Alessandro D'Avenia interpreta l'ultima frase di Cristo, "Tutto è compiuto" (Consummatum est), non come una fine nichilista, ma come il culmine della realizzazione di sé e dell'amore. Secondo D'Avenia, significa trasformare la vita in un capolavoro, allargandola attraverso la passione e il dono di sé, trasformando la morte in un nuovo inizio.
All’ingresso
dell’esposizione della bellissima Crocifissione (1470) del pittore
tedesco-fiammingo Hans Memling, abitualmente al Museo civico di
Vicenza ma in questo periodo pasquale ospitata come opera-mondo al Museo
diocesano di Milano, Nadia Righi, direttrice del museo, ha voluto l’ultima
frase pronunciata dall’uomo sulla croce prima di morire e raccolta da Giovanni (19,30): «Tutto è compiuto»
(letteralmente: «ha raggiunto la pienezza», potremmo dire: «nulla è andato
sprecato, sono felice»).
E mentre noi di fronte
alla morte diciamo «è finita», qui la fine è un inizio, come l’artista di
fronte all’opera compiuta: è finita, ma proprio per questo inizia un’altra
vita, la propria, il presente continuo di ciò che non passa proprio perché ha
raggiunto la pienezza che vince sul tempo. Infatti «compiere» (latino
cum-plere) significa «riempire», una creazione che diventa ri-creazione per chi
ne è «capace», cioè ha spazio interiore per essere colmato.
Fede o no, l’uomo sulla
croce è un capolavoro mai visto: è infatti, come nell’opera di Memling, il
soggetto più rappresentato e il simbolo più diffuso al mondo.
Ma aveva ragione Tommaso d’Aquino a dire che Cristo in croce è
il culmine della bellezza? O Nietzsche che vi vedeva l’esaltazione del
brutto, della sconfitta, il trionfo di una morale da sottomessi? Come fa un
crocifisso a essere bello? È un’illusione a cui ci ha abituato la grazia dei
dipinti?
Trovo risposta
nella Maddalena di Memling che si aggrappa alla croce
incarnando la domanda di ogni uomo di fronte alla morte: è finita? Pare di sì,
ma quel «tutto è compiuto» stabilisce un canone nuovo di bellezza rispetto a
quello classico basato sull’armonia delle parti. Qui c’è un corpo torturato,
slogato, insanguinato, tutt’altro che bello. Occorre allora ampliare il campo
della bellezza: è quando l’amore si realizza. C’è bellezza, anche senza
armonia, dove c’è cura per qualcosa o qualcuno: una pianta secca, una tela
bianca, un bambino sporco, un malato solo…
E così la «passione», che
in questo caso è passione per l’uomo, non consiste nella quantità di sangue
sparso ma in quello che diventa vita, come quello dei donatori di sangue:
«Nessuno mi toglie la vita, sono io che la do» (Gv 10,18) aveva detto qualche giorno
prima l’uomo sulla croce.
Come se Tolstoj, talmente innamorato del suo personaggio,
decidesse di entrasse nel libro per salvare Anna Karenina dal suicidio, la spingesse via
finendo lui sotto il treno. Anna riceve una nuova vita.
Tutto è compiuto
significa passare dalla convinzione che felicità sia allungare la vita a quella
in cui felicità è allargare la vita, come sa chiunque la dedichi con «passione»
a qualcosa. Tutto è compiuto quando tutto è trasformato in vita, anche a costo
della vita. Il primo spettatore di questa forma inattesa di bellezza non è un
critico d’arte né un discepolo, ma un crudele soldato romano, che ha appena
contribuito alla morte del condannato. Eppure dopo ciò che ha visto (anche lui
ha sentito quel «Perdona loro perché non sanno ciò che fanno») dice: «Costui
era veramente figlio di Dio». Ha visto qualcosa che un uomo non sa fare: amare
i propri carnefici.
Questo è il capolavoro,
quando anche la morte diventa vita, solo allora la fine è inizio, come l’opera
d’arte compiuta. E qui l’opera è l’amore assoluto finalmente incarnato,
visibile, reale.
Vedendo un crocifisso non
si potrà più dire che un amore così non esiste: l’amore che non ti devi
meritare, l’amore che ama senza chiedere nulla, l’amore che smaschera qualsiasi
potere violento (politico, religioso, economico, psicologico, fisico…), l’amore
che ti vuole esistente chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, l’amore che
non ti fa sentire solo anche quando lo sei, questo amore c’è, è reale. Questo è
divino, come diciamo dei capolavori fatti dagli uomini ma in cui si manifesta
qualcosa che supera l’uomo.
