vicino ai problemi, vicino alle persone». Parlava della crisi creata dal Covid, ma non solo. Perché se da ogni crisi si può uscire «migliori o peggiori», per scongiurare l'andare a fondo «la parola chiave è "vicinanza"». Nella Chiesa, così come nella politica e in tutti gli ambiti, la classe dirigenziale «non ha diritto di dire "io"... deve dire "noi" e cercare una unità di fronte alla crisi. Un politico, un pastore, un cristiano, un cattolico anche un vescovo, un sacerdote, che non ha la capacità di dire "noi" invece di "io" non è all'altezza della situazione».

Passare dall'io al noi vuol dire, allora, tornare a pensare al plurale, a capire che il nostro interesse personale è che tutti stiano bene, che non ci si senta rivali ma fratelli. Capire che «amerai il prossimo tuo come te stesso» è non solo per i cristiani ma per tutti la vera chiave della convivenza. Dove il prossimo, come ha spiegato Bergoglio nel novembre 2018, «è la persona che io incontro nel cammino, nelle mie giornate». Farsi incontro, vicini, senza cercare scuse per evitarlo, per smarcarsi dicendo “questo è più grande di me”. Non ci sono scuse, perché «l'affamato ha bisogno non solo di un piatto di minestra, ma anche di un sorriso, di essere ascoltato». E, per chi crede, «anche di una preghiera, magari fatta insieme». Una preghiera non fa mai male, anche per rilanciare corrette relazioni sociali. Veramente umane!

 

www.avvenire.it

 

 

sabato 14 dicembre 2019

ITALIANI, OLTRE IL VITTIMISMO

L’analisi del Censis,

 i punti di ripartenza
È utile tornare sul Rapporto Censis 2019, dossier che ci aiuta a leggere l’evolu zione del nostro Paese. Di fronte alla crisi economica, ma non solo, di questi anni gli italiani – come ha sottolineato su 'Avvenire' Alessia Guerrieri – hanno messo in campo «una risposta individuale». È a tutti evidente che tra gli italiani, incerti sul futuro, delusi dalla politica, consapevoli della crisi demografica, intossicati dalle percezioni che diventano verità sui social e sui mass media, presi da un’ansia spesso senza nome, si è rafforzata l’antica tendenza a guardare al proprio 'particulare', a puntare – per usare le parole del Rapporto – alla «solitaria difesa di se stessi».
L’Italia del 2019 appare sfiduciata sulla possibilità di un miglioramento per sé e per la società nel suo complesso: «Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale sia bloccata». Secondo il 74% «l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione», mentre il restante 26% è certo che sia in arrivo «una nuova recessione». Davanti a un tale scenario, forte è la tentazione di contare solo «sulle proprie forze», di architettare «stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro». Eppure, una tale narrazione non spiega del tutto alcuni dati in controtendenza. E non mi riferisco soltanto alle «piastre di sostegno» e ai «muretti di pietra a secco» che, per il Rapporto, permettono di puntellare il terreno del benessere
e preservare la tenuta della convivenza sociale.
È interessante sottolineare il tentativo di ricostruzione del tessuto connettivo a partire da una nuova relazionalità, nonché da un più marcato investimento sulla cultura: gli italiani che hanno visitato monumenti o siti archeologici sono aumentati del 31,1% negli ultimi dieci anni, quelli che sono entrati in un museo del 14%, quelli che prestano «attività gratuite in associazioni di volontariato» del 19,7%.
C’è anche una success story: quella dell’integrazione in Italia dei non italiani di nascita. Le imprese straniere «sono enormemente cresciute anche negli anni della crisi», e mentre gli imprenditori nostrani «diminuivano del 16,3%, quelli stranieri sono aumentati del 48,4% (quelli extracomunitari del 57,6%)». E ancora: se nelle nostre scuole gli alunni di origine straniera non sono certo pochi (857.729, dato 2018), gli strumenti messi in campo in questi anni si sono rivelati tanto utili «che si registra un miglioramento dei tassi di scolarità, regolarità negli studi e successo formativo». Il dato è ancora più interessante se si pensa al ritardo con cui si aspetta una legge sulla cittadinanza basata sullo ius culturae e la retorica negativa, rivendicativa, repulsiva e vittimistica con cui viene avvolto deliberatamente quasi ogni discorso sull’immigrazione-invasione e sul ruolo degli immigrati in Italia.
Viviamo insomma – ma ormai dovremmo esserci abituati – in un Paese complesso e contraddittorio, in cui il «furore di vivere» di cui parla il Rapporto è insieme fattore d’ordine e di disordine. Disordine che è prima di tutto nell’umore, nei comportamenti. Il segretario generale del Censis Giorgio De Rita, dice che «l’errore della politica è stato quello di non essere stata capace di decidere». Ma gli italiani lo sono stati in questi anni? Ci sono segnali allarmanti: il dilagare di disturbi di varia natura, la crescita della sfiducia e del contenzioso, la ricerca di una compensazione emotiva in quello specchio di sé che è lo smartphone: «Il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso; nel giro di tre anni il consumo di ansiolitici e sedativi è aumentato del 23%; il 75% non si fida più degli altri; il 49% ha subito nel corso dell’anno insulti o spintoni in un luogo pubblico; il 26% ha litigato con qualcuno
per strada; più di un italiano su due controlla il telefono come primo gesto al mattino o l’ultima attività della sera».
Il quadro Censis è, così, in chiaroscuro. E riflette il nostro disordine, o forse meglio il nostro spaesamento nel mondo globale. Vi è raffigurato un Paese che ha vissuto delle difficoltà e si è ritratto in sé stesso, finendo così per aggravare le proprie condizioni. Le potenzialità che comunque l’Italia esprime – e in questo i 'nuovi italiani' sono generalmente un fattore positivo – potrebbero incamminarla verso un futuro differente. Se solo accettasse di fare i conti con il proprio vittimismo e riconoscesse che esso è il grande freno a ogni scatto verso un orizzonte meno incerto o meno cupo.




