In Francesco l’autorità non si è fondata tanto
sulla “posizione” ricoperta, non si è esibita in titoli magniloquenti, non si è
affermata con posture ieratiche, non si è imposta per lo sfarzo delle vesti e
dei paramenti, non si è mostrata con linguaggio teologico raffinato e con
esibizione di conoscenza, anzi, si è nutrita di semplicità umana, si è iscritta
nel registro “popolare”, e si è espressa in modo testimoniale e
narrativo.
Con papa Francesco la modalità narrativa è uscita
dagli spazi esegetici e teologici (per lo meno di quegli esegeti e di quei
teologi attenti a questa dimensione) ed è diventata prassi, quotidianità di
gesti e di parole, ha informato la stessa comunicazione magisteriale al livello
più alto nella Chiesa cattolica, suscitando le reazioni
sdegnate di chi ha lamentato la carente o scadente teologia di papa Francesco.
Giustamente Pierangelo Sequeri ha detto di Francesco che “è un papa che parla in
parabole”: egli ha comunicato con un moderno linguaggio parabolico in cui le
storie della più ordinaria quotidianità, le osservazioni tratte dalla vita
delle persone, le immagini forgiate dal vissuto, i ricordi autobiografici,
hanno saputo narrare l’agire misericordioso di Dio. Esattamente come nelle
parabole evangeliche, il “materiale ordinario” offerto dalla vita quotidiana è
diventato, nella rivisitazione interiore e nella verbalizzazione che ne ha
fatto papa Francesco, narrazione simbolica che unisce
l’alto e il basso, scorge e indica l’Altro e l’Oltre nel qui e ora.
Ha scritto GianfrancoRavasi a proposito della trattazione
sull’omelia che papa Francesco ha inserito in EG 135-159: “Gesù
non veleggia mai sopra la testa dei suoi ascoltatori, ma li cattura quasi
partendo dal basso, dai piedi, proprio come deve accadere per il simbolo che è
radicato nel concreto ma che trasfigura il contingente svelandone le
potenzialità di rappresentazione del trascendente”.
L’autorità di cui Francesco è stato portatore e che è stata
percepita da credenti e da non-credenti, si fondava sull’esperienza. Era dunque
percepita come autorevolezza personale ancor prima che come autorità derivante
dal ruolo rivestito. E se l’autorevolezza consiste, tra l’altro, nell’essere in
ciò che si dice al punto che dire è darsi, papa Francesco ha realizzato questa parola
testimoniale, questa parola che è testimonianza. Si tratta di una parola
aderente al reale, alla realtà del locutore, di papa Francesco, ma anche delle persone a cui si
rivolgeva e che sapeva raggiungere e coinvolgere.
Riflettendo sullo stile
omiletico di papa Francesco, Antonio Spadaro ha scritto: “Il linguaggio
delle omelie da Santa Marta è molto semplice, immediato,
comprensibile da chiunque. Questa abilità viene a Francesco dalla sua vita a costante contatto
con la gente”. Tanto la formazione gesuitica e la pedagogia di sant’Ignazio, che sempre muove dal
contesto e dall’esperienza, quanto la sua personale esperienza pastorale lo
hanno condotto ad accordare un ruolo centrale all’esperienza fino ad affermare
che “la riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza”, essendo evidente
per lui che “la realtà è superiore all’idea” (EG 233).
Ancora Spadaro annota:
“Sono i volti concreti delle persone incontrate che lo hanno, in un certo
senso, convertito all’esperienza. Durante il suo lavoro a Buenos Aires, per
esempio, ha maturato tantissimo l’importanza di questo contatto diretto con la
gente. Non è una categoria intellettuale: è la stessa esperienza che lo muove a
partire dall’esperienza”.
Munera Rivista Europea di Cultura
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