Ecco perché questo è il
culmine della bellezza e la croce il simbolo più diffuso al mondo. Infatti il
segno della croce, a ben vedere e a farlo bene, mette in linea testa e cuore,
l’asse verticale di quel miracolo che è il corpo umano. Il segno della croce
unisce la testa e il petto: testa fredda e cuore caldo, e non il contrario,
testa calda e cuore freddo, l’uomo sottosopra, distruttore e guerrafondaio. Una
testa fredda cerca la verità perché solo la verità rende liberi. Un cuore caldo
cerca la vita, ne diventa custode e lotta per farla crescere. Che cosa ami?
Quale pezzo di mondo non può fare a meno di te per fiorire?
Quando testa e cuore,
verità e vita, si allineano, tutto può nascere, perché solo se testa e cuore
sono allineati è possibile amare non di quell’egoismo camuffato chiamato
indebitamente amore e che resta solo fino a prova contraria. Nel segno della
croce dopo l’asse verticale viene infatti quello orizzontale. Prima una spalla
e poi l’altra, da dove ha inizio l’azione: braccia e mani aperte fanno più
mondo, più vita, come le braccia di Cristo inchiodate da non potersi chiudere a
nessuno. Danno, non prendono.
Non ho mai trovato un
simbolo più fecondo di questo, e non per vincere guerre come vuole la leggenda
di Costantino o per trovare facili consolazioni in un mondo fantastico, ma per
vincere se stessi qui e ora, e fare ciò che la parola «simbolo» significa:
unire, mettere insieme (dal greco synballo, il cui contrario è diaballo,
dividere, separare, da cui «diabolon», diavolo) carne e spirito, divino e
umano, invisibile e visibile, compiuto e incompiuto, cielo e terra, vita e
morte, dolore e gioia…
Questo è il capolavoro
della croce: se esiste l’amore assoluto che mi vuole come sono e dove sono,
allora posso andare incontro alla vita senza paura.
Ne ho in mente un esempio
concreto nella storia di Gianluigi Rho (ginecologo) e Mirella Capra (pediatra), che nei primi anni
‘70 lasciano Milano e creano un ospedale in Uganda: «“Non l’ho fatto come ripiego e nemmeno come
rinuncia, ma come scelta. Sia io sia Mirella avevamo offerte in università e in
ospedale, tanto che il mio professore mi dava il tormento ripetendomi che
dovevo fare la carriera universitaria, e quando gli dissi che partivo per
l’Uganda si lasciò andare a un solo commento: “Un’intelligenza sprecata”.
Sorride ripensando al
professore e gli replica a distanza: “Non mi interessa, la mia vita non è stata
sprecata. Forse abbiamo sbagliato non dando nessuna importanza al profilo
economico, la mia pensione è bassa e avrei potuto comprare una casa ai miei figli,
sistemarli meglio. Ma gli ho dato altro e, alla fine, rifarei ogni scelta”.
Scuote un po’ la testa, mi guarda e dice ancora una frase soltanto: “No, nessun
rimpianto, è stata una vita meravigliosa”» (M.Calabresi, Non temete per noi, la
nostra vita sarà meravigliosa).
Il Saint Kizito Hospital a Matany ha 284 posti
letto, 7 medici, 65 infermieri, 8 ostetriche, 4 fisioterapisti. Visite
ambulatoriali a 10 anni fa: 39.352; ricoveri: 10.000; operazioni chirurgiche:
2.089. Bambini nati: 1.416. Mirella e Gianluigi, poco più che 25enni, avevano
chiesto per la lista di nozze ciò che serviva a iniziare quell’avventura.
Questo potrebbe far
pensare che servano scelte straordinarie, ma straordinario diventa l’ordinario
dove noi siamo e creiamo vita con le nostre attitudini, professioni, mestieri,
come hanno scritto dei giovani in un testo che mi ha colpito, un commento alla
XII stazione della Via Crucis per la loro parrocchia frequentata dai miei
genitori: «Tutto è compiuto. Anche noi possiamo sperimentare questa pienezza,
pure in mezzo a sconfitte e umiliazioni, se impariamo a lasciarci condurre
dall’Amore e non dal bisogno di affermarci e avere successo.
Abbiamo paura di amare ed
essere amati davvero, di metterci a nudo con tutte le nostre fragilità, di
farci carico delle ferite degli altri, di investire tutto in una strada e
rinunciare alle altre possibilità. Il “per sempre” ci mette ansia, perché con un
impegno così ci sembra di perdere qualcosa, rimanere bloccati, dover
sacrificare tutto.
Fermo sul legno della
croce tu ci ricordi che solo amando fino in fondo potremo sperimentare la
pienezza, che solo imparando a rimanere anche quando ci costa sperimenteremo
cos’è la vera libertà.
il coraggio di dare
tutto, Signore, e di realizzare il nostro “per sempre”. Fa’ che ogni sera prima
di andare a letto e al termine della nostra vita possiamo dire con fiducia
“Tutto è compiuto”».
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