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martedì 9 luglio 2019

LA WOOW TERAPY, OVVERO LA TERAPIA DELLA MERAVIGLIA

Stress, rabbia e insoddisfazione riducono il nostro potenziale e ci fanno vivere peggio. Secondo i ricercatori, inoltre, aumentano il rischio di determinate malattie (ad esempio quelle cardiovascolari). Nonostante esistano una serie di fattori di rischio e di fattori protettivi legati all’alimentazione e allo stile di vita, ciò che più di ogni altra cosa influenza la nostra salute è il nostro stato mentale.
Purtroppo, la felicità non è di casa: la maggior parte delle persone si sente sotto pressione a causa del lavoro, della famiglia o del conto in banca. Approssimativamente un italiano su due soffre di una profonda e persistente insoddisfazione. 
La wow therapy, termine “popolare” per designare alcuni interventi positivi, potrebbe essere una soluzione. 
Il principio è semplice: siccome cambiare lavoro, famiglia e stile di vita potrebbe essere complesso, perché non partire dal modo in cui viviamo la nostra routine?
La felicità, infatti, dipende solo in minima parte dal nostro stile di vita (il 10%), mentre in misura molto maggiore è determinata dal modo in cui noi affrontiamo la quotidianità (il 40%). Tutti noi abbiamo tante piccole gioie quotidiane; imparare a concentrarsi su di esse invece che sui problemi fa la differenza.
Sperimentiamo la wow therapy, ovvero la terapia della meraviglia: per metterla in pratica dobbiamo riscoprire un senso di meraviglia genuino di fronte alle nostre piccole gioie quotidiane.
Ecco tre semplici consigli per impostare una wow therapy efficace:
  • Impara ad apprezzare la routine: la meraviglia non andrebbe ricercata nelle grandi avventure, ma nelle piccole routine quotidiane, dal caffè alla passeggiata fino all’edicola, dall'incontro delle "solite" persone ....; 
  • Cerca il bicchiere mezzo pieno: l’ottimismo si può imparare; ad esempio, di fronte al classico “bicchiere mezzo vuoto” (ovvero una qualsiasi situazione della quale cogli gli aspetti negativi), cerca anche la controparte positiva. Come nel caso del bicchiere, esistono sempre aspetti negativi e positivi; è compito nostro imparare a cogliere entrambe le facce della medaglia;
  • Apertura alle novità: accogli con entusiasmo le novità? L’apertura mentale alle nuove esperienze è un elemento cruciale per sperimentare la meraviglia. Prova con un piccolo esercizio quotidiano: scegli ogni giorno una piccola novità da portare nella tua vita (potresti cambiare il tragitto che percorri per raggiungere il lavoro o la scuola, introdurre un nuovo alimento nella tua dieta, una nuova piccola routine quotidiana etc.).
 Ecco alcune piccole gioie per le quali è facile meravigliarsi e sperimentare emozioni positive:

