mercoledì 1 aprile 2026

DAL LORO AL NOI

Dal «loro» al «noi»:

 come il cervello abbatte le divisioni



Il cervello umano si riconfigura, e può ridurre le distanze tra etnie, quando si richiama un’identità condivisa. Le implicazioni per le società multiculturali riguardano il superamento dei confini attraverso semplici stimoli contestuali

di Nicla Panciera

L’identità non è un dato fisso, ma un processo dinamico che il cervello riorganizza continuamente. Anche nelle interazioni tra gruppi etnici diversi, basta rendere saliente un’appartenenza comune perché i confini sociali si attenuino. Con un simbolo, una lingua condivisa, perfino una bandiera: il cervello può cambiare rapidamente il modo in cui percepisce chi appartiene a un altro gruppo etnico e trasformare uno “traniero in qualcuno di più simile a noi. A dirlo è uno studio neuroscientifico che, in un’epoca segnata da tensioni identitarie e polarizzazioni sociali, mette in luce quanto sia flessibile, e meno rigida di quanto si pensi, la linea che separa “noi” dagli “altri”. Il lavoro condotto dalla Università di Trento e dalla Nanyang Technological University di Singapore dimostra che il cervello umano possiede una sorprendente capacità di ridefinire le appartenenze sociali, ampliando il senso di inclusione quando viene evocata un’identità comune, come quella nazionale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, si basa su un esperimento condotto a Singapore, uno dei contesti più emblematici per lo studio della convivenza tra gruppi etnici diversi. Coinvolgendo 92 partecipanti appartenenti alle principali comunità cinese, malese e indiana, gli studiosi hanno osservato l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale mentre i soggetti guardavano volti di persone di etnie differenti. In condizioni normali, quando è attivata l’identità etnica, la corteccia prefrontale ventromediale, un’area legata ai processi autoreferenziali, risponde di più ai volti del proprio gruppo rispetto a quelli esterni. Ma quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa, presentando ai soggetti segnali come la lingua comune o simboli del Paese, questa stessa area aumenta significativamente la propria attività anche di fronte ai volti di altri gruppi etnici, trattandoli in modo più simile a quelli propri.

Il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere

Le analisi dei pattern neurali mostrano una riduzione della distanza rappresentazionale tra volti di gruppi diversi: il cervello li codifica come più simili. In altre parole, il cervello tende a classificare i volti appartenenti a gruppi etnici diversi come parte del proprio gruppo, pur continuando a riconoscerne le differenze. Infatti, questa convergenza non è totale: le differenze etniche continuano a essere tracciate, indicando un processo di ricategorizzazione parziale più che una cancellazione delle identità. L’armonia sociale non implica l’omologazione. Come sottolinea in una nota Annabel Chen, coautrice della ricerca, «il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere». Un equilibrio che, secondo i ricercatori, rappresenta una chiave per rafforzare la coesione sociale nelle società multiculturali. Il risultato più rilevante dello studio riguarda proprio la plasticità della percezione sociale. Secondo lo scienziato cognitivo e direttore del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento Gianluca Esposito, tra i responsabili dello studio, questo fenomeno rivela una capacità fondamentale del cervello umano: «Espandere il senso di appartenenza, passando da una logica di contrapposizione a una più inclusiva». Il confine tra gruppi non è rigido, ma può essere ridefinito anche attraverso semplici stimoli contestuali.

Le implicazioni dello studio vanno oltre il laboratorio. Comprendere i meccanismi neurali che regolano la percezione dell’altro può offrire strumenti concreti per affrontare conflitti sociali e promuovere il dialogo. Politiche pubbliche, comunicazione istituzionale e contesti educativi potrebbero trarre beneficio da strategie che valorizzano identità condivise senza cancellare le diversità. Conclude Esposito: «Ciò suggerisce che, anche in contesti caratterizzati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche in grado di favorire il riconoscimento reciproco, ridurre la distanza e promuovere una maggiore apertura verso gli altri. Da una prospettiva di coesione sociale, questi risultati indicano che enfatizzare le identità comuni e gli obiettivi condivisi può contribuire a stemperare le dinamiche oppositive e a creare condizioni più favorevoli al dialogo. Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono immutabili: il cervello è in grado di riorganizzarsi, fornendo una base concreta per immaginare percorsi verso la  coesistenza, la riconciliazione e una pace duratura». 

