UN TREDICENNE ACCOLTELLA L'INSEGNANTE
«Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età
nemmeno mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come
loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso.
Dobbiamo ribellarci a
questo abuso dei minori»
Alessandro D’Avenia
«Sono
giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena
di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo,
quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la
mia insegnante di francese».
Così
dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel
dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo
Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che
promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i
minori come vittime o carnefici.
Attraggono
soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di
messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini
intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo
stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in
diretta.
Abbiamo
donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro
una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro
che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa.
Mi
rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa
aspettate?
Nella
mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione
antropologica.
Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e
quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita
con conseguenze di salute per tutta la vita successiva.
Ho
studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per
fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a
sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le
chiavi della macchina o una cassa di vino.
Ci
vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori,
di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando
abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo
vietare...).
Proprio
in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per
la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un
maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley
G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a
causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme
che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi.
Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma
hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non
dichiarato.
La
strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90
contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le
compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la
pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso
modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non
fanno abbastanza per i minori, ma fanno male.
Il
caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere
accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve,
come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta
di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social?
Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito
migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha
pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle
piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e
Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per
te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il
16% a modi per togliersi la vita.
Il
libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i
social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero
leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara
Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie
le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e
adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della
socialità, perdita del sonno.
Quattro
elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili
(bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni
che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio
dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione
senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia,
Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter
operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la
Germania la sta discutendo. In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo
con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un
provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o
perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima
dell’educazione e della salute dei ragazzi. Bisogna allora intanto agire
dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari
ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei
ragazzi: «I patti digitali».
Accordi
che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e
altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in
quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di
classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico,
validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe
fuori dal mondo».
Se
in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la
pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX
secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con
l’avvelenarli). In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali,
convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano
l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della
cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre
alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del
tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla
calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata.
Non
si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare
alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo
la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere
gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità
cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza
appesantire una vita già assai complessa.
Il
13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione
digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la
diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già
avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo
nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori,
cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca,
Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena
Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon,
presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania
Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital
Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano,
Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia
Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S). Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui
sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in
questa legislatura.
Il
manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai
contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde
anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del
nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento
molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia
superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho
l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri
bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica
cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di
fuori della mia.
La
vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine
quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover
fare sempre le stesse cose». Queste parole girate al rovescio nascondono un
bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le
mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare
che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi!
Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!».
La
realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e
nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena
le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo
abbastanza."
Alzogliocchiversoilcielo
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