  • il sorriso dei propri bambini e di coloro che ci stanno attorno (familiari, amici, colleghi ….)
  • il tramonto;
  • una passeggiata in riva al mare o nel bosco;
  • la compagnia dei propri amici;
  • un momento di affetto e intimità con la persona che si ama;
  • un momento di gioco con i propri bambini;
  • un buon manicaretto.
  •  …….
Educhiamo i bambini (e noi stessi !) alla meraviglia (cogliamo le occasioni, interagiamo positivamente con il quotidiano ...... ). Chi sa  meravigliarsi vive meglio e diffonde attorno a sè gioia e benessere; chi non sa meravigliarsi comunica freddo e malumore.

venerdì 28 giugno 2019

UN SORRISO PER SALVARE IL MONDO ... e se stessi !

«Essere felici è una scelta, ma nessuno può esserlo da solo, se non puo dire grazie a qualcuno o se non può donarsi gratuitamente a qualcuno 
La vita felice è svegliarsi con una missione da compiere. 
È vivere ogni giorno non come se fosse l’ultimo ma come se fosse il primo di una vita spalancata sull’eternità»

 di ANTONIO GIULIANO

il cruccio dell’uomo da sempre: la ricerca della felicità. Non a caso si sono arrovellati tutti i grandi pensatori dell’antichità, da Aristotele a Seneca, da Agostino a Tommaso d’Aquino. Ma è una questione che tiene banco anche oggi. Basta guardare solo ai tanti (decisamente troppi) volumi che invadono le librerie promettendo un benessere fai da te, vago ed effimero, in cui spesso la felicità fa rima con banalità. Di taglio nettamente diverso sono due saggi, Ti penso positivo. #lafelicità è una scelta (Paoline, pagine 320, euro 16) e l’ultimo, Un sorriso prima di tutto. 101 idee per illuminare la nostra vita (San Paolo, pagine 144, euro 14) scritti da Mimmo Armiento, appassionato psicologo e psicoterapeuta. Sono testi che, pur dietro un’apparente leggerezza, nascondono un lavoro di recupero della grande tradizione della Chiesa in merito all’introspezione dell’animo umano. Esponente della psicologia positiva in Italia, Armiento è anche tra i promotori del Laboratorio di psicologia cristiana che si tiene ogni anno ad Assisi.
Eppure lei si rivolge soprattutto a chi non crede.
Avere Dio come riferimento è necessario per la nostra felicità. Ed è una felicità a cui anche il non credente può aspirare, riconoscendo che Dio è in ogni cosa che reputa vera e buona. La nostra ragione se non viene offuscata da pregiudizi porta al Creatore. Già restare incantati davanti a ciò che esiste significa affermare Dio. È un’esperienza che facciamo sin da bambini.
In che senso?
A cinque-sei anni capisci che non sei al mondo come un pezzo del corpo di tua madre o di tuo padre. Quando dici “io” ti accorgi che questo io precede quello dei tuoi genitori. E puoi avere l’intuizione che se esisti è perché qualcuno ti ha voluto, percepisci la tua esistenza come dono e non come casualità.
È un orizzonte negato anche dalla sua disciplina, tant’è che lei sostiene come sia sempre più necessario passare da una psicologia positivista a una positiva.
La psicologia positivista ha ridotto l’uomo a organismo animale, evolutosi per caso e necessità. Mentre la psicologia positiva, fondata venti anni fa negli Stati Uniti da Martin Seligman, non esclude in modo aprioristico la dimensione morale e spirituale. Prevale una visione della felicità così come era definita dai Greci: eudaimonia, cioè seguire il proprio “angelo” buono, la propria voce buona dentro la coscienza. E quando parliamo di coscienza non intendiamo solo la coscienza che abbiamo degli altri, ma anche la coscienza di un Altro da cui proveniamo.
Che cosa rende felici le persone secondo la psicologia positiva?
Il giudizio di felicità sulla propria vita non viene solo da fattori edonistici come per esempio quanto è stata piacevole la giornata, ma anche se ha avuto senso, se ho fatto qualcosa di buono o se ho fatto il mio dovere. L’eudaimonia è una bene-dizione che sento dentro. Se io sono gentile con qualcuno e quella persona mi ringrazia io interiorizzo la sua bene-dizione, mi sento contento. Se ho fatto il mio dovere, ho lavorato tanto e torno a casa, mi sento dentro una benedizione perché è come se avessi rispettato quell’indicazione di bene che avvertivo nella coscienza.
È un discorso che tira in ballo le virtù.