L’identità non è un dato fisso, ma un processo dinamico che il cervello riorganizza continuamente. Anche nelle interazioni tra gruppi etnici diversi, basta rendere saliente un’appartenenza comune perché i confini sociali si attenuino. Con un simbolo, una lingua condivisa, perfino una bandiera: il cervello può cambiare rapidamente il modo in cui percepisce chi appartiene a un altro gruppo etnico e trasformare uno “traniero in qualcuno di più simile a noi. A dirlo è uno studio neuroscientifico che, in un’epoca segnata da tensioni identitarie e polarizzazioni sociali, mette in luce quanto sia flessibile, e meno rigida di quanto si pensi, la linea che separa “noi” dagli “altri”. Il lavoro condotto dalla Università di Trento e dalla Nanyang Technological University di Singapore dimostra che il cervello umano possiede una sorprendente capacità di ridefinire le appartenenze sociali, ampliando il senso di inclusione quando viene evocata un’identità comune, come quella nazionale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, si basa su un esperimento condotto a Singapore, uno dei contesti più emblematici per lo studio della convivenza tra gruppi etnici diversi. Coinvolgendo 92 partecipanti appartenenti alle principali comunità cinese, malese e indiana, gli studiosi hanno osservato l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale mentre i soggetti guardavano volti di persone di etnie differenti. In condizioni normali, quando è attivata l’identità etnica, la corteccia prefrontale ventromediale, un’area legata ai processi autoreferenziali, risponde di più ai volti del proprio gruppo rispetto a quelli esterni. Ma quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa, presentando ai soggetti segnali come la lingua comune o simboli del Paese, questa stessa area aumenta significativamente la propria attività anche di fronte ai volti di altri gruppi etnici, trattandoli in modo più simile a quelli propri.

Il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere

Le analisi dei pattern neurali mostrano una riduzione della distanza rappresentazionale tra volti di gruppi diversi: il cervello li codifica come più simili. In altre parole, il cervello tende a classificare i volti appartenenti a gruppi etnici diversi come parte del proprio gruppo, pur continuando a riconoscerne le differenze. Infatti, questa convergenza non è totale: le differenze etniche continuano a essere tracciate, indicando un processo di ricategorizzazione parziale più che una cancellazione delle identità. L’armonia sociale non implica l’omologazione. Come sottolinea in una nota Annabel Chen, coautrice della ricerca, «il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere». Un equilibrio che, secondo i ricercatori, rappresenta una chiave per rafforzare la coesione sociale nelle società multiculturali. Il risultato più rilevante dello studio riguarda proprio la plasticità della percezione sociale. Secondo lo scienziato cognitivo e direttore del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento Gianluca Esposito, tra i responsabili dello studio, questo fenomeno rivela una capacità fondamentale del cervello umano: «Espandere il senso di appartenenza, passando da una logica di contrapposizione a una più inclusiva». Il confine tra gruppi non è rigido, ma può essere ridefinito anche attraverso semplici stimoli contestuali.

Le implicazioni dello studio vanno oltre il laboratorio. Comprendere i meccanismi neurali che regolano la percezione dell’altro può offrire strumenti concreti per affrontare conflitti sociali e promuovere il dialogo. Politiche pubbliche, comunicazione istituzionale e contesti educativi potrebbero trarre beneficio da strategie che valorizzano identità condivise senza cancellare le diversità. Conclude Esposito: «Ciò suggerisce che, anche in contesti caratterizzati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche in grado di favorire il riconoscimento reciproco, ridurre la distanza e promuovere una maggiore apertura verso gli altri. Da una prospettiva di coesione sociale, questi risultati indicano che enfatizzare le identità comuni e gli obiettivi condivisi può contribuire a stemperare le dinamiche oppositive e a creare condizioni più favorevoli al dialogo. Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono immutabili: il cervello è in grado di riorganizzarsi, fornendo una base concreta per immaginare percorsi verso la coesistenza, la riconciliazione e una pace duratura».

VITA

 

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