Viviamo nell’epoca
della reazione istantanea. Un insulto ricevuto esige una risposta nel giro di
secondi: sui social, dove tutto è pensato per ottenere un clic – e
possibilmente una reazione – nella politica, nelle relazioni, nelle
conversazioni di ogni giorno, ovunque.
Chi non risponde
viene letto come debole, arreso, già sconfitto prima ancora di aver parlato.
La ritorsione è diventata il nostro respiro
normale, il ritmo con cui si scandisce il tempo di chiunque non voglia
soccombere. Il male entra in circolo, gira su se stesso e riparte amplificato,
perché trova sempre qualcuno disposto a rilanciarlo. È la legge non scritta di
questo tempo: se ti colpiscono, colpisci. Se ti umiliano, umilia. Altrimenti
hai già perso.
Eppure c’è
qualcosa che portiamo dentro, forse più di quanto sappiamo nominare: la
stanchezza di questo ritmo. La nausea di guerre che si nutrono di odio antico e
non riescono a finire, di schermi che rimandano rabbia su rabbia come specchi
contrapposti, di relazioni che si spezzano perché nessuno è disposto a cedere
per primo, di giornate che si consumano in una difesa continua di noi
stessi.
C’è in noi –
almeno in quella parte di noi che non ha ancora smesso di sperare – la sete di
qualcosa di diverso. Non di ingenuità. Non di resa passiva. Di una forza che
non assomigli alla violenza e che tuttavia sia capace di tenerle testa. Una
forza che non abbiamo ancora imparato a riconoscere, forse perché non
assomiglia a nulla di ciò che il mondo chiama forza.
I canti del Servo di Isaia, che la Settimana Santa ci fa ascoltare come chiave per leggere la Passione, descrivono un uomo che quella forza la possiede davvero. Non è un eroe che vince i nemici in battaglia: è qualcuno che accetta di ricevere colpi senza restituirli, sputi senza rispondervi, una condanna ingiusta senza trasformarla in vendetta.
Il profeta usa
un’immagine di una densità quasi insostenibile per descrivere questa figura:
«Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti». Il male arriva
fino a lui e lì si ferma. Non rimbalza. Non riparte. Si esaurisce. È la forma
di resistenza più radicale che esista: non opporre forza alla forza, ma
diventare il luogo in cui la spirale si interrompe.
Un punto fermo in
cui l’onda si infrange e non riesce più a ripartire. Gesù ha incarnato questo
sino alla fine. Non da una distanza di sicurezza, non con un gesto isolato e
straordinario compiuto in un momento eccezionale. Lo ha fatto attraverso un
esercizio lungo tutta una vita: nelle incomprensioni quotidiane, nelle piccole
umiliazioni che nessuno ha mai registrato, nei silenzi custoditi quando sarebbe
stato così facile – e così comprensibile – rispondere.
Il mondo conosce
sostanzialmente due risposte al male: la resa o la ritorsione. Gesù ne ha
praticata una terza, infinitamente più difficile: l’assorbimento. Ricevere
senza rimandare. Restare senza fuggire. Offrire senza pretendere nulla in
cambio, nemmeno la comprensione di chi si ama.
La croce non è un
momento: è il compimento di una scelta fatta ogni giorno, in condizioni meno
epiche del Calvario, spesso in circostanze che nessuno noterà
mai. Un’obbedienza che si apprende attraverso il tirocinio della sofferenza.
Una resistenza che non si impone con la forza, ma si offre con tutta la
vita.
Noi conosciamo bene il mondo in cui viviamo. Ne portiamo addosso i segni, le abitudini, i riflessi condizionati che si attivano prima ancora che ce ne accorgiamo. E sappiamo quanto sia difficile – quanto costi davvero, quanto vada contro ogni istinto profondo di sopravvivenza – non restituire il male ricevuto.
Non è una scelta
che si compie una volta sola: va ricominciata ogni mattina, in condizioni
diverse, contro avversari – interiori ed esteriori – sempre nuovi. Ma forse
vale la pena fermarsi su una domanda, prima di tornare al rumore ordinario
delle nostre giornate: se anche noi, nel nostro piccolo, imparassimo a
diventare uno di quei luoghi in cui la spirale si interrompe – nelle nostre
case, nelle nostre amicizie, nei contesti in cui viviamo e operiamo – cosa
cambierebbe intorno a noi? Forse non cambierebbe subito il mondo.
Ma potrebbe essere
diverso il modo in cui attraversiamo le nostre giornate: meno parole che
feriscono, meno reazioni dettate dall’istinto, meno tempo consumato a
rincorrere ciò che ci ha fatto male. Più libertà nei rapporti, più pace dentro,
più spazio per ciò che davvero conta.
È questo, in
fondo, ciò che il Venerdì Santo consegna anche a noi: non un gesto eroico da
ammirare da lontano, ma una possibilità da praticare da vicino. Che il male,
almeno in qualche punto della storia – anche piccolo, anche nascosto – possa
fermarsi. E non ripartire più.
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