Certo, la virtù rende felici. Non a caso Socrate diceva che è più felice chi subisce un’ingiustizia rispetto a chi la fa, perché chi la subisce non perde una benedizio-È ne interiore mentre chi la fa ha la disapprovazione della propria coscienza. E questo è coerente con la preghiera perché quando entri in contatto con l’assoluto ti senti benedetto dentro. La preghiera ci rende felici proprio perché interiorizziamo una benedizione.
Sembra tutto facile. Eppure non basta un clic per essere felici.
Infatti la felicità è qualcosa di semplice ma non facile. È una scelta, spesso coraggiosa. A volte eroica, come la felicità di chi fa il proprio dovere magari entrando nelle fiamme per salvare qualcuno. O semplicemente scegliendo, non sempre di cambiare lavoro, ma sicuramente di cambiare il modo in cui lo si vive. Accorgendoti del bene che fai intorno a te facendo col cuore il tuo lavoro.
Dal time-out per evitare che una discussione degeneri alla serata cinema in famiglia: il suo libro è una dispensa di semplici suggerimenti per essere felici. Ma si intuisce che uno dei segreti per vivere con gioia è essere grati per ciò che siamo.
Le ricerche di Robert Emmons confermano che le persone con un atteggiamento di gratitudine sono anche quelle che si dichiarano più felici. Gratitudine non solo verso gli altri o verso sé stessi, ma anche nei confronti degli eventi della vita. Ma essere grati presuppone Qualcuno verso cui essere riconoscente.
All’origine di tutto per lei c’è un sorriso.
Nasciamo tutti da un sorriso. Quello con cui mamma e papà si sono incontrati. Se siamo qui ora è perché un uomo e una donna, si sono sorrisi e ci hanno sorriso! E quanto più è stato autentico il loro sorriso, tanto più è luminoso il sorriso che ci portiamo dentro. Felice è l’uomo che intuisce di non essere più solo figlio del sorriso dei suoi genitori, ma anche del sorriso più bello, quello di Dio.
Nei suoi libri felicità è sinonimo di nuzialità. Con sua moglie ha fondato un’associazione, Ingannevole come l’amore, con cui gira l’Italia per testimoniare la bellezza del matrimonio.
Nessuno è felice se non può dire grazie a qualcuno o se non può donarsi gratuitamente a qualcuno. Nessuno può essere felice da solo. Anche se vinco al Superenalotto non sarei davvero contento se non avessi qualcuno con cui condividere questa gioia. La felicità poi è sempre un incontro nuziale. Con mia moglie e altre coppie di sposi da otto anni portiamo avanti degli incontri formazione per single o sposati. Un’iniziativa che solo grazie al passaparola ci ha permesso di incontrare migliaia di persone. Vogliamo solo condividere una bellezza che spesso non si vede: la felicità in famiglia. Oggi “amore” è la parola più ingannevole. In questa cultura relativista presumiamo già di sapere cosa sia. Ma l’amore ha le sue leggi. Se le rispetti diventa gioia, altrimenti hai chiamato amore qualche altra cosa, una trasgressione o una dipendenza. Nell’amore di un uomo e una donna c’è il senso vero dell’amore: passione, appartenenza, scelta dell’altro nella sua insostituibilità, rispetto della sua unicità.
Uno dei cardini della sua psicologia è «vivere la vita come una missione».
Nessuno cammina perché ha le gambe e nessuno mangia semplicemente perché ha fame, ma se ha una ragione per camminare e per mangiare. La psicologia positiva ci conferma che è felice chi trascende se stesso verso qualcosa più grande di lui, chi riconosce nella propria vita un senso, una mission da compiere, un donarsi a un bene più grande anche nel realizzare i propri talenti.
Perché la felicità di cui parla è qualcosa che non finirà?
Perfino Nietzsche ha ammesso che un piacere per essere gustato ha bisogno d’eternità. Come possiamo godere davvero di un bene se abbiamo paura che ci sfugga tra le mani come il tempo? Per gustare davvero un attimo di bene abbiamo bisogno di sapere che il Bene è eterno. La vita felice è sentirsi svegliati da una mission da compiere. È vivere questo giorno, il mio giorno, non come se fosse l’ultimo ma come se fosse il primo di una vita spalancata sull’eternità.
«Essere felici è una scelta, ma nessuno può esserlo da solo, se non puo dire grazie a qualcuno o se non può donarsi gratuitamente a qualcuno La vita felice è svegliarsi con una missione da compiere. È vivere ogni giorno non come se fosse l’ultimo ma come se fosse il primo di una vita spalancata sull’eternità»